Campane di Sant'Ilario a Vervio 1, 2, 3 - San Sebastiano a Rogorbello 1, 2, 3


Vervio


La chiesa di S. Ilario a Vervio

Vervio (Vèrv) è un comune dell’antico Terziere Superiore di Valtellina, ad est di Tirano, sul lato sinistro (per chi sale, cioè occidentale) della Valtellina, fra Tirano e Grosotto. Il nucleo centrale è posto a 538 m. s.l.m. Poco a monte si trovano alcune frazioni che, nel loro insieme, vengono chiamate Rogorbello. Bertoli è la più importante (m. 750): qui si trova la chiesa dedicata ai santi Fabiano e Sebastiano. Il territorio comunale (12,55 kmq) sale dal torrente Adda, che scorre appena ad est del nucleo centrale, lungo il versante retico, costellato da diversi maggenghi ed alpeggi, dove prevale la struttura della stalla-fienile (con la stalla seminterrata ed un fienile che fungeva insieme da cucina e dormitorio al piano superiore), fino alle soglie della Val Saiento, anch’essa interamente compresa nel territorio di Vervio. Questa valle, dalla singolare forma a chiocciola, si snoda a nord del monte Masuccio (m. 2816). Il crinale che delimita la valle la separa ad ovest dall’elvetica valle di Poschiavo (alla quale si accede facilmente attraverso il passo del Portone, m. 2631) ed a nord dalla Valle Piana (in Val Grosina occidentale), alla quale si accede altrettanto facilmente attraverso il passo di Schiazzera (m. 2580). La sua massima elevazione si trova ad ovest del passo, ed è costituita dalla cima di Schiazzera occidentale (m. 2839).


La chiesa dei santi Fabiano e Sebastiano a Rogorbello

Così lo tratteggia Lina Rini Lombardini (“In Valtellina – Colori di leggende e tradizioni”): “Piccolo romito fuori mano sulle falde del Masuccio, Vervio quasi sfugge allo sguardo di chi passa in fretta lungo la Via Nazionale … Aveva già nel 1000 la sua torre di Nova … Vi furono ragguardevoli famiglie; e prima quella Venosta … La casa Venosta? E’ presto trovata in cima alla prima rampa di strada. Ma non stemma, né portale; neppure la facciata, bensì un bizzarro frazionamento di edifici diseguali che poi muriccioli allacciano incurvandosi a cavalcavia su cortiletti rustici, in cui si vede un aratro, qualche gerla e zappa di badile, dei rastrelli e alcune fiel pronte per battere il saraceno appena sarà secco. … A un tratto par che palpiti, come viva, la figura di Gabardino, che fu il capostipite dei Venosta di Vervio e di Poschiavo. … Una bella piazza, propria dei paesi ch’ebbero feudatari. Una gran chiesa, l’oratorio dei Confratelli, la casa parrocchiale con scala esterna a due rampe sormontate da lievi motivi di ferro battuto. Più in qua la casa di Felice Carbonera, sordomuto che fu pittore di qualche pregio. … La stua Carbonera? Ha un angelo inciso nel mezzo e, a ognuno dei quattro angoli, un mazzo di rose … I campi della piana si colorano tutti d’oro; il tramonto par che incendi le selve tra Nova e Rogorbello, là dove la tradizione dice che c’era un castello; e don Pedrotti ne ha da poco scoperto le vestigia.”


Vervio

Presentazione carica di pathos e suggestione, per un paese che merita di essere conosciuto più da vicino. Difficile ricostruire le più antiche vicende della presenza umana in questi luoghi. I graffiti sulla rupe magna di Grosio, non molto distante da Vervio, testimonia di una presenza preistorica in questa sezione della Valtellina. Enrico Besta (ne "Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. I: Dalle origini alla occupazione grigiona", Milano, Giuffrè, 1955) sostiene che la Valtellina fu interessata dalla colonizzazione etrusca nei secoli XI-VIII a. C. Agli Etruschi seguirono i Galli, popolo di stirpe celtica, che dal Nord-Ovest dell'Europa calarono in Italia spingendosi fino a Roma nel IV secolo a.C., passando anche per la zona di Tirano. Il toponimo “Vervio”, del resto, sembra derivare da una radice etrusca, simile a quella di “Berbenno”.


Susen e la chiesetta della Madonna delle Grazie (1948)

Dopo la conquista romana, con la campagna iniziata nel 16 a. C., la Valtellina venne inserita nel più vicino municipio, quello di Como. Già durante la crudelissima persecuzione di Diocleziano alcuni cristiani si erano rifugiati all'estremità del lago di Como e all'ingresso delle Valli della Mera e dell'Adda. Verso la fine dell'Impero romano, poi, sopratutto per opera di S. Felice, primo vescovo di Como, e di S. Abbondio, il Cristianesimo si affacciò in Valtellina: S. Fedele, soldato cristiano che fuggiva dalla condanna a morte,fu raggiunto e martirizzato a Samolaco. Solo qualche secolo dopo, in epoca già longobarda, la valle venne pressoché interamente convertita.


Val Saiento e monte Masuccio

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Caduto l'Impero romano, per intima crisi e sotto la pressione delle popolazioni germaniche, anche la Valtellina fu interessata da queste “migrazioni di popoli” da nord. Tracce della presenza longobarda sono rinvenibili anche nei dialetti valtellinesi, ed il repertorio di termini che ad essa rimandano non è insignificante. Per citarne solo alcuni, di uso piuttosto comune, si possono segnalare "sberlüsc'" (lampo) e "matüsc'" (caciottella di formaggio molle), “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo, furfante), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco), “slendenàa” (ozioso), “menegold” (coste, bietole), “trincà” (bere), “slòz” (bagnato), “sgrafignà” (rubare), “snizà” (iniziare a mangiare), “grignà” (ridere), “scòss” (grembo), “gram” (cattivo, scarso), “maròs” (cespuglio, ontano), “schèrp” (contenitore), “stachèta” (chiodo per scarpe), “burnìs” (brace), “biótt” (nudo), “rüt” (sporco, rifiuto), “bródeg” (sporco), “ghèi” (soldi), "güzz" (aguzzo, furbo), gnücch (ottuso, sciocco ).


Susen

Ai Longobardi seguirono i Franchi, che, pare, ne abbiano fatto strage nella sanguinosa battaglia del Mortirolo, da cui il passo derivò, forse, il suo nome sinistro: nell’anno 800 Carlo Magno venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In età carolingia abbiamo le prime forme di organizzazione ecclesiastica, in quanto Carlo Magno ed i suoi successori favorirono largamente il potere temporale, oltre che spirituale, dei Vescovi. La Valtellina divenne, dunque, un possesso feudale dei Vescovi di Como e di alcuni potenti monasteri, quali S. Ambrogio di Milano e S. Abbondio di Como.


L'alpe Schiazzera

L’origine di Vervio è collocabile probabilmente intorno all’anno mille. Il paese fu in origine alle dipendenze feudali dei Venosta, mentre nei secoli successivi passò alle dipendenze della pieve di Mazzo. Vi sorse in quel periodo la torre di Nova, forse abitazione dei Venosta, di cui però sono rimaste solo poche tracce. L’organizzazione religiosa della Valtellina e della Valchiavenna, dopo il Mille, faceva capo alle pievi di San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio. Vervio apparteneva alla pieve di Mazzo.


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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.
La chiesa di S. Ilario a Vervio risale al 1350; venne poi consacrata da monsignor Carcano durante la visita pastorale del 9 settembre 1624 ed infine restaurata nel 1867. Al XIV secolo risale probabilmente anche la chiesa dei santi Sebastiano e Fabiano e Rogorbello, consacrata il 23 luglio 1697 durante la visita pastorale di monsignor Bonesana e restaurata nel 1885.
Il comune di Vervio è citato in una pergamena del comune di Tovo del 1447. Nel 1453, e con conferme fino al 1475, il vescovo di Como investì a feudo le alpi, decime, peschiere, censi, boschi e altri beni feudali siti in territorio di Tovo e Vervio ai comuni di Tovo e Vervio avendo ricevuto cento ducati d’oro.


Val Saiento

Alla signoria dei Visconti succedette, a metà del Quattrocento, quella degli Sforza di Milano. I Francesi nel 1499, travolti gli Sforza a Milano, penetrarono in Valtellina. L'unica resistenza alla loro avanzata fu opposta, inutilmente, dalle fortificazioni di Tirano, che ospitò anche, il 6 settembre 1499, il duca di Milano, in fuga dopo la disfatta. Ma dopo un breve assedio anche Tirano capitolò. Dopo la sconfitta definitiva di Novara, del 1500, gli Sforza uscirono di scena: il loro ducato, con la Valtellina, divenne possesso del Regno di Francia. I Francesi rimasero in Valtellina per dodici anni, e lasciarono, per la loro prepotenza ed i loro soprusi, un pessimo ricorso di sé.
Il malgoverno francese aprì la strada alla successiva dominazione delle Tre Leghe Grigie, le cui truppe, nel 1487, avevano già percorso l’intera valle da Bormio a Caiolo, lasciandola solo dopo uno scontro con le truppe ducali ed un cospicuo riscatto. In questa loro prima discesa misero a ferro e fuoco diversi paesi del Terziere Superiore di Valtellina, compreso Vervio.


Monte Masuccio

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Nel 1512 i nuovi signori Reti proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre, di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna.
Sulla natura del dominio grigione è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". Il più acuto fu motivo di conflitto fu, nei decenni successivi, la questione religiosa. La Valtellina rimase interamente cattolica, mentre le Tre Leghe erano passate alla religione riformata, che aveva in Zurigo, con Zwingli, uno dei suoi capisaldi.


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Nel resoconto della visita pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda (1589) leggiamo le seguenti notizie su Vervio: “Oltre il fiume Adda, a un miglio abbondante dalla matrice, vi è la frazione di Vervio con la chiesa dedicata a S. Ilario Vescovo, vicecura della stessa matrice; l’ha in cura su mandato dello stesso arciprete il sacerdote Giovanni Venosta, canonico di Mazzo. Questa frazione conta circa cento famiglie, tutte cattoliche ad eccezione di due, nelle quali vi sono tre fratelli eretici: Sebastiano, Prospero e Michele, figli del fu Marzio de Venosta dei quali il primo abita a Tirano.”


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Uno scorcio della situazione di Vervio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ed una sintesi della sua storia ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Circa mezz'ora a valle di Grossotto,non lungi dall'Adda, sta il paese di Vervio il quale,con tre villaggi situati sul monte, costituisce pureun comune: essi sono S. Sebastiano, Alla Scala, eal Fais, insieme con altri casolari, sparsi qua e là.Il signor Giacomo Venosta coi figli e coi generi possiede dovunque in questo territorio laute rendite.
Uno dei nodi cruciali delle vicende valtellinesi fra Cinquecento e Seicento fu sicuramente la questione religiosa. Per rendere più saldo il legame di sostanziale sudditanza dei Valtellinesi, la politica delle Tre Leghe, soprattutto dopo la metà del Cinquecento, fu quella di favorire con ogni mezzo la penetrazione delle idee riformate nella valle.


Chiesetta della Madonna delle Grazie a Susen (1948)

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Cupe nubi, gravide di violente turbolenze, si stavano addensando sulla Valtellina, alimentate dalla crescente insofferenza della nobiltà cattolica della valle rispetto alla politica grigiona di introduzione della Riforma. A Sondrio, al culmine del conflitto fra cattolici e governanti grigioni, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture, nel settembre del 1618. Nel 1619 a Boalzo, presso Teglio, avendo i cattolici rifiutato l'uso della loro chiesa ai protestanti, sorse una rissa che sfociò nel sangue e gli abitanti furono condannati a costruire una chiesa protestante a loro spese. L’anno successivo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.
Il 19 Luglio 1620 il capitano Giacomo Robustelli, una nobile figura di gentiluomo e di soldato nativo di Grosotto, raccolti intorno a sé illustri esponenti della nobiltà valtellinese, tra cui anche G. Battista Marinoni, che sarebbe poi diventato prevosto di Tirano, con 120 uomini armati entrò in Tirano per la porta Poschiavina, aperta nottetempo da una guardia corrotta, mentre un altro gruppo s'appostava presso il castello di Piattamala per impedire l'arrivo di eventuali rinforzi grigioni.


Salendo verso la Val Saiento

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dal Bormiese. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. Il secondo, dopo aver incendiato Sondalo, Grosio e Mazzo ed essere sceso, seminando rovine, fino a Sernio (dove furono bruciate diverse case e profanata la Chiesa di San Gottardo), fu affrontato e sconfitto da truppe valtellinesi e spagnole in una storica battaglia che ebbe come teatro proprio Tirano. A questa giornata dell’11 settembre 1620 è legata la leggenda secondo la quale la statua di bronzo di S. Michele, al culmine del Santuario della Madonna, fu vista animarsi ed agitare la spada lampeggiante, prodigio interpretato come segno della protezione divina sulle armi cattoliche. Alcuni soldati elvetici in rotta passarono per Sernio. Uno di loro, per la rabbia, infierì con la spada su un crocifisso ligneo dentro una santella, e fu passato a fil di spada. Altri soldati appiccarono un incendio nella chiesa di San Gottardo.


Susen

La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla signoria delle Tre Leghe, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. In particolare, Tirano fu occupata dalle truppe della Lega di Avignone, comandata dal francese marchese di Coeuvres. In quegli anni Vervio contava 700 abitanti. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.


Rifugio Schiazzera

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Egli fece più volte di Tirano il proprio quartier generale; la popolazione tiranese ebbe modo di saggiare piuttosto le angherie dei suoi soldati che la genialità dello stratega. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.


Chiesa di Sant'Ilaria a Vervio

Un quadro sintetico di Vervio nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “La comunità di Vervio consta di centoventi famiglie, distribuite tra cinque frazioni montane e il paese che si adagia ai piedi della montagna. Tutta la località abbonda di vino, l'agricoltura è discreta, e così pure il castagneto, né i monti sono spogli di erbe e di piante; il piano è esiguo ma coltivatissimo. Ha una chiesa parrocchiale dedicata a S. Ilario, ampia e abbastanza curata in rapporto al luogo; un'altra è visibile tra le frazioni montane che sono a occidente, posta su un pendio coltivato a cereale, vasto e, per quanto la montagna lo consente, ampio e bellissimo da vedere. La zona di Vervio è chiusa da un doppio torrente, il quale scende dalle altissime giogaie che per le chiuse di Schiazzera conducono in quel di Poschiavo: e cioè il Cacogna, che scorre a Vione, frazione di Mazzo, e il Saiento, che separa [Vervio] e la parte occidentale di Lovero con molteplici strapiombi di acque.”


Apri qui una panoramica sui laghi di Schiazzera

Lo storico Francesco Saverio Quadrio, nelle sue “Dissertazioni...”, ci offre le seguenti informazioni su Vervio: “Vervio ha cinque Villaggi sotto di se, che sono Nova, Falcio, Rigorbello, la Scalotta, e i Monciecciti. Due Fiumi ne scorrono nel suo Territorio, che sono il Sagliente, e la Carogna, i quali scorrendo da' Monti, che per le chiusure di Sclasser conducono a Poschiavo, vanno le loro precipitose Acque a scaricare nell'Adda. Fiorisconvi ivi i Lavizzari, e i Venosti.”


Susen

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Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797. A quella data Vervio contava 570 abitanti.


Vervio

Nel successivo Regno d’Italia il comune di Vervio, che contava 545 abitanti, venne inserito nel III cantone di Tirano. Nel 1807 il comune di Vervio, con 555 abitanti totali, figurava composto da Vervio con frazione Nova (200), e dalle frazioni di Monciecco e Fassi (115), Martinelli (70), Roncale (125), Della Bosca (45). Poi dal 1809 al 1816 Vervio venne aggregato al comune di Mazzo, per tornare, dopo il Congresso di Vienna, comune indipendente.
Gli Asburgo d’Austria mostrarono nella prima metà del secolo il duplice volto di un’amministrazione rigida, ma attenta ai bisogni infrastrutturali della valle ed ai problemi dell’istruzione pubblica. In particolare, venne decisa la sistemazione della grande arteria stradale valtellinese e decretata la costruzione delle due grandi strade dello Stelvio e dello Spluga: due opere colossali che richiedevano un grande impegno finanziario. In particolare il progetto della strada dello Stelvio (realizzata fra il 1820 ed il 1825), fu steso dal celebre ingegnere Carlo Donegani. Nel 1838 transitò dalla strada dello Stelvio l'Imperatore Ferdinando d'Austria, che scendeva a Milano per ricevere la corona di re del Lombardo -Veneto.


Val Saiento

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò anche a Vervio una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.
All’unità d’Italia, nel 1861, Vervio aveva 808 abitanti. Nel 1871 ne contava 844, nel 1881 950, nel 2001 1003 e nel 2011 931.
La statistica curata dal prefetto di Sondrio Scelsi nel 1866 ci offre il seguente quadro del comune.

A Vervio c’erano 7 scuole, 4 maschili e 3 femminili, frequentate da 201 alunni, 103 maschi e 98 femmine. Vi lavoravano 7 insegnanti, 4 maestri e 3 maestre, ed il comune spendeva 416 lire annue per il loro funzionamento.
Il monumento ai caduti di fronte alla chiesa parrocchiale di S. Ilario a Vervio riporta i nomi dei soldati morti o dispersi nella Prima e Seconda Guerra Mondiale. Nella Prima Guerra Mondiale caddero Leoni Giuseppe, Zampatti Luigi, Giudice Stefano, Giudice Cardelio, Trafori Ambrogio, Giudice Camillo, Zampatti Aurelio, Beccaria Marino, Beccaria Giacomo, Giudicatti Giacomo, Giumelli Vincenzo e Giudice Domenico (disperso). Fra le due guerre mondiali gli abitanti passarono dai 1009 del 1921 agli 889 nel 1931 ed agli 894 nel 1936.


Il monte Masuccio

Una sintetica fotografia di Vervio alla data del 1928 ci viene offerta da Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Dall’altra parte della valle, congiunto con Tovo da una rotabile, si trova Vervio (ab. 1003 – dista da Tirano km. 9 – latteria turn. - società di assicurazione del bestiame – latteria sociale) patria del pittore sordo-muto Felice Carbonera, che fiorì nella seconda metà del XIX secolo.”
Nella Seconda Guerra Mondiale caddero Alberani Agostino, Borona Ermanno, De Filippi Tranquillo, Della Bosca Attilio, Gagetti Pasquale, Gagetti Luigi, Giacomelli Bortolo, Giacomelli Emilio, Giacomelli Antonio, Ilarietti Pietro, Quadrio Giovanni, Quadrio Innocente, Quadrio Massimo, Vaninetti Remo e Visini Alfredo. Sono riportati anche i nomi di Qadrio Innocente, Vaninetti Remo, Garbellini Benito, Praolini Aldo, Scala Antonio, Pampalughi Andrea, Giacomelli Antonio, Duca Antonio, Illarietti Domenico, Veletta Antonio, Spezzati Marco, Armanasco Andrea e Nella Antonio. Sono, infine, riportati i nomi dei seguenti dispersi: De Filippi Ezio, Della Bosca Salvatore, Della Bosca Quinto, Gagetti Carlo, Giacomelli Giacomo, Mambretti Pietro, Nerboni Donato, Quadrio Pietro, Della Bosca Ilario, Della Bosca Battista, Quadrio Beniamino, Quadrio Stefano, Senini Dino, Tomerini Giovanni, Visini Pietro e Visini Silvio.


Il municipio di Vervio

Nel secondo dopoguerra ci fu un progressivo calo demografico: gli abitanti passarono dagli 841 nel 1951 ai 607 del 1961, 427 del 1971, 335 nel 1981, 280 nel 2001 e 209 nel 2011. Nel 1981, in particolare, i 335 abitanti risultavano così distribuiti: 125 nel centro di Vervio (549 m. s.l.m.), 20 a Ca’ Giacomo (m. 829), 33 a Ca’ Gianini-Moncecco (m. 587), 28 a Ca’ Torchio (m. 567 m.), 26 a Nova (522 m.), 55 a Roncale (750 m.), 48 in case sparse.


Vervio

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

BIBLIOGRAFIA

Sciuchetti Aldo, Giorgetta Giovanni, Giacomini Mario (a cura di), “Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Villa di Chiavenna ”, Società storica valtellinese e Centro di studi storici valchiavennaschi, 1977

Giorgetta Giovanni, Ghiggi Stefano (con profitlo del dialetto di Bracchi Remo), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010


Chiesa di Sant'Ilario a Vervio

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