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Alta Valle di Spluga


Il lago di Spluga

CEVO-LAGO SUPERIORE DI SPLUGA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-casera Spluga-Lago di Spluga
4 h
1480 m.
E
SINTESI. Saliamo lungo la provinciale della Val Masino e, dopo una galleria paramassi, alla località Ponte del Baffo lasciamola prendendo a sinistra, superando il ponte sul torrente Masino e, dopo pochi tornanti, raggiungendo Cevo (m. 700), dove parcheggiamo, raggiungendo a piedi il limite opposto del paese (nord). Qui parte una mulattiera che scende verso nord ad un ponticello sul torrente Carvocco e sul lato opposto prosegue volgendo a sinistra (ovest) ed inizia a risalire il versante settentrionale (di destra, per chi sale) della Valle di Spluga, raggiungendo il nucleo di Ceresolo (m.1041). Seguendo le indicazioni per i laghi, superiamo un antico pascolo rimboschito ed imbocchiamo un sentiero che attraversa un corpo franoso. Attraversiamo il torrente Cavislone e lo lasciamo alla nostra destra, raggiungendo, quindi, le baite abbandonate della Corte del Dosso ("córt dal dòs"), a 1460 m. Sulla prima baita troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi, con la numerazione “22”. Passiamo a sinistra delle baite e saliamo ancora verso nord-nord-est, portandoci la fascia dei prati della Corte di Cevo (m. 1760), dove troviamo alcune baite e, sulla nostra sinistra, una casera ancora utilizzata. Salendo diritti a destra della casera, entriamo per l’ultima volta in una fascia boscosa, ed usciamo poco sotto la prima Casera di Spluga, a quota 1939. Procediamo all'aperto superando la casera di quota 1987: la traccia si fa meno evidente, ma qualche segnavia ci aiuta a trovare la giusta direttrice. Passiamo a sinistra di un enorme masso erratico e, dopo un primo tratto di salita quasi in verticale, pieghiamo un po’ a sinistra, attraversando un torrentello e raggiungendo un “calècc”, un baitello senza copertura del tetto (viene utilizzato all’uopo un telo azzurro). Dopo una lunga salita, la pendenza si fa meno aspra, ed il sentiero inizia un percorso a saliscendi nell’anfiteatro che chiude la valle, seguendo la direzione nord-est. Si tratta della valle dei Laghi, che introduce all'omonimo alpeggio. Guardando a sinistra, vediamo, più in basso, il primo microlaghetto che costituisce il sistema dei laghi di Spluga. Oltrepassato questo primo laghetto, ben presto incontriamo una terza casera. Oltrepassata anche questa casera, lasciamo alla nostra sinistra il secondo microlaghetto, detto lago medio. Infine, dopo aver attraversato un pianoro paludoso, nascosto dietro balze rocciose dalle forme bizzarre, ci appare il lago superiore di Spluga, a quota 2163.


Apri qui una fotomappa della Valle di Spluga

La Val Masino è costituita da un arco di valli che hanno come estremi la valle di Spluga e la Val Terzana. Entrambe condividono la sorte di essere sicuramente gli angoli meno conosciuti di una delle più celebri valli delle alpi Retiche. Immeritatamente. Questo discorso vale in particolare per la valle di Spluga ("val splüga": niente a che fare, a dispetto di equivoci, con la ben più ampia e famosa valle che si trova a nord di Chiavenna), che riserva scenari di forte impatto suggestivo, con la sua selvaggia, solitaria, ma non aspra bellezza. E, se ciò non bastasse, riserva, nella sua parte più alta e nascosta, uno stupendo sistema di laghetti: si tratta degli unici specchi d’acqua, se ad essi si aggiunge il laghetto di Scermendone, dell’intera Val Masino, prodiga, per altri aspetti, di monumentali cattedrali di granito, ma avara di questo ingrediente così legato alla suggestione dell’alta montagna.
La valle è percorsa dal torrente Cavrocco (cavróch), che segna anche il confine amministrativo fra i comuni di Val Masino (cui appartiene il suo lato sinistro, settentrionale) e di Cevo (cui appartiene il lato destro, meridionale).
Chi ama gli orizzonti che coniugano in una miscela perfetta bellezza e solitudine non può, dunque, mancare di visitare la valle di Spluga: complice la mancanza di vie di accesso carrozzabili che proseguano oltre i 700 metri del paesino di Cevo ("cèf", termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca"), non vi troverà, anche nel cuore della stagione estiva, se non gli alpeggiatori, e forse, ma non è detto, qualche sparuto escursionista, sicuramente esigente ed esperto.
Vediamo come arrivarci e quali possibilità escursionistiche scegliere. Lasciando, sulla sinistra, la strada provinciale della Val Masino (che si imbocca lasciando la ss. 38 all’altezza del comune di Ardenno) in località Ponte del Baffo (m. 571, dove si trova, sulla destra della strada, anche l’antica edificio della famosa osteria del Baffo), si attraversa, su un ponte, il torrente Masino (èl fiöm), per poi salire al paesino di Cevo, in territorio del comune di Civo, ad 1,5 km dal ponte del Baffo. Un breve fuori-programma consente di ammirare le modeste ma interessanti cascatelle della parte più bassa del corso del torrente Cavrocco (“cavróch”), che scende dalla valle di Spluga: basta imboccare un sentierino che si trova all’altezza del primo tornante sinistrorso che si incontra salendo verso Cevo. Al paesino si accede staccandosi sulla destra dalla strada principale (denominata strada di Valpòrtola), che prosegue affacciandosi sul limite orientale della costiera dei Cech nei pressi di Cadelpicco e Caspano.
All’ingresso del paese troviamo la bella chiesa di Santa Caterina, che, nell’attuale aspetto, risale al secolo XVII. D’estate il paese si anima per la presenza di numerosi villeggianti. Nelle rimanenti stagioni vive di una vita tranquilla e quasi fuori del tempo. Molto bello, anche se non particolarmente ampio, il panorama che si gode da qui: dominiamo la media Val Masino, con Cataeggio (cataöcc), suo centro amministrativo, sovrastato dalle selvagge pareti del monte Piezza (sciöma da pièsa), alle cui spalle si scorge la cima di Arcanzo (sciöma dè narchènz, o l'omèt, chiamata Cima di Prato Baro nella guida alla Valtellina del CAI di Sondrio del 1884, m. 2715); scorgiamo, in uno spiraglio sulla sinistra di questo monte, la Cima di Castello (castèl), la più alta della Val di Mello (val da mèl), con i suoi 3386 metri; alla nostra destra, invece, l’impressionante, aspro e selvaggio versante occidentale della dorsale che culmina nella cima di Granda e separa la bassa Val Masino dalla Valtellina.
Per accedere alla valle di Spluga sfruttiamo una bella mulattiera che, nella prima parte, che ne percorre la sinistra orografica (destra per chi sale). Fino a qualche anno fa si imboccava un sentiero che partiva dalla parte alta del paese (raggiunta attraversandone le case), lasciava l’abitato di Cevo, passava accanto ad una cappelletta solitaria e scendeva al torrente, che viene superato su un ponte in cemento (il "punt da sträda dè camaràsc"), in corrispondenza di una impressionante forra. Ora al sentierino si è sostituita una pista che serve la centralina costruita per sfruttare a scopi idroelettrici le acque del Cavrocco. La mulattiera è larga e comoda: ignorata, nel primo tratto, la deviazione sulla destra rappresentata dal sentiero per Cataeggio (tratto del Sentiero Italia Lombardia nord 3), saliamo dapprima a sinistra di un dosso boscoso ("el dòs"), poi quasi schiacciati a ridosso delle rocce dell’aspro fianco nord-orientale della valle. Alla nostra sinistra, più in basso, scorre il torrente. Qui la mulattiera propone un tratto scalinato, denominato "scäla".
Superati un'immagine della Madonna (la "madóna") ed un corpo franoso, raggiungiamo la località denominata "care pecä", che allude ad un qualche peccato o a qualche fatto oscuro, di cui però, nella memoria della gente, si sono perse le tracce. Poco oltre, a sinistra della mulattiera, troviamo una cappelletta, denominata "ciancèt de la care pecä", che ci introduce alla conca nella quale la valle si allarga: siamo al maggengo di Cerèsolo ("sceresö", termine che deriva da "ciliegio" o, forse, da "cerrus", quindi con significato di "cerreto"), posto in un ripiano, a quota 1041. Un’avvertenza: sulle carte IGM e su quelle Kompass è segnato un sentiero che si stacca dalla mulattiera a quota 750 metri circa e si inerpica sul selvaggio versante nord-orientale della valle, occupato dallo scosceso dosso della "móta dè cèf", raggiungendone l'ometto sommitale e portando all’alpeggio di Cervìso (cervìs o scervìs). È, però, del tutto sconsigliabile avventurarsi su questo tracciato, che tende a perdersi in un’insidiosissima fascia di rocce strapiombanti. Qui, come in diversi altri luoghi della Val Masino meno battuta, il rischio di finire, come certe capre, “incrapelati”, cioè imprigionati da rocce dalle quali non riusciamo ad uscire, è davvero concreto. Non che non si possa salire a Cerviso, ma è assai più agevole farlo seguendo la mulattiera che parte da Ceresolo e che considereremo più avanti.


Alta Valle di Spluga

A Ceresolo possiamo giungere anche per altra via: dalla centralina idroelettrica di Cevo la pista sterrata prosegue, infatti, sul versante opposto della valle rispetto a quello della mulattiera; all’altezza di Ceresolo, un ponticello ci porta sul versante dei prati e delle baite del maggengo. Salendo per questa seconda via troviamo, sulla nostra sinistra, l’indicazione della partenza di un sentiero, un po’ esposto e servito da corde fisse, che porta al maggengo di Rigorso (Rigùrs), dal quale si scende, poi, facilmente, su pista carrozzabile a Caspano: può essere un’idea per una breve escursione ad anello, considerando che da Caspano si può poi tornare, sulla strada di Valpòrtola, a Cevo, ma si usi tutta la prudenza necessaria.

Lago di Spluga

Riprendiamo il racconto della salita verso la parte superiore della valle. Seguendo le indicazioni per i laghi, superiamo un antico pascolo rimboschito, la "pièna", ed imbocchiamo un sentiero che attraversa un secondo corpo franoso, mentre alle nostre spalle il colpo d'occhio si allarga, raggiungendo la Val di Tartano, sul versante orobico. Attraversiamo il torrente Cavislone ("fiöm dò cavislùn"), che scende dalla valle omonima e tesse, qui, i suoi ricami su una fascia di roccette prima di confluire nel Cavrocco; lo lasciamo alla nostra destra, raggiungendo, quindi, le baite abbandonate della Corte del Dosso ("córt dal dòs"), a 1460 m., che costituisce la parte più bassa dell'alpeggio di Cavislone, il quale occupa la parte nord-orientale dell'ampio catino glaciale della Valle di Spluga. Sulla prima baita troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi, con la numerazione “22”. L’ora di cammino che ci porta da Ceresolo alla Corte del Dosso è piuttosto noiosa, ma ora la valle comincia a regalare un primo ampio scorcio del suo lato sud-occidentale.


Lago di Spluga

A quota 1760 circa raggiungiamo la fascia dei prati della Corte di Cevo ("cort de cèf"), dove troviamo alcune baite e, sulla nostra sinistra, una casera ancora utilizzata. Superata anche la Corte di Cevo, entriamo per l’ultima volta in una fascia boscosa, che precede l’accesso all’alta valle, alla quale ci introduce la prima Casera di Spluga, a quota 1939 ("casén"). Qualche decina di metri più in basso, a quota 1900 circa, parte, sulla destra, un sentiero di cui vale la pena prendere nota. Nel primo tratto è difficile vederlo: dobbiamo prendere come punto di riferimento il rudere di un baitello, proseguendo, lungo la medesima direttrice, verso il limite del bosco. Esso porta all'alpeggio Cavislone ("cavislùn"), che, proprietà della comunità di Cevo, permetteva di caricare 35 capi di bestiame. Torneremo più avanti su questa variante, che permette di salire alla poco nota Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"), dalla quale si scende nell’omonima valle, proseguendo perla Valle dell’Oro ed il rifugio Omio.
Ma torniamo al sentiero principale, che si fa più marcato e conduce alla più bassa delle casere di Spluga ("casèra de splüga", m. 1987), all'alpe omonima, proprietà della comunità di Cevo, che permetteva di caricare 50 capi di bestiame. Dalla casera la salita prosegue su terreno aperto, luminoso, bellissimo, nel cuore dell’alta valle, chiusa a nord-est dalle cime della Merdarola (ben visibili alla nostra destra), che la separano dalla valle omonima.
La traccia si fa meno evidente, ma qualche segnavia ci aiuta a trovare la giusta direttrice: dopo un primo tratto di salita quasi in verticale, pieghiamo un po’ a sinistra, attraversando un torrentello e raggiungendo un “calècc”, un baitello senza copertura del tetto (viene utilizzato all’uopo un telo azzurro). Sul lato opposto della valle, al di là del torrente Cavrocco, vediamo l'alpe di Desenigo ("desénech") che, proprietà del comune di Civo, permetteva di caricare 50 capi di bestiame.
Dopo una lunga salita, la pendenza si fa meno aspra, ed il sentiero inizia un percorso a saliscendi nell’anfiteatro che chiude la valle, seguendo la direzione nord-est. Si tratta della valle dei Laghi, che introduce all'omonimo alpeggio ("munt da val dei läch”), proprietà del comune di Dazio, che permetteva di caricare 20 capi di bestiame.
Guardando a sinistra, vediamo, più in basso, il primo microlaghetto che costituisce il sistema dei laghi di Spluga (“i läch”, m. 2108). Oltrepassato questo primo laghetto, ben presto incontriamo una terza casera. Davanti a noi si mostrano, ormai, con chiarezza le due cime regine della valle: la cima del Desenigo, a sud (m. 2845, alla nostra sinistra) e la cima del Calvo, o monte Spluga, a nord (m. 2967, alla nostra destra, punto di congiunzione delle valli di Spluga, dei Ratti e Ligoncio). Alle spalle della casera sono facilmente riconoscibili anche i passi gemelli collocati fra le due cime, a distanza ravvicinata: il più noto passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), a sinistra, e quello meno praticato, che il Galli Valerio propone di chiamare passo di Talamucca ("bochèta da pala möca"), ma che ora viene denominato bocchetta di Spluga, a destra: entrambi danno accesso alla Valle dei Ratti.
Oltrepassata anche questa casera, lasciamo alla nostra sinistra il secondo microlaghetto, detto lago medio. Infine, dopo aver attraversato un pianoro paludoso, nascosto dietro balze rocciose dalle forme bizzarre, ci appare, improvviso e bellissimo l’ultimo e più grande dei laghi, il lago superiore di Spluga (läch gränt), a quota 2163; sopra di esso sono ben visibili la bocchetta di Spluga ed il monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga). Sulla sponda opposta del lago, rispetto al punto in cui ci troviamo, si trova una quarta ed ultima casera. Superati, dopo circa quattro ore di cammino, circa 1480 metri di dislivello, non possiamo che concederci un meritato riposo, gustando fino in fondo la riservata ed intatta bellezza dell'alta valle di Spluga: un’esperienza impagabile, per certi versi unica.
Sostando possiamo approfondire la nostra conoscenza di questo lago bellissimo, misterioso, sorprendente: si dice che raggiunga una profondità massima di 40 metri. Leggiamo, dunque, le annotazioni del dott. Paolo Pero, professore di storia naturale nel Liceo Ginnasio "G. Piazzi" di Sondrio, contenute nell'operetta "I laghi alpini valtellinesi" (Padova, 1894): "Una roccia eminentemente cristallina, che s'innalza in una serie di vette dirupate, chiude le limpidissime acque del lago Spluga. Il quale è collocato alla estremità superiore della Valle di questo nome, aperta nel versante destro della Val Masino. in cui sbocca, di poco a N. del paesello di Cevo. Ha forma rotondeggiante, alquanto allungata e diretta da N. O. a S. E. Verso S. O. s'innalza il monte Spluga (2844 m.), ed a N. O la cima del Calvo (2955 m.), che si continua poi con numerose creste verso E. fino al pizzo di Merdarola (2376 m.). I contrafforti di questi monti, che si continuano poi coi monti coi versanti della Valle Spluga, s'innalzano nella estremità superiore di questa, in vari cocuzzoli, assai arrotondati, e chiudono a S.E. e a E. l'ameno lago in discorso, il quale, pertanto, si può dire, per la sua origine, orografico. La mancanza quasi totale di detriti, in questa specie da altipiano, permette di dedurre non solo l'origine del lago, ma di studiare eziandia l'assetto della roccia in posto. Essa mostrasi in ampi strati, che s'innalzano quasi perpendicolari all'orizzonte, essendo lievemente inclinati verso S. e diretti da E. ad O. E' costituita essenzialmente di gneis cristallino molto compatto, assai povero di mica, con grandi cristalli di feldspato, ora spesseggianti in grandi vene, che corrono parallelamente a' piani di stratificazione, ora più radi, ma assai grossi, sparsi porfiricamente nella massa gneissica. Grandi vene di quarzite bianca attraversano pure sinuosamente ed in ogni direzione gli strati della roccia: profondi litoclasti dividono pur questa in grossi massi, che precipitano dall'alto a testimonianza del continuo lavoro delle forze meteoriche e del tempo edace. Per la posizione sopra descritta il lago non ha lunghi affluenti, ma pochi ruscelletti, di cui due sono i principali, che sboccano nel lago a N. e ad O. e gli portano le gelide acque provenienti dalla fusione delle nevi, le quali, pressoché persistenti, rivestono le pendici dei monti che coronano la Valle di Spluga e specialmente il versante N. E. del monte di questo nome. Una porzione di questi affluenti scorre nascosta fra le abbondanti frane che rivestono il piede dei monti accennati. A S. E. s'apre un piccolo emissario, fra un'ampia dilacerazione della roccia in posto, che mantiene il medesimo aspetto di quello dei monti sopra nominati. Quest'apertura è sbarrata in parte da massi disposti caoticamente, fra i quali scorre l'emissario, che rimane solo in parte visibile all'esterno. Esso infatti poco più lungi dal lago è aumentato e scorre spumeggiante nella stretta apertura formatasi nella roccia. Il poco e grossolano detrito non vale quindi a precludere propriamente il corso dell'emissario, onde le acque sono principalmente trattenute dalla roccia in posto, e però l'origine che sopra attribuimmo al lago. I due affluenti portano necessariamente abbondante detrito al bacino lacustre, sicché esso mostrasi colle sponde di N. e di O. assai poco inclinate, mentre è assai ripida quella di E. la quale si continua, quasi perpendicolarmente, col cocuzzolo roccioso che s'innalza da questa parte. Qui infatti ha luogo la maggior profondità che, per quanto ho potuto verificare, raggiunge fino i 40 metri. Il letto del lago è formato di sostanza sabbiosa, talora di ghiajetta; solo in un piccolo seno verso N. E. diventa sensibilmente melmoso e quasi paludoso. Le acque sono notevolmente trasparenti, sicché lasciano scorgere per un ampio tratto il fondo, ove esso non prende tosto rapida inclinazione, e
mostrano un colore azzurro pallido, secondo il numero II. della scala Forel. Le carte topografiche dell'Istituto Militare riportano l'altitudine di 2141 m. e l'Ispettore Cetti vi attribuisce la superficie di 42.000 mq. Io lo visitai il giorno 29 giugno 1893 ed alle ore 11 ant. trovai che le acque presso l'emissario avevano la temperatura di 7,5 gradi centigradi, mentre l'esterna era di 17, con cielo sereno e l'aria calma."
Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo anche le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Con il Lago Scermendone, ancor meno inserito nell'ambiente della Val Masino, si tratta in pratica del solo lago della Valle, noto regno del granito. A proposito della quale può parere singolare questa assenza di laghi, mentre ha abbondanza di acque, largamente note dalle numerose cascate, spesso a catena, sui torrenti che scendono dalle valli minori sospese. Ma è probabile che la natura stessa della roccia, il granito «ghiandone», molto sgretolabile da un lato, alla piccola scala, e viceversa impervio ed erto nelle grandi linee orografiche, non abbia facilitato la formazione - o forse la sopravvivenza - di laghetti neanche nei circhi glaciali, per lo più molto svasati ed erosi profondamente dai torrenti sul fondo. Questo bel laghetto, dunque, situato a 2160 m, in cima alla valle omonima, gode di una situazione di quasi unicità, e anche di isolamento, considerate le difficoltà dell'accesso. La valle infatti si presenta ertissima, oltre che defilata dai percorsi turistici usuali, pressoché intatta da interventi edilizi e del tutto da interventi di viabilità non pedonale... Il lungo accesso (dai 700 m ca. di Cevo sono quasi 1500 m di dislivello, superabili in non meno di 4 ore da escursionisti «normali») si presenta però come un viaggio interessante nel passato agro-pastorale del territorio valtellinese. Si può ripassare tutta la vicenda della colonizzazione delle aspre pendici montane per strapparvi spazi al prato e al pascolo: una colonizzazione che si è sviluppata nel tempo e si è poi stabilizzata nello spazio su diversi piani altimetrici. Così si percorre una bellissima strada selciata (con piccole opere murarie di protezione e passaggi eccezionali) fino al maggengo di Ceresolo, poi il sentiero si fa assai più ripido adducendo ai prati di monte di Corte del Dosso (con deviazioni per altri prati) e infine alla Casera Spluga, il principale alpeggio e alle altre cascine sparse sull'alto­piano superiore, dove il tracciato si fa finalmente meno ripido. Superato un bel lariceto, solo rocce e piccoli spazi a pascolo accompagnano al lago, che risulta una meta ben meritata!
A proposito del nome, comune peraltro al monte adiacente e a tutta la valle, si può ricordare che - di derivazione latina o prelatina - significa in ogni caso grotta (spelonca, anfratto).”


Lago inferiore di Spluga

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LAGO DI SPLUGA- PASSO DI PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-casera Spluga-Lago di Spluga-Passo di Primalpia
5 h
1800 m.
E
SINTESI. Raggiunto il lago superiore di Spluga (m. 2163), il sentiero, sempre segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, piega a sinistra (sud), superando il torrente Cavrocco ed un dosso e passando sul versante sinistro (per chi sale) della valle, per inerpicarsi sul suo fianco (c’è un passaggio un po’ esposto, sopra una placca: attenzione!). I segnali indirizzano al passo del Colino, che scende in Val Toate e da Poira, sopra Roncaglia (costiera dei Cech); per raggiungere il passo di Primalpia, sempre ben visibile davanti a noi dobbiamo, però, lasciarli, poco dopo aver superato i passaggi più aspri, piegando a destra (ovest), su una traccia di sentiero non segnalata (la traccia è labile e va seguita con attenzione). Ad un certo punto compaiono dei bolli rosso, la sigla SI (Sentiero Italia) e, alla fine, le bandierine rosso-bianco-rosse. Dopo un ultimo facile tratto, raggiungiamo il passo di Primalpia, posto a quota 2476 m e presidiato da un grande ometto.

Se abbiamo ancora energie da spendere, possiamo proseguire verso il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza). Il sentiero, sempre segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, piega a sinistra, superando un dosso e passando sul versante destro (sinistro, per noi) della valle, per inerpicarsi sul suo fianco (c’è un passaggio un po’ esposto, sopra una placca: attenzione!).
I segnali indirizzano al passo del Colino, che scende in Val Toate e da Poira, sopra Roncaglia (costiera dei Cech); per raggiungere il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), sempre ben visibile davanti a noi (mentre il passo di Colino rimane nascosto ai nostri occhi) dobbiamo, però, lasciarli, poco dopo aver superato i passaggi più aspri, piegando a destra, su una traccia di sentiero non segnalata (la traccia è labile e va seguita con attenzione). Ad un certo punto compaiono dei bolli rosso, la sigla SI (Sentiero Italia) e, alla fine, le bandierine rosso-bianco-rosse: la meta è vicina! Dopo un ultimo facile passo, raggiungiamo il passo, posto a quota 2476 m e presidiato da un grande ometto.
Dal passo di Primalpia possiamo scendere in Valle dei Ratti, passando accanto ad un quarto laghetto (tale itinerario fa parte del Sentiero Italia, nel tratto rifugio Volta-Cataeggio). Lo scorcio di questa valle visibile da esso non è però particolarmente ampio. Molto più ampia è la visuale che da esso si può godere sulla media Valtellina. La salita al passo dal lago superiore richiede un'ulteriore ora di cammino, ma si può fare di più.

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PASSO DI PRIMALPIA-BOCCHETTA DI SPLUGA-PASSO DEL CALVO-RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Passo Primalpia-Passo del Calvo-Rifugio Omio
3 h
260
EE
SINTESI. Dal passo di Primalpia (m. 2476), che si affaccia sull'alta Valle di Spluga, ridiscendiamo per breve tratto in Valle di Spluga, tagliando poi a sinistra e seguendo un sentierino che scende per un tratto sul fianco della testata della valle, per poi congiungersi con una traccia che effettua la traversata alla bocchetta di Spluga. Qualora perdessimo il sentierino, scendiamo per un breve tratto lungo il Sentiero Italia: troveremo, in basso rispetto al sentiero, sulla sinistra, un masso, sul quale è segnalata la scritta “Cap. Volta”, affiancata da un segnavia bianco-rosso e dalla targhetta azzurra con il logo “Life”: è questa la direzione da prendere (a sinistra). Il sentierino taglia il fianco dello sperone montuoso che separa i due valichi. Superata una breve fascia di massi, superiamo anche un masso che segnala un bivio al quale prendiamo a sinistra, portandoci alla bocchetta di Spluga (m. 2522), dove, su un masso, ritroviamo la targa gialla del Sentiero Life e dove per la terza volta intercettiamo il sentiero Walter Bonatti, che ora non lasceremo più. Dobbiamo, ora, stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere dalla bocchetta verso sinistra. Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano. Dobbiamo stare attenti a non piegare a destra, sul sentierino che si porta al passo di Primalpia, ma procediamo in direzione opposta (nord), senza perdere quota, bensì cominciando a salire a ridosso (alla nostra sinistra) delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Terminano i pascoli dobbiamo districarci fra massi di ogni dimensione, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia, in direzione del passo del Calvo. Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Alla base del passo vediamo un grande cerchio bianco contornato di rosso che segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso. Il primo tratto della discesa dal passo o bocchetta del Calvo (m. 2700) sfrutta la lunga ed esposta cengia del Calvo, adeguatamente attrezzata ma pur sempre da affrontare con la debita cautela e da evitare in presenza di neve o dopo abbondanti precipitazioni. Poi tocchiamo un terreno più tranquillo e si scende lungo un facile dosso, in direzione nord-nord-est, fino ad intercettare la traccia del sentiero che congiunge il rifugio Omio alla bocchetta della Mardarola. Seguendola verso sinistra dopo qualche saliscendi siamo al rifugio Omio (m. 2100).

Appena sotto il passo, a sinistra, guardando verso la Valtellina, si vede su un masso l'indicazione per il rifugio Volta: essa segnala la partenza di un sentierino che permette di raggiungere il passo gemello, cioè la bocchetta di Spluga (bochèta dè la möca, m. 2526), dopo aver attraversato, nel primo tratto, una fascia di grossi massi che richiede una certa attenzione. Tale passo si trova al di là di un evidente sperone che lo separa da quello di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), conduce anch’esso in Valle dei Ratti e permette di scendere al rifugio Volta. Poco più di venti minuti di cammino, e siamo al passo gemello. Qui il panorama è molto più suggestivo e raggiunge l’alto Lario. Da Cevo alla bocchetta calcoliamo 5 ore e mezza - 6 di cammino, necessarie per superare circa 1850 metri di dislivello in salita: un’escursione effettuabile in una sola giornata, anche se con ottimo allenamento e con non poca fatica. In genere chi si avventura in Valle di Spluga, però, si ferma al lago superiore, una meta comunque eccellente, che ripaga delle fatiche richieste.
Una segnalazione di sicuro interesse: la traversata dal passo Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) alla bocchetta di Spluga si inserisce nel contesto della terza giornata del Sentiero Life delle Alpi Retiche, e precisamente della traversata da Frasnedo, in Valle dei Ratti, al rifugio Omio. Tale traversata passa per l'alta Vall di Spluga ed il passo del Calvo. Eccone una sintetica descrizione.
Alla bocchetta di Spluga dobbiamo stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le indicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi - si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.
Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo una larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un
tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo, che spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia").
La discesa in Val Ligoncio ed al rifugio Omio avviene sfruttando una cengia esposta ed attrezzata (attenzione, quindi). Raggiunto il circo alto della Val Ligoncio, procediamo scendendo un facile versante (segnavia) fino ad intercettare il sentiero che, percorso verso sinistra, attraversa alcuni valloncelli e con qualche saliscendi porta al rifugio Omio (m. 2100).

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CEVO-CERVISO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cevo-Ceresolo-Cerviso
2 h e 30 min.
820
E
SINTESI. Saliamo lungo la provinciale della Val Masino e, dopo una galleria paramassi, alla località Ponte del Baffo lasciamola prendendo a sinistra, superando il ponte sul torrente Masino e, dopo pochi tornanti, raggiungendo Cevo (m. 700), dove parcheggiamo, raggiungendo a piedi il limite opposto del paese (nord). Qui parte una mulattiera che scende verso nord ad un ponticello sul torrente Carvocco e sul lato opposto prosegue volgendo a sinistra (ovest) ed inizia a risalire il versante settentrionale (di destra, per chi sale) della Valle di Spluga, raggiungendo il nucleo di Ceresolo (m.1041). Qui non proseguiamo diritti seguendo le indicazioni per i laghi, ma cerchiamo sulla destra (per chi sale, direzione est-nord-est), alle spalle di una delle prime baite, la mulattiera, segnalata da bolli color arancio, che risale, sempre ben visibile, il largo e selvaggio vallone posto a nord-est di Ceresolo. Il sentiero sale ripido fino alla parte alta del vallone, dove questo va restringendosi, fino a raggiungerela conca che ospita le baite di Cerviso bassa, poste, a quota 1381. Qui pieghiamo a sinistra (nord-ovest), lasciamo alle spalle le baite, aggiriamo a sinistra una fasciadi baite e raggiungiamo le baite di Cerviso alta (m. 1480).

Ma torniamo nel cuore della Valle di Spluga. È necessario ora completare l’esposizione del principale itinerario escursionistico con l’aggiunta di tre varianti principali, cui si è già accennato nella relazione. La prima ha come meta Cerviso. Torniamo, quindi, a Ceresolo. Cerchiamo sulla destra (per chi sale), alle spalle di una delle prime baite, la mulattiera, segnalata da bolli color arancio, che risale, sempre ben visibile, il largo e selvaggio vallone posto a nord-est di Ceresolo. E', questa, una montagna che incute timore: la sua asprezza sembra non regalare nessuna lusinga all'escursionista che vi si addentri, soprattutto nelle stagioni autunnale, invernale e primaverile.
Il sentiero sale ripido fino alla parte alta del vallone, dove questo va restringendosi, fino a raggiungere le baite di Cerviso bassa, poste, a quota 1381, sul largo crinale che separa la valle di Spluga dal solco principale della Val Masino. Procediamo, quindi, piegando a sinistra: raggiungiamo, così, le baite di Cerviso, lasciando alla nostra destra una fascia di massi che scende da una formazione rocciosa dall’aspetto arcano e suggestivo. Qui troviamo il sentiero che prosegue nella salita, aggirando a sinistra la fascia di rocce e guadagnando i 1480 metri delle baite di Cerviso alta, poste al limite inferiore di un ampio prato.
La solitudine di questi luoghi ha qualcosa di inquietante e, insieme, di affascinante. Possiamo proseguire ancora: sul limite superiore del prato il sentierino, infatti, riparte, salendo lungo il crinale di un dosso che va restringendosi, finché, intorno a quota 1700, si riduce ad una stretta fascia di rocce. Il sentiero prosegue sul fianco destro del crinale, e, superata una bocchettina, conduce all'alpe Cavislone ("cavislùn"), sul versante settentrionale della Valle di Spluga: è però sconsigliabile cercare di effettuare la traversata, perché se si perde la traccia di sentiero, si rischia di perdersi in luoghi fra i più aspri e dirupati della Val Masino. Possiamo, quindi, considerarci paghi di questa bella escursione che, in tre ore circa (superati circa 1000 metri di dislivello), da Cevo ci ha portato adun incontro con la montagna meno nota, ma non meno affascinante.

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CEVO-BOCCHETTA DELLA MERDAROLA-BOCCHETTA DI MEDACCIO-RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-casera Spluga-Casera di desenigo-Bocchetta della Merdarola-Bocchetta di Medaccio-Rifugio Omio
7 h
1130 m.
EE
SINTESI. Saliamo lungo la provinciale della Val Masino e, dopo una galleria paramassi, alla località Ponte del Baffo lasciamola prendendo a sinistra, superando il ponte sul torrente Masino e, dopo pochi tornanti, raggiungendo Cevo (m. 700), dove parcheggiamo, raggiungendo a piedi il limite opposto del paese (nord). Qui parte una mulattiera che scende verso nord ad un ponticello sul torrente Carvocco e sul lato opposto prosegue volgendo a sinistra (ovest) ed inizia a risalire il versante settentrionale (di destra, per chi sale) della Valle di Spluga, raggiungendo il nucleo di Ceresolo (m.1041). Seguendo le indicazioni per i laghi, superiamo un antico pascolo rimboschito ed imbocchiamo un sentiero che attraversa un corpo franoso. Attraversiamo il torrente Cavislone e lo lasciamo alla nostra destra, raggiungendo, quindi, le baite abbandonate della Corte del Dosso ("córt dal dòs"), a 1460 m. Sulla prima baita troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi, con la numerazione “22”. Passiamo a sinistra delle baite e saliamo ancora verso nord-nord-est, portandoci la fascia dei prati della Corte di Cevo (m. 1760), dove troviamo alcune baite e, sulla nostra sinistra, una casera ancora utilizzata. Salendo diritti a destra della casera, entriamo per l’ultima volta in una fascia boscosa, ed usciamo poco sotto la prima Casera di Spluga, a quota 1939. Poco prima dell'uscita dal bosco lasciamo però il sentiero per i laghi di Spluga prendendo a destra in corrispondenza di un casello diroccato e cercando, sul limite del bosco, la partenza del sentiero che sale gradualmente nel bosco, per poi uscirne poco sotto la casera di Cavislone (m. 1987), nella valle omonima, laterale di nord-est della valle di Spluga. Proseguiamo la salita, su traccia di sentiero, o a vista: appena oltre il bordo del dosso successivo, troviamo una seconda e più grande casera, posta a quota 2148, a nord della prima. Dobbiamo, ora, sormontare un secondo dosso, procedendo, sempre su labile traccia o a vista, sempre in direzione nord, rimanendo sul margine di una fascia di massi che resta alla nostra destra. Rimanendo alla sua sinistra giungiamo in vista di un evidente panettone erboso, la quota 2278, e risaliamo il suo fianco sinistro (occidentale), giungendo alle spalle della sua cima arrotondata, sormontata da un grande ometto. Proseguiamo prendendo leggermente a destra ed attraversando il lembo orientale (sinistro) di un’ampia fascia di massi, per poi riguadagnare il terreno erboso e lasciare il corpo principale della fascia alla nostra destra. Un ulteriore strappo ci porta a guadagnare la sommità di uno sperone roccioso, ben visibile già dalla quota 2278. Qui giunti, ci troviamo, ad una quota di 2380 metri, proprio ai piedi della larga fascia di pascoli che, salendo, si restringe fino alla porta della bocchetta (riconoscibile perché è l'unica sezione del crinale raggiunta da una lingua di pascolo. Rrisaliamo il ripido canalone erboso su traccia di sentiero, fino alla bocchetta della Merdarola (m. 2515). Scendiamo verso sinistra seguendo un canalone di sfasciumi (attenzione), ne usciamo piegando a destra e scendiamo in alta Valle delal Merdarola tendendo leggermente a sinistra (ovest-nord-ovest) fino ad un ripiano. Scendiamo ancora sul suo fianco sinistro e procediamo a vista puntando alla mediana delle tre casere della Valle della Merdarola (m. 2050). Qui giunti, prendiamo a sinistra seguendo una debole traccia che ci porta alla terza baita (m. 2053). Proseguiamo seguendo i segnavia che ci permettono di superare agevolmente la fascia di grandi massi che precede la bocchetta di Medaccio (m. 2303), e raggiungendo il suo limite superiore. Dobbiamo ora scendere nel canalino della bocchetta, con cautela ed attenzione, per la presenza di terriccio e sassi mobili sulla traccia che lo percorre. Raggiunto il piede della bocchetta, proseguiamo con attenzione seguendo i segnavia rosso-bianco-rossi, che ci fanno piegare a sinistra, in una zona dove, talora, si può trovare anche un piccolo nevaio. Aggiriamo così a monte una grande isola di granito (ben visibile a chi sale alla Omio per il sentiero tradizionale, ma che appare, vista da qui, un promontorio erboso), per poi scendere ed aggirare ai piedi una seconda grande placca rocciosa. Procedendo verso nord-nord-ovest ci avviciniamo quindi gradualmente alla meta, già visibile dalla bocchetta, il rifugio Omio (m. 2100), che raggiungiamo facilmente, dopo qualche saliscendi e dopo aver attraversato numerosi torrentelli.


Apri qui una panoramica dalla Valle della Merdarola

Esaminiamo, ora, la seconda variante, che ha come meta la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn", o anche "bochèta do cavislùn" e "bochél da merdaröla") e parte dalla quota di circa 1900 metri (segnalata solo da un ometto: non ci sono segnavia), poco al di sotto della più bassa delle casere di Spluga, cioè poco prima che il sentiero per l’alta valle esca dall’ultima fascia di bosco. Al casello diroccato già menzionato si prende a destra, cercando, sul limite del bosco, la partenza del sentiero che sale gradualmente nel bosco, per poi uscirne poco sotto la casera di Cavislone ("casèra de cavislùn", m. 1987), nella valle omonima, laterale di nord-est della valle di Spluga.
Qui la solitudine la fa veramente da padrone: ben difficilmente, infatti, troveremo anima viva. Proseguiamo la salita, su traccia di sentiero, o a vista: appena oltre il bordo del dosso successivo, troviamo una seconda e più grande casera, posta a quota 2148, a nord della prima. Dobbiamo, ora, sormontare un secondo dosso, procedendo, sempre su labile traccia o a vista, sempre in direzione nord, rimanendo sul margine di una fascia di massi che resta alla nostra destra. Non è l’unico percorso possibile: la carta IGM ne segnala uno che aggira la medesima fascia sul lato opposto. Rimanendo alla sua sinistra, comunque, giungiamo in vista di un evidente panettone erboso, la quota 2278, e risaliamo il suo fianco sinistro (occidentale), giungendo alle spalle della sua cima arrotondata, sormontata da un grande ometto. La meta è la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"): si tratta di una depressione poco marcata sulla costiera Cavislone-Merdarola, facilmente riconoscibile, però, perché è l’unico punto della costiera raggiunto da una lingua erbosa.
Proseguiamo prendendo leggermente a destra ed attraversando il lembo orientale (sinistro) di un’ampia fascia di massi, per poi riguadagnare il terreno erboso e lasciare il corpo principale della fascia alla nostra destra. Un ulteriore strappo ci porta a guadagnare la sommità di uno sperone roccioso, ben visibile già dalla quota 2278. Qui giunti, ci troviamo, ad una quota di 2380 metri, proprio ai piedi della larga fascia di pascoli che, salendo, si restringe fino alla porta della bocchetta. Alla nostra sinistra possiamo osservare la piccola dorsale rocciosa che delimita ad ovest la valle di Cavislone, e che viene denominata "sas da la cöna". Seguendo una debole traccia di sentiero, risaliamo il ripido canalone erboso, fino alla bocchetta della Merdarola.
Gli scenari che abbiamo attraversato ci hanno già regalato ampie emozioni, ma il panorama che si apre ora dai 2515 metri di questa stupenda porta ci lascia senza fiato: dalla bocchetta si apre un ampio scorcio della sezione orientale del gruppo del Masino. Distinguiamo, da sinistra, il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge, i pizzi dell’Oro, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn), o Barbacane (da un termine di origine persiana che significa "balcone"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), la punta Torelli ed i pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Siamo in cammino da circa 5-6 ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in salita di 1850 metri.
Se abbiamo due giorni a disposizione, possiamo completare l’escursione effettuando un’elegantissima traversata al rifugio Omio per la Valle della Merdarola e la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa). La discesa dalla Bocchetta della Merdarola all’alta valle omonima avviene sfruttando il corridoio naturale che si apre su questa versante fra il fianco della costiera della Merdarola ed uno sperone roccioso parallelo. Si tratta di un canalone un po’ ripido ed occupato da sfasciumi: si impone, quindi, una grande attenzione, anche se non ci sono passaggi esposti: l’unico pericolo, peraltro da non sottovalutare, è costituito dai sassi mobili.
Raggiunta un’ampia fascia di massi ai piedi della bocchetta, proseguiamo la discesa a vista (non ci sono segnavia, come già detto, né sull’uno né sull’altro versante), assumendo una direttrice iniziale nord-nord-est, poi nord: ben presto giungiamo in vista di una casera, che dobbiamo raggiungere proseguendo a vista. È la baita intermedia di tre baite poste in diagonale nell’alta Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), ed è posta a quota 1942 m. Qui troviamo un sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi: seguendolo in direzione della terza e più alta baita, ci portiamo nei pressi dell’evidente depressione della bocchetta di Medaccio, che separa la Valle della Merdarola dalla val Ligoncio.
Superata una fascia di massi, possiamo calarci nel canalone della bocchetta di Medaccio, posta a quota 2303, con qualche cautela, ma senza grossi problemi. Il resto della traversata al rifugio Omio, che vediamo già davanti a noi, è dettato dai segnavia, che non dobbiamo mai perdere di vista. La traversata Cevo-Omio richiede circa 9 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello complessivo di 2050 metri.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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ANELLO DEL COLINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Cevo-Ceresolo-Corte di Cevo-Casera Spluga-Passo Colino orientale-Casera del Colino-Ledino-Poira-Caspano-Cevo
10 h
1750 m.
E

Ecco, infine, la terza variante, che passa per il passo del Colino orientale (anello del Colino). Imboccato il sentiero per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza), oltre il lago superiore di Spluga, continuiamo a seguire i segnavia rosso-bianco-rossi, senza deviare a destra per il passo. Proseguiamo, quindi, non verso ovest, ma verso sud-est, per aggirare lo sperone roccioso che dalla cima del Desenigo scende in direzione est. Risalito un breve versante che costituisce la propaggine dello sperone, ci ritroviamo nella parte alta di un’ampia conca. Sempre seguendo i segnavia ed una labile traccia di sentiero, effettuiamo la traversata della conca, oltrepassando un largo vallone, per poi cominciare a piegare a destra, per balze di roccette e pascoli.
Descritto un ampio semicerchio, ci troviamo ai piedi del passo senza nome di quota 2414, che dà accesso all’alta Val Toate, sul limite orientale della Costiera dei Cech: potremmo chiamarlo passo del Colino orientale. È, infatti, posto di fronte al più alto passo denominato passo del Colino (m. 2630), collocato sul versante opposto (occidentale) dell’alta Val Toate. Si tratta di una porta d’accesso alla Valle dei Ratti.
Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro, tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto: la piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione, oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi. Dal passo di Colino occidentale si può scendere all’alpe Primalpia ed al bivacco omonimo, in Valle dei Ratti, oppure rientrare, scendendo per un ampio vallone e risalendo sulla sinistra, nella Costiera dei Cech per il passo di Visogno, a monte del bivacco Bottani Cornaggia, che si raggiunge poi facilmente seguendo i segnavia.
Noi, però, raccontiamo come concludere una possibile escursione di un giorno. Dal passo di Colino orientale, che abbiamo raggiunto in circa 5 ore e mezza di cammino da Cevo (il dislivello è di 1750 metri), scendiamo, seguendo i segnavia, nell’alta Val Toate: dopo un primo tratto in cui si distingue una traccia di sentiero, fino ai piedi del passo, la traccia tende a perdersi. Pieghiamo allora a sinistra, superiamo una fascia di massi, poi seguiamo un ampio dosso erboso, traversando, infine, verso destra, fino a raggiungere l’unica baita dell’alta valle, la baita Colino, a 1937 metri. La successiva discesa all’alpe Pecc' (m. 1613) ed al maggengo di Ledino (m. 1232) avviene su un comodo sentiero segnalato. A Ledino troviamo, infine, una pista che conduce a Poira, dove parte la strada asfaltata per Roncaglia e Caspano. Da Caspano, per la strada di Valportola, si torna, infine, a Cevo dopo circa 10 ore di cammino.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere


1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

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CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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