CARTE DEI PERCORSI 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8


Valle dell'Oro vista dal passo Barbacan

Bagni di Masino-Rif. Omio

Rifugio Omio

Il rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio) venne edificato nel 1937 dalla Società Escursionisti Milanesi edintitolato alla memoria di Antonio Omio, una delle sei vittime morte assiderate nella tragica discesa dalla punta Rasica (in Valle di Zocca) del 16 settembre 1935. Una targa all'ingresso le ricorda tutte: Nella Verga, Antonio Omio, Giuseppe Marzorati, Pietro Sangiovanni, Mario Del Grande e Vittorio Guidali. Di tutti si dice: in novissimo die resurrecturi, cioè destinati a risorgere l'ultimo giorno. Una targa posta su un masso vicino ricorda, invece, Bongio Luigi (Buin), scomparso il 2 giugno 1992. L'edificio del rifugio fu, poi, incendiato dalle forze nazifasciste nel 1944, perché veniva utilizzato come punto di appoggio dalle forze partigiane; venne, infine, ricostruito nel 1948 e ristrutturato nel 1970 e nel 1997. Si trova nel cuore della Valle dell'Oro. Con la denominazione di Valle dell’Oro (val dè l'òr) ci si riferisce solitamente al grande anfiteatro che si apre allo sguardo di chi raggiunge i Bagni di Màsino, e che comprende, nella parte settentrionale (di destra) la Valle dell’Oro propriamente detta (munt dè l'òr), in quella meridionale (di sinistra) la val Ligoncio (munt dò ligùnc'). Il termine non si riferisce al prezioso metallo, ma alla radice "ör", che significa "orlo", cioè terrazzo o anche limite dei pascoli che si affaccia su un dirupo.



Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

BAGNI DI MASINO-RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Rif. Omio
2 h e 30 min.
930
E
SINTESI. All'altezza di Ardenno, dopo il ponte degli archi, ci stacchiamo dalla ss 38 sulla sinistra (per chi proviene da Milano) e saliamo in Val Masino. Superate Cataeggio, Filorera e S. Martino, saliamo fino al termine della provinciale, raggiungendo i Bagni di Masino (m. 1172). Dopo aver parcheggiato nel parcheggio interno, a pagamento, ci incamminiamo lungo il sentiero che parte nei pressi dell’edificio dei Bagni di Masino; ignorata la deviazione a destra, segnalata, per la Gianetti, superiamo, su un ponticello, il torrente, e puntiamo in direzione del bosco, dove, ignorato il sentiero che procede diritto, prendiamo la mulattiera segnalata che sale verso destra ed inizia la salita, con una pendenza sempre piuttosto impegnativa, verso nord-ovest e nord, in una faggeta, dalla quale usciamo al bel poggio del pian del Fango (m. 1590). Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita verso ovest, in una fresca pecceta, fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. Oltrepassata una fascia di enormi massi, pieghiamo a sinistra, attraversiamo un torrentello e cominciamo a risalire, verso ovest, fra balze e lastroni. La traccia di sentiero, segnalata dai segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, che porta al rifugio Omio (m. 2100).

Per raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza di Ardenno: oltrepassate Cataeggio ("cataöcc") e San Martino ("san martìn"), la strada risale la bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente Màsino (punt dai bàgn), oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare a pagamento, in un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare parcheggio altrove).

Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni (i bàgn véc'), costruito nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni (l’albergo nöf dei bagn), unito al vecchio edificio da una passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto, sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la Valle della Merdarola ("val da merdaröla"). A nord, invece, si trova la valle più ampia e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la Val Porcellizzo (val do porsceléc'). Ad ovest, infine, ecco la valle dell’Oro, l’unica che, nella sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa) e Fiorelli, sulla costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè la val Ligoncio).
Esiste una consolidata tradizione secondo la quale proprio da qui deve iniziare la stagione escursionisticadegli amanti di questi scenari di incomparabile bellezza: la salita alla capanna Omio è, infatti, la meno faticosa delle tre escursioni che hanno come meta i più famosi rifugi di val Màsino (i rimanenti due sono la capanna Gianetti ed i rifugi Allievi-Bonacossa). Ciascuno si regoli come meglio crede. Se non vogliamo discostarci da questa norma, incamminiamoci lungo il sentiero che, ignorata la deviazione segnalata per la Gianetti (presso la quale, sulla sinistra, su un enorme abete, si vede ancora il cartello con una vecchia indicazione per i rifugi Omio e Gianetti, che dà il primo ad una quota di 2003 metri, sottostimata di un centinaio di metri), supera su un ponticello il torrente (punt da sgèra), punta in direzione del bosco, attraversando una fascia di pascoli e ghiaione chiamata "èl chignö". Prima di raggiungere il margine del bosco, possiamo piegare a destra, seguendo un sentierino che, dopo pochi metri, ci porta ad una bella cascata del torrente che scende dalla Val Porcellizzo (il fiöm da porsceléc').
Tornati sui nostri passi, ci portiamo all'ingresso del bosco, dove troviamo subito un bivio: il sentiero che prosegue diritto è il senté dò ligunc', mentre quello, più largo, che piega a destra è il senté dè l'òr. Seguendo le indicazioni per il rifugio Omio, prendiamo a destra. Iniziamo, così, a salire con una pendenza sempre piuttosto impegnativa, nella cornice di una splendida faggeta. Sotto i nostri piedi sfilano gli innumerevoli massi affioranti, levigati per il passaggio di tanti alpigiani ed escursionisti. Una curiosità geologica: non si tratta, è facile accorgersene, del granito, signore del gruppo del Masino, ma del serpentino, che in questo angolo della valle fa, si può ben dirlo, da intruso inatteso. Stiamo risalendo il fianco settentrionale della valle, ed usciamo ad una prima più modesta radura, per poi raggiungere, ignorate alcune deviazioni a destra, dopo circa tre quarti d’ora di cammino, il bel poggio costituito dal pian del Fango (córt dai fènch, m. 1590). Questa radura acquitrinosa costituisce non solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto un ottimo osservatorio sull'angolo meridionale dell'anfitreatro dell'Oro (Val Ligoncio), alla nostra sinistra, ma anche sulla sorella maggiore, la Val Porcellizzo, della quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile (badì) e Cengalo (cìngol, dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia) in evidenza.


Salendo in Valle dell'Oro

Ignoriamo la deviazione, a destra (segnalata da un cartello presso una baita) per l'alpe Sceroia (sentiero Life delle Alpi Retiche) e rientriamo nel bosco, proseguendo nella ripida salita in una fresca pecceta, fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. All'uscita dal bosco, che è denominato, nell'ultima parte, il "làres", troviamo, sulla sinistra, una deviazione che scende ad una costruzione ricavata sotto un enorme macigno (caduto nel 1963 dal versante alla nostra destra, che separa i pascoli dell'Oro dalla Sceroia), la "casèra de l'òr". Dobbiamo, quindi, superare una breve fascia costituita da enormi massi, sotto il più grande dei quali osserviamo un ricovero per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti della già citata frana ciclopica che scese, nel 1963, dalla costiera che separa l'alpe dell'Oro dall'alpe Sceroia (Val Porcellizzo) e che uccise un pastore e molti capi di bestiame.
Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Ecco come ne descrive, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, la tempra e le durissime condizioni di vita (riferite alla fine degli anni cinquanta del novecento) lo storico Giustino Fortunato Orsini: "Questi, imperterriti e saldi come la roccia del monte, in mezzo alla tormenta e sotto l'imperversare delle saette e di furiosi temporali, sulle alpi più impervie ancora affrontano le più dure fatiche del pastore, in una vita primitiva, tutta rinunce e privazioni. La sporgenza di un roccione sostituisce spesso la baita regolare; per altro lo stare fradici di pioggia per una settimana, o bruciati dal sole per l'intera giornata è cosa da nulla per questi mirabili eroi della montagna, ai quali un lacero boricco basta come riparo dal gelo."
Vale la pena di leggere anche quanto annota Dario Benetti, in "I pascoli e gli insediamenti di alta quota" (articolo di "Sondrio e il suo territorio", pubblicato da Intesa BCI nel 2001): "L'alpe dell'Oro in alta Val Masino evidenzia i caratteri arcaici di una vallata che non aveva sbocchi significativi dal punto di vista delle vie commerciali: tipico di questa valle è il camer, una casera che utilizza un enorme masso come copertura".
L'alpe dell'Oro, peraltro, è, dopo quelle del Porcellizzo e del Ferro, la più ricca della Val Masino: possesso del comune di Cino, permetteva di caricare 110 capi di bestiame. La gemella alpe del Ligoncio, sul medesimo circo glaciale, ma più a sud (sinistra), proprietà di alcune famiglie di Roncaglia, permetteva di caricare anch'essa 110 capi di bestiame.
Oltre i massi, attraversiamo un torrentello ecominciamo a risalire le ampie balze che ci separano dal rifugio. I caratteristici dossi erbosi che stiamo risalendo, per la loro forma a schiena di cavallo, sono denominati "cavài". La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire. La capanna è là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente ristorarci e riposarci al rifugio Omio (capàna dè l'òr o capàna òmio).
Suggestivo e particolare è il panorama di cui si gode dal rifugio. Volgiamo le spalle alla capanna: davanti a noi, guardando verso nord-est, appena a destra della costiera del Barbacan, occhieggia una serie di cime che quasi fanno a gara per conquistarsi un posto sul palcoscenico del panorama. Il pizzo del Ferro occidentale, innanzitutto, e poi la severa costiera che chiude ad est la Val Porcellizzo, dal pizzo Porcellizzo alla cima del Cavalcorto (cavalcùrt); segue, in secondo piano, il monte Disgrazia (desgràzia) ed i Corni bruciati, che sbucano appena dalla costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Val di Mello (val da mèl) e Valle di Preda Rossa (val da préda ròsa). In basso, invece, ad est, il panorama sulla valle dei Bagni è ampio e suggestivo. Volgendo lo sguardo ancor più a destra, superato un breve spicchio della catena orobica centrale, possiamo passare in rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo ben più severo ed arcigno. Fanno eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (medàsc, da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa, m. 2350) e Fiorelli (dedicata alla guida Giovanni Fiorelli, che per prima, con il cliente C. Savonitto, la salì nel 1901; m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio, scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del Calvo (o monte Spluga, sciöma del munt splüga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. Seguono, a sud del rifugio, il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale. A sud-ovest del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio (ligùnc'), la più alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (uno dei più antichi toponimi valtellinesi, dalla radice ligure o celtica "arn", che significa "acqua"; detta anche val Spazza, o ancora Spassato, laterale della val Codera).
Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge (m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio ("pas dò ligùnc"). A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano (m. 2610). A nord del rifugio, infine, ecco la lunga costiera del Barbacan (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), che dall’omonima cima (sciöma dò barbacàn, m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro, di Averta - dal dialettale "avert", cioè aperto - e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497), che appare un ardito torrione, visto dai Bagni, mentre da qui non si distingue neppure dal corpo della costiera.
La valle dell’Oro non può competere, quanto ad interesse alpinistico, con la Val Porcellizzo, anche le ascensioni alla punta della Sfinge ed alla punta Milano sono dei classici (l’ascensione al pizzo Ligoncio, invece, è più facile, ma va anch’essa affrontata con l’ausilio di una guida).


Panorama dal rifugio Omio

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RIFUGIO OMIO-VALLE DELLA MERDAROLA-VALLE DI SPLUGA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Bocchetta di Medaccio-Bocchetta della Mardarola-Cevo
7 h
630
E
SINTESI. A sinistra del rifugio Omio (m. 2100), per chi guarda a monte, sono posti i cartelli che segnalano la partenza di diversi sentieri (Dario di Paolo nord e sud, LIFE delle alpi retiche e sentiero che traversa alla valle della Merdarola). Seguiamo le indicazioni per la valle della Merdarola ed i Bagni di Masino, imboccando il sentiero più basso, che traversa il circo mediano della Val Ligoncio, attraversando diversi valloncelli, in direzione sud-sud-est, puntando una singolare formazione rocciosa, che supera passando per il suo erboso terrazzo sommitale, per pi avvicinarsi al netto intaglio della bocchetta di Medaccio. Attraversato un nevaietto, siamo ai piedi del canalino che risaliamo zigzagando (segnavia), fino alla sua sommità (bocchetta di Medaccio, m. 2303), che si affaccia all'alto circo della Valle della Merdarola. Sempre seguendo i segnavia procediamo verso est, attraversando un corpo franoso e portandoci ad una debole traccia che, volgendo leggermente a sinistra, scende fra facili balze in direzione delle tre allienate baite della Mardarola. Superata quella superiore, ci portiamo a quella mediana e proseguiamo in direzione di quella inferiore (m. 1959). Poco prima di raggiungerla lasciamo il sentiero e con esso i segnavia, cominciando a salire a vista verso destra (sud-sud-est), su traccia debole e discontinua. Sempre tendendo leggermente a sinistra, superiamo un primo dosso e poi un gradino roccioso, sormontando qualche facile roccetta e raggiungendo un piccolo pianoro a quota 2300 circa. Non ci resta che superare, verso sud-est, un’ultima fascia di massi, prima di raggiungere l’imbocco del canalino (che dal basso non si vade perché è posto di traverso e sale verso sinistra). Non ci sono reali pericoli, in assenza di neve e ghiaccio, perché non c’è alcun passaggio esposto, visto che il canalino è chiuso dai due lati. Alla fine, a quota 2515, siamo alla bocchetta della Merdarola: sotto di noi, la parte alta della valle di Cavislone. Scendiamo verso sud, seguendo una traccia di sentiero, su un declivio erboso ripido. Procediamo diritti fino a circa 2380 metri, avvicinandoci al limite destro di una grande conca occupata da massi di tutte le dimensioni. Qui, per aggirare un salto roccioso, dobbiamo piegare a sinistra e poi di nuovo a destra, per scendere fino a quota 2280, sul limite destro della grande ganda. Senza addentrarci nel ginepraio di massi, lo aggiriamo sulla destra e giungiamo in vista di un curioso panettone erboso, che ha sulla cima, a quota 2280, un grande ometto. Scendendo a destra del panettone, troviamo una traccia di sentiero che punta a sinistra e, raggiunto il filo di un piccolo dosso, scende tranquillamente alla casera più alta. Scendiamo ancora verso sud, alla più bassa Casera di Cavislone (m. 2062), dalla quale parte un sentiero (se non lo vediamo subito, per l’alta vegetazione, scendiamo leggermente verso destra, in direzione di un grande larice: lo troveremo) che effettua una traversata, quasi pianeggiante, verso destra (ovest-sud-ovest), uscendo dal bosco e raggiungendo il rudere di un baitello. Qui, dopo lunga assenza, ecco di nuovo i segnavia: abbiamo, infatti, intercettato il sentiero che da Cevo risale la Valle di Spluga portando ai laghi di Spluga. Lo seguiamo scendendo lungo la valle. Nel primo ripido tratto attraversiamo alcune belle macchie di conifere, oltrepassando la Corte di Cevo (córt dè cèf, m. 1769). Poi, raggiunta la Corte del Dosso (córt dal dòs, m. 1450), la discesa prosegue, più monotona, sempre sul lato sinistro della valle, fino alle baite di Ceresolo (Sceresö, m.1041). Da qui una bella mulattiera ci fa scendere al ponte che, a quota 700 metri circa, ci porta sul lato opposto della valle, dove, oltrepassata la nuova centralina elettrica, giungiamo alle porte di Cevo.

Tuttavia gli amanti delle traversate troveranno qui molte più possibilità di quante ve ne siano nella più illustre vicina. Infatti la valle dell’Oro confina con diverse valli (Merdarola, di Spluga, dei Ratti, Spassato, Averta e Porcellizzo), ed a tutte si può accedere valicando passi interessanti. Un cartello a sinistra del rifugio ne indica alcune, dando il passo della Vedretta a 2 ore e 30 minuti, il passo del Calvo a 2 ore e 45 minuti, il passo Ligoncio ad un'ora e 30 minuti ed il rifugio Brasca (raggiungibile proseguendo la discesa dal passo Ligoncio) a 4 ore.
Non viene fatta menzione della possibile traversata alla Valle della Merdarola (val da merdaröla), cui si accede seguendo un sentiero segnalato che parte dalla sinistra del rifugio, traversa la val Ligoncio (passando a monte di alcune caratteristiche ed enormi placche rocciose), e risale il canalino della bocchetta di Medaccio, che dà accesso alla valle. Attenzione, però: il rimanente percorso per scendere ai Bagni (che taglia la valle un diagonale fino alla casera più bassa, per poi scendere in una fascia di ontani) non è facile da individuare, ed è sconsigliabile se non lo si è già percorso in salita.
Messo piede in Valle della Merdarola, potremmo, però, traversare alla Valle di Spluga
per la bocchetta della Merdarola. Vediamo come. Dalla bocchetta di Medaccio scendiamo, seguendo i segnavia, alla terza e più alta delle tre baite della Mardarola, quindi, su traccia di sentiero, alla seconda ed infine alla prima e più bassa (m. 1959).
Da qui, guardando verso la testata della valle,
possiamo distinguere l’intaglio su cui è posta la bocchetta della Merdarola, quasi diritta di fronte a noi. Bisogna tener presente che non si tratta di un intaglio che scende dalla costiera come se fosse la scala che troviamo sulla facciata di un palazzo. Immaginiamolo, invece, come una scala esterna di una casa, dalla quale si sale dal livello del suolo alla porta d’ingresso, posta più in alto: salendo, non abbiamo la parete di fronte a noi, ma sulla nostra destra. Le scale hanno, sul lato opposto, una ringhiera: similmente, il canalino che porta alla bocchetta è riparato, sul lato opposto a quello del fianco roccioso della testata, da una crestina secondaria, che si stacca da quella principale e scende parallelamente ad essa. Sulla base di queste indicazioni, riconosciamo ora il canalino, anche se, visto da qui, appare ancora difficilmente sormontabile. Saliamo, dunque, su un terreno che alterna gli ultimi magri pascoli ai massi, e, tendendo leggermente a sinistra, superiamo un primo dosso e poi un gradino roccioso, sormontando qualche facile roccetta e raggiungendo un piccolo pianoro a quota 2300 circa: si tratta di un terrazzo estremamente panoramico, ed una sosta, prima di affrontare gli ultimi sforzi, non potrebbe trovare luogo migliore. Ora le cime del gruppo del Masino ci stanno tutte dinanzi agli occhi.
Non ci resta che superare un’ultima fascia di massi, su una dorsale chiamata ör da tràpola (con probabile riferimento ale trappole che venivano un tempo collocate per catturare la selvaggina), prima di raggiungere l’imbocco del canalino, che si presenta migliore di quanto non apparisse da quote più basse. Una traccia lo risale, zigzagando. Non ci sono reali pericoli, in assenza di neve e ghiaccio, s’intende, perché non c’è alcun passaggio esposto, visto che il canalino è chiuso dai due lati. L’unico reale pericolo è costituito dal terriccio che tende a franare e dai massi malfermi, per cui bisogna salire lentamente, saggiando con attenzione i massi su cui posiamo mani o piedi. Alla fine, a quota 2515, la porta nella roccia (pàs do cavislùn): un torrente di luce ci investe ed uno scenario del tutto nuovo si apre, grandiosamente. Sotto di noi, la parte alta della valle di Cavislone (cavislùn), chiusa a sinistra dagli affilati artigli rocciosi del sàs dò cavislùn e dell'ör dò màza, ed a destra dalla dorsale del sàs dè la cöna. Oltre, la grande sinfonia delle Orobie centro-orientali, con, in primo piano, la Valle di Tartano. Oltre, intravediamo anche le cime dell’alta Val Brembana. Alle nostre spalle, dobbiamo salutare le superbe cime della Val Masino. Un’emozione che non si dimentica.
Scendere verso l’alpe Cavislone (munt dò cavislùn) non è un problema: alla bocchetta, infatti, giunge un ultimo lembo di pascolo, per cui dobbiamo solo seguire una traccia di sentiero su un declivio erboso ripido, ma non tanto da essere pericoloso. Scendiamo diritti fino a circa 2380 metri, alla parte dell'alpeggio chiamata "baitéi", avvicinandoci al limite destro di una grande conca occupata da massi di tutte le dimensioni. Qui, per aggirare un salto roccioso, dobbiamo piegare a sinistra e poi di nuovo a destra, per scendere fino a quota 2280, sul limite destro della grande ganda. Senza addentrarci nel ginepraio di massi, aggiriamolo sulla destra e giungiamo in vista di un curioso panettone erboso, che ha sulla cima, a quota 2280, un grande ometto. Salendo con pochi passi sulla cima, vediamo, sotto di noi, le due casere dell’alpe, quella più alta, di quota 2148, e quella più bassa, a quota 1980 (casèra dò cavislùn). Questo itinerario non segue quello tracciato, con linea puntinata, sulla carta Kompass, ma mi sembra il più facile. Scendendo a destra del panettone, troviamo una traccia di sentiero che punta a sinistra e, raggiunto il filo di un piccolo dosso, scende tranquillamente la parte del pascolo chiamata tèc', raggiungendo la casera più alta. Sulla nostra sinistra, poco sopra la casera, un’invitante bocchetta, chiamata pòrta dè colegàt, intagliata fra la sciöma do cavislùn, a sinistra, ed il sàs, a destra: se la curiosità ci vince e, superata una noiosa fascia di massi, saliamo ad essa, ci affacciamo alla selvaggia valéna dò teròz, che scende al terribile e pericoloso versante orientale della costiera che separa la Valle di Spluga (val splüga, di cui l’alpe Cavislone è una diramazione laterale) dal solco principale della Val Màsino. Che non ci punga vaghezza di scendere su questo versante: sarebbe assai pericoloso! Limitiamoci a gustare l'ottimo colpo d'occhio sul monte Disgrazia e sui Corni Bruciati.

La casera più alta è una bellissima baita; da qui proseguiamo la discesa, su traccia di sentiero, verso quella più bassa, alla cui sinistra è posta un’altra bocchetta, colonizzata da una fitta fascia di noccioli irridenti. Di qui passa un sentiero segnato con tratteggio rosso dalla carta Kompass (ma nelle carte più redenti il sentiero è stato declassato a traccia puntinata), che, sul versante opposto, scende all’alpeggio del Sasso Bianco e di qui, passando da Carponega, a Cataeggio (o, con un secondo ramo, a Cornolo -“còrnol”-). Stesso discorso di prima: che non ci venga in mente di avventurarci fra questi dirupi paurosi! Basta perdere il sentiero, per essere perduti. Oltretutto è un sentiero che si perde da sé. Dalla casera più bassa parte un sentiero (se non lo vediamo subito, per l’alta vegetazione, scendiamo leggermente verso destra, in direzione di un grande larice: lo troveremo) che effettua una traversata, quasi pianeggiante, verso destra, uscendo dal bosco e raggiungendo il rudere di un baitello. Qui, dopo lunga assenza, ecco di nuovo i segnavia! Abbiamo, infatti, intercettato il sentiero che da Cevo (cèf), il paesino posto all’imbocco della valle di Spluga, sale ai laghi dell’alta valle e poi si biforca, puntando al passo ad ovest della Torre di Bering (con accesso all’alta val Toate), a sinistra, ed al passo di Primalpia (con accesso alla Valle dei Ratti), a destra. Qui, se fossimo camminatori formidabili, potremmo sbizzarrirci nelle soluzioni.
Ma torniamo con i piedi per terra: siamo appena sotto la casera di Spluga, di quota 1939, e dobbiamo iniziare una lunga discesa, fino a Cevo. Nel primo ripido tratto attraversiamo alcune belle macchie di conifere, oltrepassando la Corte di Cevo (córt dè cèf, m. 1769). Poi, raggiunta la Corte del Dosso (córt dal dòs, m. 1450), la discesa prosegue, più monotona, sempre sul lato sinistro della valle, fino alle baite di Ceresolo (Sceresö, m.1041). Da qui una bella mulattiera ci fa scendere al ponte che, a quota 700 metri circa, ci porta sul lato opposto della valle, dove, oltrepassata la nuova centralina elettrica, giungiamo alle porte di Cevo, bellissimo paesino a cui sale una strada che si stacca sulla sinistra dalla ss. 404 della Val Masino, all’altezza del Ponte del Baffo. Siamo in cammino da circa 7 ore, ed abbiamo superato, in salita, 630 metri.

RIFUGIO OMIO-VALLE DI SPLUGA-RIFUGIO VOLTA (O BIVACCO PRIMALPIA, O CEVO)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo del Calvo-Passo di Spluga-Rif. Volta
5 h
620
E
Rif. Omio-Passo del Calvo-Passo di Primalpia-Biv. Primalpia
5 h
630
E
SINTESI. A sinistra del rifugio Omio (m. 2100), per chi guarda a monte, sono posti i cartelli che segnalano la partenza di diversi sentieri (Dario di Paolo nord e sud, LIFE delle Alpi Retiche e sentiero che traversa alla valle della Merdarola). Seguiamo le indicazioni del Sentiero LIFE (ma anche del nuovo sentiero Walter Bonatti), che per buon tratto coincide con quello per la valle della Merdarola ed i Bagni di Masino, imboccando il sentiero più basso, che traversa il circo mediano della Val Ligoncio, attraversando diversi valloncelli, in direzione sud-sud-est. Quando siamo oltre la metà della traversata verso la bocchetta di Medaccio, troviamo (segnavia) la segnalazione (ometto) di un bivio, lasciamo il sentiero per la Valle della Merdarola e saliamo a destra, seguendo i segnavia (su un masso troviamo la targhetta del Sentiero Life), lungo un facile declivio di massi e radi pascoli, verso sud. Ci portiamo in vista di una larga cengia (la cengia del Calvo) che taglia in diagonale, salendo verso sinistra, la parete della cima orientaloe del Calvo. La cengia, esposta ma abbastanza larga, è interamente servita da corde fisse e ci porta allo stretto intaglio della bocchetta o passo del Calvo (m 2700), per la quale scendiamo in alta Valle di Spluga, dopo un primo passaggio un po' delicato che ci introduce ad un ripido corridoio erboso. Segue una faticosa traversata fra grandi blocchi (segnavia) della parte terminale del circo dell'alta valle, che descrive un arco in senso antiorario e porta alla bocchetta o passo di Spluga (m. 2515), dove troviamo altre segnalazioni dei sentiero LIFE e Walter Bonatti, che anora per breve tratto si sovrappongono. Senza traversare al gemello passo di Primalpia, più a sud, prendiamo a destra e scendiamo in alta Valle dei Ratti, fra roccette e balze in qualche tratto esposte, fino ad un bivio segnalato: prendendo a destra scendiamo per un canalone ad intercettare il sentiero che, salendo verso destra e traversando a sinistra (nord-ovest) porta al rifugio Volta (m. 2212), mentre andando a sinistra scendiamo a destra del lago del Manzèl. Proseguiamo seguendo le indicazioni del sentiero Walter Bonatti, che ci fa passare sul lato opposto del vallone e, per balze e rocce esposta, ci fa affacciare all'ampia alpe Primalpia. Traversiamo per un buon tratto,restandoi alti, l'anfitreatro alto dell'alpe (dir. sud), poi pieghiamo a destra (dir. ovest) e scendiamo per facili balze al bivacco Primalpia (m. 1980).

Lago di Spluga

Alla valle di Spluga, invece, si accede per il passo del Calvo (m. 2700), culmine di una lunga cengia,recentemente attrezzata (nel contesto dei lavori per la messa in sicurezza del del Sentiero Life delle Alpi Retiche) che taglia la cima orientale del Calvo (m. 2879, ad est della cima occidentale, sopra menzionata). Per individuare il passo, guardiamo, dal rifugio, in alto a sinistra (direzione sud): vedremo la possente mole della cima orientale del Calvo, ed alla sua destra la più alta ma meno imponente cima occidentale. Ai piedi delle due cima, un nevaietto. Il sentiero Life passa appena sotto il nevaietto, prima di attaccare la cengia. Per salire al passo, possiamo seguire per un buon tratto il sentiero, sopra descritto, per la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa); raggiunto un ometto, lo lasciamo, salendo a vista lungo un facile versante, fino ad intercettare i segnavia bianco-rossi che ci guidano all'attacco della cengia attrezzata, risalita, con attenzione, la quale, siamo al passo, che guarda all'alta Valle di Spluga.
I segnavia guidano la successiva discesa nella valle, che avviene superando un primo canalino un po' insidioso, poi attraversando, in direzione sud-ovest, una noiosissima fascia di massi, che impongono di non allentare mai l'attenzione, fino alla sospirata ed ampia sella del passo o bocchetta di Spluga (m. 2515), che si affaccia sull'alta Val dei Ratti. Qui possiamo scegliere di traversare direttamente al rifugio Volta, di puntare al bivacco Primalpia o di scendere fino al fondo della Valle del Masino percorrendo l'intera valle di Spluga. Nel primo caso prendiamo a destra ed iniziamo a scendere fra roccette e facili balze in direzione ovest, nord-ovest e di nuovo ovest, tagliando l'alto circo terminale della Val dei Ratti ed intercettando, in corrispondenza dell'alpe Talamucca, il sentiero che dalla media valle sale al rifugio Volta (m. 2212).
Se invece scegliamo come meta il bivacco Primalpia, sempre in Val dei Ratti, dobbiamo traversare dal passo di Spluga a quello di Talamucca, seguendo un sentierino che procede verso sud, tagliando il ripido fianco dello spuntone di roccia immediatamente a sud del passo. Il sentierino taglia una fascia di pascoli e massi, portando in breve poco sotto la marcata sella del passo di Primalpia (m. 2476). Saliti in breve al passo, ci affacciamo ad un canalone che termina in una conca dove si trova un microlaghetto. Scesi al microlaghetto, proseguiamo affacciandoci ad un nuovo canalone alla cui base si trova un secondo e più ampio laghetto. Oltrepassato anche questo, proseguiamo nella discesa affacciandoci ad un terzo e più ampio canalone di massi e pascoli, che scendiamo, seguendo i segnavia, in direzione ovest-nord-ovest. I segnavia ci portano ad intercettare il già citato sentiero che dalla media Val dei Ratti sale al rifugio Volta. Prima di intercettarlo, però, dobbiamo prendere a sinistra, puntando un canalino intagliato nel versante roccioso e risalendolo, assistiti anche da corde fisse, fino ad affacciarci al fianco settentrionale dell'ampio anfiteatro dell'alpe Primalpia. Un sentierino, segnalato da segnavia, procede verso sud e taglia, quasi in piano, le balze dell'alpe, e termina al bivacco Primalpia (m. 1980), già ben visibile fin dall'inizio della traversata.
Dal passo di Spluga, infine, possiamo procedere scendendo l'intera valle di Spluga. In questo caso possiamo optare per una discesa diretta, su canalone un po' ostico, al sottostante lago superiore di Spluga (m. 2160), oppure, perdendo in tempo e guadagnando in tranquillità, portarci, come sopra descritto, al passo gemello di Primalpia, per poi prendere a sinistra ed iniziare una comoda discesa (direzione est) su un sentiero per la verità non sempre ben marcato, che termina presso la riva orientale del medesimo lago superiore di Spluga. Qui, seguendo i segnavia, traversiamo, in piano, tenendo il lato sinistro dell'alta valle (i laghetti più piccoli restano in basso, alla nostra destra), alla Casera di Spluga.

Superati alcuni corridoi, ci affacciamo al versante che scende alla prima Casera di Spluga quotata 1939 metri, nei pressi di un enorme e ben riconoscibile masso erratico. Fin qui non ci sono problemi di orientamento, perché procediamo all'aperto. Poi dobbiamo stare attenti a non perdere il sentiero: attraversiamo (direzione sud-est) una prima fascia boscosa, uscendone alle baite della Corte di Cevo (m. 1769). Scendendo sempre diritti i prati dell'alpe (siamo sempre sul lato sinistro della valle) rientriamo nel bosco (direzione sud-est), attraversiamo un torrentello ed usciamo ai prati della Corte del Dosso (m. 1450). Qui dobbiamo prestare attenzione perché, come dice il nome del maggengo, i prati sono sospesi su un salto di roccia, per cui dobbiamo attraversare l'intera fascia di baite e cercare sul lato opposto la ripertenza del sentiero, peraltro ben marcato, rientrando nel bosco per la monotona discesa che porta alla parte alta dei prati di Ceresolo (1041). Qui il sentiero diventa mulattiera e prosegue quasi intagliato sull'aspro fianco orientale della bassa Valle di Spluga. Dopo una sequenza di tornanti, ecco, infine, alla nostra destra il ponte che scavalca il torrente Cavrocco: sul lato opposto siamo al limite settentrionale di Cevo (m. 660), dove avremo fatto in modo che ci vengano a prendere (o avremo lasciato una seconda auto).

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RIFUGIO OMIO-PASSO DEL LIGONCIO-BIVACCO VALLI (RIFUGIO BRASCA) - SENT. DARIO DI PAOLO NORD

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo Ligoncio-Bivacco Valli-Rif. Brasca
5 h
475
EE
SINTESI. Pochi metri a sinistra (per chi guarda a monte) del rifugio Omio (m. 2100) i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra. Dopo poche decine di metri siamo al bivio segnalato nel quale i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (settentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente. Procediamo dunque salendo verso destra (sud-ovest) e ci portiamo alla base di un ampio vallone scalinato da una sequenza regolare di muri a secco costituiti da grandi blocchi di granito. Seguendo i segnavia risaliamo il vallone, in direzione ovest, per poi piegare a sinistra (direzione sud-ovest), lasciando alle nostre spalle un curiosissimo cocuzzolo costituito da placche di granito che sembrano disegnare un dorso di tartaruga. Traversiamo per un tratto fra roccette e magri pascoli, risaliamo un canalino a lato di un roccione, superiamo un tratto assistito da corde fisse e tagliamo la parte bassa di un impressionante scivolo di granito che vien giù diritto dal versante orientale del pizzo dell'Oro Meridionale (m. 2695), il vero protagonista, come vedremo, della traversata per il passo Ligoncio (m. 2585). Eccoci, così, poco sotto l'ampia spianata del passo. La traccia di sentiero, invece di puntare al cuore della spianata, prende a destra, zigzagando, ripida, in direzione del suo limite settentrionale. Qui giunti (m. 2557), ci accoglie il cartello del sentiero Dario di Paolo Nord. Ci affacciamo sulla Valle d'Arnasca e procediamo su una lunga ed esposta cengia intagliata sul versante del pizzo dell'Oro alla nostra destra (corde fisse). Dopo il primo tratto di traversata, per un buon tratto scendiamo, prima di piegare leggermente a sinistra e percorre l'ultimo traverso che ci conduce ad una stretta porta intagliata a sinistra di uno speroncino roccioso. Ci affacciamo ad un ripido canalino svasato verso il fondo e purtroppo spesso ingombro, fino a stagione avanzata, di neve gelata ed infida. Se questa non c'è, possiamo anche con molta prudenza scendere di lì, altrimenti conviene stare sul suo fianco sinistro, scendendo per roccette insidiose (ma anche qui le corde fisse ci traggono d'impaccio). Alla fine tocchiamo il circo della Valle d'Arnasca. Dobbiamo superare ancora qualche antipatico lastrone, ed alla nostra sinistra, ancora piuttosto distante e più in basso, distinguiamo facilmente un enorme masso erratico, il Sas Carlasc', che lo scatolone metallico del bivacco Valli (m. 1900). Puntiamo nella sua direzione, seguendo i segnavia per disegnare il tracciato più agevole, e, superati diversi corsi d'acqua, siamo finalmente al bivacco.


Clicca qui per aprire una panoramica della valle d'Arnasca

Alla Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) si scende per il passo Ligoncio (sentiero Dario di Paolo settentrionale), mentre il passo della Vedretta (sentiero Dario di Paolo meridionale) porta in alta Valle dei Ratti, traversando la quale si può raggiungere il rifugio Volta. ll sentiero Dario di Paolo, dedicato alla memoria del geologo-esploratore comasco morto in un tragico incidente stradale in Equador, il 14 agosto del 1992, lascia il rifugio Omio verso sinistra per chi guarda a monte (verso sud; un cartello segnala i sentieri Dario di Paolo nord e sud) e si divide ben presto in due rami: quello di sinistra prosegue per la bocchetta di Medaccio, quello di destra (il sentiero attrezzato Dario di Paolo) comincia a salire in diagonale, dividendosi, a sua volta, in due rami (il sinistro prosegue la diagonale verso il passo della Vedretta meridionale, che permette di scendere – con un primo tratto ostico, anche se servito da corde fisse – in alta val dei Ratti, mentre il destro sale diritto in direzione del Passo Ligoncio (pas dò ligùnc), che permette di scendere, dopo un lungo ed un po’ impressionante percorso su una cengia esposta – anche qui le corde fisse aiutano – e su un crinale di roccette, ai primi sassi della val Spassato, a monte del bivacco Valli).
Il passo Ligoncio era legato in passato ad una sorta di alone di mistero. Lasciamo la parola a Bruno Galli Valerio, valentissimo alpinista ed ottimo conoscitore, fra Ottocento e Novecento, delle montagne del gruppo del Masino: "Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco sulla Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le rocce a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo" (da B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci).
Oggi questi problemi non ci sono più: basta seguire i segnavia. Ma perchè è così difficile trovare il passo? Alcuni pastori lo spiegano al Galli Valerio: "Se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss...Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca" (ibidem, pg. 158; va però fatta una precisazione: il Liss è il Pizzo dell'Oro quotato, dalle carte di cui dispone il Galli Valerio, 2714, oggi riquotato 2695, ma Liss d'Arnasca - termine che deriva dal ligure o celtico “arn”, che significa “acqua” – cfr. “Arno” - è anche l'altro nome del Pizzo Ligoncio). Quest'ampia premessa è necessaria, perché il passo Ligoncio è il cuore del primo ramo del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che permette la traversata dal rifugio Brasca al rifugio Omio (o viceversa, com'è ovvio) . Una traversata impegnativa, da collocarsi al livello dei più difficili passaggi del sentiero Roma e da affrontarsi con cordino, imbragatura e ramponi.

Dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato Dario di Paolo si dividono: il ramo settentrionale sale con più decisione verso destra, portandosi alla base di un ampio vallone scalinato da una sequenza regolare di muri a secco costituiti da grandi blocchi di granito. Seguendo i segnavia risaliamo il vallone, in direzione ovest, per poi piegare a sinistra (direzione sud-ovest), lasciando alle nostre spalle un curiosissimo cocuzzolo costituito da placche di granito che sembrano disegnare un dorso di tartaruga. Traversiamo per un tratto fra roccette e magri pascoli, risaliamo un canalino a lato di un roccione, superiamo un tratto assistito da corde fisse e tagliamo la parte bassa di un impressionante scivolo di granito che vien giù diritto dal versante orientale del pizzo dell'Oro Meridionale (m. 2695), il vero protagonista, come vedremo, della traversata per il passo Ligoncio. Eccoci, così, poco sotto l'ampia spianata del passo. Passo singolarissimo: visto da qui sembra preludere ad un facile versante sul lato della Val Codera. Ci toccherà scoprire che non è così. Intanto scopriamo che la traccia di sentiero, invece di puntare al cuore della spianata, prende a destra, zigzagando, ripida, in direzione del suo limite settentrionale. Qui giunti (m. 2557), ci accoglie il cartello del sentiero Dario di Paolo Nord, e si apre uno scenario davvero inatteso. Lo scenario della media Val Codera, ma sorattutto di un percorso che taglia i vertiginosi salti rocciosi della parete meridionale del pizzo dell'Oro Meridionale (conosciuto in Val Codera come "Puncia del Laresett").
La traversata, una sorta di Via Crucis per le persone facilmente impressionabili, sfrutta, infatti, una stretta cengia in parte erbosa, che procede per un buon tratto sospesa sul vuoto. Vista da qui sembra semplicemente impraticabile. Poi, quando ci si mette in cammino, si scopre che in realtà è larga quanto basta da consentire a persone dal piede fermo di procedere anche senza l'ausilio delle corde fisse che accompagnano l'intera traversata (ma il consiglio è assolutamente quello di approfittarne...!).
Nel primo tratto, addirittura, ci si deve chinare per passare sotto una sorta di cavità rocciosa. Poi si va avanti recitando qualche mantra mentale per evitare di guardare alle vertiginose balze che strapiombano alla nostra sinistra sul fondo della Valle d'Averta.


La cengia attrezzata che porta al passo Ligoncio

Il canalino che scende dalla porta che introduce alla cengia

Roccette attrezzate sotto la porta che introduce alla cengia

Superato il primo tratto, che non pare poi così orrido, giriamo l'angolo e ci vengono i brividi: il colpo d'occhio è discretamente orrido. Ma poi ci facciamo forza e procediamo fino alla successiva svolta. Anche in questo caso, sembra di procedere di male in peggio. Per rinfrancarci, guardiamo alle nostre spalle uno spettacolo più unico che raro: il pizzo Ligoncio, così goffo e tozzo visto dalla Valle dell'Oro, mostra qui un'enorme parete liscia che vien giù quasi verticale e che giustifica la denominazione con la quale viene conosciuto in Val Codera, "Lis d'Arnasca". Ora per un buon tratto scendiamo, prima di piegare leggermente a sinistra e percorre l'ultimo traverso che ci conduce ad una stretta porta intagliata a sinistra di uno speroncino roccioso.
Oltre la porta, i patemi non terminano, perché ci affacciamo ad un ripido canale svasato verso il fondo e purtroppo spesso ingombro, fino a stagione avanzata, di neve gelata ed infida. Se questa non c'è, possiamo anche con molta prudenza scendere di lì, altrimenti conviene stare sul suo fianco sinistro, scendendo per roccette, manco a dirlo, insidiose (ma anche qui le corde fisse ci traggono d'impaccio). Alla fine, benedetto, ecco l'alto circo della Valle d'Arnasca, la valle, come suggerisce l'etimo (ma anche un primo colpo d'occhio), delle grandi acque. Dobbiamo superare ancora qualche antipatico lastrone. Alla nostra sinistra, ancora piuttosto distante e più in basso, distinguiamo facilmente un enorme masso erratico, il Sas Carlasc', che lo scatolone metallico del bivacco Valli (m. 1900). Puntiamo nella sua direzione, seguendo i segnavia per disegnare il tracciato più agevole, e, superati diversi corsi d'acqua, siamo finalmente al bivacco.

Lo troviamo accucciato ai piedi del singolarissimo ed enorme monolite, al quale è ancorato da due funi metalliche. Pare intimorito dalla furia delle grandi acque: solo l’enorme alleato lo rassicura (per apprezzare la sproporzione, dobbiamo guardarli portandoci ad una certa distanza sul lato di destra). Una targa reca scritto: “Club Alpino Italiano – Sezione di Como. Bivacco Carlo Valli, m. 1900, inaugurato nel 1946, ristrutturato integralmente nel 1998 con i contributi della regione Lombardia e della famiglia Valli di Como.” Il bivacco è intitolato al presidente del CAI di Como Carlo Valli, che morì, con N. Grandori sulla via Sollender alla Civetta il 31 luglio 1945, a causa del maltempo. La vecchia struttura, che si vede ancora in molte foto, di color  rosa smunto, è stata sostituita da una nuova, quasi identica a quella del bivacco Molteni-Valsecchi in Valle del Ferro (anch’esso del CAI di Como). All’interno, nove accoglienti brande e, sulla cassetta dei soccorsi, un biglietto (estate 2011): “1 Euro solo uso, 4 Euro pernottamento – ricordarsi dell’offerta – CAI di Como"
Se pernottiamo qui, ci accadrà facilmente di udire inquietanti rumori notturni. Troviamo la spiegazione
in una leggenda che parla di stregoni giganti. E' il contributo della scuola media di Novate Mezzola alla raccolta "C'era una volta" (curata dalla scuola media di Prata Camportaccio). La trascriviamo: "C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio. Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."
Se invece, timorosi, non vogliamo pernottare qui, possiamo proseguire nella discesa fino al rifugio Brasca, seguendo però con attenzione i segnavia, perché il sentiero non è sempre ben visibile. Dal bivacco procediamo scendendo diritti per un tratto, poi pieghiamo a destra e ci portiamo all'imbocco di in ripido e breve canalino servito da corda fissa, che ci porta ad un più tranquillo ma sempre abbastanza ripido declivio di materiale franoso (qui l'erba cela scorbutiche buche: attenzione alle storte). Pieghiamo, quindi, di nuovo a destra e traversiamo l'alpe d'Arnasca, i cui segni si riducono a qualche ricovero appena abbozzato. A dispetto dell'aspetto dimesso e desolato, ricordiamo che fino al 1994 salivano di qui anche le mucche, perché l'alpe era, per la qualità della sua erba, la più pregiata della Val Codera e caricava fino ad 80 capi. Alla nostra sinistra, il versante della Val Codera alle nostre spalle: sulla sinistra noteremo una sorta di scaglia rocciosa, nella quale non sarà facile riconoscere il pizzo di Prata (m. 2727) a chi abbia negli occhi il suo più severo aspetto che si può osservare da Chiavenna. Se a Chiavenna, per questo, viene chiamato pizzùn o pizzàsc', in Val Codera è noto come falfarìch, nome curioso che significa realtà che alternativamente si mostra e si nasconde, forse con riferimento alla frequente copertura di nubi che ne nasconde la cima. Alla sua destra, le cime gemelle del monte Grüf (m. 2936) e del monte Conco (m. 2908), al culmine di un versante massiccio e selvaggio, spaccato a metà da un ripido solco che precipita vertiginoso dal crinale al fondovalle. Chi assegnò a questo vallone la denominazione di Val Piana non mancava certo di senso dell'ironia.
Superati tre torrentelli, ci portiamo in vista della baita dell'alpe Spassato (m. 1803), ma, invece di procedere in quella direzione, pieghiamo a sinistra e cominciamo la lunga discesa che porta alla piana dle rifugio Brasca. Discesa che richiede attenzione, perché avviene su un versante piuttosto tormentato e battuto dalle slavine. Scendiamo diritti, con diverse serpentine, fino ad entrare un una macchia di larici. Il sentiero si porta ad un cancello di legno, poi ragigunge un tratto spesso percorso da corso d'acqua (qui ci vuole particolare attenzione a non perdere una svolta a sinistra, perché finiremmo in un canalino roccioso che termina ad un salto). Il sentiero è ora quasi intagliato nella roccia, e corre fra un salto, alla nostra destra, ed un roccione incombente, sul lato sinistro. Piegando a destra, scendiamo ad attraversare uno dei torrentelli che scendono dalla valle. Alla nostra sinistra appare il bel salto (una trentina di metri) delle cascate gemelle che dal fondovalle caratterizzano lo scenario della media Valle d'Arnasca. Pieghiamo, quindi, a sinistra, procedendo su un terreno martoriato dalle slavine e disseminato di spogli tronchi di larici e betulle. Rientrati nel bosco, passiamo accanto ad un enorme masso erratico, e ne usciamo sul limite di un'ampia radura. Seguendo i segnavia, la tagliamo e giungiamo in vista del rifugio Brasca (m. 1304).

Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948. Qui termina la bellissima traversata servita dal sentiero attrezzato Dario di Paolo nord.

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BRUNO GALLI VALERIO AL PASSO LIGONCIO

Il modo migliore per approfondire queste ampie note su Val Codera, Valle d’Arnasca e passo Ligoncio è cedere la parola a Bruno Galli Valerio, che frequentò questi luoghi nell’agosto del 1903 (B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci)):
Cerchiamo lungo la cresta un passaggio per raggiungere la cima del Ligoncio, che ci sovrasta ancora di un centinaio di metri, ma non ne troviamo. C'è una parete liscia a picco e un salto. Impossibile passare, non c'è modo: Bisogna rinunciare. Ridiscendiamo il canalino, attraversiamo la vedretta, tagliamo obliquamente le gande diretti al passo del Ligoncio (2556 m.), che ci porterà in Val Codera. Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco su Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le roccie a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: Dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo. Irritatissimi, scendiamo verso Val Masino, decisi a traversare le interminabili gande che si estendono verso il Passo dell'Oro (2526 m.). E' una traversata estenuante che bisogna fare saltando dimacigno in macigno. Finalmente ci avviciniamo a una depressione con tre bocchette in mezzo alla quale si eleva uno spuntone di roccia. Alle undici, siamo alla bocchetta di sud-ovest. Qui possiamo passare. Giù sotto di noi, verso la Val Codera, scende un ripido nevaio dove il ghiaccio affiora qua e là e, a destra, c'è una ganda con una traccia appena visibile di sentiero. In basso, in fondo, scorgiamo l'alpe dell'Averta e gli ultimi abeti di Brasciadega. Scendiamo un po' per gande, un po' per nevaio. Alla nostra destra, vediamo apparire i passi del Sabbione e di Sceroia e a mezzogiorno e un quarto, tocchiamo l'alpe dell'Averta. Un buon secchio di latte che ci viene offerto da due pastori, ci ristora e ci conforta delle gande senza fine. Raccontiamo ai pastori l'avventura del passo introvabile. - Non c'è da meravigliarsi, ci dicono; se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss (essi chiamano così la cima di 2714 m. di cui ho parlato). Dal punto in cui voi eravate, non potevate vederla. Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca. Da Brasciadega vedrete tutto il tragitto -.
A mezzogiorno e mezzo, lasciamo i nostri ospiti e un sentiero a me ben noto ci conduce a Brasciadega. Che cambiamento in alcuni anni. Il grande e splendido bosco di conifere è caduto sotto la scure del boscaiuolo. Nonrestano che pochi miseri alberi mezzi morti. Gli alpigiani vi guadagneranno probabilmente un pascolo. L'alpinista e l'artista hanno perduto uno dei punti più artistici delle nostre Alpi. Anche la valle d'Arnasca, che si apre sulla sinistra, colle sue tre grandi cascati, chiusa in fondo dalle parete a picco del Liss e del Ligoncio, non sembra più sì bella come quando lo si intravedeva fra le conifere del bosco di Brasciadega. Appena abbiamo gettato uno sguardo nella valle di Arnasca, troviamo il passo del Ligoncio. Dal piano di Brasciadega si scorge splendidamente ed è assolutamente come i due alpigiani ce l'hanno descritto. Noi eravamo all'estremità sud-ovest, il passo è all'estremità nord-est della depressione. Era impossibile trovarlo! Raggiungiamo le case di Brasciadega, dietro le quali sta ancora un ultimo bosco di larici, e per un sentiero bruciato dal sole e tutto pietre, raggiungiamo Codera alle quattro e venti. Passato il piccolo e triste cimitero, cominciamo le discese e le salite per l'interminabile sentiero, finchè una fresca brezza ci annuncia che la valle si apre: il Legnone appare e giù in basso le acque azzurre del lago di Como che contrastano con quelle verdi del lago di Mezzola. Di là il sentiero scende sempre eraggiungiamo Novate alle cinque e venti di sera.
21 agosto. Dal 18 non ho avuto altra idea che fare ilpasso del Ligoncio da Val Codera. Oggi mi decido. Prendo a Sondrio il treno delle dieci e cinquanta del mattino e all'una e quindici pomeridiane, sono sul sentiero che sale da Novate a Codera. Il sole è infuocato; fortunatamente, la brezza del lago rende meno penosa la salita.
L'ostessa di Codera mi offre un buon bicchiere di vino freschissimo che non sarebbe certo rifiutato anche dai più fanatici astinenti e che, invece di tagliarmi le gambe, come essi sostengono a torto, me le rimette a nuovo. La brava donna ricorda ancora il mio passaggio a Codera alcuni anni orsono, quando ritornavo dal Badile e dal Cengalo pel passo di Sceroia. Essa conosce un buon numero di alpinisti miei amici, che hanno pure transitato per Val Codera. Sgraziatamente, l'ostessa è sotto l'impressione di una catastrofe capitata non a degli alpinisti, ma ad un certo bariletto di vino spedito da Novate lungo il filo metallico e che, dopo aver un po' danzato in vista dell'osteria è andato a fracassarsi in fondo alla Val Codera. E dire che era vino di prima qualità.
Lascio la brava donna piangere il vino e il barile perduti e, alle tre parto per Brasciadega, dove giungo alle quattro e un quarto di sera. Nella specie di osteria che mi hanno indicato, non c'è modo di trovare da dormire. Mi rivolgo alla cortesia dei doganieri che mi accolgono con grandissima cordialità e mettono la loro casa e le loro provviste a mia completa disposizione. Sentendo che voglio fare il passo del Ligoncio, mi sconsigliano, perchè, pochi giorni prima, due dei loro colleghi hanno rischiato di ammazzarsi nel canaletto di ghiaccio. La cosa non mi stupisce, perchè il passo, senza picozza, non deve potersi varcare. Passo una bella serata sul balcone della caserma e un'eccellente notte nel letto che il buon brigadiere ha voluto assolutamente cedermi.
22 agosto. Nell'oscurità, con un cielo azzurro cupo sparso di stelle, risalgo alle quattro e mezzo del mattino la valle di Codera. Nel bosco, appena appena trovo il sentiero e il primo incontro che faccio è quello di un maiale che mi arriva fra le gambe grugnendo. Più lontano, trovo la padrona che scende dall'alpe e mi augura buon giorno e buon viaggio. Sono così invaso dal desiderio di fare il passo, che divoro il cammino. Al di là dell'Arnasca, non trovo più sentiero. Taglio nelle gande. Una piodessa mi attraversa il cammino. L'attraverso di sbieco. Trovo nuove roccie e nuove piodesse, ma alla fine, sono al di sopra dei pascoli di Arnasca. Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette.
Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle. Là davanti al Liss c'è una specie di spuntone di roccia, e fra i due una stretta bocchetta alla quale risale un canalino ertissimo di neve e di ghiaccio. Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca.
La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano. Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi orobie alle cime dell'Oberland. Compio la discesa sulla casera del Ligoncio e i Bagni di Masino e raggiungo Sondrio alle cinque e quarantacinque di sera.”

 

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RIFUGIO OMIO-PASSO DELLA VEDRETTA MERIDIONALE- RIFUGIO VOLTA- SENT. DARIO DI PAOLO SUD

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo della Vedretta Meridionale-Rif. Volta
5 h
740
EE
SINTESI. Pochi metri a sinistra (per chi guarda a monte) del rifugio Omio (m. 2100) i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra. Dopo poche decine di metri siamo al bivio segnalato nel quale i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (settentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni, con andamento complessivo sud-ovest. Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, e ad un nuovo bivio ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Proseguendo diritti ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti. Ci troviamo ora davanti a tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti. La discesa sfrutta una cengia esposta sulla sinistra (corde fisse alle quali assicurarsi soprattutto in un passaggio un po' delicati). In breve tocchimo l'alto circo della Valle dei Ratti, e proseguiamo nella discesa serpeggiando fra lastroni e blocchi, seguendo i segnavia, leggermente verso destra (andamento complessivo sud-sud-ovest). Superata la fascia dei blocchi e dei corpi franosi, approdiamo ad un terreno misto di massi e radi pascoli e raggiungiamo il rifugio Volta, ben visibile anche dall'alto (m. 2212).

Come sopra esposto, dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato Dario di Paolo si dividono: il primo (destra, settentrionale) sale con più decisione, mentre il secondo (diritto, meridionale) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli, denominati àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt. Proseguiamo dunque diritti, fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla propria destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni.
Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, ed ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Durante questa parte della salita non possiamo mancare di ammirare il profilo sempre diverso offerto dalla Punta della Sfinge ed il poderoso bastione di granito sul quale essa si erge. La punta ed il bastione sono mete classiche per gli scalatori, per cui non ci dovremo stupire se sentiremo le loro voci sulla parete. Il pizzo Ligoncio appare invece molto meno affascinante, con la sua mole tozza e la sua cima defilata.
Ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti.
Ci troviamo ora davanti tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti.
Possiamo finalmente vedere il versante opposto, e si apre davanti ai nostri occhi tutto il versante centro-occidentale dell'alta Val dei Ratti, ma anche buona parte della media valle. Alle nostre spalle lasciamo un panorama superbo: abbiamo davanti agli occhi l'intero arco delle celeberrime vette del gruppo Masino-Disgrazia, dai Pizzi dell'Oro ai Corni Bruciati.
Sotto di noi, infine, si dispiega il pianoro terminale dell'alta val dei Ratti, ed è uno spettacolo sorprendente: uno spazio enorme disseminato caoticamente di massi grandi e piccoli. Basta scendere di poche decine di metri per raggiungerlo, ma, amara sorpresa, la discesa non è affatto semplice. Ci troviamo infatti subito di fronte ad un passaggio molto delicato, perchè dobbiamo superare una roccia esposta, che ci offre come appiglio uno stretto corridoio, ed un saltino che ci permette di posare i piedi sulla roccia sottostante. Ci sono le corde fisse, che assistono l'intera discesa, ma questo breve passaggio richiede assolutamente che ci assicuriamo alle corde con moschettoni e cordino. Se non disponiamo di questo equipaggiamento o della necessaria preparazione, rinunciamo alla discesa, e consideriamo la salita al passo come un'occasione rara per godere di uno spettacolo panoramico superbo, offerto da uno degli osservatori più suggestivi sul gruppo del Masino-Disgrazia.
Ma, già che ci siamo, le raccomandazioni non finiscono qui: anche la salita può riservare insidie; il terreno erboso, per esempio, cela spesso buchi inattesi, e finirci dentro ci può provocare infortuni anche seri; i sassi non sempre sono immobili come pensiamo, per cui evitiamo di farci gravare sopra l'intero peso del corpo senza previa verifica.
Poniamo comunque di essere al circo terminale dlel'alta Val dei Ratti, che ha un'inclinazione poco accentuata ed un aspetto lunare: a questo punto non ci resta che seguire con attenzione i segnavia, che ci guidano nel suo attraversamento (che descrive una diagonale verso destra) e nella successiva discesa, con qualche cambio di direzione, ma senza eccessive difficoltà, fino al rifugio Volta (m. 2212). Attenzione, però (e questo discorso vale anche per la salita sul versante opposto): se c'è molta foschia e scarsa visibilità, evitiamo questo sentiero, perché non possiamo appoggiarci ad alcun punto di riferimento e rischiamo di vagare a vuoto o, peggio ancora, di finire sul limite di qualche dirupo. Se veniamo investiti da un improvviso banco di foschia (cosa più facile sul versante della Val dei Ratti, che risente maggiormente delle correnti umide lariane), non procediamo, ma aspettiamo che si ripristinino condizioni buone di visibilità; se infatti perdiamo anche un solo segnavia, rischiamo di non ritrovarci più.
La traversata, dunque, va effettuata in condizioni atmosferiche buone, comporta un dislivello in salita di 740 metri (che si riducono a 638 se la effettuiamo a rovescio, partendo dal rifugio Volta) e richiede circa 5 ore.

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RIFUGIO OMIO-RIFUGIO GIANETTI PER IL PASSO BARBACAN SUD-EST (SENTIERO RISARI)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bagni di Masino-Rif. Omio-Passo del Barbacan sud-est-Rifugio Gianetti
5 h
1450
E
SINTESI. Dal rifugio Omio (m. 2100), seguendo le indicazioni e le bandierine rosso-bianco-rosse verso nord, procediamo sul sentiero Risari, che taglia i pascoli alti dell'alpe dell'Oro. Dopo un primo tratto di salita, dobbiamo superare, con un po’ di attenzione, una vallecola. Proseguendo nella salita, troviamo un grande masso, sul quale è ben visibile la scritta, con vernice rossa “P. Oro R. Brasca”. Si tratta dell’indicazione della deviazione, a sinistra, che sale al passo dell’Oro (m. 2574): la ignoriamo e proseguiamo diritti, sulla traccia che passa fra magri pascoli e blocci, in direzione di un grande rombo bianco su una parete posta su una parete di granito alla base della costiera del Barbacan. La salita del ripido versante inizia sfruttando un canalino. Nel primo tratto dobbiamo superare una placca rocciosa, in corda fissa, con un po’ di attenzione. Poi il sentiero piega leggermente a destra e sale, più tranquillamente, per balze erbose, poi piega a sinistra. I segnavia sono quelli giallo-rossi, che indicano il sentiero Risari. Dopo un ultimo ripido tratto siamo al passo del Barbacan sud-est, a 2610 metri, che si affaccia sulla Val Porcellizzo, alla quale scendiamo sfruttando un sistema di cenge esposte (attenzione), quasi interamente servita da corde fisse. Giunti alla base della costiera, tagliamo il piede di piedi di un canalino che, sulla nostra sinistra, sale al passo del Barbacan nord (e viene molto usato nella traversata Brasca-Marinelli: attenzione ad eventuale caduta di sassi innescata da chi scende). Il sentiero Risari prosegue scendendo da uno sperone roccioso e, dopo essersi congiunto, presso un grande masso, con la meno frequentata variante del sentiero Roma, procede verso nord-est, e raggiunge dopo una facile traversata il rifugio Gianetti (m. 2534).

Dal rifugio Omio parte anche un sentiero in direzione opposta (destra, per chi è rivolto a monte): si tratta del sentiero intitolato ad Ambrogio Risari dalla SEM (Società Escursionisti Milanesi), ed individuato da segnavia giallo-rossi.
Mettiamoci ora in cammino alla volta del passo del Barbacan sud-est. Partendo dalla capanna si percorre, seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse verso nord, il sentiero Risari, lasciando alle spalle il pizzo Ligoncio, che domina la valle. Dopo un primo tratto di salita, dobbiamo superare, con un po ’ di attenzione, una vallecola. Proseguendo nella salita, troviamo un grande masso, sul quale è ben visibile la scritta, con vernice rossa “P. Oro R. Brasca”. Si tratta dell’indicazione della deviazione, a sinistra, che sale al passo dell’Oro (m. 2574), poco frequentata ma assai interessante porta che congiunge la Valle dell’Oro alla valle dell’Averta, laterale della Val Codera. Scendendo dal passo in Valle dell’Averta, ad un certo punto ci si congiunge con il percorso della seconda tappa del Sentiero Roma, diciamo così, “edizione integrale”, e, seguendolo, si raggiunge il rifugio Brasca.
Noi, però ignorando la deviazione a sinistra e proseguiamo puntando la costiera del Barbacan. Il panorama dal sentiero verso sud ed est è molto ampio: si intravedono, sullo sfondo, i Corni Bruciati e le cime orobiche. Il punto dal quale comincia l’attacco alla costiera è facilmente riconoscibile per la presenza di un grande rombo bianco su una parete posta alla sua sinistra. La salita al passo inizia sfruttando un canalino. Nel primo tratto dobbiamo superare una placca rocciosa, in corda fissa, con un po’ di attenzione. Poi il sentiero piega leggermente a destra e sale, più tranquillamente, per balze erbose, mentre alle spalle lo scenario che si allarga. L’intaglio del passo, posto sulla costiera che scende dalla cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn) al monte Boris, è, questo versante, poco evidente; il sentiero, però, lo raggiunge facilmente, dopo aver piegato a sinistra. I segnavia sono quelli giallo-rossi, che indicano il sentiero Risari.
Il passo, a 2610 metri, è uno stretto intaglio vegliato da uno speroncino roccioso, sul quale è segnata una freccia giallo-rossa, vicino ad una targa con una Madonnina. In passato veniva chhiamato anche passo del Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"; bisogna però ricordare che nel dialetto di Novate Mezzola "barbacàn" significa muro obliquo di rinforzo ad una struttura muraria, con particolare riferimento, per antonomasia, ad uno degli angoli dell'antico Albergo dell'Angelo di Novate, sulla piazza della chiesa, luogo di ritrovo degli uomini del paese.
Dal passo, volgendo indietro lo sguardo, si può scorgere la parte superiore della liscia parete ovest del pizzo Ligoncio (m. 3032). Davanti agli occhi si apre invece l’imponente anfiteatro della Val Porcellizzo e della sua granitica testata. La testata della Val Porcellizzo propone, da sinistra, le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267). Si tratta però, ora, di lasciare il passo alle spalle e scendere.
Su questo versante il sentiero richiede molta più attenzione, perché sfrutta cenge esposte, e diventa pericoloso con neve o cattivo tempo. Teniamo presente che, dopo inverni caratterizzati da abbondanti nevicate, sul versante della Val Porcellizzo si può trovare neve anche a stagione avanzata. Nell’estate del 2001, per esempio, alla fine di agosto si dovette sgomberare questo tratto del sentiero dalla neve salendo con piccozza e pala. Ad ogni buon conto, visto che sul versante della Valle dell’Oro la neve rimane assai meno, è opportuno assumere informazioni al rifugio Omio. Le corde fisse aiutano la discesa. Per la affronta per la prima volta, si tratta di una discesa niente affatto tranquilla, perché l’esposizione suscita sempre una certa impressione. Ma ci si abitua. Quando si torna (perché rimane dentro, insopprimibile, la voglia di tornare), l’impressione è già diversa.
Alcuni punti più tranquilli, nei quali si può sostare, permettono di ammirare la costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") e, sullo sfondo, il Disgrazia ed i Corni Bruciati. È però la Val Porcellizzo ad offrire lo spettacolo più grandioso. Si mostrano, da sinistra, le cime dell’Averta, meridionale, centrale e settentrionale (m. 2778, 2861 e 2947), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'm. 3075), riconoscibile per il prolungato sperone che si incunea profondamente, scendendo verso sud-est, negli ultimi pascoli dell’alta valle, la più piccola punta Torelli (m. 3137), il celeberrimo ed inconfondibile Pizzo Badile (badì, m. 3308), la punta Sertori (m. 3288), che, alla sua destra, fa quasi da paggio, l’arrotondata ed imponente cuspide del pizzo Cèngalo (m. 3367), il più alto nella testata della valle, i più modesti pizzi Gemelli (m. 3229 e 3261) e, a chiudere la testata ad est, il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m. 3267). Ma non è solo questa splendida successione di cime ad incantare.
In realtà ciò che stupisce e rapisce è la perfetta sinfonia cromatica che la valle propone all’occhio commosso. Gli immensi pascoli, dal verde intenso, sembrano la compagine compatta degli archi, le macchie irregolari dei nevai, le linee sottili dei torrentelli, le nuvole sempre mutevoli in una bella giornata sembrano i fiati, ed infine le perentorie e massicce pareti di granito delle cime, che si stagliano nel cielo blu cobalto, sembrano gli ottoni.

La discesa, esposta nella prima parte, diventa un po’ più tranquilla nell’ultima (ma la cautela non deve mai venir meno) e conduce in breve tempo alla base della costiera, ai piedi di un canalino che, sulla nostra sinistra, rappresenta una variante frequentata del passo del Barbacan nord. Su un masso, troveremo un triangolo rosso, una freccia e la scritta R. Brasca. Qui, infatti, si congiungono il sentiero Andrea Risari ed il più frequentata percorso che, nella seconda tappa del Sentiero Roma integrale, scende dal passo Barbacan nord. Attenzione, però: non è il caso di attardarsi in questo tratto, perché dal canalino spesso scendono, con velocità micidiale, sassi piccoli e meno piccoli, talvolta messi in movimento da escursionisti poco avveduti.
Il sentiero Risari prosegue scendendo da uno sperone roccioso e, dopo essersi congiunto, presso un grande masso, con la meno frequentata variante del sentiero Roma che scende dal passo Barbacan nord, punta verso nord-est, in direzione del già visibile
rifugio Gianetti. Passiamo, poi, quasi ai piedi del pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc'), che, visto da qui, non appare particolarmente elegante. Alla sua destra, lo sperone che scende verso sud dalla punta Torelli assume un profilo inconfondibile, che gli ha meritato la denominazione di “Dente della Vecchia”. Sempre elegantissimo, invece, è il Pizzo Badile, che fa da cornice al rifugio Gianetti (m. 2534), dove le nostre fatiche terminano. Qui, ovviamente, ci si può fermare a pernottare. Se siamo partiti dal rifugio Omio, siamo in cammino da circa 2 ore e mezza, ed abbiamo superato un dislivello approssimativo di 520 metri. Se, invece, siamo saliti dai Bagni di Masino il tempo sale a circa 4 ore e mezza/5, ed il dislivello a 1450 metri.
Il rifugio Gianetti (capàna gianètti o capàna dè porsceléc') venne costruito, per iniziativa del C.A.I. di Milano, nel 1913, nei pressi della precedente capanna Badile, la seconda, in ordine di tempo, della Val Masino (era stata costruita nel 1887 e ricostruita nel 192 dopo una valanga), che restò come sua dipendenza (restaurata nel 1960, divenne bivacco, intitolato all’alpinista Attilio Piacco). L’intitolazione rendeva omaggio all’ingegnere Luigi Gianetti, che aveva contribuito finanziariamente in misura decisiva all’edificazione. Durante la prima guerra mondiale fu presidiato da reparti alpini, come punto di appoggio prezioso nel sistema difensivo voluto dal generale Cadorna, che temeva un’invasione austro-ungarica dal territorio svizzero. Durante il secondo conflitto mondiale, invece, venne utilizzato come struttura di appoggio da formazioni partigiane; per questo, durante il sistematico rastrellamento del 1944, venne bruciato dalle forze nazifasciste. Riedificato nel 1949 ed ammodernato nel 1994, è una delle più classiche mete escursionistiche della Val Masino. Alle spalle del rifugio, nel luogo in cui sorgeva il vecchio rifugio Badile costruito nel 1887, è collocato il bivacco Attilio Piacco, costruito nel 1961 e dedicato alla memoria dell'alpinista caduto nella scalata della Punta Torelli nel 1958.


Apri qui una fotomappa della Val Porcellizzo

Da qui appare decisamente vicino il vero signore della valle, il massiccio Pizzo Badile (badì), circondato dal Pizzo Cengalo (cìngol, caratterizzato dalla cima nevosa e tondeggiante - che giustifica l'antico nome di Mot de la Nìf - e dal prominente spigolo Vinci), a destra, dalla punta S. Anna, dalla punta Torelli e dalla curiosa formazione chiamata Dente della Vecchia, a sinistra.

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RIFUGIO OMIO-RIFUGIO BRASCA PER IL PASSO DELL'ORO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo dell'Oro-Rif. Brasca
4 h e 30 min.
430
E

Una variante interessante della traversata Omio-Brasca (sopra descritta per il passo Ligoncio) è quella che sfrutta il passo dell'Oro e la Valle d'Averta. Se vogliamo effettuarla, dobbiamo seguire per un buon tratto il già descritto Sentiero Risari, dal rifugio Omio in direzione del passo del Barbacan nord-ovest.
Dopo una lunga traversata, con qualche saliscendi, incontriamo, su un masso, la segnalazione per la deviazione che si stacca sulla sinistra e sale facilmente al passo dell’Oro (pas dè l'òr), gentile sella erbosa posta a quota 2526, che immette su un più severo canalone (innevato anche a stagione avanzata) il quale, a sua volta, permette di scendere in alta valle d’Averta (laterale della val Codera; da qui si può scendere, intercettando il Sentiero Roma (senté róma) che sale verso il passo del Barbacan settentrionale, al rifugio Brasca).

Lasciato il sentiero Risari, prendiamo a sinistra, salendo in direzione del ben visibile valico (si tratta della più corta sella erbosa, a sinistra di una seconda più ampia ed invitante; fra le due selle, la celebre ed affilata lama della Punta Milano). Senza patemi d'animo, vinciamo anche l'ultimo ripido versante erboso, sfruttando un sentiero ben marcato, e ci affacciamo all'alta Valle d'Averta. Sul versante opposto, un ripido canalone scende al circo dell'alta valle. Talora troviamo neve anche a stagione avanzata, ed i ramponi si impongono.

Il passo dell'Oro

Raggiunto un terreno più tranquillo, seguiamo i segnavia, scendendo in diagonale verso destra, fino ad intercettare, a quota 2140 m., il Sentiero Roma, che sale dalla valle in direzione del passo del Barbacan nord-ovest. Seguendo i segnavia del sentiero in discesa, raggiungiamo l'alpe d'Averta (m. 1957) e qui pieghiamo a sinistra, superando due corsi d'acqua. Entriamo poi nel bosco e, seguendo i segnavia, scendiamo su buon sentiero supetrando tre valloni principali ed uscendone all'alpe Coeder, nei cui pressi si trova il rifugio Brasca.


Valle dell'Averta vista dal passo dell'Oro


Passo dell'Oro (a destra) e del Barbacan (a sinistra)


Alpe Averta

Alpe Averta e passo Barbacan (a sinistra) e dell'Oro (a destra)

Alpe Averta

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

Sentiero per il rifugio Brasca

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere


1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

GALLERIA DI IMMAGINI ; CARTA DEI PERCORSI

CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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