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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biorca-Baite della Foppa-Tagliata-Sella sul crinale-Monte Pisello
4 h
1210
EE
SINTESI. Raggiunta con l’automobile Tartano, imbocchiamo, all’uscita del paese, la stradina che si stacca dalla strada della Val Lunga, sulla destra, scendendo, con pochi tornanti, alla piana della contrada Biorca. Qui si trova un ampio parcheggio, dove è possibile lasciare l’automobile. Partiamo, dunque, da una quota approssimativa di 1160 metri, incamminandoci sulla sterrata della Val Corta, fino al punto nel quale la lasciamo per imboccare la pista che se ne stacca sulla destra e sale, con pochi tornanti, alle baite della Foppa (m. 1298). Imbocchiamo, ora, il sentiero che passa proprio davanti alle baite della Foppa, dirigendosi verso sinistra, in direzione di due baite isolate, poste, a poca distanza, in direzione dell’interno della valle. Alle due baite si piega a destra, passandovi in mezzo e salendo poi, per breve tratto, nel prato alle loro spalle. Poi il sentiero, piuttosto stretto, piega a sinistra e si porta a ridosso del fianco roccioso della valle del Pisello, avvicinandosi al suo solco con un tratto esposto e protetto da corrimano. Attraversiamo, così, il torrentello della valle che scorre su un affioramento roccioso; sul lato opposto, il sentiero scende per breve tratto, proponendo un nuovo tratto protetto da corrimano, poi si porta ad un dosso dal quale si vedono le baite della località Ca’ Bona. Qui, a circa 120 passi dal guado, possiamo vedere, prima che il sentiero torni a scendere, un sentiero che ne se stacca sulla destra, addentrandosi subito nel bosco. Imbocchiamolo e cominciamo a salire, con diversi tornanti, in una splendida pecceta, verso nord-ovest. La traccia si fa più ampia, diventa una vera e propria mulattiera, con alcuni tratti scalinati e protetti da muretti a secco. Una lunga salita ci porta ad intravedere, a monte del sentiero, una fascia di prati: si tratta della Tagliata (m. 1524), dove si trovano anche due baite. Il sentiero, però, non approda ai prati, ma continua a guadagnare quota alla loro destra. Salendo, ignoriamo, ad un tornante sinistrorso, una deviazione a destra, che procede in direzione del solco della valle. A quota 1610 circa passiamo a destra di una bella pianetta, prima di attraversare una radura. Rientrati nel bosco, risaliamo, con brevi e ripidi tornanti, il crinale di un dosso, per poi effettuare una diagonale a sinistra, che ci porta ad una zona nella quale il bosco si apre e la traccia, meno ampia, corre fra il sottobosco che minaccia sempre di mangiarsela. Pieghiamo, quindi, leggermente a destra ed incontriamo il primo segnavia, un piccolo bollo rosso contornato di bianco. Poco sopra, un baitello diroccato annuncia che l’alpeggio non è lontano: siamo a quota 1725 metri e troviamo un secondo segnavia analogo. Oltrepassato il baitello, continuiamo a salire con rapidi tornanti, mentre intorno a noi i larici si vanno gradualmente sostituendo agli abeti, fino ad una nuova radura, che risaliamo diritti, rientrando nel bosco e piegando a sinistra. Raggiungiamo, così, un muretto a secco: il sentiero, volgendo leggermente a destra, sale diritto nel bosco, fino a raggiungerne il limite, ad una quota approssimativa di 1830 metri. Ora memorizziamo bene questo punto, perché, al ritorno, non è semplice, senza punti di riferimento chiari, ritrovare il punto di partenza del sentiero nel bosco. Infatti, la traccia ora scompare, e dobbiamo risalire per un buon tratto i prati, procedendo diritti e passando a destra di una graziosa fascia di lamponi. Poi, attraversata una fascia di “lavazz”, raggiungiamo le rovine del baitone o casera dell’alpe Pisello (m. 1860), alla cui destra si trova il rudere di una baita. Saliamo, dal baitone, gradualmente in diagonale verso destra, cominciamo ad intravedere una debole traccia di sentiero, che si fa, più avanti, leggermente più chiara, anche se molto sporca. Seguendola, proseguiamo salendo più o meno diritti nella medesima direzione (ovest-nord-ovest), superando un dossetto ed un avvallamento. La traccia, poi, procede circondata su entrambi i lati da una macchia di ontani, che si va gradualmente restringendo, senza però soffocarla. Pieghiamo, così, leggermente a destra, poi descriviamo un arco verso sinistra, giungendo ad un bivio: non dobbiamo proseguire sulla traccia pianeggiante di destra, ma su quella che prosegue nella salita verso sinistra (ricordiamoci di questo punto, al ritorno). La traccia, quindi, volge a destra. Seguono alcuni tornantini che ci portano a tagliare un dosso, passando a valle di alcuni grandi abeti che spiccano nettamente in questa zona di bassa boscaglia. Vediamo, quindi, davanti a noi una sella sul crinale, preceduta da una seconda e più vicina sella, per la quale dovremo passare. Raggiungiamo, poi, una fascia di massi, dove si trova un bivio, al quale ignoriamo la traccia di sinistra e proseguiamo diritti, passando a destra di massi e di un masso isolato posto davanti ad una sorgente inaridita. La traccia ci porta ad attaccare lo strappo che adduce alla sella più bassa: passiamo, così, in un breve corridoio fra ontani, e ci ritroviamo ai piedi del breve ma ripido versante erboso sotto la sella. Risalendolo, un po’ faticosamente, approdiamo ad un’ampia conca di pascoli: poco più avanti, nascosta da un dossetto, troviamo la baita isolata quotata 1970 metri. Saliamo in diagonae gradualmente verso destra, seguendo una debolissima traccia di sentiero, che ci porta ad un piccolo corpo franoso, ai piedi di una duplice sella. Qui la debole traccia si biforca: seguiamo quella di sinistra, che sale, ripida, fino alla sella di quota 2126. Siamo, così, sul crinale fra Val Tartano e bassa Valtellina. Salendo troviamo subito un corridoio, a destra. Noi prendiamo, però, in direzione opposta, cioè a sinistra (sud), e ci portiamo ad un secondo e più ampio corridoio, il cui centro è occupato da sfasciumi che la traccia di sentiero (ora più marcata) aggira tenendosi sulla destra. In alto, oltre il corridoio, vediamo chiaramente la cime e la croce che la sovrasta. Superato il corridoio, la traccia si sposta leggermente a sinistra, e corre sul crinale, con qualche tratto un po’ esposto sul versante ripido che guarda alla Val di Tartano. Alla nostra destra, intanto, si apre un terzo e più largo corridoio. Superate alcune roccette, ci portiamo ai piedi dell’ultima salita. Il versante è effettivamente ripido, ma la traccia, ben scalinata, ci consente di salire senza problemi. Unica indicazione: poco prima della vetta, seguiamone la deviazione a sinistra, che ci fa giungere dopo un largo giro al recinto che circonda la croce e l’altare della vetta. Dopo circa 4 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 1210 metri), eccoci, finalmente, alla vetta del monte Pisello (m. 2272).

Il monte Pisello, con i suoi 2272 metri, guarda a nord-ovest al versante orobico ed agli alpeggi di Talamona, mentre a sud-est si affaccia sulla soglia della Val Corta. Deve il suo nome non alla presenza di piantagioni di legumi, ma all'italianizzazione del termine dialettale "alpesèl", cioè piccola alpe: infatti, ai piedi di entrambi i suoi versanti, quello che dà su Talamona e quello che guarda alla Val Corta, nei pressi di Tartano, si stendono due alpeggi dall'estensione non molto ampia.
È una classica meta escursionistica per chi vi sale dal versante di Talamona, partendo dall’alpe Madrera e passando per l’alpe Pedroria. Ogni anno, durante il mese di luglio, è meta di un piccolo pellegrinaggio della parrocchia di Talamona, con la celebrazione della messa su un altare posto in occasione del giubileo dell'anno 2000. Ancora più facile è la salita dal rifugio alpe Piazza, in Valle del Bitto di Albaredo: si tratta, in questo caso, di effettuare una facile traversata all’alpe Pedroria, risalendo, poi, il largo canalone che si apre proprio alle sue spalle, su sentiero ben marcato, che, poco sopra la metà, taglia a sinistra, aggira un dosso e sale alla bocchetta del Pisello; di qui si attacca il facile crinale meridionale, che, in breve, conduce alla cima.
Molto più lunga e complessa è, invece, la salita dalla Val Tartano, che, dato lo stato di abbandono degli alpeggi del Pisello, comporta problemi di orientamento nella parte alta e richiede, quindi, attenzione ed esperienza escursionistica. Problema nel problema, il sentiero di accesso agli alpeggi del Pisello dalla contrada della Foppa, pur essendo un’importante mulattiera, non è riportato su alcuna carta. Ecco come trovarlo.
Raggiunta con l’automobile Tartano, imbocchiamo, all’uscita del paese, la stradina che si stacca dalla strada della Val Lunga, sulla destra, scendendo, con pochi tornanti, alla piana della contrada Biorca (da “biork”, forca: è qui, infatti, che la Val Tartano si biforca nella Val Lunga e nella Val Corta). Qui si trova un ampio parcheggio, dove è possibile lasciare l’automobile (se fosse interamente occupato, è possibile lasciarla anche in alcuni slarghi della sterrata che si inoltra, per un tratto, in Val Corta). Partiamo, dunque, da una quota approssimativa di 1160 metri, incamminandoci sulla sterrata della Val Corta, fino al punto nel quale la lasciamo per imboccare la pista che se ne stacca sulla destra e sale, con pochi tornanti, alle baite della Foppa (“Via Fòpa”, m. 1298), dove troviamo uno splendido esempio di elegante ballatoio in legno ancora in ottimo stato. Qui la sterrata termina, ad uno slargo, dal quale, guardando verso il versante montuoso, leggermente a sinistra, sul lato opposto del marcato vallone, distinguiamo la punta del monte Pisello, che emerge, modesta ma ben delineata, a monte di una complessa fascia di boschi e macchie di ontani.
Imbocchiamo, ora, il sentiero che passa proprio davanti alle baite della Foppa, dirigendosi verso sinistra, in direzione di due baite isolate, poste, a poca distanza, in direzione dell’interno della valle. Se qualcuno ci interrogerà circa la meta della nostra escursione, la comprenderanno subito se diciamo che saliamo alla “crùus”: con questo nome viene, infatti, chiamata la cima del monte, per via della croce che la sovrasta. Alle due baite si piega a destra, passandovi in mezzo e salendo poi, per breve tratto, nel prato alle loro spalle. Poi il sentiero, piuttosto stretto, piega a sinistra e si porta a ridosso del fianco roccioso della valle del Pisello, avvicinandosi al suo solco con un tratto esposto e protetto da corrimano. Attraversiamo, così, il torrentello della valle che scorre su un affioramento roccioso; sul lato opposto, il sentiero scende per breve tratto, proponendo un nuovo tratto protetto da corrimano, poi si porta ad un dosso dal quale si vedono le baite della località Ca’ Bona.
Qui, a circa 120 passi dal guado, possiamo vedere, prima che il sentiero torni a scendere, un sentiero che ne se stacca sulla destra, addentrandosi subito nel bosco. Imbocchiamolo e cominciamo a salire, con diversi tornanti, in una splendida pecceta, verso nord-ovest. La traccia si fa più ampia, diventa una vera e propria mulattiera, con alcuni tratti scalinati e protetti da muretti a secco. Una lunga salita ci porta ad intravedere, a monte del sentiero, una fascia di prati: si tratta della Tagliata (m. 1524), dove si trovano anche due baite. Il sentiero, però, non approda ai prati, ma continua a guadagnare quota alla loro destra. Salendo, ignoriamo, ad un tornante sinistrorso, una deviazione a destra, che procede in direzione del solco della valle. Se vogliamo vedere le baite, dobbiamo lasciare la mulattiera sulla sinistra. Se ci concediamo una sosta ai prati, osserviamo con attenzione il versante opposto, costituito in buona parte da orridi roccioni strapiombanti, sul ciglio dei quali il bosco sembra interrompersi bruscamente. Spettacolo molto istruttivo: sono, questi, boschi da non prendere sottogamba, ed i fuori-sentiero sono del tutto sconsigliabili, perché, prima ancora che ci rendiamo conto di dove siamo, possiamo ritrovarci sul ciglio di uno di questi strapiombi.
Tornati sul sentiero, riprendiamo a salire; a quota 1610 circa passiamo a destra di una bella pianetta, prima di attraversare una radura. Rientrati nel bosco, risaliamo, con brevi e ripidi tornanti, il crinale di un dosso, per poi effettuare una diagonale a sinistra, che ci porta ad una zona nella quale il bosco si apre e la traccia, meno ampia, corre fra il sottobosco che minaccia sempre di mangiarsela. Pieghiamo, quindi, leggermente a destra ed incontriamo il primo segnavia, un piccolo bollo rosso contornato di bianco. Poco sopra, un baitello diroccato annuncia che l’alpeggio non è lontano: siamo a quota 1725 metri e troviamo un secondo segnavia analogo. Oltrepassato il baitello, continuiamo a salire con rapidi tornanti, mentre intorno a noi i larici si vanno gradualmente sostituendo agli abeti, fino ad una nuova radura, che risaliamo diritti, rientrando nel bosco e piegando a sinistra. Guardando a destra, possiamo vedere la cima della Paglia, sopra gli omonimi alpeggi, con il segnale trigonometrico sulla vetta. Raggiungiamo, così, un muretto a secco: il sentiero, volgendo leggermente a destra, sale diritto nel bosco, fino a raggiungerne il limite, ad una quota approssimativa di 1830 metri. Alla nostra destra vediamo gli alpeggi e la cima della Paglia, mentre alle nostre spalle buono è il colpo d’occhio sul versante orientale della Val Corta, con il pizzo Torrenzuolo, il pizzo del Gerlo, il monte Seleron e la cima Vallocci. Ora memorizziamo bene questo punto, perché, al ritorno, non è semplice, senza punti di riferimento chiari, ritrovare il punto di partenza del sentiero nel bosco. Infatti, la traccia ora scompare, e dobbiamo risalire per un buon tratto i prati, procedendo diritti e passando a destra di una graziosa fascia di lamponi.
Poi, attraversata una fascia di “lavazz”, raggiungiamo le rovine del baitone o casera dell’alpe Pisello (m. 1860), alla cui destra si trova il rudere di una baita. A monte della casera, in alto, distinguiamo facilmente la cima del monte Pisello. Inizia la parte più difficile della salita, perché lo stato di abbandono di questi luoghi ha reso i sentieri sporchi e difficili da seguire, nonostante l’opera di pulizia messa in atto dai cacciatori. Dal rudere, infatti, non si vede l’ombra di sentiero. Guardando in alto a destra, possiamo riconoscere la profonda depressione del crinale che corrisponde al passo del Pisello (m. 1979), un tempo importante nodo di comunicazione fra Val Tartano ed alpeggi di Talamona, oggi quasi impraticabile per l’inselvatichimento dei sentieri. Alla sua sinistra, il crinale sale, poi presenta un più modesto avvallamento: di lì passa l’itinerario di salita alla cima per il versante settentrionale. Ma non è semplicissimo arrivarci.

Procedendo in quella direzione, cioè salendo, dal baitone, gradualmente in diagonale verso destra, cominciamo ad intravedere una debole traccia di sentiero, che si fa, più avanti, leggermente più chiara, anche se molto sporca. Seguendola, proseguiamo salendo più o meno diritti nella medesima direzione (ovest-nord-ovest), superando un dossetto ed un avvallamento. La traccia, poi, procede circondata su entrambi i lati da una macchia di ontani, che si va gradualmente restringendo, senza però soffocarla. Pieghiamo, così, leggermente a destra, poi descriviamo un arco verso sinistra, giungendo ad un bivio: non dobbiamo proseguire sulla traccia pianeggiante di destra, ma su quella che prosegue nella salita verso sinistra (ricordiamoci di questo punto, al ritorno). La traccia, quindi, volge a destra. In un tratto nel quale gli ontani si aprono un po’, possiamo distinguere, in basso a destra, la casera del Pisello, dalla quale siamo partiti in questa avventurosa salita. Seguono alcuni tornantini che ci portano a tagliare un dosso, passando a valle di alcuni grandi abeti che spiccano nettamente in questa zona di bassa boscaglia. Vediamo, quindi, davanti a noi la già citata sella sul crinale, preceduta da una seconda e più vicina sella, per la quale dovremo passare.
Raggiungiamo, poi, una fascia di massi, dove si trova un bivio: la traccia di sinistra, indicata da un piccolo ometto, ma all’inizio meno visibile, sale ad una radura più alta ed inizia la traversata, pianeggiante, nel primo tratto, all’alpeggio del Frager (m. 2101), in direzione sud. Quella di destra, invece, porta alla baita quotata 1970 metri. Entrambi le tracce possono essere sfruttate per salire alla cima. Se utilizziamo la prima, raggiunta la baita del Frager dobbiamo salire alla bocchetta del Pisello, selletta posta a 2220 metri, a sud della cima. Per farlo risaliamo, seguendo i segnavia bianco-rossi della Gran Via delle Orobie, o anche a vista, con una prima diagonale verso sinistra ed una seconda verso destra, il largo versante erboso a monte dell’alpeggio. Una volta raggiunta, senza eccessiva fatica, la bocchetta, prendiamo a destra e, seguendo il sentiero sul crinale, ci portiamo ai 2272 metri della cima. Più complessa, ma anche più affascinante, è la soluzione che sfrutta il versante meridionale.
Torniamo al bivio e proseguiamo diritti, passando a destra dei massi e di un masso isolato posto davanti ad una sorgente inaridita. La traccia ci porta ad attaccare lo strappo che adduce alla sella più bassa: passiamo, così, in un breve corridoio fra ontani, e ci ritroviamo ai piedi del breve ma ripido versante erboso sotto la sella. Risalendolo, un po’ faticosamente, approdiamo ad un’ampia conca di pascoli: poco più avanti, nascosta da un dossetto, troviamo la baita isolata quotata 1970 metri. Anche qui dobbiamo proseguire, in diagonale, salendo gradualmente verso destra e seguendo una debolissima traccia di sentiero, che ci porta ad un piccolo corpo franoso, ai piedi di una duplice sella. Qui la debole traccia si biforca: ci conviene seguire, perché è leggermente meno faticosa, quella di sinistra, che sale, ripida, fino alla sella di quota 2126.
Siamo, così, sul crinale fra Val Tartano e bassa Valtellina. Un crinale singolare, perché, in diversi punti, è percorso da spaccature che generano dei veri e propri corrodoi fra formazioni roccione. Un primo stretto corridoio ce lo troviamo subito, a destra. Noi prendiamo, però, in direzione opposta, cioè a sinistra (sud), e ci portiamo ad un secondo e più ampio corridoio, il cui centro è occupato da sfasciumi che la traccia di sentiero (ora più marcata) aggira tenendosi sulla destra. In alto, oltre il corridoio, vediamo chiaramente la cime e la croce che la sovrasta. Vediamo anche il piccolo torrione, roccioso sul versante valtellinese, erboso sugli altri lati, al cui vertice è posta, e, da qui, ci sembra troppo ripido ed impegnativo. Vedremo che così non è. Superato il corridoio, la traccia si sposta leggermente a sinistra, e corre sul crinale, con qualche tratto un po’ esposto sul versante ripido che guarda alla Val di Tartano. Alla nostra destra, intanto, si apre un terzo e più largo corridoio. Superate alcune roccette, ci portiamo ai piedi dell’ultima salita, che attacca il torrione sopra menzionato. Il versante è effettivamente ripido, ma la traccia, ben scalinata, ci consente di salire senza problemi. Unica indicazione: poco prima della vetta, seguiamone la deviazione a sinistra, che ci fa giungere dopo un largo giro al recinto che circonda la croce e l’altare della vetta. Già, perché il piccolo pianoro sommatale è interamente circondato da un recinto in legno; il cancelletto per entrare è posto sul versante meridionale, al quale giunge la più tranquilla traccia che sale dalla bocchetta del Pisello (quella sfruttata da chi sale dall’alpe Madrera, dalla Valle di Albaredo o dal Fragèr).
Dopo circa 4 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 1210 metri), eccoci, finalmente, alla vetta del monte Pisello, estremamente panoramica. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si erge, maestoso, alle spalle del più modesto e vicino monte Piscino. Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Più a destra, il pizzo Combolo (m. 2900) chiude la sequenza delle cime visibili: il fianco orientale della Val di Tartano, infatti, impedisce di vedere il gruppo dell’Adamello e di intravedere le cime delle Orobie centrali.
In compenso, il colpo d’occhio su buona parte della Val di Tartano, ad est e a sud, è fra i più completi e suggestivi: si mostrano, da sinistra, tutte le cime più significative della Val Corta, i pizzi Torrenzuolo e del Gerlo, il monte Seleron, la cima Vallocci, la cima delle Cadelle ed il monte Valegino; il monte Gavet, il monte Moro ed il pizzo della Scala separano Val Lunga e Val Corta; segue la Val di Lemma, ramo orientale dell’alta Val Corta, divisa a metà dal pizzo del Vallone; ed ancora, il pizzo Foppone, che si innalza, puntuto, dietro il suo caratteristico avamposto boscoso, e, alle sue spalle, l’arrotondato monte Tartano; alla sua destra, un ampio scorcio della Val Bùdria, ramo occidentale della Val Corta, con il minuscolo pizzo del Vento, la cima quotata 2319 e, appena visibile, sull’angolo di sud-ovest, il monte Azzarini (o monte Fioraro); ad ovest, infine, vediamo, in primo piano, la cima gemella del monte Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"), poi, buona parte del versante occidentale della Val Gerola, dietro al quale fa capolino l’inconfondibile corno del monte Legnone, che delimita, sulla sinistra, lo stupendo quadretto dell’alto Lario, che chiude questo giro d’orizzonte a 360 gradi.
Il ritorno può avvenire per la medesima via di salita, oppure sfruttando il versante meridionale per la facile discesa alla bocchetta del Pisello, di quota 2220. Qui prendiamo a sinistra, scendendo, con una diagonale a destra, poi a sinistra (i segnavia bianco-rossi della Gran Via delle Orobie ci guidano in questa discesa), raggiungendo le baite del Frager (m. 2101); qui cerchiamo, sulla sinistra, il sentiero che prende a nord-nord-est, effettuando la traversata che si conclude al bivio sopra menzionato, congiungendosi con il sentiero che abbiamo utilizzato salendo alla bocchetta di quota 2126. Vediamo, ora, di ricapitolare come effettuare la discesa per la medesima via di salita, dal momento che il rischio di perdersi non è remoto. Ridiscendiamo per il versante settentrionale, fino allo stretto corridoio fra roccioni cui giunge la bocchetta di quota 2126.
Possiamo, ora, concederci un fuori-programma di una quarantina di minuti, proseguendo sul crinale fino al passo del Pisello. Il sentirono attraversa il corridoio sul lato destro, poi passa a lato di un grande ometto (qui giunge dal versante della Val Tartano il secondo canalone erboso, quello di destra, cui abbiamo fatto menzione sopra: è piuttosto ripido, ma praticabile), raggiunge un avvallamento ed una singolarissima conca che si restringe ad un vero e proprio buco nel mezzo del crinale. Passiamo a sinistra di questa conca e proseguiamo tagliando il versante che si affaccia sulla Val di Tartano, fino ad immergerci nella fascia di ontani e a scendere ai 1979 metri del passo. Purtroppo, come già detto, la discesa dal passo su entrambi i versanti è molto difficile, perché i sentieri che portano all’alpe Madrera, sopra Talamona, ed all’alpe Pisello sono in pessime condizioni.
Torniamo, quindi, sul crinale e scendiamo per il canalone erboso utilizzato salendo; dopo una diagonale a destra, ci riportiamo alla baita di quota 1970. Proseguiamo, passando a destra di un graziosissimo poggio erboso; subito dopo pieghiamo a sinistra e scendiamo il ripido canalino erboso a destra delle roccette che stanno alla base del poggio, puntando un corridoio fra ontani che vediamo, più in basso, davanti a noi.

Attraversato il corridoio, prendiamo a destra e ripassiamo presso il masso davanti alla fonte inaridita ed al gruppo di massi. Procedendo, ritroviamo il bivio al quale giunge il sentiero dal Frager; qui prendiamo a sinistra. La traccia, dopo un breve tratto verso sinistra (sembra tornare verso il passo del Pisello), inverte bruscamente la direzione, e volge a destra, scendendo al dossetto a monte del quale si trovano gli abeti che spiccano per la loro altezza. Poi pieghiamo a sinistra e scendiamo ancora: attenzione però, perché quando il sentiero assume un andamento pianeggiante, dobbiamo lasciarlo sulla destra, seguendo la traccia che continua a scendere in direzione opposta.
Mantenendo la medesima direzione, raggiungiamo il baitone e la baita del Pisello (m. 1860). Passando fra i due ruderi, ci affacciamo alla parte bassa dei prati, prendendo come riferimento i due abeti più avanzati sulla soglia del bosco, leggermente a destra: scendendo più o meno a metà fra questi ed un più piccolo abete che resta alla loro sinistra, più alto, ritroviamo la partenza del sentiero che entra nel bosco dirigendosi per un breve tratto a destra, poi piegando a sinistra. A questo punto è quasi impossibile perdersi. Pieghiamo poi leggermente a destra, scendendo diritti, poi ancora a sinistra, per un lungo tratto (passiamo anche a sinistra di un segnavia rosso-bianco-rosso su un piccolo albero, che probabilmente ci è sfuggito salendo). Pieghiamo ancora leggermente a destra e, con discesa diretta ripassiamo dal baitello di quota 1725. La discesa prosegue con tornanti più ampi e la traccia si fa più marcata. Dopo una radura, passiamo a sinistra di una bella pianetta. La successiva discesa sembra portarci in direzione del centro della valle alla nostra sinistra, di cui vediamo, quando il bosco si apre un po’, gli impressionanti roccioni. Il sentiero, però, scarta verso destra e prosegue quasi parallela alla valle; proseguendo, ci troviamo al punto in cui la mulattiera passa quasi tangente ai prati della Tagliata. La successiva tranquilla discesa ci porta ad intercettare il sentiero che dalla Foppa porta alla Ca’ Bona; prendendo a sinistra, torniamo alla Foppa e di qui ridiscendiamo all’automobile.
Il lettore più attento si sarà posto la domanda: perché non sfruttare, nella salita o nella discesa, il percorso della Gran Via delle Orobie, che, provenendo dal rifugio Alpe Piazza, passa per la bocchetta del Pisello. Il problema è che, al momento (estate 2007) questo percorso è, quantomeno, problematico. Ecco il racconto del mio tentativo di trovarlo salendo. Ciascuno ne tragga le conclusioni che crede.
Partito dal parcheggio della Biorca, procedo verso l’interno della Val Corta, oltre Fognini e la Foppa, rimanendo, però, basso, lungo il tratturo che corre a destra del torrente. Incontro un primo gruppo di cartelli, in corrispondenza del bivio al quale si stacca il sentiero che, sulla sinistra, scavalca il torrente su un ponte: i questa direzione il passo di lemma viene dato a 3 ore, mentre proseguendo sul tratturo si raggiunge la località Barbera in 10 minuti, le casere di Val Budria in un’ora ed il passo di Pedena in 3 ore e 10 minuti. Proseguo sul tratturo, superando le baite di Barbera e Bagini; questo lascia il posto alla mulattiera della Val Budria. Incontro un secondo gruppo di cartelli, che indicano quanto segue: sfruttando la mulattiera si raggiungono le baite di val Burdia in 30 minuti; nella medesima direzione si percorre la Gran Via delle Orobie raggiungendo la Val di Lemma in 50 minuti ed il passo di Tartano in 3 ore e 40 minuti; deviando a destra si percorre la Gran Via delle Orobie in senso contrario, raggiungendo l’alpe Pedroria in 3 ore, l’alpe Piazza in 3 ore e 20 minuti ed il passo di S. Marco in 7 ore e 20 minuti. "OK, ci siamo", penso.
Lascio la mulattiera imboccando il sentiero ala sua destra, indicato dal cartello, trovando subito un bivio nel centro di un vallone, al quale i segnavia mi indicano di andare a sinistra, lasciando sulla destra il sentiero che porta ad una baita isolata sul limite inferiore di una fascia di prati. Approdo subito ad un’ampia fascia di prati incorniciata dalla testata della Val Budria: la carta dice che si tratta dei prati che si trovano a sud-ovest della località Bratta. I segnavia latitano, e con fatica riesco a scovarne uno, sbiadito, su un sasso, seminascosto dai rami di un abete, con la sigla GVO, che mi indica che non devo attraversare i prati, ma, restando al limite che ho raggiunto, salire verso destra alla loro parte alta. Non ne vedrò altri.
Salgo, quindi, rimanendo sul limite destro dei prati, lasciando alla mia sinistra una baita, poi piego a sinistra, portandomi sopra la baita, sulla sua verticale, e proseguo salendo diritto, fino al limite del bosco, dove si trova un sentiero abbastanza marcato che prosegue nella salita con rapidi tornantini. Esco poi dal bosco ad una nuova più modesta fascia di prati: superato il rudere di baita quotato 1532, proseguo uscendo da un varco nel muretto a secco e continuando a salire diritto lungo una radura, a vista. Ritrovo, quindi, prestando attenzione, una debole traccia che rientra nel bosco e diventa sentiero ben visibile. Oltrepassata una piccola franetta, esco di nuovo ad una fascia di prati, dove il sentiero scompare. Salendo più o meno diritto, mi ritrovo a destra del rudere della baita quotata 1661 metri. A destra della baita, sul limite del bosco, vedo la ripartenza del sentiero, che prosegue salendo verso destra, in direzione del solco della selvaggia valle della Bratta.
Dopo alcuni tornantini, mi trovo ad un bivio: una traccia meno marcata prosegue verso destra, cioè verso il solco della valle, mentre la traccia più marcata piega a sinistra. Un ometto conforta la mia scelta di proseguire verso sinistra. Il sentiero diventa ben presto meno chiaro, taglia una fascia di ontani, supera zig-zagando una fascia di macereti, per poi rientrare nel bosco e tornare più chiaro. Dopo un nuovo traverso a sinistra, il sentiero piega a destra e si perde in una fascia di macereti, che risalgo diritto, fino a tornare sul limite del bosco, dove trovo, alla mia destra, il rudere di un baitello a quota 1820. Con un po’ di attenzione, ritrovo, appena oltre il limite del bosco, il sentiero, che effettua una diagonale a sinistra che mi porta al limite di un’ampia fascia di prati. Proseguendo diritto, arrivo ad un muretto a secco, oltre il quale vedo una baita metri.
Dopo aver ben memorizzato il punto nel quale sono uscito dal bosco, cerco il sentiero che prosegue a salire nei prati a monte della baita. Questo si trova sulla sinistra, ed in breve porta ad un ampio poggio, più in alto, dove si trova il bel baitone di Ortello, quotato 1874 metri. Alle sue spalle il sentiero prosegue salendo, in direzione del solco della valle di sinistra. La traccia è stretta e, in alcuni punti, esposta. Superato un vallone, raggiungo la baita senza nome, quotata sulla carta IGM 2010 metri. In alto, il frastagliato versante che separa la Val Budria dal versante orobico sopra talamona, fra il monte Lago, a sinistra, ed il monte Culino, a destra. Qui non vedo altre tracce di sentiero. Resto con un interrogativo: e la Gran Via delle Orobie?
Ma poi sono altri i pensieri che si affollano alla mente. Sono, questi, luoghi immersi nella più profonda e triste solitudine. Eppure un tempo vi si poteva incontrare molta gente. Non solo gli alpeggiatori, ma anche quei contadini, anzi, quelle contadine che venivano fin quassù spinte dalla necessità di integrare il foraggio per le poche bestie facendo erba alle quote più elevate. Venivano soprattutto dal versante della Valle di Albaredo, appoggiandosi al crinale a sud del monte Lago (lo vediamo, in alto, alla nostra sinistra) e scendendo alle balze più alte della Val Budria, scoscese e pericolose (vi fu anche qualche vittima). Venivano a fare la “cèra”, cioè a tagliare quell’erba scivolosa e filiforme che, pur non avendo un particolare pregio come nutriente, consentiva pur sempre di integrare la scorta di fieno.
Arrivavano sul far dell’alba, quando ancora si vedevano le sette stelle del “pradèr”, finché nel cielo non restava solo l’ultima stella, la stella del mattino, “la dì”. Per arrivare così presto dovevano partire, in gruppi di una ventina di donne, almeno un paio d’ore prima, verso le tre, nel cuore della notte, e camminare qualche ora. Tagliavano l’erba per diverse ore, calzando zoccoli ferrati che permettevano di ancorarsi meglio al terreno. La sera, con una trentina di chili d’erba nella gerla, se ne tornavano a casa, e così ogni giorno, per 10-12 ore, tutta l’estate e per buona parte dell’autunno (qualche volta addirittura fino a S. Caterina, il 25 di novembre, come racconta Orsola Petrelli, una testimone intervistata da Patrizio Del Nero, autore del bel volume “Albaredo e la Via di San Marco”, Editour, 2001).

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