La maggiore e più orientale fra le Valli del Tartano, cioè la Val Lunga, è costituita, su entrambi i versanti, da una splendida sequenza di pregiati alpeggi. Un anello di due giorni, con partenza e ritorno a Tartano, consente di toccarli tutti, disegnando un'altavia escursionistica che non pone problemi tecnici, anche se richiede buone condizioni di terreno in qualche passaggio e buone condizioni di orientamento in caso di scarsa visibilità. Punti di appoggio nella sosta fra la prima e la seconda giornata sono i rifugi Beniamino o Il Pirata in località Arale, sul fondo della Val Lunga.


Apri qui una panoramica del versante orientale della Val Tartano

PRIMA GIORNATA: DA TARTANO AI RIFUGI BENIAMINO O IL PIRATA AD ARALE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Tartano-Gavazzi-Caneva-Alpe Torrenzuolo-Casera del Gerlo-Casera di Canale-La Gerna-Casera Cuminello-Arale
7 h
1160
EE
SINTESI. Imbocchiamo la strada provinciale 11 della Val Tartano, impegnando il secondo svincolo alla rotonda alla quale termina la nuova ss 38 all’uscita della seconda galleria di Paniga (per chi proviene da MIlano). Dopo poche centinaia di metri si lascia la strada Provinciale Pedemontana Orobica per prendere a destra (strada provinciale 11) ed iniziale a salire lungo l’aspro fianco del Crap del Mezzodì. Dopo dopo 10 tornanti attraversiamo una breve galleria scavata nella roccia e ci affacciamo alla Val Tartano. Altri due tornanti sx e dx ed entriamo a Campo Tartano, uno dei due nuclei principali della valle, passando a lato della chiesa di S. Agostino (m. 1060). Proseguendo, raggiungiamo, dopo altri 5 chilometri circa, Tartano (m. 1210) e parcheggiamo all'ingresso del paese, dove, nei presso dell’albergo-ristorante “La Gran Baita” troviamo l’indicazione per l’agriturismo e l’alpe Torrenzuolo. Seguendo i segnavia, imbocchiamo la strada asfaltata che sale alle contrade alte e ci portiamo alla contrada Gavazzi (m. 1252). La strada (o un sentiero che la taglia) tocca poi la successiva frazione di Fracia (m. 1360), dove volge a sinistra, per salire alla frazione di Càneva (m. 1404). Fin qui possiamo salire anche con l'automobile, sfruttando la carrozzabile costruita di recente. Portiamoci, dunque, alla piazzola alla quale termina la carozzabile: da qui parte il sentiero (segnavia bianco-rossi) per l'alpe Torrenzuolo. Nel primo tratto, verso nord-est, passiamo a monte di prati e di una baita solitaria, poi proseguiamo, seguendo una ben tracciata mulattiera, all'ombra di una fresca pecceta. Tracciamo un lungo traverso, scavalcando anche una valletta ed ignorando una deviazione a destra. Poi la mulattiera, giunta quasi al solco cenrale della Val Castino, svolta a destra, prosegue nella salita e, dopo brevi tornantini, intercetta una mulattiera gemella che sale da destra. Proseguiamo nella salita verso sinistra; raggiunta una prima ampia radura, la tagliamo in diagonale, fino a sbucare al limite inferiore dell'ampia alpe Torrenzuolo. Poche decine di metri più in alto, vediamo, alla nostra sinistra, l'ex-agriturismo Torrenzuolo. Noi però andiamo a destra e saliamo ad intercettare un sentiero che passa sotto un baitello (Baita Növa) poco distante dall'agriturismo. Dopo un breve tratto, seguiamo il sentiero che comincia a salire verso sud-ovest (segnavia bianco-rossi) e ci porta ad un primo terrazzo erboso, sul cui limite vediamo una seconda baita con un cartello che indica "Gerlo", segnalando, verso destra, la direzione per l'alpe Gerlo. Passiamo a destra di questa baita e riprendiamo a salire, su sentiero marcato, fino a trovare (segnalazione su un masso a terra) un bivio, al quale andiamo a sinistra, salendo in breve al terrazzo di Mont Coch dove troviamo il bivacco dedicato ai fratelli Aldo e Sergio Gusmeroli (m. 1881). Ridiscendiamo per breve tratto dal bivacco Aldo e Sergio Gusmeroli lasciando il sentiero per il quale siamo saliti in corrispondenza della già menzionata deviazione a sinistra, segnalata da un cartello che indica la Casera del Gerlo. Iniziamo così, procedendo verso ovest-sud-ovest, la traversata verso l'alpe del Gerlo, seguendo i segnavia bianco-rossi e le indicazioni AV dell'Alta Via della Val Tartano. Il sentiero, sempre ben marcato, procede con qualche saliscendi nella splendida pecceta che si distende a sud del pizzo Torrenzuolo. Attraversiamo così la Valle del Canale ed il vallone del Canale dei Caurìi, fino a raggiungere il solco della Valle della Fracia. Usciti dalla pecceta, attraversiamo un modesto corso d'acqua e traversiamo alle inconfondibili e caratteristiche sei baite addossate in doppia fila di tre e cartografate come Casera del Gerlo (m. 1897). Oltrepassate le baite, proseguiamo ignorando il marcato che scende verso destra fino al fondovalle, e restiamo sul sentiero 168 (Alta Via della Val Tartano), che procede in piano ed in leggera salita verso sud, passando a sinistra di una baita isolata e raggiungengo il filo di un dosso. Il sentiero (attenzione qui ai segnavia) piega a sinistra e sale per breve tratto fino al solco della ripida Valle di Coi, attraversando una fascia di larici, piega a destra e si porta al centro di un più modesto dosso per poi attraversare un avvallamento poco marcato. Salendo gradualmente lungo una fascia di pascoli ci portiamo alle ben visibili baite cartografate come Casera Canale (m. 1994). Se dovessino perdere il sentiero 168 dalla Casera del Gerlo e ritrovarci sul marcato sentiero che scende verso valle, procediamo così. Appena possibile lasciamolo prendendo a sinistra. Ci ritroveremo sulla lunga e ripida fascia di prati a monte della baita Caurìl (m. 1735). Saliamo in direzione opposta rispetto alla baita. La salita ci porta ad una doppia fila di bassi muretti a secco, che un tempo servivano per delimitare i barek, cioè le porzioni di pascolo. Puntiamo al primo muretto e poi, piegando leggermente a destra, ci portiamo al secondo, appena oltre il quale vediamo una stalla ed una fontana-abbeveratoio. La lasciamo alle spalle salendo lungo una striscia di prati leggermente a destra, ai piedi di un salto roccioso, fino a raggiungere il limite del pascolo sul bordo della Val di Coi. Qui troviamo un terzo muretto, con uno zapèl (cioè un'apertura) presidiato da un ometto, che introduce ad un sentiero che prosegue, in una macchia di larici, portandosi al centro del ramo meridionale dell'alta Val di Coi. Sul lato opposto torniamo a procedere all'aperto e saliamo per un breve tratto, fino a raggiungere l'ampia distesa dei prati dell'alpe Canale. Davanti a noi, a nord, le baite della Casera di Canale, che raggiungiamo seguendo i segnavia dell'Alta Via della Val Tartano, con qualche saliscendi. Oltrepassate le baite, Saliamo ancora, su traccia assai debole ed intermittente (attenzione ai segnavia!), fino al poggio erboso quotato 2060 metri, sul lungo crinale che scende dalla cima della Sciura (m. 2508). In leggera discesa attraversiamo un avvallamento e risaliamo gradialmente fino alle diroccate baite della Gerna (m. 2118). Tagliamo quindi un marcato dosso e saliamo per breve tratto fino a raggiungere il centro di un vallone, a quota 2150, punto più alto della traversata. Sul suo lato opposto il sentiero, assai incerto (attenzione ai segnavia), inizia una decisa discesa verso la Val Cuminello, alla quale ci siamo affacciati, fra radi larici, macereti, erba alta e corridoi di cengia. A quota 2080 il sentiero piega a sinistra e prosegue nella discesa verso sud-est, con pendenza meno marcata, toccando in breve i pascoli dell'alta Val Cuminello (o Comunello). Passiamo per il rudere della baita Corna (m. 2045) e traversiamo alla baita Mulsura, verso il centro della valle (m. 2030). Qui lasciamo l'Alta Via della Val Tartano (che procede diritta) ed i suoi segnavia, piegando decisamente a destra e scendiamo estando appena a destra del centro della valle. In breve raggiungiamo il ben visibile baitone della Casera Cuminello (m. 1900). Dal baitone scendiamo fra lavazz e pascoli a due baite gemelle l'una a ridosso dell'altra, poi ci affacciamo al ripido crinale che scende al solco della Val Cuminello, che qui si è fatto marcato. Piegando leggermente a sinistra passiamo per due cumuli di massi e scendiamo al guado sul torrentello. Sul lato opposto, fra rododendri, feli e larici, troviamo una debole traccia che esce ben presto ad una fascia di prati a valle della Bratta (m. 1872), con una baita solitaria. Il sentiero, con traccia sempre debole, scende sulla verticale della baita, tagliando i prati fra radi larici, verso ovest. Entrato nel lariceto, si fa più marcato, piega leggermente verso destra e scende zigzagando verso il centro della valle. Uscito di nuovo all'aperto, procede verso il torrente Cuminello, per poi scartare bruscamente a sinistra e riportarsi nella boscaglia. Attraversato un tratto franoso, procediamo in una pecceta scendendo gradualmente, fino a raggiungere il limito dei prati a valle della pecceta. Giunti ad un canale, lasciamo il sentiero per scendere diritti a destra, sul suo lato destro, fino ad intercettare una pista che, seguita verso destra, ci porta alla località Fienili Arale (m. 1485), dove si trovano i rifugi Beniamino ed Il Pirata.


Apri qui una fotomappa della traversata dal bivacco Aldo e Sergio Gusmeroli alla Val Cuminello

La prima giornata del giro della Val Lunga prevede la traversata alta da Tartano ai rifugi della località Arale, passando per gli alpeggi Torrenzuolo, Gerlo, Canale e Cuminello.
Per effettuarla bisogna imboccare la strada provinciale 11 della Val Tartano, impegnando il secondo svincolo alla rotonda alla quale termina la nuova ss 38 all’uscita della seconda galleria di Paniga (per chi proviene da Milano). Dopo poche centinaia di metri si lascia la strada ProvincialePedemontana Orobica per prendere a destra (strada provinciale 11) ed iniziale a salire lungo l’aspro fianco del Crap del Mezzodì. Dopo dopo 10 tornanti attraversiamo una breve galleria scavata nella roccia e ci affacciamo alla Val Tartano. Altri due tornanti sx e dx ed entriamo a Campo Tartano, uno dei due nuclei principali della valle, passando a lato della chiesa di S. Agostino (m. 1060). Proseguendo, raggiungiamo, dopo altri 5 chilometri circa, il centro principale della valle, Tartano (m. 1210).


Salendo da Tartano all'alpe Torrenzuolo

Parcheggiata l’automobile a Tartano, portiamoci all’ingresso del paese, dove, nei presso dell’albergo-ristorante “La Gran Baita” troviamo l’indicazione per l’agriturismo e l’alpe Torrenzuolo. Seguendo i segnavia, imbocchiamo la strada asfaltata che sale alle contrade dalte e ci portiamo alla contrada Gavazzi, posta sui ripidi prati, ancora oggi curati, che sovrastano Tartano (m. 1252). La strada (o un sentiero che la taglia) tocca poi la successiva frazione di Fracia (m. 1360), dove si volge a sinistra, per salire alla frazione di Càneva (m. 1404). Fin qui possiamo salire anche con l'automobile, sfruttando la carrozzabile costruita di recente.
Portiamoci, dunque, alla piazzola alla quale termina la carozzabile: da qui parte il sentiero (segnavia bianco-rossi) per l'alpe Torrenzuolo. Nel primo tratto, verso nord-est, passiamo a monte di prati e di una baita solitaria, poi proseguiamo, seguendo una ben tracciata mulattiera, all'ombra di una fresca pecceta. Tracciamo un lungo traverso, scavalcando anche una valletta ed ignorando una deviazione a destra. Poi la mulattiera, giunta quasi al solco cenrale della Val Castino, svolta a destra, prosegue imperterrita nella salita e, dopo brevi tornantini, intercetta una mulattiera gemella che sale da destra (anch'essa è fruibile come itinerario di salita: parte dalle case più alte di Càneva, che abbiamo lasciato poco più in alto alla nostra destra all'imbocco del sentiero presso la piazzola). Proseguiamo nella salita verso sinistra; raggiunta una prima ampiaradura, la tagliamo in diagonale, fino a sbucare al limite inferiore dell'ampia alpe Torrenzuolo.

Salendo da Tartano all'alpe Torrenzuolo

Poche decine di metri più in alto, ecco, finalmente, l'ex-agriturismo Torrenzuolo, a 1794 metri di quota. Mentre ci avviciniamo all’agriturismo, alziamo lo sguardo, alle sue spalle: proprio lì, quasi sulla sua verticale, potremo riconoscere il profilo poco pronunciato del pizzo Torrenzuolo (m. 2380). Volgendo, invece, lo sguardo a sinistra potremo godere di un buon colpo d’occhio sulla Costiera dei Cech e, alla sua destra, su alcune celeberrime cime del gruppo del Masino, dal pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc') alla cima di Zocca, passando per i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro.


Pascoli a valle dell'ex-agriturismo Torrenzuolo

L’agriturismo offre diversi elementi di interesse: si tratta della casera dell’alpe Torrenzuolo, dove si trovano diverse indicazioni sui luoghi ed i locali tipici legati alla vita ed all’economia rurale che nei tempi passati legavano indissolubilmente l’uomo a questi ambienti montani. Siamo in cammino da un’ora e mezza circa; dopo una sosta ristoratrice, possiamo rimetterci in marcia alla volta della cima del Pizzo.
Per farlo, dobbiamo portarci sul lato opposto dell'alpeggio, seguendo le indicazioni per la baita-rifugio Aldo e Sergio Gusmeroli (ne troviamo alcune fin dalla partenza del sentiero). Torniamo, dunque, indietro sul sentiero principale ma, invece di ridiscendere verso il bosco, prendiamo a sinistra, passando sotto un baitello
(Baita Növa) poco distante dall'agriturismo. Dopo un breve tratto, seguiamo il sentiero che comincia a salire (segnavia bianco-rossi) e ci porta ad un primo terrazzo erboso, sul cui limite vediamo una seconda baita con un cartello che indica "Gerlo", segnalando, verso destra, la direzione per l'alpe Gerlo.


Bivacco Aldo e Sergio Gusmeroli

Passiamo a destra di questa baita e riprendiamo a salire, su sentiero marcato, fino a trovare (segnalazione su un masso a terra) un bivio: prendendo a destra imbocchiamo il sentiero che traversa, nel bosco, all'alpe Gerlo, mentre stando sul sentiero principale saliamo alla baita-bivacco (ricavata dalla ristrutturazione della Baita de Munt Cüch de Bàs). Una breve salita ci porta, infine, all'ameno poggio denominato Mont Còch, dove, di recente (inaugurazione: 11 settembre 2011), la baita omonima (m. 1881) è stata ristrutturata ed attrezzata come bivacco dedicato alla memoria dei fratelli Aldo e Sergio Gusmeroli. La baita è sempre aperta e può ospitare fino a sei persone per il pernottamento (si confida, ovviamente, sulla correttezza degli eventuali fruitori). Davanti alla baita si trova una pozza ormai interrata, una simpatica fontana intagliata nel legno ed una croce di legno. Ottimo il panorama sul gruppo del Masino (pizzi Badile, Cengalo e del Ferro).


Le baite della Casera del Gerlo

Ridiscendiamo per breve tratto dal bivacco Aldo e Sergio Gusmeroli lasciando il sentiero per il quale siamo saliti in corrispondenza della già menzionata deviazione a sinistra, segnalata da un cartello che indica la Casera del Gerlo. Iniziamo così, procedendo verso ovest-sud-ovest, la traversata verso l'alpe del Gerlo, seguendo i segnavia bianco-rossi e le indicazioni AV dell'Alta Via della Val Tartano. Il sentiero, sempre ben marcato, procede con qualche saliscendi nella splendida pecceta che si distende a sud del pizzo Torrenzuolo. Attraversiamo così la Valle del Canale ed il vallone del Canale dei Caurìi, fino a raggiungere il solco della Valle della Fracia.


Dalla casera del Gerlo alla casera Canale, sulla base di Google Earth (fair use)

Usciti dalla pecceta, attraversiamo un modesto corso d'acqua e traversiamo alle inconfondibili e caratteristiche sei baite addossate in doppia fila di tre e cartografate come Casera del Gerlo (m. 1897). Oltrepassate le baite, proseguiamo ignorando il marcato che scende verso destra fino al fondovalle, e restiamo sul sentiero 168 (Alta Via della Val Tartano), che procede in piano ed in leggera salita verso sud, passando a sinistra di una baita isolata e raggiungengo il filo di un dosso. Il sentiero (attenzione qui ai segnavia) piega a sinistra e, attraversando una fascia di larici, sale per breve tratto fino al solco della ripida alta Valle di Coi, piegando poi a destra portandosi al centro di un più modesto dosso per poi attraversare un avvallamento poco marcato. Salendo gradualmente lungo una fascia di pascoli ci portiamo alle baite cartografate come Casera Canale (m. 1994), che lasciamo davanti a noi.


La Baita Caurìl (di quota 1735)

Se dovessino perdere il sentiero 168 dalla Casera del Gerlo e ritrovarci sul marcato sentiero che scende verso valle, procediamo così. Appena possibile lasciamolo prendendo a sinistra. Ci ritroveremo sulla lunga e ripida fascia di prati a monte della baita Caurìl (m. 1735). Saliamo in direzione opposta rispetto alla baita.
La salita ci porta ad una doppia fila di bassi muretti a secco, che un tempo servivano per delimitare i barek, cioè le porzioni di pascolo. Puntiamo al primo muretto e poi, piegando leggermente a destra, ci portiamo al secondo, appena oltre il quale vediamo una stalla ed una fontana-abbeveratoio. La lasciamo alle spalle salendo lungo una striscia di prati leggermente a destra, ai piedi di un salto roccioso, fino a raggiungere il limite del pascolo sul bordo della Val di Coi.


Apri qui una fotomappa della traversata alla Casera di Canale

Qui troviamo un terzo muretto, con uno zapèl (cioè un'apertura) presidiato da un ometto, che introduce ad un sentiero che prosegue, in una macchia di larici, portandosi al centro del ramo meridionale dell'alta Val di Coi. Sul lato opposto torniamo a procedere all'aperto e saliamo per un breve tratto, fino a raggiungere l'ampia distesa dei prati dell'alpe Canale. Davanti a noi, a nord, le baite della Casera dell'alpe, che raggiungiamo seguendo i segnavia dell'Alta Via della Val Tartano, con qualche saliscendi.


Apri qui una panoramica dall'alpe Canale

Dalla Casera di Canale saliamo ancora, su traccia assai debole ed intermittente (attenzione ai segnavia!) fino al poggio erboso quotato 2060 metri, sul lungo crinale che scende verso ovest dalla cima della Sciura (m. 2508). In leggera discesa attraversiamo poi un avvallamento e risaliamo gradialmente fino alle diroccate baite della Gerna (m. 2118), a ridosso di una fascia di rocce che interrompe l'ampia distesa di pascoli. Tagliamo quindi un marcato dosso e saliamo per breve tratto fino a raggiungere il centro di un vallone, a quota 2150, punto più alto della traversata.


La Gerna

In vista della val Cuminello

Sul suo lato opposto il sentiero, assai incerto (attenzione ai segnavia), inizia una decisa discesa verso la Val Cuminello, alla quale ci siamo affacciati, fra radi larici, macereti, erba alta e corridoi di cengia. Alto, sulle nostre teste, il selvaggio versante dei Segadi de Cuminèl. A quota 2080 il sentiero piega a sinistra e prosegue nella discesa verso sud-est, con pendenza meno marcata, toccando in breve i pascoli dell'alta Val Cuminello (o Comunello).


Sentiero 168 e la Gerna, sulla base di Google Earth (fair use)

Passiamo per il rudere della baita Corna (m. 2045) e traversiamo alla baita Mulsura, verso il centro della valle (m. 2030). Qui lasciamo l'Alta Via della Val Tartano (che procede diritta) ed i suoi segnavia, piegando decisamente a destra e scendendo fra i regolari barek (bassi muretti a secco che delimitano porzioni di pascolo) che partizionano la valle. Non esiste un vero e proprio sentiero, ma la discesa non presenta difficoltà. Restando appena a destra del centro della valle in breve raggiungiamo il ben visibile baitone della Casera Cuminello (m. 1900).

Dalla Gerna alla Casera Cuminello, sulla base di Google Earth (fair use)

Dal baitone scendiamo fra lavazz e pascoli a due baite gemelle l'una a ridosso dell'altra, poi ci affacciamo al ripido crinale che scende al solco della Val Cuminello, che qui si è fatto marcato. Piegando leggermente a sinistra passiamo per due cumuli di massi e scendiamo al guado sul torrentello. Sul lato opposto, fra rododendri, feli e larici, troviamo una debole traccia che esce ben presto ad una fascia di prati con la solitaria baita a valle della Bratta.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla Casera Canale alla Casera di Cuminello

Il sentiero, con traccia sempre debole, scende sulla verticale della baita, tagliando i prati fra radi larici, verso ovest. Entrato nel lariceto, il sentiero si fa più marcato, piega leggermente verso destra e scende zigzagando verso il centro della valle. Uscito di nuovo all'aperto, procede verso il torrente Cuminello, per poi scartare bruscamente a sinistra e riportarsi nella boscaglia. Attraversato un tratto franoso, procediamo in una pecceta scendendo gradualmente, fino a raggiungere il limito dei prati a valle della pecceta. Giunti ad un canale, lasciamo il sentiero per scendere diritti a destra, sul suo lato destro, fino ad intercettare una pista che, seguita verso destra, ci porta alla località Fienili Arale (m. 1485), dove si trovano i rifugi Beniamino ed Il Pirata. Qui possiamo pernottare in attesa della seconda tappa della traversata.


La traversata dalla Casera di Cuminello ad Arale

Il rifugio Beniamino venne costruito fra il 1962 ed il 1964, ma venne aperto come rifugio nel 1970. Gestito da Gianluca Gusmeroli (gianlucagusmeroli@tiscali.it, telefono 0342 645024 o 329 0682906), è aperto nel pieno della stagione estiva, ma anche ad inizio e fine stagione (è bene comunque sempre verificare telefonicamente). Più recente il rifugio Il Pirata, ricavato da una stalla ottocentesca e gestito da Consolati Vittorio (o Pirata Vittorio, pirata@piratavittorio.it, telefoni 0342.645086 o 349.6424732). E' aperto tutto l'anno, ma è bene telefonare per prenotazione.


Apri qui una fotomappa della traversata dal bivacco Aldo e Sergio alla Val Cuminello

SECONDA GIORNATA: DAI RIFUGI BENIAMINO O IL PIRATA AD ARALE A TARTANO PER I LAGHI DI PORCILE, IL PASSO DI TARTANO, LA CIMA DI LEMMA E GLI ALPEGGI DELLA SCALA, DI GAVEDUU, GAVEDII E GAVET

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di Arale-casere di Porcile-Passo di Tartano-Cima di Lemma-Passo ed alpe della Scala-Gaveduu, Gavedìi e Gavet-Rondelli-Tartano
8 h
1200
EE
SINTESI. Dalla località Arale (m. 1485) imbocchiamo la pista che procede verso il fondo della valle, fino al punto in cui volge a destra, scendendo. Qui la lasciamo prendendo a sinistra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiungiamo il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Scavalcato il torrente Tartano grazie a qualche pietra, lasciamo alla nostra sinistra le tre casere dell'alpe Porcile. Proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe. Superata una macchia di radi larici, imbocchiamo un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo alla "Baita del Zapèl del Làres", quotata 1900 metri sulla carta IGM, oltre la quale siamo ad un bivio al quale prendiamo a sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso; a destra si va al passo di Tartano). Seguendo il "Sentér di Làch" procediamo, quasi in piano, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati. Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986), e poco oltre lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030). Raggiunta una palina con alcuni cartelli, prendiamo a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, dove si trova il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201. Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Scendiamo al Lago di sopra. Nei pressi della sua riva occidentale, alla nostra sinistra, parte un sentiero alto (segnavia rosso-bianco-rossi), che effettua una prima salita, una successiva discesa ed una seconda salita, che conduce, dopo un ultimo strappo in una fascia di bassa vegetazione, al dolce crinale della Val Lunga, appena ad est del passo di Tartano. Dal passo prendiamo a destra, salendo lungo l'ampio crinale ed appoggiandoci sul lato sinistro (Val Brembana), su traccia di sentiero, fino alla facile ed erbosa cima di Lemma (m. 2348). Scesi sul lato opposto per breve tratto, siamo alla sella del passo della Scala (m. 2300) e sendiamo verso destra, in un ampio vallone, seguendo il corso d'acqua, fino ad un pianoro che ospita la baita di quota 2140. Prendendo a sinistra scendiamo al ripiano del laghetto della Scala (m. 2100). Dal qui proseguiamo diritti, verso nord, seguendo una labile traccia di sentiero che scende gradualmente fra rocce montonate e corridoi di pascolom descrivendo un ampio arco verso destra. Seguendo un avvalamento in breve siamo alla solitaria Baita Predùu (m. 2097). Poseguiamo verso nord-est, seguendo l'avvallamento ed abbassandoci al ripiano che ospita la coppia di baite della Casera di Scala (m. 1977). Qui intercetiamo il sentiero 117, che seguiremo nel prosieguo della traversata. Seguiamo il sentiero verso sinistra (nord) ed in leggera discesa ci portiamo alla baita Piudìscia (m. 1930). Il sentiero la oltrepassa e si porta al punto più ostico della traversata, che taglia con un traverso ascendente il ripidissimo fianco orientale della costiera che separa gli alpeggi della Scala da quelli del Gavedùu (Gavedone). Il sentiero è stato rafforzato con traverse in legno ed è protetto sul lato sinistro da corde fisse. Lo saliamo con la dovuta cautela ed approdiamo ad un versante di radi larici e macereti. Il sentiero lo attraversa e, dopo una rapida sequenza di tornantini sx-dx, prosegue verso sinistra (nord-ovest), fino ad una radura. Qui piega leggermente a destra e rientra nella boscaglia, procedendo per un tratto verso nord e piegando poi a sinistra (nord-ovest). Ci affacciamo così all'ampia conca dell'alpeggio di Gavedùù (o, italianizzato, Gavedone). Scendiamo ad attraversare, a quota 1858, il torrentello della Valle di Gavedùu. Usciti dalla boscaglia, superiamo un avvallamento e passiamo accanto alla Baita Nova (m. 1864), proseguendo diritti verso nord-ovest, fino alla vicina casera di Gavedùu (m. 1897). Procediamo poi diritti seguendo i segnavia, fino al limite di una breve macchia di larici, che il sentiero supera scendendo alla conce del Gavedìi o Gavidìi (Gavedino). Proseguendo su traccia di sentiero ci portiamo alla casera di Gavidìi (m. 1897). Il sentiero si lascia alle spalle anche la Casera di Gavidìi e sale verso sinistra raggiungendo il filo di un modesto crinale, per poi scendere verso destra al limite alto del terzo sistema di alpeggi, il Gàvet, una lunga e ripida fascia di prati. Ci accoglie la baita più alta, quella del Larèt (m. 1832). Il sentiero 117 scende ora zigzagando lungo la ripida fascia di prati, in direzione delle ben visibili baite chiamate Casera di Gàvet (m. 1726). Qui ignoriamo il sentiero che sale verso sinistra e seguiamo i segnavia del sentiero che scende a sinistra, con alcuni ampi tornanti. Dapprima ci portiamo decisamente a destra, poi scendiamo portandoci a sinistra, sul lato opposto. Dopo due tornanti raggiungiamo, scendendo verso sinistra, la baita più bassa dell'alpeggio, la Baita Prima (m. 1582). Proseguiamo diritti e pieghiamo verso destra, scendendo per un corridoio di pascoli ad una radura più bassa, che si apre alla nostra destra. Restando presso il suo limite di sinistra stiamo attenti alla traccia principale, per non imboccarne una secondaria, ed all'ingresso della pecceta troviamo una marcata pecceta che scende decisa verso nord, lambendo il lato destro della selvaggia Vallaccia. A questo punto non ci sono più problemi, perché la marcata mulattiera, che scende ripida, ci accompagna fino al fondovalle. Usciti dalla pecceta con un traverso verso destra, scendiamo ad un ponte sul torrente Tartano, oltrepassato il quale ci attendono una breve fascia di terreno fangoso ed un sentierino che dopo breve salita ci porta alla carrozzabile di Val Lunga, poco a valle della località Rondelli. Seguendola verso sinistra scendiamo in mezzora circa a Tartano, chiudendo il giro della Val Lunga.


Apri qui una fotomappa della traversata degli alpeggi del versante occidentale della Val Lunga

La seconda giornata del giro della Val Lunga prevede la splendida salita ai laghi di Porcile, al passo di Tartano e di qui alla cima di Lemma, il suo punto più alto. La successiva discesa al passo della Scala inizia la lunga traversata degli alpeggi del versante occidentale di Val Lemma, passando per gli alpeggi della Scala, del Gaveduu, del Gavedìì e del Gavet, con successiva discesa ai Rondelli e ritorno a Tartano. Se la prima giornata è dominata dagli scenari della solitudine, della seconda sono protagonisti gli ampi orizzonti e gli splendidi laghetti alpini. I sentieri sono ben segnati e segnalati e non ci sono problemi tecnici, anche se un breve passaggio nella traversata dall'alpe Scala al Gavedùu è esposto e richiede attenzione.


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Dalla località Arale (m. 1485) imbocchiamo la pista che procede verso il fondo della valle, fino al punto in cui volge a destra, scendendo. Qui la lasciamo prendendo a sinistra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est (si tratta del "sentér de la Crus de Purscìl").
Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta
amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi. Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca.
Raggiungiamo, così, dopo una semicurva a sinistra, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Dopo un tratto diritto, raggiungiamo il punto di guado del torrente Tartano, agevolato da una sequenza di massi opportunamente disposti. Siamo sul limite della piana: alla nostra sinistra tre baite, con la casera di Porcile.


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Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare.


Lago Grande e passo di Tartano

In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene: riprendiamo il cammino. Non proseguiamo in direzione delle baite dell’alpe, ma, guadato il torrente, proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe (cioè del recinto che veniva usato per tenere raccolte le mucche, soprattutto durante la notte. Alle nostre spalle buono è il colpo d'occhio sulla Val Lunga (spicca la chiesetta di Sant'Antonio, frazione sui ripidi prati a monte della pista che abbiamo percorso con l'automobile), mentre sul fondo, a nord, si apre un primo scorcio sul gruppo del Masino, che propone, da sinistra, le più alte cime della Costiera dei Cech (la cima di Malvedello e quella del Desenigo), il monte Spluga o cima del Calvo, elegante ed affilato, al centro, ed il monte Porcellizzo, a destra. Terminato il muretto del bàrek, pieghiamo leggermente a sinistra, poi a destra, fino ad un ometto su un cocuzzolo erboso; qui pieghiamo ancora leggermente a sinistra. Se ora ci volgiamo, possiamo notare che, sul fondo, a nord, a destra del monte Porcellizzo è comparso il più celebre pizzo Badile.


Panorama orientale dal passo di Tartano

Proseguiamo fino ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, oltre il quale ci attendono tre tornantini, in una macchia di radi larici; usciti all'aperto, avanziamo, diritti, in direzione della testata della valle. Proprio di fronte a noi, sul fondo della valle, vediamo la marcata sella del passo di Porcile (m. 2290); alla sua sinistra un crinale frastagliato, che sale fino alle due cime maggiori, l'anticima e la cima delle Cadelle. A destra del passo, invece, il monte Valegino (m. 2415). Più a destra ancora, una sella erbosa che potrebbe essere confusa con il passo di Tartano, che, invece, è più ad ovest (non lo vediamo perché è nascosto da un dosso che scende dalla testata della valle verso nord). Segue un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo ad una baita, dove troviamo anche un secondo piolo con segnavia bianco-rosso. Si tratta della "Baita del Zapèl del Làres", cioè la baita dello zapèl (porta, passaggio stretto, intaglio) del larice, quotata 1900 metri sulla carta IGM. Se sostiamo a riposare e guardiamo a nord, vediamo che, a destra del pizzo Badile, sono apparsi anche i pizzi Cengalo e Gemelli.


Il monte Valegino

Qui si trova un bivio: il Senter de la Crus de Purscil prosegue verso destra, mantenendo la direzione sud-ovest; noi, invece, dobbiamo prendere a sinistra (sud-est), imboccando il Senter di Lach, che porterà a conoscere gli splendidi quanto noti e frequentati laghi di Porcile. Non prima però di conoscere qualcosa di più della loro storia.
Facciamo un salto indietro nel tempo, di circa 20.000 anni, portandoci nel cuore del Pleistocene superiore, al tempo dell’ultima glaciazione, quando la Valtellina era percorsa da un’immensa colata dello spessore di circa 1.800 metri, che si muoveva alla velocità di circa 10-15 metri al giorno. L’azione di questa enorme massa di ghiaccio ha dato alle sue montagne la forma che siamo abituati ad ammirare. Da questo abbagliante oceano emergeva solo il profilo delle catene orobica e retica, con le relative testate e costiere. Si deve all’azione poderosa dei ghiacci anche la formazione dei caratteristici circhi glaciali, vale a dire pianori e conche situati ad una quota superiore ai 1.600-1700 metri.
I ghiacci esercitarono azioni diverse: un’azione abrasiva, che lisciava la superficie rocciosa sottostante, un’azione di frantumazione della massa rocciosa ed, infine, un’azione di escavazione, cioè di asportazione del materiale roccioso frantumato. In circostanze particolari il concorso di queste azioni ha determinato questi caratteristici circhi, dalla tipica forma semicircolare, delimitata da pareti scoscese. Molti di questi circhi ospitano i laghetti alpini di origine glaciale.
Fra i più belli e caratteristici della catena orobica sono da annoverare sicuramente i laghetti di Porcile, sulla testata della Val Lunga, che hanno una disposizione caratteristica, su tre ripiani successivi, detta “a rosario”. Essi costituiscono altrettante perle della Val di Tartano, la maggiore attrattiva per gli escursionisti che amano raggiungere scenari suggestivi ed incontaminati con uno sforzo relativamente ridotto.

Per illustrare meglio le caratteristiche di questi laghi e dell'ambiente che li ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
I tre laghetti sono situati su livelli diversi, a poca distanza l'uno dall'altro, sui morbidi declivi che scendono dal Monte Valegino (2415 m) e dal Passo di Porcile (2290 m), sotto la cima più imponente ed erta, ma non molto più rilevata, del Monte Cadelle (2483 m), un punto panoramico molto rilevante di questo tratto della catena orobica. Come s'è già detto, i tre laghetti. dai colori cangianti tra l'azzurro, il verde, il grigio, situati tra pendici verdeggianti e brevi bastionate di rocce rotte, alla confluenza di vallecole ricche di neve e acque e poi di erbe e fiori, concorrono a comporre una sorta di quintessenza di paesaggio alpestre.


Il lago Grande

Tornaimo or al Senter di Lach, che attraversa il torrentello che esce dal più piccolo e più basso dei laghi, il Lach Pinìi (lago Piccolo, m. 2005). Incontriamo, quindi, la Baita Pianu (m. 2000), con un bel tavolino che invita ad una sosta ristoratrice, e, poco oltre, il primo laghetto, uno specchio d’acqua modesto.
Proseguendo sul sentiero, eccoci, dopo pochi minuti, al secondo lago, il Lach Grant (lago Grande, m. 2030), specchio d’acqua più ampio, splendido, nei suoi colori, soprattutto in autunno, quando riflette i colori brillanti ed accesi che anticipano l’impero delle bianche nevi invernali.
Può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul lago stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894:
La valle Tartano è abbellita non poco, nella sua estremità piùelevata del ramo destro o di val Lunga, per la presenza di tre laghetti alpini, dai più smaglianti colori, che potrebbero formare oggetto d'ampio studio
non solo al naturalista ricercatore, ma eziandio al più abile artista. Non molto distanti fra loro ed a non grande differenza dílivello, limitati a S. dalle pendici che si staccano dal monte Cadelle (2483 m.), che s'innalza ad E., e che si congiungono con quelle che s'avanzano dalla cima di Lemma (2376 m.) a S.O., sono separati da alcune prominenze della roccia in posto, che ivi forma un altipiano molto accidentato, per l'alternanza di rilievi e di cavità, le quali difficilmente vengono colmate, per la grande resistenza della roccia alla degradazione meteorica, la quale conserva l'aspetto delprimitivo sollevamento. S'argomenta quindi da ciò come questi siano laghi d'origine orografica. La roccia che li circonda, e che emerge nella parte più elevata della valle, appartiene a quella stessa formazione che incontrammo ai laghi del Publino, a quel particolare gneis biancheggiante dalla struttura eminentemente cristallina, che qui diventa molto quarzoso, conosciuto col nome di Surella-gneis. Questa speciale formazione, più sviluppata nelle alpi centrali, è limitata, nella catena Orobica, fra il passo di S. Marco d'Albaredo ed il pizzo Zerna ad E. del corno Stella.


Lago Piccolo e Lago Grande (clicca qui per ingrandire)

Io ho ristretto le mie ricerche solo al più grande di questi laghi, posto fra i due minori ed alquanto più ad E., poiché la sua regione litorale mi parve più d'ogni altro abbondante di vita animale e vegetale specialmente algologica. Esso ha una forma perfettamente rotonda, con un piccolo affluente, che proviene dal piccolo lago superiore, e con emissario di poche acque che si scaricano nell'altro laghetto a N.O. Le sponde sono, per una stretta zona all'intorno, mollemente ondulate ed alquanto erbose, per il limo che vi si deposita, quando il lago s'innalza alquanto sul livello ordinario, ma dopo un lieve salto cedono tosto la superficie alle acque. Le spiaggie sommerse, poco inclinate, sono ricoperte di ciottoli scheggiosi e di ampie lastre gneissiche, alquanto giallognole per l'aderenza d'una minuta patina organica ricchissima di Diatomee. Poco più lungi s'abbassa notevolmente e diventa assai melmosa. Verso ovest vi sono alcune insenature paludose nelle quali si sviluppano in straordinaria quantità i girini della Rana Iemporaria Linn. Questo lago ha l'altitudine di 2029 m, e la superficie di 31200 m.q. Le sue acque presentano un color verde chiaro, il VI della scala Forel. La temperatura esterna era di 17° C. l'interna di 15° C. alle ore 3 pom. del giorno 18 Luglio 1893, ed il cielo perfettamente sereno. Nella regione esterna del lago, e sopra altri poggi circostanti poco elevati, ho potuto fare raccolta delle seguenti fanerogame, fra le quali appare nuovo per la flora valtellinese il Trifolium noricune Wulf”.
Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi (che si raggiunge percorrendo il Senter de la Val di Lüf) ad un’ora e 30 minuti, Valmadre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 minuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.


Lago di Sopra (clicca qui per ingrandire)

Prendiamo dunque a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, e troviamo il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201.
Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra.


Lago di Sopra

Prendiamo a destra e portiamoci alla sua riva occidentale, dalla quale parte un sentiero alto (segnavia rosso-bianco-rossi), che effettua una prima salita, una successiva discesa ed una seconda salita, che conduce, dopo un ultimo strappo in una fascia di bassa vegetazione, al dolce crinale della Val Lunga, appena ad est del passo di Tartano. Da qui la discesa alla croce del passo (m. 2108) è breve. Una discesa breve ma interessantissima: da questo osservatorio, infatti, possiamo cogliere in un solo colpo d’occhio tutti e tre i laghetti di Porcile, apprezzando, in particolare, gli ampi catini glaciali che li ospitano e la disposizione progressiva a semicerchio, in una progressione, dal basso, da sinistra a destra. Raggiunto il passo, possiamo osservare le fortificazioni che erano parte integrante del vasto sistema orobico (Linea Cadorna), costruito durante la Prima Guerra Mondiale nel timore che l’esercito austro-ungarico, violando la neutralità svizzera, calasse in Valtellina dalla Valle di Poschiavo.


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Il passo non riveste però solo questo motivo di interesse storico. Da questo facile valico, per secoli, sono passati i valligiani della Val Tartano per scendere in Val Brembana e vendere i propri prodotti al mercato di Branzi. Ancora oggi la memoria di questa antica consuetudine di frequentazione trans-orobica è mantenuta viva e celebrata durante l'incontro estivo di valligiani dell'uno e dell'altro versante, che si ritrovano proprio sul passo, dove viene celebrata, a luglio, una S. Messa.
Esso merita qualche approfondimento storico.
Si tratta del più facile valico, dopo il passo di San Marco, fra Valtellina e Val Brembana. Nel Medio-Evo e probabilmente anche in epoche assai anteriori fu quindi valicato da quanti transitavano dalla Bergamasca alla Valtellina. Veniva chiamato in passato, più spesso, passo di Porcile (ora questa denominazione è assegnata, dalla carta IGM, al meno agevole valico posto più ad est).
Qualcuno ipotizza che di qui passò anche S. Barnaba, unico, fra i 12 apostoli, a predicare il Cristianesimo nelle terre dell’attuale Lombardia: a lui è infatti dedicata la chiesa patronale di Tartano. È però assai improbabile che ciò sia accaduto, così come è pura congettura che di qui sia passata la X
legione Retica che al tempo della morte di Cristo in croce era di stanza in Palestina, e che quindi fu esecutrice della condanna a morte del Salvatore. È invece probabile che per questo passo siano passati gli sbandati militi al servizio della Serenissima, comandati da Giorgio Cornaro, dopo la disfatta nella battaglia di Delebio del 1432, subita ad opera delle truppe al servizio dei Visconti di Milano, con l’intervento decisivo del condottiero chiurasco Stefano Quadrio.  Il passo era, allora, presidiato da una chiesetta (misurava 4,5 x 5,5, m.), la cui data di edificazione è ignota, dedicata a S. Salvatore, prima (il che farebbe supporre che risalisse ai primi secoli dell’età cristiana, come l’omonima in Valle del Livrio di Albosaggia), a S. Sisto, poi. Si tratta del Papa Sisto V, che condusse una lotta implacabile contro i briganti nello Stato della Chiesa; la dedicazione non fu casuale: anche qui il flagello dei briganti era una delle insidie più temute da mercanti e contrabbandieri che vi passavano con tabacco, vino, castagne secche,  burro, ricotta fresca e salata, fasere, gerli, campac, formaggi quartiroli, formaggio del tipo Bitto, pecore, capre, mucche della pregiata razza bruna alpina, acquistate nelle fiere di Branzi.
La chiesetta andò in rovina; nel 1960 al suo posto venne eretta una grande croce in larice, con la partecipazione finanziaria dei comuni di Tartano, Valleve e Foppolo, che riportava la scritta “Passo di San Sisto”; è stata poi sostituita dall’attuale grande croce in metallo. Sempre nel secondo dopoguerra venne addirittura ipotizzata la costruzione di una superstrada che da Milano, passando per Bergamo, Foppolo, Tartano, Sostala, Rodolo, scendesse a Sondrio,  passando poi in Valle di Poschiavo e raggiungendo S. Moriz. Il progetto venne steso dagli ingegneri Filippo Orsatti di Sondrio, Aldo Colleoni, Giacomo Paganoni, Cristofaro Bietti e Claudio Mandelli di Bergamo. Venne costituito anche un Consorzio per sostenere il progetto, denominato "Frangar non flectar", cioè “Mi spezzerò ma non mi piegherò”, costituito in data 3 aprile 1953 con sede a Branzi. Il motto voleva esprimere la più ferma determinazione, ma, com’è ben noto, nessuna superstrada ha mai raggiunto e scavalcato il passo di Tartano. 
Ne “La storia di Tartano” Camillo Gusmeroli scrive:
Su questo crinale, dal Pizzo Torrione al Canalino del Tufo sono ancora visibili i camminamenti, le trincee ed i muri di una casermetta della capienza di due compagnie di soldati in pieno assetto di guerra, collegata, da una buona rotabile al fortino, di PASSO TARTANO, intersecandosi al Piano dei Re, scendeva al Baitone dell'alpe Saline, attraversava dolcemente lo spondone e l'alpe Fontanini di Mattina e di Sera, dove si diramava: un tronco saliva al passo Camera e l'altro, seguito il dolce degrado dell'Alpe Sessi, si diramava nuovamente: uno per il passo S. Simone che dà sul comune di Mezzoldo e l'altro scendeva alla Chiesetta di Capobrembo, tracciato ripristinato per gli impianti sciistici attuali di S. Simone. Questi colossali lavori militari, non inferiori a quelli di Passo Dordona, di Foppolo, di passo Carriera o Lemma di Valcorta, di S. Simone, Valleve-Mezzoldo, eseguiti durante la guerra 1915-1918 dal Tonale a Colico (Forte) erano stati preventivati per un eventuale rottura del Fronte italiano… Certo è che da quando il piede umano incominciò a posarsi in valle, quel passo è sempre stato punto d'incontro e passaggio di civiltà e credenze in evoluzione.”


Il passo di Tartano

Dal passo inizia la salita che conduce alla cima di Lemma (m. 2348), seminascosta da una più modesta elevazione a destra del passo (ovest). Seguiamo un sentiero segnalato (segnavia bianco-rossi) che si snoda poco a sud del crinale (appoggiandosi sul versante della bergamasca), con diversi tornanti. Lasciato a destra una sella, il sentiero guadagna, senza problemi, la piazzola erbosa della cima, dove non ci attendono croci né ometti, ma un buon panorama, soprattutto a nord, dove dominiamo l'intero gruppo del Masino (mentre alla sua destra le cime della Valmalenco restano nascoste dietro il versante orientale della Val di Tartano).


Panorama orientale dal sentiero che sale alla cima di Lemma

Guardando a nord e procedendo verso destra vediamo la testata della Costiera dei Cech ed il gruppo del Masino, solo in piccola parte coperto dal monte Gàvet, in primo piano a nord. Si distinguono, così, da sinistra a destra la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed i pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200). Alla loro destra spicca la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305). I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678).


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima di Lemma

La seconda parte della traversata sfrutta il vicino passo della Scala (m. 2300), che si apre fra la cima di Lemma (scima de Lèma o piz del Turiùu, m. 2348) ed il pizzo della Scala (piz Cavàl, m. 2427). Dalla cima scendiamo seguendo il facile crinale occidentale, che si abbassa subito alla larga sella del passo. Sul punto più basso della sella ci stacchiamo scendendo verso destra, lungo un ampio vallone, in direzione nord-est.


Il passo della Scala

Passiamo a sinistra di un marcato dosso erboso e seguiamo il corso d'acqua che scende in una valletta poco pronunciata. Restiamo alla sua sinistra ed approdiamo in una decina di minuti ad un pianoro dove ci attende, quasi a ridosso di un liscio roccione, la baita più alta dell'alpe della Scala (m. 2140). Quest'alpe aveva ad inizio Novecento un'estensione di 187 ettari e caricava 70 vacche lattifere, 22 manzi e 18 vitelli. Negli anni ottanta dello stesso secolo venivano censite 53 vacche in lattazione e 34 fra manze e vitelli. Venivano inoltre censite 13 baite ed una superficie di pascolo di 113 ettari.


Vallone della Scala

Proseguiamo poi verso sinistra, cioè verso nord: ci affacciamo al ripiano che, poco più in basso, ospita il laghetto della Scala, per due terzi occupato dagli eriofori che ne hanno decretato la morte per interramento. Una breve discesa ci porta alla sua riva (m. 2100).


Il laghetto della Scala

Dal laghetto della Scala proseguiamo diritti, verso nord, seguendo una labile traccia di sentiero che scende gradualmente fra rocce montonate e corridoi di pascolom descrivendo un ampio arco verso destra. Seguendo un avvalamento in breve siamo alla solitaria Baita Predùu (m. 2097). Poseguiamo verso nord-est, seguendo l'avvallamento ed abbassandoci al ripiano che ospita la coppia di baite della Casera di Scala (m. 1977). Qui intercetiamo il sentiero 117, che seguiremo nel prosieguo della traversata che tocca il sistema degli alpeggi di Gavedùu, Gavedìì e Gàvet (termini che si connettono probabilmente alla voce pre-latina "gab", "torrente", più che alla voce lombarda "gaba", "salice"). All'inizio del '900 la loro estensione complessiva era di 409 ettari.


Il tratto protetto dagli alpeggi della Scala al Gavedùu

Seguiamo il sentiero verso sinistra (nord) ed in leggera discesa ci portiamo alla più settentrionale delle baite dell'alpeggio della Scala, la baita Piudìscia (m. 1930). Il sentiero la oltrepassa e si porta al punto più ostico della traversata, che taglia con un traverso ascendente il ripidissimo fianco orientale della costiera che separa gli alpeggi della Scala da quelli del Gavedùu (Gavedone). Il sentiero è stato rafforzato con traverse in legno ed è protetto sul lato sinistro da corde fisse. Lo saliamo con la dovuta cautela ed approdiamo ad un versante di radi larici e macereti. Il sentiero lo attraversa e, dopo una rapida sequenza di tornantini sx-dx, prosegue verso sinistra (nord-ovest), fino ad una radura. Qui piega leggermente a destra e rientra nella boscaglia, procedendo per un tratto verso nord e piegando poi a sinistra (nord-ovest).


Il Gavedùu

Ci affacciamo così all'ampia conca dell'alpeggio di Gavedùù (o, italianizzato, Gavedone). Ad inizio '900 era chiamato Gavedo di Dentro, caricava 70 vacche lattifere, 20 manzi, 12 vitelli e 50 capre. Il canone di affitto era di 1200 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 71 vacche e 24 fra manze e vitelli; venivano censite 13 baite, distirbuite anche sul fianco occidentale della Val Lunga, più a valle. Scendiamo ad attraversare, a quota 1858, il torrentello della Valle di Gavedùu, proseguendo nella boscaglia, a valle del ripiano più ampio ed alto dell'alpeggio, che si stende ai piedi del Pizzo della Scala, del Monte Moro e del Monte Gàvet.


Il Gavidìi

Usciti dalla boscaglia, superiamo un avvallamento e passiamo accanto alla Baita Nova (m. 1864), proseguendo diritti verso nord-ovest, fino alla vicina casera di Gavedùu (m. 1897), che raggiungiamo dopo una breve salita e dopo aver superato il muretto di un barek (così venivano chiamate le porzioni di alpeggio delimitate da bassi muretti a secco e di forma approssimativamente quadrata). Lasciata alle spalle anche la casera, procediamo diritti seguendo i segnavia, fino al limite di una breve macchia di larici, che il sentiero supera scendendo alla conce del Gavedìi o Gavidìi (Gavedino), l'alpeggio intermedio e più piccolo. Davanti a noi il gruppo del Masino si dispiega ora quasi interamente, dalla testata della Val Porcellizzo con i pizzi Badile e Cengalo, a sinistra, al monte Disgrazia che occhieggia a destra.


Il Gavidìi

Proseguendo su traccia di sentiero ci portiamo alla casera di Gavidìi (m. 1897), recentemente ristrutturata, presso il punto di arrivo di una teleferica. Più in basso (ma da qui non si vede) scende l'ombrosa Val Quaresima, tributaria occidentale della Val Lunga. Sul lato opposto (ovest) l'alpeggio è chiuso dal versante che culmina nel monte Gàvet (la Piöda, m. 2318). All'inizio del '900 il Gavedino caricava 20 vacche lattifere, 5 manzi e 5 vitelli. Il canone di affitto era di 400 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 20 vacche e 6 fra manze e vitelli; venivano censite 8 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


La Val Tartano dagli alpeggi del Gavet

Il sentiero si lascia alle spalle anche la Casera di Gavidìi e sale verso sinistra raggiungendo il filo di un modesto crinale, per poi scendere verso destra al limite alto del terzo sistema di alpeggi, il Gàvet, una lunga e ripida fascia di prati. Ci accoglie la baita più alta, quella del Larèt (m. 1832). Il sentiero 117 scende ora zigzagando lungo la ripida fascia di prati, in direzione delle ben visibili baite chiamate Casera di Gàvet (m. 1726). Agli inizi del Novecento il Gàvet, chiamato Gavedo di Fuori, caricava 70 vacche lattifere, 30 manzi e 20 vitelli. Negli anni ottanta del Novecento 42 vacche e 32 fra manze e vitelli; venivano censite 9 baite.


La casera Gavet

Qui ignoriamo il sentiero che sale verso sinistra e seguiamo i segnavia del sentiero che scende a sinistra, con alcuni ampi tornanti. Dapprima ci portiamo decisamente a destra, poi scendiamo portandoci a sinistra, sul lato opposto. Dopo due tornanti raggiungiamo, scendendo verso sinistra, la baita più bassa dell'alpeggio, la Baita Prima (m. 1582). Proseguiamo diritti e pieghiamo verso destra, scendendo per un corridoio di pascoli ad una radura più bassa, che si apre alla nostra destra. Restando presso il suo limite di sinistra stiamo attenti alla traccia principale, per non imboccarne una secondaria, ed all'ingresso della pecceta troviamo una marcata pecceta che scende decisa verso nord, lambendo il lato destro della selvaggia Vallaccia. A questo punto non ci sono più problemi, perché la marcata mulattiera, che scende ripida, ci accompagna fino al fondovalle.


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Usciti dalla pecceta con un traverso verso destra, scendiamo ad un ponte sul torrente Tartano, oltrepassato il quale ci attendono una breve fascia di terreno fangoso ed un sentierino che dopo breve salita ci porta alla carrozzabile di Val Lunga, poco a valle della località Rondelli. Seguendola verso sinistra scendiamo in mezzora circa a Tartano, chiudendo il giro della Val Lunga.


La Casera di Gavet

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