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Apri qui una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Torrenzuolo

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Tartano-Gavazzi-Caneva-Alpe Torrenzuolo-Pizzo Torrenzuolo
4 h
1180
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e parcheggiamo all'ingresso del paese. dove, nei presso dell’albergo-ristorante “La Gran Baita” troviamo l’indicazione per l’agriturismo e l’alpe Torrenzuolo. Seguendo i segnavia, imbocchiamo la strada asfaltata che sale alle contrade alte e ci portiamo alla contrada Gavazzi (m. 1252). La strada (o un sentiero che la taglia) tocca poi la successiva frazione di Fracia (m. 1360), dove volge a sinistra, per salire alla frazione di Càneva (m. 1404). Fin qui possiamo salire anche con l'automobile, sfruttando la carrozzabile costruita di recente. Portiamoci, dunque, alla piazzola alla quale termina la carozzabile: da qui parte il sentiero (segnavia bianco-rossi) per l'alpe Torrenzuolo. Nel primo tratto, verso nord-est, passiamo a monte di prati e di una baita solitaria, poi proseguiamo, seguendo una ben tracciata mulattiera, all'ombra di una fresca pecceta. Tracciamo un lungo traverso, scavalcando anche una valletta ed ignorando una deviazione a destra. Poi la mulattiera, giunta quasi al solco cenrale della Val Castino, svolta a destra, prosegue nella salita e, dopo brevi tornantini, intercetta una mulattiera gemella che sale da destra. Proseguiamo nella salita verso sinistra; raggiunta una prima ampia radura, la tagliamo in diagonale, fino a sbucare al limite inferiore dell'ampia alpe Torrenzuolo. Poche decine di metri più in alto, vediamo, alla nostra sinistra, l'agriturismo Torrenzuolo. Noi però andiamo a destra e saliamo ad intercettare un sentiero che passa sotto un baitello (Baita Növa) poco distante dall'agriturismo. Dopo un breve tratto, seguiamo il sentiero che comincia a salire verso sud-ovest (segnavia bianco-rossi) e ci porta ad un primo terrazzo erboso, sul cui limite vediamo una seconda baita con un cartello che indica "Gerlo", segnalando, verso destra, la direzione per l'alpe Gerlo. Passiamo a destra di questa baita e riprendiamo a salire, su sentiero marcato, fino a trovare (segnalazione su un masso a terra) un bivio, al quale andiamo a sinistra, salendo in breve al terrazzo di Mont Coch dove troviamo il bivacco dedicato ai fratelli Aldo e Sergio Gusmeroli (m. 1881). Lasciato alle nostre spalle il bivacco, saliamo la china erbosa a monte dello stesso, fino al suo limite; in prossimità del bosco, presso il rudere della Baita de Munt Cüch de Vòolt, ignoriamo un paio di grandi ometti che vorrebbero portarci a destra e prendiamo a sinistra, cercando il sentiero che si addentra nel bosco (all'inizio è poco evidente, ma ben presto si fa più marcato). Dopo una breve salita, con un paio di tornantini, approdiamo ad una radura, che tagliamo verso sinistra, per riafferrare il sentiero e proseguire nella traversata, che termina all'ampia conca terminale della valle del Castino. Ora dobbiamo seguire una debole traccia che ci fa passare, ad una certa distanza, a destra del baitone dell'alpe (Bacìì de Scìma). Non ci avviciniamo ad esso, ma proseguiamo nella salita, puntando ad un evidente sperone che si stacca dal crinale del pizzo Torrenzuolo (da qui non è facile scorgerne la cima, individuabile per l'ometto che la sormonta). Passiamo ai piedi dello sperone, lasciando a destra i suoi contrafforti rocciosi ed aggirandolo poi volgendo a destra. La traccia di sentiero, infatti, risale il suo fianco e ci porta ad un poggiolo, con un un grande ometto. Volgiamo le spalle all'ometto e, prendendo a sinistra, saliamo ancora, puntando ora al crinale. Ben presto siamo ad un bivio: la traccia più marcata prosegue verso il crinale, mentre una traccia più debole prende a sinistra. Se scegliamo il crinale, lo raggiungiamo in prossimità di alcuni grandi ometti (i due più grandi sono chiamati I dùu Pìntui). Una traccia lo risale interamente, superando ed aggirando alcuni poggi (la salita non è per sé difficile, ma lo diventa con ghiaccio o terreno bagnato). Alla nostra destra, il ripidissimo versante erboso che precipita sull'alpe del Gerlo, alla nostra sinistra una paretina rocciosa. Nell'ultima parte l'esposizione si fa più tranquilla ed un ultimo strappo ci porta al grande ometto (che però non è proprio sulla cima del pizzo Torrenzuolo, m. 2380, ma un po' più in basso). Se invece risaliamo il versante erboso sotto il pizzo, dobbiamo seguire un sentiero che ci fa guadagnare quota con qualche tornante, ma poi ci pianta in asso. Non ci sono problemi: basta puntare ad una evidente piccola porta erbosa sul crinale, poco sotto la cima.


Apri qui una panoramica del versante orientale della Val Tartano

L’alpe ed il pizzo Torrenzuolo (o Torenzuolo, localmente piz del Véet) sono la possibile meta di un’escursione che parte direttamente da Tartano. Escursione che merita di essere raccomandata, però, non solo per la comodità (dal momento che anche chi fosse sprovvisto di automobile, può facilmente raggiungere il paese con il servizio di autolinea da Morbegno), ma anche per la bellezza e l’interesse naturalistico ed etnografico dei luoghi toccati.
Parcheggiata l’automobile a Tartano, portiamoci all’ingresso del paese, dove, nei presso dell’albergo-ristorante “La Gran Baita” troviamo l’indicazione per l’agriturismo e l’alpe Torrenzuolo. Seguendo i segnavia, imbocchiamo la strada asfaltata che sale alle contrade dalte e ci portiamo alla contrada Gavazzi, posta sui ripidi prati, ancora oggi curati, che sovrastano Tartano (m. 1252). La strada (o un sentiero che la taglia) tocca poi la successiva frazione di Fracia (m. 1360), dove si volge a sinistra, per salire alla frazione di Càneva (m. 1404). Fin qui possiamo salire anche con l'automobile, sfruttando la carrozzabile costruita di recente.
Portiamoci, dunque, alla piazzola alla quale termina la carozzabile: da qui parte il sentiero (segnavia bianco-rossi) per l'alpe Torrenzuolo. Nel primo tratto, verso nord-est, passiamo a monte di prati e di una baita solitaria, poi proseguiamo, seguendo una ben tracciata mulattiera, all'ombra di una fresca pecceta. Tracciamo un lungo traverso, scavalcando anche una valletta ed ignorando una deviazione a destra. Poi la mulattiera, giunta quasi al solco cenrale della Val Castino, svolta a destra, prosegue imperterrita nella salita e, dopo brevi tornantini, intercetta una mulattiera gemella che sale da destra (anch'essa è fruibile come itinerario di salita: parte dalle case più alte di Càneva, che abbiamo lasciato poco più in alto alla nostra destra all'imbocco del sentiero presos la piazzola). Proseguiamo nella salita verso sinistra; raggiunta una prima ampia radura, la tagliamo in diagonale, fino a sbucare al limite inferiore dell'ampia alpe Torrenzuolo.
Poche decine di metri più in alto, ecco, finalmente, l'agriturismo Torrenzuolo, aperto da giugno a settembre (si può telefonare, per informazioni, ai numeri 0342 645054 o 348 3509661), a 1794 metri di quota. Mentre ci avviciniamo all’agriturismo, alziamo lo sguardo, alle sue spalle: proprio lì, quasi sulla sua verticale, potremo riconoscere il profilo poco pronunciato del pizzo Torrenzuolo (m. 2380). Volgendo, invece, lo sguardo a sinistra potremo godere di un buon colpo d’occhio sulla Costiera dei Cech e, alla sua destra, su alcune celeberrime cime del gruppo del Masino, dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') alla cima di Zocca, passando per i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro.
L’agriturismo offre diversi elementi di interesse: si tratta della casera dell’alpe Torrenzuolo, dove si trovano diverse indicazioni sui luoghi ed i locali tipici legati alla vita ed all’economia rurale che nei tempi passati legavano indissolubilmente l’uomo a questi ambienti montani. Siamo in cammino da un’ora e mezza circa; dopo una sosta ristoratrice, possiamo rimetterci in marcia alla volta della cima del Pizzo.
Per farlo, dobbiamo portarci sul lato opposto dell'alpeggio, seguendo le indicazioni per la baita-rifugio Aldo e Sergio Gusmeroli (ne troviamo alcune fin dalla partenza del sentiero). Torniamo, dunque, indietro sul sentiero principale ma, invece di ridiscendere verso il bosco, prendiamo a sinistra, passando sotto un baitello
(Baita Növa) poco distante dall'agriturismo. Dopo un breve tratto, seguiamo il sentiero che comincia a salire (segnavia bianco-rossi) e ci porta ad un primo terrazzo erboso, sul cui limite vediamo una seconda baita con un cartello che indica "Gerlo", segnalando, verso destra, la direzione per l'alpe Gerlo.


Mont Coch

Passiamo a destra di questa baita e riprendiamo a salire, su sentiero marcato, fino a trovare (segnalazione su un masso a terra) un bivio: prendendo a destra imbocchiamo il sentiero che traversa, nel bosco, all'alpe Gerlo, mentre stando sul sentiero principale saliamo alla baita-bivacco (ricavata dalla ristrutturazione della Baita de Munt Cüch de Bàs). Una breve salita ci porta, infine, all'ameno poggio denominato Mont Còch, dove, di recente (inaugurazione: 11 settembre 2011), la baita omonima (m. 1881) è stata ristrutturata ed attrezzata come bivacco dedicato alla memoria dei fratelli Aldo e Sergio Gusmeroli. La baita è smepre aperta e può ospitare fino a sei persone per il pernottamento (si confida, ovviamente, sulla correttezza degli eventuali fruitori). Davanti alla baita si trova una pozza ormai interrata, una simpatica fontana intagliata nel legno ed una croce di legno. Ottimo il panorama sul gruppo del Masino (pizzi Badile, Cengalo e del Ferro).


Bivacco Aldo e Sergio Gusmeroli

Vediamo, ora, come salire alla cima del pizzo. Lasciato alle nostre spalle il bivacco, saliamo la china erbosa a monte dello stesso, fino al suo limite; in prossimità del bosco, presso il rudere della Baita de Munt Cüch de Vòolt, ignoriamo un paio di grandi ometti che vorrebbero portarci a destra e prendiamo a sinistra, cercando il sentiero che si addentra nel bosco (all'inizio è poco evidente, ma ben presto si fa più marcato). Dopo una breve salita, con un paio di tornantini, approdiamo ad una radura, che tagliamo verso sinistra, per riafferrare il sentiero e proseguire nella traversata, che termina all'ampia conca terminale della valle del Castino.
Vediamo come giungere fin qui dall'agriturismo: imbocchiamo il sentiero che procede in direzione opposta rispetto a quello per il bivacco (cioè verso sinistra, per chi volge lo sguardo a monte, direzione est), e procediamo verso l’ampio solco della valle del Castino, che si apre proprio ai piedi del versante occidentale del pizzo Torrenzuolo. Dopo un breve tratto in leggera salita, lasciamo alle nostre spalle la fascia boscosa che delimita a monte il sentiero e ci ritroviamo nella parte bassa dell’ampia conca della valle, che qui si distende e si apre ad alpeggio: è, questa, la sezione settentrionale dell’alpe Torrenzuolo.
Guardiamo, ora, a monte del sentiero: individuata la prima baita (baita di Runchèc'), ci stacchiamo da esso, su traccia secondaria di sentiero, e la raggiungiamo. Proseguiamo nella salita toccando altre due baite (de Piàz e de Scìma: la caratteristica di tutte le baite di quest’alpe è che non sono anonime: ciascuna esibisce, con orgoglio, un cartello, sulla facciata, con il proprio nome), prima di raggiungere, un piccolo pianoro superiore, disseminato di massi.


Panorama sulla Val Lunga

Qui i due itinerari convergono. Ora dobbiamo seguire una debole traccia che ci fa passare, ad una certa distanza, a destra del baitone dell'alpe (Bacìì de Scìma). Non ci avviciniamo ad esso, ma proseguiamo nella salita, puntando ad un evidente sperone che si stacca dal crinale del pizzo Torrenzuolo (da qui non è facile scorgerne la cima, individuabile per l'ometto che la sormonta). Passiamo ai piedi dello sperone, lasciando a destra i suoi contrafforti rocciosi ed aggirandolo poi volgendo a destra. La traccia di sentiero, infatti, risale il suo fianco e ci porta ad un poggiolo, con un un grande ometto. Volgiamo le spalle all'ometto e, prendendo a sinistra, saliamo ancora, puntando ora al crinale. Ben presto siamo ad un bivio: la traccia più marcata prosegue verso il crinale, mentre una traccia più debole prende a sinistra. Osservandone lo sviluppo, indoviniamo che diventa un sentiero il quale si sviluppi sul ripido fianco erboso che scende dal pizzo.


Monte Disgrazia dal pizzo Torrenzuolo

Ora dobbiamo scegliere: attaccare il crinale o il ripido scivolo erboso sotto il pizzo. Nel primo caso la salita è meno faticosa, ma sconsigliabile a chi è impressionabile (in alcuni punti è esposta su entrambi i lati, anche se non difficile). Nel secondo non ci sono questi problemi, ma si fatica di più nell'ultimo tratto. Se scegliamo il crinale, lo raggiungiamo in prossimità di alcuni grandi ometti (i due più grandi sono chiamati I dùu Pìntui). Una traccia lo risale interamente, superando ed aggirando alcuni poggi (la salita non è per sé difficile, ma lo diventa con ghiaccio o terreno bagnato). Alla nostra destra, il ripidissimo versante erboso che precipita sull'alpe del Gerlo, alla nostra sinistra una paretina rocciosa. Nell'ultima parte l'esposizione si fa più tranquilla ed un ultimo strappo ci porta al grande ometto (che però non è proprio sulla cima, ma un po' più in basso). Se invece risaliamo il versante erboso sotto il pizzo, dobbiamo seguire un sentiero che ci fa guadagnare quota con qualche tornante, ma poi ci pianta in asso. Non ci sono problemi: basta puntare ad una evidente piccola porta erbosa sul crinale, poco sotto la cima.


Pizzo del Gerlo dal pizzo Torrenzuolo

Giunti sulla larga cima erbosa, ci riposiamo pensando agli ometti (umèt) che hanno scandito la salita. Essi hanno sempre rappresentato un interrogativo aperto per gli studiosi delle cose della montagna, che si sono chiesti se si tratti di semplice gioco che utilizza le pietre ricavate dallo spietramento dei terreni, di manufatti con significato funzionale di orientamento rispetto a punti nodali su sentieri o luoghi pericolosi, essenziale in caso di scarsa visibilità e foschia, o, infine, di segni con valenza anche religiosa. Di quest’ultimo avviso è Dario Benetti, che, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, 2001), scrive:
Nel complesso rapporto vissuto dalla società tradizionale con il proprio territorio alla ricerca di un orientamento e di un ordinamento rientra anche, naturalmente, l’area degli alpeggi. Il profondo senso religioso dei contadini pastori si è espresso in varie modalità lasciando molti segni. Tra questi i più misteriosi e, nel contempo, emblematici, sono sicuramente i cosiddetti umèt… Ancora oggi oggi visitando la zona degli alti pascoli si resta colpiti dalla presenza, in genere sulle creste intervallive o, comunque, in punti ben visibili, di pilastri isolati in pietra a secco di circa un metro e mezzo di altezza… Gli umèt spuntano all’improvviso durante il cammino, come antichi guardiani dello spazio abitato, segnando i confini e i riferimenti tra un alpeggio e l’altro”.

Testata della Valmalenco vista dalla cima del pizzo Torrenzuolo. Foto di Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it
Gruppo del Bernina dal pizzo Torrenzuolo

Siamo, dunque, ai 2380 metri della cima erbosa del pizzo Torrenzuolo. Da Tartano alla cima del pizzo calcoliamo 3 ore e mezza/4 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello di circa 1180 metri. Una fatica ampiamente ripagata dal panorama che da qui si gode: si dominano la Val Lunga, a sud, e la Val Vicima, a nord, e si possono ammirare la Costiera dei Cech e le cime del gruppo del Masino fino al monte Disgrazia, mentre si scorgono anche alcune delle cime della testata della Valmalenco. A sud est, infine, si ammira, in primo piano, il pizzo Gerlo, che sovrasta l’alpe omonima.
Chi conosca abbastanza bene il percorso che da quest’alpe sale al pizzo Gerlo, può scendere dal pizzo Torrenzuolo alla sella che divide i due pizzi e, di qui, all’alpe Gerlo (ma la discesa, che avviene su pascoli molto ripidi, non è priva di insidie, per cui richiede davvero molta esperienza, per evitare di trovarsi a monte di saltini rocciosi estremamente pericolosi). Una volta raggiunte le caratteristiche sei baite allineate in doppia fila sfalsata della casera del Gerlo (m. 1897), può prendere a destra e seguire il sentiero che, attraversato il torrentello della valle del Gerlo, prosegue, addentrandosi in un bel bosco di conifere, fino a raggiungere la parte alta del versante meridionale dell’alpe Torrenzuolo, in corrispondenza di una baita. Scendendo su traccia di sentiero si toccano altre baite e si torna, piegando a destra, all’agriturismo. A chi non fosse pratico del versante che sovrasta l’alpe Gerlo, però, conviene tornare all’agriturismo per la medesima via di salita.


Panorama sulla Val Lunga

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