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Il pizzo del Gerlo dalla sella del crinale

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada di Val Lunga-Baite del Gerlo-Selletta-Pizzo Gerlo
4 h
1170
EE
Strada di Val Lunga-Baite del Gerlo-Selletta-Pizzo Gerlo-Selletta-Pizzo Torrenzuolo- Alpe Torrenzuolo-Baite del Gerlo-Strada di Val Lunga
6 h
1230
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino ad una galleria paravalanghe. Lasciamo l’automobile appena prima della galleria e cerchiamo sul lato sinistro della strada, verso monte, ad una quota approssimativa di 1300 metri, la partenza del sentierino che sale all’alpeggio del Gerlo, proponendo una prima diagonale verso sinistra. Dopo un tratto verso destra ed un tratto zigzagante, il sentiero si porta al centro della Valle del Gerlo e ne supera da sinistra a destra il torrentello. Dopo un tratto zigzagante, il sentiero raggiunge un bosco di conifere e si porta sul limite di sinistra di una prima fascia di prati (baita di quota 1735). Sale seguendo il bordo sinistro, poi volge a sinistra ed attraversa una fascia di radi larici, prima di raggiungere il limite inferiore dello splendido anfiteatro dell’alpe del Gerlo, dove ci accoglie la singolarissima formazione delle baite del Gerlo (m. 1897), disposte in una doppia file di tre, con le tre superiori leggermente sfalsate sulla destra. Riprendiamo la salita, su una traccia discontinua di sentiero che parte alle spalle delle baite, salendo il ripido versante dei pascoli, verso destra ed incontrando tre baite isolate, prima di raggiungere il modesto ripiano che ospita il recinto della baita Matarone (m. 2215), caratterizzata da tre grabdi ometti. Dobbiamo poi prendere a sinistra, imboccando l’evidente sentiero che aggira il dosso che scende dal pizzo Gerlo verso sud-ovest, passando a monte di una fascia di rocce. Aggirato il dosso, ci affacciamo ad un ampio vallone, appena pronunciato, che scende dal crinale Val Lunga-Val Vicima fino all’alpe del Gerlo. Il sentiero diventa via via meno marcato, mentre guadagna quota molto gradualmente: seguirlo richiede, ora attenzione. Raggiunto il filo di un piccolo dosso, non prosegue nella medesima direzione, ma piega a destra (non è facile vedere la deviazione) e risale per un tratto il dosso con serrati tornantini, piegano poi ancora a destra, attaccando il versante abbastanza ripido che ci separa dal crinale. Qui finisce per perdersi, ma non è difficile guadagnare il crinale anche salendo a vista e puntando ad una ben visibile selletta, posta ad una quota approssimativa di 2350 metri, che si affaccia sulla Val Vicima. Prendiamo ora a destra e seguiamo una traccia di sentiero che segue il crinale (appoggiandosi sulla sinistra) ed attacca un ripido crinale erboso, anche se difficoltà autentiche, in assenza di neve e su terreno asciutto, non ce ne sono. Ad attenderci, sulla cima del pizzo Gerlo (m. 2470), due grandi ometti.


Apri qui una panoramica del versante orientale della Val Tartano

Sulla cima del pizzo Gerlo (m. 2470) convergono i confini di tre comuni, Tartano, a sud e sud-ovest, Forcola, a nord (si tratta della Val Vicima, che, pur essendo laterale della Val di Tartano, rientra nel territorio di questo comune), e Fusine, ad est.
Salire al pizzo dal versante della Val di Tartano non è difficile. Il punto di partenza dell’escursione è nei pressi della galleria paravalanghe che si incontra percorrendo la carrozzabile che parte da Tartano (m. 1210) e si addentra in Val Lunga.
Lasciamo l’automobile appena prima della galleria, e cerchiamo sul lato sinistro della strada, verso monte, ad una quota approssimativa di 1300 metri, la partenza del sentierino che sale all’alpeggio del Gerlo. Una diagonale verso sinistra ci porta a dominare, con un bel colpo d’occhio, la frazione della Piana (m. 1282), riconoscibile per il campanile della chiesetta: salendo da Tartano in automobile, l’abbiamo oltrepassata, sulla nostra destra. Alle sue spalle, verso nord-ovest, l’orizzonte è chiuso dal versante che sovrasta l’imbocco della Val Corta: distinguiamo, da sinistra, il monte Pisello ed il passo omonimo, la cima della Paglia, il monte Piscino e la Forcella, a monte dell’alpe Postareccio. Il sentiero, dopo un successivo tratto verso destra, si addentra nel solco della valle del Gerlo, cominciando a salire all’ombra di alcune singolari formazioni rocciose, che sembrano poste a guardia della soglia che separa il fondo della Val Lunga dalla splendida fascia di alpeggi che percorre il fianco più alto della sua costiera nord-orientale. Per un buon tratto il tracciato descrive una fitta serpentina, quasi giocando con un torrentello secondario che confluisce nella valle del Gerlo, e superandolo in più punti, da destra a sinistra e da sinistra a destra. Il sentiero è ancora in buono stato, e conserva, in alcuni punti, traccia dei muretti di sostegno che garantivano condizioni adeguate di transito alle mandrie che salivano, ad inizio estate, agli alpeggi. Poi un traverso verso destra, le quale la traccia si fa più debole, ci porta nel cuore del solco principale della valle, dove il torrente del Gerlo sembra scaturire, in un vivace gioco di riflessi, da una fascia di rocce nascoste, poco a monte del sentiero, dalla bassa vegetazione. Lo attraversiamo verso destra, e riprendiamo a salire. Il sentiero torna a farsi marcato, e serpeggia fra la bassa vegetazione, fino a raggiungere la fascia più bassa di un bel bosco di conifere. È come entrare in un mondo diverso.
Ben presto ci ritroviamo a valle di un lungo dosso di prati, di cui scorgiamo appena, sulla nostra destra, il filo. Scorgiamo anche la baita di quota 1735. Alle sue spalle, appare un bello spaccato della costiera che divide la Val Lunga dalla Val Corta: si distinguono, da destra, l’affilata cima del pizzo della Scala, che sovrasta la conca dell’alpe omonima, la sella del passo del monte Moro, il poco pronunciato monte Moro, il monte Gavet ed il dosso Tacher. Il sentiero resta sempre sotto il margine dei prati, poi volge a sinistra ed attraversa una bella fascia di radi larici, prima di raggiungere il limite inferiore dello splendido anfiteatro dell’alpe del Gerlo, dove ci accoglie la singolarissima formazione delle baite del Gerlo (m. 1897), disposte in una doppia file di tre, con le tre superiori leggermente sfalsate sulla destra. A monte delle sei baite, l’ampia distesa dell’alpeggio, che raggiunte il piede della costiera che separa la Val Lunga dalla Val Vicima (la prima laterale sud-orientale della Val di Tartano).
Non possiamo proseguire nel racconto dell'escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene, riprendiamo, ora, il cammino. Sulla costiera possiamo facilmente individuare la meta, il pizzo Gerlo, spostato a destra rispetto alla verticale delle baite. Riprendiamo la salita, su una traccia discontinua di sentiero che parte alle spalle delle baite, salendo il ripido versante dei pascoli, verso destra. Alla nostra sinistra, sul lato opposto dell’alta valle del Gerlo, possiamo vedere bene il lungo baitone dell’alpe, a quota 2050. Incontriamo, nella salita, altre tre baite isolate, prima di raggiungere il modesto ripiano che ospita il recinto della baita Matarone (m. 2215). Il luogo è davvero suggestivo, soprattutto per la presenza dei tre grandi ometti che stanno sul muricciolo di fronte alle baite. Probabilmente la loro collocazione non è casuale (anche se Giovanni Bianchini, nell'eccellente Dizionario dei dialetti della Val Tartano, edito dalla Fondazione Pro Valtellina nel 1994, sostiene che gli ometti erano costruiti dai giovani pastori per puro gioco), così come non è casuale che solo uno di essi è sormontato da una pietra a forma di tronco di piramide, ma il significato di tutto ciò resta un enigma. Mentre questo interrogativo si fa strada nelle nostre menti, possiamo osservare il panorama che si apre dalle baite. Possiamo di nuovo osservare la costiera che fronteggia la nostra, dal pizzo della Scala al dosso Tacher. Guardando in direzione opposta, verso est, possiamo distinguere il tormentato crinale che congiunge il pizzo Gerlo, a sinistra, al monte Seleron (m. 2519), a destra. Nel mezzo, si riconosce un intaglio al culmine di un ripido canalino, che pare di difficile accesso. Ed in effetti non è facile raggiungere l’intaglio, ma con un po’ di esperienza e cautela lo si può fare, per poi scendere facilmente in alta Valmadre, a monte del laghetto e dell’alpe di Bernasca.
Alla nostra destra vediamo un sentiero che raggiunge il dosso che separa l’alpe del Gerlo dall’alpe Canale. Seguendolo, possiamo poi scendere ai piedi dell’ampio vallone che sale alla bocchetta di Cògola che guarda sulla valle omonima, laterale della Valmadre, e salire, quindi, facilmente a tale bocchetta, molto panoramica, che sulle carte IGM non ha nome ed è quotata 2410 metri. Ma la nostra meta, per oggi, è diversa.
Dobbiamo prendere a sinistra, imboccando l’evidente sentiero che aggira il dosso che scende dal pizzo Gerlo verso sud-ovest, passando a monte di una fascia di rocce. Aggirato il dosso, ci affacciamo ad un ampio vallone, appena pronunciato, che scende dal crinale Val Lunga-Val Vicima fino all’alpe del Gerlo. Il sentiero diventa via via meno marcato, mentre guadagna quota molto gradualmente: seguirlo richiede, ora attenzione. Raggiunto il filo di un piccolo dosso, non prosegue nella medesima direzione, ma piega a destra (non è facile vedere la deviazione) e risale per un tratto il dosso con serrati tornantini, piegano poi ancora a destra, attaccando il versante abbastanza ripido che ci separa dal crinale. Qui finisce per perdersi, ma non è difficile guadagnare il crinale anche salendo a vista e puntando ad una ben visibile selletta, posta ad una quota approssimativa di 2350 metri.
Il crinale si affaccia sulla Val Vicima, la prima laterale orientale della Val Tartano. Il versante opposto a quello risalito appare di natura diversa: non più un declivio erboso, ma un sistema di ripide roccette, colonizzate solo qua e là dalla vegetazione disordinata. Siamo, più o meno, a metà strada fra il pizzo Torrenzuolo, alla nostra sinistra (m. 2380), ed il pizzo Gerlo, alla nostra destra (m. 2470). Da qui vediamo ora bene la cima di quest’ultimo. Ci colpisce la marcata differenza fra i suoi versanti settentrionale (che guarda all’alta Val Vicima) e meridionale (che guarda alla Val Lunga): mentre il secondo propone un manto erboso, interrotto solo da qualche modesta formazione rocciosa, il primo è costituito da una parete rocciosa che ha la sua imponenza e che domina la testata dell’alta Val Vicima. Un po’ come un Giano bifronte, un pizzo dal doppio volto.
Un pizzo di difficile accesso, almeno così pare da qui: il crinale che scende dalla sua cima verso nord-ovest, e che dobbiamo ora risalire, sembra troppo ripido per le capacità di un escursionista medio. In realtà si tratta di un’impressione parzialmente ingannevole: seguendo una traccia di sentiero e risalendo il crinale, ci accorgiamo che difficoltà autentiche, in assenza di neve e su terreno asciutto, non ce ne sono. Ad attenderci, sulla cima del pizzo Gerlo, due grandi ometti ed un panorama eccellente. A nord, in primo piano, il monte Seleron (m. 2519), alle cui spalle si intravede la cima Vallocci (m. 2510): si tratta delle due maggiori elevazioni della costiera che separa la Val Lunga dalla Valmadre. È interessante osservare che le cime di questa costiera sono più elevate di quelle che scandiscono la testata della Val Tartano, e che si scorgono, sul fondo, a destra (si distingue, in particolare, il profilo arrotondato del monte Valegino – m. 2415 -, l’ampia sella del passo di Tartano – m. 2105 -, la cima di Lemma – m. 2348 – ed il pizzo della Scala – m. 2427 -). A sinistra del monte Seleron, invece, si scorge una sequenza di costiere, che separano Valmadre, Val Cervia, Valle del Livrio e Val Venina; sul fondo, spicca il profilo regolare del pizzo del Diavolo di Tenda, sulla testata della Val Vedello. A sud possiamo dominare l’alta Val Vicima, alle cuoi spalle, sul fondo, si stagliano le cime del gruppo del Masino ed il monte Disgrazia. A sud-ovest si impone, in primo piano, la cima erbosa del pizzo Torrenzuolo; alle sue spalle, la Costiera dei Cech e la valle di Spluga, all’ingresso della Val Masino. Più a sinistra, dietro la costiera che separa la Val Corta dalla bassa Valtellina, lo sguardo raggiunge la parte terminale della bassa Valtellina ed uno scorcio del lago di Como.
Per salire ai 2470 metri del pizzo abbiamo superato un dislivello di circa 1170 metri, in 3-4 ore di cammino. Ora ci tocca scendere. Se optiamo per ripercorrere la medesima via di salita, prestiamo attenzione ai punti di riferimento memorizzati salendo, per evitare problematiche discese a vista lungo i ripidi scivoli di erba e roccette che calano all’alpe del Gerlo.
Suggerisco, però, questa alternativa, che richiede un’ora circa di cammino in più, ma che è assai interessante. Tornati alla sella fra i pizzi Gerlo e Torrenzuolo, invece di scendere all’alpe, affrontiamo la breve salita che ci porta a questa seconda cima (m. 2380), che raggiungiamo facilmente in pochi minuti. Ricominciamo, quindi, a scendere seguendo la traccia di sentiero sul crinale che scende dal pizzo verso ovest, fino a raggiungere alcuni grandi ometti. L’ultimo di questi ometti segnala la deviazione a destra, che ci consente di lasciare il crinale e di scendere all’alpeggio che occupa la parte alta della Val Castino.
Pieghiamo, ora, a sinistra e scendiamo, toccando alcune baite, fino ad intercettare il marcato sentiero che congiunge l’alpe Torrenzuolo all’alpe Barghèt. Lo percorriamo verso sinistra e, in pochi minuti, raggiungiamo l’alpe Torrenzuolo, dove troviamo l’omonimo agriturismo Torrenzuolo (m. 1794), dal quale si può scendere direttamente a Tartano. Se disponiamo di due automobili e ne abbiamo lasciata una qui, possiamo optare per questa soluzione. In caso contrario, dobbiamo imboccare il sentiero che congiunge l’alpe Torrenzuolo all’alpe del Gerlo. Per trovarlo, dobbiamo proseguire, dall’agriturismo, in direzione di una baita più piccola, posta a sud-est, per poi salire, seguendo il sentiero, ad una seconda baita (m. 1881).Appena sotto la baita, un cartello indica il punto nel quale il sentiero si inoltra nel bosco, iniziando una bella traversata che, con qualche leggera salita, ci riporta, in un quarto d’ora circa di cammino, all’alpe Gerlo, di cui raggiungiamo il limite nord-occidentale. Superato il torrentello, siamo di nuovo alle sei baite della casera del Gerlo (m. 1897), dalla quale riprendiamo la discesa seguendo il sentiero già utilizzato nella prima parte dell’escursione. Questo bel giro richiede circa 6 ore di cammino.

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