Il rifugio Nani Tagliaferri (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio Ponte Frera-Passo Venano e rifugio Nani Tagliaferri-Malga e passo Demignone-Passo Venerocolo-Val di Campo-Ponte Frera
7-8 h
1580
EE
SINTESI. Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio a Tresenda prendendo a destra (per chi proviene da Milano) al passaggio a livello ed imboccando la statale che sale verso Aprica. Prima di raggiungere Aprica, la lasciamo sulla destra e scendiamo al ponte di Ganda (m. 915), all’imbocco della Val Belviso. Passati sul versante opposto (destro per chi sale), superiamo le Baite Valle Aperta (m. 1064), la località S. Paolo (m. 1216) ed il rifugio Cristina (m. 1255), raggiungendo, infine, la località Ponte Frera (m. 1373, a 4 km dal ponte di Ganda). Lasciamo l’automobile al parcheggio che si trova appena oltre il ponte (sul lato di sinistra per noi, est, della valle). Ci incamminiamo sulla pista che sale sul lato sinistro (per chi sale, cioè orientale) della Val Belviso, raggiungendo, dopo pochi tornanti, il livello della sommità della grande diga del lago di Belviso (Lach de Belvìs, m. 1485). Proseguendo diritti superiamo la casa dei guardiani e, sempre sulla pista, percorriamo un lungo tratto in piano (circa 6 km) costeggiando in piano la sua riva orientale, in direzione sud. Raggiunto il limite meridionale del lago, ad un bivio prendiamo a destra, seguendo le indicazioni del sentiero 312. Costeggiamo così, sempre su una pista, la riva meridionale del lago, passando per la baita di quota 1506. Dopo una ravvicinata serie di tornanti dx-sx, superiamo il torrentello della Val Mandra e proseguiamo salendo sul largo sentiero che ha sostituito la pista, verso sud-ovest, lungo la Val di Pila.  Il sentiero procede, con diversi saliscendi, a destra del torrente della Val Pila, superando diversi torrentelli che vi confluiscono. Giunto ai piedi del gradone chiamato “Gronde di Pila” il sentiero piega a destra (nord-ovest), risalendo alcune balze erbose e poi, con diversi tornanti (le “Scale di Pila”), il ripido versante roccioso (con qualche passaggio esposto ed insidioso se procediamo senza cautela o su terreno bagnato), superato il quale approdiamo agli scenari più ameni dei pascoli d’alta valle ed alla Malga o Grasso di Pila (m. 2010). Qui torniamo indietro per un tratto, procedendo verso nord e superando un torrentello. Risalito un dosso erboso, intercettiamo la Mulattiera del Passo Venano, parte del sistema difensivo noto come Linea Cadorna. Ci innestiamo anche nel tracciato della Gran Via delle Orobie, che descrive un ampio semicerchio come alta via della Val Belviso. Procediamo ora verso sud, in leggera salita, fino ad un canalino. Qui sulle rocce è segnalato un bivio, al quale lasciamo alla nostra destra il sentiero 312 che sale al passo di Belviso (Pas de Belvìs o Pas de Pila, m. 2578), procedendo diritti. Subito dopo, però, ad un nuovo bivio, ignoriamo l’indicazione per la Malga Demignone, lasciamo la Gran Via delle Orobie (GVO) che procede diritta e prendiamo a destra, seguendo il sentiero 315, verso sud-est. Superato un avvallamento, saliamo con pendenza via via più accentuata e, dopo diversi tornanti, raggiungiamo il passo di Venano (m. 2328), che si affaccia sulla Val di Scalve, nel versante orobico bergamasco. Poco oltre il passo raggiungiamo il rifugio Nani Tagliaferri (m. 2328). Dal rifugio Nani Tagliaferri ridiscendiamo in Val Belviso, intercettando la mulattiera militare (sentiero 301) andando a destra. Scendiamo al Grasso del Batai (m. 1952) ed al Grasso del Demignone (m. 1900). Di qui saliamo sul sentiero dei camosci in Valle del Demignone, raggiungendone la parte alta occupata da sfasciumi e, dopo un ripido strappo, portandoci al passo del Demignone (m. 2485). Scendiamo sul versante della bergamasca, verso sinistra, con diversi tornanti su roccetta (tratti con corda fissa). Superato un canalino roccioso attrezzato passiamo vicino al Lago Bianco e saliamo in pochi minuti al passo del Venerocolo (m. 2314), per il quale rientriamo in Val Belviso. Ignoriamo la GVO che procede a destra, (mulattiera minitare) e scendiamo diritti in Val di Campo (sentiero 332). Nel primo tratto di discesa procediamo verso sud, fra grandi blocchi, piegando leggermente a sinistra. La discesa si fa poi più ripida, sfruttando una sorta di cengia sul costone di sinistra dell’alta Val di Campo. Scendiamo così all’ampia conca ad ovest (sinistra) del Grasso delle Colombere. Qui, ad una quora approssimativa di 2000 metri, il sentiero si immette in una pista sterrata, che seguiamo proseguendo la discesa. Dopo un tratto diritto, pieghiamo a destra e ci portiamo quindi ad uno spuntone di roccia coperto di vegetazione, per poi piegare a sinistra e proseguire nella discesa verso sud, lungo un ripido dosso, fino a raggiungere, scavalcato un torrente, la Malga o Grasso di Campo (m. 1816). Saliamo poi per breve tratto, attraversiamo su un ponticello, il torrente principale (Pisa) che scende dal Foppo Alto, seguendo la Val di Pisa, e raggiungiamo il limite di una radura. Qui la pista, ardita e sconnessa, entra nel bosco e scende ripida, con alcuni tornanti, volgendo gradualmente a sinistra, sul lato destro della valle, vincendo il salto roccioso dell'alta valle e raggiungendo le baite delle Radici di Campo (m. 1602). La pista rientra poi nel bosco e, sempre rimanendo a destra del torrente di Val di Campo, scende con qualche tornante e pendenza moderata, verso ovest, fino ad uscire dal bosco nei pressi del vertice sud-orientale del lago di Belviso. Alla fine intercettiamo la pista che ne percorre l’intero lato orientale (destro), seguendo la quale torniamo alla diga dello sbarramento e ridiscendiamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile.


La Val Belviso

Ottimo biglietto da visita della Val Belviso (Val Belvìs, interamente in territorio del comune di Teglio) è il suo stesso nome, che significa “di bell’aspetto”. La valle non tradisce le aspettative condensate nel suo nome: ampia ed aperta, offre ampia possibilità escursionistiche che regalano scenari luminosi e suggestivi. Fra gli elementi di interesse non ultimo è la particolare ricchezza floro-faunistica, per l’abbondante presenza di cervi, camosci, mufloni e caprioli, oggetto di costante monitoraggio e selezione da parte dell’Azienda Faunistico-venatori Valbelviso-Barbellino.
Vale dunque l’invito che già si legge nella “Guida alla Valtellina” edita dal CAI di Sondrio (1884, II edizione, a cura di Fabio Besta): “Più lunga, più profonda e più ampia delle precedenti, e ricca di boschi, di pascoli e di cime, la Valle di Belviso merita di essere assai più visitata che non sia stata fin qui. Vicino alla prima galleria si distacca dalla grande strada d’Aprica un sentiero che sale erto la Corna, e, attraversato il villaggo della Foppa, s’addentra nella valle. Ai Mulini è raggiunto da un altro sentiero più commodo, e praticabile ai muli, che viene d’Aprica e passa il torrente, la Valvarina, sopra un ponte di pietra. Poi continua attraversando maggenghi e alpi fino al fondo della valle, al Forno. Dal Forno un primo sentiero sale a destra ai Grassi di Pila, da dove un altro sentiero appena tracciato, per il valico che trovasi tra il monte Torrena e il pizzo Strinato, conduce alla conca di Barbellino.


La Val Belviso

Un secondo sentiero sale dal Forno la Valle di Pila e guida al passo di Belviso o della Bergamasca (circa 2600 metri) per cui si scende attraverso nevai, nella Val del Gleno e per essa a Vilminore (circa 1100 m.) in Val di Scalve. Un terzo sentiero sale a sinistra verso le Alpi o Grassi di Campo, e quindi piegando a destra sormonta con ripidi risvolti l’erta china, e, lasciata anche l’ultima alpe, giunge al Passo del Venerocolo (2344 m.). Di là il sentiero marcatissimo costeggia un primo laghetto il cui bacino è nell’arenaria e par quasi scavato ad arte, e poi altri, e quindi scende per la Valle Venerocolina rapidamente a Schilpario (1174 m.) la Val di Scalve. Questo è il più facile fra i passi che legano la Valtellina alla Valle di Scalve: da esso transitano annualmente migliaia di pecore che gli industri pastori bergamaschi conducono ai pascoli delle alte alpi della Valtellina e della Svizzera. La via suol essere, durante l’estate, nelle annate calde, sgombra di nevi; ma se le nevi non sono sciolte la china loro nel versante valtellinese è ripida assai.”


Il lago di Belviso

Il giro ad anello più ampio effettuabile in una giornata (ma anche in due, sfruttando come punto d'appoggio il rifugio Nani Tagliaferri) è quello che passa per l'alta Val Belviso, la Valle di Demignone e la Val di Campo, valicando i tre passi di Venano, Demignone e Venerocolo. Si tratta di un'escursione lunga e fisicamente impegnativa, che propone qualche passaggio delicato nella traversata dal passo di Demignone a quello del Venerocolo, ma che non propone problemi di orientamento.
Punto di partenza dell’escursione è il parcheggio di Ponte Frera (Put de Fréra), raggiungibile, con l’automobile, per due vie. Si può percorrere la strada che da Tresenda (la si imbocca lasciando qui la ss 38 dello Stelvio, per chi procede verso Tirano, e prendendo a destra ad un passaggio a livello) sale verso Aprica, staccandosene, poco prima di raggiungere la nota località turistica, al bivio segnalato per imboccare la stradina sulla destra che scende al ponte di Ganda (m. 915), all’imbocco della Val Belviso. Passati sul versante opposto (destro per chi sale), si superano le Baite Valle Aperta (m. 1064), la località S. Paolo (m. 1216) ed il rifugio Cristina (m. 1255), raggiungendo, infine, la località Ponte Frera, a 4 km dal ponte di Ganda. Si può anche lasciare la ss. 38 dello Stelvio, in direzione del versante orobico (cioè, di nuovo, a destra per chi procede da Sondrio a Tirano, e di nuovo ad un passaggio a livello), a S. Giacomo di Teglio, prendendo ad un bivio a sinistra (ignoriamo la strada di destra che porta a Castello dell’Acqua) e salendo sulla strada che conduce a Carona (strada in più punti piuttosto stretta). Prima di raggiungere Carona, si trova, sulla sinistra, la deviazione, segnalata, per la Val Belviso. Imboccandola, si prosegue verso est, raggiungendo la soglia del fianco occidentale della Val Belviso e scendendo ad intercettare l’itinerario sopra descritto, poco oltre il ponte di Ganda.


Valle e lago di Belviso

A Ponte Frera (m. 1373) lasciamo l’automobile al parcheggio che si trova appena oltre il ponte (sul lato di sinistra per noi, est, della valle), dal quale si ammira l’imponente (138 metri d’altezza) sbarramento artificiale del lago Belviso (m. 1485). Ci incamminiamo sulla pista che sale sul lato sinistro (per chi sale, cioè orientale) della Val Belviso, attraversando la Valle Soffia e raggiungendo, dopo pochi tornanti, il livello della sommità della grande diga del lago di Belviso (Lach de Belvìs, m. 1485). Proseguendo diritti superiamo la casa dei guardiani e, sempre sulla pista, percorriamo un lungo tratto in piano (circa 6 km) costeggiando in piano la sua riva orientale, in direzione sud.
La monotonia di questo tratto è stemperato dallo stupendo scenario del lago, il più esteso di tutta la catena orobica, e degli splendidi boschi di abete che gli fanno da corona. La diga che lo ha generato è stata costruita fra il 1956 ed il 1959 e contiene circa 50 milioni di metri cubi d’acqua. Purtroppo ha sommerso uno dei più ampi alpeggi della valle. Per vincere la noia possiamo anche lasciar correre la fantasia ai secoli passati, quando questi scenari di fitte peccete e generose malghe erano territorio di orsi e lupi, minaccia costante per gli armenti, tanto che nel 1478 il duca di Milano (allora signore della Valtellina), concesse agli abitanti della valle il permesso di portare armi per la difesa personale. Gli ultimi due orsi di Val Belviso furono abbattuti l’otto novembre del 1894 da Giovanni Boggini, guardaboschi di Carona. Ma, come accade spesso nelle vicende del tempo, il passato a volte ritorna, anche se mai identico a se stesso: così probabilmente in futuro la valle ospiterà qualche orso e qualche lupo, quelli però postmoderni, meno minacciosi e più corteggiati dai mass-media.


Val di Campo

Certo non troveranno più la ricchezza di armenti di un tempo, quando la valle era famosa anche per la ricchezza degli alpeggi, o malghe, assai ambiti ed oggetto di vere e proprie aste per l’aggiudicazione. Fino agli anni Trenta del secolo scorso, e la cosa è davvero singolare, queste aste erano regolate con il sistema della candela vergine: a ciascuno degli aspiranti ne veniva consegnata una, di egual misura. Le candele venivano accese contemporaneamente e l‘alpeggio veniva dato in affitto a colui la cui candela si spegneva per ultima. Morale della favola: restare con il cerino acceso in mano non è mai cosa bella, ma con la candela accesa sì!
Percorrendo la pista immersi in questi pensieri, ignoriamo alcune deviazioni che salgono alla nostra sinistra e passiamo nei pressi di un’esuberante cascata. Raggiunto il limite meridionale del lago, ad un bivio prendiamo a destra, seguendo le indicazioni del sentiero 312. Costeggiamo così, sempre su una pista, la riva meridionale del lago, passando per la baita di quota 1506. Un tempo qui, prima della sommersione della valle legata alla costruzione della diga, si trovava la località Forno, toponimo che ha un chiaro riferimento alle attività di prima lavorazione del minerale ferroso che poi veniva portato sul versante orobico opposto attraverso il passo di Venano.


Il rifugio Nani Tagliaferri (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Dopo una ravvicinata serie di tornanti dx-sx, superiamo il torrentello della Val Mandra (Val de la Màndra) e proseguiamo salendo sul largo sentiero che ha sostituito la pista, verso sud-ovest, lungo la Val Pila o Val di Pila (Val de Pila), ramo occidentale dell’alta Val Belviso.  Il sentiero esce all’aperto e procede, con diversi saliscendi, a destra del torrente della Val Pila, superando diversi torrentelli che vi confluiscono. Lo scenario appare a tratti un po’ desolante, perché la vegetazione sopravvissuta qui è quella che ha rinunciato al principio di amor proprio “mi spezzo ma non mi piego”: si tratta di ontani e betulle che si sono piegati ma non spezzati all’urto delle slavine che di frequente battono il versante alla nostra destra. Vediamo davanti a noi i gradoni che sbarrano l’accesso al circo terminale della Val Belviso.
Giunto ai piedi del gradone chiamato “Gronde di Pila” il sentiero piega a destra (nord-ovest), risalendo alcune balze erbose e poi, con diversi tornanti (le “Scale di Pila”), il ripido versante roccioso (con qualche passaggio esposto ed insidioso se procediamo senza cautela o su terreno bagnato), superato il quale approdiamo agli scenari più ameni dei pascoli d’alta valle ed alla Malga o Grasso di Pila (Gras de Pila, m. 2010). Qui torniamo indietro per un tratto, procedendo verso nord e superando un torrentello. Risalito un dosso erboso, oltrepassiamo un bivacco, di proprietà dell'Azienda faunistica Val Belviso.
Volgiamo a sinistra ed intercettiamo la Mulattiera del Passo Venano, parte del sistema difensivo noto come Linea Cadorna, voluto dal generale Cadorna, durante la Prima Guerra Mondiale, per arginare un’eventuale sfondamento del fronte dello Stelvio da parte dell’esercito Austro-Ungarico. Ci innestiamo anche nel tracciato della Gran Via delle Orobie, che descrive un ampio semicerchio come alta via della Val Belviso. Procediamo ora verso sud, in leggera salita, di fronte all’imponente mole del monte Gleno (Mut Glèn, m. 2854), fino ad un canalino. Qui sulle rocce è segnalato un bivio, al quale lasciamo alla nostra destra il sentiero 312 che sale al passo di Belviso (Pas de Belvìs o Pas de Pila, m. 2578), procedendo diritti. Subito dopo, però, ad un nuovo bivio, ignoriamo l’indicazione per la Malga Demignone, lasciamo la Gran Via delle Orobie (GVO) e prendiamo a destra, seguendo il sentiero 315, verso sud-est.
Superato un avvallamento, saliamo con pendenza via via più accentuata e, dopo diversi tornanti, raggiungiamo il passo di Venano (Pas del Venàa, m. 2328), che si affaccia sulla Val di Scalve, nel versante orobico bergamasco.
Il suo nome (come quello della sopra citata località Forno) segnala che anche questa valle, come buona parte delle valli orobiche valtellinesi, fu interessata in passato (fino ad inizio Ottocento) alle attività di estrazione e prima lavorazione del minerale ferroso, che poi transitava per i passi orobici.


Il rifugio Nani Tagliaferri (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Il rifugio Nani Tagliaferri (m. 2328), annunciato dalla bandiera italiana che vediamo salendo, non si vede ancora, perché è posto appena oltre lo spartiacque; procedendo sul largo sentiero, lo raggiungiamo in una manciata di minuti.
Inaugurato il 22 settembre del 1985 per iniziativa della sottosezione Val di Scalve Venano del CAI di Bergamo, il rifugio è attualmente gestito da Francesco Tagliaferri ed è dedicato alla memoria del fratello Nani Tagliaferri, scomparso tragicamente nel 1981 durante una spedizione nelle Ande peruviane (Pukajirka). Dispone di 60 posti letto e di un locale invernale adibito a ricovero (per informazioni scrivere a stefania_tagliaferri@libero.it oppure telefonare allo 0346 55355.
Lo raggiungiamo dopo circa 4 ore di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 970 metri). Nei suoi pressi un obice ricorda il doloroso periodo della Prima Guerra Mondiale, che non interessò direttamente queste montagna ma che fece della stessa Val Belviso una zona militarmente strategica nel contesto del sistema difensivo di contenimento della già citata Linea Cadorna. Vicino al rifugio è stata collocata anche una campana che commemora tutti i caduti in montagna.


La Malga Demignone (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Proseguiamo seguendo per un tratto l'undicesima ed ultima tappa della Gran Via delle Orobie, che descrive un ampio arco sulla testata della Val Belviso e sul suo versante orientale.
Lasciamo il rifugio Nani Tagliaferri (m. 2328) ridiscendendo verso nord sul ripido versante erboso, con ampi tornanti, al sentiero 301, cioè alla mulattiera militare che taglia la sezione alta dell’intera Val Belviso. Intercettata la mulattiera, prendiamo a destra, in direzione nord-est. A quota 2180 metri la mulattiera piega a sinistra, poi di nuovo a destra, aggirando un dosso e proseguendo verso nord-est, in graduale discesa, superando il solco della Valle Piazzi. A quota 2042 ci raggiunge un sentiero che sale da sinistra. Scendiamo ancora ed a quota 2000 ci intercetta un secondo sentiero. A valle, davanti a noi, il lungo profilo del lago di Belviso (6 km) sembra l’indiscusso protagonista della valle. Nella successiva discesa superiamo l’avvallamento della Valle del Batai, passando accanto al laghetto del Batài (laghét del Batài) e raggiungendo la baita diroccata del Grasso del Batai (Gras del Batài, m. 1952, nei pascoli del Dibignù).



Passo del Demignone

Qui il sentiero piega a sinistra e segue un avvallamento verso sud-sud-ovest, poi piega a destra e taglia un ampio dosso verso est, superando una prima valletta e raggiungendo l’ampia conca del Grasso del Demignone (Gras del Dibignù, m. 1900), al centro della valle omonima (Val del Dibignù), a nord del monte Demignone o Venano (Mut Dibignù o Mut Venàa). Il nome di questo monte segnala l’attività estrattiva di minerali ferrosi e la prima lavorazione degli stessi che interessò monte valli orobiche, fra cui la Val Belviso. In Valle del Demignone si trovano infatti resti di forni per la prima cottura del minerale ferroso, a differenti quote (1910, 1915, 2010, 2015 e 2030 metri). Il più alto è ancora in buono stato di conservazione e mostra una struttura circolare con una scodella centrale larga 3 metri e profonda 2.
Dalle baite dell'alpe si imbocca il sentiero segnalato per il passo del Demignone (sentiero 301), chiamato anche "sentiero dei camosci". La Val Belviso, infatti, insieme alle vicine Val Caronella, Bondone e Val Malgina è stata interessata ad un progetto di ripopolamento della tipica fauna alpina, per cui l'incontro con i camosci è molto probabile.


Monte Venerocolo, passo del Venerocolo e laghetto superiore del Venerocolo o lago Bianco (foto di Alessio Pezzotta, per gentile concessione)

Il sentiero comincia a salire verso sud-est, sul versante sinistro (per chi sale) della Valle del Demignone, superando una macchia di rododendri. Dopo esserci avvicinati al suo torrente, ce ne allontaniamo guadagnando quota, sempre sul suo versante di sinistra, nei pressi dell'ampia conca ai piedi del ripido versante che scende dalla Cimetta di Demignone e dal monte Venerocolino (m. 2570). Procedendo verso sud tagliamo una fascia di sfasciumi giungiamo nei pressi del crinale della valle e, piegando leggermente a sinistra, saliamo con diverse svolte verso sud-est al passo del Demignone (Pas del Dibignù, m. 2485), passando presso un ripiano quotato 2330 metri dove si trova il più grande dei forni per la cottura dei minerali ferrosi, che evidentemente venivano poi trasportati sul versante bergamasco sfruttando il vicino passo. L'ultimo tratto della salita prima dello stretto intaglio del passo è piuttosto faticoso, perché il versante è ripido e terricico e sassi mobili non agevolano.


Lago superiore del Venerocolo o Lago Bianco

Al passo di Demignone ci raggiunge, da destra, un sentiero di origine minitare che traversa direttamente verso est dal rifugio tagliaferri, tagliando un versante ripido ed insidioso. Davanti a noi, a sud, i ripiani glaciali che ospitano i laghetto del Venerocolo, incorniciati dalle vette calcaree del Cimon della Bargozza. Scendiamo sul versante bergamasco, per breve tratto, verso sud-est, poi pieghiamo a sinistra e tagliamo verso nord-nord-est il ripido versante a sud del monte Venerocolino. Il traverso ci porta ad una valletta rocciosa, dove il sentiero affronta tratti esposti e serviti da corde fisse e da alcune predelle. Scendiamo ancora con rapide svolte giungendo nei pressi della riva settentrionale del lago superiore del Venerocolo, detto anche Lago Bianco (m. 2293).


Lago superiore del Venerocolo o Lago Bianco

Qui il sentiero è per un tratto scavato nella viva roccia ed assistito da corde fisse. Poi piega decisamente a sinistra, traversando in leggera salita verso est-nord-est al passo del Venerocolo (Pas Veneròcul, m. 2314). Rientriamo così in Val Belviso, scendendo lungo il vallone per breve tratto verso nord, fino al bivio segnalato al quale ignoriamo le indicazioni della GVO che portano a destra (mulattiera militare) e seguendo il sentiero 332 che scende diretto al centro dell’alta Val di Campo e termina alla riva meridionale del lago di Belviso.
Nel primo tratto di discesa procediamo verso sud, fra grandi blocchi, piegando leggermente a sinistra. La discesa si fa poi più ripida, sfruttando una sorta di cengia sul costone di sinistra dell’alta Val di Campo (Val de Camp). Scendiamo così all’ampia conca ad ovest (sinistra) del Grasso delle Colombere, dove le marmotte, con il loro fischio tanto acuto quanto improvviso, ci ricordano che questa è casa loro. Qui, ad una quora approssimativa di 2000 metri, il sentiero si immette in una pista sterrata, che seguiamo proseguendo la discesa. Dopo un tratto diritto, pieghiamo a destra e ci portiamo quindi ad uno spuntone di roccia coperto di vegetazione, per poi piegare a sinistra e proseguire nella discesa verso sud, lungo un ripido dosso, fino a raggiungere, scavalcato un torrente, la Malga o Grasso di Campo (Gras de Camp o de Fréra, m. 1816).


La Val di Campo

Saliamo poi per breve tratto, attraversiamo su un ponticello, il torrente principale (Pisa) che scende dal Foppo Alto seguendo la Val di Pisa e raggiungiamo il limite di una radura. Qui la pista, ardita e sconnessa, entra nel bosco e scende ripida, con alcuni tornanti, volgendo gradualmente a sinistra, sul lato destro della valle, vincendo il salto roccioso dell'alta valle e raggiungendo le baite delle Radici di Campo (Raìs del Camp, m. 1602).
La pista rientra poi nel bosco e, sempre rimanendo a destra del torrente di Val di Campo, scende con qualche tornante e pendenza moderata, verso ovest, fino ad uscire dal bosco nei pressi del vertice sud-orientale del lago di Belviso. Alla fine intercettiamo la pista che ne percorre l’intero lato orientale (destro), seguendo la quale torniamo alla diga dello sbarramento e ridiscendiamo al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile.


Malga di Campo

CARTA DEL PERCORSO sulla base di Google Earth

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