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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Termine pista di Val Lunga-Casere di Porcile-Laghi di Porcile-Passo di Porcile-Cima delle Cadelle
3 h e 30 min.
1000
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano e qui imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma la lasciamo subito, prendendo a destra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiungiamo il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Scavalcato il torrente Tartano grazie a qualche pietra, lasciamo alla nostra sinistra le tre casere dell'alpe Porcile. Proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe. Superata una macchia di radi larici, imbocchiamo un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo alla "Baita del Zapèl del Làres", quotata 1900 metri sulla carta IGM, oltre la quale siamo ad un bivio al quale prendiamo a sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso; a destra si va al passo di Tartano). Seguendo il "Sentér di Làch" procediamo, quasi in piano, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati. Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986), e poco oltre lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030). Raggiunta una palina con alcuni cartelli, prendiamo a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, dove si trova il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201. Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, fino alla sella del passo di Porcile (m. 2290). Appena sotto il passo, sul versante della Val Brembana, lasciamo il sentiero principale e prendiamo a sinistra, tagliando il ripido versante erboso, su traccia di sentiero non segnalata, stretta ma continua, che non presenta particolari problemi (se non quello di fare un po’ di attenzione tagliando un modesto dosso con roccette). Raggiunta una pianetta con un ometto, procediamo fino ad attraversare un valloncello, oltre il quale intercettiamo, ad una quota approssimativa di 2300 metri, un marcato sentiero che sale da destra; lo seguiamo trovando alcuni segnavia (bolli gialli e rossi) e saliamo sul versante a sud-ovest della cima, tagliando da destra a sinistra un corpo franoso. Il sentiero, ben visibile, punta ad uno sperone di rocce scure; prima di raggiungerlo, però, piega a sinistra e risale, zigzagando, il canalone erboso alla sua sinistra, proponendo per sei volte la sequenza di tornantini dx-sx. Al settimo tornante dx ci portiamo alla sommità arrotondata ed erbosa del salto roccioso (attenzione, in discesa, a ricordarsi di piegare, qui, a destra, evitando di proseguire diritti per non raggiungere il ciglio del salto). Pieghiamo, quindi, di nuovo a sinistra, salendo per un breve tratto, ed ancora leggermente a destra. Pochi tornanti ci permettono di superare un corpo franoso e di raggiungere il crinale fra Val Brembana e Val Tartano, in corrispondenza del punto di arrivo di un canalino che sale fin qui dal versante valtellinese. Pochi passi ancora sul crinale, e siamo alla cima delle Cadelle (m. 2483), con la statua dell'angelo trifronte.

Luglio 1987. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri). Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio sulla Valtellina comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata sul condominio "La Quiete”, all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo dodici persone. Nove i dispersi (anche loro dovranno essere annoverati fra le vittime, ventuno in tutto). È solo l’inizio della tragica decade che dal 18 al 28 luglio mise in ginocchio la Valtellina.
C’è una cima dedicata alla memoria di quei tragici giorni, ed in particolare alla tragedia della Val Tartano: si tratta della cima delle Cadelle, o monte Cadelle (“scima de lì cadèli”), sull’angolo sud-orientale della valle, fra Val Lunga e Val Brembana, nel punto in cui si incontrano Val Lunga (Val Tartano, Val Madre e Val Brembana. Su questa cima, a 2483 metri, è stata collocata, nel 1987, la statua dell'arcangelo Gabriele (conosciuta come l’angelo delle Cadelle), con il volto trifronte, che guarda in tre diverse direzioni (sud, Val Brembana, nord, Val Tartano, est, Valmadre), e veglia sui due versanti orobici, perché non si ripetano gli eventi che hanno luttuosamente segnato la Val Tartano. Salire a questa cima non richiede un impegno più che escursionistico, e può essere un modo profondo di rendere omaggio alla memoria di coloro che scomparvero travolti dalla valanga di fango che scese dal versante montuoso sotto l’alpe Torrenzuolo.
Per effettuarla, dobbiamo raggiungere lo spiazzo nel quale si conclude la strada che, con fondo asfaltato e sterrato, parte da Tartano, si addentra in Val Lunga e termina ad una piazzola poco oltre le ultime baite sui prati alti alla nostra sinistra (fienili Arale). Parcheggiata, dunque, l’automobile ad una quota di circa 1490 metri, oltre il secondo ponte che, sulla nostra destra, scavalca il torrente Tartano, incamminiamoci sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma lasciandolo subito, sulla destra, per immetterci sul sentiero che, procedendo in direzione sud-sud-est, porta alla casera ed ai laghetti di Porcile (si tratta del "sentér de la Crus de Purscìl").
Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi. Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca.
Raggiungiamo, così, dopo una semicurva a sinistra, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Dopo un tratto diritto, raggiungiamo il punto di guado del torrente Tartano, agevolato da una sequenza di massi opportunamente disposti. Siamo sul limite della piana: alla nostra sinistra tre baite, con la casera di Porcile.
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene: riprendiamo il cammino. Non proseguiamo in direzione delle baite dell’alpe, ma, guadato il torrente, proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe (cioè del recinto che veniva usato per tenere raccolte le mucche, soprattutto durante la notte. Alle nostre spalle buono è il colpo d'occhio sulla Val Lunga (spicca la chiesetta di Sant'Antonio, frazione sui ripidi prati a monte della pista che abbiamo percorso con l'automobile), mentre sul fondo, a nord, si apre un primo scorcio sul gruppo del Masino, che propone, da sinistra, le più alte cime della Costiera dei Cech (la cima di Malvedello e quella del Desenigo), il monte Spluga o cima del Calvo, elegante ed affilato, al centro, ed il monte Porcellizzo, a destra. Terminato il muretto del bàrek, pieghiamo leggermente a sinistra, poi a destra, fino ad un ometto su un cocuzzolo erboso; qui pieghiamo ancora leggermente a sinistra. Se ora ci volgiamo, possiamo notare che, sul fondo, a nord, a destra del monte Porcellizzo è comparso il più celebre pizzo Badile.


Lago Piccolo e Lago Grande (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo fino ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, oltre il quale ci attendono tre tornantini, in una macchia di radi larici; usciti all'aperto, avanziamo, diritti, in direzione della testata della valle. Proprio di fronte a noi, sul fondo della valle, vediamo la marcata sella del passo di Porcile (m. 2290), per il quale dovremo passare; alla sua sinistra un crinale frastagliato, che sale fino alle due cime maggiori, l'anticima e la cima delle Cadelle, nostra meta. A destra del passo, invece, il monte Valegino (m. 2415). Più a destra ancora, una sella erbosa che potrebbe essere confusa con il passo di Tartano, che, invece, è più ad ovest (non lo vediamo perché è nascosto da un dosso che scende dalla testata della valle verso nord). Segue un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo ad una baita, dove troviamo anche un secondo piolo con segnavia bianco-rosso. Si tratta della "Baita del Zapèl del Làres", cioè la baita dello zapèl (porta, passaggio stretto, intaglio) del larice, quotata 1900 metri sulla carta IGM. Se sostiamo a riposare e guardiamo a nord, vediamo che, a destra del pizzo Badile, sono apparsi anche i pizzi Cengalo e Gemelli.
Qui siamo ad un bivio. Il sentiero segnalato è quello di destra (per chi è rivolto verso la testata della valle, cioè verso sud), ma potremmo percorrere anche quello di sinistra (un po' più ripido, ma anche...rapido). Vediamo la prima soluzione. Saliamo verso est, rimanendo sul "sentér de la Crus de Purscìl" (il sentiero che porta alla Crus de Purscìl, cioè alla croce del passo di Tartano). Se, con breve sosta, ci voltiamo, possiamo riconoscere, alle nostre spalle, diritta davanti a noi, l'elegante cima Vallocci (m. 2510), che corona la val Dordonella, sulla verticale del ben visibile baitone dell'alpe omonina; alla sua destra, la cima di Val Lunga, riconoscibile per la rocciosa parete settentrionale; procedendo verso destra, la cima delle Cadelle, sulla quale intravediamo l'angelo, che ci attende. Possiamo avvertire il suo sguardo vigile e protettivo, che ci rassicura ed infonde forza per procedere.
Avanti, dunque, piegando a sinistra e puntando, per un tratto, in direzione della testata della valle; poi, però, il sentiero volge a destra e sale ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, dove ci attende un nuovo bivio. Il "sentér de la Crus de Purscìl" prosegue verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), aggirando il dosso che nasconde al nostro sguardo il passo di Tartano. Noi, invece, andiamo verso sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso), seguendo il "Sentér di Làch" che procede, quasi pianeggiante, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati: davanti a noi, proprio la cima delle Cadelle. A questa piana possiamo giungere, per via più breve, prendendo a sinistra al bivio della "Baita del Zapèl del Làres": questo sentiero, non segnalato, procede diritto, con un breve e suggestivo tratto su roccia scalinata, fino ad approdare alla piana, intecrettando il più marcato sentiero sopra descritto.
Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal più basso del sistema dei tre laghetti glaciali di Porcile (con disposizione "a rosario"), il lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986); stiamo passando alla sua sinistra, e per ora non lo vediamo. Un po' più avanti, guardando a destra, lo vediamo, più in basso, e notiamo che è in atto un processo di interramento che lo porterà, in un futuro non prossimo, alla scomparsa.
Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del secondo lago, che vediamo quando siamo ormai quasi alle sue rive. Si tratta del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030), splendido, tranquillo, silenzioso. Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi ad un’ora e 30 minuti, Valmadre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 kinuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.
Prendiamo dunque a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, e troviamo il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201: si tratta del "sentér del fèr" (cave di siderite-passo di Porcile-Foppolo), utilizzato in passato per trasportare il ferro, estratto e sottoposto a prima lavorazione in Val Lunga, in Val Brembana.
Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, verso l’evidente sella del passo, intagliata fra il versante che culmina nella cima delle Cadelle, a sinistra, ed il monte Valegino (m. 2415), a destra. Salendo, possiamo per un buon tratto godere di un ottimo scorcio sul lago di Sopra, che resta, basso, sulla nostra destra.


Lago di Sopra (clicca qui per ingrandire)

In corrispondenza di una piccola pozza, ignoriamo una deviazione segnalata, sulla sinistra, per il passo di Dordona (sentiero 201 A) e proseguiamo nella salita al passo. Poco oltre, troviamo anche un sentiero che si stacca sulla destra da quello per il passo, ed effettua una traversata che taglia il versante settentrionale del monte Valegino, congiungendosi con il sentiero che, raggiunto il crinale, si porta al passo di Tartano. Noi però ignoriamo anche questa seconda deviazione e procediamo diritti, attraversando una sorta di corridoio erboso.


Passo di Porcile

Ci affacciamo, così, al corridoio terminale; il passo, però, non è posto sul punto più basso della depressione, ma sulla sinistra, un po’ più in alto; per raggiungerlo, quindi, il sentiero piega per un tratto a sinistra, salendo un po’, quindi punta al crinale: questo ci permette di evitare una faticosa fascia di massi.
Dai 2290 metri del passo di Porcile ci affacciamo sulla Val Brembana e possiamo vedere, più in basso, la località turistica di Foppolo (m. 1500). Sul passo troviamo tre cartelli. Quello che si riferisce alla direzione dalla quale proveniamo dà i laghi di Porcile a 30 minuti (segnavia 201), il passo di Tartano ad un’ora (segnavia 201) e la Ca’ S. Marco a 5 ore (segnavia 101). Nella direzione della Val Brembana, invece, due cartelli danno rispettivamente il monte Cadelle ad un’ora e Foppolo (segnavia 201) ad un’ora e mezza.
La cima delle Cadelle è la massima elevazione del crinale che scende, alla nostra sinistra, al passo (cioè da est). Non lo possiamo raggiungere seguendo dal passo il crinale, ma sfruttando il versante che guarda alla Val Brembana. Il sentiero per Foppolo comincia a scendere assai ripido, passando a sinistra di un corpo franoso, per poi volgere a sinistra e portarsi ad una baita isolata (m. 2230), dalla quale si stacca, sulla sinistra, il sentiero, segnalato, per la cima.
Possiamo però evitare la noiosa discesa puntando, appena sotto il passo, subito a sinistra e tagliando il ripido versante erboso, fino ad intercettare questo sentiero. È possibile farlo utilizzando una traccia di sentiero stretta ma continua, che si stacca, appunto, sulla sinistra, non segnalata, dal sentiero principale, e che non presenta particolari problemi (se non quello di fare un po’ di attenzione tagliando un modesto dosso con roccette). Raggiunta una pianetta con un ometto, proediamo fino ad attraversare un valloncello, oltre il quale intercettiamo, ad una quota approssimativa di 2300 metri, il sentiero che sale da destra; immettendoci in quest’ultimo, troviamo alcuni segnavia (bolli gialli e rossi) e saliamo sul versante a sud-ovest della cima, tagliando da destra a sinistra un corpo franoso. Il sentiero, ben visibile, punta ad uno sperone di rocce scure; prima di raggiungerlo, però, piega a sinistra e risale, zigzagando, il canalone erboso alla sua sinistra, proponendo per sei volte la sequenza di tornantini dx-sx. Il fondo è buono e la pendenza non eccessiva, per cui salire, se non proprio un piacere, quantomeno non è una pena. Al settimo tornante dx ci portiamo alla sommità arrotondata ed erbosa del salto roccioso (attenzione, in discesa, a ricordarsi di piegare, qui, a destra, evitando di proseguire diritti per non raggiungere il ciglio del salto). Pieghiamo, quindi, di nuovo a sinistra, salendo per un breve tratto, ed ancora leggermente a destra. Nella salita, l'angelo è scomparso: non si vede più, anzi, non si vede ancora.
Pochi tornanti ci permettono di superare un corpo franoso e di raggiungere il crinale fra Val Brembana e Val Tartano, in corrispondenza del punto di arrivo di un canalino che sale fin qui dal versante valtellinese: è possibile, ma sconsigliabile, usarlo come via direttissima per la salita o la discesa. In basso il canalino, percorso da una traccia, termina ad una faticosa fascia di massi, nei pressi dei resti delle miniere di siderite che furono sfruttate fino alla fine del 1700, quando, anche per l'esaurirsi della legna per i forni, cessarono di essere redditizie. Superata la fascia di massi (che, racconta una leggenda, sono incessantemente percorssi da un'anima confinata qui, un "cunfinàa", il Rigadìn, che frodò la comunità di Colorina favorendo quella di Fusine), raggiungiamo la piana che si trova ai piedi della valle dei Lupi (forse quel che resta del quarto dei laghi di Porcile, dopo un progressivo interramento); da qui, piegando a sinistra, in breve siamo al lago Grande. Ma torniamo alla salita.
Ormai ci siamo: pochi passi ancora sul crinale, e siamo alla cima delle Cadelle. Ed ecco l’angelo, anzi, l’arcangelo Gabriele nella singolare raffigurazione trifronte, che veglia dal 1997 su Val Tartano, Valmadre e Val Brembana. Ci accoglie con la sua mano sinistra, protesa verso di noi, quasi a volerci sollevare, come a dire: sei salito fin qui, ora sali più in alto; la mano destra, infatti, è rivolta al cielo. Bellissima la sua raffigurazione. Al posto delle ali, una suggestiva spirale che sembra per un verso descrivere il movimento che dalla terra ci innalza al cielo, per un altro descrivere la traiettoria che annulla la minaccia del cielo turbolento, scaricandone a terra gli strali, i fulmini (ed in effetti la statua funziona anche da parafulmine). Sulla spirale la frase latina "Gabriel, angele Dei, qui custos es mei", cioè "O Gabriele, angelo di Dio, che sei il mio custode". La mente va ad un antico insegnamento del catechismo, quello dell'angelo custode, ed alla vecchia preghiera che ci hanno insegnato a rivolgergli: "illumina, custodisci, reggi, governa me..." Chi se ne ricorda più?
Accanto all'angelo, uno zaino con la picozza, come un fardello deposto, un peso dal quale siamo sollevati. Sotto la base della statua, una targa sulla quale sta scritto: "Angelo delle Cadelle - Là in alto si tocca il cielo con un dito e ci si sente più vicini a Dio. la montagna è uno dei mezzi che ti permette di scoprirlo; se non immediatamente, lo capisci con il tempo (Cesarotto Renato)".
Uno sguardo al cielo, ma anche allo splendido panorama che si innalza verso il cielo. A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678). Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323, la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Sul fondo, ad est, la triade Ortles, Zebrù e Gran Zebrù ed il gruppo dell’Adamello. A sud-est, sud e sud-ovest è tutto un susseguirsi di scenari, fuga di quinte, cime dei settori orobici centro-orientale, centrale ed occidentale, fra i quali spicca, a destra del pizzo di Coca, l'arrotondato e regolare cono del pizzo del Diavolo di Tenda. Già, il diavolo, anche lui un angelo. ottimo, infine, il colpo d’occhio su Foppolo e la Val Brembana.
Possiamo, quindi, riposare sotto la grande statua dell'Arcangelo, dopo circa 3 ore e mezza di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1000 metri. Ora che le gambe sono ferme, lasciamo vagare i pensieri. Al passato, al presente, al futuro, alla fragilità ed all’incertezza delle cose umane.
E, parlando di angeli, forse verrà in mente la voce “angèl” del vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini. Vi si legge che “angel”, oltre che angelo, significa, anche bambino morto, perché si credeva che i bambini morti in tenerissima età diventassero angeli. Nelle famiglie numerose, si aggiunge, queste morti non era viste come una disgrazia, perché significavano, nel contesto di un'economia di stentata sussistenza, una bocca in meno da sfamare. Così, il complimento fatto ad una donna con prole già numerosa, ed al suo bambino, nato da poco e tenuto fra le sue braccia: “Che bèl facii de àngel”, era, implicitamente, un augurio che potesse morire presto. Tempi terribili, spesso troppo superficialmente idealizzati.

 

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