ESCURSIONI IN VAL TARTANO - GOOGLE MAP - GALLERIA DI IMMAGINI


Il monte Disgrazia dalla cima del monte Valegino

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Termine pista di Val Lunga-Casere di Porcile-Laghi di Porcile-Passo di Porcile-Monte Valegino
3 h e 30 min.
930
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma la lasciamo subito, prendendo a destra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiungiamo il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Scavalcato il torrente Tartano grazie a qualche pietra, lasciamo alla nostra sinistra le tre casere dell'alpe Porcile. Proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe. Superata una macchia di radi larici, imbocchiamo un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo alla "Baita del Zapèl del Làres", quotata 1900 metri sulla carta IGM, oltre la quale siamo ad un bivio al quale prendiamo a sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso; a destra si va al passo di Tartano). Seguendo il "Sentér di Làch" procediamo, quasi in piano, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati. Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986), e poco oltre lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030). Raggiunta una palina con alcuni cartelli, prendiamo a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, dove si trova il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201. Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, giungendo in vista del passo di Porcile (m. 2290). Prima di giungere al passo, però, lasciamo qui il sentiero principale e seguiamo un sentiero che piega a destra, attraversando una conca di sfasciumi che si stende ai piedi del versante settentrionale del monte Valegino. Non seguiamo interamente questo sentiero, ma, poco dopo aver oltrepassato la verticale dalla cima, pieghiamo a sinistra e ci affacciamo ad una conca che si apre fra la cresta occidentale del monte (che si affaccia sulla Val Brembana), alla nostra destra, ed una crestina secondaria appena accennata che sale sopra di noi (a sinistra di quella principale). A monte della conca un ripido corridoio erboso sale in direzione della cima, che di qui non vediamo. La via meno faticosa di salita sfrutta però la crestina secondaria, che delimita a sinistra il ripido scivolo erboso. La affontiamo salendo fra strisce erbose e roccette. Dopo il primo tratto di salita ci accostiamo alla parte alta dello scivolo erboso. Qui pieghiamo leggermente a sinistra e proseguiamo nella salita. La crestina si fa più stretta e si congiunge con la cresta occidentale. Saliamo seguendo la cresta che qui è stretta ed esposta, per cui bisogna procedere con grande attenzione. Poi la pendenza si addolcisce ma dobbiamo ancora procedere verso est su una crestina stretta ed esposta con qualche saliscendi e qualche elementare passo di arrampicata. Una traccia di sentiero nell'ultimo tratto corre un po' più bassa sulla destra rispetto alla cresta. Con molta attenzione superiamo le ultime roccette che ci portano alla cima del monte Valegino (m. 2415). Il ritorno avviene per la medesima via di salita.


Dal passo di Porcile al monte Valegino

Il monte Valegino (m. 2415) si propone allo sguardo dalla Val Tartano come una piramide arrotondata posta al centro della testata della Val Lunga, a monte delle conche glaciali che ospitano i celebri laghi di Porcile. Si tratta di una cima molto panoramica, che però, per essere salita dal versante valtellinese dalla cresta occidentale richiede piede fermo ed esperienza escursionistica, mentre la salita dalla Val Brembana sfrutta il più facile versante meridionale. L'escursione dalla Val Lunga al monte Valegino va fatta, dunque, in condizioni buone di terreno (asciutto) e visibilità.
L'itinerario di salita è il medesimo che dal rifugio Beniamino, in fondo alla Val Lunga, sale ai laghetti ed al passo di Porcile.


La Val Brembana vista dalla cima del monte Valegino

Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma la lasciamo subito, prendendo a destra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est (si tratta del "sentér de la Crus de Purscìl").
Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi. Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca.
Raggiungiamo, così, dopo una semicurva a sinistra, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Dopo un tratto diritto, raggiungiamo il punto di guado del torrente Tartano, agevolato da una sequenza di massi opportunamente disposti. Siamo sul limite della piana: alla nostra sinistra tre baite, con la casera di Porcile.
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene: riprendiamo il cammino. Non proseguiamo in direzione delle baite dell’alpe, ma, guadato il torrente, proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe (cioè del recinto che veniva usato per tenere raccolte le mucche, soprattutto durante la notte. Alle nostre spalle buono è il colpo d'occhio sulla Val Lunga (spicca la chiesetta di Sant'Antonio, frazione sui ripidi prati a monte della pista che abbiamo percorso con l'automobile), mentre sul fondo, a nord, si apre un primo scorcio sul gruppo del Masino, che propone, da sinistra, le più alte cime della Costiera dei Cech (la cima di Malvedello e quella del Desenigo), il monte Spluga o cima del Calvo, elegante ed affilato, al centro, ed il monte Porcellizzo, a destra. Terminato il muretto del bàrek, pieghiamo leggermente a sinistra, poi a destra, fino ad un ometto su un cocuzzolo erboso; qui pieghiamo ancora leggermente a sinistra. Se ora ci volgiamo, possiamo notare che, sul fondo, a nord, a destra del monte Porcellizzo è comparso il più celebre pizzo Badile.


Lago Piccolo e Lago Grande (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo fino ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, oltre il quale ci attendono tre tornantini, in una macchia di radi larici; usciti all'aperto, avanziamo, diritti, in direzione della testata della valle. Proprio di fronte a noi, sul fondo della valle, vediamo la marcata sella del passo di Porcile (m. 2290), per il quale dovremo passare; alla sua sinistra un crinale frastagliato, che sale fino alle due cime maggiori, l'anticima e la cima delle Cadelle, nostra meta. A destra del passo, invece, il monte Valegino (m. 2415). Più a destra ancora, una sella erbosa che potrebbe essere confusa con il passo di Tartano, che, invece, è più ad ovest (non lo vediamo perché è nascosto da un dosso che scende dalla testata della valle verso nord). Segue un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo ad una baita, dove troviamo anche un secondo piolo con segnavia bianco-rosso. Si tratta della "Baita del Zapèl del Làres", cioè la baita dello zapèl (porta, passaggio stretto, intaglio) del larice, quotata 1900 metri sulla carta IGM. Se sostiamo a riposare e guardiamo a nord, vediamo che, a destra del pizzo Badile, sono apparsi anche i pizzi Cengalo e Gemelli.
Qui siamo ad un bivio. Il sentiero segnalato è quello di destra (per chi è rivolto verso la testata della valle, cioè verso sud), ma potremmo percorrere anche quello di sinistra (un po' più ripido, ma anche...rapido). Vediamo la prima soluzione. Saliamo verso est, rimanendo sul "sentér de la Crus de Purscìl" (il sentiero che porta alla Crus de Purscìl, cioè alla croce del passo di Tartano). Se, con breve sosta, ci voltiamo, possiamo riconoscere, alle nostre spalle, diritta davanti a noi, l'elegante cima Vallocci (m. 2510), che corona la val Dordonella, sulla verticale del ben visibile baitone dell'alpe omonina; alla sua destra, la cima di Val Lunga, riconoscibile per la rocciosa parete settentrionale; procedendo verso destra, la cima delle Cadelle, sulla quale intravediamo l'angelo, che ci attende. Possiamo avvertire il suo sguardo vigile e protettivo, che ci rassicura ed infonde forza per procedere.
Avanti, dunque, piegando a sinistra e puntando, per un tratto, in direzione della testata della valle; poi, però, il sentiero volge a destra e sale ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, dove ci attende un nuovo bivio. Il "sentér de la Crus de Purscìl" prosegue verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), aggirando il dosso che nasconde al nostro sguardo il passo di Tartano. Noi, invece, andiamo verso sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso), seguendo il "Sentér di Làch" che procede, quasi pianeggiante, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati: davanti a noi, proprio la cima delle Cadelle. A questa piana possiamo giungere, per via più breve, prendendo a sinistra al bivio della "Baita del Zapèl del Làres": questo sentiero, non segnalato, procede diritto, con un breve e suggestivo tratto su roccia scalinata, fino ad approdare alla piana, intecrettando il più marcato sentiero sopra descritto.
Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal più basso del sistema dei tre laghetti glaciali di Porcile (con disposizione "a rosario"), il lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986); stiamo passando alla sua sinistra, e per ora non lo vediamo. Un po' più avanti, guardando a destra, lo vediamo, più in basso, e notiamo che è in atto un processo di interramento che lo porterà, in un futuro non prossimo, alla scomparsa.
Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del secondo lago, che vediamo quando siamo ormai quasi alle sue rive. Si tratta del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030), splendido, tranquillo, silenzioso. Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi ad un’ora e 30 minuti, Valmadre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 kinuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.
Prendiamo dunque a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, e troviamo il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201: si tratta del "sentér del fèr" (cave di siderite-passo di Porcile-Foppolo), utilizzato in passato per trasportare il ferro, estratto e sottoposto a prima lavorazione in Val Lunga, in Val Brembana.
Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, verso l’evidente sella del passo, intagliata fra il versante che culmina nella cima delle Cadelle, a sinistra, ed il monte Valegino (m. 2415), a destra. Salendo, possiamo per un buon tratto godere di un ottimo scorcio sul lago di Sopra, che resta, basso, sulla nostra destra.


Lago di Sopra (clicca qui per ingrandire)

In corrispondenza di una piccola pozza, ignoriamo una deviazione segnalata, sulla sinistra, per il passo di Dordona (sentiero 201 A) e proseguiamo nella salita al passo. Poco oltre, un sentierino che si stacca sulla destra da quello per il passo, ed effettua una traversata che taglia il versante settentrionale del monte Valegino, congiungendosi con il sentiero che, raggiunto il crinale, si porta al passo di Tartano.


La rampa erbosa che sale dal sentiero presso il Lago di Sopra

Lasciamo qui il sentiero per il passo e pieghiamo a destra, attraversando una conca di sfasciumi che si stende ai piedi del versante settentrionale del monte Valegino. Non seguiamo interamente questo sentiero, ma, poco dopo aver oltrepassato la verticale dalla cima, pieghiamo a sinistra e ci affacciamo ad una conca che si apre fra la cresta occidentale del monte (che si affaccia sulla Val Brembana), alla nostra destra, ed una crestina secondaria appena accennata che sale sopra di noi (a sinistra di quella principale). A monte della conca un ripido corridoio erboso sale in direzione della cima, che di qui non vediamo.


Ultimo tratto della traversata su cresta prima della cima del monte Valegino

La via meno faticosa di salita sfrutta però la crestina secondaria, che delimita a sinistra il ripido scivolo erboso. La affontiamo salendo fra strisce erbose e roccette. Dopo il primo tratto di salita ci accostiamo alla parte alta dello scivolo erboso. Qui pieghiamo leggermente a sinistra e proseguiamo nella salita. La crestina si fa più stretta e si congiunge con la cresta occidentale. Saliamo seguendo la cresta che qui è stretta ed esposta, per cui bisogna procedere con grande attenzione. Poi la pendenza si addolcisce ma dobbiamo ancora procedere verso est su una crestina stretta ed esposta con qualche saliscendi e qualche elementare passo di arrampicata. Una traccia di sentiero nell'ultimo tratto corre un po' più bassa sulla destra rispetto alla cresta. Con molta attenzione superiamo le ultime roccette che ci portano alla cima del monte Valegino (m. 2415).


La Val Brembana vista dalla cima del monte Valegino

Uno allo splendido panorama. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453).


La Val Lunga vista dal monte Valegino

Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323, la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Sul fondo, ad est, la triade Ortles, Zebrù e Gran Zebrù ed il gruppo dell’Adamello. A sud-est, sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale, fra i quali spicca, a destra del pizzo di Coca, l'arrotondato e regolare cono del pizzo del Diavolo di Tenda.


Pizzi Roseg, Scerscen e Bernina dalla cima del monte Valegino

La discesa, con tutte le attenzioni del caso, avviene per la medesima via di salita.


Monte Disgrazia visto dal monte Valegino

Val Lunga vista dal monte Valegino


Crinale Val Lunga-Val Brembana e cima delle Cadelle dal monte Valegino

CARTA DEL PERCORSO SULLA BASE DI © GOOGLE MAP (FAIR USE)

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