Prima di lasciare la piana di Biandino, può essere interessante considerare qualche notizia sul santuario della Madonna della Neve (m. 1590), che ne costituisce il punto di riferimento più importante e di cui il rifugio è parte integrante (il santuario, infatti, è il complesso costituito dalla chiesetta, dall’alloggio del sacerdote e dal rifugio Madonna della Neve di Biandino, che ha una disponibilità di 25 posti letto). La valle è parte del plesso delle valli del Bitto, e gode di una situazione climatica particolarmente favorevole; per questo, fu sempre molto popolata da alpeggiatori (oltre cento, nel secolo XVII), ma anche da pastori e dagli operai che lavoravano alle miniere di ferro del vicino conglomerato dell’alta val Varrone. Ciò fece nascere l’esigenza di costruire un santuario per il culto, dal momento che Introbio non era facilmente raggiungibile.

Fu così edificata la chiesetta, nel 1664, dalla famiglia Annovazzi, insieme con l’annesso alloggio per il sacerdote che doveva salirvi a dir messa. Il santuario, custodito fino alla metà del secolo scorso dagli alpeggiatori, assunse ulteriore importanza nell’Ottocento, quando gli abitanti di Introbio, per ringraziare la Madonna che li aveva preservati dalla grave epidemia di colera del 1836, istituirono la processione del 5 agosto, giorno in cui si ricorda la Madonna della Neve: da allora ogni anno salgono qui percorrendo la Via del Bitto. L’edificio attuale è l’esito della ricostruzione del 1947, dopo che, il 13 ottobre 1944 venne distrutto dai nazi-fascisti, per togliere ai partigiani una possibile base di appoggio
(destino, questo, comune a numerosi altri rifugi o baite nell’arco orobico e retico).
Bene: arricchiti da questi ulteriori elementi storici, percorriamo il tragitto che separa il santuario dalla bocca di Biandino (m. 1487), cioè dalla piccola forra del torrente Troggia che immette direttamente alla piana. Percorrendo un chilometro circa, su una pista sterrata, utilizzata dai fuoristrada che fanno la spola da Introbio ai rifugi, lasciamo alla nostra destra le baite dell’alpe, adagiate ai piedi della tranquilla sponda di Biondino, e la raggiungiamo:


qui si trovano due altri rifugi, il Tavecchia, ben visibile, un po’ rialzato, alla nostra destra,
ed il Bocca di Biandino, più appartato, su un bel costone di roccia, alla nostra sinistra. Prima di iniziare la discesa fino ad Introbio, gettiamo uno sguardo alla val Biandino, che da qui mostra bene la forma ad “U” che caratterizza i solchi alpini scavati dall’azione erosiva dei ghiacciai. Gustiamo ancora per qualche istante la sua dolcezza e salutiamo il marcato profilo del Pizzo dei Tre Signori, che la chiude, sulla destra: gli scenari che ci attendono sono, infatti, differenti, più aspri, anche se non meno suggestivi.
La pista attraversa il torrente, da destra a sinistra, su un ponte;
noi, invece, rimaniamo alla sua destra ed imbocchiamo la mulattiera segnalata come Via del Bitto, che percorre il fianco occidentale della val Troggia (la valle, da qui, assume questo nome), caratterizzato, nella parte alta, da grandi balze di rocce rossastre e strapiombanti.
Nel primo tratto, infatti, camminiamo a ridosso del fianco roccioso della valle, raggiungendo, in breve, un monumento collocato proprio sul ciglio di un precipizio, a 1460 metri (attenzione a non sporgersi!) e costituito da una piccola piramide, sulle cui facce è scritto 55°Rosselli. La piramide celebra il coraggio dei partigiani della formazione intitolata ai fratelli Carlo e Nello Rosselli, celebri esponenti antifascisti, del movimento Giustizia e Libertà, assassinati nel 1937 a Parigi. Dalla piramide possiamo dominare l’intera valle, al cui sbocco, nell’ampia conca della Valsassina, è posta la meta, Introbio.
Proseguendo nella discesa, superiamo una piccola porta nella roccia ed un piccolo corso d’acqua laterale, e ci allontaniamo progressivamente dal solco del torrente; ed alla nostra sinistra si aprono i prati delle baite della Scala (m. 1379; la denominazione si riferisce ad un toponimo molto diffuso fra le montagne lombarde, che significa “salto roccioso”).
Subito dopo, il sentiero, varcata una seconda porta nella roccia, passa ai piedi di una piccola cascata, che solca un salto di rocce rosse e levigate, e comincia a scendere, con una serie serrata di tornanti, in un bel bosco, fino a quota 1300 circa. Nella discesa siamo accompagnati dai segnavia biancorossi, con la sigla "VB", che costellano l'intero percorso dalla bocchetta della Cazza fino ad Introbio. Usciti dal bosco, possiamo osservare, sul lato opposto della valle, la pista, con fondo sterrato ed in cemento: la scelta di tracciare la pista sul versante orientale, suggerita anche dalla natura meno aspra del versante montuoso, ha preservato, per buona parte, l’antica Via del Bitto, così densa di significati storici.
Nella successiva discesa il sentiero oltrepassa una piccola macchia di betulle, che ne fanno da gentile cornice, ed un meno bucolico
corpo franoso, prima di rientrare nel bosco e di riavvicinarsi al torrente, che però, ora, non corre più nascosto da aspri salti di roccia, ma si mostra, fra rocce levigate e candide, di un bel colore verde, pochi metri sotto di noi, alla nostra sinistra.
Perdiamo, così, altri duecento metri circa, ed abbiamo modo di osservare con attenzione il selvaggio vallone che solca il lato opposto della valle. Superiamo, quindi, il torrentello dell’Acqua Torcia, prima di avvertire qualche belato di capra: non si tratta di un gregge che vaga liberamente al pascolo, ma delle capre, allevate con altri animali, nell’agriturismo “La Baita”, che ritroviamo appena sopra la mulattiera, alla nostra destra. Può essere un buon punto di appoggio per il ristoro (se ne fossimo interessati, possiamo telefonare al numero 347 5212186).
Pochi metri più in basso, la Via del Bitto confluisce nella pista sterrata, che, nel frattempo, si è portata sul lato occidentale della valle.
Dobbiamo, quindi, seguirla per un breve tratto, fino ad incontrare una fontana alla nostra destra, fatta edificare dalla S.E.L. (Società Escursionisti Lecchesi) in memoria di Umberto Pozzoli, giornalista e poeta lecchese che ne fu socio (1901-1930). Un cartello ci indirizza alla selva sulla nostra sinistra, dove, pochi metri più in basso, si trova un altro luogo di notevole interesse storico. Si tratta dell’Acqua di San Carlo (m. 1059), sorgente legata ad un miracolo che, si narra, venne compiuto dal celebre arcivescovo milanese dell’età controriformistica (1538-1584). Costui era noto per il grande zelo pastorale e, probabilmente di ritorno ad una visita alle parrocchie del Canton Ticino (che allora rientrava nella Diocesi di Milano), si fermò proprio in questo luogo; arso dalla sete, fece sgorgare da un masso, come Mosè, una fresca sorgente. Da allora il luogo divenne meta di pellegrini, e, per accoglierli, venne costruita una piccola piazzola, di 5 metri di diametro, ancora oggi visibile. L’attuale manufatto in blocchi di verrucano lombardo (la roccia rossastra che caratterizza, come abbiamo visto, il fianco occidentale della val Troggia) risale al 1934.
Risaliamo alla pista e seguiamola ancora per un tratto, fino a trovare, sulla sinistra, il cartello che segnala la ripartenza della mulattiera, che se ne stacca seguendo un percorso più basso, all’ombra di un bosco di castagni,
fino a scendere al letto del torrente e ad attraversarlo su un ponticello, il Ponte dei Ladri.
Dopo un breve tratto, ignorata la deviazione sulla sinistra per il rifugio Grassi,
scendiamo ad un gruppo di castagni di considerevoli dimensioni,
a valle dei quali la mulattiera intercetta di nuovo la pista, nel tratto immediatamente successivo al Primo Ponte (m. 849), che riporta quest’ultima al lato sinistro della valle.
Dobbiamo scendere, ora, per un buon tratto, passando anche accanto, a quota 750 metri circa, ad una bella baita isolata.
Poco sotto, a quota 728, in corrispondenza di un tornante destrorso, incontriamo un cartello che segnala l’ultimo tratto della mulattiera, che si stacca sulla sinistra dalla pista. Si tratta di un tratto breve (Sant’Uberto è data a 10 minuti, Introbio a 20), ma estremamente interessante,
perché il fondo della mulattiera diventa qui bellissimo, un grisc accurato, una piccola opera d’arte.
Scendendo, incontriamo anche un vecchio cippo, con le indicazioni per il rifugio Grassi: curiosamente, vi leggiamo la scritta “BIANDINO” con le due enne rovesciate.
Poco sotto, ecco Sant’Uberto (m. 650), una cappelletta votiva dedicata al protettore dei cacciatori,
posta sulla sinistra della mulattiera che, uscita dal bosco, scende alle case della parte alta del centro storico di Introbio.
La mulattiera termina proprio ad una delle strette vie che si snodano fra le case, a quota 600 metri circa.
Scendendo per un tratto in paese, incontriamo la Torre del Pretorio, di origine medievale, ma rifatta in epoca Rinascimentale.
La fortificazione di Introbio si spiega considerando la sua posizione strategica nella bassa Valsassina, come porta di accesso al territorio lecchese.
Ma è l’intero paese che merita di essere visitato, chiamando a raccolta le energie residue dopo una discesa che ci ha fatto perdere circa 1000 metri di quota, in poco più di un paio d’ore di cammino.
Di particolare interesse è la villa Migliavacca (1913), adibita ora a sede municipale.
Termina così una lunga traversata che ci ha offerto più di uno spunto per una suggestiva immersione in un passato più o meno lontano. Riemergiamo al presente, arricchiti, però, da un’esperienza di straordinario interesse.
Qualche indicazione per chi intende effettuare la traversata in senso contrario. Chi viene dalla Valtellina può raggiungere Introbio staccandosi all’altezza di Bellano dalla superstrada ss. 36 del lago di Como. All’uscita dallo svincolo, non si scende in paese, ma si prende subito a sinistra, seguendo le indicazioni per la Valsassina. Salendo, si incontra la deviazione a sinistra per Tremenico e Premana, e la si ignora, seguendo le indicazioni per Lecco. Si passa così da Cortenova, dove desta impressione, sulla sinistra, lo spettacolo della grande frana che si è staccata dal fianco montuoso nel novembre 2002, sommergendo una fabbrica ed alcune abitazioni. Si raggiunge poi Primaluna, e subito dopo Introbio. Per trovare la partenza della mulattiera, si può prendere come riferimento la chiesa parrocchiale
e dirigersi verso destra (per chi è rivolto verso la facciata e guarda a monte), in direzione della caserma dei carabinieri. Svoltando a sinistra, si sale nella zona della Torre del Pretorio, e si cerca la via per Biandino, in cima alla quale si trova la partenza della mulattiera.

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