Vallone di Scerscen

La Valmalenco, nella sua parte superiore (cioè sopra Chiesa Valmalenco -sgésa-), si divide in due grandi rami, cioè nell’alta Valmalenco (val del màler), percorsa dal torrente Màllero, ad occidente, e nella val Lanterna, percorsa dal torrente omonimo, ad oriente. La val Lanterna, a sua volta, si divide nei due rami della valle di Scerscen, ad occidente, e nella valle di Campomoro (cammòor), ad oriente. Le due valli, percorse dai torrenti Scerscen e Cormor (o Lanterna), convergono nella conca di Campo Franscia (dalla voce lombarda "fraccia", argine o terrapieno che contiene un torrente; localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”).
La valle, o vallone, di Scèrscen ("valùn de scérscen") è stata definita il Gran Canyon della Valmalenco: paragone azzardato se prendiamo in considerazione le dimensioni, azzeccato, invece, se ci riferiamo alla suggestione che questa grande conca di detriti alluvionali, che si stende ai piedi dei giganti della testata della valle, suscita. Una suggestione legata alla solitudine dei luoghi, assai meno percorsi rispetto alle vie escursionistiche più classiche della Valmalenco, ed all’acuta sensazione della propria piccolezza, che si sperimenta di fronte alla vastità degli spazi che gradualmente si aprono ed alla verticalità della compagine delle cime che chiudono l’orizzonte a nord.
Ci si sente minuscoli, percorrendo il vasto circo della parte terminale del vallone, circondati, da tutti i lati, da formazioni rocciose dalle forme più diverse: è come se la montagna, qui, ci fasciasse interamente, ci avvolgesse in un abbraccio severo ed insieme arcano. Il termine "Scerscen" deriva, probabilmente, dal latino "circinus", piccolo cerchio, per cui si riferirebbe ad un luogo recintato, chiuso.
Per il vallone passa un sentiero che, partendo dall’alpe Musella, ci consente di raggiungere il rifugio Marinelli, un itinerario alternativo rispetto a quello consueto che passa a monte dell’alpe, raggiunge il rifugio Carate Brianza ("la caràte") e si affaccia sul vallone dalla bocchetta delle Forbici. Il vallone può quindi costituire un’occasione per un elegante percorso ad anello che raggiunge il rifugio Marinelli, con partenza e ritorno alla diga di Campomoro.
Per il vallone, infine, passa anche una variante della V tappa dell’Alta Via della Valmalenco, dal rifugio Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude") al rifugio Marinelli.

 


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ANELLO CAMPOMORO-VALLONE DI SCERSCEN-RIF. MARINELLI-CAMPOMORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Campomoro - Alpe Musella - Vallone di Scerscen - Rif. Marinelli- Rif. Carate Brianza - Campomoro
7 h
1060
EE
SINTESI. Saliamo da Sondrio a Lanzada e proseguiamo sulla carozzabile che passa per Campo Franscia e termina a Campomoro, dove parcheggiamo. Attraversato il camminamento della diga, scendiamo sulla pista che dopo pochi tornanti porta ad uno spiazzo. Ignorato il sentiero segnalato per il rifugio Marinelli, proseguiamo sulla pista sterrata in leggera discesa, poi in piano, fino a trovare, sulla destra, la partenza del sentiero per l'alpe Musella, segnalata da un cartello. Un primo tratto in salita ci fa guadagnare quota 2010 metri, in corrispondenza di un roccione levigato e panoramico. Poi il tracciato assume un andamento pianeggiante, attraversando una splendida radura, attraversata da un piccolo corso d’acqua. Dopo un ultimo tratto fra larici, siamo all'alpe Musella (m. 2020), dove troviamo i rifugi di Mitta e Musella. Poco sopra i rifugi Mitta e Musella raggiungiamo poi le baite dell'alpe Musella (m. 2076). Ora, invece di seguire le indicazioni per i rifugi Carate e Marinelli, portiamoci verso il limite sud-occidentale dell’alpe, passando a monte di una chiesetta posta su un piccolo poggio. Presso la più bassa delle baite che troviamo sul limite occidentale dell’alpe troveremo il triangolo giallo che segnala la variante della V tappa dell’Alta Via che passa per il vallone di Scerscen. Il sentiero procede in un bosco di larici, supera una roccia levigata grazie ad una passerella in legno, attraversa un corpo franoso e passa a sinistra delle ex-miniere di amianto (m. 2050). Superiamo su un ponte il torrente Scerscen da destra a sinistra (per noi), procediamo guidati dai triangoli gialli non lontano dalla sua riva e cominciamo a salire gradualmente. Giunti ad un ampio pianoro, procediamo in piano e riprendiamo a salire, volgendo leggermente a destra, passando a sinistra di una curiosa formazione rocciosa costituita da due corni e sormontando un dosso di magri pascoli e sassi, fino a giungere alla sella di quota 2360 (quadrivio segnalato da cartelli). Qui ignoriamo le indicazioni per la Forca d'Entova e seguiamo le indicazioni per il rifugio Marinelli procedendo verso nord-est e passando vicino ad un grande masso sul quale si trova una freccia bidirezionale gialla, in direzione della parte terminale del vallone. Per buona parte dell’itinerario rimanente non c’è una vera e propria traccia, (massima attenzione ai segnavia). Aggirata sulla destra una caratteristica formazione di rocce biancastre ed arrotondate, il sentiero volge decisamente a sinistra (direzione ovest), procedendo, per un buon tratto, in direzione della vedretta di Scerscen inferiore. Per un tratto ci allontaniamo dal rifugio Marinelli (già visibile ad est), ma ad un bivio un cartello ci manda a destra, e torniamo a procedere verso il rifugio. Troviamo il primo ponte su un ramo del torrente Scerscen. Proseguiamo verso destra (nord-est), superando una fascia di sfasciumi e tagliando il filo di una prima morena. Raggiungiamo, così, la parte terminale del vallone, ai piedi, anche se ad una certa distanza, dell’ultimo imponente gradino roccioso in cima al quale si mostra l’impressionante seraccata occidentale della vedretta di Scerscen superiore. Incontriamo altri due ponti, giungendo ai piedi della seraccata orientale della vedretta di Scerscen superiore. Ci attende, poi, un facile guado, prima di risalire una seconda morena, di cui seguiamo per un tratto il filo, in direzione nord, prima di piegare a destra, in direzione est, raggiungendo una fascia di grandi massi, oltre la quale ci attende un secondo guado, un po’ più impegnativo. troviamo una nuova fascia di sfasciumi. Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, per non sbagliare direzione. L’itinerario piega ora a destra, assumendo la direzione sud-est e salendo un ripido versante morenico; un ultimo traverso a destra ci porta al piazzale del rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina (m. 2812). Il ritorno a Campomoro avviene seguendo il rifugio tradizionale, che scende dallo sperone roccioso del rifugio verso est, poi piega a sinistra (sud-ovest), attraversa un torrente e passa a destra del lago di Musella, piegando a sinistra (sud) e traversando alla bocchetta delle Forbici (m. 2626). Dalla bocchetta scendiamo al vicino rifugio Carate-Brianza e proseguiamo nella discesa verso sud, fino ad un bivio, al quale lasciamo a destra la traccia che scende all'alpe Musella e prendiamo a sinistra, traversando quasi in piano verso est. Raggiunta una macchia di larici, la mulattiera comincia una ripida discesa sul fianco del Sasso Moro, che termina ad una piazzola. Sul lato opposto troviamo una pista che con pochi tornanti ci porta al camminamento della diga di Campomoro; lo attraversiamo e ci riportiamo al parcheggio di Campomoro.


Vallone di Scerscen

Raccontiamo entrambe le possibilità escursionistiche, partendo dall’anello Campomoro - Vallone di Scerscen - Marinelli- Carate - Campomoro. Punto di partenza, come già detto, è la diga di Campomoro (dighe de cammòor, m. 1990), che si raggiunge salendo, da Chiesa Valmalenco (a 15,5 km da Sondrio) verso Campo Franscia (m. 1550, 8 km da Chiesa Valmalenco) e da Campo Franscia, su strada interamente asfaltata, a Campomoro (6 km da Campo Franscia). Qui si trova ampia possibilità di parcheggio. Lasciata l’automobile, iniziamo il cammino attraversando, sul camminamento, la corona della grande diga e portandoci sul suo lato settentrionale, dove troviamo una pista che scende ad uno spiazzo sottostante. Qui parte, segnalato, il più frequentato sentiero per il rifugio Marinelli, che sfrutteremo al ritorno.
Ora, invece, dobbiamo proseguire sulla strada sterrata, in leggera discesa, e, ad un bivio, prendere a destra, fino ad incontrare, dopo una breve salita, ancora sulla destra, la marcata mulattiera, segnalata, che si stacca dalla pista e, con un primo tratto in salita, si dirige, attraversando un bel bosco di larici, verso l’alpe Musella (si tratta di una mulattiera che sale da Campo Franscia e, dopo aver superato l’alpe Foppa (fópo), giunge ad intercettare, in questo punto, la pista, consentendo di effettuare una bella passeggiata da Campo Franscia all’alpe Musella in poco più di un’ora).
La mulattiera guadagna gradualmente quota, superando i 2000 metri, e ci regala alcuni scorci davvero bucolici, nello splendido scenario di un rado bosco di larici. Superiamo, così, dopo un breve ripido tratto, un roccione liscio e raggiungiamo un’incantevole pianetta, dove un ponticello ci permette di oltrepassare il torrentello che scende dal fianco sud-occidentale del poderoso massiccio del monte Moro (m. 3108). Un ultimo tratto, in leggera discesa, ci conduce all’uscita dal bosco: siamo all’alpe Musella, ampia e tranquilla conca che si stende ai piedi delle cime omonime e del monte Moro, che la incorniciano a nord e nord-est, e dell’ampio fianco del monte delle Forbici (m. 2910), che la chiude a nord-ovest. Il nome di questo monte è legato ad un curioso errore: infatti localmente è chiamato "bar oolt", letteralmente "caprone alto", perché segna il confine superiore delle proprietà usufruibili per il pascolo da parte degli abitanti di Torre S. Maria, mentre il vero, anzi, i veri monti delle Forbici ("sas di fòrbes") sono le cime segnate sulle carte come cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, infatti, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”). Ormai, però, questa trasposizione è entrata nell'uso, e difficilmente verrà corretta.
Superato un secondo ponticello, raggiungiamo un primo gruppo di baite, sul limite meridionale dell’alpe. Qui si trovano anche i rifugi Musella (m. 2021) e Mitta (m. 2020): nei pressi del secondo troviamo facilmente il sentiero che sale, in un bosco di larici, dall’alpe Campascio (campàasc, m. 1844). È, questo, un tratto della quinta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, ed insieme del più classico e lungo itinerario per il rifugio Marinelli, quello cioè che parte da Campo Franscia, proseguendo, dopo aver attraversato la piana dell’alpe, alla volta dei celebri sette dossi denominati, per la fatica che si deve spendere salendoli, “sette sospiri” ("set suspìir"). Al termine della salita, il sentiero raggiunge il rifugio Carate Brianza (m. 2636) e, poco sopra, la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes), iniziando l’ultimo tratto di salita al rifugio Marinelli.
Noi dobbiamo, però, procedere per altra via, portandoci verso il limite sud-occidentale dell’alpe e passando a monte di una chiesetta posta su un piccolo poggio. Presso la più bassa delle baite che troviamo sul limite occidentale dell’alpe troveremo il triangolo giallo che segnala la variante della V tappa dell’Alta Via che passa per il vallone di Scerscen (il termine “Scérscen” deriva, probabilmente, da quello dialettale “scérsc”, “cerchio”, e si riferisce alla conformazione dell’ampio catino glaciale che si apre, con forma circolare, ai piedi dei colossi della testata occidentale della Valmalenco). Imbocchiamo, così, un sentiero che per un buon tratto corre, con qualche saliscendi, in un bosco di larici, tagliando le estreme propaggini di rocce arrotondate che scendono dallo sperone meridionale del monte delle Forbici. Il sentiero, raggiunto un punto panoramico che ci permette di gettare un’occhiata sulla piana dell’alpe Campascio (campàasc), occupata, nella parte occidentale, da detriti alluvionali, piega a destra, esce dal bosco e taglia il selvaggio fianco sud-occidentale del monte delle Forbici.
Ad un certo punto, sulla nostra destra, si impone allo sguardo una singolare e quasi surreale formazione rocciosa, massiccia, levigata, dalle sfumature nere e rossastre; rappresenta un po’ un punto di svolta, in quanto il panorama, alle nostre spalle, dominato dalla costiera Valmalenco - Val di Togno, con il pizzo Scalino sulla snistra, comincia a chiudersi, mentre si apre gradualmente quello del vallone. Poco oltre, una grande roccia arrotondata ed esposta si frappone al nostro cammino: non potremmo superarla senza l’ausilio della passerella in legno costruita sul suo fianco e corredata di una corda fissa.
Poi il sentiero attraversa un corpo franoso e passa a sinistra di un masso curiosissimo, a forma di sedia, chiamato "sas de la sedia" o anche "sedia del diàul", non perché qui sedesse il diavolo in persona, ma perché un tempo i ragazzi salivano, per gioco, dal lato posteriore e faticavano non poco, poi, per scendere. Poco oltre, ecco le miniere abbandonate di amianto, a quota 2050, segnalate da un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio, che dà anche il Cimitero degli Alpini ad un’ora di cammino. A poca distanza dalle miniere, raggiungiamo il ponte che ci porta sul lato opposto del vallone nel quale stiamo entrando, cioè sul lato occidentale. Percorriamo, ora, la zona denominata "brüt de scérscen", per il suo aspetto particolarmente desolato. Qui, per un buon tratto, procediamo sul limite dei depositi alluvionali del torrente Scerscen, prima di guadagnare un po’ quota, guidati dai segnavia (triangoli gialli) sul fianco del vallone. Si apre, intanto, il superbo scenario delle più alte cime di Valmalenco: le prime ad apparire sono il pizzo Sella (m. 3511), a sinistra, ed il pizzo Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), a destra. Ben presto appaiono, poi, più a destra, i pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049). Ancora più a destra, ecco la caratteristica ed inconfondibile Cresta Güzza (m. 3869). Chiude la superba testata della Valmalenco, sul lato destro, il pizzo Argient (forma dialettale per "Argento"; nell'ottocento veniva chiamato Piz Ladner, poi anche Piz Blondina; m. 3945).
Continuiamo a guadagnare gradualmente quota, portandoci verso il fianco roccioso che chiude alla nostra sinistra (ovest) il vallone, prima di approdare ad un ampio pianoro. Mentre alla nostra destra la massiccia complesso roccioso che culmina nel monte delle Forbici rende sempre meglio visibile, le cime della testata della Valmalenco cominciano a defilarsi, nascoste dai possenti gradoni rocciosi che si trovano nella parte medio-alta del vallone. A sinistra si fa sempre più slanciata la cima quotata 3006, immediatamente a nord della forca d’Entova (buchèta d’éntua, termine che significa, etimologicamente, posto fra due corsi d'acqua, dai termini lombardi "ent" ed "ova"), cima che nasconde alla vista le più famose cime del Sasso d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), del pizzo Malenco (m. 3438) e del pizzo Tramoggia (m. 3441), posti a nord-ovest della stessa.
Dopo un tratto pianeggiante, riprendiamo a salire, volgendo leggermente a destra, passando a sinistra di una curiosa formazione rocciosa costituita da due corni e sormontando un dosso di magri pascoli e sassi, fino a giungere ai cartelli che segnalano un trivio. Un primo cartello indica, per chi scende, che l’alpe Musella è raggiungibile in un’ora e mezza di cammino e Campo Moro in due ore; un secondo cartello indica che, volgendo a sinistra, possiamo salire, in due ore, alla forca d’Entova, porta di accesso all’alta Valmalenco, e dalla forca proseguire, con un’ulteriore ora e tre quarti di marcia, fino al rifugio Longoni; un terzo cartello segnala che, proseguendo in direzione opposta, cioè verso destra, possiamo raggiungere, in cinque minuti, il Cimitero degli Alpini.
A noi interessa, però, la quarta indicazione, quella che segnala il sentiero che prosegue diritto e che dà il rifugio Carate Brianza ad un’ora e 20 minuti, il Monumento degli Alpini ad un’ora e 30 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 40 minuti. Prima di proseguire su questo sentiero, che inizia un tratto in discesa, vale però la pena di prendere a destra e, seguendo alcuni ometti, raggiungere la croce, posta, a 2370 metri, a ricordo della morte di un gruppo costituito da 16 alpini, travolti da una valanga il 2 aprile 1917, durante la I Guerra Mondiale, mentre marciavano per salire alla capanna Marinelli, allora presidiata, appunto, dagli Alpini. La targa, posta dal gruppo A.N.A. di Lanzada, commemora il loro sacrificio con queste parole: “A questi prodi vigili sui monti non parve sorte dura precipitare a valle sotto la valanga immane se il verde delle fiamme e il rosso del sangue loro sul bianco della neve simboleggiarono al termine estremo del fronte di guerra la gloria del tricolore”. Alle spalle della croce i giganti ci guardano con sovrano silenzio, così come furono muti testimoni della lontana tragedia.
Per riprendere il cammino alla volta del rifugio Marinelli non è necessario tornare ai cartelli: possiamo tagliare, in diagonale, verso sinistra, scendendo ad un secondo pianoro che si stende ai piedi di una grande e caratteristica formazione rocciosa biancastra, che reca il segno del lavoro millenario del ghiacciaio che l’ha levigata. Volgendo leggermente a destra e passando vicino ad un grande masso sul quale si trova una freccia bidirezionale gialla, proseguiamo in direzione della parte terminale del vallone. L’indicazione del cartello che abbiamo lasciato alle spalle menziona anche il rifugio Carate Brianza, che si trova appena sotto la bocchetta delle Forbici, la quale, a sua volta, si trova circa trecento metri più in alto, alla nostra destra ed a sinistra del monte delle Forbici. Tale indicazione si giustifica per la presenza di una deviazione, a destra, segnalata da segnavia bianco-rossi: questa variante si stacca dal sentiero per la Marinelli e, proseguendo verso sud-est, attraversa il torrente Scerscen e risale il fianco orientale del vallone, raggiungendo dapprima il laghetto delle Forbici, poi la bocchetta omonima.
Ma torniamo al sentiero principale (sentiero per modo di dire, perché per buona parte dell’itinerario non c’è una vera e propria traccia, per cui bisogna prestare molta attenzione per non perdere i segnavia che indicano la direzione corretta): aggirata sulla destra la formazione rocciosa biancastra, esso volge decisamente a sinistra (direzione ovest), procedendo, per un buon tratto, in direzione della vedretta di Scerscen inferiore. In questo tratto si impone allo sguardo, verso nord-nord-est, il pizzo Sella, che mostra un elegante profilo. La nostra meta, il rifugio Marinelli, già visibile, verso nord-ovest, alla sommità dell’imponente sperone roccioso rossastro che lo ospita, si allontana, alle nostre spalle, tanto che per un attimo ci assale il dubbio sulla correttezza dell’itinerario. Alla fine, però, un cartello della Comunità Montana Valtellina di Sondrio ci tranquillizza. Esso segnala un bivio: prendendo a sinistra, saliamo all’edificio dell’ex-rifugio Entova-Scerscen, dal quale possiamo poi scendere ad una comoda pista che ci porta a San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp); prendendo, invece, a destra ci portiamo ad un ponte, che attraversa uno dei rami dello Scerscen, proseguendo nel cammino verso la Marinelli. Il ponte, nuovo e robusto, è il primo dei tre nuovi ponti che hanno sostituito quelli precedenti, travolti dalla furia delle acque.
Oltrepassato il ponte, l’itinerario prosegue verso destra, cioè in direzione nord-est, superando una fascia di sfasciumi e tagliando il filo di una prima morena. Raggiungiamo, così, la parte terminale del vallone, ai piedi, anche se ad una certa distanza, dell’ultimo imponente gradino roccioso in cima al quale si mostra l’impressionante seraccata occidentale della vedretta di Scerscen superiore. Il silenzio è, qui, rotto dal fragore delle acque e, qualche volta, da tonfi sordi e fragorosi. Non si tratta di frane, ma della caduta di grandi blocchi di ghiaccio che si staccano dal fronte della seraccata, precipitando più a valle.
Proseguendo nella traversata, incontriamo altri due ponti, giungendo ai piedi della seraccata orientale della vedretta di Scerscen superiore. Ci attende, poi, un facile guado, prima di risalire una seconda morena, di cui seguiamo per un tratto il filo, in direzione nord, prima di piegare a destra, in direzione est, raggiungendo una fascia di grandi massi, oltre la quale ci attende un secondo guado, un po’ più impegnativo (mettiamo, quindi, in conto di poterci bagnare i piedi nelle gelide acque di fusione: un cambio di calze è, dunque, quanto mai opportuno). Un’eventuale sosta, necessaria, magari, per cambiare le calze bagnate, ci permette di riconoscere le cime che abbiamo lasciato alle nostre spalle,ad ovest: a destra della cima 3006, riconosciamo ora, in sequenza ravvicinata, il Sasso d’Entova, il pizzo Malenco ed il pizzo Tramoggia, che sormontano la vedretta di Scerscen inferiore.
Oltre l’ultimo ramo del torrente Scerscen, troviamo una nuova fascia di sfasciumi. Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, per non sbagliare direzione. L’itinerario piega ora a destra, assumendo la direzione sud-est. Mancano poco più di cento metri, si tratta di profondere le ultime energie nella salita, prima della meta. Un ripido tratto ci permette di guadagnare il bordo di un’ampia conca di sfasciumi, raggiungendo, infine, una marcata traccia, che conduce direttamente al rifugio. Da qui il panorama sui giganti della Valmalenco è particolarmente felice. L’ultimo tratto, pur presentando un fondo largo e regolare, deve essere affrontato con attenzione, perché è esposto.
Alla fine, eccoci all’ampio piazzale del rifugio Marinelli (m. 2813). Il rifugio, di proprietà del CAI di Sondrio, fu costruito nel 1880. Il suo nome originario era rifugio Scerscen ma, dopo la morte del suo ideatore, Damiano Marinelli, nel 1882 venne intitolato a lui. Nel tempo fu soggetto a numerosi ampliamenti (1906, 1915, 1917, 1925 e 1938), finché, dopo la seconda guerra mondiale, per impulso di Luigi Bombardieri venne raddoppiato. Alla morte del Marinelli, in seguito alla tragica caduta dell’elicottero che lo trasportava nel 1957, il suo nome venne aggiunto nell’intitolazione del rifugio, che ebbe come custode Cesare Folatti.
Dal piazzale si apre, verso est, il bellissimo scenario della vedretta di Caspoggio, incorniciata, sulla destra, dalle cime di Musella orientale (m. 3088) ed occidentale (m. 2990). Termina, dopo circa 4 ore e mezza - 5 ore di cammino (il dislivello superato è di circa 1060 metri), una salita dal fascino unico.
Non ci resta che procedere alla discesa, per la via più classica ed agevole, che conduce ai piedi della vedretta di Caspoggio, passa a destra di un laghetto a nord delle cime di Musella, taglia il loro fianco occidentale e, passando alta rispetto al vallone, conduce alla bocchetta delle Forbici. Oltre la bocchetta, troviamo il rifugio Carate Brianza (m. 2636), nella parte alta dell’alpe Musella. Scendendo ancora, superiamo i dossi più alti che costituiscono il fronte dei “sette sospiri”, fino ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra, abbandonando il sentiero per l’alpe Musella ed imboccando quello che prosegue verso sud-est, tagliando il fianco meridionale del Sasso Moro ed entrando in un bel bosco di larici. Questo sentiero passa circa duecento metri più alto di quello che abbiamo sfruttato per raggiungere, da Campomoro, l’alpe Musella.
L’ultimo tratto del sentiero scende tagliando, in direzione est, l’aspro versante meridionale del Sasso Moro, con alcuni tratti esposti protetti, e termina alla piazzola ai piedi della parte occidentale della diga di Campomoro. Un’ultima breve salita lungo la pista sterrata di porta al camminamento della diga e, dopo circa 7 ore dalla partenza, all’automobile.

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RIFUGIO PALU'-VALLONE DI SCERSCEN-RIFUGIO MARINELLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Palù - Bocchel del Torno - Alpe Campascio - Alpe Musella- Vallone di Scerscen - Rif. Marinelli
9h
1300
EE
SINTESI. Dal rifugio Palù saliamo all'alpe Roggione (m. 2007) ed attraversiamo un piccolo bosco, nel quale la traccia di sentiero si fa strada a fatica fra alcuni grandi massi. Usciti dal bosco, cominciamo a risalire uno stretto vallone, fra erbe e qualche masso, in direzione della sella terminale, cioè del Bocchel del Torno (m. 2203). Ignoriamo le segnalazioni per Il sasso Nero alla nostra sinistra e cominciamo a scendere verso destra, entrando nuovamente in un bosco di larici. Ignorata la deviazione a destra per l'alpe Campolungo, continuiamo, dunque, a scendere verso sud-est, raggiungendo le pisce di sci e la stazione dalla quale parte lo ski-lift che sale fino al monte Motta. Poco sopra la quota 1800, invece di proseguire nella medesima direzione, pieghiamo a sinistra, percorrendo una mulattiera che entra nella valle di Scerscen. Superato l'omonimo torrente, raggiungiamo il pianoro dell'alpe Campascio, attraversandolo fino alle baite dell'alpe (m. 1844), precedute da due torrentelli. Presso la prima di queste baite imbocchiamo, sempre seguendo le segnalazioni, il sentiero che riprende a salire verso destra (nord-est) per circa duecento metri, fino a raggiungere la radura dove sono collocati i rifugi Mitta e Musella, a 2021 metri. Poco sopra i rifugi Mitta e Musella raggiungiamo poi le baite dell'alpe Musella (m. 2076). Ora, invece di seguire le indicazioni per i rifugi Carate e Marinelli, portiamoci verso il limite sud-occidentale dell’alpe, passando a monte di una chiesetta posta su un piccolo poggio. Presso la più bassa delle baite che troviamo sul limite occidentale dell’alpe troveremo il triangolo giallo che segnala la variante della V tappa dell’Alta Via che passa per il vallone di Scerscen. Il sentiero procede in un bosco di larici, supera una roccia levigata grazie ad una passerella in legno, attraversa un corpo franoso e passa a sinistra delle ex-miniere di amianto (m. 2050). Superiamo su un ponte il torrente Scerscen da destra a sinistra (per noi), procediamo guidati dai triangoli gialli non lontano dalla sua riva e cominciamo a salire gradualmente. Giunti ad un ampio pianoro, procediamo in piano e riprendiamo a salire, volgendo leggermente a destra, passando a sinistra di una curiosa formazione rocciosa costituita da due corni e sormontando un dosso di magri pascoli e sassi, fino a giungere alla sella di quota 2360 (quadrivio segnalato da cartelli). Qui ignoriamo le indicazioni per la Forca d'Entova e seguiamo le indicazioni per il rifugio Marinelli procedendo verso nord-est e passando vicino ad un grande masso sul quale si trova una freccia bidirezionale gialla, in direzione della parte terminale del vallone. Per buona parte dell’itinerario rimanente non c’è una vera e propria traccia, (massima attenzione ai segnavia). Aggirata sulla destra una caratteristica formazione di rocce biancastre ed arrotondate, il sentiero volge decisamente a sinistra (direzione ovest), procedendo, per un buon tratto, in direzione della vedretta di Scerscen inferiore. Per un tratto ci allontaniamo dal rifugio Marinelli (già visibile ad est), ma ad un bivio un cartello ci manda a destra, e torniamo a procedere verso il rifugio. Troviamo il primo ponte su un ramo del torrente Scerscen. Proseguiamo verso destra (nord-est), superando una fascia di sfasciumi e tagliando il filo di una prima morena. Raggiungiamo, così, la parte terminale del vallone, ai piedi, anche se ad una certa distanza, dell’ultimo imponente gradino roccioso in cima al quale si mostra l’impressionante seraccata occidentale della vedretta di Scerscen superiore. Incontriamo altri due ponti, giungendo ai piedi della seraccata orientale della vedretta di Scerscen superiore. Ci attende, poi, un facile guado, prima di risalire una seconda morena, di cui seguiamo per un tratto il filo, in direzione nord, prima di piegare a destra, in direzione est, raggiungendo una fascia di grandi massi, oltre la quale ci attende un secondo guado, un po’ più impegnativo. troviamo una nuova fascia di sfasciumi. Qui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia, per non sbagliare direzione. L’itinerario piega ora a destra, assumendo la direzione sud-est e salendo un ripido versante morenico; un ultimo traverso a destra ci porta al piazzale del rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina (m. 2812).

Il racconto della variante della quinta tappa dell’Alta Via della Valmalenco ricalca, in gran parte, quello dell’escursione proposta. In questo caso, però, punto di partenza non è Campomoro, bensì il rifugio Palù (toponimo assai diffuso, che deriva da "palude", m. 1947), nei pressi del lago omonimo (m. 1921), cui giunge la quarta tappa dell’Alta Via. Nei pressi del rifugio parte il sentiero che, proseguendo verso est, raggiunge dapprima l’alpe Roggione, poi, risalito un breve canalino, il bocchel del Torno (buchèl di tórn, o tùrn), a 2203, porta che ci consente di passare dall’alta Valmalenco alla Val Lanterna.
Il sentiero, sempre segnalato dai triangoli gialli, comincia, ora, a scendere in direzione sud-est, fino ad intercettare, poco a monte del Dosso dei Vetti (dus di vét) e dell’ex-rifugio Scerscen (m. 1813), la pista che scende dal passo di Campolungo (m. 2167). Invece di imboccare la pista, però, dobbiamo prendere a sinistra, seguendo le indicazioni di un cartello e procedendo su una comoda mulattiera che attraversa uno splendido bosco di larici, fino ad un ponte sul torrente Scerscen, oltrepassato il quale ci troviamo sul limite meridionale dell’alpe Campascio (campàasc). Attraversando, verso nord, la piana dell’alpe, tenendoci sul suo limite di destra, raggiungiamo l’ultima baita di destra (est), alle cui spalle parte una mulattiera che sale, con diversi tornanti, fino all’alpe Musella. La mulattiera conduce proprio ai piedi dei rifugi Mitta (che troviamo sulla sinistra) e Musella (che troviamo sulla destra).
Fin qui abbiamo seguito l’itinerario classico della quinta tappa: ora, volgendo a sinistra, in direzione del vallone di Scerscen, seguiamo l’itinerario sopra descritto, fino al rifugio Marinelli, sfruttando una variante della quinta via che ne allunga i tempi di circa un paio d’ore (si calcolino, in tutto, circa 9 ore), ma ha il pregio di permetterci di godere scorci e suggestioni di grande impatto emotivo.


CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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