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Apri qui una panoramica sulle valli di Fraele, della Forcola di Rims e del Braulio

La Valle di Fraele è un piccolo mondo sospeso, un altipiano posto ad una quota di poco inferiore ai 2000 metri, circondato quasi da ogni lato da vette dolomitiche che disegnano, al morire del giorno, scenari di grande suggestione cromatica. Un microcosmo denso di echi storici e leggendari, in quanto fu, in passato, punto nodale nelle comunicazioni fra contea di Bormio, Livignasco, Valle di Monastero e Tirolo. Il toponimo deriva, probabilmente, da “ferratelle” o “fabrelle”, a sua volta da “Faber”, con riferimento alle miniere di ferro per le quali, in passato, la valle era nota.
Si legge nella “Descrizione della Valtellina e delle grandiose strade di Stelvio e di Spluga (1823): “Quasi fosse per compensarlo di altri beneficj di che gli fu avara, la natura ha conceduto al territorio di Bormio una ricchissima miniera di ferro che si coltiva in Valle di Fraele”; e negli “Annali universali di statistica, economia pubblica, storia. Viaggi e commercio”, pubblicati nel 1834: “Le viscere dei monti non sono meno ricche della superficie dei medesimi; e frequenti vi sono e marmi e minerali di varia natura ed anche di molto pregio e valore. Il ferro vi abbonda e cavasi ora più di tutto nella ricca miniera del Fraele (la quale dà perfino il 60 per cento di metallo, che poi viene fuso al Fraele e lavorato a Premadio vicino a Bormio) e in valle d'Ambria  ove per l'addietro fondevansi i progettili ad uso di guerra), dalla qual valle ora si trasporta a fondere in val del Lirio, non molto lungi da Sondrio. Non mancano altre miniere consimili e in val del Bitto e al Masino e in Malenco, ove trovasi pure del ferro magnetico”.

ACCESSO

Oggi la valle è molto frequentata, nella stagione estiva, in quanto facilmente raggiungibile in automobile, anche se molti amano salirvi in mountain-bike, sfruttando una strada asfaltata che procede con pendenza regolare, senza strappi.
Oltrepassata Bormio, ci si stacca sulla sinistra dalla ss. 38 dello Stelvio per immettersi sulla statale 301 per il passo del Foscagno. Dopo aver superato il ponte allo sbocco della Valle del Braulio, si giunge alla località di Fior d'Alpe Torripiano, dove, appena dopo la chiesa della Madonna della Pietà ed una semicurva a destra, si trova, segnalato, sulla destra lo svincolo (a 4,5 km da Bormio) per Pedenosso e Cancano. Si sale lungo la strada e ad un bivio si prende a destra (indicazioni per Cancano). Di qui in poi la strada, sempre abbastanza larga ed interamente asfaltata, attraversa la fascia di pini silvestri e mughi denominata Bosco di Arsiccio e sale ai bei prati del panoramico Piano di Prada (a 4 km dallo svincolo), chiamato così per la presenza di un grande masso che vi si è fermato dopo essersi staccato dalle pareti rocciose delle Scale. Qui si trova, notizia utile per chi sale in mountain-bike, un'area di sosta. La strada prosegue con pendenza regolare, e comincia ad inanellare una lunga serie di tornanti (in tutto, dal piano di Prada all'ingresso della Val Fraele, sono 19), che portano ai piedi della muraglia rocciosa sul cui ciglio si affacciano le torri di Fraele. Con un'ultima serrata serie di tornanti affronta il traverso finale, con tratto in galleria, che termina proprio alle celebri torri. Da segnalare, prima degli ultimi tornanti, ad un tornante dx, una pista, che se ne stacca, sulla sinistra, a quota 1900 metri: si tratta della bella decauville (chiusa al traffico veicolare, ma sfruttabile per una bella traversata in mountain-bike) che procede pianeggiante, mantenendo la quota di 1900 metri ed effettuando una lunga traversata che la porta a tagliare gli alpeggi a monte di Pedenosso ed a raggiungere Arnoga; di qui si può proseguire la bellissima pedalata addentrandosi in Val Viola Bormina, fino all'omonimo passo, che si affaccia sul territorio elvetico. Ma torniamo alla Val Fraele.


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LE TORRI DI FRAELE

Le torri di Fraele sono solo il primo segno di una valle densa di storia, per la sua posizione strategica nell'antica Contea di Bormio. Queste torri sorvegliavano infatti gran parte della Magnifica Terra e permettevano di segnalare tempestivamente eventuali eserciti invasori.
Riportiamo le notizie che ci vengono offerte dallo storico Guido Scaramellini nello studio “Le fortificazioni in Valtellina, Valchiavenna e Grigioni” (ottobre 2004), studio per il Museo Castello Masegra (www.castellomasegra.org):


Le Torri di Fraele

Le due torri vigilano, una per parte, l’antica “via imperiale di Alemagna” che, attraverso il passo di San Giacomo di Fraèle, giungeva in Val Monastero, dove, tra l’altro, era attiva l’estrazione del ferro. Contemporaneamente controllavano la Val Viola e il Livignasco. Era detta anche strada delle Scale, perché caratterizzata da una serie di scale in legno che servivano a superare il notevole pendio. Le torri erano anticamente protette da una “trinchiera fatta di muro” che scendeva alla strada, come si vede nel disegno steso dal maestro di campo Berretta (fondo Ferrari alla Biblioteca Ambrosiana di Milano). Nel 1357 la strada fu sistemata per consentire il transito dei cavalli e pare che nel 1395 le Scale siano state rifatte. Nel 1435 erano presidiate da guardie contro la peste che si temeva potesse venire dalla val Venosta e dalla val Monastero.
Le due torri parallelepipede sono quelle poste a quota più alta (1930 metri) e le uniche in provincia di Sondrio costruite a controllo di un passo. La torre occidentale è più completa e misura circa m 6,50 per lato con un’altezza attuale di oltre 13 metri. Aveva l’ingresso originario al primo piano, come quasi tutte le torri, il cui accesso era possibile tramite scala retraibile. L’attuale apertura a pianterreno è successiva. La parete a nord mostra quattro feritoie.
La torre orientale ha pianta quadrata, con lato di metri 5,75 e spessore dei muri di 70/80 centimetri. Manca della parete occidentale e ha maggiormente sofferto mutilazioni, anche se un recente restauro ha salvato in entrambe le torri quanto era sopravvissuto con feritoie soprattutto nel fronte settentrionale. Oggi si eleva per una decina di metri.
Le torri, costituite da pietre appena squadrate, più accuratamente lavorate agli angoli, possono essere datate al XIII secolo e avevano un ruolo notevole ancora sul finire del XV secolo, quando il duca di Milano vi stabilì dieci soldati a presidio. Furono poi abbandonate e forse anche smantellate in seguito al capitolato di Milano del 1639.”
Lina Rini Lombardini, nel bel volumetto "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Sondrio, Ramponi, 1950, pg. 120), riporta la più antica leggenda legata a queste storiche torri: "...le torri di Fraele... ancor vigilano (dal tempo dei Galli? dei Romani?) sulla Valdidentro: scure tra scure rocce; scura anche la tradizione che le vuole spettatrici, al tempo di Sant'Ambrogio, di un'acerrima lotta fra Cristiani e Ariani. Tanto sangue ariano si sparse che se ne imbevve il terreno e, in Campo Luco dove gli Ariani furono sepolti, mai fiore più crebbe, mentre tutt'intorno, al tornare dell'estate, ridono i colori della vaga flora alpestre".
Il burrone che dalla soglia della valle, presidiata dalle celebri torri, precipita, quasi, al già citato piano di Prada, a monte di Pedenosso, era chiamato, con denominazione rimasta nella memoria popolare, Burrone dei Morti. Il motivo ci riporta alla fine del secolo XV. Correva l’anno di grazia 1487. Un esercito proveniente da Coira (Lega Caddea, o della Casa di Dio) e dalla lega delle Dieci Diritture, in tutto sei o settemila fanti, con 400 cavalli ed una schiera di donne al seguito, scendendo dalla Valdidentro, si presentò, il 27 febbraio, alle porte di Bormio. Al loro comando Giovanni Loher, Ermanno Capaul e Nicola Buol. A quel tempo da circa un secolo e mezzo la Valtellina era sottoposta alla signoria dei Duchi di Milano, i Visconti prima, gli Sforza dalla metà del quattrocento. Ludovico il Moro rinunciarono a difendere la città, che venne saccheggiata. Narra, però, la leggenda che la presa di Bormio non fu per i Grigioni questione facile.
Ce ne parla Tullio Frangia-Tazzoli, ne “La Contea di Bormio” (Arti Grafiche Valtellinesi, Sondrio, 1932-25, vol. III, pp. 69-70): “Alla leggenda mistica e gentile della Madonna di Isolaccia fanno riscontro le paurose e strane storie che dalle Torri di Fraele che sovrastano Isolaccia ed il suo verde piano nelle giornate di bufera ricorrono nelle menti dei più vecchi di quei montanari, storie a loro tramandate dai padri e dai monaci. Come spesso avviene la trama leggendaria si ricollega ad un fatto storico. Siamo al tempo della maggiore floridezza del Contado. Spavaldo ne è Podestà per gli Sforza Cisermundo che ne ha rintuzzate, con arrogante sprezzo, le richieste del retico ambasciatore Ulrico di Massol di Stiss. Pochi mesi dopo le Tre Leghe Grigie invadono il Contado malgrado le offerte di sei ambasciatori inviati a Bormio. Questi vengono, contro il diritto delle genti, rinchiusi e tenuti in ostaggio nella torre di Zernet.
Dice la leggenda che alle Torri di Fraele fu tentata la resistenza ed in un primo tempo dalle Scale, interrotte ma ricoperte astutamente con frasche e cuoio, nell’assalto notturno precipitarono cavalli e cavalieri ed insegne nel sottostante burrone che dal passo delle Torri strapiomba in lavina sopra il Sasso di Prada presso la chiesa parrocchiale di Pedenosso. Nelle prime ore della lotta il panico e l’incalzare delle schiere sopraggiungenti celeri al rumore della lotta, l’oscurità, il sospetto del tradimento aumentarono la confusione e la carneficina. I cadaveri furono tanti e la carneficina così intensa che corsero dalle Torri pel Sasso di Prada a Pedenosso fino alla piana di Isolaccia rivi di sangue commisti alle acque che precipitano, dall’alto, tra sterpeti e macigni. Ma più che l’astuzia ed il valore poté il numero e la resistenza bormina fu vinta. Per dieci giorni e dieci notti i Grigioni saccheggiarono Bormio e il Contado: poi scesero, baldanzosi, a valle. La leggenda indugia su quel tragico precipitare dalle Torri di cavalli e cavalieri nella notte fonda ed ai primi chiarori dell’alba; narra di urla e di gemiti ripercossi dalla montagna in echi paurosi; di gente inerme, ferita o morente, finita a colpi di mazza; di scheletri, corazze e schinieri sepolti e ritrovati fra quei greppi e di altre e sinistre storie che si ricollegano ad altri avvenimenti assai più antichi.”

Non possiamo lasciarci alle spalle questi guardiani di pietra senza ricordare che, secondo la leggenda, qui si davano convegno streghe, stregoni ed altri spiriti immondi per celebrare i loro diabolici sabba.

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IL LAGO DELLE SCALE

Avremo modo di parlare ancora dell'importanza storica di questa valle. Per ora riprendiamo il cammino (o il viaggio): ora la strada si fa pressoché pianeggiante, e conduce, in breve, al bellissimo laghetto delle Scale, l'unico naturale nella valle.
Il mite lago delle Scale è, però, legato ad un’oscura leggenda, che parla di un essere demoniaco che appariva come mostro ed angelo nero insieme. Ecco come viene riportata la leggenda in Maria Pietrogiovanna (a cura di): “Le leggende in Alta Valtellina – Raccolta di leggende e credenze dell’Alta Valtellina”, dattiloscritto, Valfurva, 27 giugno 1998:
“'Angelo Nero ed il mostro Ravan altro non erano che aspetti di una sola diabolica creatura, la quale andava dagli abissi alle creste e dalle creste agli abissi, mutando l'aspetto e non la sostanza. Quando le fornaci del ferro sprizzavano scintille, l'Angelo Nero compariva tra il fumo e le maligne faville. Le sue labbra avevano sorrisi che parevano ringhi, la sua ombra batteva sulle pietraie seguita dal corteo degli spettri vaganti e, dove batteva, schizzavano livide fiamme per l'erta oscura. Allora i montanari, che vivevano in quei luoghi, da buoni cristiani benedicevano animali e minerali con l'acqua del Lago delle Scale e l'Angelo si copriva il volto, sbatteva le ali di folgore e si dissolveva nel fumo, risalendo su per le creste e ruinando polvere e ghiaia dai dirupi fino ai mughi sopra il lago.
L'Angelo Nero lasciava dietro di sé una schiera di esseri invisibili pronti ad assalire i cristiani e a trascinarli nella vorticosa corrente del Vallar, dove l'Angelo Nero piombava dalle creste e si trasformava nel mostro di Ravan. Costui era il capo di tutti i geni maligni, nati dai suoi fittissimi peli, ispidi e duri come le setole. Ravan era spaventoso, aveva dieci teste e, dotato di una forza prodigiosa, faceva tremare e sconvolgere le montagne. Era invulnerabile alle maledizioni umane e terribilmente crudele contro chi aveva accettato di servirlo e poi lo aveva disobbedito come Talp (vedi La leggenda di Talp, servitore del mostro Ravan). Ravan o Angelo Nero odiava la luce del sole e rideva come un pazzo scatenato, quando vedeva l'astro calare e scomparire. Allora urlava nei profondi meandri del Vallar, seguito da una torma di giovani tritoni dalla lunga coda e dal dorso dentellato. Costoro avevano il compito di
placare i gorghi dell'Adda per calmare la rabbia di Ravan. Le confraternite religiose del tempo, con camice bianco e cappa rossa di Molina e Premadio, sentenziavano che il mostro fosse nato da un uovo fecondato da un innaturale connubio tra un gigante ed un anfibio usciti fuori dai vapori della terra, quando si era formato il Lago della Scale. Altri, invece, dicevano che fosse nato da un uovo autofecondato da un vecchio gallo e covato in un monte di letame, in cui erano concentrati i veleni di tutti i serpenti del mondo. Tutti, però, concordavano che, fosse angelo o mostro, aveva al suo servizio tutti i furfanti che andavano e venivano per il sentiero delle Scale e per la Val di Fraele. Quei furfanti, ad ogni battito del cuore, gli procuravano un mortale per essere sua vittima sacrificale. I furfanti erano mangiatori di anime. Uscivano dalla nebbia e stavano nell'aria, nell'acqua e nel bosco, seminando paure ed angosce e, trascinando animali ed uomini su per le scogliere, li trasformavano in pietre a guardia delle grotte del tuono.”

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IL MONTE DELLE SCALE


Il monte delle Scale

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Lago delle Scale-Croce di Monte Scale
1 h e 45 min.
570
E
SINTESI. Oltrepassata Bormio, ci si stacca sulla sinistra dalla ss. 38 dello Stelvio per immettersi sulla strada che sale al passo del Foscagno per poi scendere a Livigno. Dopo aver superato il ponte allo sbocco della Valle del Braulio, si giunge alla località di Fior d'Alpe Turripiano, dove, appena dopo la chiesa ed una semicurva a destra, si trova, segnalato, sulla destra, lo svincolo per Pedenosso e Cancano. Si sale, quindi, lungo questa strada e ad un bivio si prende a destra (indicazioni per Cancano). Di qui in poi la strada, sempre abbastanza larga ed interamente asfaltata, taglia il bosco di Arsiccio, sopra Pedenosso, portandosi fino ai piedi della muraglia rocciosa sul cui ciglio si affacciano le torri di Fraele; con un'ultima serrata serie di tornanti affronta, quindi, il traverso finale, con tratto in galleria, che termina proprio alle celebri torri. Parcheggiamo poco più avanti, presso il lago delle Scale. Ci incamminiamo seguendo le indicazioni di un cartello che dà il Forte delle Scale ad un’ora e mezza, la Croce delle Scale ad un’ora e 45 minuti e Premadio a 2 ore. Dopo un breve tratto pianeggiante, prendiamo a sinistra, seguendo le indicazioni di un secondo cartello. Dopo una breve salita, siamo ad un bivio ed andiamo a destra. Iniziamo a salire, in un bel bosco di pini mughi, su un sentiero sempre ben marcato, che procede con pendenza abbastanza severa. Pochi i segnavia, rosso-bianco-rossi, con numerazione 174. Dopo diversi tornanti il bosco si dirada ed usciamo ad un bel pianoro panoramico, nel quale sono state poste due panchine di legno. Ora il sentiero, infatti, sale, con pochi tornanti, portandosi a ridosso di una fascia di rocce che ci separa dall’ampia sella che separa le due cime del monte. Qui piega a destra, passando sotto una grotta naturale nel quale è posta una statua della Madonna. In breve siamo, quindi, al passaggio che richiede attenzione: dopo un tratto di facile scalinatura su roccia, attraversiamo un canalino di minuti sfasciumi e ci portiamo, sulla sua destra, ad uno speroncino che il sentiero risale, con passaggio esposto, ma non difficile. Il sentiero, quindi, piega a sinistra, passa sopra il limite alto del canalino di terriccio e sassi malfermi e ci porta in vista dell’ampia sella erbosa che divide le due cime del Monte delle Scale. Ad un bivio andiamo a sinistra, lasciando alla nostra destra l'ingresso al Forte del Monte Scale e seguendo il sentiero che, salendo gradualmente, in pochi minuti ci porta alla grande croce bianca della vetta del Monte delle Scale (m. 2497).

Sul limite settentrionale del lago, assai frequentato dai pescatori, notiamo, alla nostra destra, un cartello, che segnala la partenza del sentiero che, in un'ora e tre quarti circa, conduce ad una delle due cime del Monte delle Scale, quella sud-orientale, sulla quale è posta la grande Croce ben visibile da Bormio. La salita alla Croce non richiede grandi sforzi né particolare impegno: il sentiero (numerato 174 su qualche segnavia rosso-bianco-rosso) sale deciso in un bel bosco di pini mughi, raggiunge un pianoro panoramico, supera un canalino che richiede un po' di attenzione ed approda alle ultime balze che portano alla sella erbosa la quale separa le due cime del monte. Qui possiamo visitare, percorso un cunicolo che letteralemente buca il monte, una caserma costruita nel 1911-12. In pochi minuti, infine, volgendo a sinistra, siamo ai 2495 metri della cima, estremamente panoramica sulla conca di Bormio, la Valfurva, le valli di Fraele, della Forcola e del Braulio, la cima Piazzi e le montagne del Livignasco.

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LE DIGHE DI CANCANO E SAN GIACOMO

Torniamo ora alla descrizione dell'accesso alla Val Fraele. Oltrepassato il lago, la pista, ora con fondo sterrato, in buone condizioni, raggiunge e costeggia a sinistra il grande lago artificiale di Cancano: quando le sue acque sono piuttosto basse, sono ancora ben visibili gli edifici che ospitarono i moltissimi operai impiegati nell'edificazione dell'enorme sbarramento (la cosiddetta "digòpoli"). Il primo manufatto venne messo in esercizio nel 1928 dall'AEM di Milano: si trattava della diga ad arco di gravità di Cancano, con una capienza di 25 milioni di metri cubi d'acqua. Nel 1950 venne terminata la diga di San Giacomo, più a monte, con una capacità di 64 milioni di metri cubi d'acqua, nel quale confluiscono, mediante un canale di gronda, le acque delle valli del Gavia, dei Forni e dello Zebrù, passando per la valle del Braulio. Infine, nel 1956 venne inaugurata la nuova e più grande diga di Cancano, che sommerse la precedente, e che può contenere 123 milioni di metri cubi d'acqua; essa serve la nuova centrale di Premadio.
Oltrepassato il ristoro Monte Scale, siamo ad un bivio: la pista di destra scende al coronamento della diga e porta sul lato opposto della valle, dove si trova il ristoro Solena; quella di sinistra (d'estate spesso chiusa nelle ore centrali della giornata), costeggia, invece, l'intero bacino, e porta al ristoro San Giacomo. Ci ritroviamo di fronte al possente sbarramento del secondo invaso, quello di San Giacomo. Una strada percorre il suo sbarramento e porta al lato opposto della valle, dove si trova il rifugio Val Fraele.

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LA VAL FRAELE, FRA STORIA E LEGGENDA

E' giunto, però, il momento di conoscere meglio la valle. Può esserci utile, a tal fine, per la sua sintetica chiarezza (anche se molte notazioni sono, ovviamente, datate) la Guida alla Valtellina edita nel 1884 curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio.
Ecco come presenta le possibilità di traversate offerte dalla valle:
Dal casolare di Raspadino, dove alla strada che viene dalle Scale si congiunge quella che sale dalla Valle del Braulio, la via prosegue piana fra boschi e prati ridenti, e giunge in meno di mezz'ora allo sbocco della Valle Pettini e dopo altri cinque alla chiesa e al villaggio di S. Giacomo di Fraele (1953 m.). E' un gruppo di case, fra le quali vi ha una modestissima osteria, che sorge in mezzo a vasta e fertile prateria circondata attorno attorno da boschi di conifere proprio là dove insensibilmente si separano i due versanti dell'Adda e dell'Inn o quindi dell'Adriatico e del Mar Nero. Il villaggio ha avuto i suoi giorni di floridezza quando ora stazione attiva del commercio che dalla Lombardia o dalla Venezia per le Scale di Rade e questa solitaria e amena valle si dirigeva all'Alemagna.


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e valle della Forcola di Rims

Da S. Giacomo un buon sentiero, che ascende a sinistra la sponda verso mezzodì, conduce fra i boschi all'Alpe Pettini, o di là in un'ora risale la valle fin dove si dirama io tre altre vallette minori. Continuando per quella più a destra, detta Val Lunga, si può passare nella Val Trela, e per essa scendere nella Valle di Trepalle e proseguire verso Livigno il sentiero non è cattivo ma è lungo. Se, inoltratisi nella Val Lunga, si piega poi a sinistra e si risale la valletta di mezzo, si può arrivare in breve alle belle cascine dell'Alpe Trela o scendere in due ore per Vezzòla a Semogo, o in due core e mezzo, per Platorr e Sciano, a Isolaccia o a Pedenosso. In fine risalendo la valletta a sinistra detta Valle dell'Acqua o Val Corta, la quale va facendosi sempre più angusta, profonda ed orrida, si giunge alla Plata, dove è d'uopo per tre o quattro metri strisciare, sopra una non larga sporgenza, lungo la roccia a picco mentre dall'alto, scende sul capo un ruscello in tal modo che non si può schivare una bagnatura: dalla Plata in un quarto d'ora si arriva allo Cascine di Trela sopraddette.
Parallela alla Valle Pallini scende a S. Giacomo la Val Pisella percorsa in fondo dall'Adda che qui è umile ruscello. La si risale facilmente in un'ora circa seguendo la sponda sinistra del torrente, o si giunge a un lungo e monotono altipiano, dove trovarsi vari piccoli laghetti, che sono le vere fonti dell'Adda (2330 m.). Poi si torna a discendere lungo la Valle Alpisella, che sbocca insieme alla Val di Trepalle in quella di Livigno. Il versante alla sinistra del torrente appare tutto coperto di boschi, l' altro è dirupato e irto di ripidissime frane. Con tutto ciò il sentiero che scende fino al fondo della valle segue questo versante e passa per le frane e i dirupi; pure, specialmente a stagione inoltrata, quando è più battuta, non presenta nessuna difficoltà a chi non soffre vertigini. Anche luogo l'altro versante la discesa è facile, ma il sentiero cessa a metà del bosco; e poi, giunti al basso, non vi ha ponte per passare il torrente spesso difficile a guadarsi. Questo dell'Alpisella è il passo più diretto e più breve tra la Valle di Fraele e quella di Livigno…


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A S. Giacomo comincia la Val Bruna, che manda le sue acque allo Spöl e quindi all'Inn. Per essa scende la strada quasi carreggiabile di Fraele fino allo sbocco di Val Mora, lontano non più di mezz'ora di cammino; poi essa strada, che era l'antica via commerciale, risale questa valle e in un'ora conduce alla bell'Alpe Monastero (Münster); quindi, girando il Dosso Rotondo (Dossrotund), dove è lo spartiacque, scende per l'Alp Kloster a S. Maria non piccolo villaggio nel Münster Thal. Le parti superiori della Val Mora e dell'altra che scende a S. Maria, prendono insieme il nome di Val di Fraele. Dall'Alpe Monastero superando la costa a sinistra, si giunge in un'ora e mezzo attraverso Giusplan , per commetti sentieri, all'Alpe Boffalora, e di là alla strada carrozzabile che va da Cernezzo a S. Maria. Da S. Giacomo di Fraele poi si può giungere all'Alpe Monastero, ascendendo per l'erto vallone di Poelècc, ai piedi del Pizzo Murterol (3117 m.), e discendendo per la Valle del Mescents. Se in luogo di entrare nella Val Mora si continua a discendere per la Val Bruna lungo la sponda sinistra del torrente, si entra nella Valle del Gallo, e si giunge in due ore e mezzo sulla via carreggiabile che da Livigno scende a Cernezzo nell'Engadina; ma il sentiero, non buono, è appena discernibile e non è neanche continuo.
La selvaggia solitudine della Val Bruna e Val Mora sparse di macerie dolomitiche forma un vivo contrasto coll’amenità della Valle di Fraele.”
Non meno importanti sono gli aspetti storici di questa straordinaria valle, sempre riassunti dalla Guida citata:
Sono antichi i ricordi di Fraele. Vuolsi che ivi, nel campo che si diceva di Luco, ai tempi di S. Ambrogio, sia avvenuta una grande battaglia contro gli Arlani. La tradizione di una pugna colà combattuta molti secoli innanzi era, come narra l’Alberti, viva ancora ai tempi suoi fra i contadini del luogo. Ivi si erano trovate armi e ossa gigantesche. Della chiesa di S. Giacomo si hanno memorie a cominciare dall'anno 1287. Il 13 giugno 1635 le Torri e il Paese di Fraele furono occupate a forza dalle truppe del Fernamonte provenienti da S. Maria. Una squadra, guidata da un cacciatore di camosci, girando in alto il monte arrivò a colpire di fianco i difensori, che erano truppe del Du Landé e li obbligò a ritirarsi. Il passo, abbandonato e poi rioccupato dalle truppe del Fernamonte, fu preso d'assalto da duecento moschettieri mandati dal Colonnello Canisi, i quali partendo dal Bosco d’Arsizio, per un sentiero non guardato, sorpresero alle spalle la scorta che lo difendeva.
Il 30 ottobre 1935 il Fernamonte si era accampato con circa settemila uomini nella Valle di Fraele facendo occupare un posto nella Val di Pedenosso, forse l’alpe Trela, per impedire da quel lato una sorpresa. Rohan, giunto in quel dì da Tirano a Bormio, dà ordine al Marchese di Vandy, che occupava i Bagni di Bormio, di attaccare all'alba del giorno seguente gli imperiali da quella parte, al Canisi, che aveva ai suoi ordini tre reggimenti, di sorprendere con lungo giro, forse per la Val di Trepalle, la Val Trela e la Val Lunga, dall'alto il posto degli Imperiali in Vai di Pedenosso, disponendosi a entrare quindi lui stesso col grosso delle truppe e la cavalleria da Pedenosso per la Vai Pettini in Val di Fraele. Aveva poi mandato ordine al Du Landé che si trovava in Engadina di mandare nel medesimo giorno a Fraele per l'Alpisella un reggimento di Grigioni e di dirigersi lui stesso a quella volta per la Val del Gallo e la Val Bruna, al fine di tagliare agli Imperiali la ritirata. Tutti, ad eccezione del Du Landé, furono il 31 mattina al posto loro assegnato. Anzi il Vandy aveva attaccato il nemico durante la notte e con sì gran vigore da attirare sopra di sè buona parte dell'esercito del Fernamonte. Gli Imperiali in Val di Pedenosso, poiché videro sull'alta montagna le troppe del Canisi, abbandonarono il posto che fa tosto occupato dal Rohan da una parte e dal Canisi stesso dall’altra. Così il Rohan potè scendere in Val Pettini appiedando la cavalleria. Lo truppe del Fernamonte, la cavalleria soprattutto, fecero nel piano di Fraele aspra resistenza, ma poi, respinte da tutte parti, e ricaccate dai trinceramenti, si ritirarono precipitosamente lungo la Val Bruna e la Val Mora, perdendo, a quanto afferma il Rohan, più di due mila uomini; nessuno forse si sarebbe salvato se il Du Landé fosse giunto in tempo al posto indicatogli. I cadaveri rimasero insepolti e furono poi coperti dalla neve. (Alberti e Campagne du Duc de Rohan).
Il Rohan, dovendo abbandonare l'alta Valtellina, fece abbruciare le case e i fienili che si trovavano in Fraele, settanta e più, dice l'Alberti, acciò non potessero servire di ricovero al nemici, e istante la stagione avanzata, lasciando bensì una scorta ai Bagni, non si curò di far guardare il posto di Val Pettini.
A questo fatto d'armi si riferisce una significativa leggenda; la riportiamo ancora con le parole di Maria Pietrogiovanna (op. cit.):
“Castrin era un montanaro, cacciatore e pastore, estremo conoscitore della natura che trascorreva da maggio a ottobre i suoi giorni nell'altipiano della Val di Fraele, nella sua baita delle Presure. Nel 1935 (già la parte bassa della valle era stata allagata dopo la costruzione della prima diga di Cancano), ormai sessantaseienne, Castrin decise di trascorrere la Festa dei Santi nella sua baita, invece di tornare a valle a Pedenosso. Dopo aver sbrigato le faccende in stalla, si recò all'osteria della Luisa. Qui rimase fino ad un'ora alla mezzanotte. Rientrato nella sua baita ed entrato in cucina, dispose sul tavolo un vaso pieno d'acqua pulita e fresca, perché in quella notte i morti vengono a visitare i loro abitati e, essendo assetati per le fatiche del viaggio dall'aldilà, bevono.
Si udiva solo un vento strano sibilare, mentre saliva una stranissima nebbia. Da essa Castrin vide venire avanti verso S. Giacomo una turba di ombre terrose, aleggianti appena sopra i mughi ed i pascoli. Udì uno scalpitar di cavalli accorrere dalle varie valli circostanti e vide una turba di fanti correre per i sentieri con scalpori e grida, agitanti di fanti correre picche, alabarde, mazze ferrate, schioppi, mentre si sentiva un fragore di macigni precipitanti e di schianti e tonfi tra gli sterpi secchi dei rododendri. Improvvisamente il Pian di S.Giacomo si schiarì: tantissimi lumini s'accesero nelle varie baite, tante fiammelle arsero lì per lì sulle cime dei mughi e su per i costoni e la luna apparve dal Pettini. Castrin era terrificato ed impietrito di fronte a tale spettacolo. Gli sembrò, addirittura, di sentire parlare le bestie nelle stalle.


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Poi vide un folto gruppo di soldati sul sagrato della chiesa e riconobbe le divise austriache, francesi e delle Leghe retiche. Un cavaliere si fece avanti e, postosi di fronte agli altri, prese la parola. Era il francese Duca di Rohan che, per ragioni di grado ed età, assumeva l'onore di compiere con gli altri (ossia il Barone di Fernamond, il Colonnello Giorgio Jenatsch e Don Eusebio Robustelli, che guidò austriaci e spagnoli attraverso i valichi) nel luogo, in cui commisero trecento anni prima tante nefandezze (31/10/1635: battaglia di Fraele combattuta da una parte dai francesi guidati dal Duca di Rohan e dalle Leghe Retiche guidate dal Colonnello Jenatsch e dall'altra dagli austriaci e dagli spagnoli guidati dal Barone di Fernamond - vittoria dei francesi e dei grigioni - le 80 case di Fraele furono incendiate e distrutte) un atto di penitenza e di omaggio verso la valle che oltraggiarono con rapine, sangue e fuoco. Insieme ringraziarono il Signore per il perdono e per la pace ottenuti e, sapendo che presto un'acqua livida e piatta avrebbe coperto quel piano, lo pregarono perché illuminasse quei vivi affinché la loro scienza e loro fame d'oro non offendessero ulteriormente quei monti.”
La versione originale, scritta da Alfredo Martinelli in "Terra e anima della mia genta", è assai più lunga; eccone un brano, nel quale si tratteggiano alcuni dei colori più belli della valle: "Castrin, pastore e cacciatore, era convinto che non si sapeva niente se non si conosceva la causa, e nulla ignoravadelle rocce, dei laghi e delle erbe dei suoi monti. La Val Bruna era propria bruna per il colore dei suoi boschi, delle sue rocce, delle sue acque e aveva trovato i luoghi ove si scavava il miglior minerale di ferro, i cui pani da poco colati venivano rubati dai livignaschi e venduti ai Grigioni a Zernez e a Davos. Le altre miniere di Pedenollo, di Pedenoletto e alle Scale di Fraele valevano meno ed erano state solo motivo di litigi fra gli Alberti di Bormio, i Motta di Premadio, i Negri di Tirano e i Muti venuti da Bergamo. Avvertiva un gran timore quando indovinava i gorghi paurosi del lago delle Scale, mentre guardava i fiordalisi lì intorno così radiali e di color azzurro intenso che fiorivano sulle umide rive. Si incantava al color di quelle acque di un bel verde azzurrognolo, in contrasto con l'arditezza e lo squallore delle rocce soprastanti.
Quando andava a caccia su per la val Paolaccia e per i dirupi di Cornacchia, poco sopra le baite di Presuraccia, si riposa quasi sempre li vicino al laghetto tondeggiante e così strano per la elegantissima colorazione della sua acqua turchina e verdognola e d'un cobalto intenso dove non si vedeva il fondo. Sulle sue rive coglieva le più piccole primule, che erano le più belle di tutte quelle che conosceva e che fiorivano solo lì. A Solena andava in cerca della genziana bavarese distinguendola per la sua intensità azzurra, e con le radici rimediava ai difetti delle grappe più nostrane. In Alpisella coglieva il ranuncolo tora sulle pendici sassose tra le rupi, ma distruggeva le radici perché temeva il succo con cui, aveva saputo, gli antichi Retici avvelenavano le punte di pietra dei loro giavellotti. Cercava con ansia le crepide brillanti dai fiori arancioni, gialli e rossi e le portava ai suoi amici casari per colorare i formaggi.
Quando accorto attendeva il camoscio sulle pendici del monte Torraccia o sulle costiere del Pettini, dove aveva collocato una trappola a forcone con un po' di sale, si distraeva, per ingannare il tempo, volgendo lo sguardo alla serie di guglie e di cime che si staccano dal Pizzo del Ferro. Allora immaginava fantastiche torri merlate, ponti arditi e pericolanti, rovine di castelli grandiosi e diroccati, profili raffiguranti personaggi mitologici e giganti incantenati. Poi scordava le sue fantasticherie e, scendendo con il camoscio sulle spalle, si fer­mava ogni tanto a prender fiato e a coglier foglie di rododendro irsutto o ferrugineo per fare un buon decotto per gli amici che avevano la renite o i reumatismi articolari".


Il lago delle Scale

Prima che la valle diventasse teatro della sanguinosa battaglia di Fraele, la valle così appariva agli occhi di Giovanni Guler von Weineck, uomo d’armi e diplomatico che fu governatore della Valtellina per le Tre LegheGrigie nel biennio 1587-88 e che ne offrì un’ampia e famosa descrizione nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616; trad. di Giustino Renato Orsini): “Questa valle si apre bella e selvaggia fra la Valdidentro e la strada principale che mena al giogo; offre gradita dimora l'estate, ha un numero discreto di case e una chiesa dedicata a S Giacomo; ricca di bei pascoli e abbondante di fieno, possiede inoltre due laghi, non troppo grandi sebbene ricchi di pesce. Nella valle è assai sviluppata l'industria del ferro: infatti ha copiose miniere, potenti fonderie e magone, dove annualmente vienefuso molto minerale e lavorato soprattutto del buon ferro. Questa regione montuosa ha un terreno pianeggiante, detto Campoluco, il quale è abbastanza esteso e non produce né erba né fiori; ivi vengono scavate di quando in quando meravigliose spade di ferro, pugnali di bronzo di varia forma e grossi e lunghi femori, quasi giganteschi; la leggenda narrache ai tempi di Sant'Ambrogio un gran numero di eretici Ariani venne lassù ucciso e che molti di questi venissero pure catturati sui monti Giufplan, Boffalora ed altrove…
Alquanto a monte dei bagni, si addentra fra scoscese giogaie la via imperiale. che poi insieme con la valle, si divide: la parte di sinistra prosegue verso il passo di Fraele e la diramazione di destra sale all'alto valico di S. Maria; ivi poi per l'assistenza dei viandanti, sorge un ospizio, sul versante di S. Maria in Val Monastero: ed esso ai giorni nostri è più che mai fiorente, essendo frequentato non solo dagli abitatori dei due versanti della catena alpina, ma anche da coloro che dall'Italia, da Milano e dal ducato vanno nel Tirolo, nella Baviera, nell'Austria, nell'Ungheria, o ad altri paesi sul Danubio, come parimenti dai viandanti che di là ritornano… Tornando al nostro argomento, la via imperiale, sin dai tempi antichi, dopo Premadio sale ad una cappella, presso cui sta Terrapiana; di qui, mediante un secondo tronco, sospeso alle rupi con travi, e detto la Scala, si giunge in Val di Fraele; donde si prosegue o per l'Engadina o per la Valle di Monastero, o per altri paesi
.”


Lago di Fraele

Concludiamo l'inquadramento storico riportando un passo che chiarisce bene la posizione nodale della valle, nel sistema di comunicazioni dei tempi passati, dallo studio “Sentieri e strade storiche in Valtellina e nei Grigioni - Dalla preistoria all’epoca austro-ungarica" di Cristina Pedrana (2004):
In Alta valle i passi ed i percorsi più importanti verso l'Engadina e la Val Venosta, frequentati probabilmente anche in epoche preistoriche, ma comunque largamente utilizzati dal Medioevo fino agli inizi del XIX secolo furono il passo di Umbrail o Ombraglio denominato "via breve di Val Venosta" e il passo di Fraele o "via lunga di Val Venosta". Entrambi avevano come punto di partenza Bormio dove si giungeva attraverso il passo del Gavia o seguendo la Valtellina per Bolladore, Serravalle, Cepina…
La via lunga di Fraele… passava nei pressi della chiesa di San Gallo, raggiungeva Premadio, saliva lungo le difficili "scale di Fraele" fino alle torri, da lì lungo la dolce valle di San Giacomo, oltrepassata l'osteria "hospitalis", di cui si parla in una pergamena del 1287 situata nei pressi della stagione invernale, l'unico punto pericoloso, ai piedi delle torri di Fraele, era superato da una via artificiale costruita con tronchi e assi di legno, perciò poteva essere percorsa anche da cavalli con la soma.
Il primo accenno a questa strada si trova in un documento del 1334; l'ospizio di San Giacomo, però, è citato in documenti molto più antichi. Come attestano alcune fonti, dal 1357 in avanti risultò per molto tempo la via preferita dai cavallanti anche grazie alle continue migliorie apportate. Così la via di Umbrail perse man mano importanza, anche se continuava ad essere percorsa da molti per la brevità del suo tracciato.

Tra le merci trasportate era soprattutto il vino della Valtellina ad avere il posto d'onore nell'esportazione verso oltralpe, mentre veniva importato dal Tirolo il sale di Halstatt, considerato merce preziosissima, perché permetteva di conservare gli alimenti. Solo negli ultimi anni del XVIII secolo, anche a causa del clima più crudo, era infatti in atto la cosiddetta piccola glaciazione napoleonica, fu decretato ufficialmente l'abbandono della via di Umbrail a favore di quella di Fraele più comoda e sicura.
Nei pressi del passo, poco prima dell'inizio della discesa c'era una "hostaria", storicamente documentata dal 1496, che costituiva un sicuro ricovero per i viandanti soprattutto in inverno. Essa venne distrutta e successivamente ricostruita due volte nel corso del '600."

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PERCORRENDO LA VIA IMPERIALE

La valle può essere punto di partenza di numerose passeggiate ed escursioni. La più suggestiva è probabilmente quella sulla via Imperiale. Si tratta di una bellissima passeggiata sulle vie della storia, o, per essere più precisi, sulla via Imperiale che, come abbiamo visto, nell'età moderna, assunse una straordinaria importanza perchè collegava i territori del milanese, sotto il dominio spagnolo, con quelli imperiali degli alleati Asburgo. A riprova dell'importanza storica dei luoghi ricordiamo la già menzionata battaglia che proprio in questa valle venne combattura contesto della Guerra dei Trent'anni: qui, come abbiamo visto sopra, il 31 ottobre del 1635, il francese duca di Rohan sconfisse l'esercito imperiale comandato dal generale Fernamont, infliggendogli gravi perdite (oltre duemila soldati imperiali trovarono qui la morte). Forse, se effettuiamo la passeggiata a tarda sera, potremo ancora udire i loro lamenti, ma anche quelli dei contadini che si videro bruciate baite e stalle dai francesi vincitori, che non volevano che la valle potesse tornare ad essere, in futuro, punto d'appoggio per gli eserciti nemici.
Lasciamo dunque il rifugio e percorriamo la strada che costeggia il bacino di San Giacomo sul medesimo lato del rifugio stesso. Giunti al limite del grande lago, proseguiamo su una bella strada pianeggiante, in un incantevole pianoro, circondati da un'atmosfera quasi irreale. Se ignoriamo la deviazione per le Acque del Gallo, ci ritroveremo al Passo di val Mora, cioè sul limite superiore della valle omonima, al confine fra Italia e Svizzera. Se avessimo tempo, potremmo scendere nella bellissima valle svizzera, fino a Santa Maria di Monastero.

Dal passo di Val Fraele, però, si può scendere anche, volgendo a sinistra e sfruttando la Val del Gallo, al lago ed alla piana di Livigno, per passare di qui in territorio elvetico. Riportiamo alcune belle righe tratte dal volume “Rifugi alpini, bivacchi ed itinerari scelti in alta Valtellina”, di Giovanni Peretti (Sondrio, 1987):
La Val del Gallo era l'antica via usata fino alla prima guerra mondiale dagli emigranti dell'alta Valtellina che andavano a cercar lavoro a Davos (Taò o Tavò come era, da loro, chiamata la cittadina svizzera).


Lago di San Giacomo

Il lungo tragitto che due volte all'anno, in andata ed in ritorno, li portava, in due giorni di duro cammino, in quelle terre straniere che offrivano lavoro a falegnami, cavallanti, stradini e scopini (pulizia delle strade), bambinaie, cameriere, eccetera, li vedeva passare per la Val del Gallo in gruppi anche di trenta o quaranta. Oltrepassato il Passo di Fraéle, che segna l'impercettibile spartiacque tra il bacino dell'Adda-Po e quello dell'Inn-Danubio, v'erano da varcare le acque del Rin del Gàl, che appunto si dirigevano a nord verso un altro bacino idrografico. Forse proprio per questo motivo, gli emigranti ritenevano che qui corresse il confine con la Svizzera che in realtà era, ed è, dato dall'asta della Val di Chaschabella (pr.Cias-ciabèla). Questo atto di oltrepassare il confine, figurativamente definito "al Pas del Gal", era ricorrente come un momento centrale nei racconti dei vecchi emigranti.”

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ESCURSIONE ALL'ALPE TRELA (ANELLO DELLE CIME DI PLATOR)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Imbocco Val Pettini- Alpe e bocche di Trela-Val Vezzola-Decauville-Imbocco Val Pettini
5 h
460
E
SINTESI. Saliamo in automobile alla Val Fraele e percorriamo la pista che segue la riva sud-occidentale del lago, fino al ristoro San Giacomo. Proseguiamo per breve tratto raggiungendo il punto, segnalato da un cartello, nel quale la Val Pèttini confluisce nella Valle di Fraele. Parcheggiamo (m. 1990) e ci incamminiamo sulla sinistra, dalla sterrata per imboccare la pista che sale in Val Pettini. Ad un bivio stiamo a sinistra, risaliamo la Val Corta stando sul suo lato destro (per chi sale) e ci affacciamo alla conca dell'alpe Trela (m. 2170). Prendiamo a sinistra (sud-ovest) risalendo un ampio e facile corridoio che sale al passo chiamato Bocche di Trela (m. 2349), cui porta una traccia di sentiero (segnalazioni ed ometti); da esse ci si affaccia sulla Val Vezzola e sull’alpe omonima, alla quale scendiamo per tranquillo sentiero segnalato, che termina ad una pista sterrata la quale sale all’alpe da S. Antonio di Scianno (sopra Pedenosso). Seguendo la pista, scendiamo ad intercettare la decauville che, percorsa verso sinistra, termina all’ultimo tratto della strada asfaltata per le Torri di Fraele. Seguendola, ci si porta alle Torri e di qui, con lunga camminata di oltre 7 km, si torna al ristoro San Giacomo.

Oltre alla tranquilla passeggiata al passo di Fraele, la valle offre la possibilità di due altre camminate, di impegno modestro ma di grande fascino, la salita alla splendida conca dell’alpe Trela per la Val Corta e la salita al passo dell’Alpisella per la valle omonima, dove si trovano le sorgenti del fiume Adda. Percorriamo, allora, la sterrata che fiancheggia il lago di S. Giacomo, raggiungendo il punto, segnalato da un cartello, nel quale la Val Pèttini confluisce nella Valle di Fraele, proprio di fronte all’imponente mole del monte Pettini (m. 2932), le cui pendici, si dice, sono uno dei luoghi preferiti dalle streghe nei loro sabba notturni.
Parcheggiata l'automobile, ci stacchiamo, sulla sinistra, dalla sterrata per imboccare la pista che sale in Val Pettini, la quale si biforca, più in alto, nelle brevi Val Lunga e Val Corta. La pista segue quest’ultima, chiamata in passato “Valle dell’Acqua”, e si approssima all’impressionante gola terminale che precede l’ingresso nell’amena conca di Trela. In passato, prima della costruzione della pista durante la prima guerra mondiale, la valle era percorsa da un sentiero esposto, ben descritto nella relazione di questo itinerario riportata nella Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio, edita nel 1884: “Da S. Giacomo un buon sentiero, che ascende a sinistra la sponda verso mezzodì, conduce fra i boschi all' Alpe Pettini, e di là in un'ora risale la valle fin dove si dirama in tre altre vallette minori. Continuando per quella più a destra, detta Val Lunga, si può passare nella Val Trela, e per essa scendere nella Valle di Trepalle e proseguire verso Livigno: il sentiero non è cattivo ma è lungo. Se, innoltratisi nella Val Lunga, si piega poi a sinistra e si risale la valletta di mezzo, si può arrivare in breve alle belle cascine dell'Alpe Trela e scendere in due ore per Vezzòla a Semogo, o in due ore e mezzo, per Plator e Scianno, a Isolaccia o a Pedenosso. In fine risalendo la valletta a sinistra detta Valle dell'Acqua o Val Corta, la quale va facendosi sempre più angusta, profonda ed orrida, si giunge alla Plata, dove è d'uopo per tre o quattro metri strisciare, sopra una non larga sporgenza, lungo la roccia a picco mentre dall'alto scende sul capo un ruscello in tal modo che non si può schivare una bagnatura: dalla Plata in un quarto d'ora si arriva allo Cascine di Trela sopraddette.” 
Già qualche anno dopo (10 agosto 1900) il Galli Valerio trovava, però, la via meno impervia ed esposta: “Raggiungiamo la bocchetta di Trela, infiliamo la Val Corta. Non vi trovo più il sentiero di dieci anni fa, sul quale si passava a stento, stretti tra la roccia e il precipizio. Ora si passa benissimo. Il contrasto è imponente fra le pareti dolomitiche a picco di Val Corta e i pascoli di Val Pettini e di Val di Fraele. Il nuovo sentiero la rovina, perché permette alla gente di Trela di scendere a tagliare il bosco. Alle otto di sera… tocchiamo la cantoniera di S. Giacomo di Fraele… I pascoli alternati con boschi di pino, lo sfondo formato dalla Reit coperta di neve e la bianca piramide del Pizzo Tresero, le artistiche punte di Plator e del Ferro, tutto questo forma un quadro stupendo.” (Bruno Galli Valerio, “punte e Passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).
Procedendo in senso inverso rispetto a quello raccontato dal Galli Valerio, usciamo dalle fredde fauci della gola terminale e, superata la bocchetta di Trela, ci affacciamo all’ampia conca di Trela, dove la pista conduce diritta ad un ristoro (m. 2170). Colpisce, alle nostre spalle, la corrugata e gotica muraglia che scende dalla cima Doscopa (m. 2794), e che al tramonto assume colorazioni incredibili. Dal ricovero San Giacomo all’alpe Trela calcoliamo circa tre quarti d’ora di camino (il dislivello approssimativo è di 180 metri). Ciò che conferisce un fascino inusuale all’alpe è la sua collocazione: è interamente circondata da versanti ora dolci, ora aspri, così che appare come un catino verde completamente immerso fra i monti. Felice, in tal senso, è la probabile etimologia da “terrella”, piccola terra.
Alla nostra sinistra (sud-ovest) un ampio e facile corridoio sale al passo chiamato Bocche di Trela (m. 2349), cui porta una traccia di sentiero (segnalazioni ed ometti); da esse ci si affaccia sulla Val Vezzola e sull’alpe omonima, alla quale si può scendere per tranquillo sentiero segnalato, che termina ad una pista sterrata la quale sale all’alpe da S. Antonio di Scianno (sopra Pedenosso). Seguendo la pista, si può, poi, scendere ad intercettare la decauville che, percorsa verso sinistra, termina all’ultimo tratto della strada asfaltata per le Torri di Fraele. Seguendola, ci si porta alle Torri e di qui, con lunga camminata di oltre 7 km, si torna al ristoro San Giacomo, chiudendo un anello che non richiede particolari sforzi, ma sicuramente parecchio tempo (diciamo 5 ore circa). Un anello che merita di essere chiamato anello delle cime di Platòr perché si disegna proprio intorno a queste cime che sono una delle icone della Val Fraele.


Alpe Trela

Tornando all’alpe Trela, sul lato opposto rispetto alle bocche di Trela si vede il lungo corridoio che sale dolcemente al passo di Val Trela (m. 2295), per il quale, seguendo la Val Pila, si scende, su sentiero sempre ben segnalato, a Trepalle e quindi alla conca di Livigno. In passato questa via era ampiamente sfruttata dai contrabbandieri, che appunto dal Livignasco transitavano al Bormiese.


Bocche di Trela

Scrive, al proposito, Giovanni Peretti, nella sua ottima guida “Rifugi alpini, bivacchi e itinerari scelti in alta Valtellina” (Bormio, 1987): “Di qui, infatti, passavano, nelle buie notti, in tutte le stagioni, gli “spalloni” che, per arrotondare i magri stipendi e per “tirare avanti” le famiglie, portavano fino a trenta o quaranta chili di merce di contrabbando da Livigno a Bormio. Molti sono i tristi episodi avvenuti in queste valli e la vita era dura non solo per i contrabbandieri ma anche per i Finanzieri che alloggiavano a S. Giacomo, chiamati da loro con disprezzo “Sgarbasàc” (Strappasacchi): appostamenti, fughe, dispetti e, purtroppo, anche le avversità della natura, che contribuivano a rendere più aspra questa “lotta” quotidiana. D’inverno il nemico più temuto era dato dalle valanghe, che non facevano differenza fra l’anziano e bisognoso padre di famiglia ed il giovane militare”.

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ANELLO VAL CORTA-VAL LUNGA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Imbocco Val Pettini- Val Corta-Alpe Trela-Val Lunga-Imbocco Val Pettini
3 h
370
E
SINTESI. Saliamo in automobile alla Val Fraele e percorriamo la pista che segue la riva sud-occidentale del lago, fino al ristoro San Giacomo (m. 1950). Proseguiamo per breve tratto raggiungendo il punto, segnalato da un cartello, nel quale la Val Pèttini confluisce nella Valle di Fraele. Parcheggiamo (m. 1990) e ci incamminiamo sulla sinistra, dalla sterrata per imboccare la pista che sale in Val Pettini. Ignoriamo il sentiero che se ne stacca sulla destra e sale in Val Lunga e proseguiamo sulla pista, risalendo la Val Corta sul suo lato destro (per chi sale), fino a raggiungere il limite della conca dell'alpe Trela (m. 2170). Prendiamo a destra imbocchiamo il sentiero che risale la Val Trela in direzione del passo di Val Trela, ma dopo circa un chilometro imbocchiamo il sentierino che se ne stacca sulla destra e sale alla bocchetta di Val Lunga (m. 2335), per poi scendere lungo la Val Lunga ed intercettare la pista di Val Corta. Ridiscendiamo così sulla pista al ristoro San Giacomo.


Verso l'imbocco della Val Pettini

Saliamo in automobile alla Val Fraele e percorriamo la pista che segue la riva sud-occidentale del lago, fino al ristoro San Giacomo (m. 1950). Proseguiamo per breve tratto raggiungendo il punto, segnalato da un cartello, nel quale la Val Pèttini confluisce nella Valle di Fraele. Parcheggiamo (m. 1990) e ci incamminiamo sulla sinistra, dalla sterrata per imboccare la pista che sale in Val Pettini. Si tratta di una valle piuttosto singolare: nella parte alta si biforca nei due rami della Val Corta (ad est, alla nostra sinistra) e della Val Lunga (ad ovest). Ma la sua singolarità è un'altra: la valle non termina con una testata, ma con un gradino di soglia che si affaccia alla bucolica piana dell'alpe Trela.


Monte Pettini e Val Pettini

La pista si addentra nella valle, sul suo lato destro (per noi che saliamo). Per un buon tratto guadagnamo quota solo molto gradualmente, poi la pendenza si accentua. Ci allontaniamo dal torrente di fondovalle e ci avviciniamo alla biforcazione Val Corta-Val Lunga: davanti a noi vediamo l'imbocco della Val Lunga. Raggiungiamo la partenza del sentiero che si stacca sulla destra dalla pista e sale in Val Lunga (servirà per il ritorno), e restiamo sulla pista, che volge a sinistra supera su un ponte e, dopo una sequenza di tornanti dx-sx, si avvicina allo stretto corridoio della Val Corta, che ci accoglie con la sua arcigna forra.


Pista di Val Corta

La pista piega a destra e, procedendo verso sud, si infila nel corridoio, procedendo a sinistra del torrente di Val Corta. Passiamo così poco a monte di un singolarissimo monolito, chiamato Campanile di Val Corta e vediamo alla nostra sinistra l'impressionante dirupo che solca il versante orientale della parte terminale della valle. Ci affacciamo infine alla conca dell'alpe Trela (m. 2170) che, con la sua luminosità, genera un marcato effetto di contrasto con l'ombrosa Val Corta.


Alpe Trela

Trela deriva, forse, da “terrella”, piccola terra, ed in effetti l’alpeggio, chiuso quasi da ogni lato da versanti montuosi, ripidi o più dolci, sembra una piccola isola, una terra nascosta, di rara dolcezza e pace. Segnaliamo, per, che nel già citato volume sulla Valdidentro viene proposto un diverso etimo: “Nome probabilmente risalito dalla Val Grosina. Nel dialetto di Grosio tréla designa il casello per la conservazione del latte e l'affioramento, costruito in muratura a secco sopra sorgenti o corsi d'acqua sui maggenghi e gli alpeggi, forse da una base prelatina turra, monticello di terra. Le costruzioni più antiche erano seminterrate e ricoperte di zolle erbose.


La soglia della Val Pettini e, sullo sfondo, la Valle di Fraele

Prendiamo ora a destra imbocchiamo il sentiero che risale la Val Trela in direzione del passo di Val Trela, ma dopo circa un chilometro imbocchiamo il sentierino che se ne stacca sulla destra e sale ad intercettare un sentiero alto che traversa a destra alla bocchetta di Val Lunga (m. 2335). Torniamo dunque nel regno delle ombre, scendendo lungo la Val Lunga (che, a dispetto del nome, è solo di poco più lunga della Va Corta), fino ad intercettare la pista di Val Corta. Ridiscendiamo così sulla pista al ristoro San Giacomo.

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ESCURSIONE ALLE SORGENTI DELL'ADDA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di San Giacomo-Valle e passo di Alpisella-Sorgenti dell'Adda-Parcheggio
1 h e 40 min.
365
T
SINTESI. Oltrepassata Bormio, ci si stacca sulla sinistra dalla ss. 38 dello Stelvio per immettersi sulla strada che sale al passo del Foscagno per poi scendere a Livigno. Dopo aver superato il ponte allo sbocco della Valle del Braulio, si giunge alla località di Fior d'Alpe Turripiano, dove, appena dopo la chiesa ed una semicurva a destra, si trova, segnalato, sulla destra, lo svincolo per Pedenosso e Cancano. Si sale, quindi, lungo questa strada e ad un bivio si prende a destra (indicazioni per Cancano). Di qui in poi la strada, sempre abbastanza larga ed interamente asfaltata, taglia il bosco di Arsiccio, sopra Pedenosso, portandosi fino ai piedi della muraglia rocciosa sul cui ciglio si affacciano le torri di Fraele; con un'ultima serrata serie di tornanti affronta, quindi, il traverso finale, con tratto in galleria, che termina proprio alle celebri torri. Passiamo poi a sinistra del lago delle Scale e percorriamo la carozzabile che corre lungo il lato occidentale (di sinistra per noi) dei laghi di Fraele e di San Giacomo. Superato il ristoro S. Giacomo, proseguiamo per un ulteriore tratto, circondati da un bel bosco, fino al punto in cui la Val Alpisella confluisce nella Val Fraele. Qui troviamo, sulla destra, uno svincolo che scende ad un terrapieno sottostante, adibito a parcheggio, appena prima di un ponticello sull’Adda e di un doppio tornantino destrorso e sinistrorso mbocchiamo, appena prima del ponticello, la ben visibile pista che, con diversi tornanti, comincia a risalire la Val Alpisella, mantenendosi a sinistra (per chi sale) del solco dell’Adda. Nel primo tratto saliamo in direzione sud-ovest, allontanandoci dal solco della valle, circondati da uno splendido bosco di larici. Poi la pista, superata un’incantevole radura, esce all’aperto e piega a destra (ovest). La salita procede, con molta gradualità, scandita da tre laghetti, che precedono il passo. Le sorgenti dell’Adda si trovano fra il primo ed il secondo (che si colloca ad una quota di 2239 metri), ad una quota approssimativa di 2200 metri, in alcune pozze rossastre. Le sorgenti “ufficiali”, invece, cioè quelle di maggior portata, segnalate da un cartello, si trovano sul versante opposto della valle, cioè quello alla nostra destra: le visiteremo al ritorno. Intanto raggiungiamo il passo di Val Alpisella (m. 2285), segnalato da un cartello, oltre il quale ci si affaccia alla Val Alpisella di Livigno. Un’ora di cammino, senza forzare, è sufficiente per giungere fin qui dal parcheggio in Val Fraele. Appena oltre il passo appare l’incantevole laghetto dell’Alpisella (m. 2268). Torniamo, ora, sui nostri passi, scendendo per un breve tratto dal valico, fino ad incontrare, sulla nostra sinistra, il punto di partenza di un largo sentiero che discende la valle sul versante sinistro, cioè opposto a quello che abbiamo sfruttato salendo. In corrispondenza della partenza del sentiero, un’indicazione segnala le sorgenti dell’Adda a 15 minuti. Scendiamo, dunque, per un quarto d’ora circa sul sentiero: ecco, alla fine, il cartello ufficiale delle sorgenti dell’Adda, fissate a 2102 metri s.l.m. Riprendiamo la discesa, circondati dai pini mughi, su sentiero dal fondo regolare (che può essere sfruttato, dunque, per il ritorno anche da chi sia salito al passo con la mountain-bike) che, nel primo tratto, piega a sinistra (nord-est), poi volge bruscamente a destra (sud-est), prima di riportarci alla strada sterrata per il passo di Fraele, appena poche decine di metri oltre il parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile. Prendendo a destra, dunque, torniamo, in breve, all’automobile.

Vediamo, ora, invece come salire da S. Giacomo alle sorgenti dell’Adda. Superato il ristoro S. Giacomo, proseguiamo sulla carrozzabile, per un ulteriore tratto, circondati da un bel bosco, fino al punto in cui la Val Alpisella confluisce nella Val Fraele. Qui troviamo, sulla destra, uno svincolo che scende ad un terrapieno sottostante, adibito a parcheggio, appena prima di un ponticello sull’Adda e di un doppio tornantino destrorso e sinistrorso.
Poco oltre il parcheggio, e poco prima del passo di Fraele (che, a 1952 metri, segna lo spartiacque fra il bacino dell’Adda e quello dello Spöl, affluente dell’Inn), si trova la sbarra che impedisce di proseguire con i mezzi motorizzati. Lasciata l’automobile al parcheggio, imbocchiamo, appena prima del ponticello, la ben visibile pista che, con diversi tornanti, comincia a risalire la Val Alpisella (dal termine latino "alpicula", piccola alpe), mantenendosi a sinistra (per chi sale) del solco dell’Adda. Nel primo tratto saliamo in direzione sud-ovest, allontanandoci dal solco della valle, circondati da uno splendido bosco di larici, oltre le cime dei quali, alla nostra destra, fa capolino il corrugato versante meridionale del pizzo Aguzzo (m. 2568). Poi la pista, superata un’incantevole radura, esce all’aperto e piega a destra (ovest): vediamo, ora, distintamente, davanti a noi, il passo della val Alpisella, posto a 2285 metri, poco a monte delle sorgenti che andiamo a visitare, mentre alla nostra sinistra sembra incombere l’ombroso e roccioso versante settentrionale del monte Pettini: da qui si comprende perché questa cima sia stata eletta dalle streghe per i loro sabba. La salita procede, con molta gradualità, scandita da tre laghetti, che precedono il passo. Le sorgenti dell’Adda si trovano fra il primo ed il secondo (che si colloca ad una quota di 2239 metri), ad una quota approssimativa di 2200 metri, in alcune pozze rossastre. Le sorgenti “ufficiali”, invece, cioè quelle di maggior portata, segnalate da un cartello, si trovano sul versante opposto della valle, cioè quello alla nostra destra: le visiteremo al ritorno.


Lago dell'Alpisella

Intanto raggiungiamo il passo (m. 2285), segnalato da un cartello, oltre il quale ci si affaccia alla Val Alpisella di Livigno. Un’ora di cammino, senza forzare, è sufficiente per giungere fin qui dal parcheggio in Val Fraele. Appena oltre il passo appare l’incantevole laghetto dell’Alpisella (m. 2268). Alcuni cartelli ci mostrano le tre possibili direzioni nelle quali ci possiamo muovere dal passo: possiamo scendere al ponte delle Capre ed al lago di Livigno (seguendo il percorso della celebre “Pedaleda”, percorso di mountain-bike: cogliamo l’occasione per osservare che questa bella escursione può essere effettuata, senza difficoltà, anche su due ruote e, nel caso si disponga di due automobili, si può concludere con la discesa a Livigno), possiamo tornare a Cancano, passando per le sorgenti dell’Adda, o possiamo salire ai due baitoni della malga Alpisella, che si stende, solitaria e silenziosa, ai piedi del versante settentrionale del monte Torraccia (m. 2781) e della cima di Pozzin (m. 2681), a sud del passo.
Meno semplice era la traversata dalla Val Fraele a Livigno sul finire dell’Ottocento, come riporta la citata Guida CAI del 1884: “Parallela alla Valle Pettini scende a S. Giacomo la Val Pisella percorsa in fondo dall'Adda che qui è umile ruscello. La si risale facilmente in un'ora circa seguendo la sponda sinistra del torrente, e si giunge a un lungo e monotono altipiano, dove trovansi vari piccoli laghetti, che sono le vere fonti dell'Adda (2330 m.). Poi si torna a discendere lungo la Valle Alpisella, che sbocca insieme alla Val di Trepalle in quella di Livigno. Il versante alla sinistra del torrente appare tutto coperto di boschi, l'altro è dirupato e irto di ripidissime frane. Con tutto ciò il sentiero che scende fino al fondo della valle segue questo versante o passa per le frane e i dirupi; pure, specialmente a stagione innoltrata, quando è più ballato, non presenta nessuna difficoltà a chi non soffre vertigini. Anche lungo l' altro versante la discesa è facile, ma il sentiero cessa a metà del bosco; o poi, giunti al basso, non vi ha ponte per passare il torrente spesso difficile a guadarsi. Questo dell'Alpisella è il passo più diretto e più breve tra la Valle di Fraele e quella di Livigno.”
È interessante leggere anche quanto scrive Bruno Galli Valerio, il 16 agosto 1902: “Attraversando l’Alpisella per fare una passeggiata a Livigno, penso che se fossi un pittore passerei alcuni giorni lassù, per riprodurre gli splendidi contrasti: le rocce nude, tormentate, i pascoli verdi e i laghetti dell’Alpisella. Vorrei dipingere l’ultimo laghetto verso Livigno, collo sfondo artistico del Saliente e della Corna dei cavalli, le cui guglie brune si staccano sull’azzurro del cielo.” (op. cit.).
Torniamo, ora, sui nostri passi, scendendo per un breve tratto dal valico, fino ad incontrare, sulla nostra sinistra, il punto di partenza di un largo sentiero che discende la valle sul versante sinistro, cioè opposto a quello che abbiamo sfruttato salendo. In corrispondenza della partenza del sentiero, un’indicazione segnala le sorgenti dell’Adda a 15 m. (dove m. sta per minuti). Scendiamo, dunque, per un quarto d’ora circa sul sentiero: ecco, alla fine, il cartello ufficiale delle sorgenti dell’Adda, fissate a 2102 metri s.l.m. Si tratta di una serie di sorgenti che scaturiscono dal sottosuolo del fianco meridionale (che degrada in un impressionante versante occupato da sfasciumi) del lungo crinale che dal pizzo Aguzzo, ad est, sale fino alla cime quotate 2648 e 2915 metri. Riprendiamo la discesa sul sentiero dal fondo regolare, che ci riporta, in breve, alla strada sterrata per il passo di Fraele, appena poche decine di metri oltre il parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile. Prendendo a destra, dunque, torniamo, in breve, all’automobile, chiudendo un anello che richiede complessivamente circa un'ora e 40 minuti di cammino.

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ESCURSIONE IN VALLE DELLA FORCOLA DI RIMS

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Area di sosta Solena-Malga di Forcola-Forcola di Rims-Bocchetta di Pedenoletto-Bocchetta di Pedenolo-Piani e malga di Pedenolo-Area di sosta Solena
5 h e 30 min.
850
E
SINTESI. Oltrepassata Bormio in direzione della Valdidentro, ci si stacca sulla sinistra dalla ss. 38 dello Stelvio per immettersi sulla strada che sale al passo del Foscagno. Dopo aver superato il ponte allo sbocco della Valle del Braulio (qui si trova un’area picnic e da qui parte la pista che sale direttamente all’imbocco della Valle della Forcola, presso l’area di sosta di cui diremo), si giunge alla località di Fior d'Alpe Turripiano, dove, appena dopo la chiesa ed una semicurva a destra, si trova, segnalato, sulla destra lo svincolo per Pedenosso e Cancano. Si sale lungo la strada e ad un bivio si prende a destra (indicazioni per Cancano). Di qui in poi la strada, sempre abbastanza larga ed interamente asfaltata, porta ai piedi della muraglia rocciosa sul cui ciglio si affacciano le torri di Fraele e ci si affaccia alla Val Fraele. Dopo il lago delle Scale, ad un bivio si va a destra e si scende, con qualche tornante, al coronamento della diga di Cancano, lo si percorre interamente e, sul lato opposto della valle, si risale allo spiazzo del ristoro Solena. La pista prosegue fra i pini mughi, tocca l’alpeggio chiamato Grasso di Solena (alle falde del monte omonimo) e, dopo breve discesa, conduce all’area di sosta (Picnic Solena, 1993 m), dove dobbiamo parcheggiare. Ci incamminiamo sulla pista che si addentra in Valle della Forcola e superate due rogge porta alle Fornelle (m. 2025). Più in alto la valle si apre e raggiungiamo la malga di Forcola (m. 2311). Riprendiamo il cammino, sulla pista, ora meno marcata, che riparte a destra della casera (direzione est) ed inanella alcuni tornanti (sequenza sx-dx-sx-dx) per vincere un gradino di pascoli e roccette, portandoci, dopo un traverso a sinistra ed uno a destra, ad un verdissimo ripiano (m. 2500) nel quale attraversiamo un riposante corridoio erboso. Procediamo verso est e dopo una serie di tornanti raggiungiamo la Bocchetta o forcola di Rims (m. 2768). Ridiscendiamo poi per breve tratto, fino all’ex-caserma-ricovero; qui stacchiamoci dalla pista e cerchiamo, a destra dell’edificio in cemento, la partenza della larga mulattiera che risale il versante con andamento regolare e diversi tornanti, guadagnando ben presto il crinale e seguendolo per un tratto, fino ad una curiosa piazzola panoramica che si affaccia sulla Valle del Braulio. La mulattiera, ridotta a sentiero, si stacca poi dal crinale e comincia un lungo traverso che taglia il fianco occidentale del monte (paletti con segnavia rosso-verde e bianco). Poi il sentierino volge a destra e dopo lungo traverso porta alla cima della punta di Rims (m. 2947). Ridiscesi al ricovero dell’ex-caserma scemdiamo fino al vicino bivio per la bocchetta di Pedenoletto. Qui troviamo gli ultimi cartelli, lasciamo la pista per la quale siamo saliti e prendiamo a sinistra (indicazioni per la bocchetta di Pedenoletto), su largo sentiero che corre, con qualche saliscendi, tagliando la grande colata di sfasciumi che scende dai fianchi nord-occidentali del monte Braulio, passando a monte di una bella piana che ospita alcune pozze. La bocchetta di Pedenoletto, a quota 2790 metri, si affaccia su un altipiano (piano di Pedenoletto). Proseguiamo sulla pista che però è interrotta da una frana, per cui, poco prima di unl nevaietto, laddove il muro della pista termina, scendiamo, con cautela, per un canalone di sfasciumi, seguendo una labile traccia, fino alla parte bassa del nevaio, che si attraversiamo con facilità, quasi in piano, proseguendo, poi, a vista: attraversata una breve fascia di massi, saliamo, così, senza difficoltà, ad intercettare la pista per la bocchetta pochi tornanti sotto una bocchetta che introduce ad una specie di corridoio alto sospeso sul fianco orientale della Valle della Forcola. Poco più avanti, siamo alla bocchetta di Pedenolo (m. 2703), dalla quale, su regolare tracciato militare, scendiamo con diversi tornanti alla malga di Pedenolo (m. (m. 2384). Da qui prendiamo il sentiero che scende con tornantini verso ovest e poi scarta a destra (nord), effettuando un traverso che si confluce ad un ponte sul fondovalle, oltrepassato il quale siamo sulla pista sfruttata per salire in Valle della Forcola; per questa pista scendiamo al parcheggio del Picnic Solena.

Le possibilità escursionistiche offerte dalla valle non finiscono, però, qui. Di maggior impegno ma anche di straordinario fascino è la salita lungo la Valle della Forcola, seguendo l'antica e già menzionata via breve di Val Venosta. L'escursione non presenta difficoltà: ci portiamo, con l'automobile, al primo bivio dopo il ristoro Monte Scale, sulla destra, scendendo al coronamento della diga di Cancano e passando sul lato opposto della valle, dove si trovano una chiesetta dedicata a S. Erasmo ed il ristoro Solena. Proseguendo su una pista sterrata, superiamo il grasso di Solena e, con breve discesa, raggiungiamo un parcheggio nei pressi di un punto di sosta attrezzato. Qui giunge anche la pista che sale da un tornante della strada per il passo di Foscagno.


Valle della Forcola di Rims

Da qui inizia la lunga salita della Valle della Forcola, interamente servita da una pista di origine militare, che porta fino alla storica Forcola di Rims o Bocchetta della Forcola (m. 2768), che si affaccia sulla Valle del Braulio. La storica "via breve di Val Venosta" scendeva, poi, al giogo di Santa Maria (o passo di Umbrail), proseguendo nella discesa in Valle di Monastero. L'escursione alla Forcola di Rims può chiudersi, però, tornando in valle di Fraele per la bocchetta di Pedenolo (troviamo la deviazione segnalata che ci porta ad essa sulla strada per la Forcola, sulla destra, poco sotto il valico), cui giunge una carrozzabile militare sfruttando la quale scendiamo ai piani ed alla malga di Pedenolo, celebri in passato per le miniere di ferro. da qui, infine, la pista, che si riduce a largo sentiero, comincia la discesa sullo scosceso versante che precipita sul fondo della Valle della Forcola, e ci porta ad un ponticello in legno oltrepassato il quale ci ricongiungiamo con il primo tratto della pista che abbiamo percorso nella salita della Valle della Forcola. L'intero anello, che può essere impreziosito dalla salita alla panoramicissima punta di Rims (un largo sentiero militare parte alle spalle della ex-caserma ricovero che vediamo, sulla sinistra, poco sotto la Forcola di Rims), richiede circa 5 ore e mezza di cammino (dislivello approssimativo: 850 metri), ed è davvero imperdibile.


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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