ALTRI PERCORSI IN VAL MASINO

La Val Masino non ha bisogno di presentazioni: la sua bellezza, aspra ed unica, la rende assai nota al popolo di coloro che amano la montagna nei suoi diversi aspetti e risvolti. Qualche leggenda, però, ci può aiutare a conoscerla meglio, nei suoi aspetti legati ad un passato nel quale il moderno turismo non aveva ancora mutato sensibilmente condizioni di vita dure e spesso improbe. Il racconto di queste leggende segue il filo di un ideale viaggio che, dal fondovalle, ci porta nel cuore della valle. Si accede ad essa staccandosi dalla ss. 38 all’altezza di Ardenno ed imboccando la ex ss. 404, ora strada provinciale, della Val Masino che, attraversato il nucleo abitato di Masino (frazione di Ardenno), si addentra nella valle risalendo faticosamente il selvaggio fianco orientale della sua gola terminale, sul cui fondo scorre il torrente Masino (èl fiöm).
E proprio a questo torrente è legata una prima leggenda. Nella sua parte terminale, prima che esca dalla valle, si trova, infatti, una serie di grandi massi, fra i quali uno spicca per le sue dimensioni. Un masso portato fin qui in un tempo che affonda le sue radici nel più remoto passato. La fantasia popolare vi ha immaginato un covo di falsari, vagheggiando di un favoloso tesoro nascosto in un antro di cui nessuno però, se non i falsari stessi, conosceva l’accesso. E si dice, ancora, che i falsari non ci siano più, ma il tesoro sia rimasto lì, nascosto chissà dove, sotto il masso dei falsari.
Il masso è, però, legato anche ad una storia diversa, anche se non meno fantasiosa, la storia della “màta selvàdega”, o “màta salvàdega”, cioè della matta selvatica, donna terribile che viveva sola, spauracchio dei bambini disobbedienti. A detta delle nonne, questa megera, brutta più della fame, trasandata e malvagia, amava rapire e bollire in un gran calderone tutti i bambini che riusciva a sorprendere fuori di casa dopo il tramonto. La sua dimora era, appunto, l’enorme masso piantato nel letto del torrente Masino (èl fiöm).
Sempre a Masino viveva un tale che passò la sua infanzia nel terrore per questa donna: quante volte, dopo aver combinato qualche marachella, era stato preso dalla paura che la màta salvadega venisse, nel cuore della notte, e se lo portasse via! Poi, man mano che la sua età e la sua forza crescevano, la paura diminuì, ma gli rimase dentro un senso di risentimento e di fastidio per questa figura che aveva tormentato come un’ombra minacciosa la sua infanzia. Decise, allora, di toglierla di mezzo. Si caricò sulle spalle una brenta di vino e si avviò verso il grande masso che la temibile donna aveva scelto come dimora. Quando la vide, ne ebbe più ribrezzo che paura, ma lo vinse e, fingendo grande affabilità, le chiese se volesse bere. Questa, dopo averlo guardato con quegli occhietti spiritati dai quali traspariva tutta la sua follia, per tutta risposta si mise a sghignazzare, e spiccò un balzo prodigioso. Per un attimo il nostro temette di vedersela piombare addosso, ma la matta si infilò proprio dentro la brenta (non era un donnone!) e cominciò avidamente a bersi quel buon vino. L’uomo, allora, colse al volo l’occasione e spinse la brenta nel torrente. Sparirono, così, nei gorghi impetuosi del torrente Masino, brenta vino e vecchia. Rimasero, all’anonimo audace, l’orgoglio per aver fatto giustizia, ma anche il rimpianto per il vino perso e la brenta sprecata.
A noi, invece, rimane parecchia strada da fare prima di raggiungere il cuore della valle. Proseguiamo, dunque, sulla ex ss. 404, ora strada provinciale,, fino al Ponte del Baffo (6 km da Ardenno), dove ci raggiunge, da sinistra, la strada della Val Portola, che proviene dal limite orientale della Costiera dei Cech e scende dal paesino di Cevo (termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca"), posto all’imbocco della
valle di Spluga. È, quest’ultima, la prima laterale occidentale della Val Masino, un ampio anfiteatro glaciale che colpisce, per la sua bellezza solitaria e selvaggia, coloro che non temono di sobbarcarsi la fatica di una camminata di 3-4 ore (nessuna strada, infatti, vi si addentra). Un tempo la valle era molto più frequentata, per i suoi pregiati alpeggi.

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E fu, per molto tempo, lo scenario delle ribalderie di una curiosa figura di “striùn”, cioè di stregone, chiamato ”om cui pè de caval”, l’uomo con i piedi da cavallo. Viveva, in quel di Dazio, in un tempo di cui appena si conserva la memoria, un uomo che aveva avuto in sorte, al posto dei piedi, un paio di grossi zoccoli in tutto e per tutto identici a quelli dei cavalli. Con estremità di quel genere, non c’era calzatura che potesse indossare, per cui era costretto ad andarsene in giro mostrando quei rumorosi e comici zoccoli. In breve era diventato lo zimbello di tutti, e ciò l’aveva indotto a nascondersi nei boschi, a fuggire la gente. La solitudine l’aveva inselvatichito ed incattivito. Si era fatto anche brutto a vedersi, ricoperto di un pelo ispido e di una barba incolta.
Alla fine, per tutti fu semplicemente lo stregone. Uno stregone cattivo, che lanciava occhiatacce sinistre a chiunque si imbattesse sul suo cammino, e che si aggirava, senza fissa dimora, non solo nei boschi della Colmen, ma anche in quelli sopra Dazio e nella Valle di Spluga. Aveva preso di mira soprattutto le donne, probabilmente per il risentimento che nutriva nei loro confronti, lui che, a causa dell’aspetto, non ne aveva mai trovata una che l’avesse degnato di uno sguardo. Si appostava, quindi, per cercare di sorprenderne qualcuna sola, e la spaventava con parole e scherzi volgari, scurrili. Ben presto divenne il terrore del gentil sesso in tutta la zona. D’estate, in particolare, imperversava negli alpeggi della Valle di Spluga, all’alpe Cavislone ("cavislùn"), all’alpe Desenigo ed a quella di Spluga, prendendo di mira ragazze e donne che, da
Biolo, Piazzalunga e Cevo vi si recavano, soprattutto alla fine della stagione, quando dovevano andare in cerca delle capre, per recuperarle.
Non se ne poteva più. Per porre fine a questo tormento, alcune donne decisero di recarsi da un santo eremita, che da molti anni viveva di rinunce e preghiere al “Purscelin”, la località Porcellino, posta e mezza costa sul fianco meridionale della Colmen. Lo trovarono intento alla preghiera, e non osarono rivolgergli la parola prima che l’avesse terminata. Esposero, quindi, il motivo della loro angoscia. Il santo eremita stette qualche istante come immerso in una profonda meditazione, poi disse: “L’uomo con il quale avete a che fare non è un uomo comune, ma si è votato al male e la sua anima è del Maligno. Non potrete liberarvi di lui se non con la forza della fede, e per farlo dovrete recitare un rosario quando passerete nei luoghi dove può sorprendervi. E se lo vedrete, gli mostrerete la corona ed il crocifisso che porterete sempre con voi. In questo modo non potrà farvi alcun male”.
Così fecero. Armate di corona e crocifisso, salirono agli alpeggi, attendendo lo stregone con i piedi di cavallo. E questi non si fece attendere: balzò fuori per oltraggiare una di loro, che, recitando Ave Marie, saliva su una balza alla ricerca delle sue capre; costei, pronta, gli mostrò corona e crocifisso, che teneva nell’una e nell’altra mano. L’effetto fu immediato: come folgorato, lo stregone fu scosso da un tremito, indietreggiò, bestemmiò, fuggì nel cuore dei boschi, che parvero inghiottirlo. Da allora non fu più visto. In segno di ringraziamento fu, allora, edificata, nei pressi del Ponte del Baffo, in Val Masino, ad un tornante della strada che sale da questa località a Cevo, una cappelletta. Il timore dello stregone si conservò per molto tempo, e, con esso, la consuetudine, ancora viva fra le donne fino a non molto tempo fa, di recitare il rosario alla cappelletta e di salire agli alpeggi della Valle di Spluga con il rosario a portata di mano.

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Bene, proseguiamo lungo la ex ss. 404, ora strada provinciale,, in direzione del centro amministrativo della Val Masino, Cataeggio ("cataöcc"), a 10 km da Ardenno. Prima di Cataeggio (cata(i)öc’), incontriamo la piccola frazione di S. Antonio, un tempo assai più popolata di quanto sia oggi. La leggenda della povera vedova e del mendicante, legata a questa frazione, rende assai bene l’idea delle misere condizioni di vita cui la magra economia contadina inchiodata gran parte della popolazione nei secoli passati. Misere fra le più misere erano quelle famiglie che non potevano contare sull’apporto economico di un uomo adulto, ma si reggevano sulle fatiche di quelle vedove che vivevano in larga misura del buon cuore della gente.
Una di queste vedove, madre di diversi figli di età ancora piccola, viveva alla giornata, di quel che il suo modesto lavoro e la carità delle altre famiglie poteva offrire. Ma vennero tempi ancora più duri, e la donna perse il lavoro ed i magri proventi della generosità altrui. Finirono le povere scorte di cibo, finì la speranza, la vedova ed i figli erano prossimi alla morte per fame. Bussò, allora, una triste sera, all’uscio della sua casa un “poverèt”, cioè un mendicante. Aprì, la donna, ed ascoltò la sua richiesta di elemosina: nel suo grande cuore si rammaricò, sinceramente, di non aver nulla da dare, se non il tepore del fuoco che ardeva nel caminetto e sembrava mandare, anch’esso, una luce sempre più mesta e fioca. Il mendicante entrò in cucina, ringraziò per il buon cuore, e gettò uno sguardo pietoso sui bambini che stavano quasi accasciati, come sacchi vuoti, intorno al focolare. “Ne avete ancora di legna sufficiente per far bollire una pentola d’acqua?” chiese. “Di legna ce n’è ancora, per un po’, di acqua da far bollire ce n’è fin che si vuole, quel che manca è qualcosa da mettere a bollire” rispose, amara, la donna. “Metteteci dei sassi, quando bolle”, replicò il mendicante.
Rimase per un attimo perplessa, la povera vedova, ma poi obbedì: non aveva nulla da perdere, e poi quel mendicante sembrava persona troppo seria per prendere in giro la povera gente. Quando l’acqua cominciò a bollire, vi mise un gran numero di ciottoli che aveva raccolto presso l’uscio. Attese un bel pezzo (ce ne vuole, per cuocere i sassi, pensò), poi li cercò con il mestolo. Ma nel mestolo fumante che uscì dalla pentola non c’erano ciottoli, bensì due grosse patate fumanti: tutti i sassi si erano trasformati in patate. Alla donna vennero le lacrime agli occhi per la sorpresa e la commozione: si volse, subito, per ringraziare il mendicante, ma questi non c’era più. “E' sant'Antonio, è sant'Antonio che ha fatto il miracolo!”, pensò la donna.
La sua storia fece presto il giro del paese, e fu, per tutti, un segno della speranza e della fede che non debbono venir mai meno, neppure nelle più aspre difficoltà.

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A proposito di povertà, ascoltate anche questa storia, davvero istruttiva per comprendere le condizioni in cui si viveva nei secoli passati in Val Masino. Due giovani, a coronamento del loro amore, si sposano. Ma non c’è tempo né ci sono risorse per festeggiamenti o viaggio di nozze: quel giorno stesso si incamminano alla volta della “val de sciömfreghè”, sugli aspri fianchi del monte Piezza (sciöma da pièsa), vicino a Cataeggio, per falciare fieno selvatico. Li sorprende un violento temporale, e trovano riparo nell’anfratto di un grosso masso. Siccome il temporale non accenna a placarsi, sono costretti a passare lì la notte, la prima notte di nozze. Da allora quell’anfratto prende il nome di “camarél de la mala nocc”. La singolare storia fa il giro della valle, e molti si sbizzarriscono nella ricerca della spiegazione di un fatto così singolare. La spiegazione più accreditata è questa: un pretendente respinto dalla giovane ha attirato sulla coppia la malasorte. Ma i novelli sposini non si inquietano più di tanto: quel che conta è portare a casa il prezioso fieno!
Insieme alla miseria (spesso, anzi, frutto di questa), era la paura a farla da padrona nei secoli passati. La paura dei “ciarìn” (le luci misteriose che, a sera fatta, si vedevano nei luoghi solitari e venivano interpretati come segni della presenza di anime inquiete, condannate a vagare senza pace), la paura del “se sent” (quei rumori inspiegabili che si sentivano nel cuore dei boschi, ma anche nelle case, anch’essi interpretati come segni prodotti da anime senza pace, fantasmi, spiriti cattivi), la paura di “strìi” e “striùn” (streghe e stregoni, che uscivano dai loro nascondigli dopo l’Ave Maria della sera per insidiare i cristiani e portar via i bambini): proprio di S. Antonio era originaria la povera Giannina Iobizzi, accusata, più di tre secoli or sono, di essere una fattucchiera.

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Non possono mancare, per completare il quadro della paura, i fantasmi, cioè, come nella più classica tradizione, le anime in pena, condannate a non aver pace dopo la morte. Il più famoso fantasma è quello che, assicurano i pastori che caricano da secoli l’alpeggio di Sceroia (sul lato sud-occidentale dell’amplissimo anfiteatro della Val Porcellizzo), è stato condannato dalla giustizia divina a girovagare, con il suo cavallo, fra le balze dell’alpe, e soprattutto alla córt dè la mal pensèda, presso la val de fenènza (che segnava il confine fra le alpi Sceroia e Porcellizzo). Si tratta di una variante del tema dei cunfinàa, anime relegate a scontare la propria pena nei luoghi più remoti delle montagne di Valtellina. Ma di cosa si rese colpevole l’infelice? Aveva spostato il confine legittimo a favore dei proprietari dell’alpe Sceroia (di Piussogno), danneggiando quelli del Porcellizzo. Insomma, aveva fatto una “mal pensèda”, architettando un piano malvagio ed improvvido. Ancora oggi, infatti, mandrie e mandriani della Sceroia pagano l’antico imbroglio, perché nelle notti in cui il silenzio si fa più cupo e sinistro d’improvviso si odono lo scalpitio del cavallo ed il lugubre lamento dell’infelice, che fanno accapponare la pelle agli uomini e rendono le bestie inquiete.
Fra le misteriose presenza di cui è popolata la valle va annoverata anche quella del fulèt, essere dispettoso per eccellenza, inafferrabile artefice di burle che spesso non sono prive di conseguenze negative per i poveri contadini. In particolare, pare che si accanisse contro le capre, spingendole giù dai dirupi sul ciglio dei quali questi animali, per loro natura incuranti del pericolo, si attardano. Per scongiurare questa iattura le donne di Val Masino solevano far brucare alle capre le foglie di un ramoscello d'ulivo, simbolo di pace: il fulèt, forse commosso per il gesto, si asteneva allora dal recare loro danno.

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Poco sopra Cataeggio, nella frazione di Filorera ("felorèra"), dopo la strettoia sorvegliata dalla chiesetta di S. Gaetano, la valle si biforca: il ramo occidentale è costituito dalla Valle di Sasso Bisolo ("sas besö") e, nella sua parte più alta, dalla Valle di Preda Rossa, mentre quello occidentale è quello principale della Val Masino, fino a San Martino ("san martìn"). Saliamo fino alla splendida valle di Preda Rossa, alla piana omonima, che si stende quasi ai piedi del Monte Disgrazia ("desgràzia"). Sono, questi, i luoghi di una delle più celebri leggende di Valtellina, la leggenda dei Corni Bruciati (conosciuta anche come leggenda del Monte Disgrazia).
Un tempo i Corni Bruciati non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda Rossa per salire all’
alpe Scermendone (che si affaccia sulla media Valtellina) e di tornare a Buglio, senza mai voltarsi, qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio.
Lasciata Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore, grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, presso la chiesetta dedicata alla venerazione dell'eremita San Cères (San Quirico), non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che lo avevano seguito.
Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato testimone. Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e quello settentrionale della
Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità.

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Ma torniamo a Filorera e proseguiamo verso il cuore della valle, fino alla splendida piana della Zocca, in fondo alla quale sta San Martino, a 13 km e mezzo da Ardenno. Siamo nel regno del mitico “Gigiàt”, l’animale fantastico che è un po’ una gloria locale, il simbolo di una comunità montana che ha difettato, per tanti secoli, di mezzi materiali, ma non certo di fantasia. Secondo le fonti più accreditate, che fanno capo ai due rifugi Gianetti ed Allievi, l’habitat dell’animale è rigorosamente circoscritto alle valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e di Zocca, ma la questione è controversa. Il problema sta nelle fonti: ben pochi possono affermare credibilmente di averlo visto, e coloro che ne parlano lo descrivono in termini diversi. Le più accreditate fonti sono sicuramente le guide alpine, gli storici gestori dei rifugi di Val Masino, che da oltre un secolo narrano le sue gesta nelle serate di veglia.
Secondo alcuni l’habitat estivo dell’animale è rigorosamente circoscritto alle valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e di Zocca, ma la questione è controversa, perché altri lo estendono anche a sud-ovest, cioè alla valle dell’Oro, della Merdarola e di Spluga, e ad est, cioè alle valli Torrone, Cameraccio e di Preda Rossa, affermando che i Corni Bruciati rappresentano il limite orientale del suo territorio. Pare abbastanza certo che d’inverno scenda sul fondovalle, anche se, per la sua grande rapidità, non viene mai avvistato, se non è lui che lo vuole.
Non è certissimo neppure di che animale si tratti: probabilmente è un incrocio fra un caprone ed un camoscio (o stambecco), dal pelo lunghissimo (che si fa tosare ogni primavera) e dalle dimensioni gigantesche, tanto da poter attraversare un’intera valle con pochi balzi. L’aspetto più enigmatico di tutta la faccenda, però, è che, nonostante le sue dimensioni, ben pochi riescono ad avvistarlo, fondamentalmente solo le guide alpine. Altri dicono che non sia poi così gigantesco. In ogni caso il suo identikit ce lo rappresenta con una testa di dimensioni sproporzionate rispetto al corpo, con un naso schiacciato e lunghe corna; le zampe anteriori sono fornite di unghioni, le posteriori di zoccoli prensili; il pelo lungo ed arruffato emana un insopportabile puzzo di caprone selvatico.
Tutti sono d’accordo sulla sua straordinaria agilità: in alta montagna si muove con una destrezza ed una sicurezza senza eguali, salta da una cengia all’altra, volteggia sui ghiacciai, corre verso i precipizi e si ferma bruscamente proprio sul ciglio, sembra farsi beffe delle leggi della gravità e dell’equilibrio. Unisce alla destrezza un’incredibile resistenza: non è mai stanco, non è mai fermo.
Un episodio, fra tanti, può darci un’idea di come sia veramente il re di queste montagne. Lo raccontò, mito che racconta un mito, la guida alpina Giacomo Fiorelli, custode del rifugio Gianetti agli inizi del novecento. Egli soleva scalare le montagna a piedi nudi, anche con le condizioni ambientali più severe. Una volta gli capitò di attraversare l’ultima cengia prima della vetta del pizzo Badile, che era un po’ come la sua seconda casa. Ma fu tradito dal ghiaccio, e scivolò. Sarebbe precipitato, se non fosse riuscito ad aggrapparsi ad uno spuntone di roccia. Si ritrovò, così, sospeso sul precipizio, senza potersi trarre d’impaccio, perché non aveva altri appigli per mani e piedi. Venne, allora, il gigiàt; ne sentì l’odore prima ancora che il rumore degli zoccoli rapidi e sicuro su qualunque terreno; venne e si pose appena sopra di lui. Sentì il suo lungo vello carezzargli il volto contratto per la tensione. Fu un attimo: lasciò lo spuntone e si aggrappò con tutto il peso del corpo al suo pelo, tirandosi su con la sola forza delle braccia. Era salvo, e doveva la sua salvezza all’animale, che però, prima ancora che avesse il tempo di realizzare quanto era accaduto, si era sottratto alla sua vista.
Da questo, e da molti altri episodi, si può evincere che la natura del gigiàt è profondamente buona. Ma la cosa non è così semplice: gli attribuiscono pure la terrificante la consuetudine di integrare la sua dieta, fondamentalmente vegetariana, con qualche pasto a base di escursionisti o alpinisti solitari, sorpresi ad addentrarsi nei suoi remoti territori.
Come conciliare questi due aspetti? Una chiave di lettura della sua natura apparentemente contraddittoria ce la fornisce un murales ben visibile a San Martino, su una casa che si trova, sulla destra, al suo ingresso. Vicino alla rappresentazione fantastica dell’animale, si legge: “El Gigiat, nume tutelare de esta splendida valle. Buono con lo homo che natura rispetta, mala sorte a chi lo trovasse non rispettoso. Onori et gloria a chi el vedesse e notizia ne desse…”. Dunque, animale fantastico sì, ma non bestia, anzi, quasi espressione di un’arcaica saggezza e giustizia, che non fa male al buono, ma punisce il malvagio. Per questo è non solo temuto, ma anche rispettato: è ancor viva la consuetudine di lasciare, d’inverno, un po’ di fieno nei prati, perché possa sfamarsi.
Occorre però dar conto, per amore d’onestà, anche delle versioni più scettiche della storia del Gigiàt. Si dice che all'origine della credenza del Gigiàt vi sia una colossale burla, ai danni di un ricchissimo e stravagante conte morbegnese, che si vantava di aver raccolto nella sua dimora tutto quanto di più curioso e raro la terra di Valtellina potesse offrire. Autori della burla due abitanti di San Martino, che gli dissero di aver visto, nei pressi del pizzo Badile, un animale spaventoso, enorme, dal pelo caprino lunghissimo e nero e dalle narici vomitanti fiamme. Il conte arse allora dal desiderio di poter arricchire la sua raccolta di rarità catturando quell'animale prodigioso, ed anticipò una cospicua somma di denaro ai due, purché si impegnassero a catturarlo. E' facile intuire quel che accadde: del Gigiàt e dei due non si vide più neppure l'ombra, e da allora sono trascorsi due secoli buoni, senza che nessuno abbia saputo portare prove attendibili sull'esistenza del fantomatico animale. Questo dicono gli scettici.
A questi si contrappongono coloro che difendono a spada tratta l’esistenza del miticoo animale. Costoro affermano che, nel secolo scorso, ne venne catturato un esemplare, che tuttavia non sopravvisse molto alla cattività: portato a Morbegno per essere esibito alla cittadinanza incredula, non tollerò il clima del fondovalle e morì di raffreddore. Fine tristissima per un campione del clima più rigido e severo dell’alta montagna!
Una seconda versione parla non di morte, ma di liberazione: l’animale, infatti, si mostrò del tutto insofferente alla cattività, si ribellò, cominciò a tirare calci a destra e a manca, inducendo le guide alpine che l’avevano portato a Morbegno a restituirlo ai suoi monti. Sì, perché forse il tratto più caratteristico del gigiàt è il suo profondissimo amore per la libertà, la sua vitalità, il suo bisogno rimuoversi, la sua natura inquieta e anche dispettosa: pare, infatti, che ami partecipare alle danze delle marmotte ed oscillare sui rami degli alberi con gli scoiattoli.

Dopo tanti “si dice”, ecco un fatto certo ed attestato. Al Carnevale di Morbegno del 1956 sfilò, infatti, fra la sorpresa e l’ilarità di tutti, un esemplare di Gigiat incatenato e condotto da due abitanti di S. Martino, che volevano, così, assestare un sonoro schiaffo morale a tutti quei Morbegnesi che, prendendo spunto dall’episodio sopra narrato, andavano dicendo, dei “Valöcc” (cioè degli abitanti di Val Masino), che sono persone inaffidabili. Ecco, costoro dovevano ora ricredersi: alla fine l’animale, catturato, era stato portato a Morbegno, come qualche generazione prima era stato promesso. Si trattava, in realtà, di un asino ricoperto di pelli, condotto da un cacciatore con il fucile di legno e da un aiutante, che tentò, anche, di mungerlo. Fra le risate di tutti, la mungitura non riuscì, perché il freddo aveva congelato il latte nelle mammelle (ovviamente posticce). Senza scomporsi, però, l’aiutante corse a comperare del latte appena munto e lo inserì nelle finte mammelle: alla fine anche il latte del Gigiat venne, così, pubblicamente munto.
Rimase, a ricordo dell’epica impresa, una poesiola in dialetto, riportata nel bel libro di Mario Songini “La Val Masino e la sua gente” (aprile 2006): “L’è scià el Gigiàt de San martìn/l’è ‘na bestia düra/che a tüti la fa pagüra./L’em ciapä e encatenä/e a Murbegn, al carnevä,/l’em portä./El so lac ‘l’è tant fregè/che senza el quac’ al sé quagè” (E’ qui il Gigiàt di San Martino ("san martìn")/è una bestia dura/che a tutti fa paura./Lo abbiamo preso e incatenato/e a Morbegno, al carnevale,/l’abbiamo portato./Il suo latte è tanto raffreddato/che senza il caglio è cagliato”).
A San Martino ("san martìn") la valle, per la seconda volta, si biforca: il ramo orientale è costituito dalla Valle di Mello, mentre quello occidentale è costituito dalla Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), che prende il nome dalla presenza della celebre stazione termale. Procediamo verso i Bagni, dove la strada termina, a poco più di 3 km e mezzo da S. Martino.
Superato su un ponte il torrente Masino (èl fiöm), alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni, costruito nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile). Il nuovo Hotel dei Bagni, unito al vecchio edificio da una passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.

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Fin qui la storia. Esiste, però, anche una curiosa storia che racconta come venne scoperta la preziosa sorgente termale dei Bagni. Il merito, sembra, va ascritto ad una mucca, che, quando veniva portata con il resto della mandria, sulla riva del torrente Masino (èl fiöm), perché si abbeverasse, a differenza delle altre non immergeva il muso nelle fredde acque, ma guadava il torrente e spariva nel bosco sulla riva opposta. Notò questo curioso comportamento il pastore, che non sapeva darsene una spiegazione. Alla fine decise di seguirla, per scoprire il mistero, e la vide risalire per un breve tratto il bosco di faggi, fino al ripido versante roccioso che delimita la valle. E proprio dalla roccia sgorgava una piccola sorgente, alla quale la mucca si abbeverava, per poi tornare verso il torrente con aria a dir poco soddisfatta. Il pastore si avvicinò, a sua volta, alla sorgente, dalla quale rampollava, con sua grande sorpresa, acqua calda.
Più e più volte, per il resto dei suoi giorni, si domandò il motivo di quello stranissimo fenomeno, e soprattutto dei suoi effetti sulla mucca, che, fra tutte, era la più sana e la più generosa nel produrre latte. Non venne la risposta, ma venne la notorietà del luogo, che si diffuse, poi, fino alle più remore lande, recando notizia di una valle che, senza quella piccola fonte, sarebbe rimasta sconosciuta e nascosta fra i suoi bastioni di granito fino ad un’epoca molto vicina ai giorni nostri.

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