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Villa di Chiavenna

Villa di Chiavenna (vila de ciavèna, denominazione ufficiale dal 1863) è il secondo ed ultimo comune della Bregaglia italiana, prima del confine di stato con la Confederazione Elvetica, in corrispondenza dei torrenti Lovero, a nord, e Casnaggina, a sud. Si tratta di un confine antichissimo, di origine forse romana. Il suo territorio, di 37,87 kmq, ha come punto di minima altitudine (m. 510) il letto del torrente Mera al confine con Piuro e come punto di massima altitudine la cima del pizzo Galleggione (m. 3107). E' costituito da diversi nuclei, Canete (Canéet), Case Foratti (Cà de Foràt), Case Scattoni (Cà de Šcatuun; sede comunale), Chete (Chéet), Dogana (la Doghènä o Lüer), Giavera (Giavérä), Peré, Pian della Ca (al Pièen), Ponteggia (Pontéggiä), San Barnaba (San Bàrnabä o Sciamartìn), San Sebastiano (San Bas'cèen).
Vi si accede percorrendo la ss 36 dello Spluga fino a Chiavenna, per poi imboccare il primo svincolo a destra in corrispondenza della terza ed ultima rotonda della cittadina.
Superati i nuclei del comune di Piuro, siamo infine al territorio di Villa di Chiavenna.
Giovanni Giorgetta, nell'articolo "Dissidi tra Cattolici ed Evangelici in Villa di Chiavenna", pubblicato in "Clavenna" (1964), così sintetizza l'asprezza del territorio comunale di Villa: "Si direbbe che la zona non possa capire un paese, tanto si presenta impervia. Il versante sud scende rapidamente al fiume; quello opposto è occupato da immani frane ed è sconvolto da coni alluvionali di rabbiosi torrenti. Brevi pianori, qua e là, rompono l'asprezza della natura. Qui, vicino alle polle di acqua sorgiva, sorsero abitazioni di contadini, che con ferrea volontà resero a coltura quelgi aridi dossi".


Villa di Chiavenna

Villa entrò nella storia con la conquista romana nel 16 a. C. Si trovava su una delle due grandi vie storiche che, raggiunta Chiavenna da Como seguendo la riva occidentale del suo lago (via Regina o Francisca, cioè “franca”, sicura), a Chiavenna appunto si dividevano: ad ovest la Via dello Spluga, ad est quella del Septimer, del Maloja e dello Julier, che passava appunto per Villa. La sua storia coincide, fino a metà del secolo XVI, con quella della vicina e ricca Piuro.
La disgregazione dell’Impero Romano d’occidente portò alle invasioni (o migrazioni, a seconda dei punti di vista) delle popolazioni germaniche e probabilmente Villa di Tirano (che ancora non esisteva come tale) fu inglobata, dopo il 489, nel regno ostrogoto di Teodorico, in quel medesimo V secolo nel quale si colloca la prima penetrazione del cristianesimo nella valle. Furono gettate le basi della pieve di Chiavenna, dedicata a S. Lorenzo, santo del ciclo romano, quello più antico. “La divisione delle pievi”, scrive il Besta, “appare fatta per bacini… aventi da epoche remote propri nomi, come è infatti accertato per i Bergalei, i Clavennates, gli Aneuniates”. La pieve di San Lorenzo di Chiavenna, cui Piuro era legata, fu, dopo l’anno Mille, insieme a quelle di S. Fedele presso Samolaco, di S. Lorenzo in Ardenno e Villa, di S. Stefano in Olonio e Mazzo, di S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e di S. Pietro in Berbenno e Tresivio, uno dei poli fondamentali dell'irradiazione della fede cristiana.


Villa di Chiavenna

L’offensiva Bizantina riconquistò probabilmente alla “romanità” la valle della Mera, anche dopo l'irruzione e la conquista dei Longobardi (568); nell'VIII secolo, però, con il re Liutprando il confine dei domini longobardi raggiunse il displuvio alpino. Con i successori Rachis ed Astolfo, nel medesimo VIII secolo, Chiavenna e Piuro risultano donate alla chiesa di Como. Sconfitti, nel 774, i Longobardi da Carlo Magno, Piuro rimase parte del Regno d’Italia, sottoposto alla nuova dominazione franca.
La frammentazione dell’Impero di Carlo portò all’annessione del Regno d’Italia a quello di Germania, il che rese la posizione di Chiavenna di rilievo strategico primario, posta com’era quasi a cavallo fra i due regni. In un documento del 973 viene citato per la prima volta Piuro, nella forma di “Prore”. Pochi anni dopo, nel 998, in una pergamena viene per la prima volta citata, secondo lo storico don Pietro Buzzetti, Villa (ma questa lettura non è unanimemente condivisa). Certamente in una serie di atti notarili, datati 1021, 1082 e 1087, vengono menzionate le località di Laguzolo, Canedo, S. Eusebio e Puri, cioè prati, campi e cascine nell'attuale territorio di Villa. "Canedo" corrisponde all'attuale Canete; il suo nome testimonia probabilmente la presenza di terreni paludosi.


La chiesa di San Sebastiano a Villa di Chiavenna

Il 3 settembre 1024 l’imperatore Corrado succedette ad Enrico II, inaugurando la dinastia di Franconia, e confermò al vescovo di Como i diritti feudali sul contado, le chiuse ed il ponte di Chiavenna, oltre che sul contado di Mesolcina; nel medesimo periodo un altro potente vescovo, quello di Coira, estendeva i suoi diritti feudali su Bormio e Poschiavo. Ma con il successore di Corrado, Enrico III, la contea di Chiavenna tornò ad essere assoggettata ad un potere laicale, quello di un Everardo, forse Parravicini, che ne fu investito dall’imperatore stesso, desideroso di assicurarsi un sicuro controllo di quella fondamentale porta di accesso all’Italia attraverso i passi dello Spluga e del Settimo. Titolare del contado era il comune di Chiavenna, uno dei primi in Lombardia, con i suoi tre consoli, comune che comprendeva anche Piuro.


Villa di Chiavenna

In quel medesimo secolo si manifesta per la prima volta la rivalità fra Piuro e Chiavenna, unite nel medesimo comune, ma con territorio e patrimonio distinti. Piuro si staccò da Chiavenna e divenne comune autonomo con propri statuti nel 1215 (gli Statuti sono del 1226). Il territorio comunale comprendeva i nuclei di Prosto, Santa Croce, San Martino, Aurogo, le contrade di Cilano, Polino, Pradello, Roncaglia, Pestera, Borsio, Cranna, Giupedo, Savogno, Dasile, Calotte; comprendeva anche il territorio di Villa, che se ne staccò nel 1584. Il comune di Piuro era retto dal consiglio generale, che riunito in sindicato nelle chiese di Sant’Abbondio o di Santa Maria, deliberava in merito alle questioni principali riguardanti la vita della comunità e ratificava l’elezione del console, dei consiglieri e dei deputati, la revisione e ripartizione degli estimi, le revisioni dei conti consolari. Appartenevano al consiglio generale tutti gli uomini del comune che avevano un’età superiore ai vent’anni, fossero maritati o separati dal padre o laureati. Spettavano a questo consiglio la nomina dell’assessore e dei consoli di giustizia e in genere tutte le elezioni di iuspatronato del comune. Il governo ordinario del comune era retto da dieci consiglieri, di cui facevano parte il console, il viceconsole, il caneparo, due consoli di giustizia e due provvisionari; cinque di questi consiglieri, fra i quali il console e il viceconsole, venivano scelti tra i cittadini del borgo, e gli altri cinque tra gli abitanti delle vicinanze.


Lago di Villa di Chiavenna

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Nel secolo XIII la Contea di Chiavenna risentì delle contese fra il vescovo di Como e quello di Coira: il primo prevalse, e confermò, nel 1203. Risentì anche delle lotte che in Como vedevano contrapposti di Vitani (Guelfi) ed i Rusconi (Ghibellini); in particolare, nel 1304 i Vitani si impossessarono del castello di Chiavenna, che dovette anche, nel 1309, contribuire con armati a domare la rivolta della contea di Bellinzona contro Como. La subordinazione della contea a Como venne ribadita anche dall’imperatore Enrico VII, nella sua celebre discesa in Italia del 1312.
Nel 1327 il toponimo “villa de Plurio" viene citato in un documento. Pochi anni dopo si ebbe un importante mutamento nella storia della Contea di Chiavenna: nel 1335 Como, e con essa Piuro, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti, che ne confermò gli Statuti. Sul finire del secolo l’ampliamento, fra il 1387 ed il 1390, della Via del Septimer diede un notevole impulso ai commerci di Piuro, che godeva dell’esclusiva del dazio, il che contribuì molto alla ricchezza del paese, perché la via era molto trafficata e libera da briganti.


Pizzo Galleggione e Monti di Villa

In quel periodo cominciavano ad affacciarsi alla storia di Valtellina e Valchiavenna quelli che sarebbero stati, dal 1512, i nuovi signori delle valli dell’Adda e della Mera, le Tre Leghe Grigie (Lega Grigia, Lega Caddea e Lega delle Dieci Giurisdizioni, che si erano unite nel 1471 a Vazerol), che miravano ad inglobarle nei loro territori per avere pieno controllo dei traffici commerciali che di lì passavano, assicurando lauti profitti. In particolare, la città, priva di cinta muraria, fu incendiata, nel 1486, dalle loro milizie, che, invaso il bormiese l'anno successivo e fermate alla piana di Caiolo, ripassarono i valichi per la Rezia solo dopo aver ottenuto un oneroso riscatto, quasi segno premonitore di quel che Valtellina e Valchiavenna sarebbero apparse ai loro occhi nella successiva generazione, una inesauribile macchina per far soldi, diremmo noi oggi. Dopo tale evento iniziò la ricostruzione del centro storico di Chiavenna, che assunse gradualmente una fisionomia simile all’attuale, e Ludovico il Moro la fece cingere di mura, erette tra il 1488 e il 1497. Alla loro realizzazione assistettero anche l'architetto Giovanni Antonio Amedeo e, nel 1497, il grande Leonardo da Vinci, che menziona la valle di Chiavenna nel "Codice atlantico". Per volontà della duchessa Bona di Savoia, reggente per il riflgio Gian Galeazzo Sforza, una fortificazione venne costruita, nel 1477, anche accanto allo storico ponte sul torrente Lovero (riprodotto nello stemma del comune), punto più avanzato del territorio del Ducato di Milano in Val Bregaglia. In quel periodo i rapporti fra bregagliotti al di là ed al di qua del Lovero si fecero più tesi: i secondo consideravano i primi stranieri, "Lombardi", ed i secondi lamentavano spesso azioni intimidatorie negli alpeggi sul versante settentrionale della valle. In quel medesimo periodo venne costruita la chiesa di San sebastiano, prima cura, poi, nel secolo XVII, parrocchia autonoma e chiesa prepositurale.


Pizzo Galleggione e Monti di Villa

Di lì a poco, nel 1500, Ludovico, con la sconfitta di Novara, perse il ducato di Milano ad opera del re francese Luigi XII. Per dodici anni i Francesi furono padroni di Valtellina e Valchiavenna; il loro dominio, però, per dispotismo ed arroganza, lasciò ovunque un pessimo ricordo, cosicché il loro rovescio e l’inizio della dominazione delle Tre Leghe Grigie (1512) venne salutato non con entusiasmo, ma almeno con un certo sollievo.
Nel 1617, a Basilea, viene pubblicata l'opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" (trad. di Cecilia Giacomelli, in Bollettino del Centro Studi Storici dell’Alta Valtellina, anno 2000) di Fortunat Sprecher von Bernegg, podestà grigione di Teglio nel 1583 e commissario a Chiavenna nel 1617 e nel 1625, che ci offre queste notizie della conquista e della situazione che ne conseguì: "Così giovedì 24 giugno 1512 il vescovo Paul di Coira e le Tre Leghe penetrarono con successo in Valtellina attraverso il Passo del Bernina. Herkules von Capol da Flims era il condottiero della Compagnia delle Leghe Grigie, il vescovo Konrad Planta di Zuoz, che in seguito venne anche nominato primo capitano della Valtellina, della Lega della Casa di Dio e Konrad Beeli da Davos della Lega delle Dieci Diritture. Grazie alle trattative del cavalier Luigi Quadrio, dopo poco tempo capitolarono i due castelli che rappresentavano le posizioni più forti: Piattamala, al confine con la Val Poschiavo, dove stava il bastardo francese Straxe, e Tirano, il cui castellano era Stefan Bastier.


Canete

Il giorno 27 dello stesso mese ed anno, di domenica, i Valtellinesi giurarono fedeltà ai Grigioni a Teglio. Allo stesso modo vennero occupate anche Bormio, il contado di Chiavenna e le tre pievi sul lago di Como. Alla loro riconquista si accompagnavano le grida di acclamazione della popolazione intera: "Viva Grisoni!". Solo la presa del castello di Chiavenna si protrasse per sei mesi: quando alle truppe di occupazione guidate dal francese Jacques Fayet cominciarono a mancare i viveri, egli si arrese e si ritirò in Francia. Col sopra citato Jacques Fayet trattava in nome dei Confederati il colonnello Herkules von Capol, che coprì anche la carica più alta nell'operazione della conquista del castello di Chiavenna."
Il governo grigione conservò il libero ordinamento del contado di Chiavenna, articolato nelle giurisdizioni di Chiavenna, Piuro (con Villa) e Val San Giacomo, ciascuna dotata di una propria autonomia e di propri statuti; i governatori grigioni (commissario a Chiavenna, podestà a Piuro, ministrale, oriundo della valle, in Val San Giacomo) non partecipavano né convocavano i consigli delle giurisdizioni, svolgendo una funzione di controllo, che si esplicava soprattutto nell’organizzazione della giustizia. Nel 1564 una severa pestilenza preludio di quelle più celebri del Seicento, uccise circa un terzo della popolazione del Contado di Chiavenna.


I Laghetti

Nel 1584 Villa diventa comune autonomo, staccandosi da Piuro. Quando un collegio di arbitri, presieduto dal podestà di Piuro, procedette alla divisione dei beni comuni. I confini tra le due comunità vennero tracciati il 10 dicembre 1608, con l’incisione di venti croci di confine. Per l’amministrazione della giustizia, Villa rimaneva legata alla giurisdizione di Piuro. A quel tempo le frazioni di Villa erano Puri, Bondea, Teiedo, San Barnaba, Canete, Luzolo, Giavera, Case Scattoni, Case Foratti, San Sebastiano, Ponteggia, Pereto, Serta, Sant’Eusebio.
Giovanni Guler von Weineck, nell'opera Rhaetia, pubblicata a Zurigo nel 1616, così delinea la situazione di Villa di Chiavenna in quel periodo: “Ci rimane a descrivere quella parte della contea che si stende verso la Pregaglia; eccone i confini. Dove la Val Pregaglia finisce, subito dopo il villaggio di Castasegna, la Mera riceve alla destra la piccola valle del torrente Lovero, dal quale appunto comincia la contea di Chiavenna. Su questo confine, vicino al torrente ora menzionato, l'anno 1477 venne eretta per ordine di Bona e Galeazzo-Maria. Sforza una poderosa fortezza; ma essa venne in seguito totalmente smantellata, così che oggigiorno, sul posto dove sorse, non rimane più alcun vestigio di essa. Di qui, prendendo la via maestra che segue il corso del fiume, si giunge in meno di un miglio italiano a Ponteglia, detta pure La Villa. Questo, dopo la Val Pregaglia, è il primo paese della contea di Chiavenna ed è posto nel distretto di Piuro; il suo clima è abbastanza caldo e mite, così che, mentre tutta la vallata al disopra di Villa non lascia allignare la vite, qui invece essa comincia a prosperare: tale coltura si estende poi per tutta la contea. Per altro nel territorio di Villa la vite è piantata solamente sulla sponda destra della Mera, nella parte più solatia e per lo più sulle rocce, in mezzo ai macigni ed ai greppi. Quanto più si scende a valle. tanto più fine è la produzione. Il vino di Ponteglia, pertanto, viene annoverato fra i più alcolici ed i più generosi.. Subito dopo Ponteglia, dove la valle è ancora selvaggia ed angusta, s'incontra un altro piccolo villaggio detto Santa Goebia: al disotto, sulla riva sinistra della Mera, c'è la frazione dì Caneto, il cui nome deriva per abbreviazione da castagneto, parola che significa bosco di castagne: infatti il territorio ne è tutto coperto."


Villa di Chiavenna

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Il Seicento fu probabilmente il secolo più tragico nella storia della Valchiavenna. Nel 1618 in Europa ebbe inizio la Guerra dei Trent’Anni, nella quale Valtellina e Valchiavenna furono coinvolti come nodi strategici fra Italia e mondo germanico; a Sondrio, al colmo delle tensioni fra cattolici e governanti grigioni, che favorivano i riformati in valle, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture; la medesima sera della sua morte, venerdì 4 settembre 1618 (o venerdì 25 agosto 1618, secondo i Grigioni, che non avevano accettato la riforma gregoriana del calendario), dopo venti giorni di pioggia torrenziale, al termine di una giornata di sole si levò la luna e poco dopo le 19 venne giù buona parte del monte Conto, seppellendo le 125 case della ricca e nobile Piuro e le 78 case della contrada Scilano, un evento che suscitò enorme scalpore e commozione in tutta Europa, ed innznaitutto, ovviamente, nel neonato comune autonomo di Villa.
Agli accorsi dai paesi vicini e da Chiavenna non apparve che un ammasso di terra smossa. Quando le acque della Mera, per qualche tempo ingorgate, finalmente riuscivano ad aprirsi una strada, le chiese cattoliche di S. Cassiano e di S. Giovanni erano scomparse nel gorgo insieme a quella evangelica di S. Maria…, mentre le case dei Lumaga erano state sbalzate dalla destra alla sinistra del fiume. Si parlò di tremila persone scomparse”. (Besta)


Pian Cantone

Nella citata opera "Pallas Rhaetica, armata et togata" Fortunat Sprecher von Bernegg ci offre queste notizie sulla situazione di Piuro e Villa e sull'immane frana del monte Conto:
"L'altra giurisdizione della Contea di Chiavenna è la Podestaria di Piuro. E' separata dalla giurisdizione di Chiavenna dal torrente della Valle Pluviosam. Qui l'autorità è rappresentata dal Podestà grigione, che ha la sua residenza nella località di Piuro. Il luogo ha anche un Arciprete. Il nome deriva dalla parola plorare, che significa piangere o lamentarsi. Si dice infatti che la zona sia stata un tempo sconvolta da grandi quantità di acqua e dalla caduta di massi e in seguito a ciò sia stata spostata in un altro luogo, dove si trovava il castello Belforte. Oggi il paese è molto popolato e ricco di costruzioni sontuose.
La giurisdizione si divide nei due Comuni di Piuro e Villa. ... Sabato, nel giorno dell'Ascensione di Maria al cielo, il 15 agosto 1618, verso sera iniziò a piovere a Chiavenna, a Piuro e nell'intera zona. Ci furono lampi e Tuoni improvvisi e questo durò fino al seguente giovedi 20 agosto. Giovedì era una bella giornata senza pioggia. ma nella notte che seguì ricominciò a tuonare e a piovere in maniera ancora più forte rispetto alle giornate precedenti. Continuò così fino a lunedi 24 agosto, giorno di S. Bartolomeo, quando smise di piovere poco prima che facesse giorno. L'acqua aveva portalo via quasi tutti i ponti e aveva inondato tutte le pianure, cosa che non succedeva ormai da molto tempo. Il martedì pomeriggio, 25 agosto, incominciò a staccarsi una frana dal monte, in località alpe o valle Monte del Conte, a sinistra di Piuro, nel luogo in cui un tempo venivano estratti i lavezzi. La frana distrusse molti vigneti presso il paesino di Scilano, nelle vicinanze di Piuro. ...


Pian Cantone

A Piuro e Scilano si contavano all'incirca 200 case, più precisamente 125 nuclei famigliari (fuochi) a Piuro e 75 a Scilano. 930 persone vennero travolte. Di stranieri erano presenti quattro o cinque viandanti. C'erano due palazzi, uno dei Franchi, l'altro di Giorgio Beccaria, nessuno dei quali è stato costruito per meno di 20.000 corone, come pure altri palazzi, begli edifici e chiese. Di questi non si vedeva inizialmente traccia alcuna, poiché non c'era null'altro se non acqua, pietre e masse di terra rossa. La Mera rimase nel frattempo intasata per un'ora e mezza e si costituì un lago, lungo all'incirca un mezzo miglio italiano, che aveva il suo inizio presso il crotto del signor Giovan Pietro Franchi e si estendeva fino a Rovano o fino al pendio di Piuro. A Chiavenna si diffuse un grande spavento poichè la Mera avrebbe potuto trasformarsi in lago e poi improvvisamente straripare e portare via con sè anche altre localita. Così tutti fuggirono nelle cavità e nei crotti, ma per grazia di Dio la situazione tornò entro breve alla normalità. Rimase comunque un lago lungo un quarto di miglio. Nella località di Piuro e a Scilano nessuno rimase in vita, eccezion fatta per Francesco Forno, oste al Corona, e per un muratore, Simone Ramada, che si trovavano in un crotto sul Roveno, come pure un'anziana signora con due bambini che era in un ronco sopra Piuro. Questi e tutti coloro che si trattennero a S. Abbondio raccontavano come tutto si fosse svolto in un istante."


Lago di Villa di Chiavenna

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Ai disastri della natura si aggiunsero quelli della storia, che affondavano le loro radici nei decenni precedenti.
Nella seconda metà del Cinquecento ed agli inizi del Seicento, infatti, prese corpo nelle valli dell’Adda e della Mera un contrasto religioso che metteva in gioco questioni identitarie, ma anche interessi economici. La Riforma protestante ebbe ampia adesione fra le comunità delle Tre Leghe Grigie, e queste pensarono utile, al fine di consolidare la propria signoria su Valtellina e Valchiavenna, favorirne anche qui la diffusione, attraverso l’opera di predicatori. Si venne così progressivamente creando un clima di diffidenza, intolleranza e talora anche odio. Da una parte i cattolici, che rimasero sempre una larga maggioranza, guardavano alle nuove idee teologiche come espressione di diabolica eresia, apostrofavano sprezzantemente in riformati come “Lüther” e li consideravano una minaccia gravissima alla salvezza delle anime ed un insulto alla devozione popolare e tradizionale; dall’altra i riformati, o evangelici, disprezzavano la fede dei “Papisti” come espressione di ignoranza e superstizione, legata ad una vuota esteriorità, al culto idolatrico della Madonna e dei Santi ed all’obbedienza ad una potenza mondana, lo Stato della Chiesa. Il decreto della dieta di Ilanz del 1557, che stabiliva che ove vi fossero più edifici di culto uno dovesse essere ceduto ai Riformati, fu avvertito dai Cattolici come un sopruso ed una provocazione.


Tabiadascio

Questa miscela esplosiva non mancò di avere i suoi effetti dirompenti quanto Valtellina e Valchiavenna divennero anche il centro di una contesa per il controllo delle vie di comunicazione fra bacino padano e paesi di lingua tedesca, nel contesto della Guerra dei Trent’Anni. Villa di Chiavenna non fu sente da queste tensioni, che scavarono un solco significativo fra “villici” e “bregagliotti” (cfr. l’articolo “Dissidi fra Cattolici ed Evangelici in Villa di Chiavenna”, di Giovanni Giorgetta, pubblicato nel numero del 1964 di “Clavenna”, rivista della Società di Studi Storici Chiavennasca). Nel 1579 sei “villici” passati alla fede riformata ricorsero al Pretore di Piuro, il quale decretò che dovesse essere concessa alla nuova fede la cappella di San Rocco costruita accanto alla chiesa di San Sebastiano nel 1524. Il clima non tardò a deteriorarsi. “La tradizione orale è ricca di episodi di intolleranza religiosa. La minoranza fu fatta segno di beffe, di sassaiole, di insulti” (Giovanni Giorgetta, articolo citato). In gioco non era solo la salvezza delle anime o l’uso degli edifici sacri, ma anche la destinazione delle rendite. Da Piuro giunse nel 1579 a Ponteggia (così si chiamava allora il nucleo centrale di Villa di Piuro) il predicatore riformato Tomaso Casella, che sostenne con il parroco di Piuro, Bernardino Cornacchia, un’accesa disputa sul sacrificio nella Messa.


Villa di Chiavenna

E venne così il tragico 1620. Il 19 luglio del 1620 si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Il “macello” non toccò la Valchiavenna, dove le tensioni fra le due confessioni erano decisamente minori ed il rapporto con il governo grigione meno conflittuale (il che non significa del tutto tranquillo). In quell'anno le famiglie cattoliche a Villa, che, come tali, pagavano la decina alla chiesa, erano 230. Non si conosce il numero di quelle protestanti, che però, dopo il 1620, si ridussero a minoranza sparuta.
Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra. “Se Chiavenna non partecipò alla insurrezione, ne sentì le conseguenze politiche: per una ventina d’anni, al posto dei Grigioni, rimasero come protettori gli Spagnoli, poi le truppe pontificie” (Guido Scaramellini). Gli Spagnoli, infatti, vennero in soccorso ai ribelli cattolici ed occuparono Chiavenna nel 1621. Dopo una breve parentesi che vide la comparsa delle truppe pontificie, che dovevano interporsi fra le due parti in conflitto, ecco di nuovo gli Spagnoli, che dovettero, però, nel marzo del 1625 cedere la città per l'offensiva convergente dei Grigioni e del marchese di Coeuvres, che risalì la Valchiavenna dopo aver ripreso la Valtellina.


Chiesetta di Canete

La tregua di Monzòn liberò, nel 1626, Valtellina e Valchiavenna dagli eserciti delle due parti. L'anno successivo, cioè nel 1627 il consiglio generale del comune di Villa (citata allora anche come Ponteggia) stabilì di eri­gere in parrocchia la chiesa di San Sebastiano, già cura nel 1468. Nel 1692 la chiesa di San Sebastiano divenne prepositurale.
Nel 1629 un nuovo flagello scese d'oltralpe, portando la più feroce epidemia di peste dell’età moderna, resa celebre dalla descrizione manzoniana. Non era certo la prima: altre, terribili e memorabili avevano infierito nei secoli precedenti. Scrive, per esempio, il Guler von Weineck: “L’aria, per tutta la Val Chiavenna, è buona e pura; soltanto è da osservare che, durante la calda stagione, il vento di sud apporta nel paese qualche impurità dalle paludi del lago… La peste qui infierisce di raro: ma quando principia, infuria tremendamente. Infatti quando essa, nel novembre del 1564, penetrò nella valle, distrusse in quattordici mesi i tre decimi della popolazione”. Ma quella del 1629 fu più tragica. I lanzichenecchi, al soldo dell'imperatore Federico II, scesero dalla Val Bregaglia per la guerra di successione del Ducato di Mantova; alloggiati per tre mesi nel Chiavennasco ed in Valtellina, vi portarono la peste, che, nel biennio 1629-30, uccise almeno un terzo della popolazione (altri calcoli, probabilmente eccessivi, parlano di una riduzione complessiva della popolazione a poco meno di un quarto). A Villa l'epidemia si portò via 354 abitanti.


Chiesa di San Barnaba

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali; nel biennio 1635-37 Chiavenna fu di nuovo occupata dai Francesi. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.
Tempi grami, di penuria e paura. Ciò spiega, almeno in parte, i processi a presunte streghe che videro vittime Maria Allegranzi, arsa viva nel 1631, Giacomina Roveda, Orsola Gini e Maria Busella, arse vive nel 1646. Margherita Tognona, infine, venne bandita.


Tabiadascio

Nel "De Rebus Vallistellinae" (Delle cose di Valtellina) di don Giovanni Tuana (edito, a cura della Società Storica Valellinese e di don Tarcisio Salice, nel 1998 a Sondrio), leggiamo: "Il rivo Lovero discerne la Bregaglia dalla Valle di Piuro. La più grande larghezza di questa valle non passa un quarto di miglio. La prima parochia si chiama Villa di Piuro, overo communità di Ponteggia, nel fianco sinistro; questa ha la chiesa parochiale di S.Sebastiano. Le contrate sono distinte per il territorio, cioè Chiavera della Mera con l'oratorio di S. Elisabetta, Pontegia di dentro, Cannedo etPurga [Puri], dov'è la chiesa di S. Martino. Arriva il territorio di questa sin alla croce de Via Bella. Il territorio, oltre le cose dette, se bene è tutto chievoso, ha però campi et prati mediocri. Et questa è l'ultima terra."
Villa nel 1668 contava 164 famiglie e 887 abitanti. Le conseguenze della prima dura metà del secolo si concretizzarono nel flusso migratorio che portò molti abitanti di Villa a Venezia, Palermo, Mantova e Roma.Gli emigranti mantennero sempre solidissimo il sentimento del legame con il paese d'origine, e grazie al contributo degli emigranti a Venezia nel 1716 venne costruita la chiesetta di Chete. Gli emigranti, sempre nel Settecento, contribuirono poi ad edificare la chiesetta di Canete e vennero ristrutturate quelle di San Sebastiano e San Barnaba.


Chiesetta di Giavera

Un quadro sintetico della situazione di Villa di Chiavenna alla metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: ”Distinguevasi la sua Giurisdizione poi in due, ch'erano Piuro, e Villa. A Piuro aspettavano Santa Croce, San Martino, e Aurogo, dove era ragguardevol Castello. Altre contrade pur erano ad esso pertinenti, ch'erano Cilano, dove altro Castello pur era del medesimo nome, Potino, Pradello, Roncaglia, Pestera, Borsio, Crana, Giupedo; e ne' Monti Davonio, onde agli Aversani si passa, Dasile, e Carotto. Villa era l'altra Comunità, a cui s'aspettavano Ponteila, Clavera, dove le rovine tuttavia si veggono d'un Castello, Santo Eusebio, Caneto, Poiro, Tajedo, dove gli abitatori, ch'erano anticamente a Pondeja ne' Confini, si trasportarono, e Pyrario. Il Fiume Lovero divideva questa Comunità della Pregallia. Or dopo la distruzione di Piuro, Villa, è sottentrata a far la prima Figura."
Nel medesimo Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie in Valtellina e Valchiavenna crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi.


Tabiadascio

Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno.

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Fu la bufera napoleonica a determinare una svolta storica, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. Per alcuni mesi, dopo il 1797, comunque, rimase in piedi l'ipotesi di un'aggregazione di Valtellina e Valchiavenna, come Quarta Lega, alla federazione grigiona, cui non erano contrari né Napoleone né Diego Guicciardi, cancelliere di Valle del libero popolo valtellinese. Il soprendente voto nei comuni delle Tre Leghe Grigie, di cui giunse notizia il primo settembre 1797, chiuse, però, definitivamente questa prospettiva: 24 si espressero contro, 21 a favore, 14 si dichiararono incerti e 4 si astennero. Di conseguenza il 10 ottobre 1797 Napoleone dichiarò Valtellinesi e Valchiavennaschi liberi di unirsi alla Repubblica Cisalpina. Seguì, il 22 ottobre, l'unione della Valtellina e dei Contadi di Bormio e Chiavenna alla Repubblica Cisalpina ed il 28 ottobre la confisca delle proprietà dei Grigioni in Valtellina. In Valchiavenna tutti i comuni aderirono alla Cisalpina, ad eccezione di quelli della Valle di San Giacomo e di Villa di Chiavenna. Villa, in particolare, chiese l’aggregazione alle Tre Leghe con pari diritti ed il 29 ottobre ottenne il Bundnerrecht. Il 18 novembre, però, il commissario con incarichi speciali per la Valchiavenna, Antonio Aldini, minacciò un in­tervento armato, inducendo il comune all'adesione alla Repubblica Cisalpina. A questa seguì nel 1805 il Regno d'Italia, nel quale il comune di Villa, nel Cantone VI di Chiavenna, contava 650 abitanti. Nel 1807 esso contava 633 abitanti , ed era composto dalle frazioni di San Barnaba (23), Cheto (85), Case Scattoni (199), Forati (35), Ponteggia con San Sebastiano (158), Caneto (98), Giavera (65).


Tabiadascio

Il Congresso di Vienna, nel 1815, anche grazie all'operato della delegazione costituita dal chiavennasco Gerolamo Stampa e dal valtellinese Diego Guicciardi, sancì l'aggregazione del dipartimento dell’Adda al Regno Lombardo-Veneto, sotto il dominio della casa d’Austria. Il dominio asburgico portò importanti novità, che diedero un impulso importante all'economia di Chiavenna e della Valchiavenna, costruendo fra l'altro la strada che collegava Chiavenna, attraverso la val Bregaglia ed il passo di Maloja all'Engadina. Nel 1853 Villa contava 955 abitanti.
Alle guerre risorgimentali parteciparono diversi abitanti di Villa di Chiavenna, Allegrangi Andrea fu fu Giovanni (1859-60-61), Caroli Pietro fu Giorgio (1866), Cominotti Giuseppe fu Antonio (1848), Cominotti Francesco di Tomaso (1866), Caroli Antonio fu Giorgio (1866), Del Bondio Giovanni fu Giuseppe (1860-61), Del Molino Luigi di Antonio (1866), Donati Giovanni fu Sebastiano (1866), Donati Giuseppe fu Guglielmo (1860-61), Donat Pietro fu Filippo (1848), Del Bondio Giorgio fu Giuseppe (1866), Donati Bartolomeo fu Guglielmo (1860-61-66), Folladori Giuseppe fu Marco (1860-61-66), Folladori Giuseppe fu Marco Andrea (1859-60-61), Gini Domenico fu altro (1859-60-61), Gini Giacomo di Pietro (1860), Giorgetta Andrea fu Stefano (1860-61), Giorgetta Francesco fu Tomaso (1866), Giorgetta Andrea fu Gaudenzio (1866), Giorgetta Domenico di Davide (1860-61), Giorgetta Giorgio di Antonio (1860-61), Giorgetta Giorgio fu Giorgio (1866), Giorgetta Antonio di Davide (1848), Giorgetta Giuseppe fu Sebastiano (1848), Giacomini Giovanni fu Domenico (1866), Giacomini Giorgio fu altro (1860-61), Gini Antonio fu Giuseppe (1866), Gini Giacomo di Gaudenzio (1860-61), Gini Pietro di Gaudenzio (1866), Gini Giovanni Antonio fu altro (1860-61-66), Maroffio Giovanni Andrea fu Stefano (1848), Martinoli Domenico fu Antonio (1848), Martinoli Giovanni di Giuseppe (1866), Orlandini Guglielmo fu Pietro Antonio (1866), Orlandini Giuseppe fu Pietro Antonio (1860-61-66), Pianta Enrico (1866-70), Pedrini Serafino fu Pietro (1860-61-66), Pedroni Giovanni di Francesco (1860-61), Pedroni Giacomo di Pietro (1866), Pedrini Tomaso fu Pietro (1860-61), Pedrini Gaudenzio di Tomaso (1866), Rosini Andrea fu Andrea (1866), Rosino Antonio di Pietro Antonio (1860-61), Snider Ottavio fu Giovanni Battista (1866), Snider Giuseppe fu Giuseppe (1866), Snider Pietro di Giovanni (1866), Snider Agostino fu Battista (1866), Snider Giovanni Battista fu altro (1866), Snider Gaudenzio di Giovanni (1866), Scinchetti Giuseppe fu Francesco (1866), Scinchetti Giuseppe di Bartolomeo (1866), Scinchetti Gaudenzio fu Giovanni (1860-61-66), Scinchetti Bartolomeo di Giuseppe (1866), Scinchetti Gaudenzio fu Giovanni (1866), Scinchetti Antonio fu Giovanni (1860-61), Succetti Giovanni di Giovanni (1860-61), Tognascioli Giovanni Battista di altro (1866), Tognascioli Giovanni fu Gaudenzio (1866), Tantini Domenico di Paolo (1860-61), Tononi Giovanni di Pietro (1860-61-66), Tononi Pietro fu Serafino (1860-61-66), Telagini Giacomo fu altro (1848), Tam Guglielmo fu Giuseppe (1848), Tam Giovanni Marco di Giovanni Battista (1866), Tonola Giovanni fu Serafino (1848), Tam Francesco fu Giorgio (1866) e Tantini Giovanni Battista di Paolo (1866).


Pian Cantone

Alla proclamazione del Regno d'Italia, nel 1861, Villa di Chiavenna contava 1032 abitanti, saliti a 1136 nel 1871 ed a 1335 nel 1881. Nel 1901 gli abitanti erano 1312, scesi a 1237 nel 1911.
La Statistica curata dal prefetto di Sondrio Scelsi nel 1866 ci offre i seguenti dati su Villa di Chiavenna. Il centro era diviso nelle tre frazioni di Ca' degli Scattoni, San Sebastiano e San Barnaba. A Ca' degli Scattoni vivevano 279 persone, 138 maschi e 141 femmine, in 52 famiglie e 36 case, di cui 4 vuote. A San Sebastiano vivevano 100 persone, 53 uomini e 47 donne, in 20 famiglie e 16 case. A San Barnaba vivevano 47 persone, 23 uomini e 24 donne, in 10 famiglie e 7 case. Si registravano poi diversi casali. A Ca' dei Foratti vivevano 105 persone, 57 maschi e 48 femmine, in 16 famiglie e 16 case, di cui 3 vuote. A Canite vivevano 71 persone, 32 maschi e 39 donne, in 10 famiglie e 13 case, di cui 4 vuote. A Chete vivevano 116 persone, 54 maschi e 62 donne, in 21 famiglie e 20 case, di cui 3 vuote. A Giavera vivevano 63 persone, 29 maschi e 34 donne, in 12 famiglie e 13 case, di cui 2 vuote. A Ponteggia vivevano 197 famiglie, 103 maschi e 94 donne, in 37 famiglie e 30 case, di cui 3 vuote. In case sparse, infine, vivevano 22 persone, 16 uomini e 6 donne, in 4 famiglie ed una casa. Nel 1866 morì a Custoza Agostino Snider, di Villa di Chiavenna.

Il pimo decennio post-unitario fu caratterizzato anche da un'accelerazione del flusso migratorio verso continenti extra-europei, con una sessantina di abitanti di Villa che vi si erano stabiliti.
Nel 1892 il vescovo di Como Andrea Ferrari giunse a Villa in visita pastorale e vi trovò 1496 parrocchiani, la chiesa di San Barnaba apostolo, gli oratori della Beata Vergine della Salute in Chete, della Beata Vergine Addolorata in Cannete, dell'Immacolata. Nella chiesa parrocchiale prepositurale di San Sebastiano martire erano attive le confraternite del Santissimo Sacramento e del Santissimo Rosario.
Pesante, come per tutti i comuni della provincia, il contributo di vittime che Villa di Chiavenna dovette pagare alla Prima Guerra Mondiale. Il monumento ai caduti sulla piazza della chiesa parrocchiale di S. Sebastiano commemora i seguenti caduti nella prima guerra mondiale: Giacomini Gioacchino, Tam Serafino, Giorgetta Geremia, Gini Alfredo, Tam Luigi, Ghiggi Luigi, Pedroni Pietro, Rosina Battista, Martinoia Ottavio, Folladori Pietro Giovanni, Maraffio Felice e Tam Andrea. Morirono per malattie contratte per cause di guerra i soldati Succetti Giovanni, Pedrini Pietro, Maraffio Pietro, Ghiggi Vittorio, Pedrini Giovanni Battista, Sciucchetti Giovanni e Martinoli Cesare.


Villa di Chiavenna

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L’andamento demografico nel periodo fra le due guerre fa registrare abitanti 1296 abitanti nel 1921, 1196 nel 1931 e 1128 nel 1936.
Ecco lo spaccato che di Villa di Chiavenna ci offre, nel 1928, Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Continuando la nazionale si giunge, dopo circa km 7 da Chiavenna, a Villa (m. 625 - ab. 979-1271 - Poste e Telegrafo - Medico condotto - Farmacia - Dogana - Auto per Chiavenna e Castasegna ed anche per l'Engadina - Articoli ciclistici - Albergo Belvedere - Società per l'illuminazione elettrica - Diversi crotti - Cooperativa di consumo). Villa è pure il punto di partenza per la salita al pizzo Galleggione.
E' terra molto antica, come attesta una pergamena del 988. Nella parrocchiale vi è una statuetta della Madonna ritenuta di pregio, già nella chiesa di Castelnuovo, un calice d'argento, altro d'ottone bizantino, una bella croce processionale d'argento, un'altra di legno intagliato con dorature, le statue di S. Sebastiano, S. Giuseppe e S. Rocco. Il parroco possiede una pregevole incisione in rame, alta circa un metro. Bello è l'armadio in sagrestia. Don Pietro Buzzetti informa che la chiesa possiede tre frammenti delle reliquie di santa Rosalia, raccolte e donate da un nativo che si trovava a Palermo quando si scoprì il corpo della Santa. Egli loda anche il disegno della facciata a due ordini, e rifrisce che la torre aveva delle bifore, che vennero otturate nell'innalzamento eseguito nel 1841.


Tabiadascio

Nel vicino Ponte del Covolo gode fama un'acqua minerale non ancora analizzata. A sinistra del Mera, nella frazione di Chete, vi è l'oratorio della Madonna "Salus in periculis" del 1716, che possiede un bell'altare in marmo e pregevoli quadri, doni degli emigrati a Venezia. La chiesa di San Barnaba fu già chiamata San Martino di puri, e rimonta al 1136. La pala dell'altar maggiore con la Vergine e il Bambino fu dipinta nel 1763 da un lanzani di Como. Pregevole il quadro di S. Antonio Abate nella cappella a destra. Altra Madonna col Bambino proviene da Napoli. In sagrestia si conserva una ricca croce processionale d'argento e un vago calice bizantino. La torre è romanica con bifore accecate. Alla frazione di Canneto l'oratorio dell'Addolorata del 1766 ha un bel portale in pietra, un ricco messale di velluto con lamine d'argento e l'altare in legno intagliato. Vicino al Ponte della Mera la Via Crucis è di F. Prevosti. L'oratorio dell'Immacolata, costrutto nel 1641, possiede una bella ancona, e un vaghissimo calice. Sulla collina sorgeva il castello di Clavera. La chiesa di S. Eusebio è nominata in un documento del 1178. A circa km. 2 oltre Villa s'incontra il confine svizzero segnato dal torrente Lovero (m. 683). Ivi trovasi la dogana e la fabbrica di birra Gianotti...."
Nella seconda guerra mondiale caddero Martinoia Cornelio, Pedroni Giovanni, Folladori Siro, Martinoia Giorgio, Pedroni Pietro, Pedroni Luigi, Pedrini Mario, Martinoli Luigi e Folladori Aurelio.
Nel secondo dopoguerra gli abitanti di Villa di Chiavenna erano 1320 nel 1951 e salirono a 1404 nel 1961 ed a 1424 nel 1971. Poi scesero a 1245 nel 1881, 1133 nel 1991, 1116 nel 2001, 1030 nel 2011 e 1010 nel 2014.
Nel 1950 iniziò la costruzione della diga del cosiddetto lago di Villa, le cui acque alimentano la centrale di Chiavenna-Tanno.


Tabiadascio

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Bibliografia

Sciuchetti Aldo, Giorgetta Giovanni, Giacomini Mario (a cura di), “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Villa di Chiavenna ”, Società storica valtellinese e Centro di studi storici valchiavennaschi, 1977

Giorgetta Giovanni, Ghiggi Stefano (con profitlo del dialetto di Bracchi Remo), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010


Monumento ai caduti di Villa di Chiavenna

CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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