L'anello del Presio 1, 2

La volpe, o “golp”, come si dice nei dialetti di Valtellina, l’animale furbo ed inafferrabile per eccellenza, non poteva non ispirare credenze e leggende. Sentite queste due, che la presentano sotto una luce enigmatica ed inquietante. Non so se vi è mai capitato di fermarvi ad osservare il versante montuoso sopra Colorina, nelle Orobie centrali. Colorina, per chi non lo sapesse, è il paese che si trova a ridosso del versante orobico della media Valtellina, immediatamente ad ovest di Fusine (sul lato opposto rispetto al torrente Madrasco) e di fronte a Berbenno di Valtellina. Il versante montuoso, dicevo: sale, restringendosi, come un grande cono, rivestito, nella parte superiore, di un fitto e bellissimo bosco di abeti, il bosco Nono. Un bosco che sembra fatto apposta per la caccia.
Oggi la caccia qui è vietata, ma un tempo non era così, ed i sentieri che si intrecciano, dipanano e perdono fra gli abeti, splendidi ed alteri, erano spesso calcati da cacciatori solitari e taciturni, tutti presi nelle loro storie, nei loro silenzi, nei pensieri il cui filo attendeva solo di essere spezzato dalla comparsa improvvisa della preda, che era come un sollievo, una liberazione.
Uno di costoro si alzò, un giorno, di buon mattino, uscì dalla sua casa di Colorina, senza quasi far rumore, e si incamminò verso il monte. Era alla Madonnina, appena sopra il paese, quando le prime luci dell’alba sembravano invitare tutte le cose a ricomporsi dopo l’abbraccio complice delle tenebre.
Continuò a salire per l’antica mulattiera che passava per i maggenghi di Gavazzi e Cantone, prima di raggiungere la località di Cornello, che oggi è raggiunta da una carrozzabile che termina poco sopra, ad una quota approssimativa di 1050 metri. Non si fermò a Cantone, ma proseguì, di buona lena, sul sentiero che sale alle baite di Arale (m. 1382), e che ancora oggi si può facilmente trovare, poco prima del termine della carrozzabile, e percorrere: una lunga diagonale verso sinistra, poi una svolta a destra, prima di uscire dal bosco sul limite inferiore dei prati di Arale. Era giorno fatto quando, dopo poco più di due ore di cammino, toccò i prati.
Si fermò e guardò, guardò il superbo scenario di cime che da sempre stava lì, a nord, dai pizzi Badile e Cengalo ai Corni Bruciati ed al monte Disgrazia, e, più a destra, lasciò riposare lo sguardo sull’ampio spaccato della media Valtellina chiuso, sull’orizzonte, dal gruppo dell’Adamello. Pensò a quanto corresse veloce, la sua vita, a confronto di quella quiete perenne nella quale sembravano da sempre immersi quegli scenari. Pensò che erano già lì prima che occhio potesse vederli, e che sarebbero rimasti dopo che l’ultimo occhio di vivente si sarebbe chiuso. Pensò, ed anche il pensiero corse veloce. Quando lo lasciò si era già rialzato per riprendere il cammino.
Un sentiero, meno marcato, prende a salire leggermente partendo dal limite alto di destra dei prati, piegando poi a sinistra e diventando gradualmente più ripido. Gli alti abeti, diritti ed orgogliosi nella loro bellezza, sembravano non accorgersi neppure di quanto accadeva nell’ombra nella quale qualche squarcio di luce si faceva strada, a fatica, di tanto in tanto. Il proposito del cacciatore era di raggiungere la baita del Pizzo, più in alto (m. 1845), e lì pernottare per poi vagare senza meta precisa, l’indomani, nei boschi più alti. Ad una delle tante svolte del sentiero, il passò si arrestò prima che potesse focalizzare il perché: si fece immobile, e solo allora l’occhio vide.
Vide la volpe. Una splendida volpe dal pelo rossastro. Mai vista una volpe di aspetto così elegante. Sembrava intenta a frugare nell’incavo di un vecchio tronco marcio. Non si era accorta di lui. Tolse, con movimenti lenti e silenziosi, il fucile dalla tracolla. L’aveva già imbracciato, quando i suoi occhi incrociarono i piccoli occhi della volpe, che aveva tolto il muso dall’incavo. Un attimo. Pensò che sarebbe fuggita via prima che potesse prendere la mira. Esitò, stava per abbassare il fucile. Ma la volpe non si mosse. Lo guardava. Non sembrava impaurita. Aveva uno sguardo indefinibile. Se fosse stata un essere umano, sarebbe parso perfino uno sguardo malinconico.

Mirò e sparò. Non mancò il colpo. La volpe cadde, fulminata, presso il vecchio tronco marcio. Un’ottima preda. Imbalsamata, avrebbe fatto la sua bella figura nella sua cucina. Mosse qualche passo per avvicinarsi all’animale morto, ma prima che potesse toccarlo udì una risata. Una risata argentina, come di bambino che accoglie il padre al ritorno a casa con un dono inatteso. Si volse intorno, più volte, perlustrò il bosco con lo sguardo: non c’era nessuno. “Sono stanco,” pensò, “sento voci che non ci sono, meglio che torni oggi stesso a casa, questa bella volpe mi ripagherà della fatica di queste ore di cammino”. E così fece. Ai rintocchi dell’Angelus di mezzogiorno era di ritorno a casa. Passò così quella giornata, e ne passarono molte altre.
Passarono mesi, addirittura, prima che accadesse un fatto che lo costrinse a ripensare a quella misteriosa risata, che aveva attribuito alla sua stanchezza. Un giorno se ne andava per le vie di Morbegno, dopo aver fatto qualche acquisto al mercato di piazza S. Antonio. “Ehi, voi, cacciatore, ehi, voi”: una voce lo raggiunse dalle spalle. Si volse, guardò in alto, vide una distinta signora, dai bellissimi capelli rossicci, che gli faceva ampi segni da un balcone. “Ehi, voi, sì, voi, venite, salite, per cortesia, ho da dirvi una cosa di grande importanza”. Esitò, perché non conosceva quella donna, ma l’invito si fece più insistente, ed alla fine l’uomo, anche per la curiosità, si indusse a salire: come poteva sapere, quella donna, che era un cacciatore?
La donna lo accolse, gentile, sulla soglia di casa, lo introdusse in un elegante appartamento, lo fece accomodare. “Vi debbo molto, voi non lo potete sapere, ma vi debbo molto”, disse, con un tono di tale serietà che al cacciatore non venne neppure in mente che si trattasse di una burla. “Cosa mi dovete, signora? Neppure vi conosco. Chi siete, voi?” “Chi sono? Chi sono stata, piuttosto, vi dovrei dire. Un tempo la malvagità mi prese, mi votai al male. Fui punita per i miei malefici, trasformata in animale e condannata a vagare senza sosta e senza pace per boschi e selve, finché qualcuno mi avesse liberato da questa pena. Voi, uccidendomi, mi avete liberato.” Il cacciatore ancora non comprendeva. “Io ero quella volpe che vi guardò, un giorno non lontano, sperando che mi liberaste. Quella volpe ero io.” Capì, allora, vide: vide nei capelli della donna il pelo quella volpe. Lasciò, allora, senza una parola la sua casa. Aveva, ora, nuovi pensieri da portare con sé nelle lunghe e solitarie giornata di caccia.
Ma a questo mondo c'è gran varietà di esseri viventi: non vi si trovano, quindi, solo volpi, ma anche volponi. Che camminano su due zampe ed usano la loro astuzia per ingannare gli altri bipedi. L’imbroglio è forse antico quanto il mondo. Ed è altrettanto antica la convinzione che il diavolo faccia le pentole, ma non i coperchi, per cui gli imbroglioni alla fine vengono scoperti e puniti. Se non in questa vita, almeno nell’altra.

Una leggenda nata da un episodio storico ed ambientata fra l’alta Valmadre e la vicina Val di Tartano testimonia questa convinzione. Se vi capita di essere sorpresi dalle tenebre in Val dei Lupi, che, per l’omonima bocchetta, pone in comunicazione l’alta Val di Tartano con la Valmadre, potete aspettarvi di udire suoni sinistri, come di un battere monotono e disperato di mazza contro un masso, fra i resti degli scavi di una vena di siderite (ferro) che venne sfruttata nei secoli scorsi, fino alla fine del 1700. Qui di massi, dunque, ce ne sono tanti. E gli osservatori più attenti dicono che, tornando a distanza di tempo, si può notare come i più grandi tendano a farsi più piccoli, come se qualcuno si fosse messo d’impegno a ridurli in pezzi. Torniamo ai nostri vagabondaggi notturni: il battere notturno di una mazza si ode solo nelle notti più cupe, quando il buio è pesto e la mezzanotte incombe con le sue segrete paure su ogni vivente. Di cosa si tratta? Per saperlo dobbiamo fare un passo indietro di qualche secolo.
Abitava, nel cinquecento, ai Valeouc, località sul versante occidentale della Valmadre, costituita da quattro boschi fra gli alpeggi di Cogola, a nord, e Dordonella, a sud, un uomo noto per la sua probità e chiamato Rigadìn o Rigadìi. Era originario di Fusine e si vantava di non aver mai detto una bugia in vita sua e di non aver mai frodato nessuno. Oltre che per la sua probità, era noto per l’ottima conoscenza del territorio della Valmadre. Essendo sorti dissidi fra le comunità delle Fusine e di Colorina circa l’esatta ubicazione dei confini fra i due territori sul versante occidentale della Valmadre, si decise di eleggerlo come arbitro, certi che non avrebbe fatto parzialità. Così, con una serie di sopralluoghi, indicò i punti di riferimento dei confini, perché venissero segnati con nettezza. Le sue indicazioni parvero troppo favorevoli alle rivendicazioni della comunità delle Fusine, di cui lui stesso era originario, ma, di fronte alle sue parole perentorie, pronunciate solennemente in tribunale nell'anno di grazia 1533, “Giuro che i miei piedi poggiano su terra della comunità delle Fusine”, nessuno osò porle in dubbio. Alla fine i confini vennero tracciati e trascritti nei documenti.
Ma, prima di morire, sembra che il Rigadìn abbia sentito il bisogno di sgravarsi di un peso sulla coscienza, confessandolo a non sappiamo bene chi. Fu così che si seppe della sua astuzia fraudolenta: prima dei sopralluoghi, infatti, aveva messo all’interno delle sue scarpe una bella manciata di terra di Fusine, e così, a rigor di termini, aveva sempre detto il vero, perché i suoi piedi posavano sulla terra delle Fusine, anche se le scarpe calpestavano il territorio di Colorina. E si seppe che aveva fatto questo "per una scommessa".
La confessione non ebbe effetto sui confini comunali, che, tracciati com'erano, non furono più modificati, ma ne ebbe, e di pesanti, sulla sorte ultraterrena del Rigadìn. Dopo la morte, infatti, ebbe un bel protestare che lui di bugie non ne aveva mai dette: il Signore non lo volle in Paradiso, e neppure in Purgatorio. Ma neanche il diavolo lo voleva: nella sostanza aveva sì truffato gli abitanti di Colorina, ma, a voler essere pignoli pignoli, di bugie non ne aveva dette, ed allora in quale parte dell’Inferno lo si doveva relegare?

Così la sua sorte fu quella comune ad altre anime invise a Dio ed all’inimico suo, come si soleva dire: i famosi “confinati” (“cunfinàa”), condannati (cundanàa) in eterno ad una pena da scontare non all’inferno, ma confinati, appunto, nei luoghi più solitari e tetri delle nostre montagna. Ecco spiegato il battere insistente di mazza su pietra: è il Rigadìn che sconta la sua pena.
Una nota linguistica: Rigadìn o Rigadìi suona un po’ come “riga drìzz”, cioè “riga diritto”; in realtà il termine "rigadìi", nel dialetto della Val di Tartano (come si evince dall'ottimo dizionario di Giovanni Bianchini), significa tessuto di lana a strisce rosse, grigie e nere, utilizzato per le sottante delle donne, detto anche "gagiulìi"; è interessante notare che l'espressione metaforica "fa rigadìi" significa comportarsi in modo incoerente e contraddittorio, dar a vedere una cosa e pensarne o farne un'altra, come frequentare la chiesa e comportarsi contro la legge di Dio, come aveva fatto, appunto, il Rigadìi.

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