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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
S. Antonio di Scianno-Alpe Vezzola-Lago Nero-Punta di Lago Nero-Val Trela-Alpe Trela-Alpe Vezzola-S.Antonio di Scianno
7-8 h
1200
E
SINTESI. All’uscita da Bormio, proseguire per un tratto sulla ss. 38 dello Stelvio, lasciandola, però, prendendo a sinistra sulla strada provinciale per il passo di Foscagno e Livigno che, dopo 3 km da Bormio, ci porta alla frazione di Fiordalpe Turripiano. Qui, annunciata da un cartello che segnala le Torri di Fraele e Pedenosso, troviamo, subito dopo la secentesca chiesa della Madonna della Pietà (o dell’Addolorata) ed una semicurva a destra, una deviazione sulla destra, che imbocchiamo per cominciare a salire sul versante settentrionale della Valdidentro, trovando ben presto un bivio. Qui, ignorata la strada che sale verso destra (indicazioni per Cancano e le Torri di Fraele), stiamo sulla sinistra, cioè sulla strada che sale a Pedenosso. Giunti a Pedenosso, non scendiamo sulla sinistra verso il paese, ma proseguiamo diritti, passando sopra il cimitero e la chiesa parrocchiale dedicata ai santi Martino e Urbano. Nella successiva salita impegnamo un tornante dx ed uno successivo sx, prima dell’ultimo traverso che conduce a S. Antonio di Scianno. Ignorata una deviazione, sulla nostra destra, per le Torri di Fraele, siamo alle poche case della frazioncina, posta a 1650 metri. Poco oltre, la strada supera su un ponticello il torrente Scianno, e raggiunge uno slargo al quale parcheggiamo. Cominciare a salire su una pista sterrata, che nel primo tratto procede all’ombra di un bel bosco di larici, con pendenza media, e ne esce dopo pochi tornanti, in vista delle prime baite, disseminate ad una certa distanza l’una dall’altra. Superato un grande edificio che mostra, sulla facciata, la scritta “Rosalpe”, raggiungiamo l’incrocio con la decauville dell’A.E.M. che corre pianeggiante sulla quota 1880 dalla strada per le Torri di Fraele ad Arnoga. Siamo all’alpe Gattonino ed ignoriamo la decauville, proseguendo nella salita, e superando alcuni tornanti; ad un nuovo bivio ignoriamo la pista di destra, e prendiamo a sinistra (un cartello segnala Val Vezzola, alpe Trela e Lago Nero). Proseguiamo, dunque, nella salita, sempre in terreno aperto; dopo una semicurva a destra giungiamo in vista delle prime baite dell’ampia alpe Vezzola (m. 2091). Ad un bivio prendiamo a destra, seguendo la pista in leggera salita, che descrive un ampio arco di cerchio e passa alta sopra una bellissima conca-pianoro al centro dell’alpe, terminando presso l’ultimo gruppo di baite di Vezzola (m. 2161). Qui troviamo un crocifisso in bronzo in un’edicola di legno. Un segnavia segnala che stiamo imboccando il sentiero n. 176. Si tratta di un sentiero non largo, ma ben marcato, che aggira alcune roccette alla nostra destra e si addentra sul fianco destro (per chi sale) della non ampia Val Vezzola. Il sentiero rimane diverse decina di metri più in alto rispetto al torrente ed alterna alcuni tratti in decisa salita ad altri in falsopiano, superando una portina nella roccia ed un canalone erboso che scende dal crinale alla nostra destra. Giungiamo, così, alla stretta della valle, nella quale il sentiero si riavvicina al torrente, sempre rimanendo alla sua destra. Superata la stretta, ci affacciamo ad un ampio pianoro, sul cui fondo, proprio diritta davanti a noi, possiamo vedere la cima di Lago Nero. Percorrendo il pianoro, siamo ad un bivio. La traccia che prende a destra sale alla bocchetta di Trelina, dalla quale si scende facilmente all'alpe Trela (anello breve). Per percorrere l'anello lungo proseguiamo invece diritti (direzione ovest). Il sentiero, abbastanza marcato, supera, da destra a sinistra, il torrente che scende da un canalone, cominciando poi a risalire un costone erboso con diversi tornanti, fino ad approdare all’ampio circo dell’alta Val Vezzola. Qualche segnavia rosso-bianco-rosso ci rassicura sulla correttezza del nostro cammino. Siamo ad un largo e modesto pendio erboso, nel quale il sentiero si riduce a debole traccia. Seguendo la traccia che descrive un arco di cerchio, ci portiamo al gradino di erbe e roccette che sta proprio di fronte a noi e che ci separa dal ripiano del lago Nero. Proseguendo nella salita passiamo non distanti da un cippo bianco, che commemora il sottobrigadiere della Guardia di Finanza E. Marcon. Dopo diversi tornanti di salita verso ovest ci affacciamo all’ampia conca che ospita il lago Nero (m. 2550). Scesi a destra del lago, troviamo un bvio segnalato, ma non seguiamo nessuno dei due itinerari (destra e sinistra), bensì assumiamo una direzione intermedia a quella dei due itinerari segnalati, cioè prendiamo a nord-est. Superato la depressione di un vallone, saliamo, a vista, un ampio e facile corridoio erboso, fino a guadagnare un modesto ripiano che ospita, in una conca, un laghetto, dalla forma a “C”, posto proprio sotto la cima. Portiamoci sul lato opposto del laghetto ed attacchiamo il versante erboso, un po’ ripido ma non difficile, che ci porta alla sella immediatamente a sinistra della cima. Dalla sella prendiamo a destra e siamo alla punta di Lago Nero (m. 2626). Ci riportiamo poi alla vicinissima sella che abbiamo raggiunto salendo, ci volgiamo al versante opposto (a destra) e notiamo che, leggermente alla nostra sinistra, scende, verso nord, un canalone ampio e ripido, di sfasciumi. Con pazienza ed attenzione lo imbocchiamo. Procedendo con calma e scegliendo la direttrice meno ripida, dopo meno di un quarto d’ora tocchiamo un terrazzo posto un po’ più in alto rispetto all’altipiano cui giunge, sul lato opposto, il sentiero 131 (che parte dal lago Nero - indicazioni del cartello a destra). Poco distante dal punto raggiunto, alla nostra sinistra, sta un laghetto solitario. Poi prendiamo a destra, raggiungiamo l’ampio e facile canalone percorso dall’emissario del laghetto e, stando sul suo lato sinistro, lo seguiamo (direzione est), scendendo ad un altipiano. Percorriamo, quindi, l’altipiano verso destra, portandoci gradualmente verso il suo orlo ed osservando con attenzione: prima o poi vedremo un segnavia rosso-bianco-rosso che segnala il sentiero che abbiamo lasciato al lago Nero. Si tratta di un sentiero con traccia non sempre evidente, ma i numerosi segnavia ci guidano nella discesa verso la parte occidentale della Val Trela. Il sentiero con ampi tornanti intercetta il sentiero che percorre la Val Trela in prossimità del passo di Val Trela (m. 2295). Al passo, però, abbandoniamo l’itinerario 131 che passa per Trepalle e termina a Livigno, e prendiamo in direzione opposta, cioè a destra (est-sud-est), percorrendo, su sentiero largo e con fondo ottimo, lo stretto solco della Val Trela. Superata una simpatica pozza, tagliamo il versante di sinistra della valle, affiancando per breve tratto un torrentello, che poi ci lascia per abbassarsi ad una piccola gola. Il sentiero, molto riposante, propone un lungo tratto pianeggiante, poi si abbassa anch’esso ad un bel terrazzo erboso, e di qui, finalmente, all’ampia conca dell’alpe Trela. Il sentiero porta diritto al ristoro dell’alpe Trela, alle baite di Trela (m. 2170). Qui ci ricongiungiamo anche con l’anello più breve, quello che scavalca la bocchetta di Trelina. Quindi dobbiamo procedere verso sud-est (verso il lato opposto dell'alpe rispetto a quello d'ingresso), seguendo un sentiero appena accennato. Ci guidano segnavia ed ometti. Restando sul suo lato destro, dopo circa mezzora di cammino siamo ai 2349 metri delle bocche di Trela. La discesa verso l’alpe Vezzola segue dapprima un accenno di pista, che descrive un breve arco verso destra e passa a sinistra di un pianoro con terreno di torbiera. Poi procediamo su un sentiero sempre evidente, che procede un po’ a zig-zag, stando a destra della modesta gola scavata da un torrentello. Il sentiero termina alla pista che ci ha portato sul limite dell’alpe Trela (non ci sono, qui segnalazioni): prendendola verso sinistra, cominciamo la lunga discesa che ci riporta a S. Antonio di Scianno, dove ritroviamo l'automobile.


Pedenosso (clicca qui per ingrandire)

Il territorio del comune di Valdidentro offre una grande ricchezza di opportunità escursionistiche. Chi ama scenari tranquilli e solitari può optare per un bell’anello escursionistico che, con base a S. Antonio di Scianno, piccola frazione posta quasi sulla verticale di Isolaccia, tocca le Valli Vezzola e Trela, verdissime ed incantevoli. In realtà non esiste un unico anello possibile, ma almeno tre, di diverso sviluppo ed impegno.
Per raggiungere S. Antonio dobbiamo, all’uscita da Bormio, proseguire per un tratto sulla ss. 38 dello Stelvio, lasciandola, però, prendendo a sinistra sulla strada provinciale per il passo di Foscagno e Livigno che, dopo 3 km da Bormio, ci porta alla frazione di Fiordalpe Turripiano. Qui, annunciata da un cartello che segnala le Torri di Fraele e Pedenosso, troviamo, subito dopo la secentesca chiesa della Madonna della Pietà (o dell’Addolorata) ed una semicurva a destra, una deviazione sulla destra, che imbocchiamo per cominciare a salire sul versante settentrionale della Valdidentro, trovando ben presto un bivio. Qui, ignorata la strada che sale verso destra (indicazioni per Cancano e le Torri di Fraele), stiamo sulla sinistra, cioè sulla strada che sale a Pedenosso, a 2 km dalla strada per il Foscagno.
Giunti a Pedenosso, non scendiamo sulla sinistra verso il paese, ma proseguiamo diritti, passando sopra il cimitero e la bella chiesa parrocchiale dedicata ai santi Martino e Urbano. Nella successiva salita impegnamo un tornante dx ed uno successivo sx, prima dell’ultimo traverso che conduce a S. Antonio di Scianno. Ignorata una deviazione, sulla nostra destra, per le Torri di Fraele (si tratta di una stradina che taglia il versante giungendo ad intercettare la strada per Cancano e la Val Fraele), siamo alle poche case della frazioncina, posta a 1650 metri ed a circa 2 km da Pedenosso.
Ci accoglie la bella chiesetta secentesca di S. Antonio, che è legata ad una leggenda, che trascriviamo dal bel volume dedicato al comune di Valdidentro (“Valdidentro, storia, paesi, gente”, di Lorenza Fumagalli, Manuela Gasperi e Marcello Canclini): “Secondo la leggenda ricordata nelle “memorie per servire alla storia ecclesiastica di Bormio” dello storico Ignazio Bardea, S. Antonio Levinese provenendo dalla Germania verso il Bormiese, passò sulla strada di Fraele ed in memoria del santo fu costruita la chiesa dedicata a S. Antonio abate. Si tratta di una semplice chiesa a navata unica alla quale è stato aggiunto un corpo laterale. La chiesa ha un carattere tipico alpino, con tetto a spiovente facciata con portale d’ingresso intagliato, sovrastato da un finestrone, mentre altre due finestre affiancano la porta. La chiesa non ha campanile, ma una campana è retta da un modesto cavaliere.” Nei pressi di S. Antonio, infatti, passava la storica strada per la Germania, dallo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica di Cristina Pedrana (2004):
In Alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta". Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina…La via lunga di Fraele… passava nei pressi della chiesa di San Gallo, raggiungeva Premadio, saliva lungo le difficili "scale di Fraele" fino alle torri, da lì lungo la dolce valle di San Giacomo, oltrepassata l'osteria "hospitalis", di cui si parla in una pergamena del 1287 situata nei pressi della stagione invernale, l'unico punto pericoloso, ai piedi delle torri di Fraele, era superato da una via artificiale costruita con tronchi e assi di legno, perciò poteva essere percorsa anche da cavalli con la soma.
Il primo accenno a questa strada si trova in un documento del 1334; l'ospizio di San Giacomo, però, è citato in documenti molto più antichi. Come attestano alcune fonti, dal 1357 in avanti risultò per molto tempo la via preferita dai cavallanti anche grazie alle continue migliorie apportate. Così la via di Umbrail perse man mano importanza, anche se continuava ad essere percorsa da molti per la brevità del suo tracciato.Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura. Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal
1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600."
Ora, nel tratto fra Premadio e le Torri di Fraele la via via lunga di Val Venosta non puntava diritta alla soglia della Val Fraele, ma passava per Pedenosso e giungeva fin quasi a S. Antonio, prima di deviare a destra e raggiungere il piede del canalone che veniva superato da una salinatura in legno (le Scale, appunto). C’è da dire che la presenza di una chiesetta dedicata a S. Antonio Abate nei pressi di un ampio sistema di alpeggi non stupisce affatto, considerato che la devozione al santo, protettore degli animali, era assai viva fra i pastori, per i quali la vita di ogni singolo capo era preziosissima. Considerato che questi alpeggi sono delimitati, in diversi punti, da boschi ripidi o da salti di roccia, si capisce facilmente che non si facesse economia di preghiere al santo e di raccomandazioni ai pastorelli che dovevano sorvegliare il bestiame al pascolo.  Nei pressi della chiesetta, infine, si sente la voce argentina e sempre gradita dell’acqua che zampilla da una fontana.
Poco oltre, la strada supera su un ponticello il torrente Scianno, che poi scende dal Sass de Scegn (o Cràp de Scèn) e raggiunge uno slargo al quale possiamo (anzi, dobbiamo, visto che la pista che parte da qui è chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) parcheggiare l’automobile. Tornando indietro, possiamo vedere la spaccatura della roccia dalla quale il torrente si getta verso il fondovalle; visto da qui, però, non si apprezza la vertiginosa verticalità del salto, che si vede bene, invece, da Isolaccia. Del resto un’ipotesi sull’origine del toponimo “Scianno” lo riconduce a “scamnulum” e “scamnum”, che significa banco di pietra, o anche di arenaria.
L’enorme roccione con una fessura nel mezzo è legato ad una leggenda assai nota, raccontata da Alfredo Martinelli nella raccolta “L’erba della memoria”. Eccone, in duplice versione, la sintesi di Maria Pietrogiovanna, nella raccolta dattiloscritta “Leggende in Alta Valtellina” (valfurva, 27 giugno 1998):
La fenditura che spacca il Sass de Scegn sarebbe legata al passaggio di un gruppo di zingari attraverso la valdidentro. Questi, giunti sopra la rupe che domina la frazione di Isolaccia, si liberarono della zingara più anziana, gettandola dall'alto del dirupo, in quanto ella rallentava la marcia della tribù. La donna, cadendo, maledisse i propri compagni ed il Sass de Scegn sussultò. Dove il torrente precipitava a valle, si aprì una fenditura nera che ingoiò tutta la tribù. Da allora l'acqua non spumeggiò più come prima, ma divenne torbida…
Nel 1505 una tribù di zingari, per recarsi nel nord, passò attraverso la Valdidentro e percorse il sentiero aereo che conduce a Pedenosso, correndo a metà del Sass de Scegn. Questo altro non è che una parete rocciosa, rossastra e d'aspetto dolomitico, che si staglia nitida e verticale sopra le case dell'abitato. In qualche punto la parete è alta più di settanta metri e divisa in due parti da una cascata che spumeggia torbida. Giunti vicino al Sass de Scegn gli zingari, come diavoli ghignanti, precipitarono nel baratro la zingara più vecchia della tribù, che li pregava di fermarsi un po' per riposare. Si udì la maledizione della vecchia, mentre nel medesimo attimo il Sass de Scegn sussultò e, dove l'acqua del torrente precipita, si aprì una fenditura nera che ingoiò gli zingari nel fondo. Da allora l'acqua non spumeggiò più come prima, ma divenne torbida, e l'eco del fragore si mutò in lugubre lamento, come se fossero gli affanni di mille anime in pena. Ora ad ogni secondo, l'eco ripete, per anni, per secoli: "Maledizione! Maledizione!". Nelle notti di luna gli spiriti malvagi di quegli zingari folleggiano lassù, dove è rimasta, come testimonianza del fatto accaduto, una nera spaccatura.”


Piana di Isolaccia (clicca qui per ingrandire)

Questa leggenda è legata alla fama non buona (per usare un eufemismo) di cui gli zingari godevano in passato. Scrive l’illustre dialettologo Remo Bracchi, nel saggio “Il dialetto bormino nei documenti d'archivio” (www.lombardiabeniculturali.it/bormio/saggi/dialetto/):
In uno degli interrogatori di questa raccolta il termine egiptii è certamente da interpretare come sinonimico di "zingari". Si trattava di una categoria considerata non molto diversa dalle due che precedono (sc. Giudei ed eretici). Attualmente i gitani nomadi si designano con l'appellativo sc'tròlich. La voce è attestata anche nei processi con una duplice valenza, una positiva, in seguito perduta, di "indagatore degli astri", dal lat. astrologus, quindi di "conoscitore del destino degli uomini", e una negativa prolungatasi fino al nostro tempo, di "vagabondo senza dimora e senza leggi". Specialmente nella versione femminile sc'tròliga designa in senso proprio la "zingara", in quello traslato la "donna vagabonda, poco seria, disordinata fisicamente e moralmente". Nel processo del 1571 è attestata anche la forma sincopata strolo”.
Al di là della leggenda della zingara, questo luogo era considerato fra i ritrovi privilegiati delle streghe nei loro sabba notturni.
“È impossibile percorrere il sentiero aereo per Pedenosso intagliato a metà parete sopra Isolaccia nella roccia del Sass de Scegn nelle sere di luna, quando l'astro è tondo nel cielo e si è ai giorni del solstizio d'estate o d'inverno. La parete è, difatti, piena di spaventi orribili, poiché è appunto in quelle notti che alcuni spiriti di zingari malvagi folleggiano, svolazzano e s'azzuffano come pipistrelli infuriati lungo quel dirupo a perpendicolo.” (Maria Pietrogiovanna, op. cit.).
Per questo la spaccatura nella roccia veniva chiamata anche "sclàpa de li strìa", cioè "fessura delle streghe". Il riferimento al solstizio d’estate non è casuale: era credenza diffusa che nella notte di San Giovanni, la più corta dell’anno, le forze del male si scatenassero per opporsi all’avanzata della luce ed invertire la tendenza a favore delle tenebre; fra l’atro si credeva che in tale notte le streghe e gli stregoni inserissero nei frutti, in particolare nelle mele, i bachi, che per questo motivo venivano chiamati “giuanìn”.
Un motivo in più per lasciarlo alle nostre spalle e cominciare a salire sulla pista sterrata, che nel primo tratto procede all’ombra di un bel bosco di larici, con pendenza media, dal quale esce dopo pochi tornanti, in vista delle prime baite, disseminate ad una certa distanza l’una dall’altra. L’ambiente è ampio e luminoso: alla nostra destra un’amplissima fascia di prati sale fino alle pendici della dorsale delle tre cime di Platòr, che nascondono la Val Fraele (il termine “Plator”, più che a “platea”, pianura, è da ricondursi all’espressione latina “in summo platorum”, cioè “alla sommità dei prati”, come da qui ben si vede). Alla nostra sinistra, invece, notiamo una bella serie di cime, che fanno da cornice alla Val Viola Bormina: comincia ad occhieggiare, sulla sinistra, la parete nord della cima Piazzi, che si imporrà sempre più come tema conduttore dell’escursione, seguita dalla cresta Sinigaglia, dal pizzo e dal corno di Dosdè. Molto bello anche il colpo d’occhio alle nostre spalle: oltre la striscia di fondovalle della Valdidentro, la conca di Bormio e la Valfurva. Il panorama ad est è chiuso, da sinistra, dalle cime gemelle del Monte delle Scale, dalla cima della Reit, dall’Ortles, dal monte Confinale, dal pizzo Tresero e dal monte Vallecetta.


Valdidentro (clicca qui per ingrandire)

Superato un grande edificio che mostra, sulla facciata, la scritta “Rosalpe”, raggiungiamo l’incrocio con la decauville dell’A.E.M. che corre pianeggiante sulla quota 1880 dalla strada per le Torri di Fraele ad Arnoga. Siamo all’alpe Gattonino, e troviamo anche un pannello con una grande carta che ci può aiutare, qualora ne avessimo bisogno, a chiarirci le idee. Ignorata la decauville, proseguiamo nella salita, e superando alcuni tornanti; ad un nuovo bivio ignoriamo la pista di destra, che sale all’alpe Pezze di Plator, e prendiamo a sinistra (un cartello segnala Val Vezzola, alpe Trela e Lago Nero).
Proseguiamo, dunque, nella salita, sempre in terreno aperto; dopo una semicurva a destra giungiamo in vista delle prime baite dell’ampia alpe Vezzola. Sarà perché la funzione di correzione ortografica automatica di un noto programma di videoscrittura corregge sistematicamente Vezzola in Vezzosa, sarà perché davvero i luoghi sono così, ma quest’alpeggio ha davvero un aspetto incantevole, che conquista. All’ingresso dell’ampia spianata dell’alpe ci accoglie una cappelletta, dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio, che reca scritto: “Gesù mio misericordia ai passeggeri assicura la tua via con un Pater Ave Maria!!!” La scritta manifesta una delle funzioni delle sacre edicole: punto di sosta e di preghiera, di invocazione dell’aiuto celeste, soprattutto per le insidie dell’andare. Insidie che non sembrano oggi retaggio del passato, come mostrano le cronache dei telegiornali estivi, che non mancano della notizia di qualche escursionista o fungiàtt che finisce per farsi male o addirittura perdere la vita. Qualche metro più in là una pista di servizio sale ad una graziosa baita con la parte inferiore in muratura e la superiore in legno, costruita con la tecnica dell’incastro negli angoli, chiamata “cardana” o “blockbau”.


Valdidentro (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo, e siamo in breve ad un bivio. Qui i cartelli non ci aiutano: c’è solo un vecchio cartello della Comunità Montana Alta Valtellina, che ci annuncia che siamo all’alpe Vezzola (m. 2091), sul Sentiero del Lago Nero, ma non ci fa capire se si debba prendere a sinistra o a destra. La pista di sinistra scende ad una presa d’acqua che imbriglia il torrente della Val Vezzola, il Cadangola. Il torrente scende poi lungo la ripida val Cadàngola e si congiunge con il torrente Foscagno, fra San Carlo e Semogo, per poi confluire nel torrente Viola.
La semisconosciuta Val Cadangola, un tempo utilizzata per accedere per via più diretta all’alpe Vezzola, al’alpe Trela ed alla Val Fraele, è anch’essa legata ad una leggenda, che ha come protagonista Foronin, il gobbo di Cadangola, che scoprì un mitico tesoro cui era però impossibile accedere. Per non farci mancare nulla, anche in questo caso consultiamo la raccolta di Maria Pietrogiovanna (cit.):
Cadangola è una valle misteriosa con sentieri faticosi che conducono alle Bocche di Trela, di Trelina, all'Alpe di Trela, alla Val dei Pettini e alle polledell'Adda per passaggi fra ghiaioni morenici dove la vita è assente. Lassù c'era un tempo la più ricca villeggiatura estiva delle capre, delle pecore e dei vitelli. Era il regno della pastorizia arcaica che durò fino alle stagioni ormai lontane in cui vi andava a far burro eformaggio Foronin,il gobbo di Cadangola. Foronin, ometto insolito creato proprio per quel mondo singolare, conosceva i segreti della sua montagna, dei suoi pascoli e dei suoi boschi. Una volta siera ricoverato sotto alcune rocce sporgenti a mo' di tetto, perché sorpreso da un temporale. Quando uscì da lì si accorse che gli brillavano gocce d'oro tra i capelli. Tornò sui suoi passi e scoprì una fessura per la quale trasudava acqua con pagliuzze lucenti, ma bisognava perdere troppo tempo per raccoglierne tanto quanto un ago d'abete. Foronin conosceva le buche disseminate sul crinale della Motta Grande e spiegava come brillassero candidissime sotto la luna, essendo il fondo di esse cosparso d'argento, ma non si eramai lasciato vincere dalla tentazione, perché temeva le burle della luna balorda. L'uomo sorrideva, raccontando quando aveva veduto le profondità delle Presure, e riteneva che il fondo delle voragini fosse tempestato di zaffiri e rubini, perché sfavillava come la luce dell'arcobaleno. Egli, però, non si eramai tentato di scendere, essendo ciò possibile solo nel plenilunio di marzo. Ma chi mai si sarebbe avventurato ad un'impresa simile in quella notte sacra?”
Profonda saggezza del gobbo di Cadangola: conoscere i limiti dell'umano e non volerli travalicare.


Cima Piazzi dalla pista per l'alpe Vezzola (clicca qui per ingrandire)

Ma torniamo al nostro bivio: qui prendiamo a destra, sulla pista in leggera salita, che descrive un ampio arco di cerchio e passa alta sopra una bellissima conca-pianoro al centro dell’alpe. Alle nostre spalle la nord della Piazzi celebra io suoi fasti: si mostra bellissima, ed ancor più lo sarà nelle prime ore della sera, al nostro ritorno. Sono giustificate le parole dell’alpinista e naturalista Bruno Galli Valerio, che, passando di qui l’11 agosto del 1900 (in “Punte e Passi”, trad. di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio 1998): “Attraversato il fiume sotto S. Carlo, attraversata la valle di Foscagno, risaliamo la valle di Vezzola per raggiungere la Bocchetta di Trela. E' una traversata magnifica. Il piano di Vezzola è un vero parco, fatto da prati verdeggianti intramezzati da boschetti di abeti. Dietro di noi, si rizza la cima di Piazzi colle sue belle cascate di ghiaccio.”  
Il riferimento gli abeti ci porta anche alla più probabile spiegazione dell’etimo di “Vezzola”, da “avèzzöö”, “piccolo abete”, appunto. Alla nostra sinistra, un ampio versante di pascoli, che termina alle falde della cima di Dòscopa (famosa, come le cime di Plator ed il monte Pettini, per i sabba notturni delle streghe). Sul lato alla nostra destra, in alto, vediamo le bocche di Trela, dalle quali passeremo al ritorno; potremmo puntare direttamente a questo facile valico e, dopo breve discesa alla conca dell’alpe Trela, imboccare la comoda pista che, attraverso la Val Pettini, scende in Valle di Fraele, presso il ristoro S. Giacomo. Percorrendo, quindi, la pista che costeggia la diga di Cancano potremmo portarci sul limite della Valle, alle Torri di Fraele, scendere per un tratto lungo la strada asfaltata, lasciarla per imboccare a destra la citata decauville dell’A.E.M. e raggiungere il bivio di quota 1880, da cui tornare all’automobile. Se vogliamo salire alle bocche di Trela, troviamo il sentierino che comincia ad inerpicarsi sul fianco dei pascoli dopo una semicurva a destra appena accennata, ed a destra di un torrentello che scende dal versante (non ci sono segnalazioni). Ma questo sarebbe un altro anello (lo potremmo chiamare anello del Platòr, e richiederebbe circa 5 ore e mezza di cammino).


Alpe Vezzola (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo, dunque, nel nostro cammino percorrendo la pista che effettua l’ultimo ampio arco a sinistra, che contornando il grande pianoro glaciale nel mezzo dell’alpeggio (piano Vezzola), e termina presso l’ultimo gruppo di baite di Vezzola (m. 2161). Qui troviamo un crocifisso in bronzo in un’edicola di legno, sulla quale una targa reca scritto: “Dio ti vede dal sorgere del sole al tramonto della sera. Sia lodato il nome santo di Dio”. Un segnavia segnala che stiamo imboccando il sentiero n. 176. Si tratta di un sentiero non largo, ma ben marcato, che aggira alcune roccette alla nostra destra e si addentra sul fianco destro (per chi sale) della non ampia Val Vezzola. Il sentiero, ben marcato, rimane diverse decina di metri più in alto rispetto al torrente ed alterna alcuni tratti in decisa salita ad altri in falsopiano, superando una portina nella roccia ed un canalone erboso che scende dal crinale alla nostra destra. Giungiamo, così, alla stretta della valle, nella quale il sentiero si riavvicina al torrente, sempre rimanendo alla sua destra. Superata la stretta, ci affacciamo ad un ampio pianoro, dove si possono trovare mucche al pascolo. Sul fondo, proprio diritta davanti a noi, possiamo vedere la cima di Lago Nero, dalla quale potremo passare se scegliamo l’anello più ampio.
Entrati nel pianoro, seguiamo il sentiero che, rimanendo sul lato destro, lo attraversa e comincia a piegare a destra, salendo l’ampia e facile sella erbosa sulla quale è posta la bocchetta di Trelina (m. 2283): di qui passa l’anello più breve che, scavalcata la bocchetta, scende tranquillamente alla placida piana dell’alpe Trela, per poi salire alle bocche di Trela e tornare all’alpe Vezzola. Ma siccome all’alpe Trela giungono anche gli altri due anelli, quello medio e quello più lungo, proseguiamo nella loro descrizione. Torniamo, dunque, al pianoro sotto la bocchetta di Trelina: qui il sentiero, prima di piegare a destra, propone un bivio.
Ignoriamo, dunque, la traccia che prende a destra, per la bocchetta, e proseguiamo diritti (direzione ovest). Il sentiero, abbastanza marcato, supera, da destra a sinistra, il torrente che scende da un canalone (si tratta dell’emissario del lago Nero, al quale stiamo salendo), cominciando poi a risalire un costone erboso con diversi tornanti, fino ad approdare all’ampio circo dell’alta Val Vezzola. Qualche segnavia rosso-bianco-rosso ci rassicura sulla correttezza del nostro cammino. Siamo ad un largo e modesto pendio erboso, nel quale il sentiero si riduce a debole traccia. Alla nostra sinistra l’ampio circo dell’alta valle, che culmina nelle cime del dosso Resaccio (m. 2719), sulla sinistra, e del monte Rocca (m. 2810), a destra. Noi non andiamo, però, in quella direzione, ma ci portiamo, seguendo la traccia che descrive un arco di cerchio, al gradino di erbe e roccette che sta proprio di fronte a noi e che ci separa dal ripiano del lago Nero.
Proseguendo nella salita passiamo non distanti da un cippo bianco, che spicca nella grande distesa verde del pascolo: è stato collocato qui in memoria del sottobrigadiere della Guardia di Finanza E. Marcon, che “qui cadde nell’adempimento del dovere”. La Val Vezzola, così come la Val Trela, furono per decenni, in passato, vie di transito dei traffici di contrabbando, contrastati dall’azione della Guardia di Finanza, con punte di tensione anche notevole e momenti tragici come quello ricordato dal cippo. Scrive, al proposito, Giovanni Peretti, nella sua ottima guida “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina” (Bormio, 1987), parlando della direttrice Val Trela-Val Pila-Trepalle-Livigno (la Val Vezzola e la bocchetta di Trelina costituivano una variante per evitare gli appostamenti dei Finanzieri):


Val Vezzola (clicca qui per ingrandire)

Di qui, infatti, passavano, nelle buie notti, in tutte le stagioni, gli “spalloni” che, per arrotondare i magri stipendi e per “tirare avanti” le famiglie, portavano fino a trenta o quaranta chili di merce di contrabbando da Livigno a Bormio. Molti sono i tristi episodi avvenuti in queste valli e la vita era dura non solo per i contrabbandieri ma anche per i Finanzieri che alloggiavano a S. Giacomo, chiamati da loro con disprezzo “Sgarbasàc” (Strappasacchi): appostamenti, fughe, dispetti e, purtroppo, anche le avversità della natura, che contribuivano a rendere più aspra questa “lotta” quotidiana. D’inverno il nemico più temuto era dato dalle valanghe, che non facevano differenza fra l’anziano e bisognoso padre di famiglia ed il giovane militare”.
Proseguiamo, dunque, fino all’attacco dell’ultimo gradino, che ci dà un bel po’ di filo da torcere (o di fazzoletto da torcere, se con questo detergiamo il sudore): la salita, sempre con direzione ovest, non dà respiro. Qualche sosta per tirare il fiato ci permette di apprezzare lo scenario suggestivo alle nostra spalle: sul fondo, ad est, a destra dell’Ortles e del Gran Zebrù che da qui non spiccano particolarmente, si riconoscono il monte Confinale, il ghiacciaio dei Forni ed il pizzo Tresero; più a sinistra, dietro il grande cupolone che nasconde l’alpe Trela, il tormentato versante meridionale della cima di Doscopa e delle cime di Plator che, visto da qui, ci fa meglio comprendere come mai la fantasia popolare l’abbia popolato di orride streghe scatenate nei blasfemi sabba notturni. Procedendo verso sinistra, da una finestra aperta sul crinale che delimita l’alpe Trela vediamo uno scorcio delle pallide cime dolomitiche che delimitano la Valle di Fraele, con la val Paolaccia in evidenza.


Lago Nero

Solo dopo diversi tornanti ci affacciamo finalmente all’ampia conca che ospita il lago Nero (m. 2550). Lo vediamo quando siamo ormai nei suoi pressi, dall’alto di un bel pianoro che o sovrasta ad est. È un bel lago, forse non fra i più belli per il colore delle sue acque, piuttosto cupe e scontrose, che solo con riluttanza acconsentono al desiderio del monte Rocca di specchiarsi, ma comunque tale da far la sua degna figura nella cornice solitaria e silenziosa che lo valorizza. Alla sua destra, oltre il canalone dal quale scende il torrente emissario, vediamo la modesta dorsale sulla quale è posta la cima di Lago Nero.
Con brevissima discesa siamo alle sue rive, dove troviamo anche alcuni cartelli escursionistici, che segnalano una duplice direttrice. Procedendo più o meno diritti si sale ad un’ampia sella, per poi scendere, piegando a sinistra, su sentiero segnalato all’alpe La Rocca ed al passo di Foscagno (m. 2291), in circa due ore. Prendendo a destra, invece, ci si porta al passo di Trela, dal quale, poi, si può scendere alla conca di Trepalle e di qui a Livigno, in tre ore, oppure, in direzione opposta, ci si può portare all’alpe Trela e di qui a S. Giacomo di Fraele, in 2 ore ed un quarto. Questa seconda direttrice rappresenta l’anello intermedio. Se optiamo per esso, seguiamo il sentierino (sempre segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi) che scende verso destra, attraversa un canalone e taglia, con tratto esposto (attenzione, soprattutto alle insidie del terriccio), il versante a sud della punta di Lago Nero, contornando poi l’intero versante est ed affacciandosi ad un piccolo altopiano che si stende a nord della cima.


Laghetto

Ora, l’anello più lungo ci fa approdare al medesimo altopiano passando, però, per la facile cima della punta di Lago Nero. Vediamo come. Assumiamo una direzione intermedia a quella dei due itinerari segnalati, cioè prendiamo a nord-est. Superato la depressione del vallone sopra citato, saliamo, a vista, un ampio e facile corridoio erboso, fino a guadagnare un modesto ripiano che ospita, in una conca, un simpatico laghetto, dalla forma a “C”, posto proprio sotto la cima. Portiamoci sul lato opposto del laghetto ed attacchiamo il versante erboso, un po’ ripido ma non difficile, che ci porta alla sella immediatamente a sinistra della cima. Nella salita ci fermiamo, qualche volta, a tirare il fiato, e non possiamo non notare che alle spalle del lago Nero è apparsa la nord della Piazzi, quasi a voler ribadire che la signora di questa escursione rimane lei. Passando a sinistra di un curiosissimo spuntone di roccia spaccato da una profonda fessura, che sembra lì lì per precipitare in basso, siamo infine alla sella e, prendendo a destra, alla cima della punta Lago Nero (m. 2676).
A dispetto del nome, la punta altro non è se non un appena accennato cupolone erboso, con un grande ometto e, spesso, con capre alpiniste (che è espressione pleonastica: le capre sono, per loro natura, alpiniste oltre che nemiche degli alpinisti per i sassi che fanno spesso rotolare a valle). Se la cima non è di quelle che accendono la fantasia degli escursionisti, ha però il merito di essere estremamente panoramica, per cui raggiungerla vale il supplemento di fatica (e di tempo: diciamo tre quarti d’ora in più) rispetto all’anello intermedio. Ad est vediamo un ampio scorcio della Valfurva, con Ortles, Gran Zebrù e Cevedale, monte Confinale, ghiacciaio dei Forni, pizzo Tresero e monte Sobretta; poi, procedendo in senso orario, la cima Piazzi, che umilia, sovrastandola, quella del Dosso Resaccio; il monte Rocca vendica l’umiliazione del vicino, nascondendo buona parte della cime della Val Grosina, ma alla sua destra appare uno scorcio lontano del gruppo del Bernina, ad ovest.  A nord-ovest ed a nord è un susseguirsi serrato di cime dell’Engadina e del Livignasco, fino al ferrigno gruppo del Pizzo del Ferro. Poi, in primo piano, ecco il ripido versante che separa la Val Trela dalla Valle di Fraele, e che, passando per la cima di Pozzin (m. 2681) ed il monte Borraccia (m. 2781), culmina nella cima del monte Pittini (petìn, m. 2932), altro famigerato covo di sabba. Alla sua destra, profili già noti: l’ampio scorcio del versante nord-orientale della Val Fraele, con la Val Paolaccia, che si allarga, però, ora fino all’elegante piramide della cima di Schumbraida. Infine, di nuovo la costiera Doscopa-Plator, sempre arcigna e tenebrosa.
Si tratta, ora, di scendere: per evitare il lungo giro di un ritorno al lago Nero, procediamo così. Ci riportiamo alla vicinissima sella che abbiamo raggiunto salendo, ci volgiamo al versante opposto (a destra) e notiamo che, leggermente alla nostra sinistra, scende, verso nord, un canalone ampio e ripido, di sfasciumi. Con pazienza ed attenzione lo imbocchiamo. Procedendo con calma e scegliendo la direttrice meno ripida, dopo meno di un quarto d’ora tocchiamo un terrazzo posto un po’ più in alto rispetto all’altipiano cui giunge, sul lato opposto, il sentiero sopra menzionato (131). Poco distante dal punto raggiunto, verso sinistra, sta un laghetto solitario: visitarlo ci costa qualche minuto in più, ma ci regala un senso di pace impagabile.


Val Trela (clicca qui per ingrandire)

Poi prendiamo a destra, raggiungiamo l’ampio e facile canalone percorso dall’emissario del laghetto e, stando sul suo lato sinistro, lo seguiamo (direzione est), scendendo all’altipiano di cui dicevamo. Percorriamo, quindi, l’altipiano verso destra, portandoci gradualmente verso il suo orlo ed osservando con attenzione: prima o poi vedremo un segnavia rosso-bianco-rosso che segnala il sentiero che abbiamo lasciato al lago Nero. Si tratta di un sentiero con traccia non sempre evidente, ma i numerosi segnavia ci guidano nella discesa verso la parte occidentale della Val Trela. Il sentiero, infatti, prendendosela molto comoda (cioè con ampi tornanti), intercetta il sentiero che percorre la Val Trela in prossimità del passo di Val Trela (m. 2295), dal quale, procedendo verso sinistra, si scende alla conca di Trepalle.
Al passo, però, abbandoniamo l’itinerario 131 che passa per Trepalle e termina a Livigno, e prendiamo in direzione opposta, cioè a destra (est-sud-est), percorrendo, su sentiero largo e con fondo ottimo, lo stretto solco della Val Trela. Superata una simpatica pozza, tagliamo il versante di sinistra della valle, affiancando per breve tratto un torrentello, che poi ci lascia per abbassarsi ad una piccola gola. Il sentiero, molto riposante, propone un lungo tratto pianeggiante, poi si abbassa anch’esso ad un bel terrazzo erboso, e di qui, finalmente, all’ampia conca dell’alpe Trela. Trela deriva, forse, da “terrella”, piccola terra, ed in effetti l’alpeggio, chiuso quasi da ogni lato da versanti montuosi, ripidi o più dolci, sembra una piccola isola, una terra nascosta, di rara dolcezza e pace. Segnaliamo, per, che nel già citato volume sulla Valdidentro viene proposto un diverso etimo: “Nome probabilmente risalito dalla Val Grosina. Nel dialetto di Grosio tréla designa il casello per la conservazione del latte e l'affioramento, costruito in muratura a secco sopra sorgenti o corsi d'acqua sui maggenghi e gli alpeggi, forse da una base prelatina turra, monticello di terra. Le costruzioni più antiche erano seminterrate e ricoperte di zolle erbose.
Sia come sia, il sentiero porta diritto al ristoro dell’alpe Trela, alle baite di Trela (m. 2170). Qui ci ricongiungiamo anche con l’anello più breve, quello che scavalca la bocchetta di Trelina. Dal ristoro una pista taglia il piano verso nord-nord-est e raggiunge la gola della Val Corta, che confluisce più in basso nella Val Pettini: seguendo la pista possiamo così entrare in Valle di Fraele e raggiungiamo il ristoro San Giacomo. Ma il nostro itinerario è diverso, e ci chiede un ultimo sforzo in salita: si tratta, infatti, di guadagnare la sella delle bocche di Trela, che si riaffaccia sulla Val Vezzola. La vediamo sul lato opposto della conca dell’alpe, rispetto a quello per la quale ci siamo entrati. Quindi dobbiamo procedere verso sud-est, seguendo un sentiero appena accennato. Non ci sono comunque problemi: a parte segnavia ed ometti, il largo canalone che sale alla sella non presenta problemi. Restando sul suo lato destro, quasi per tenerci a debita distanza dal severo versante della cima di Doscopa, dopo circa mezzora di cammino siamo ai 2349 metri delle bocche di Trela.


Alpe Trela (clicca qui per ingrandire)

Ogni imprecazione per la fatica supplementare si scoglie di fronte allo spettacolo che si apre, soprattutto sul far della sera: ecco di nuovo la parete nord della cima Piazzi, che si erge imponente ma non orrida sulla breve Val Lia. A farle da valletto, sul lato sinistro, il Corno di San Colombano; sul lato destro, invece, la frastagliata cresta di Sinigaglia. La discesa verso l’alpe Vezzola segue dapprima un accenno di pista, che descrive un breve arco verso destra e passa a sinistra di un pianoro con terreno di torbiera. Poi procediamo su un sentiero sempre evidente, che procede un po’ a zig-zag, stando a destra della modesta gola scavata da un torrentello. Il sentiero termina alla pista che ci ha portato sul limite dell’alpe Trela (non ci sono, qui segnalazioni): prendendola verso sinistra, cominciamo la lunga discesa che ci riporta a S. Antonio di Scianno. Ritroviamo l’automobile (a meno di qualche stregoneria…) circa 7 ore dopo la partenza, se abbiamo percorso l’anello più lungo: il dislivello approssimativo in altezza è, in questo caso, di 1200 metri.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

 

 

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