GALLERIA DI IMMAGINI - ALTRE ESCURSIONI IN VAL TARTANO - GOOGLE MAP - ANELLO VAL LUNGA-VAL CORTA PER IL PASSO DI TARTANO E LA CIMA DI LEMMA, IL PASSO DELLA SCALA, LA BOCCHETTA DELLA PIODA O DI GAVET


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La più classica ma anche lunga e fisicamente molto impegnativa escursione in Val Tartano è quella che parte da Tartano e congiunge ad anello Val Lunga e Val Corta (cioè il ramo orientale della Val Corta, la Val di Lemma). Nella sua versione lunga, che passa per i laghi di Porcile, il passo di Tartano (con possibilità di accorciare i tempi tagliando fuori i laghi di Porcile) e la cima di Lemma, si tratta di un'escursione che richiede un notevole allenamento, necessario per affrontare almeno una decina di ore di cammino (mentre non ci sono particolari difficoltà di orientamento, se non in condizioni precarie di visibilità, né passaggi delicati). I tempi possono essere però accorciati di un'ora buona se si dispone di due automobili e si lascia la prima a Tartano per salire con la seconda ad Arale.
Esistono anche due varianti che abbreviamo l'anello: si può passare per il passo della Scala o per il Mur-Mor (bocchetta della Piöda). In entrambi i casi la salita in Val Lunga non avviene sul versante orientale, come nel primo, ma su quello occidentale, passando per il sistema degli alpegghi del Gavèt-Gavedìi e Gavedùu (Gavet. Gavedino e Gavedone). Pro e contro: la prima variante è assai più monotona nella prima parte (salita ad Arale seguendo la pista di fondovalle), ma passa per gli incantevoli laghi di Porcile; la seconda, oltre ad abbreviare i tempi di 2-3 ore, è assai più interessante perché sin da subito ci immerge negli scenari suggestivi delle peccete e degli alpeggi della valle. Tuttavia le due versioni brevi propongono passaggi non banali, da affrontare con cautela ed esperienza escursionistica (il passaggio dall'alpe Gavedùù alla Scala e la salita al Mur Mor). Ciò premesso, vediamo come procedere nei tre casi.


Val Corta

L'ANELLO VAL LUNGA-VAL CORTA PER I LAGHI DI PORCILE, IL PASSO DI TARTANO E LA CIMA DI LEMMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Tartano-Arale-Laghi di Porcile-Passo di Tartano-Cima di Lemma-Casere di Lemma alta e bassa-Val Corta-Tartano
10-11
1200
E
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano, parcheggiamo e imbocchiamo la strada asfaltata e poi la pista che percorre la Val Lunga, fino al suo termine, in località Arale. Lasciamo alla nostra destra un ponte sul torrente Tartano, e proseguiamo sulla pista che, volgendo a sinistra, ritorna verso la località Arale (dove si trova il rifugio omonimo), ma la lasciamo subito, prendendo a destra per immetterci sul sentiero (poco visibile alla partenza, poi più marcato) che procede in direzione sud-sud-est. Dopo tre strappi severi alternati a tratti meno aspri, raggiungiamo il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Scavalcato il torrente Tartano grazie a qualche pietra, lasciamo alla nostra sinistra le tre casere dell'alpe Porcile. Proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe. Superata una macchia di radi larici, imbocchiamo un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo alla "Baita del Zapèl del Làres", quotata 1900 metri sulla carta IGM, oltre la quale siamo ad un bivio al quale prendiamo a sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso; a destra si va al passo di Tartano; possiamo scegliere però questa seconda opzione per abbreviare di almeno un'ora i tempi della traversata). Seguendo il "Sentér di Làch" procediamo, quasi in piano, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati. Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986), e poco oltre lo vediamo, più in basso, alla nostra destra. Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030). Raggiunta una palina con alcuni cartelli, prendiamo a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, dove si trova il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201. Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, saliamo verso il passo di Porcile ma alla prima deviazione a destra imbocchiamo il sentierino che traversa alto sopra il lago di Sopra, taglia un corpo franoso, raggiunge il crinale e lo segue scendendo al Passo di Tartano (m. 2108). Dal passo prendiamo ad ovest, salendo lungo l'ampio crinale ed appoggiandoci sul lato sinistro (Val Brembana), su traccia di sentiero, fino alla facile ed erbosa cima di Lemma (m. 2348). Seguendo il sentierino sul crinale ed ignorando il passo della Scala alla nostra destra, scendiamo sul crinale verso sud ci portiamo al passo di Lemma, sul crinale dell'omonima valle (Val Lunga). Scendiamo poi dal passo verso nord, cercando visivamente i segnavia, ad occidente (sinistra) di tutte le baite che vediamo nel circo dell'alta valle (possiamo prendere come punto di riferimento un microlaghetto quasi completamente ricoperto dagli eriofori). Questi ci indicano il sentiero che scende alla Casera di Lemma alta (m. 1986, sul lato occidentale, cioè per noi di sinistra della valle). Qui dobbiamo stare attenti a non prendere il sentiero che va a sinistra e che porta all'alpe di Sona di Sopra, ma quello, più marcato, che scende leggermente verso destra, superando alcuni corsi d'acqua e raggiungendo il fondovalle. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata.

La Val di Tartano all'altezza del suo centro principale, Tàrtano, si biforca in due rami, uno orientale, la val Lunga, l'altro occidentale, la val Corta. Quest'ultima, a sua volta, all'altezza della località Barbera (termine derivato da “barba”, cioè “zio”) si divide nella val di Lemma (val de Lèma), ramo orientale, e nella val Budria (val de Böder, dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete"), ramo occidentale.
L'anello val Lunga-val Corta ci permette, partendo da Tartano, di risalire interamente la val Lunga e di tornare al paese scendendo dalla val di Lemma. Siccome si tratta di un percorso classico, si trova indicato su diversi cartelli ed è interamente coperto dai segnavia rosso-bianco-rossi.
Per arrivare a Tartano lasciamo la statale 38 dello Stelvio all'altezza del viadotto sul torrente Tartano (a destra se veniamo da Morbegno), percorrendo circa 800 metri della Pedemontana orobica e lasciandola a sua volta per imboccare la strada per la val di Tartano, che risale arditamente il fianco occidentale del Crap del Mezzodì, raggiunge dopo circa 10 km Campo Tartano e dopo 14 Tartano.
Qui (m.1210) lasciamo l'automobile e ci inoltriamo, seguendo una strada asfaltata, nella val Lunga.
Dovremo percorrere circa quattro chilometri su questa strada, ma non sarà un percorso noioso, perchè ci permette di osservare le numerose fraziosi che testimoniano la vitalità passata di questa valle. Alcuni di questi nuclei abitati, come accade spesso in val Tartano, sono posti su prati che hanno una pendenza molto ripida e danno quasi un'impressione di vertigine. In località Rondelli troviamo segnalata da un cartello una variante di cui parleremo. Per ora continuiamo sul lato destro idrografico della valle, su una strada che, poco oltre una galleria paramassi, diviene sterrata e ci porta alle località Pra' di Ules e Arale (termine connesso con il bergamasco “aral”, cioè “spianata con cataste di legna da ardere”, oppure con il canavesano “eral”, cioè “spianata nel casale”), dove si trovano, a 1485 metri, il rifugio omonimo (detto anche rifugio Beniamino) ed il rifugio Il Pirata. Poco oltre il nucleo del rifugio Beniamino, che rimane più in alto rispetto alla pista, questa termina piegando a sinistra e tornando verso nord, cioè appunto al nucleo di Arale. Seguendola, vediamo sul lato destro la partenza del largo sentiero che sale agli alpeggi del circo terminale della Val Lunga, il “Senter de la Crus de Purscil”.

Dopo un primo tratto in un bosco di larici, il sentiero prosegue all’aperto, diritto, sul fianco orientale della valle: i segnavia sono pochi, e sono quelli “storici” rosso-giallo-rossi. Alla nostra destra il pannello del Parco delle Orobie Valtellinesi ed un tavolo in legno con panche per una sosta amena. Ci attende il primo di tre strappi piuttosto severi, al termine del quale un tratto quasi pianeggiante supera un modesto corso d'acqua. Al termine del secondo strappo troviamo, sulla nostra sinistra, una vasca di cemento per la raccolta dell'acqua. Nel successivo tratto con pendenza assai più dolce superiamo un secondo modesto corso d'acqua. Poi il terzo strappo, al termine del quale attraversiamo una brevissima macchia di larici, uscendo in vista della cascata del torrente Tartano, più in alto, di fronte a noi. Alla nostra sinistra, invece, una lunga e ripida fascia di prati con alcune baite, mentre sulla destra, più in basso, vediamo la baita chiamata Bianca.
Raggiungiamo, così, dopo una semicurva a sinistra, il ponticello in cemento che scavalca il torrente che scende dalla val Dordonella. Il sentiero volge, quindi, a destra (sud) ed entra in un nuovo bosco di larici, proponendo una sequenza di tornanti sx-dx-sx-dx-sx-dx, dopo l'ultimo dei quali, vinto il primo gradino glaciale che ci introduce all'alta Val Lunga, usciamo in vista dell’ampia conca dell’alpe di Porcile (m. 1800). Dopo un tratto diritto, raggiungiamo il punto di guado del torrente Tartano, agevolato da una sequenza di massi opportunamente disposti. Siamo sul limite della piana: alla nostra sinistra tre baite, con la casera di Porcile.
Non possiamo, però, proseguire nel racconto dell’escursione senza prima presentare gli elementi di base per capire cos’è e come funziona un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “ Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc. Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Bene: riprendiamo il cammino. Non proseguiamo in direzione delle baite dell’alpe, ma, guadato il torrente, proseguiamo diritti (direzione sud-ovest), su un versante erboso, seguendo, fino alla sommità di un dosso, il muretto del bàrek dell'alpe (cioè del recinto che veniva usato per tenere raccolte le mucche, soprattutto durante la notte. Alle nostre spalle buono è il colpo d'occhio sulla Val Lunga (spicca la chiesetta di Sant'Antonio, frazione sui ripidi prati a monte della pista che abbiamo percorso con l'automobile), mentre sul fondo, a nord, si apre un primo scorcio sul gruppo del Masino, che propone, da sinistra, le più alte cime della Costiera dei Cech (la cima di Malvedello e quella del Desenigo), il monte Spluga o cima del Calvo, elegante ed affilato, al centro, ed il monte Porcellizzo, a destra. Terminato il muretto del bàrek, pieghiamo leggermente a sinistra, poi a destra, fino ad un ometto su un cocuzzolo erboso; qui pieghiamo ancora leggermente a sinistra. Se ora ci volgiamo, possiamo notare che, sul fondo, a nord, a destra del monte Porcellizzo è comparso il più celebre pizzo Badile.


Lago Piccolo e Lago Grande (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo fino ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, oltre il quale ci attendono tre tornantini, in una macchia di radi larici; usciti all'aperto, avanziamo, diritti, in direzione della testata della valle. Proprio di fronte a noi, sul fondo della valle, vediamo la marcata sella del passo di Porcile (m. 2290), per il quale dovremo passare; alla sua sinistra un crinale frastagliato, che sale fino alle due cime maggiori, l'anticima e la cima delle Cadelle, nostra meta. A destra del passo, invece, il monte Valegino (m. 2415). Più a destra ancora, una sella erbosa che potrebbe essere confusa con il passo di Tartano, che, invece, è più ad ovest (non lo vediamo perché è nascosto da un dosso che scende dalla testata della valle verso nord). Segue un tratto quasi pianeggiante, nel quale pieghiamo leggermente a sinistra e passiamo per la porta (zapèl) che si apre nel muretto di un nuovo bàrek. Attraversato un prato, pieghiamo a destra e saliamo ad una baita, dove troviamo anche un secondo piolo con segnavia bianco-rosso. Si tratta della "Baita del Zapèl del Làres", cioè la baita dello zapèl (porta, passaggio stretto, intaglio) del larice, quotata 1900 metri sulla carta IGM. Se sostiamo a riposare e guardiamo a nord, vediamo che, a destra del pizzo Badile, sono apparsi anche i pizzi Cengalo e Gemelli.
Qui siamo ad un bivio. Il sentiero segnalato è quello di destra (per chi è rivolto verso la testata della valle, cioè verso sud), ma potremmo percorrere anche quello di sinistra (un po' più ripido, ma anche...rapido). Vediamo la prima soluzione. Saliamo verso est, rimanendo sul "sentér de la Crus de Purscìl" (il sentiero che porta alla Crus de Purscìl, cioè alla croce del passo di Tartano). Se, con breve sosta, ci voltiamo, possiamo riconoscere, alle nostre spalle, diritta davanti a noi, l'elegante cima Vallocci (m. 2510), che corona la val Dordonella, sulla verticale del ben visibile baitone dell'alpe omonina; alla sua destra, la cima di Val Lunga, riconoscibile per la rocciosa parete settentrionale; procedendo verso destra, la cima delle Cadelle, sulla quale intravediamo l'angelo, che ci attende. Possiamo avvertire il suo sguardo vigile e protettivo, che ci rassicura ed infonde forza per procedere.
Avanti, dunque, piegando a sinistra e puntando, per un tratto, in direzione della testata della valle; poi, però, il sentiero volge a destra e sale ad un paletto di legno con segnavia bianco-rosso, dove ci attende un nuovo bivio. Il "sentér de la Crus de Purscìl" prosegue verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), aggirando il dosso che nasconde al nostro sguardo il passo di Tartano. Potremmo sceglierlo per traversare più direttamente al passo di Tartano, al quale però possiamo giungere con giro più largo ma interessante passando per i celebri laghi di Porcile, un sistema di tre laghetti glaciali disposti a rosario che rende celebre il circo terminale della Val Lunga.
Procediamo dunque così. Noi, invece, andiamo verso sinistra (ometto e segnavia rosso-giallo-rosso), seguendo il "Sentér di Làch" che procede, quasi pianeggiante, in direzione di una baita (“Baita pianu”, m. 2000) che vediamo più avanti (direzione sud-est). Non passiamo, però, per questa baita, ma stiamo più bassi: dopo un breve tratto scalinato, infatti, incontriamo una leggera discesa. Poi una breve salita ci porta a tagliare uno splendida piana di prati ondulati: davanti a noi, proprio la cima delle Cadelle. A questa piana possiamo giungere, per via più breve, prendendo a sinistra al bivio della "Baita del Zapèl del Làres": questo sentiero, non segnalato, procede diritto, con un breve e suggestivo tratto su roccia scalinata, fino ad approdare alla piana, intecrettando il più marcato sentiero sopra descritto.
Guadiamo, quindi, il ramo del torrente Tartano che esce dal più basso del sistema dei tre laghetti glaciali di Porcile (con disposizione "a rosario"), il lago Piccolo (“Lac pinii”, m. 1986); stiamo passando alla sua sinistra, e per ora non lo vediamo. Un po' più avanti, guardando a destra, lo vediamo, più in basso, e notiamo che è in atto un processo di interramento che lo porterà, in un futuro non prossimo, alla scomparsa.
Dopo essere passati a sinistra di due roccioni e della baita quotata 2003 metri, ci affacciamo all’ampia conca del secondo lago, che vediamo quando siamo ormai quasi alle sue rive. Si tratta del lago Grande (“lac Grant”, m. 2030), splendido, tranquillo, silenzioso. Qui troviamo quattro cartelli; quello che indica la direzione dalla quale proveniamo dà la casera di Porcile a 30 minuti ed Arale ad un’ora e 10 minuti; quello che indica la direzione alla nostra sinistra dà la bocchetta dei Lupi ad un’ora e 30 minuti, Valmadre a 2 ore e 20 minuti ed il passo di Valbona a 4 ore e 20 kinuti (Gran Via delle Orobie); i due cartelli che segnalano la traccia di destra (e che sono però diversamente orientati) danno, invece, l’uno il passo di Tartano a 30 minuti, quello di Pedena a 3 ore e 10 minuti e quello di S. Marco a 5 ore (Gran Via delle Orobie), il secondo, maggiormente orientato verso il monte, dà il passo di Porcile a 40 minuti. È questa la direzione che ci interessa.
Prendiamo dunque a destra, troviando, subito, una targa del Sentiero Andrea Paniga (la sezione occidentale della Gran Via delle Orobie); poco oltre, dobbiamo prestare attenzione ad una biforcazione, alla quale non proseguiamo sul sentiero che punta a destra, ma pieghiamo a sinistra (indicazione “GVO” e segnavia bianco-rosso su una roccia). Dopo una salita con qualche tornantino, superiamo una portina e ci affacciamo ad una pianetta con fondo di torba, e troviamo il bivio principale: la Gran Via delle Orobie prosegue a destra, per salire al crinale e portarsi al passo di Tartano; noi, invece, prendiamo a sinistra, sul sentiero segnalato con la numerazione 201: si tratta del "sentér del fèr" (cave di siderite-passo di Porcile-Foppolo), utilizzato in passato per trasportare il ferro, estratto e sottoposto a prima lavorazione in Val Lunga, in Val Brembana.
Ci portiamo, così, alla baita quotata 2095 metri, leggermente rialzata rispetto alla riva settentrionale del terzo dei laghetti di Porcile, il lago di Sopra (“lac de Sura”), che resta alla nostra destra. Proseguiamo senza scendere alle rive del lago, ma rimanendo alti sul versante che lo sbarra a nord; seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, affrontiamo, quindi, l’ultima parte della salita al passo di Porcile. Il sentiero (in diversi tratti non c’è una vera e propria traccia, e si può salire a vista) volge leggermente a destra ed assume la direzione sud-est, verso l’evidente sella del passo, intagliata fra il versante che culmina nella cima delle Cadelle, a sinistra, ed il monte Valegino (m. 2415), a destra. Salendo, possiamo per un buon tratto godere di un ottimo scorcio sul lago di Sopra, che resta, basso, sulla nostra destra.


Lago di Sopra (clicca qui per ingrandire)

In corrispondenza di una piccola pozza, ignoriamo una deviazione segnalata, sulla sinistra, per il passo di Dordona (sentiero 201 A) e proseguiamo nella salita al passo. Poco oltre, troviamo anche un sentiero che si stacca sulla destra da quello per il passo, ed effettua una traversata che taglia il versante settentrionale del monte Valegino, congiungendosi con il sentiero che, raggiunto il crinale, si porta al passo di Tartano. Lo seguiamo, lasciando dunque alla nostra sinistra il sentiero che sale al passo di Porcile. Il sentierino traversa un corpo franoso e porta al crinale Val Tartano-Val Brembana, innestandosi sul sentiero che lo segue. Procedendo verso destra (ovest) scendiamo, così, facilmente al passo di Tartano, segnalato da una evidente croce (la Crus de Puscìl, m. 2108). Nella discesa al passo possiamo osservare le trincee scavate durante la Prima Guerra Mondiale, quando questo sarebbe potuto diventare un fronte importante se quello dello Stelvio avesse ceduto.
Al passo sono ben visibili le fortificazioni della linea difensiva allestita durante la prima Guerra Mondiale. Si tratta della linea Cadorna, predisposta nel timore che gli Austro-Ungarici violassero la neutralità svizzera ed invadessero la Valtellina passando per la Valle di Poschiavo.
Il passo non riveste però solo questo motivo di interesse storico. Da questo facile valico, per secoli, sono passati i valligiani della Val Tartano per scendere in Val Brembana e vendere i propri prodotti al mercato di Branzi. Ancora oggi la memoria di questa antica consuetudine di frequentazione trans-orobica è mantenuta viva e celebrata durante l'incontro estivo di valligiani dell'uno e dell'altro versante, che si ritrovano proprio sul passo, dove viene celebrata, a luglio, una S. Messa.
Esso merita qualche approfondimento storico.
Si tratta del più facile valico, dopo il passo di San Marco, fra Valtellina e Val Brembana. Nel Medio-Evo e probabilmente anche in epoche assai anteriori fu quindi valicato da quanti transitavano dalla Bergamasca alla Valtellina. Veniva chiamato in passato, più spesso, passo di Porcile (ora questa denominazione è assegnata, dalla carta IGM, al meno agevole valico posto più ad est).
Qualcuno ipotizza che di qui passò anche S. Barnaba, unico, fra i 12 apostoli, a predicare il Cristianesimo nelle terre dell’attuale Lombardia: a lui è infatti dedicata la chiesa patronale di Tartano. È però assai improbabile che ciò sia accaduto, così come è pura congettura che di qui sia passata la X
legione Retica che al tempo della morte di Cristo in croce era di stanza in Palestina, e che quindi fu esecutrice della condanna a morte del Salvatore. È invece probabile che per questo passo siano passati gli sbandati militi al servizio della Serenissima, comandati da Giorgio Cornaro, dopo la disfatta nella battaglia di Delebio del 1432, subita ad opera delle truppe al servizio dei Visconti di Milano, con l’intervento decisivo del condottiero chiurasco Stefano Quadrio.  Il passo era, allora, presidiato da una chiesetta (misurava 4,5 x 5,5, m.), la cui data di edificazione è ignota, dedicata a S. Salvatore, prima (il che farebbe supporre che risalisse ai primi secoli dell’età cristiana, come l’omonima in Valle del Livrio di Albosaggia), a S. Sisto, poi. Si tratta del Papa Sisto V, che condusse una lotta implacabile contro i briganti nello Stato della Chiesa; la dedicazione non fu casuale: anche qui il flagello dei briganti era una delle insidie più temute da mercanti e contrabbandieri che vi passavano con tabacco, vino, castagne secche,  burro, ricotta fresca e salata, fasere, gerli, campac, formaggi quartiroli, formaggio del tipo Bitto, pecore, capre, mucche della pregiata razza bruna alpina, acquistate nelle fiere di Branzi.
La chiesetta andò in rovina; nel 1960 al suo posto venne eretta una grande croce in larice, con la partecipazione finanziaria dei comuni di Tartano, Valleve e Foppolo, che riportava la scritta “Passo di San Sisto”; è stata poi sostituita dall’attuale grande croce in metallo. Sempre nel secondo dopoguerra venne addirittura ipotizzata la costruzione di una superstrada che da Milano, passando per Bergamo, Foppolo, Tartano, Sostala, Rodolo, scendesse a Sondrio,  passando poi in Valle di Poschiavo e raggiungendo S. Moriz. Il progetto venne steso dagli ingegneri Filippo Orsatti di Sondrio, Aldo Colleoni, Giacomo Paganoni, Cristofaro Bietti e Claudio Mandelli di Bergamo. Venne costituito anche un Consorzio per sostenere il progetto, denominato "Frangar non flectar", cioè “Mi spezzerò ma non mi piegherò”, costituito in data 3 aprile 1953 con sede a Branzi. Il motto voleva esprimere la più ferma determinazione, ma, com’è ben noto, nessuna superstrada ha mai raggiunto e scavalcato il passo di Tartano. 
Ne “La storia di Tartano” Camillo Gusmeroli scrive:
Su questo crinale, dal Pizzo Torrione al Canalino del Tufo sono ancora visibili i camminamenti, le trincee ed i muri di una casermetta della capienza di due compagnie di soldati in pieno assetto di guerra, collegata, da una buona rotabile al fortino, di PASSO TARTANO, intersecandosi al Piano dei Re, scendeva al Baitone dell'alpe Saline, attraversava dolcemente lo spondone e l'alpe Fontanini di Mattina e di Sera, dove si diramava: un tronco saliva al passo Camera e l'altro, seguito il dolce degrado dell'Alpe Sessi, si diramava nuovamente: uno per il passo S. Simone che dà sul comune di Mezzoldo e l'altro scendeva alla Chiesetta di Capobrembo, tracciato ripristinato per gli impianti sciistici attuali di S. Simone. Questi colossali lavori militari, non inferiori a quelli di Passo Dordona, di Foppolo, di passo Carriera o Lemma di Valcorta, di S. Simone, Valleve-Mezzoldo, eseguiti durante la guerra 1915-1918 dal Tonale a Colico (Forte) erano stati preventivati per un eventuale rottura del Fronte italiano… Certo è che da quando il piede umano incominciò a posarsi in valle, quel passo è sempre stato punto d'incontro e passaggio di civiltà e credenze in evoluzione.”

A questo punto può iniziare la discesa, che di solito, per chi pratica lo sci-alpinismo, avviene per via diversa (via che può essere sfruttata anche per la salita), cioè puntando leggermente a sinistra, attraversando due vallecole ed un tratto in un rado bosco e scendendo alle baite di quota 1550, sulla sinistra idrografica della valle. Se invece si torna alla piana delle baite Porcile, l'ulteriore discesa avviene rimanendo a sinistra del corso d'acqua che dalla piana scende al fondovalle, attraversando un rado bosco e scendendo direttamente alle due baite citate. Dalle baite si raggiunge infine facilmente la strada che porta al parcheggio. La discesa attraverso il bosco rappresenta il tratto che richiede maggiore attenzione.

L'anello prosegue salendo alla cima di Lemma (m. 2348), seminascosta da una più modesta elevazione a destra del passo (ovest), sfruttando un sentiero segnalato (segnavia bianco-rossi) che si snoda poco a sud del crinale (appoggiandosi sul versante della bergamasca), con diversi tornanti. Lasciato a destra una sella, il sentiero guadagna, senza problemi, la piazzola erbosa della cima, dove non ci attendono croci né ometti, ma un buon panorama, sopratutto a nord, dove dominiamo l'intero gruppo del Masino (mentre alla sua destra le cime della Valmalenco restano nascoste dietro il versante orientale della Val di Tartano).


Il passo di Tartano e la Crus de Purscìl

Guardando a nord e procedendo verso destra vediamo la testata della Costiera dei Cech ed il gruppo del Masino, solo in piccola parte coperto dal monte Gavèt, in primo piano a nord. Si distinguono, così, da sinistra a destra la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed i pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200). Alla loro destra spicca la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305). I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678).


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Inizia ora la seconda parte dell'anello, che prevede la discesa in Val di Lemma, che avviene facilmente seguendo il sentierino sul crinale. Non scendiamo sfruttando il passo di Scala, che vediamo a nord, appena sotto di noi: ci riporterebbe in alta Val Lunga, agli alpeggi della Scala. Seguiamo invece il crinale, verso sud, su un sentiero sempre visibile, ma in qualche punto un po' esposto sul versante della val Brembana, fino al passo di Lemma (pàs de Lèma, m.2137), dal quale si può scendere, sul versante di Val Brembana, al rifugio Baita Camoscio.
Scendiamo però dal passo in direzione opposta, cioè verso nord, e cercando visivamente i segnavia, ad occidente (sinistra) di tutte le baite che vediamo nel circo dell'alta valle (possiamo prendere come punto di riferimento un microlaghetto quasi completamente ricoperto dagli eriofori). Questi ci indicano il sentiero che scende alla Casera di Lemma alta (m. 1986, sul lato occidentale, cioè per noi di sinistra della valle). Qui dobbiamo stare attenti a non prendere il sentiero che va a sinistra e che porta all'alpe di Sona di Sopra, ma quello, più marcato, che scende leggermente verso destra, superando alcuni corsi d'acqua e raggiungendo il fondovalle. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata. Siamo in cammino da 10-11 ore ed abbiamo superato un dislivello complessivo di circa 1200 metri.


Discesa in Val di Lemma

L'ANELLO VAL LUNGA-VAL CORTA PER IL PASSO DELLA SCALA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rondelli-Gavèt-Gavidìi-Gavedùu-Alpeggi e passo della Scala-Cima e val di Lemma-Tartano
8-9
1100
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano, parcheggiamo e ci incamminiamo sulla strada asfaltata che percorre la Val Lunga, passando per le frazioni di Valle e della Piana (riconoscibile per la chiesetta sul lato opposto della valle, alla nostra destra). Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca dalla strada e scende al torrente. Parcheggiamo ad un vicino slargo e scendiamo fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano. Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gavet-Gavedin. Dall'alpe Gavet, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Attraversiamo una breve fascia di larici e l'ampia conca dell'alpe Gavidìi passando per il baitone di quota 1897, dove arriva una teleferica. Qui il sentiero piega a destra e sale ad un dosso dal quale si affaccia agli alpeggi del Gavedùu. Passiamo per una baita dal tetto rosso ruggine e saliamo verso destra (in direzione del pizzo della Scala). Procediamo diritti salendo alla Baita Fregia. Seguendo i pochi segnavia procediamo in direzione della dorsale che separa il Gavedùu dalla Scala. Il sentiero procede quasi pianeggiante e si porta a ridosso del versante della dorsale, piega a sinistra e passa fra radi larici. Piegando poi a sinistra taglia il dosso della dorsale, procedendo con qualche saliscendi fra i larici ed affacciandosi agli ampi gradoni degli alpeggi della Scala. Qui propone il passaggio più delicato, perché il sentiero attraversa un ripido versante sostenuto da muretti a secco e con l'ausilio di due tronchi. Ci sono corde fisse che non appaiono superflue e, dopo una breve discesa, raggiungiamo la prima baita del sistema della Scala. Si tratta della baita quotata 1893 metri, sulla quale ci sono due segnavia rosso-bianco-rossi con numerazione 117. Seguendo i segnavia, procediamo verso sud, quasi in piano, raggiungendo la casera della Scala (m. 1876). Proseguiamo verso sud-est non seguendo i segnavia, ma salendo in diagonale a destra, fino ad intercettare una traccia che va a sinistra ed attraversa il medesimo torrentello in una zona più tranquilla. Salendo gradualmente raggiungiamo una conca erbosa dove si trova una terza baita, quotata 2057 metri. Proseguendo nella medesima direzione, cioè verso sud-est, troviamo un tratto singolare, un corridoio scalinato fra due roccioni che ci porta ad un ripiano erboso, con un rudere di baita. Torniamo indietro, saliamo leggermente a sinistra, verso ovest, portandoci al ripiano centrale dell'alpeggio, sul cui fondo, quasi a ridosso di un roccione, si trova la baita quotata 2140 metri. Qui confluiscono le acque del torrentello che scende da un vallone, che culmina nel passo della Scala, fra cima di Lemma e pizzo della Scala. Risaliamo ora il valloncello alle spalle della baita e ci affacciamo ad una conca superiore, proprio sotto il passo deella Scala, al quale si porta una traccia si sentiero che corre sul facile versante erboso, alla nostra sinistra. Raggiunto il passo della Scala (m. 2300), saliamo ancora verso sinistra alla vicina cima di Lemma (m. 2348). fino alla facile ed erbosa cima di Lemma (m. 2348). Seguendo il sentierino sul crinale ed ignorando il passo della Scala alla nostra destra, scendiamo sul crinale verso sud ci portiamo al passo di Lemma, sul crinale dell'omonima valle (Val Lunga). Scendiamo poi dal passo verso nord, cercando visivamente i segnavia, ad occidente (sinistra) di tutte le baite che vediamo nel circo dell'alta valle (possiamo prendere come punto di riferimento un microlaghetto quasi completamente ricoperto dagli eriofori). Questi ci indicano il sentiero che scende alla Casera di Lemma alta (m. 1986, sul lato occidentale, cioè per noi di sinistra della valle). Qui dobbiamo stare attenti a non prendere il sentiero che va a sinistra e che porta all'alpe di Sona di Sopra, ma quello, più marcato, che scende leggermente verso destra, superando alcuni corsi d'acqua e raggiungendo il fondovalle. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata.


Il pizzo della Scala

La val Lunga è uno dei due rami (quello orientale) nei quali la Val Tartano si divide all'altezza dell'omonimo paese. Essa offre diverse possibilità escursionistiche: la salita ai laghetti di Porcile ed al passo di Tartano o di Porcile, la traversata in Val Madre attraverso la bocchetta dei Lupi o il passo di Dordonella. Meno conosciute sono le escursioni che hanno come meta i begli alpeggi che si trovano su entrambi i versanti. Consideriamo il versante occidentale (di destra, per chi sale in valle), e raccontiamo un itinerario escursionistico assai interessanti e non molto conosciuto.
Per salire in valle basta staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra (per chi procede da Morbegno verso Sondrio), dopo il viadotto sul grande conoide del torrente Tàrtano ed appena prima del successivo ponte sul fiume Adda. Percorso un breve tratto della Pedemontana orobica, la lasciamo, sempre sulla destra, per imboccare, seguendo la segnalazione, la strada che si inerpica sull’aspro fianco occidentale del Crap del Mezzodì, bastione roccioso che separa la parte terminale del corso del Tartano dalla val Fabiòlo. Dopo diversi tornanti e chilometri, una breve galleria scavata nella roccia ci introduce alla prima località della valle, Campo Tartano, adagiata in una bella e panoramica conca. Proseguendo, raggiungiamo, dopo altri 5 chilometri circa, il centro principale della valle, Tartano (m. 1210). La lunga costiera che separa le due valli parte, al suo limite meridionale, dalla Cima di Lemma (m. 2348), si articola nelle cime dell’elegante pizzo Scala (m. 2427), del monte Moro (m. 2277) e del monte Gavèt (m. 2318), e termina con il lungo dosso Tachèr che, dai 2093 metri della sommità, scende fino alla frazione Biorca (o Biolca, dal mantovano “biolca”, bue, oppure dal dialettale “biork”, forca), di Tartano.


Il Gavidìi

La salita agli alpeggi del sistema Gavèt-Gavidìi-Gavedùu (termini che si connettono probabilmente alla voce pre-latina "gab", "torrente", più che alla voce lombarda "gaba", "salice") rappresenta un'interessante soluzione escursionistica, che ha il pregio della grande panoramicità. Per effettuarla, dobbiamo inoltrarci nel primo tratto della Val Lunga, sfruttando una stradina asfaltata. Il primo centro che incontriamo, sulla nostra destra, è la frazione di Valle (m. 1237), riconoscibile anche per il ponte ben visibile sul torrente Tartano. Proseguendo, balza all’occhio, per il campanile della sua chiesa, la frazione della Piana (m. 1282), anch’essa sulla destra e con un ponte sul torrente. Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca, sulla destra, dalla strada e scende al torrente, fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano.
Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gavèt-Gavediì, uno dei luoghi legati alla fama ed al gusto del formaggio della Val di Tartano. Dobbiamo ora risalire i prati dell’alpeggio, che in inverno si trasformano in ottime piste per le scivolate sci-alpinistiche, con un sistema di diagonali che tocca le diverse baite, fino alla casera Gavèt, posta a 1724 metri. Da qui il panorama sul versante opposto (orientale) della valle è assai suggestivo, e mostra l'ampio sistema dei suoi alpeggi.


Il limite meridionale del Gavèt

È questo il primo del sistema degli alpeggi Gavèt-Gavidìi-Gavedùu, che si stende sul versante occidentale della Val Lunga e che ancora oggi (2016) viene caricato. All'inizio del '900 la loro estensione complessiva era di 409 ettari. Il Gavèt, chiamato Gavedo di Fuori, caricava 70 vacche lattifere, 30 manzi e 20 vitelli. Negli anni ottanta del Novecento 42 vacche e 32 fra manze e vitelli; venivano censite 9 baite.
In questo scenario vale la pena, prima di proseguire nel cammino, scoprire qualcosa di più sulla struttura di un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc.


Il Gavedùu

Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Dall'alpe Gavèt, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Superata una fascia di abeti, ci affacciamo all'ampia e luminosa conca dell'alpe Gavidìi.
All'inizio del '900 il Gavedino caricava 20 vacche lattifere, 5 manzi e 5 vitelli. Il canone di affitto era di 400 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 20 vacche e 6 fra manze e vitelli; venivano censite 8 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


Il Gavidìi

Proseguendo su traccia di sentiero ci portiamo alla casera di Gavidìi (m. 1897), recentemente ristrutturata, presso il punto di arrivo di una teleferica. Più in basso (ma da qui non si vede) scende l'ombrosa Val Quaresima, tributaria occidentale della Val Lunga. Sul lato opposto (ovest) l'alpeggio è chiuso dal versante che culmina nel monte Gavèt (la Piöda, m. 2318). I segnavia non ci aiutano molto, ma non ci sono problemi: proseguiamo salendo gradualmente in diagonale verso destra e seguendo approssimativamente, per un buon tratto, il lungo barek quasi al centro dei prati. I barek sono muri a secco di altezza modesta, che si trovano in gran parte degli alpeggi, costruiti sfruttando le pietre ricavate dalla pulizia dei pascoli. Servivano a delimitare un'area corrispondente al pasto quotidiano di una malga ed avevano una forma approssimativamente quadrata o rettangolare.
Mentre ci avviciniamo al limite del Gavidìi, fermiamoci un attimo a guardare alle nostre spalle: il gruppo del Masino, che già si mostrava dal Gavèt, si dispiega ora quasi interamente, dalla testata della Val Porcellizzo con i pizzi Badile e Cengalo, a sinistra, al monte Disgrazia che occhieggia a destra. Saliamo un po' più decisamente verso destra, passando accanto ad un piccolo rudere di baita, Passiamo vicino anche ad alcuni cumuli squadrati di pietre e, giunti alla sommità del dosso erboso, vediamo davanti a noi la costirera che divide l'alpeggio del Gavedùu da quello della Scala. Signoreggia, sul limite destro, il pizzo della Scala (piz Cavàl, m. 2427). Alla sua sinistra, quasi al centro della costiera, si nota una vetta dalla sommità curiosamente appiattita, chiamata per questo “Pülpet”, cioè “Pulpito”. La fantasia popolare vi ha sicuramente immaginato un carismatico prelato intento a pronunciare una solenne predica. E che non si dica: “da che pulpito viene la predica”, perché questo è un signor pulpito. Fantasie, ovviamente: la cima è di accesso assai difficile.


Il Gavedùu

Il sentiero comincia leggermente a scendere e davanti a noi vediamo una baita solitaria con tetto il lamiera rossa, la casera di Gavedùu. La raggiungiamo e ci affacciamo agli alpeggi del Gavedùu, che si aprono a monte della valle omonima. Ad inizio '900 erano chiamati Gavedo di Dentro, caricavano 70 vacche lattifere, 20 manzi, 12 vitelli e 50 capre. Il canone di affitto era di 1200 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 71 vacche e 24 fra manze e vitelli; venivano censite 13 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).
Proseguendo verso sud, cioè leggermente in diagonale verso destra (più o meno in direzione del pizzo della Scala), ci avviciniamo alla baita Frégia (m. 2103). Seguendo i pochi segnavia procediamo in direzione della dorsale che separa il Gavedùu dalla Scala. Il sentiero procede quasi pianeggiante e si porta a ridosso del versante della dorsale, piega a sinistra e passa fra radi larici. Piegando poi a sinistra taglia il dosso della dorsale, procedendo con qualche saliscendi fra i larici ed affacciandosi agli ampi gradoni degli alpeggi della Scala. Qui propone il passaggio più delicato, sconsigliato agli escursionisti con problemi di vertigini, perché il sentiero attraversa un ripido versante sostenuto da muretti a secco e con l'ausilio di due tronchi. Ci sono corde fisse che non appaiono superflue e, dopo una breve discesa, raggiungiamo la prima baita del sistema della Scala. Considerato che sentieri di tal genere venivano allestiti non tanto per lo spostamento delle persone, quanto per quello delle mandrie, vien da sé la domanda: come potevano delle mucche passare di qui? La risposta, per quanto incredibile, è che venivano legate, bendate e fatte passare una ad una.


Sentiero Gavedùu-Scala

Siamo dunque alla baita quotata 1893 metri, sulla quale ci sono due segnavia rosso-bianco-rossi con numerazione 117. Seguendo i segnavia, procediamo verso sud, quasi in piano, raggiungendo la casera della Scala (m. 1876). Proseguiamo verso sud-est seguendo i segnavia, con qualche saliscendi, fra roccette e radi larici. Ci attende però una spiazzante sorpresa: giunti al salto di una valletta, laddove in passato ci deve essere stata una passerella in legno, troviamo il nulla: di qui non si passa. Poco male. Torniamo un po' indietro e cominciamo a salire a vista il facile versante, per qualche decina di metri. Ritroviamo una traccia che va a sinistra ed attraversa il medesimo torrentello in una zona più tranquilla. Salendo gradualmente raggiungiamo una conca erbosa dove si trova una terza baita, quotata 2057 metri. Alle sue spalle si distinguono le cime della testata della Val Lunga, cioè, da sinistra, la cima Vallocci, le gemelle cima di Val Lunga e cima dei Lupi, l'elegante e piramidale cima delle Cadelle e l'arrotondato monte Valegino.


Casera della Scala

Proseguendo nella medesima direzione, cioè verso sud-est, troviamo un tratto singolare, un corridoio scalinato fra due roccioni (se non fosse che si tratta di pochi metri si direbbe che il nome dell'alpeggio derivi da qui). La scala ci porta ad un ripiano erboso, con un rudere di baita. Davanti a noi un torrione di roccia, il Turiùu, appunto, conosciuto sulle carte come cima di Lemma. Poco più avanti un grande ometto, posto sul limite del ripiano, si affaccia su un valloncello: memorizziamolo, perché di qui passa la via del ritorno. Prima, però, dobbiamo assolvere ad un dovere di pietà, la visita al laghetto moribondo.
Torniamo dunque indietro, saliamo leggermente a sinistra, verso ovest, portandoci al ripiano centrale dell'alpeggio, sul cui fondo, quasi a ridosso di un roccione, si trova la baita quotata 2140 metri. Qui confluiscono le acque del torrentello che scende da un vallone, che culmina nel passo della Scala, fra cima di Lemma e pizzo della Scala.


Pianori della Scala

Risaliamo ora il valloncello alle spalle della baita e ci affacciamo ad una conca superiore, proprio sotto il passo deella Scala, al quale si porta una traccia si sentiero che corre sul facile versante erboso, alla nostra sinistra. Raggiunto il passo della Scala (m. 2300), saliamo ancora verso sinistra alla vicina cima di Lemma (m. 2348).


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima di Lemma

Inizia ora la seconda parte dell'anello che coincide con la variante lunga e che prevede la discesa in Val di Lemma, la quale avviene facilmente seguendo il sentierino sul crinale. Non scendiamo sfruttando il passo di Scala, che vediamo a nord, appena sotto di noi: ci riporterebbe in alta Val Lunga, agli alpeggi della Scala. Seguiamo invece il crinale, verso sud, su un sentiero sempre visibile, ma in qualche punto un po' esposto sul versante della val Brembana, fino al passo di Lemma (pàs de Lèma, m.2137), dal quale si può scendere, sul versante di Val Brembana, al rifugio Baita Camoscio.


Verso il passo di Lemma

Scendiamo però dal passo in direzione opposta, cioè verso nord, e cercando visivamente i segnavia, ad occidente (sinistra) di tutte le baite che vediamo nel circo dell'alta valle (possiamo prendere come punto di riferimento un microlaghetto quasi completamente ricoperto dagli eriofori). Questi ci indicano il sentiero che scende alla Casera di Lemma alta (m. 1986, sul lato occidentale, cioè per noi di sinistra della valle). Qui dobbiamo stare attenti a non prendere il sentiero che va a sinistra e che porta all'alpe di Sona di Sopra, ma quello, più marcato, che scende leggermente verso destra, superando alcuni corsi d'acqua e raggiungendo il fondovalle. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata.


Casera di Lemma Alta

Variante: possiamo sfruttare questa opzione evitando il passaggio Gavedùu-Scala con una salita diretta da Arale alla Scala, procedendo così.
Ci portiamo con l'automobile o a piedi da Tartano alla località Arale, dove dalla pista principale si stacca sulla sinistra una pista che sale al nucleo che ospita anche i due rifugi Beniamino e Il Pirata. Noi però proseguiamo diritti ancora per un breve tratto e lasciamo l'automobile ad uno slargo sul lato sinistro (m. 1450). Proseguiamo per un tratto sulla pista, in direzione della testata della valle. Poco prima del punto in cui questa svolta e torna verso Arale, vediamo un ponte alla nostra destra, che ci porta sul lato opposto (occidentale) del torrente Tartano.


Discesa in Val di Lemma

Prendiamo a sinistra e proseguiamo su debole traccia, sempre verso la testata della valle, fino a raggiungere una coppia di baite a quota 1550 metri. Per trovare la traccia del sentiero che sale alla Scala dobbiamo salire sulla verticale delle baite, quindi verso ovest. La traccia sale per un breve tratto verso destra, poi piega a sinistra e risale una larga fascia di prati, in diagonale, fino a portarsi in prossimità della valle della Scala, dove il torrente tributario del Tartano fa sentire la sua voce. Poi la traccia piega a destra e si avvicina ad un bosco di larici.


Baita di quota 1650

Piega di nuovo a sinistra e prosegue zigzagando, in un boschetto di larici, fino ad uscire ad una nuova fascia di prati, in vista di una baita isolata, a quota 1650 metri circa (non è riportata sulla carta IGM; alle sue spalle si innalza lo scheletro di un larice colpito da un fulmine). Qui siamo ad un bivio: il sentiero non sale alla baita, ma piega a sinistra e procede in diagonale, per poi diventare per un tratto una larga mulattiera che attraversa la valle della Scala.


Cima di Val Lunga vista dal sentiero per la Scala

Dopo breve salita la mulattiera termina ad una lunga fascia di prati. Iniziamo ora a salire a vista o su debole traccia, passando a destra e ad una certa distanza da una conca con una baita isolata. Proseguiamo salendo diritti e puntando alla baita posta poco sotto il passo di Tartano, che riconosciamo per la grande croce. Senza problemi siamo così alla baita della Croce, e qui possiamo scegliere fra due opzioni equivalenti: salire fino al passo e di qui a destra alla cima di lemma, oppure traversare a destra su una traccia che porta al ripiano centrale dove si trova la baita quotata 2140 metri, dalla quale, come sopra descritto, saliamo al passo della Scala ed alla cima di Lemma.


Vallone che sale al passo della Scala

L'ANELLO VAL LUNGA-VAL CORTA PER IL MUR-MOR (BOCCHETTA DELLA PIODA O DI GAVET)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rondelli-Gavèt-Gavidìi-Gavedùu-bocchetta Mur-Mor-Val di Lemma-Tartano
7-8
1060
EE
SINTESI. Percorrendo la ss 38, dopo il viadotto sul Tartano la lasciamo per prendere a destra (per chi proviene da Milano) e poco dopo ancora a destra, imboccando la strada che dopo 12 tornanti raggiunge Campo Tartano. Proseguiamo fino a Tartano, parcheggiamo e ci incamminiamo sulla strada asfaltata che percorre la Val Lunga, passando per le frazioni di Valle e della Piana (riconoscibile per la chiesetta sul lato opposto della valle, alla nostra destra). Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca dalla strada e scende al torrente. Parcheggiamo ad un vicino slargo e scendiamo fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano. Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gavet-Gavedin. Dall'alpe Gavet, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Attraversiamo una breve fascia di larici e l'ampia conca dell'alpe Gavidìi passando per il baitone di quota 1897, dove arriva una teleferica. Qui il sentiero piega a destra e sale ad un dosso dal quale si affaccia agli alpeggi del Gavedùu. Passiamo per una baita dal tetto rosso ruggine e saliamo verso destra (in direzione del pizzo della Scala). Possiamo proseguire diritti, passare per la Baita Fregia e proseguire diritti fino al laghetto di Gavedùu. Oppure dalla baita con tetto rosso possiamo procedere per breve tratto, per poi guardare destra, individuando un ripido canalino (il primo da destra) che conduce ad una bocchetta che si apre, a quota 2180, sul crinale, fra il monte Gavet, a nord (sulla nostra destra), ed il monte Moro, a sud (sulla nostra sinistra). Saliamo in quella direzione su debole traccia. L'ultimo tratto del canalino, nel quale la pendenza si accentua, richiede attenzione. Alla fine ci affacciamo sulla Val di Lemma (Val Corta). Sotto la bocchetta, sul versante di Val di Lemma, vediamo un ripiano che ospita una pozza ed un microlaghetto, e li raggiungiamo scendendo su traccia di sentiero. Siamo poco sopra il limite del bosco di larici. Non ci dirigiamo al bosco, ma prendiamo decisamente a sinistra (sud), traversando a vista seguendo la linea di minor pendenza e passando per un baitello. Passiamo così sul limite alto di una corpo franoso, trovando un senrierino che va a sud. Ci affacciamo al versante che dal monte Moro scende al fondovalle e proseguiamo nella discesa sul sentierino che scende zigzagando su un canalone poco accentuato (lungo il quale possiamo sendere anche a vista), seguendo il quale raggiungiamo senza difficoltà il fondovalle. Qui intercettiamo il sentiero che corre parallelo al torrente, alla sua destra. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata.


Il pizzo della Scala

La val Lunga è uno dei due rami (quello orientale) nei quali la Val Tartano si divide all'altezza dell'omonimo paese. Essa offre diverse possibilità escursionistiche: la salita ai laghetti di Porcile ed al passo di Tartano o di Porcile, la traversata in Val Madre attraverso la bocchetta dei Lupi o il passo di Dordonella. Meno conosciute sono le escursioni che hanno come meta i begli alpeggi che si trovano su entrambi i versanti. Consideriamo il versante occidentale (di destra, per chi sale in valle), e raccontiamo un itinerario escursionistico assai interessanti e non molto conosciuto.
Per salire in valle basta staccarsi dalla ss. 38 dello Stelvio, sulla destra (per chi procede da Morbegno verso Sondrio), dopo il viadotto sul grande conoide del torrente Tàrtano ed appena prima del successivo ponte sul fiume Adda. Percorso un breve tratto della Pedemontana orobica, la lasciamo, sempre sulla destra, per imboccare, seguendo la segnalazione, la strada che si inerpica sull’aspro fianco occidentale del Crap del Mezzodì, bastione roccioso che separa la parte terminale del corso del Tartano dalla val Fabiòlo. Dopo diversi tornanti e chilometri, una breve galleria scavata nella roccia ci introduce alla prima località della valle, Campo Tartano, adagiata in una bella e panoramica conca. Proseguendo, raggiungiamo, dopo altri 5 chilometri circa, il centro principale della valle, Tartano (m. 1210). La lunga costiera che separa le due valli parte, al suo limite meridionale, dalla Cima di Lemma (m. 2348), si articola nelle cime dell’elegante pizzo Scala (m. 2427), del monte Moro (m. 2277) e del monte Gavèt (m. 2318), e termina con il lungo dosso Tachèr che, dai 2093 metri della sommità, scende fino alla frazione Biorca (o Biolca, dal mantovano “biolca”, bue, oppure dal dialettale “biork”, forca), di Tartano.


Il Gavidìi

La salita agli alpeggi del sistema Gavèt-Gavidìi-Gavedùu (termini che si connettono probabilmente alla voce pre-latina "gab", "torrente", più che alla voce lombarda "gaba", "salice") rappresenta un'interessante soluzione escursionistica, che ha il pregio della grande panoramicità. Per effettuarla, dobbiamo inoltrarci nel primo tratto della Val Lunga, sfruttando una stradina asfaltata. Il primo centro che incontriamo, sulla nostra destra, è la frazione di Valle (m. 1237), riconoscibile anche per il ponte ben visibile sul torrente Tartano. Proseguendo, balza all’occhio, per il campanile della sua chiesa, la frazione della Piana (m. 1282), anch’essa sulla destra e con un ponte sul torrente. Torniamo, però, indietro per un breve tratto e prestiamo attenzione ad un cartello posto in corrispondenza della località Rondelli (m. 1276): da qui parte un sentierino che si stacca, sulla destra, dalla strada e scende al torrente, fino ad un ponte seminascosto su una piccola forra del torrente Tartano.
Oltre il ponte, parte una mulattiera ben tracciata e segnalata con segnavia rosso-bianco-rossi, che sale, con rapidi tornanti, in un bel bosco di abeti, fino a raggiungere, intorno ai 1500 metri, il limite inferiore del sistema di alpeggi Gavèt-Gavediì, uno dei luoghi legati alla fama ed al gusto del formaggio della Val di Tartano. Dobbiamo ora risalire i prati dell’alpeggio, che in inverno si trasformano in ottime piste per le scivolate sci-alpinistiche, con un sistema di diagonali che tocca le diverse baite, fino alla casera Gavèt, posta a 1724 metri. Da qui il panorama sul versante opposto (orientale) della valle è assai suggestivo, e mostra l'ampio sistema dei suoi alpeggi.


Il limite meridionale del Gavèt

È questo il primo del sistema degli alpeggi Gavèt-Gavidìi-Gavedùu, che si stende sul versante occidentale della Val Lunga e che ancora oggi (2016) viene caricato. All'inizio del '900 la loro estensione complessiva era di 409 ettari. Il Gavèt, chiamato Gavedo di Fuori, caricava 70 vacche lattifere, 30 manzi e 20 vitelli. Negli anni ottanta del Novecento 42 vacche e 32 fra manze e vitelli; venivano censite 9 baite.
In questo scenario vale la pena, prima di proseguire nel cammino, scoprire qualcosa di più sulla struttura di un alpeggio. Ci aiuta Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci nel 2001), nel quale descrive la struttura e l’organizzazione tipica degli alpeggi orobici nell’area del Bitto (dalla Val Lesina, ad ovest, alla valle del Livrio, ad est): “Gli alpeggi di questa zona, anche quelli comunali, erano prevalentemente dati in affitto a comunità di pastori. A tale tipo di gestione corrisponde una struttura architettonica ben precisa: il pascolo d’alpeggio è suddiviso in bàrech, un reticolo di muretti a secco, più o meno regolare, che delimita “il pasto” di una giornata di malga. Questa suddivisione permette di sfruttare razionalmente il pascolo. Il pascolo non è infatti ricco e, se il bestiame fosse lasciato libero, finirebbe con l’esaurirsi anzitempo. In ogni alpeggio il bestiame si sposta dunque quotidianamente da un bàrech all’altro, restando prevalentemente all’aperto (in pochi alpeggi sono previsti stalloni – baitùu – o tettoie aperte per il ricovero notturno o in caso di brutto tempo). Numerose baite sono collocate sull’alpeggio in corrispondenza dei principali spostamenti. Al centro dell’alpeggio c’è la caséra, la costruzione dove si depositano i formaggi e le ricotte per la salatura e la conservazione temporanea… La necessità di sorvegliare il bestiame durante il pascolo di notte, lontano dalla baita dei pastori, era risolta con una particolare forma di ricovero temporaneo, il bàit. Si tratta di un rifugio trasportabile in legno con copertura inclinata rivestita, negli esempi più recenti, in uso fino a qualche anno or sono, in lamiera. Il bàit era diffuso in val Tartano e nelle valli del Bitto e del Lesina; a volte era a due posti. Nella parete laterale è ricavata una apertura trapezoidale per l’accesso con sportellino in legno, mentre in testata sono ricavati due fori per l’aria e per infilarvi due lunghi bastoni per il trasporto a spalla da una sede all’altra. Caratteristico delle valli del Bitto e Lesina, ma presente in passato anche in val Tartano, è il caléc.


Il Gavedùu

Esso era utilizzato nel caso in cui la permanenza dei pastori in una certa parte dell’alpeggio superava i 5-6 giorni. Questa struttura consiste essenzialmente nei quattro muri perimetrali e in una apertura a valle per l’accesso. La copertura veniva realizzata di volta in volta con elementi provvisori, per esempio una struttura in legno e un telo. La distribuzione interna degli spazi è simile a quella della baita in muratura, con il paiér (il focolare), il supporto girevole in legno per la culdèra e un ripiano sul quale si poggiavano i formaggi ad asciugare. In alcuni alpeggi, infine, è presente il baituu, una grande stalla per il ricovero delle mucche in caso di maltempo. Si tratta di una costruzione molto allungata (20-30 metri) a un solo piano, con muratura in pietrame a secco e tetto a due falde con manto di copertura in piode selvatiche (se il fronte verso valle è aperto la costruzione prende il nome di tecia)… I baituu ospitavano fino a 90 capi di bestiame. All’interno, in un soppalco ricavato nelle capriate del tetto alloggiavano due pastori.
Dall'alpe Gavèt, all'altezza della casera di quota 1724, il sentiero segnalato prosegue piegando decisamente a sinistra (sud), ed iniziando la traversata del lato sud-occidentale della val Lunga. Superata una fascia di abeti, ci affacciamo all'ampia e luminosa conca dell'alpe Gavidìi.
All'inizio del '900 il Gavedino caricava 20 vacche lattifere, 5 manzi e 5 vitelli. Il canone di affitto era di 400 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 20 vacche e 6 fra manze e vitelli; venivano censite 8 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


Il Gavidìi

Proseguendo su traccia di sentiero ci portiamo alla casera di Gavidìi (m. 1897), recentemente ristrutturata, presso il punto di arrivo di una teleferica. Più in basso (ma da qui non si vede) scende l'ombrosa Val Quaresima, tributaria occidentale della Val Lunga. Sul lato opposto (ovest) l'alpeggio è chiuso dal versante che culmina nel monte Gavèt (la Piöda, m. 2318). I segnavia non ci aiutano molto, ma non ci sono problemi: proseguiamo salendo gradualmente in diagonale verso destra e seguendo approssimativamente, per un buon tratto, il lungo barek quasi al centro dei prati. I barek sono muri a secco di altezza modesta, che si trovano in gran parte degli alpeggi, costruiti sfruttando le pietre ricavate dalla pulizia dei pascoli. Servivano a delimitare un'area corrispondente al pasto quotidiano di una malga ed avevano una forma approssimativamente quadrata o rettangolare.
Mentre ci avviciniamo al limite del Gavidìi, fermiamoci un attimo a guardare alle nostre spalle: il gruppo del Masino, che già si mostrava dal Gavèt, si dispiega ora quasi interamente, dalla testata della Val Porcellizzo con i pizzi Badile e Cengalo, a sinistra, al monte Disgrazia che occhieggia a destra. Saliamo un po' più decisamente verso destra, passando accanto ad un piccolo rudere di baita, Passiamo vicino anche ad alcuni cumuli squadrati di pietre e, giunti alla sommità del dosso erboso, vediamo davanti a noi la costirera che divide l'alpeggio del Gavedùu da quello della Scala. Signoreggia, sul limite destro, il pizzo della Scala (piz Cavàl, m. 2427). Alla sua sinistra, quasi al centro della costiera, si nota una vetta dalla sommità curiosamente appiattita, chiamata per questo “Pülpet”, cioè “Pulpito”. La fantasia popolare vi ha sicuramente immaginato un carismatico prelato intento a pronunciare una solenne predica. E che non si dica: “da che pulpito viene la predica”, perché questo è un signor pulpito. Fantasie, ovviamente: la cima è di accesso assai difficile.


Il Gavedùu

Il sentiero comincia leggermente a scendere e davanti a noi vediamo una baita solitaria con tetto il lamiera rossa, la casera di Gavedùu. La raggiungiamo e ci affacciamo agli alpeggi del Gavedùu, che si aprono a monte della valle omonima. Ad inizio '900 erano chiamati Gavedo di Dentro, caricavano 70 vacche lattifere, 20 manzi, 12 vitelli e 50 capre. Il canone di affitto era di 1200 Lire. Negli anni ottanta del Novecento 71 vacche e 24 fra manze e vitelli; venivano censite 13 baite (da qui non le vediamo, ma sono distribuite nei prati a quota più bassa).


Apri qui una panoramica sulla Val di Lemma dal crinale del Monte Moro

Proseguendo verso sud, cioè leggermente in diagonale verso destra (più o meno in direzione del pizzo della Scala), ci avviciniamo alla baita Frégia (m. 2103). Non ci portiamo, però, alla baita, ma, dopo un breve ratto di salita, guardiamo alla nostra destra, individuando sul crinale che separa la Val Lunga dalla Val di Lemma uno stretto intaglio (è il primo, da destra), cui sale un ripido crinale di pascoli e macereti. Si tratta del Mur-Mor, o bocchetta della Piöda o anche di Gavet. Le poche bandierine rosso-bianco-rosse, assai sbiadite, ci indirizzano lì. Prendiamo dunque a destra ed iniziamo la salita, cercando la via meno impegnativa (una debole traccia di sentiero ci aiuta, perché in passato la bocchetta, chiamata della Piöda perché si trova appena a sud dalla cima omonima (monte Gavet), era un tempo assai sfruttata come passaggio dalla Val Lunga alla Val di Lemma. Nella seconda parte della salita la pendenza si accentua, ed in alcuni punti ci servono anche le mani. I segnavia ci suggeriscono di stare sul lato sinistro del ripido canalino terminale, a ridosso di alcune roccette. Poi la traccia si riporta al centro e passa per un sasso sul quale è disegnata una freccia rossa e sono scritte quattro lettere che è difficile decifrare.


Il monte Moro

Gli ultimi sudatissimi passi ci portano alla sospirata sella che, ad una quota approssimativa di 2180 metri, si affaccia, sorvegliata da un larice solitario sul lato sinistro, sull'alto versante orientale della Val di Lemma, che si apre improvvisa e splendida davanti al nostro sguardo, mostrando il versante occidentale e la testata. Più in basso vediamo anche un ripiano che ospita un microlaghetto in avanzato stato di interramento. I segnavia proseguono verso destra, salendo il ripido versante che sale alla cima del monte Gavèt. Si tratta di una salita difficile, soprattutto nella seconda parte, con passaggi delicati ed esposti.
Noi invece andiamo nella direzione opposta, di sinistra (sud), restando presso il facile crinale (ci appoggiamo leggermente sul lato della Val di Lemma) possiamo in breve raggiungere la cima del monte Moro (Mur Mor, m. 2277). Una manciata di minuti sono sufficienti per raggiungere la sua cima erbosa e panoramica. Si impone a sud l'elegante piramide del pizzo della Scala.


Il monte Gavèt

Alle sue spalle, procedendo in senso orario, uno scorcio sulle cime della Val Brembana precede il versante occidentale della Val di Lemma, dietro il quale occhieggiano il pizzo di Trona, in alta Val Gerola, ed il monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica. Verso ovest il versante occidentale della Val Tartano nasconde buona parte delle Lepontine. Procedendo verso destra vediamo la testata della Costiera dei Cech ed il gruppo del Masino, solo in piccola parte coperto dal monte Gavèt, in primo piano a nord. Si distinguono, così, da sinistra a destra la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Mancano invece all'appello i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed ii pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200).


La Val di Lemma

Alla loro destra riappare la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305). I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678). Il panorama propone poi, verso nord-est, un ampio spaccato della testata della Valmalenco, sulla quale spiccano i pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argient e Zupò. Procedendo nel giro d'orizzonte, ad est vediamo un eccellente primo piano del versante orientale della Val Lunga, alle cui spalle occhieggiano alcune delle cime della sezione centrale delle Orobie. La carrellata è chiusa dalla puntuta cima delle Cadelle, prima che il pizzo della Scala torna a chiudere lo scenario.
Dobbiamo ora scendere al fondo della Val di Lemma, procedendo così. Ridiscendiamo dal monte Moro alla vicina bocchetta di Gavet.
Sotto la bocchetta, sul versante di Val di Lemma, vediamo un ripiano che ospita una pozza ed un microlaghetto, e li raggiungiamo scendendo su traccia di sentiero. Siamo poco sopra il limite del bosco di larici. Non ci dirigiamo al bosco, ma prendiamo decisamente a sinistra (sud), traversando a vista seguendo la linea di minor pendenza e passando per un baitello. Passiamo così sul limite alto di una corpo franoso, trovando un senrierino che va a sud. Ci affacciamo al versante che dal monte Moro scende al fondovalle e proseguiamo nella discesa sul sentierino che scende zigzagando su un canalone poco accentuato (lungo il quale possiamo sendere anche a vista), seguendo il quale raggiungiamo senza difficoltà il fondovalle. Qui intercettiamo il sentiero che corre parallelo al torrente, alla sua destra. La discesa prosegue su questo sentiero sul lato destro della valle, tocca le casere di Lemma Bassa (m. 1691) e di Sona Bassa (m. 1560), lasciando il posto ad una pista sterrata che passa per le località Val Laur basso (m. 1468) e Sciucada (m. 1415). Quando la pista volge a sinistra salendo leggermente, proseguiamo diritti su un sentiero che scende a ridosso del torrente Tartano (in un punto è osservabile una bella marmitta dei giganti) e raggiunge un ponte, in località Barbera, dove la val di Lemma si congiunge con la val Budria. Il ponte ci porta sul lato sinistro della val Corta; proseguendo su una pista sterrata, raggiungiamo in breve la località Biorca, frazione di Tartano (m. 1140), dalla quale risaliamo all'automobile percorrendo una strada asfaltata.

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