CARTA DEL PERCORSO - ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO - GALLERIA DI IMMAGINI - GOOGLE MAP


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Arale-Val Dordonella-Baita della Cima-Cima dei Lupi
4 h
930
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma la lasciamo subito, prendendo a destra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiunge il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Non ci portiamo al ponte, ma un buon tratto prima, nel punto in cui il sentiero volge leggermente a sinistra e si interrompe un muretto alla nostra sinistra, sul limite basso dei prati, cerchiamo a monte la partenza di una traccia che risale i prati con un breve tratto a destra ed una diagonale a sinistra, e portando alle due baite di quota 1699 (se non troviamo la traccia, possiamo ugualmente salire, senza troppa difficoltà, a vista). Lasciamo, dunque il sentiero per la casera di Porcile ed imbocchiamo questo sentierino, che ci porterà in val Dordonella. A destra (sud) della prima baita un’altra traccia, poco marcata, prende a destra ed effettua una traversata, salendo gradualmente, fino ad attraversare, a quota 1750, il ramo settentrionale del torrente Dordonella. Sul lato opposto, piega a sinistra, risale per un tratto il dosso, fino ad intercettare un sentiero più marcato che proviene da sinistra. Lo seguiamo verso destra ed attraversiamo il ramo meridionale del torrente Dordonella, a 1800 metri circa, poco a monte rispetto ad un curioso panettone roccioso, iniziando, poi, ad inanellare una serrata serie di tornanti, che risalgono un versante dominato da ontani. La traccia è sempre visibile, ma putroppo in diversi tratti assai sporca: ontani invadenti la nascondono, l'erba la colonizza. Ai tornanti segue una diagonale verso destra, che ci porta nei pressi del roccioso fianco meridionale della valle, ed una nuova svolta a sinistra. Dopo qualche tornante, raggiungiamo una zona battuta da slavine, e qui la traccia diventa assai incerta, ed in alcuni tratti quasi indistinguibile; non ci sono, però, problemi, perché, quando gli ontani si aprono un po', vediamo, più o meno sulla nostra verticale, la casera più bassa di Dordona (m. 1989), che possiamo raggiungere anche salendo a vista (ma dobbiamo ben memorizzare il percorso per la discesa). Dobbiamo salire alla casera di quota 2071, a nord-est della prima (si tratta di un bel baitone che vediamo in alto a sinistra): anche in questo caso se perdiamo la traccia (cosa non difficile, dal momento che è visibile solo a tratti), possiamo salire a vista, in diagonale, puntando al baitone e cercando di non stare troppo bassi. Per raggiungerlo dobbiamo superare il vallone scavato dal ramo meridionale del torrente Dordonella, che il sentiero riattraversa, da destra a sinistra, in un tratto in cui è ben visibile e sostenuto da un muretto a secco; il problema, però, è arrivare al guado, perché prima la traccia non è sempre visibile e, nel punto in cui aggira il modesto dosso prima del vallone, è ben nascosta da una fascia di antipaticissimi ontani. Oltre il vallone, la traccia ci lascia di nuovo, ma, dopo aver piegato a destra e risalito senza difficoltà un dosso erboso (da studiare in funzione della discesa), siamo, alfine, al bel baitone (m. 2071). La traccia prosegue verso sinistra (nord), passando per la baita più alta. Salendo ancora ci affacciamo al gradino di soglia dell’alta valle, puntando ad un grande ometto. Ora dobbiamo piegare gradualmente a destra, in direzione del versante meridionale (di destra, per chi sale) della valle, quello opposto al versante più vicino a noi. Procediamo senza percorso obbligato, verso sud, risalendo gli ultimi pascoli ed i primi roccioni arrotondati; di fronte a noi il severo versante settentrionale della cima di Val Lunga. Non puntiamo, però, al versante, ma ad un facile canalone erboso che vediamo alla sua sinistra. Attraversiamo, così, un piccolo sistema di incantevoli pianori, nei quali, fra i chiari roccioni, fioriscono i candidi ciuffi degli eriofori, su terreno di torbiera. Giunti al canalone, saliamo puntando alla bocchetta che si apre a sinistra della cima di Val Lunga, raggiunta la quale pieghiamo a sinistra, fino alla larga e tondeggiante cupola erbosa, la cima dei Lupi (m. 2415).


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Il colmo per un escursionista che salga alla cima dei Lupi (scima di lüf, sull’angolo sud-orientale della Val Lunga, in Val di Tartano) è di trovarvi…un gregge di pecore. Proprio questo mi è capitato nell’agosto del 2008. Pecore, peraltro, sempre fedeli alla propria natura tremebonda, quindi timorose anche alla vista del lento incedere dell’escursionista dall’aria contemplativa. Pecore confidenti nella propria curiosa strategia difensiva: immobilità assoluta, con singolare effetto quasi-mimetico sullo sfondo di candide rocce arrotondate. Ci vuol poco a farle felici: basta far finta che il loro trucco sia riuscito, procedere con l’aria di chi non ha visto alcuna forma di vita tutt’intorno. Chissà, però, se sarebbero ugualmente felici se sapessero.
Se sapessero (è notizia  recente - agosto 2008) che il lupo ha fatto la sua ricomparsa, dopo la lunga traversata dagli Appennini alle Alpi, sul versante orobico bergamasco, con grande preoccupazione degli allevatori di animali, ed ha già fatto qualche vittima proprio fra le pecore.

Il lupo che sulle Orobie era di casa fino alla seconda metà del secolo XIX, quando scomparve per la caccia sistematica di cui fu fatto oggetto. Il lupo che era di casa anche nelle favole, quelle d’importazione e quelle autoctone, quelle del lupo cattivo che mangia i bambini. Il lupo che mangiava, qualche rara volta, i bambini anche fuori delle favole: segnalazioni di piccole vittime della fame dei lupi sono attestate nelle cronache valtellinesi, come quella della parrocchia di Albosaggia, che segnala due bambini sbranati nel 1625, altri nel 1633, o quella di Colorina, dove Franceschina Cornello venne uccisa il 13 novembre 1635, o, ancora, di Fusine, dove Caterina Romerio, di 4 anni, venne divorata il 6 settembre 1637 (cfr. il volume “L’uomo e la bestia antropofaga”, a cura di M. Comincini, citato in “Il versante orobico – dalla Val Fabiolo alla Val Malgina”, di Eliana e Nemo Canetta, Torino, 2005, VCDA Vivalda ed.).  Il lupo che, spinto dalla fame negli inverni più freddi, scendeva al piano ed assaliva anche gli adulti, come accadde a Delebio nel dicembre del 1821.
Poi, per oltre un secolo, del lupo rimasero tracce solo nell’immaginario popolare e nella toponomastica, fino alle più recenti cronache che sembrano aprire un nuovo capitolo della travagliata vicenda del rapporto fra uomo e lupo, si spera decisamente più tranquillo. La toponomastica: qualche volta ci sono di mezzo errori pacchiani (per esempio il pian del Lupo, presso Chiareggio, in Valmalenco, è errata italianizzazione di “cià lla lóp”, piano della “lóp”, “loppa” o “lolla”, scoria della cottura del minerale di ferro). Altre volte si tratta proprio del lüff (o löff), il lupo, come nella Valle dei Lupi, sull’angolo sud-orientale della Val Lunga, dove si apre lo stretto intaglio della bocchetta o passo dei Lupi (m. 2316), che si affaccia sull’alta Val Madre e che è dominata, a nord, dalla cima dei Lupi (m. 2415). È ben vero che ai piedi della valle stanno i resti di miniere di ferro sfruttate fino al secolo XVIII, come in alta Valmalenco, ma sembra proprio che in questo caso ci sia davvero di mezzo il lupo, che anche in Val Tartano stazionò fino al secolo XIX.
La facile salita alla cima dei Lupi si tinge, dunque, dei forti colori della suggestione; regala, inoltre, un panorama superbo e consente, infine, di visitare la più bella e luminosa laterale della Val Lunga, la val Dordonella, sul cui fondo si trova il passo omonimo, facile accesso all’alta Valmadre (Dordona e Dordonella sono toponimi forse riconducibili alla voce lombarda "dord", che significa "tordo").
Per effettuarla, dobbiamo raggiungere lo spiazzo nel quale si conclude la strada che, con fondo asfaltato e sterrato, si addentra da Tartano in Val Lunga; siamo oltre le ultime baite sui prati alti alla nostra sinistra (fienili Arale). Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, oltre il secondo ponte che, sulla nostra destra, scavalca il torrente Tartano, incamminiamoci sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio Beniamino), ma lasciandolo subito, sulla destra, per immetterci sul sentiero che, procedendo in direzione sud-sud-est, porta alla casera ed ai laghetti di Porcile (si tratta del "sentér de la Crus de Purscìl").


Cima di Val Lunga

Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi.
Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca. Guardando a sinistra, infine, vediamo, alte su una ripida fascia di prati, due baite quotate 1699 metri. Fra queste due baite ed il ponte, nel punto in cui il sentiero volge leggermente a sinistra e si interrompe un muretto alla nostra sinistra, sul limite basso dei prati, possiamo individuare, con un po’ di attenzione, la partenza di una traccia che se ne stacca sulla sinistra, risalendo i prati con un breve tratto a destra ed una diagonale a sinistra, e portando alle due baite di quota 1699 (se non troviamo la traccia, possiamo ugualmente salire, senza troppa difficoltà, a vista).
Lasciamo, dunque il sentiero per la casera di Porcile ed imbocchiamo questo sentierino, che ci porterà in val Dordonella. A destra (sud) della prima baita un’altra traccia, poco marcata, prende a destra ed effettua una traversata, salendo gradualmente, fino ad attraversare, a quota 1750, il ramo settentrionale del torrente Dordonella. Sul lato opposto, piega a sinistra, risale per un tratto il dosso, fino ad intercettare un sentiero più marcato che proviene da sinistra (dalle baite della Corna, m. 1785, a monte delle due baite di quota 1699: volendo, possiamo anche scegliere, quindi, di salire, per prati, a vista, dalle due baite a quelle della Corna, stando a sinistra di una macchia di larici, per poi imboccare questo sentiero che parte sul loro lato di destra). Il sentiero procede verso destra e ci porta ad attraversare il ramo meridionale del torrente Dordonella, a 1800 metri circa, poco a monte rispetto ad un curioso panettone roccioso, iniziando, poi, ad inanellare una serrata serie di tornanti, che risalgono un versante dominato da ontani. La traccia è sempre visibile, ma putroppo in diversi tratti, al momento (agosto 2008) assai sporca: ontani invadenti la nascondono, l'erba la colonizza. La speranza è che si proceda alla sua pulitura, perché la val Dordonella è fra gli angoli più belli ed escursionisticamente più interessanti della Val Tartano.
Ai tornanti segue una diagonale verso destra, che ci porta nei pressi del roccioso fianco meridionale della valle, ed una nuova svolta a sinistra. Davanti a noi, in alto, la rocciosa e caratteristica cima di Val Lunga (m. 2405), dietro cui si nasconde la cima dei Lupi, decisamente meno pronunciata, anche se di poco (10 metri) più alta. Più a destra, in fondo alla Val Lunga, distinguiamo facilmente la larga sella del passo di Tartano, sorvegliato dalla grande croce.


Alta Val Dordonella

Dopo qualche tornante, raggiungiamo una zona battuta da slavine, e qui la traccia diventa assai incerta, ed in alcuni tratti quasi indistinguibile; non ci sono, però, problemi, perché, quando gli ontani si aprono un po', vediamo, più o meno sulla nostra verticale, la casera più bassa di Dordona (m. 1989), che possiamo raggiungere anche salendo a vista. Il problema, casomai, è nella discesa, perché solo qualche ometto aiuta, mentre la fascia di ontani è piuttosto disorientante (un tempo vi erano segnavia rosso-bianco-rossi, ora pressoché scomparsi). E', quindi, opportuno studiare bene la zona, nella salita; alla peggio, si può poi scendere a vista, con un po' di fatica, fra gli ontani, restando poco a sinistra di una macchia di larici, fino ad intercettare il sentiero nella diagonale sopra descritta.
La casera più bassa (alla cui sinistra è posta una baita più piccola) è circondata da una fascia di rigogliosi "lavàz", piante di romice o rabarbaro alpino, caratteristiche di molti alpeggi, perché prosperano nei terreni molto grassi, quindi concimati dalle mucche (intorno alle baite e nei "grass" dove alloggia la malga). La presenza delle piante testimonia che l'alpeggio era molto utilizzato, in passato; ora vi regna la solitudine. Un tempo le loro foglie erano molto apprezzate, perché il gambo è succoso e dolce, e con le foglie molto giovani e tenere si cucinava anche una minestra, la "menéstra cui lavazìi"; venivano, poi, utilizzate per avvolgere burro, mascarpa e stracchini. Possiamo ricordare un modo di dire riportato ne Dizionario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini: "diventà cumè na lavàza", cioè "diventare come una foglia di romice", in seguito ad uno spavento, vale a dire afflosciarsi, quasi, al limite dello svenimento.
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell'escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Di nuovo in cammino, ora: dobbiamo salire alla casera di quota 2071, a nord-est della prima (si tratta di un bel baitone che vediamo in alto a sinistra): anche in questo caso se perdiamo la traccia (cosa non difficile, dal momento che è visibile solo a tratti), possiamo salire a vista, in diagonale, puntando al baitone e cercando di non stare troppo bassi. Per raggiungerlo dobbiamo superare il vallone scavato dal ramo meridionale del torrente Dordonella, che il sentiero riattraversa, da destra a sinistra, in un tratto in cui è ben visibile e sostenuto da un muretto a secco; il problema, però, è arrivare al guado, perché prima la traccia non è sempre visibile e, nel punto in cui aggira il modesto dosso prima del vallone, è ben nascosta da una fascia di antipaticissimi ontani. Comunque, con un po' di pazienza veniamo a capo anche di questa difficoltà. Oltre il vallone, la traccia ci lascia di nuovo, ma, dopo aver piegato a destra e risalito senza difficoltà un dosso erboso (da studiare anch'esso in funzione della discesa), siamo, alfine, al bel baitone, anch'esso preceduto da una fascia di rigogliosi "lavàz". Alle sue spalle, più o meno sulla sua verticale, si vedono una baita isolata e la cima Vallocci, che da qui mostra un profilo piuttosto sfuggente.
La traccia prosegue verso sinistra (nord) e riattraversa anche il ramo settentrionale del torrente Dordonella, piegando poi a destra e portando alla baita della Cima (m. 2175); possiamo anche accorciare la salita risalendo direttamente il dosso erboso a monte del baitone, superando la baita isolata sopra menzionata ed affacciandoci al gradino di soglia dell’alta valle, puntando ad un grande ometto. Ora dobbiamo piegare gradualmente a destra, perché la nostra meta è posta sul versante meridionale (di destra, per chi sale) della valle.


Alta Val Dordonella

Procediamo senza percorso obbligato, verso sud, risalendo gli ultimi pascoli ed i primi roccioni arrotondati; di fronte a noi il severo versante settentrionale della cima di Val Lunga. Non puntiamo, però, al versante, ma ad un facile canalone erboso che vediamo alla sua sinistra. Attraversiamo, così, un piccolo sistema di incantevoli pianori, nei quali, fra i chiari roccioni, fioriscono i candidi ciuffi degli eriofori, su terreno di torbiera.
Queste piante dall’apparenza così gentile ed innocente sono in realtà spietate assassine di laghetti e pozze, che, a causa della loro opera secolare, spariscono ingloriosamente per interramento. La torbiera è quel caratteristico terreno di natura palustre che circonda molti laghetti alpini, anzi, li stringe in un vero e proprio assedio, il cui esito, anche se in tempi ben più lunghi rispetto a quelli della singola esistenza umana, è già scritto: la capitolazione. È un suolo di natura puramente o prevalentemente organica, con una componente minerale nulla o trascurabile; tuttavia ha anche le caratteristiche di un substrato sedimentario, simile a quello dei carboni fossili. Essa si forma nei pianori chiusi da bordi rialzati, come quelli dell’alta val Dordonella, dove l’acqua, ristagnando, determina zone umide in cui l'azione di decomposizione viene rallentata dalla scarsa ossigenazione e dall'ambiente acido. Si accumula, così, uno strato di materiale vegetale che prende il nome di torba ed è caratterizzato da un elevato contenuto di carbonio organico. Nella torbiera, accanto a muschi e sfagni, prosperano carici e giunchi, spesso vivacizzati dai pennacchi degli eriofori, simili a batuffoli di cotone. La torbiera, nella sua lenta ma inesorabile avanzata, è destinata ad essere la principale causa dell’interramento futuro di questo laghetto: le specie vegetali producono una quantità più o meno considerevole di materiale vegetativo, i cui resti morti tendono ad accumularsi sul fondale, determinando un suo graduale innalzamento.


Alta Val Dordonella

La diminuzione della profondità dello specchio d’acqua offre, a sua volta, nuovi spazi che, quando sono prossimi al pelo dell’acqua, vengono rapidamente colonizzati da altre piante. Si assiste, così, al graduale avanzamento, verso il centro del lago, della vegetazione, costituita da comunità diverse che si associano e si alternano nel processo di interramento. Le truppe d’assalto sono quelle più acquatiche, mentre in retroguardia stanno quelle meno igrofile, che colonizzano il suolo meno imbevuto d’acqua.
Ma torniamo a noi ed al nostro cammino. Superata la fascia delle pianette ingentilite dagli eriofori, siamo ad una pianetta che precede il facile canalone erboso. Lo risaliamo diritti, senza eccessivo sforzo, lasciando alla nostra destra la cima di Val Lunga, fino a guadagnare una piana che precede l’ultimo strappo del versante montuoso prima del crinale. È proprio sul crinale, più o meno davanti a noi, che si colloca la cima da raggiungere. Non è facile individuarla: si tratta del punto di massima elevazione del crinale, anche se abbiamo l’impressione che debba essere un modesto picco di roccette posto più a sinistra. L’ultima parte della salita non presenta difficoltà: possiamo puntare alla bocchetta che si apre a sinistra della cima di Val Lunga, oppure, per via più diretta, al crinale, salendo su versante dalla pendenza del tutto abbordabile. Nel primo caso, pieghiamo poi a sinistra, nel secondo raggiungiamo quasi direttamente il punto più alto del crinale, larga e tondeggiante cupola erbosa, la cima dei Lupi (m. 2415). Poca cosa, quasi insignificante, verrebbe da pensare, per una cima dal nome così inquietante; in realtà la stessa cima, vista da prospettiva diversa, fa comunque la sua figura.
Bellissimo, comunque, il panorama. Sotto di noi, a nord, l’ampio anfiteatro della luminosa val Dordonella, ad est l’alta Val Madre, con il passo di Dordona, ad ovest l’alta Val Lunga, con i tre celebri laghetti di Porcile (sembra quasi uno scherzo bizzarro: la cima dei Lupi che guarda ai tre laghetti di Porcile, ai tre porcellini, si potrebbe dire, come nella celebre favola). Ma sono soprattutto le cime e le catene montuose ad attrarre l’occhio.  A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che fa capolino al di sopra della costiera che separa Val Dordonella e Val Cuminello, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, centr. m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330). Dovrebbe seguire il monte Disgrazia (m. 3678), ma la cima Vallocci (m. 2510), elegante signora della Val Dordonella, ruba la scena e lo nasconde. Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323, la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Sul fondo, ad est, il gruppo dell'Ortles-Cevedale e quello dell'Adamello.
A sud-est ottimo colpo d'occhio sulle Orobie centro-orientali, fra le quali spicca il pizzo di Coca, massima elevazione, e l'inconfondibile cono arrotondato del pizzo del Diavolo di Tenda. A sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale, con un colpo d’occhio interessantissimo sulla Val Brembana. In primo piano, ovviamente, la parte alta della Val Lunga, con la cima delle Cadelle, o monte Cadelle (m. 2483), sulla quale si scorge la statua dell’angelo delle Cadelle, il monte Valegino (m. 2415), quotato esattamente coma la cima dei Lupi, e la cima di Lemma (m. 2348). In primissimo piano, ad ovest, la cima di Val Lunga, che mostra, da qui, un profilo decisamente meno severo. Alle sue spalle, lontanissime, cime ben più celebri: il gruppo del monte Rosa, il Cervino, le cime dell'Oberland bernese.
Per completezza ricordiamo che si può salire alla cima di Val Lunga dalla bocchetta che la separa dalla cima dei Lupi, per breve crinale, che presenta però un paio di passaggi esposti e non elementari; meglio, dunque, aggirare l’ostacolo scendendo al suo versante erboso meridionale, fino ad una conca di massi, e risalire, con un arco in senso orario, al crinale opposto, guadagnando, con molta cautela, i 2405 metri della cima.
Ma torniamo alla nostra cima: l’abbiamo raggiunta dopo circa 3 ore e mezza/4 di cammino, superando un dislivello in salita di 930 metri. Nessun lupo, per ora, all’orizzonte.

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