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Cataeggio


Testata della Val di Mello da Arcanzolo

Il comune di Val Masino occupa buona parte del territorio della valle omonima, eccezion fatta per il lato meridionale della Valle di Spluga, che rientra nel comune di Civo, per il lato orientale delle valli di Sasso Bisòlo e di Preda Rossa e per l’intera Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882; confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino), che appartengono al comune di Buglio in Monte, e per la parte più bassa della Val Masino, che rientra nei comuni di Ardenno e Civo.
Diverse sono le ipotesi sull’origine del toponimo "Masino": forse da “Masna”, nome personale etrusco, o da “mansum”, termine latino che significa manso, corte, con campi e boschi; non è escluso che ci sia di mezzo il verbo dialettale “masnà”, cioè macinare, o che addirittura si debbano chiamare in causa le “Masanae matres”, divinità celtiche.  
Il suo territorio, esteso 115,54 kmq, abbraccia un arco di valli che, da sud-ovest verso nord est, comprende la Valle di Spluga (lato sinistro), le valli della Merdarola, Ligoncio, dell’Oro e Porcellizzo (che confluiscono nella Valle dei Bagni di Masino), la Val di Mello (con le sue celebri laterali settentrionali, Valle del Ferro, Val Qualido, Valle di Zocca, Val Torrone, e con la Val Cameraccio, che si apre sul suo fondo), le Valli di Sasso Bisolo (val de sas besö) e di Preda Rossa (lato destro).
Oltre che con i comuni sopra citati, confina, a nord-ovest, con Novate Mezzola (dal passo di Primalpia, in alta Valle di Spluga, alla punta S. Anna, sulla testata della Val Porcellizzo), a nord con la Svizzera (dalla punta S. Anna al monte Sissone), a nord-est con Chiesa Valmalenco (dal monte Sissone al monte Disgrazia). In tutto, 115 kmq, che ospitano 962 abitanti.
Un territorio interamente montano, dalle caratteristiche di straordinaria bellezza e fascino, dal punto di vista turistico, escursionistico ed alpinistico. Immaginiamo di poter salire alla cima d'Arcanzo (omèt), il miglior osservatorio sull'intero gruppo del Masino, nella costiera Remoluzza-Arcanzo, e di osservare l'impressionante sequenza di cime che da qui si apre. Da sinistra (sud-ovest) ecco la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro).


Piana di Zocca

Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738). Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), seguito dal passo Porcellizzo (m. 2950), che congiunge la valle omonima all’alta Val Codera. Ecco, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Chiudono la testata i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed il pizzo del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267).


Pizzi Badile e Cengalo dal Pian del Fango

Procedendo verso est, ecco il pizzo del Ferro centrale (m. 3287), il torrione del Ferro (m. 3070) ed il pizzo del Ferro orientale (m. 3200), che costituiscono la testata della Valle del Ferro (laterale della Val di Mello) e sono chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”. Alla loro destra la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305). I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093), il passo di Mello (m. 2992), fra Val Cameraccio e Val Sissone, in Valmalenco, ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che chiude la Valle di Preda Rossa. Le due cime, pur così vicine, sono geologicamente separate, in quanto appartengono a mondi diversi: dal grigio granito del monte Pioda si passa al rosseggiante serpentino del monte Disgrazia. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114).


Testata della Valle del Ferro

Questa superba carrellata di cime e, soprattutto, le valli che da esse scendono, vennero plasmate in un passato remotissimo. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte della valle, il monte Disgrazia (desgràzia), i pizzi Torrone (turùn), il pizzo Badile (badì), il pizzo Cèngalo (cìngol), la punta Rasica (rèsga), la cima di Castello (castèl), la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi ciclopici, un po’ dappertutto in valle, come vassalli erranti degli incombenti signori della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato il profilo delle diverse valli, furono scavati i caratteristici pianori di alta quota delle valli Porcellizzo e di Zocca, il profilo dolce ed arrotondato della Val di Mello, le pareti verticali e vertiginose che non hanno eguali nell’arco alpino, le gotiche ed aspre guglie che si elevano, come sfida al tempo ed all’incalzare degli elementi, verso il cielo. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità di trovare nuovi pascoli.
Dal punto di vista geologico questo territorio è costituito da un blocco di rocce intrusive, vale a dire da rocce magmatiche che si sono solidificate in profondità: si tratta del cosiddetto “plutone della Val Masino”. È anche il regno del granito, che vi si trova nelle due varianti del serizzo e del ghiandone.

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Il suo centro amministrativo è Cataeggio (cata(i)öc’), che si raggiunge imboccando, all’altezza di Ardenno, lo svincolo dalla ss. 38 dello Stelvio (segnalazione per la Val Masino): si tratta della ex strada statale 404, ora strada provinciale (lo stradùn), che raggiunge, dopo 5,9 km, la località Ponte del Baffo, ancora in comune di Ardenno (qui si stacca dalla provinciale la strada che porta a Cevo e si affaccia poi sulla Costiera dei Cech presso Caspano). Si porta, poi, dalla destra (per chi sale) alla sinistra del torrente Màsino (èl mèsen, o, semplicemente, èl fiöm) e, dopo 10 km, giunge, con un'ultima semicurva a sinistra (la "voltèda"), a Cataeggio (cata(i)öc’, m. 791), dove ci accoglie la bella chiesa parrocchiale dedicata a S. Pietro (sgésa de cata(i)öc’), consacrata dal vescovo Lazzaro carafino nel 1641. Appena sopra Cataeggio la strada attraversa la frazione di Filorera (felorèra, m. 841), dove, al tornate sinistrorso che segue una strozzatura all’altezza della chiesetta di S. Gaetano (sgésa dè felorèra), se ne stacca, sulla destra, la strada per Sasso Bisolo (sas besö) e la Valle di Preda Rossa (préda rósa), che raggiunge la piana di Preda Rossa dopo 12 km (è quasi interamente asfaltata, tranne che nel tratto che precede l’alpe di Sasso Bisolo, sterrato e sconnesso).
Proseguendo sulla provinciale, invece, ci affacciamo all’ampio Piano della Zocca (la zòca) sul cui fondo si disegna uno dei più caratteristici e rappresentativi quadri che la valle regala, con la cima del Cavalcorto (cavalcùrt), sulla sinistra, ed i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), sulla destra. Questi ultimi, in particolare, ricorrono in molti modi di dire; uno per tutti: "tè sè méga inch söl fèr", cioè "non sei sulle cime del Ferro", detto a chi è troppo freddoloso oppure esita ad affrontare un passaggio. La strada, al km 11,5, passa a destra di una fascia di enormi massi erratici dominati dal più grande monolite d’Europa, il Sasso Remenno (o Preda di Remenno - la préda -, attrezzata come palestra di arrampicata), ed al km 12 a sinistra della cappelletta chiamata "ciancèt dò cóta" o "dè prè màrch", fatta costruire dalla famiglia Cotta di San Martino.


Cataeggio

Poco più avanti, ragigunge il secondo nucleo importante della valle, S. Martino (san martìn, m. 923), a circa 3,6 km da Cataeggio, dominata, da un bel poggio, dall'omonima chiesa parrocchiale (sgésa dè san martìn; è interessante notare che la parrocchia ha, però, come santo patrono S. Benedetto martire le cui spoglie furono portate fin qui da Roma, con un solenne viaggio in carrozza durato un mese, nel secolo scorso). All’altezza di S. Martino troviamo una nuova biforcazione: sulla destra si apre la celebre Val di Mello (val dè mèl o val da mèl, servita, fino all’altezza della località Panscèr, da una carrozzabile chiusa al traffico privato durante la stagione estiva), mentre a sinistra il solco principale della valle prosegue (Valle dei Bagni di Masino, val di bàgn) fino ai Bagni di Masino (i bàgn, m. 1172), a 3,7 km da S. Martino, dove la strada termina, in corrispondenza del complesso costituito dalla parte storica (bagn véc'), sul lato destro (per chi sale) del fiume, e dalla parte nuova, sul lato opposto, unito al precedente da un passaggio coperto: si tratta dell'"albèrgo nöf dei bagn", costruito nel 1930.

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Nel passato furono proprio i Bagni di Masino (scoperti, secondo quanto narra una leggenda, seguendo una mucca che, a differenza delle altre, non si abbeverava al torrente, ma risaliva il versante del monte per bere da una sorgente di acqua calda, producendo poi molto più latte delle altre) a dare notorietà ad una valle che, per il resto, rimaneva quasi tagliata fuori dal mondo e legata ad un’economia talora di pura sussistenza. Dei Bagni si aveva notizia fin dal secolo XV, come testimonia una lettera del Podestà di Morbegno, Antonio Morosio, al duca di Milano Francesco Sforza, nel 1462, nella quale si lodavano le proprietà salutari della sorgente termale e delle acque “scaturenti in Val Masino, tra le valli alpine bellissima, acque salutari per ogni languore”. Fu soprattutto il novelliere rinascimentale Matteo Bandello, che vi soggiornò diverse volte fra il 1505 ed il 1525, ad incrementare la fama dei Bagni, citandoli nelle sue novelle. Così scrive, nella sua novella XLIII: "Ora, essendo io con messer Giovanni Parravicino...un giorno andato ai Bagni del Masino per via di diporto, vi ritrovai molti gentiluomini milanesi, e comaschi... Quivi per fuggir il sonno del meriggio, che dicono i medici essere pestifero a chi prende quei bagni, sogliono dopo desinare ridursi per la più parte sotto una costa della montagna, la quale è di modo alta che il sole, passate tre o quattro ore della mattina, non la può coi suoi raggi battere."
Nella sua descrizione della Valtellina nell’opera Raetia” (Zurigo, 1616) Giovanni Guler von Weineck, governatore per le Tre Leghe della valle nel 1587-88, scrive: “In quest’ultimo ramo della valle, a mezz’ora di strada cattiva  e scoscesa da S. Martino, si trovano le nobili e rinomate terme di Masino: l’acqua scaturisce da un cavo dirupo; è limpida, chiara e piacevole come bevanda… I medici sono d’avviso che quest’acqua contenga dell’oro, molto ferro, del nitro e un poco di allume; vi è parimenti dello zolfo…” Si diffonde, poi, nella descrizione delle virtù salutari di quest’acqua, “detersive, aperitive, lenitive e corroboranti”, definendola “rimedio sicuro contro i mali superficiali ed interiori del corpo: come il prurito, il pizzicore, la tigna, la rogna, la scabbia, il puzzo del corpo, le posteme, i tumori dolorosi ovvero ascessi, i sudamini, il carbonchio, le piaghe molli e purulente, le fistole alle cosce od in altre parti del corpo”. Aggiunge che “i malati di fegato e di stomaco accorrono a questi bagni come a rimedio sicuro ed infallibile” e “quanto alle donne, questi bagni hanno una efficacia straordinaria contro i fiori bianchi e tutte le malattie dell’utero…; queste acque, infine, tolgono ogni ostacolo al concepimento”. Le acque termali divennero, quindi, famose per le proprietà terapeutiche, soprattutto contro le malattie reumatiche, intestinali ed uterine, per cui i Bagni vennero denominati anche “Bagni delle Signore”, in quando molte nobildonne si sobbarcavano viaggi anche lunghi e faticosi per cercare qui il rimedio che potesse curare la loro sterilità.
Di qualche decennio posteriore è il prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione dal latino di don Avremo Levi). Queste le notizie che vi si possono leggere della Val Masino e dei suoi Bagni: “La Valle del Masino è longa circa 12 miglia, situata verso setentrione, alla quale salendo per strade sassose e difficili si trova una villetta chiamata di S. Martino, situata alle radici del monte tra belle praterie, alcuni pascoli, qual luoco ha d’ogni intorno boschi et quivi si divide in due valli.
Da banda dritta si va verso Malenco, da banda sinistra in due Bregaglia: dal qual luoco con strada più commoda in spatio d'un'hora et mezza s’arriva alli maravigliosi bagni del Masino. Questi si fanno d’aque, quali sgorgando da nude rupi, raccoltesi insieme con canali, si guidano al luoco atto al bagnarsi. Li edificij delli bagni sono redutti puoco fa a commoda habitatione, essendovi stufe, camere et stalle per molti forastieri. Li bagni sono doppij et divisi in stanze diverse, l'uno per l'huomini, l'altro per le donne. È frequentato questo luoco non solo dalli Valtellini, ma da molti forastieri ancora, quali da lontani paesi vengono et ricevono aiutto grandissimo per varie et molte infermità. L'aqua, se bene è alquanto calda et ha alquanto del solforeo, non è però ingrata da beversi, scorrendo dal parer de medici per le vene dell'oro, ferro et bitume mischiato con alquanto di solfo. Giova questo bagno: questa aqua fa purgare, aprire, ingagliardire, attemperare il soverchio calore, risanare li mali intercutanei, apostemi, ogni sorte di pustole, fistole: è medicinale per il mal di testa, sia che provenga da materia calda o fredda, al mal d'occhij, del naso et dell'orecchie. Giova all'opilationi, principij di idropisia, alli mali di milza et fegate, al spargimento del fiele, alla ipocondria. Giova alle maccature d'ossi et a molte altre infermità, come scrisse Pietro Paolo Paravicino medico di Como. E nel tempo dell'estate questo luoco è deliciosissimo per l'aria purgatissima, per la commodità d'ucellare, di cacciare, per la commodità de carni et ogni sorte di grassina, havendo pascoli ampij, nelli quali si mantengono li bestiami l'estate. V'è abbondanza di chiarissimi christalli, quali si portano in molti luochi dell'Italia. Vi sono ancora le vene di pietre lavezzare, ma non si lavorono, respondendo queste alle montagne di Piuro et Malenco.
Nell'uscire della Valle del Masino nel fianco dritto si trovano alcune contrate picciole con alcune chiese, cioè Remeno, Felorera, S. Pietro, Taiegio, Cornolo, S. Antonio, S. Catarina et Chievo; quali contrate et chiese distano l'una dall'altra circa mezzo miglio et sono habitatione de rustici, quali attendono a pasturar bestiame, et de frutti di quelli vivono. Da S. Martino sin dal lato dritto della Valtellina vi sono cinque miglia di valle inumbrata nella quale, perché è stretta et le sponde alte, vi dà il sole puoche ore del giorno et perciò è senza vino, ha poco grano, alcune castagne.

L’antica via per le terme dei Bagni di Masino non partiva, come si potrebbe pensare, dallo sbocco del torrente Masino, nel territorio di Ardenno, ma si addentrava nella valle dopo aver traversato l’intera Costiera dei Cech, partendo da Ferzonico (Mantello) e passando da Dazio e da Cevo. Ecco come la descrive Giovanni Guler von Weinceck, nell’op. cit.: “Ferzonico si dice pure Cantono. Di qui comincia la via che conduce alle terme di Masino, misurando da un estremo all’altro due miglia tedesche. Infatti da Ferzonico a Bioggio la via sale faticosamente per il monte per tremila passi, poi abbiamo un tratto piano sino a Civo; poi vi sono di nuovo millecinquecento passi di lenta salita sino a Roncaglia; e dopo Roncaglia vi sono di nuovo millecinquecento passi sino a Caspano; e di lì un tiro d’archibugio sino a Bedoglio. Da questo punto si entra nella Valmasino, nella quale si percorrono seimila passi per arrivare a S. Martino; donde con altri duemila di via diseguale e sassosa si giunge ai Bagni. Questa strada è accessibile ai cavalli e ai pedoni; ed è la più frequentata da quelli che vengono ai Bagni dal Lago di Como.”
Al fascino delle acque si aggiunge quello dello scenario alpino: fa da cornice ai Bagni il maestoso e luminoso circo della Valle dell’Oro (val dè l'òr); alla sua sinistra, meno affascinante e visibile, la valle della Merdarola (val da merdaröla); splendida, infine, ma non osservabile dai Bagni la val Porcellizzo (porscelèc'), a destra (nord-est) della Valle dell’Oro.

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Risalendo all’indietro nella storia, troviamo per la prima volta menzionata la valle nel documento di donazione della corte di Masino e del suo territorio, da parte di Rodolfo di Borgogna, re del Regno d’Italia, alla chiesa di S. Pietro in Ciel d’Oro a Pavia: siamo nel primo terzo del secolo X. Nel Medio-Evo tutto il complesso dei monti e dei paesi dalla Val dei Ratti alla Val Masino veniva denominato "Monte di Domofole", dal nome del castello poco sotto Mello che fu dei potenti feudatari della casa dei Vicedomini. Si tratta della "comunitas civium et vicinorum montaneae Domofolis, videlicet a flumine Masini ad lacum" (così è denominata in un rogito del 1363), cioè la comunità dei paesi e delle vicinanze della montagna di Domofole, vale a dire dal fiume Masino al lago.

Pizzi Badile e Cengalo dal Pian del Fango

Quando dal questa communitas si staccarono via via i diversi comuni, il territorio della Val Masino fu suddiviso fra tre comuni del terziere inferiore della Valtellina e della squadra di Traona, Civo, Mello, Ardenno. A Civo apparteneva la sponda destra della valle fino alla Pegolera, con i nuclei di Còrnolo e di Sant’Antonio. A Mello appartenevano il territorio del fianco destro a nord della Pegolera e del fianco sinistro compreso tra il torrente Màsino e il torrente Duino (Valle di Sasso Bisolo), gli abitati di Cataeggio (la parte sulla sponda destra del Masino), Filorera, Zocca e San Martino. Ad Ardenno, infine, apparteneva buona parte del fianco sinistro della Valle di Sasso Bisolo e della valle principale, dal crinale divisorio con la Valle Sasso Bisolo alla Val dal Punt, oltre alle abitazioni di Cataeggio sulla sponda sinistra del torrente. L’istituzione del comune di Val Masino è assai più recente, in quanto risale al 1785.
Al legame fra Val Masino e comune di Mello, posto nel settore centro-orientale della Costiera dei Cech, non sembra alla valle, già si è accennato. L’origine storica di questo legame è, però, presto spiegata: i “Melàt”, cioè gli abitanti di Mello, alla ricerca di pascoli per i loro armenti, si spinsero, nei secoli passati, nella stagione invernale, fino alle porte della Valchiavenna, a Samolaco e Novate Mezzola, ed in quella estiva in Valle dei Ratti, in Val Codera ed in Val Masino. In particolare, in Val Masino colonizzarono quella splendida valle che da loro prende il nome, la Val di Mello, appunto, oggi conosciutissima per i suoi splendidi scenari e per le possibilità offerte ad alpinisti e climbers, ma nei secoli scorsi valle considerata aspra ed ostile, per i magri pascoli posti in cima alle valli laterali, erte e scoscese. Teniamo, infine, presente che in passato l’accesso normale alla valle passava proprio dal limite orientale della Costiera dei Cech, quindi da Dazio, Caspano e Cevo, per i quali passavano le mandrie che poi raggiungevano gli alpeggi della valle, posseduti da diverse famiglie, prime fra tutte i Vicedomini di Cosio, i San Fedele di Dubino ed i Parravicini di Caspano.


Testata della Val Porcellizzo

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Riportiamo, per dare un’idea di questo movimento di colonizzazione e dell’ampiezza degli alpeggi interessati, l’elenco degli alpeggi desunto dalla preziosa opera di Mario Songini “La Val Masino e la sua gente” (Sondrio, 2006), con l’indicazione della proprietà e dei capi di bestiame che si caricavano annualmente in passato. In Valle di Spluga: Desenigo (desénech, comunità di Cevo, 50), Val dei Laghi (val dei läch, comune di Dazio, 20), Spluga (splüga, comunità di Cevo, 50), Cavislone (cavislùn, comunità di Cevo, 35). Nella Valle dei Bagni di Masino: Merdarola (merdaröla, comune di Mello, 110), Ligoncio (ligùnc’, privati di Roncaglia, 110), Oro (òr, comune di Cino, 110), Bagni (bagn, Bagni di Masino, 70), Sceroia (sceróia, comune di Cercino, 120), Porcellizzo e Sione (porscelec’ e siùn, famiglia Della Torre ed altre famiglie di S. Martino, 320). In Val di Mello: Ferro (fèr, comune di Mello, 170), Qualido (qualì, privati di Mello, 60), Zocca (zòca, comune di Val Masino, 50), Torrone (torùn, comune di Mello, 50), Pioda (piöda, comune di Cercino, 40), Cameraccio (camaràsc’, comune di Cino, 60), Remoluzza (remolöza, comune di Cercino, 20), Romilla (roméla, comune di Cercino, 45), Temola (tèmola, comune di Cino o Cercino, 25), Mezzola (mezöla, privati di Cataeggio, 30), Arcanzolo (narcanzö, privati di S. Martino e Mello, 30). In Valle di Sasso Bisolo-Preda Rossa: Sasso Bisolo (alp, le 16 famiglie di Cataeggio, 90), Prada (präda, le 16 famiglie di Cataeggio, 15), Stelè (stelè, le 16 famiglie di Cataeggio, 20), Foppa (fòpa, famiglia Zecca di Cosio, 40), Preda Rossa (préda rósa, privati di Cataeggio, 40), Corticelle (corteséla, comunità di Ca’ del Sasso, 30).
La gestione dell'alpeggio era affidata ad una serie di figure fra le quali si istituiva una gerarchi netta. Al vertice stava il caricatore, cui le famiglie dei "lacée", cioè dei contadini che possedevano mucche, affidavano i capi di bestiame. Veniva, poi, il casaro, alla cui sapiente arte era affidata la confezione dei prodotti d'alpe, formaggi e burro. Seguivano il capo-pastore ed i pastori, che, coadiuvati anche da abili cani, sorvegliavano il bestiame e ne governavano gli spostamenti, stando attenti che nessuna mucca cadesse nei dirupi (il che rappresentava un vero e proprio dramma). Infine, i più giovani fungevano da cavrèe (pastori di capre) e cascìn (garzoni d'alpe, cui erano affidati i compiti più umili, in genere ragazzini affidati dalle famiglie ai caricatori d'alpe nella stagione estiva). Nella vita d'alpeggio, che iniziava ai primi di giugno e durava 80-83 giorni, due momenti rivestivano un'importanza particolarissima: il ventottesimo ed il cinquantaseiesimo giorno si effettuava la pesa, cioè si pesava il latte prodotto da ciascuna mucca, alla presenza del proprietario, per pattuire, su tale base, il compenso che a questi andava corrisposto. La pesa avveniva in luoghi precisi, in genere spianate più o meno al centro degli alpeggi, dette "cort da pìsa" (che si trovano all'alpe del Ferro e del Porcellizzo).


Bassa Val Masino

Non si pensi, però, alla vita d'alpeggio nei termini di un vago e nostalgico romanticismo, quasi che si trattasse di un salutistico esercizio di ritorno ad un'esistenza armonica e conciliata con la natura. Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Ecco come ne descrive, sul Bollettino della Società Storica Valtellinese, la tempra e le durissime condizioni di vita (riferite alla fine degli anni cinquanta del novecento) lo storico Giustino Fortunato Orsini: "Questi, imperterriti e saldi come la roccia del monte, in mezzo alla tormenta e sotto l'imperversare delle saette e di furiosi temporali, sulle alpi più impervie ancora affrontano le più dure fatiche del pastore, in una vita primitiva, tutta rinunce e privazioni. La sporgenza di un roccione sostituisce spesso la baita regolare; per altro lo stare fradici di pioggia per una settimana, o bruciati dal sole per l'intera giornata è cosa da nulla per questi mirabili eroi della montagna, ai quali un lacero boricco basta come riparo dal gelo."


Passo Qualido

Anche Bruno Galli Valerio, che molto amò le montagne di Val Masino, colse la durezza delle condizioni di vita degli alpeggiatori della valle sul finire dell'ottocento, traendone spunto, però, per una denuncia accorata, piuttosto che per un'epica celebrazione: " …devo portarmi a Cevo, da dove, passando su di un ponticello ad arco, raggiungo il sentiero che deve condurmi ai piedi della punta dello Spluga. Sopra Corte del Dosso, trovo alcuni muratori che stanno accomodando baite, un po' meglio che per porci, per conto dell'oste del Baffo. Le pietre abbondano dovunque e non ci vorrebbe molto a far scomparire il sistema di costruire le sole pareti delle baite in muratura servendosi poi di un tetto mobile di legno che lascia passare acqua e vento e che si trasporta da una baita all'altra, ogni qualvolta si cambia pascolo! Altro che capanne dei selvaggi africani, che pretendiamo di civilizzare!" (da Punte e Passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).
Vale la pena, infine, di leggere quanto scrive, sugli alpeggi della valle,
Dario Benetti, in "I pascoli e gli insediamenti di alta quota" (articolo in "Sondrio e il suo territorio", pubblicato da Intesa BCI nel 2001): "...gli alpeggi erano tradizionalmente di pertinenza non solo degli insediamenti permanenti della valle, ma anche dei comuni della cosiddetta Costiera dei Cèch, di fronte a Morbegno (Traona, Cercino, Cino, Dazio, Civo, Mello). Le famiglie si spostavano con la maggior parte dei componenti verso i maggenghi e gli alpeggi più bassi, da qui il bestiame era affidato ai pastori per il caricamento negli alpeggi di quota... Le stirpi familiari del villaggio organizzavano in proprio la gestione degli spostamenti legati alla monticazione primaverile ed estiva. E' il caso... delle sedici stirpi in cui era suddiviso Cataeggio: maggenghi e pascoli sono di proprietà privata delle sedici stirpi... Il 31 di agosto i proprietari delle pecore salivano per riportarsele in basso: era infatti, per le pecore, il termine dell'alpeggio e i pastori, che le avevano custodite fino a quel momento, se le tenevano bene appresso per non perdere il compenso dei proprietari. Per poter salire a Valbiorch con le mucche ogni famiglia pagava ai deputati di valle un tanto per capo; poi c'era anche la seghéza, la tassa che si doveva pagare per ciascun componente della famiglia che falciava l'erba. Questi soldi venivano raccolti a fine stagione dai deputati di valle che li usavano per diversi lavori... Ogni nove anni si doveva tenere l'asta per l'assegnazione delle alpi (Sasso Bisolo, Prada e Stelèe) ai caricatori d'alpe..."


Val Porcellizzo

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Ma rituffiamoci nei secoli passati, tornando alla fine del Cinquecento. Nella già citata opera “Raetia”, Giovanni Guler von Weineck così descrive la valle: “Dopo il ponte sul Masino, comincia la Valmasino, attraverso la quale, dopo un’ora e mezza di strada cattiva e sassosa, si giunge al villaggio di San Martino, che è popoloso ed in buona posizione, alle falde di un monte e circondato da praterie ridenti, da campi, da pascoli e boschi. Quivi la valle si biforca in due rami; dei quali uno, internandosi a destra, giunge sino ai monti della Valmalenco, la quale comincia presso Sondrio, e l’altro prosegue a sinistra fino ai monti della Pregaglia…”
Aggiunge più avanti che, oltre alle acque termali, “che costituiscono per la vallata un nobile e degno tesoro”, ed alle quali accorrono ogni anno “i vicini Grigioni, i Chiavennaschi ed i Valtellinesi, ma anche i Comaschi, i Milanesi, i Bergamaschi e molti altri popoli”, “nella Valmasino Iddio ha profuso anche parecchi altri doni; tali l’aria buona, pura e sana, la selvaggina e l’uccellagione svariata, le squisite rotelle del Masino e il latte abbondantissimo che da ogni sorta di bestiame, grosso e minuto, si produce sugli erbosi pascoli alpini, i quali si stendono tutto all’ingiro per quei monti. Una indicibile quantità di bestiame trascorre lassù i quattro mesi caldi, poiché per il resto dell’anno queste alpi sono coperte di neve. Sopra i Bagni,ai piedi di una montagna detta dell’Oro, vi è una cava donde si estraggono lavaggi, ossia pentole di pietra per cuocervi dentro… Poco oltre il villaggio di S. Martino, scendendo dalla valle lungo la sponda destra, si incontra presso la piccola frazione Remenno un enorme e colossale macigno, lungo trentacinque braccia, largo dieci ed elevato quindici, che alcuni ritengono piuttosto un monte…che non una pietra isolata… Proseguendo incontriamo più a valle Filorera, S. Pietro, Cataeggio, Cornolo, S. Antonio, S. Caterina e Cevo; ciascuna di queste frazioni giace a circa cinquecento passi dall’altra; e tutte quante sono abitate da contadini, che vivono in gran parte del bestiame. In questi luoghi si produce anche un poco di castagne e di segale, ma non alligna la vite, perché i raggi del sole vi giungono appena nelle ore di mezzogiorno, essendo la montagna del versante occidentale a ridosso di questi paesi”.
Da questa descrizione, assai ampia rispetto a quella dedicata ad altre valli e luoghi importanti di Valtellina, emerge un quadro che di primo acchito pare prospero e felice; gli accenni, però, all’economia del castagno, accanto a quella dell’alpeggio, schiudono uno scorcio di stenti e fatiche testimoniato dalla stessa struttura delle case che ancora si vedono, per esempio, a Cataeggio, grigie, senza intonaco, addossate le une alle altre. Contribuiva a trattenere buona parte della valle entro questa economia di sussistenza la mancanza di valichi praticabili per i commerci verso il nord, presenti, invece, nella vicina Valmalenco: i passi di Bondo e Zocca, per i quali si accede al territorio svizzero, sono, infatti, alti e, soprattutto, praticabili solo con molta difficoltà (soprattutto sul versante elvetico).


Valle del Ferro

Nella sua famosa visita pastorale del 1589, il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, registrò 20 fuochi (famiglie) a Còrnolo, 8 a Cataeggio e Filorera, 25 a S. Martino, per un totale di 53 famiglie (250-300 persone), tutte cattoliche: una popolazione relativamente ridotta, a testimonianza della durezza delle condizioni di vita, legata soprattutto alla coltivazione di segale, orzo, miglio, panìco e frumento, oltre che alla raccolta delle castagne ed alle risorse dell’allevamento, cui però non potevano attingere in egual misura tutte le famiglie.
Vale la pena di riportare integralmente le sue annotazioni, perché ci offrono un quadro sintetico, ma significativo, dela situazione della valle sul finire del Cinquecento: "Oltre Bedolio a due miglia verso oriente, all'imbocco della Valle del Masino, c'è Cevo con trenta famiglie cattolichee la chiesa di S. Caterina martire, filiale della parrocchia di Caspano. Nella stessa valle a due miglia da Cevo c'è Cornulo con venti famiglia cattoliche e la chiesa di S. Antonio Abate parimenti filiale della parrocchia di Caspano. Due miglia oltre Taeggio in una frazione con venticinque famiglie tutte cattoliche, c'è la chiesa di S. Martino, che dà il nome alla frazione. A un miglio abbondante ai piedi delle Alpi ci sono le Terme frequentate ogni anno nel tempo estivo da diverse persone. Non ci sono né chiesa né case all'infuori di un ospizio e di una segheria. Oltre queste Alpi c'è l'Engadina, paese dei Reti".
Il relativo isolamento della valle aveva anche dei risvolti positivi, accanto ai molti negativi: la sua comunità era sostanzialmente preservata da sommovimenti e bufere che investirono, in diversi momenti, gran parte delle zone della Valtellina, a partire dai 12 anni di dure vessazione durante l’occupazione francese del 1500-1512. Ai Francesi si sostituirono, nel 1512, le Tre Leghe, il cui dominio durò per quasi tre secoli, fino alla bufera napoleonica del 1797.
Il periodo più difficile della storia della Valtellina è quello 1620-1639, quando questa valle assunse una centralità strategica nel tragico contesto della Guerra dei Trent’Anni, corridoio che univa le due grandi potenze alleate, gli Asburgo d’Austria e la Spagna insediata nel Milanese. La Val Masino ne risentì solo marginalmente: non venne coinvolta dalla feroce caccia al protestante scatenata nel 1620 (anche se dalla valle passarono, senza subire aggressioni, protestanti fuggiaschi verso la Val Bregaglia), non subì i saccheggi della soldataglia dei Lanzichenecchi nel biennio 1629-30, (anche se non fu risparmiata dalla terribile epidemia di peste che ne seguì). Poi il vento impetuoso della storia lasciò la Valtellina: la comunità della Val Masino, che poco ne aveva sofferto, continuava a soffrire della penuria e della durezza di una montagna affascinante ma avara.


San Martino in Val Masino

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Il quadro del seicento può essere completato citando quanto scrive Mario Songini nell’Inventario dei toponimi valtellinesi e valchiavennaschi. Territorio comunale di Valmasino (Sondrio, Società storica valtellinese, 1997: “Lo sfruttamento intensivo delle risorse offerte dalla valle e un sistema di vita contenuto all’essenziale non bastavano tuttavia a soddisfare tutte le esigenze della popolazione, sempre più numerosa nonostante le ricorrenti epidemie. Supplì, almeno dal XVII secolo, l’emigrazione temporanea o definitiva di un’alta percentuale di valligiani. Merita una speciale menzione quella sviluppatasi nei secoli verso Roma. Insieme a tanti abitanti della zona dei Cèch, con i quali in loco permanevano intensi rapporti, numerosi valmasinesi raggiunsero la Città Eterna. Là i “Grigi” (così erano chiamati per via della dominazione gigiona cui era soggetta la Valtellina) esercitarono i mestieri più diversi, in genere i più umili.” Il Seicento fu, infatti, caratterizzato da un intenso flusso emigratorio, soprattutto verso Roma, tanto che dagli atti della visita pastorale del vescovo di Como Carlo Ciceri del 1696 si evince nella vice parrocchia di Cataeggio più della metà delle famiglie contavano uno o più emigranti. A Roma la colonia di emigranti dalla valle era costituita da 8 filoreresi e 23 cataeggesi. Le loro rimesse e donazioni contribuirono non poco all’abbellimento delle chiese di Val Masino.

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Il settecento fu un secolo decisamente più favorevole per la Valtellina, ed anche la Val Masino vide un lento ma graduale miglioramento delle condizioni di vita, come pare suggerire, fra gli altri indizi, un aumento complessivo della sua popolazione, che, all’avvento della dominazione francese, nel 1797, era salita a 359 abitanti. Al miglioramento contribuì anche l’introduzione di due nuove coltivazioni, quelle della patata e del granoturco, che costituirono una importantissima integrazione calorica delle magre diete dei valligiani. È curioso pensare che la classicissima polenta, in tutte le sue varianti, che siamo abituati a considerare l’alimento più tipico della civiltà contadina, risale, in realtà, ad un’epoca abbastanza vicina alla nostra.
Nonostante ciò, proprio a
gli inizi del Settecento è documentato un processo per stregoneria, celebrato a Morbegno, che vede come imputata una valligiana, Giannina di Pietro lobizzi. Ecco quel che scrive, in proposito, Antonio Boscacci, nella sua bella guida "La Valmasino - Guida per turisti e per escursionisti", Edizioni Albatros, Milano, Valmadrera, 1992:
“Questa valle, un po' fuori dal mondo, persa tra le montagne, ben si prestava a quelle paure collettive, dalle quali nascevano con grande facilità streghe, demoni e leggende in un intreccio di non facile comprensione. Tutto questo durò per secoli, senza interruzione.Ce lo testimonia un processo del 1712 che si svolse a Morbegno e che ebbe per protagonisti due abitanti della Valmasino. Il resoconto che possediamo è molto interessante anche perché fu probabilmente uno degli ultimi per la Valmasino e per l'intera Valtellina.Se consideriamo le date, vediamo che la caccia alle streghe durò in queste valli alpine per oltre mezzo millennio. Il processo ebbe per protagonista Giannina di Pietro lobizzi, abitante a S.Antonio, denunciata come strega da un suo vicino di casa, un tal Pietro, figlio di Giovanni Stellino. E' di grande interesse leggere quali sono i sospetti e le accuse che portano Pietro a denunciare la sua vicina come strega. Ricordiamo almeno una delle numerose accuse. Dice Pietro:...mentre io ero sopra un castanello a far foglie, essa fece un certo giro intorno, poco lontano, e subito mi sentii cascar la vita e imbalordito e se mi attaccavo ad una brocca (ramo), subito si rompeva e che fortuna che l'albero era sottile, così potei abbracciare tutto e salvarmi...". Incarcerata, torturata e processata come moltissime altre prima di lei, non sappiamo quale sorte sia toccata a Giannina e se anche lei sia entrata nel numero di coloro che con la morte hanno segnato il travagliato scorrere della storia in questo angolo delle Alpi.”

Ecco come, a metà circa del settecento, lo storico Francesco Saverio Quadrio, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), presenta il comune di Mello, che allora comprendeva anche il territorio di Val Masino:
"
Mello forma la sesta Comunità con Conseglio, cui sovrastava il Castello, de' Vicedomini Domopholi, San Giovanni, Clivasca, Pregrosso, la Valle del Masino, Cataegio, Filolera, Remeno, e San Martino. A Remeno è maraviglioso a vedersi un Sasso formato a maniera di Colosso dell'altezza di quindici braccia, dieci di larghezza, e trentacinque di grossezza. Vicino poi a San Martino sono i celebri Bagni, dal Fiume Masino, ch'indi nasce, appellati, de' quali più Medici, e Storici ne han favellato con lode. In detta Valle è pure una Contrada, Cornolo detta, che non è a veruna Comunità inserita, ma da se stessa si regge. Fiorirono quivi le famiglie Alessandri, Cotta, Marmorola ec."
Nel 1785, però, la valle si staccò da Mello ed ottiene l'autonomia amministrativa. Dodici anni dopo, nel 1797, terminarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina, a causa delle brillanti campagne napoleoniche in Italia. Seguirono anni piuttosto convulsi per quanto riguarda l’assetto istituzionale del neonato comune di Val Masino. Nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio (legge 13 ventoso anno VI), il comune di Val del Masino apparteneva al distretto di Ardenno. Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, determinato nel maggio del 1801 (legge 23 fiorile anno IX), Valle del Masino era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.


Piana di Zocca

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Dalla repubblica Cisalpina si passò al Regno d’Italia, nel quale, con decreto del 8 giugno 1805, la Valle del Masino costituì un comune unitario, di III classe, appartenente al cantone V di Morbegno, con 309 abitanti.


Valle di Preda Rossa

Nel prospetto del numero, nome e popolazione dei comuni del dipartimento dell’Adda (embrione della Provincia di Sondrio), secondo il decreto 22 dicembre 1807, il comune di Valmasino, con 329 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Valmasino (229) e Cataeggio (100).
Durante il Settecento ed il periodo napoleonico il comune di Val Masino ottenne anche l’autonomia religiosa: S. Martino, con la sua  chiesa quattrocentesca, ingrandita fra il 1620 ed il 1670, fu eretta a parrocchia nel 1718; Cataeggio, con la chiesa di S. Pietro, di epoca incerta (ampliata nel 1841), divenne parrocchia 1800.
Nel 1815 la Valtellina, caduto Napoleone, passò sotto il dominio della casa d’Austria nel Regno lombardo-veneto: il comune di Valmasino, con 329 abitanti, era stato aggregato, insieme a Dazio e Campovico, al comune principale di Civo, nel cantone V di Morbegno, e passò poi, nel 1816, al distretto V di Traona. La Valle del Masino venne, poi, divisa in due comuni, San Martino con Bagni, Rasica con Cassina Piana, e Cataleggio, con Filorera e Visido. Nel 1853, infine, il comune di Valle del Masino, di nuovo riunificato, con le frazioni San Martino con Bagni, Rasica con Cassina piana, e Cataeggio, con Filorera e Visido, contava una popolazione di 599 abitanti, ed apparteneva al III distretto di Morbegno.
Durante il periodo del dominio asburgico il comune vide la realizzazione, fra il 1842 ed il 1847, della prima carrozzabile di Val Masino (in parte rifatta e migliorata agli inizi del Novecento), che dalla frazione Masino di Ardenno raggiungeva San Martino, soppiantando, come via privilegiata di accesso, l’antichissima mulattiera di Val Portola, che entrava nella valle dalla Costiera dei Cech.
Nel 1861 venne proclamato il Regno d’Italia. Il comune contava allora 768 abitanti, saliti ad 865 nel 1971, a 933 nel 1881 ed a 994 nel 1901. La seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento portarono anche altre novità in valle, insieme a qualche conferma. La conferma era soprattutto quella dell’emigrazione, che però estese il suo raggio, assumendo come meta, accanto alla tradizionale Roma, anche l’America.

Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

 

Cataeggio, S. Martino
Morbegno
147
106
922
13280
1330

 

 

 

 


Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)
: Spluga (privata, 120, 40, 84); Merdarola (Comune di Mello, 80, 40, 84); Ligoncio (privata, 60, 40, 84); Bagni di Masino (privata, 60, 40, 84); Alpe dell'Oro (Comune di Cino, 80, 40, 84); Sceroia (Comune di Cercino, 60, 40, 84); Porcellizzo (privata, 120, 40, 84); Alpe del Ferro (Comune di Mello, 90, 40, 84); Qualido (privata, 35, 40, 84); Alpe Zocca (Comune di Val Masino, 45, 40, 84); Alpe Torrone (Comune di Mello, 40, 40, 84); Alpe Pioda (Comune di Cercino, 45, 40, 84); Cameraccio (Comune di Cercino, 35, 40, 84); Remoluzza (Comune di Cercino, 35, 40, 84); Temola (privata, 30, 45, 84); Romilla (privata, 45, 45, 84); Arcanzo (privata, 30, 45, 84); Arcanzolo (privata, 20, 45, 84); Vicima (privata, 45, 45, 84); Monte Bruciato (privata, 20, 45, 84).

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Fra le novità della seconda metà dell'ottocento, la prima in ordine di tempo è la scoperta di un terzo volto della valle, dopo quello riservato ed esclusivo dei Bagni e quello variegato e spesso sofferente della popolazione contadina: nasceva la Val Masino degli alpinisti. Anzi, nasceva, in questa valle, l’alpinismo. Le sue cime attrassero, infatti, negli anni Sessanta, i pionieri di questa pratica, che venivano dall’Inghilterra. E. S. Kennedy, L. Stephen e T. Cox, che, per primi, raggiunsero la vetta del monte Disgrazia il 24 agosto del 1862, furono i battistrada (con grande sorpresa furono visti tornare giubilanti a San Martino, dopo che già ci si preparava a celebrarne i funeral), seguiti, ben presto, da altre figure animate da eguale entusiasmo, spirito di avventura e desideri di cimento, come Freshfield e Tucker, che quattro anni dopo salirono il pizzo Cengalo, e Coolidge, che l’anno successivo scalò il pizzo Badile.
Vennero, poi, anche gli italiani, primo e più appassionato fra tutti il conte Francesco Lurani, che lasciò anche dettagliate descrizioni delle montagne visitate e scalate. L’esplosione della passione alpinistica determinò anche la nascita di una robusta tradizione di guide alpine in valle, prime fra tutte Bortolo Sertori e Giulio Fiorelli. Il Novecento segna numerosissime tappe nel progresso delle capacità tecniche di approccio a difficoltà alpinistiche di grado sempre più elevato, fino al virtuosissimo dei Sassisti, che, contrari alla filosofia della scalata come conquista, esaltano il puro piacere dell’arrampicata, misurandosi con le pareti apparentemente più inaccessibili. Tutto ciò è compendiato in una famosa affermazione del celebre alpinista Walter Bonatti, che ha definito la Val Masino come l’università dell’alpinismo.
Ma gli alpinisti non erano i soli frequentatori di passi e vette dell’alta montagna. Cacciatori e contrabbandieri, fin dall’Ottocento, se ne servivano. Fin dai primi mesi successivi all’unità d’Italia in valle venne costituito un distaccamento della Guardia di Finanza (Caserma di S. Martino), che nel 1900 era costituito da 15 unità, numero significativo, che testimonia la consistenza dei traffici di contrabbando che sfruttavano i passi, alcuni dei quali assai difficili, per la Val Codera e la Svizzera (passo Ligoncio e dell’Oro per la Val Codera, dalla quale poi si passava in Svizzera per la bocchetta della Teggiola; passi di Bondo e di Zocca, ma anche cima del monte Sissone
- "sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331 - per il passaggio diretto al territorio elvetico). Lunga storia, quella del contrabbando in Val Masino. Lunga un secolo abbondante. Già Douglas W. Freshfield, alpinista inglese che ha legato la sua fama alle pionieristiche scalate nel gruppo del Masino, menziona, nel 1862, il contrabbando in valle, parlando del sentiero che dalla valle dell’Albigna raggiunge il passo di Zocca, sentiero “conosciuto soltanto dai contrabbandieri e dai pastori”. Dobbiamo portarci agli anni settanta del Novecento per assistere al tramonto del contrabbando, ormai non più conveniente economicamente.
Il passo di Zocca era il più valicato, in quanto decisamente più agevole rispetto al passo di Bondo, in Val Porcellizzo, o al monte Sissone, sulla testata della Val Cameraccio. Non l’unico, però, dal momento che i Finanzieri non stavano a guardare, o meglio, guardavano, sì, ma da postazioni strategiche, pronti ad intervenire ogniqualvolta avvistavano sospetti contrabbandieri scendere dal passo.
In questi scenari si è, dunque, giocata più e più volte la partita di abilità, scaltrezza, coraggio e resistenza fra i “fènc” (letteralmente, i ragazzi: così venivano denominati, gergalmente, allo scopo di non farsi intendere, i finanzieri) o "burlandòt" ed i contrabbandieri, che, di ritorno dal “viac’ inch dè pòs”, portavan fuori dalla Svizzera “el mòrt” (il morto, cioè, nel gergo, la merce di contrabbando: sale, soprattutto nel periodo fra le due guerre e durante la seconda guerra mondiale, poi caffè e tabacco, nel secondo dopoguerra, scambiati in genere con riso e prodotti alimentari della valle). Quando andava bene, si poteva “mèt via èl mòrt”, “mettere via il morto”, non nel senso di celebrare un funerale, ma di riuscire a smerciare la merce contrabbandata, realizzando quel guadagno che ripagava dello sforzo durissimo della doppia traversata (effettuata in genere in 24-36 ore). Quando andava male, invece, si doveva fuggir via a gambe levate, lasciando sul posto la bricolla con la merce.


Valle di Zocca

Una partita fra avversari, non nemici: contrabbandieri e finanzieri, infatti, senza darlo troppo a vedere, si rispettavano, ciascuno comprendendo le ragioni dell’altro, anche se fermamente decisi a non venir meno al proprio compito. Una partita che non era giocata in campo neutro, in quanto i contrabbandieri avevano dalla loro parte la popolazione locale, in genere pronta ad avvertirli del pericolo di pattugliamenti o appostamenti, anche con finti richiami alle greggi "bea, bea, ciachès"). Vi furono momenti di tensione, ma in nessun caso si giunse ad esiti tragici, che invece non mancarono in altri versanti valtellinesi interessati alla pratica del contrabbando. I finanzieri si accontentavano di requisire tutti i carichi di cui riuscivano ad impossessarsi, fingendo, per lo più, di non riconoscere i contrabbandieri fuggitivi, con i quali, poteva capitare, finivano talora per giocare qualche partita a carte, la sera, in qualche osteria. Addirittura si poteva arrivare a forme di reciproco aiuto, come accadde, stando ad un racconto riportato da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagna (cfr. Punte e Passi, a cura di L. Angelici ed A. Boscacci, ed. CAi di Sondrio, 1998), quella volta che, sul finire dell’ottocento, due contrabbandieri sorpresi da una terribile tormenta appena sotto il passo di Zocca, sul versante svizzero, implorarono i Finanzieri di trarli d’impaccio. Poi, il progressivo esaurirsi del fenomeno, che portò alla chiusura della  caserma delle Guardie di Finanza nel 1973 (negli ultimi anni, peraltro, utilizzata soprattutto per ospitare militi convalescenti da malattie legate a cause di servizio).

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Se non vi furono episodi tragici nei decenni caratterizzati dal contrabbando, alla valle non furono risparmiate altre tragedie. Innanzitutto quelle legate a ricorrenti epidemie, fra Ottocento e primi del Novecento, di tifo, colera, vaiolo, difterite, fino alla terribile influenza spagnola che si diffuse sul finire del 1918. Poi quelle legate a disastri naturali, frane ed alluvioni (particolarmente disastrosa, nell'intera provincia, quella del 1911, definito, in Val Masino, "l'an del disàstro"). La popolazione del comune era, in quell'anno, di 1908 abitanti.
Un quadro interessante della valle e della sua povertà alla vigilia della prima guerra mondiale ci viene offerto da quanto scrive Marco Ferrari Aggradi nella sua opera “Ezio Vanoni, vita-pensiero-azione” (Roma, 1956): “Del comune di Val Masino, il padre era Segretario Comunale. L'andarvi ed il tornarvi da Morbegnonon era certamente agevole. Allora non vi era ancora un servizio di autocorriera. La strada era lunga e malmessa, più mulattiera che rotabile. Capitava, al piccolo Ezio, di dover accompagnare il padre o di dover scendere al piano, di tanto in tanto, per qualche commissione. E risalendo a monte, recando sulle spalle la piccola gerla della spesa, dovette incominciare a capire il sacrificio di chi vive sulla montagna. Incontrava per via uomini e donne anch'essi carichi, donne incurvate anzi tempo dalla fatica, uomini che raramente sorridevano e parlavano poco. Nelle soste, quando ciascuno depone il proprio carico per riprendere fiato, si scambiava qualche parola, qualche idea. Le grandi cose si dicevano con poche, semplici parole…


Cima di Castello, punta di Rasica e pizzo Torrone occidentale

La strada vi sale schiudendo alla vista, ad ogni svolta, un paesaggio strapiombante e dirupato, finché dopo un lungo andare tra frane di granito e piccoli prati si arriva a Val Masino, uno dei Comuni più poveri della provincia. Vanoni padre, come tutti i segretari comunali che si sono susseguiti dopo di lui, dovette sudare non poco per tenere in sesto il bilancio del paese. Bisognava sopportare un'estenuante lotta per sopperire alle più fondamentali necessità della vita in comune: non scuola, non acquedotto, non latteria, non luce elettrica. La scuola messa su così, di fortuna, in qualche localetto basso per poter stare più caldi, intriso d'odor di fumo e di stalla; l’acquedotto, rudimentale, fatto attraverso prestazioni gratuite degli uomini che, pure gratuitamente, provvedevano alle strade per i vivi ed al cimitero per i morti. Più avanti, infine, verso il fondo della valle, San Martino, ove la conca verde si offre come un premio a colui che v’arriva. È questo il centro turistico della valle: ricco di tradizioni alpinistiche, ai piedi di uno dei più interessanti gruppi delle Retiche ha – un po’ lontano dalle case raggruppare, sottratto alla indiscreta curiosità – il suo grande albergo. Là si faceva un tempo, più di quello che non si faccia oggi, la cura delle acque termali.”
Infine, la grande tragedia della Prima Guerra Mondiale, nella quale caddero quattro valmasinesi, ricordati nel Monumento ai Caduti a Cataeggio: Rossi Antonio di Giacomo, Marchetti Cesare di Giacomo, Folla Giovanni di Bartolo e Songini Andrea di Giovanni. A loro si aggiunge il ricordo di Speziali Lorenzo fu Domenico, caduto nel 1898 ad Abba Garima.
La Prima Guerra mondiale ebbe un risvolto interessante, destinato ad incidere non poco nella successiva immagine della valle: ad essa, infatti, risale il primo nucleo di quel Sentiero Roma (senté róma) che è uno dei più celebri percorsi di alta montagna dell'arco alpino, conosciuto ed amato da tutti gli appassionati dell'escursionismo, teatro anche della celebre gara di corsa in montagna dedicata alla memoria della guida Pierangelo Marchetti, detto "Kima". Le cose andarono così. Com'è noto, si combatteva sul fronte dello Stelvio-Ortles-Cevedale, ma il generale Cadorna, che non si fidava dello stato maggiore svizzero, temeva che l'esercito austro-ungarico potesse ottenere il permesso di transito in territorio elvetico e di qui irrompere in Valtellina e Valchiavenna, con conseguenze disastrose per il fronte italiano. Volle, quindi, che sulle montagne di Valtellina si tracciassero sentieri ed allestissero postazioni che avevano lo scopo di sbarrare l'avanzata del nemico. Anche la Val Masino rientrava in questo disegno: vennero posti distaccamenti sui rifugi di alta quota e si cominciarono a tracciare sentieri di collegamento fra le valli. Nel primo dopoguerra, durante il regime fascista, a partire dal 1928, l'allestimento riprese, collegamendo i diversi segmenti e costituendo un unico sentiero di alta quota, impervio e difficile, in molti passaggi, ma di incomparabile fascino e suggestione, che collegasse le capanne della valle, dalla Omio alla Ponti, passando per la Gianetti e l'Allievi.
Nel periodo fra le due guerre mondiali la popolazione del comune subì una leggera flessione, che la portò dai 1116 abitanti del 1921 ai 1106 del 1931 ed ai 1077 del 1936. Ecco come la Guida illustrata alla Valtellina curata da Ercole Bassi e pubblicata nel 1928 presenta il comune di Val Masino: "Dopo quasi km. 8 dalla staz. ferr. di Ardenno, si giunge a Cataeggio, sede del comune di Valmàsino (metri 791 - abitanti del comune 1021 - P. T. - albergo Belvedere - famiglia cooperativa ed agricola - asilo inf. - coop. cons. - soc. elett. - cam. ammob. a S. Martino - auto est. per la staz. ferr.) e poco dopo a Filoréra. Percorsi altri due km. si arriva a San Martino (m. 927 - pulite osterie con alloggio). In questi villaggi si trovano buone guide per l'ascensione al Disgrazia e alle altre importanti cime della vallata. Fra Filorera e S. Martino la valle si allarga presentandosi pianeggiante e cosparsa di grossi massi, fra i quali torreggia il ciclopico Sasso Remenno (m. 942). Piegando poi a s. la rotabile termina allo stabilimento dei Bagni (m. 1168), che, provvisto di luce elettrica, e posto in un ridente bacino, tutto circondato da una ricca foresta di abeti, gode di un clima mite e asciutto, ed è assai riparato dai venti. Ivi le acque di una ricca sorgente termo-minerale, a 38,2 gradi centigradi, usate per i bagni, sono assai benefiche nelle malattie del sistema uterino."
Se la prima guerra mondiale non toccò la Val Masino, più travagliata e tragica fu la seconda: 14 alpini della valle furono dispersi nella terribile ritirata di Russia, ed uno solo di loro fece ritorno a casa. Dopo l’8 settembre 1942 e la costituzione della Repubblica di Salò, poi, in Val Masino si organizzò un nucleo cospicuo di resistenza partigiana, temporaneamente disgregato, però, dal rastrellamento a tappeto delle forze nazi-fasciste del novembre 1944. Nel libro di granito che a Cataeggio la Val Masino ha dedicato ai suoi caduti nella seconda guerra mondiale troviamo i nomi di Barola Giuseppe, Bonesi Dino, Bonesi Gino, Cassina Attilio, Ciappini Rino, Dolci Alessandro, Dolci Giuseppe, Dolci Olimpio, Fiorelli Albino, Fiorelli Genesio, Fiorelli Mario, Folla Eugenio, Iobizzi Ventura, Petrini Pio, Rodelli Lino, Rossi Vittorio, Scetti Lino, Scetti Pietro, Scetti Tommaso, Songini Giovanni, Songini Giuseppe, Speziali Pietro, Speziali Vittorio e Taeggi Marco.


Monte Disgrazia

Il secondo dopoguerra, superato il primo periodo di severe ristrettezze per le conseguenze del conflitto, vide la progressiva transizione dell’assetto economico della valle, nel quale il peso delle attività agricole e zootecniche subivano un ridimensionamento rispetto ad altre attività, legate soprattutto alla lavorazione del granito, al turismo o ai nuclei produttivi del fondovalle. Riguardo alla lavorazione del granito, c'è da ricordare che questa branca produttiva costituiva, fin dall'ottocento, un elemento importante nell'economia della valle; ecco come, nei primi anni del novecento, ne parla il già citato Bruno Galli Valerio: "Visito i cantieri dove si lavora il granito di Val Masino, il così detto "ghiandone". E' un lavoro interessantissimo. Trovato il filo dell'immenso blocco di granito, gli scalpellini lo fanno saltare in lastre regolarissime. E' là che si sono lavorati tutti i pezzi del famoso ponte della ferrovia del Desco, e che si sta lavorando la pietra pel castello di Milano. Non vi sono che gli operai italiani che sappian lavorare tanto bene il granito. Sono essi che han costruito l'immensa e splendida diga di Assouan. Alcune persone arrossiscono, quando parlano di operai italiani che girano il mondo come scalpellini, muratori e minatori. Dovrebbero sapere che senza di loro, moltissimi lavori non si farebbero. Essi sono specializzati da padre in figlio e lavorano da veri artisti e non come macchine. Una volta organizzati e protetti, essi saranno i più ricercati e rispettati lavoratori in queste tre arti." (op. cit.).


Pizzi Torrone

Questa transizione, però, non impedì una costante flessione demografica: nel 1951 gli abitanti erano 1176, nel 1961 1131, nel 1971 1061, nel 1981 989 e nel 1991 931: evidentemente l'attrazione del fondovalle, con le sue comodità negli spostamenti per il lavoro, si è fatta sentire. Solo alle soglie del terzo millennio viene registrata una leggera ripresa (963 abitanti nel 2001; nel 2005 sono 962).
Il turismo, poi, non ha stravolto il volto del comune, anche perché non ha mai assunto connotazioni di massa, essendo piuttosto legato a quel particolare popolo di alpinisti, sassisti, escursionisti ed amanti della montagna che amano confrontarsi con i suoi aspetti più difficili e meno amichevoli, e, proprio perciò, più affascinanti. Un solo dato: se togliamo la strada per Preda Rossa, non esistono carrozzabili che superino la quota di 1170 metri. Il resto è affidato ai piedi. Ed anche la strada Filorera-Preda Rossa non ha avuto vita facile: sembra quasi che la montagna si sia sentita violata da questo tracciato che, nel 1967, venne portato a termine dall'ENEL in previsione della costruzione di uno sbarramento idroelettrico che doveva chiudere la Valle di Preda Rossa (progetto che non venne, peraltro, attuato per le proteste degli ambientalisti): per due volte, nel 1977 e nel 1991, il distacco dal fianco sud-orientale del monte Piezza (sciöma da pièsa) di enormi speroni granitici ha distrutto il sottostante maggengo di Valbiore (valbiórch), interrompendo la carrozzabile ed imponendo la costruzione di una nuova pista sul lato opposto della valle, come se la montagna avesse voluto esprimete tutto il proprio sdegno e la propria ira contro quella strada che consentiva un troppo facile e comdo accesso ai suoi scenari di incomparabile bellezza.
Una particolare menzione meritano, infine, i Sassisti, che hanno trovato qui, sopratutto in Val di Mello, l'ambiente ideale per praticare la loro filosofia dell'arrampicata che trova in se stessa la propria ragion d'essere e la propria gratificazione. La roccia che domina la Val di Mello, infatti, è la granodiorite (nome commerciale: ghiandone) e la quarzodiorite (nome commerciale: serizzo), assai simile al granito, ma, a differenza di questo, più povera di quarzo, e quindi assai meno scivolosa. Un paradiso, quindi, per coloro che coltivano l'arrampicata in aderenza. Ma ciascuno, in Val Masino, può trovare il proprio, di paradiso, anche perché qui non si è ancora sviluppato il fenomeno del turismo di massa e l'ambiente ha ancora conservato un volto che richiama le suggestioni del passato.
Ed allora, il modo migliore di concludere questa presentazione è rimarcare l'attualità di quanto scrisse, agli inizi del Settecento, Vaginnio Mosato, che visitò la valle ed annotò "asperitatem, aeris salubritas et grata incolarum hospitalitas compensat", cioè "la salubrità dell'aria e la gradita ospitalità degli abitanti ne compensano l'asprezza".

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Valle dell'Oro

APPENDICE
Riportiamo il testo integrale delle pagine dedicate alla Val Masino nella "Guida alla Valtellina" curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio nel 1884:

"Valle del Masino. — La valle del Masino è celebre per le sue acque termali, e meriterebbe d'essere studiata per le vene metalliche che vi si manifestano. Non per nulla la montagna granitica che sovrasta al villaggio di San Martino porta due nomi distinti a varia altezza: cioè Alpe del Ferro e Monte del Ferro; ed in fondo alla valle dei Bagni, ove il gneis anfibolico è in contatto col granito schietto che forma la cresta di separazione della valle Codera, ovvi l'Alpe dell'Oro.
Questi nomi tradizionali, che vedremo ripetuti in varj altri punti delle Alpi Valtellinesi, significano qualche cosa.
Le tracce di antiche escavazioni in quei luoghi, confermate dalle storie e dalle cronache, e riferibili ai tempi, nei quali la Valtellina era assai più popolata che al presente, e le fabbriche d'armi e la conseguente ricerca del minerale greggio erano assai attive in Lombardia nel medio evo, ricerche abbandonate poi durante la dominazione dei Grigioni ed. anche per le guerre e le pesti che disertarono la valle; tutto ciò farebbe pensare alla utilità di rimetterci sulle orme di quelle ricchezze minerali che forse non furono ultima cagione, per cui il nostro paese ebbe un giorno una floridezza che ancor oggi invidiamo.
La costituzione geognostica della valle del Masino in paragone delle altre della provincia è semplice. Una corona di creste prettamente granitiche, sul cui versante settentrionale ed orientale si distendono amplissimi ghiacciai, quali sono quelli della Bondasca, dell'Albigna, del Forno, interposti fra valle Pregallia e Valmasino, e quella che veste di una eterna camicia bianca il monte della Disgrazia, solitario gigante ritto in mezzo al suo eremo sterminato fra le valli del Masino e di Malenco.
Chi ascende dal piano, ossia dal villaggio del Masino per andare ai Bagni, passa sui micascisti, finché oltre la morena di Cavo vede discendere a sinistra il piccolo torrente di valle di Spluga, che mena abbasso i frantumi granitici distaccatisi dallo Spluga, nome che si ripete più volte nel vocabolario delle Alpi Valtellinesi.
Dopo aver oltrepassati i micascisti e valle di Spluga a sinistra giunge fra i gneis in faccia a Cattaeggio, dove gli si apre a destra l'altra valletta di Sasso Bisolo, torrentello che scende dal monte della Disgrazia e scorre sopra uno strato di gneis anfibolico. È notevole che nella parte più elevata di questa valletta si trova quella specie di roccia che non fu mai ben classificata e che ricompare tosto sull'altro versante di detto monte in valle Malenco al disopra di Chiesa e che fu detta perciò da alcuni scrittori roccia serpentinosa di Malenco.
Procedendo oltre Cattaeggio, il gneis sì fa anfibolico e tale si conserva, tranne in piccola accidentalità, lungo tutte e due le valletto secondarie, in cui si bi forca la valle del Masino nel punto di San Martino, formando la valle di Mello che si spinge a nord-est e quella propriamente dei Bagni che si avanza ad ovest per poi risalire lungh’esso il torrente Porcellizzo a nord.


Bassa Val Masino

L'alpinista che s'inoltra in quelle parti, si faccia animo e salga al passo di Bondo, se vuol dare un'occhiata a valle Pregallia che gli comparirà davanti con un bel panorama; ma prima di salire, se ama osservare curiosità minerali, si fermi alquanto ai pie dell'Alpe dell'Oro già accennata ed esamini un bel giacimento di pietra oliare, che vedrà poi ripresentarsi in ampli depositi in valle Malenco. La valle Porcellizzo, che dai Bagni conduce al passo di Bondo, alla Trubinasca, alla Punta Torelli, termina in un ampia. solitario anfiteatro di creste e ghiacciai, che nulla offre di notevole, se non la gradevole sorpresa, allorché si è giunti in cima, di vedersi spiegata davanti agli occhi presso che tutta la valle Pregallia, co' suoi pascoli, co' suoi boschi, co' suoi villaggi. ...
"I monti in cui è rinserrata la valle del Masino formati in gran parte di roccia granitica, di cui è caratteristica la formazione delle valli secondarie a successive terrazze o gradini , hanno suscitato entusiasmo in quanti alpinisti li visitarono. Le bellezze di questa severa e maestosa regione alpestre furono descritte con anima d'artista e di poeta dal Freshfield in due capitoli del suo Italian Alps, vennero decantate dal Ball, dal Siber-Gysi, e da altri stranieri; ma quei che con maggior lena e maggior amore le studiò si fu Francesco Lurani socio del Club Alpino italiano. A lui dobbiamo un'accurata monografia completata poi da due articoli pubblicati dalla Rivista alpina.
Allo Stabilimento dei Bagni del Masino conduce una via carrozzabile. Le vetture partono ora generalmente da Morbegno, seguono la via nazionale per circa sette chilometri fino oltre il ponte in pietra sull'Adda detto del Desco, e l'altro in legno, poco lontano, sul Masino. Lì vicino è un'osteria ove si può trovare modesto vitto e alloggio. Quando sarà aperta la ferrovia Colico-Sondrio le vetture partiranno probabilmente dalla stazione di Ardenno. Lasciata. la via nazionale la strada del Masino attraversa il piano della valle, passa per il villaggio dello stesso nome, presso cui sono vari molini e varie fucine, sale a giravolte l'erta pendice orientale coperta di vigneti, quindi entra in una stretta gola selvaggia a pareti dirupate, in fondo alla quale rumoreggia il torrente.
Poi la valle s'apre un po', e vicino all' osteria del Baffo, a metà strada tra Morbegno e i Bagni, si vede a sinistra sopra un poggio pittoresco il villaggio di Cornolo. Proseguendo la strada è fiancheggiata da massi scesi dall'alto dei monti. L'ottimo granito, onde questi massi sono formati, si impiega in costruzioni, sia in Valtellina, sia fuori di essa laonde lungo tutta la via si vedono, o gradini, o colonne, o pilastri lavorati per l'esportazione.
A Cataeggio (795 m.), dove ha sede il Comune di val Masino (850 ab.), la strada, che prima si era mantenuta sempre sulla pendice orientale della valle, passa il torrente. Cataeggio ha due modeste osterie, ove si può trovare alloggio e vitto: la più bella delle sue case serve per le scuole e per gli uffici del Comune.


Piana di Zocca

La valle di Sasso Bisolo e il monte della Disgrazia. — A Cataeggio sbocca nella valle del Masino l'altra secondaria di Sasso Bisolo che scende direttamente dal Disgrazia. Una rapida salita conduce alle primo baite di Sasso Bisolo (1460 m.) dove confluisce la valle di Scermendone. Rimontando quest'ultima valle lungo un sentiero sassoso ma non arduo si arriva al Pian di Spina e al passo di Scermendone, da cui si discende agevolmente per la valle di Postalesio al villaggio omonimo a sette chilometri da Sondrio. Girando invece in alto attraverso erte gande la valle di Postalesio si può scendere per la bocchetta di Caldenno (2450 in. circa) al nord della cima in val del Torreggio e quindi a Torre o a Chiesa in val àlalenco (vedi § 14), oppure, lungo la cresta del Caldenno e dell'Arcoglio all'alpe Morscenso, a Triangia e a Sondrio. Da Cataeggio a Sondrio per questa via occorrono circa dieci ore di cammino.
Salendo alla chiesa di S. Quirico (2125 m.) si può, per gli splendidi pascoli di Scermendone e magnifici boschi d'abete, discendere a Buglio (406 m.1162 ab.) e ad Ardenno. Continuando invece a rimontare la valle di Sasso Bisolo si arriva dopo non molto all'alpe Foppa (1815 m.) e a quella di Preda Rossa (1950 m.), un tempo ordinario punto di partenza per la salita al Disgrazia. Ma nel 1882 il Lurani, diligente illustratore delle montagne del Masino, col concorso del signor Ernesto Albertario, fece costruire più in alto, fra la morena laterale del giacciaio e la cresta che divide la valle di Mello da quella di Preda Rossa, un rifugio alpino a cui impose il nome di Capanna Cedila (2558 m.), e che donò poi alla sezione di Milano del C. A. I.
La capanna Cecilia, che può ricoverare comodamente cinque o sei persone , serve per la salita al Disgrazia a chi parte dal Masino (vedi § 14). Da essa, a quanto assicura il Lurani, si può raggiungere in breve tempo la Cima Vicima (2856 m.), e quella settentrionale del Corno Bruciato (3099 m.). Non si hanno notizie di ascensioni fatte a queste due cime. Il Corno Bruciato ha due altre vette; quella di mezzo, la più alta (3112 m.) venne ascesa dal Lurani il 27 agosto 1881. Dall'alpe di Preda Rossa (1050 m.) raggiunse in quattro ore di lenta salita la bocchetta, tra essa cima e la terza a mezzogiorno (2960 m.). Dalla bocchetta (2835 m.) alla punta estrema magnifica scalata fra labirinti di rupi difficili. Questa fu probabilmente la prima salita. La cima offre tracce antiche e recenti di fulmini e stupendi campioni di fulguriti.


Pizzi Torrone

Dalla capanna Cecilia , per morene e il ghiacciaio di Preda Rossa, si arriva , in circa un' ora di salita, al passo di Corna. Rossa , e alla capanna del Disgrazia (2800 m.) ivi costrutti a cura della Sezione valtellinese del C. A. I., dalla quale per gandoni e nevai si scende all'alpe Ragli nella valle del Torreggio.

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Dopo Cataeggio la via carrozzabile supera un'erta di forse un centinaio di metri, quindi, oltrepassato il villaggio di Filorera, entra in un pittoresco piano tutto pascoli. A sinistra, precipitati dal monte, stanno enormi massi che s'aggruppano e s'accavallano così da assumere un aspetto grandioso, imponente. Sorge fra essi gigante il Sasso di Remenno, enorme rupe di granito che la strada rasenta, e dietro la quale sta una cappelletta. In fondo , addossato alle ultime pendici del monte Sciascia, sta il villaggio di S. Martino (920 m.), sopra del quale s'alza pittorescamente, in numerosi ripiani, un'ampia distesa di campielli interpolati da filari di frassini, e circondati in alto da un verde bosco d'onizzo.

La cima di Prato Baro (2714 — Sorge a sud est di S. Martino in vista dei Bagni, ed è , per avventura , il punto più favorevole per studiare il gruppo delle vette del Masino come quello che è posto nel centro di esse. Si raggiunge (la S. Martino in quattro ore di salita, piuttosto monotona. La cima è coperta dalle ossa di non poche pecore che vi rimasero uccise dal fulmine non molti anni sono.

La valle di Mello. — Per lenta e facile salita , il sentiero s'inoltra nella valle e giunge alla cascina Piana (1022 metri) e poi alla Rasica. Continuando a oriente si sale all’alpe Pioda e di là al Passo di Metto o della Disgrazia (2900 m. circa), che, per l'erto ghiacciaio della Ventina, mette a Chiareggio in Val Malenco. La bocchetta, secondo il Freshfield, è la più vicina al pizzo Pioda. È un passo malagevole, che fu nondimeno superato, anni sono , da mezza compagnia di alpini con armi e zaino.

Il monte Sissone (3329 m.), che può ascendersi senza molta difficoltà dall'alpe Cameraccio (2150 m.), venne più volte adoperato come passo tra la valle di Mello e 1'Engadina per il ghiacciaio del Forno.


Pizzi Torrone

Prima della Rasica si stacca, a sinistra, un sentiero che mette, attraverso boschi, in val di Zocca, valle selvaggia sormontata da una catena di vette dirupate, imponenti. A occidente è la Cima di Zocca (3174 m.), vergine tuttora, per quanto ci consta, e la cui salita dalla valle omonima il Lurani giudica impresa ardua ma possibile. Segue la Cima di Castello (3392 m.), segnata nella carta del Dufour col nome di Cima del Largo; pare sia stata ascesa una sol volta, il 31 luglio 1806, da Freshfield per il ghiacciaio del Forno. Secondo il sopradetto Lurani la via più naturale e più facile per guadagnare questa vetta è quella del nevaio occidentale che si può raggiungere piegando a destra prima di arrivare al passo di Zocca. La punta ardita tra la valle di Zecca e la valle Torrone, venne dal Lurani chiamata Torrone occidentale (3349 m.), per distinguerla dall'altra punta, che egualmente sovrasta, ad oriente, alla valle e all'alpe Torrone, e che chiamò Pizzo Torrone orientale (3330 m.). Egli la salì in compagnia del signor Ernesto Albertario colla guida Antonio Baroni di Sussia in Val Brembana il 5 agosto 1882 partendo da val di Zocca. La scalata difficilissima dovette compiersi, narra il Lurani, per ertissimi canalini, e per leggiere screpolature in piodesse, pareti di roccia granitica parimente ertissime. La cima dirupata consta di massi accavallati , e che minacciano dl precipitare sui ghiacciai sottoposti. Anzi alcuni caddero mentre trovavansi lassù il Lurani e i compagni suoi , e per un istante temettero di dirupare coll'intera vetta. Non abbiamo notizia di altra salita eseguita o tentata a questa cima. L'ascensione del Pizzo Torrone orientale (3330 m.), tentata invano per il versante italiano, il 3 agosto 1881 dal Lurani , venne compiuta, per il versante nord e il ghiacciaio del Forno, il 29 luglio 1882 dai signori Paulke e Rzevuski, scavando più di mille gradini nel ghiaccio. Una seconda salita si fece per l'alpe Torrone (2231 m.) e la valle omonima il 3 agosto 1883 dal dott. Schulz di Lipsia, il quale evitando le rupi salì, per un couloir di neve ertissimo, fino quasi all'Ago di Cleopatra obelisco di roccia situato ai piedi del pizzo. Lo stesso Schulz era passato sette giorni prima dal ghiacciaio del Forno in vai Torrone superando con difficoltà senza fine la bocchetta ai piedi dell'Ago di Cleopatra, e traversando quindi la prima volta il colle Torrone (3150 m.).

Il Passo di Zocca, è relativamente facile. Giunti alla sommità (2743 m.) , lo sguardo può sorprendere la natura nei suoi più selvaggi e maestosi aspetti. Al sud quel. caos di enormi rottami che costituiscono le frastagliate cime di Val di Zocca, e in fondo gli scarsi suoi pascoli. Al nord un'ampia conca, conterminata da vette egualmente giganti, in fondo alla quale s'adagia il ghiacciaio dell'Albigna che ricolma in dolce pendenza tutta la valle. Si può scendere in circa due ore, generalmente senza difficoltà di sorta, il ghiaccio ha pochissimi crepacci. Il Freshfield narra di due suoi amici che si trovarono imbarazzati da una bergschrund proprio sotto il colle. Oltrepassate le magnifiche cascate dell'Albigna si giunge in breve ora a Vico-Soprano sulla Mera. Da S. Martino a Vico-Soprano si impiegano da 12 a 13 ore. A chi volesse recarsi alla Maloja si raccomanda la traversata dal ghiacciaio dell'Albigna a quello del Forno per la bocchetta di Casnile.


Salendo verso San Martino

La valle dei Bagni, che sale a sinistra di S. Martino , corre da prima stretta, inospite scarsa di. vegetazione. I monti che la rinserrano si ergono ripidi scarsi anch'essi di pascoli e di boschi. Vera oasi in tanta deserta natura si apre il bacino dove trovansi i Bagni. È una conca tutta boschi e prati, divisa dal torrente, e sormontata da ripide balze che fanno strano contrasto col verde del fondo, e danno al paesaggio un aspetto veramente pittoresco. Un folto bosco annuncia la vicinanza dello Stabilimento (1168 m.), a cui si arriva in tre quarti d'ora da S. Martino.

La sorgente, scoperta e usufruita fino dal secolo XVI, sgorga in grossa vena da due polle proprio al disopra dello Stabilimento da una roccia granitica assai dura, e si mantiene costantemente alla temperatura di 30° Reaumur. Essa appartiene alla categoria di acque termali in cui trovansi quelle di Bormio e di Ragaz. Contiene jodio in abbondante quantità. Il clima di questo soggiorno è fra i più dolci e meno incostanti delle regioni alpine , e cagione dei monti altissimi che lo riparano dai venti del nord e d' occidente. I bagni perciò, durante i tre mesi d'estate, sono frequentatissimi. Essi voglionsi efficaci contro i reumi, le malattie scrofolose, quelle intestinali, e principalmente contro quelle d'utero: perciò ebbero da tempo immemorabile il nome di Bagni delle Signore … L' antico Stabilimento era in legno, poi se ne sostituì uno in muratura, che fu ampliato di molto e abbellito nel 1883. Ha ampie sale da pranzo e da conversazione; comodissime camere da letto, tra cui una, la camera storica, a pareti ricoperte di legno, tutte piene di inscrizioni del secolo passato. Là dove era l'antica chiesetta sono ora i congegni per la cura idroterapica. La nuova chiesa sorge isolata a poca distanza dallo Stabilimento. Tra questo e il torrente vi ha un bel giardino, il cui principale ornamento sono due enormi pini secolari. Il vitto e il servizio sono ottimi; i prezzi modicissimi. I boschi che si stendono innanzi ai Bagni e ai loro lati offrono comode passeggiate anche ai più deboli. Le alpi del vallone che s'alza innanzi allo stabilimento fino al Lis d'Arnasca (3034 m.), e della val Porcellizzo sono meta a divertentissime gite. Per gli alpinisti i Bagni del Masino sono a dirittura una stazione di primo ordine.

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Alla Casera di Porcellizzo. - Un sentiero sale rapidamente a zig-zag, a nord dello Stabilimento di fianco alla splendida cascata del Masino, solita meta alle piccole passeggiate dei bagnanti, e in circa tre quarti d'ora conduce al primo ripiano di Val Porcellizzo ove sono le casere gemelle di Corte Vecchia (1302 m.); poi passando fra due grandi massi, s' interna nel bosco che fiancheggia il torrente, quindi sale con rapide giravolte il fianco orientale della valle e finisce, a circa due ore dai Bagni, alla Casera di Porcellizzo (1895 m.) situata in un terreno acquitrinoso. Qui giunti s'offre allo sguardo tutto lo stupendo ventaglio di cime che coronano la valle, dal Pizzo Porcellizzo (3070 m.) al Badile (3308 m.), al Cengalo (3371 m.), al Pizzo del Ferro occidentale (3273 m.).

Pizzo Poreellizzo (3076 m.). Dalla Casera di Porcellizzo sopra detta si sale alle Baite di Porcellizzo (2148 m.), poi per magri pascoli , quindi per gandoni e rocce si giunge agevolmente alla bocchetta al sud della cima, alla quale si arriva sormontando un ammasso di blocchi accatastati. Questa vetta ha da qualche anno frequenti visitatori, e anche alcune visitatrici. Il suo panorama, lodato già dal Ball, è davvero splendido ed estesissimo, largo compenso alle sei ore di cammino che la salita, fatta dai Bagni, richiede.

Punta Torelli (3137 m.). — È al nord del Pizzo Porcellizzo, di qualche poco più alta, e si raggiunge senza molte difficoltà lungo la cresta la quale si alza dalla bocchetta (3030 metri) che si apre tra la Punta e il Pizzo sopraddetto. Una comitiva di soci della Sezione valtellinese del C. A. I., non tutti alpinisti valenti, illusi dalla semplicità con cui il Freshfield aveva narrato la prima ascensione al Cengalo (Trubinasca) fatta da lui, avevano nel 1875; concepito il troppo audace disegno di celebrare 1'unione annuale del Club tentando la salita a quella vetta. Adunque il mattino del 21 agosto lasciati i Bagni non ostante che il tempo fosse incerto, si diressero alla Valle Porcellizzo. Oltrepassate appena le ultime baite furono colti da pioggia leggera e avvolti tra fitte nebbie. Senza la direzione di guide pratiche dei luoghi, senza bussola, essi fra quelle nebbie smarrirono la via piegando troppo a sinistra. Quando per un istante le nubi si diradarono, fatti accorti dell'errore, compresero anche che la salita al Badile o al Cengalo era per quel dì impossibile impresa; e poiché videro sopra il loro capo una vetta non umile, tanto per non perdere del tutto la giornata, deliberarono di visitarla. La cima era vergine e senza nome. Essi, in omaggio al venerando presidente della loro Sezione, senatore Luigi Torelli, la battezzarono Punta Torelli.

Il Badile (3308 m.) e il Céngalo (3371 m.). Sono due magiche vette: la prima a occidente più bassa ha la forma di un tronco di piramide quadrangolare a pareti verticali e lisce; la seconda a oriente ha l'aspetto di un corno elegante coronato da un piccolo nevaio che scende a sera in moderata pendenza. Per la dirupata cresta di un sperone, che si protende svelto a sud, nel ghiacciaio, poi per piodesse alternate da comode cenge si è potuto da pochi arditi guadagnare un punto che trovasi presso la metà della cresta lunga circa duecento metri che forma la vetta del Badile. In fondo al ghiacciaio che sta ai piedi del Badile e del Cengalo, dove la muraglia verticale di roccia appare più bassa si alzano due ripidi canalini fino alla depressione che è tra le due vette. Or bene il Céngalo si conquistò salendo il camino a oriente, e quindi volgendo a destra per la cresta e il nevaio che la sormonta. Il Lurani che s'è trovato sul Céngalo in una giornata serena, afferma che il suo panorama è a dirittura senza rivali. Il Freshfield dai Bagni alla cima del Céngalo impiegò quattro ore e mezza, il Lurani partendo dalle baite di Porcellizzo giunse al Céngalo in cinque ore, al Badile in quattro.
Per poche vette c'è stata tanta confusione di nome come per queste due. La gran carta della Lombardia, inesattissima in questo tratto, non dà che un nome solo, e per fermo non appropriato. Essa chiama Cima Ligoncio una vetta che dovrebbe trovarsi presso a poco dove il Badile , mentre l'alpe Ligoncio, da cui dovrebbe prender il nenie, è lontana, nel vallone che sta di fronte ai Bagni. Il nuovo Atlante svizzero ha assegnato alle due vette i nomi che noi, seguendo il Lurani, abbiamo accolto. Il
nome Trubinesca o Trubinasca, che pur s'adoperò in luogo del nome Ligoncio, è stato in quell'Atlante attribuito a una punta insignificante (2916 m.) che appartiene alla val Codera. Il Ball aveva dichiarato le due vette inaccessibile. Ma il Cèngalo fu domato dal Freshfield e dal Tucher nel 1876 (25 luglio), il Badile dal Coolidge nel 1867. Salirono, poi il Cengalo Emilio Torri il 3o luglio 1878, il Lurani nel di 29 agosto 1879 entrambi colla guida Baroni, e il prof. Mirinigerode di Fraifswald pochi giorni dopo; e ascesero il Badile il sopradetto Minnigerode nel settembre 1874, i coniugi Tauscher-Bela di Strasburgo il 31 luglio 1880, il Lurani, il Principe di Molfetta e l’ing. Curò rispettivamente il 9, il 17 e il 21 agosto dello stesso anno.

Il passo di Bondo (3110 m.). A oriente del Céngalo vedonsi dalla valle Porcellizzo tre bocchette. Le due più vicine alla cima sono impraticabili perché nel versante settentrionale precipitano sul ghiacciaio di val Bondasca, con canali ripidissimi continuamente percorsi da valanghe di pietra; la terza, quella più a destra, è formata da una cresta che lega il pizzo occidentale del Ferro, con una cima senza nome (3223 m.); la depressione che appare in questa cresta dove comincia la piodessa uniforme che sale sino alla cima del Ferro è il passo di Bondo. È una spaccatura angustissima. Di là il ghiacciaio di val Bondasca, tormentato da spessi crepacci, sale ertissimo fino al colle, e offre subito una bergschrund, non sempre facile a superare. Il passo di Bondo è tra i più ardui. Transitarono per esso dai Bagni del Masino a Promontogno il Freshfield, il Minnigerode, i coniugi Tauscher, il Liebeskind, il Lurani e il Brambilla.


Corni Bruciati

La valle del Ferro e le sue cime. — È tributaria della valle di Mello e scende parallelamente alla val Porcellizzo. Il 22 agosto 1881 il Lurani partendo dai Bagni , per l'alpe Brasco (1388 m.), la bocchetta a destra del Cavalcorto (2387 m.) e il ghiacciaio giunse in poco più di sei ore al passo del Ferro (3203 m.) , e poscia in tre quarti d' ora all'altissima vetta centrale. È questa la cima della Bondasca o il Pizzo del Ferro centrale (3290 m.), che era già stata ascese dell'ing. Held nel 1876. Per il passo del Ferro il Freshfield nel 1864 transitò dalla val Bondasca a quella del Ferro e per essa a S. Martino e ai Bagni.

Cima di Cavalcorto (2763 m.) È la cima Sciascia della carta della Lombardia. Dirupatissirna e inaccessibile dal versante meridionale, si può agevolmente raggiungere in quattro ore dai Bagni per la valle Porcellizzo, la val Scione e l'alpe omonima. La vetta è facilmente riconoscibile dal caratteristico prisma di roccia appiccicato sulla cresta occidentale. È singolare il colpo d'occhio a mezzodì sulla valle a 1800 m. di profondità. Il Lurani che visitò questa cima l'8 agosto 1882, afferma che essa merita di essere frequentemente salita.

Il Lis d'Arnasca, (3034 m.). — Si eleva di fronte allo stabilimento dei Bagni dal quale se ne vede la vetta dirupata. Il Lurani l'ascese l'8 agosto 1881 direttamente dal versante orientale. Prima di arrivare in fondo al ghiacciaio che sovrasta all'alpe Ligoncio scoprì a destra un erto canalino; lo salì senza molti stenti impiegando però la corda, e poi per una cengia assai inarcata giunse al piccolo campo di neve che è sotto la cima. Da questo punto alla non lontana vetta estranea, non trovò difficoltà. Egli afferma nondimeno che l'impresa è più facile dal versante della val de' Ratti , al quale si può giungere per la bocchetta che si trova a sud del Pizzo. Il Lurani chiamò Ligoncio questa vetta dall'alpe che domina.

Monte Spluga (2845 m.) — Dallo stabilimento dei Bagni del Masino in quattro ore si arriva alla bocchetta. di Merdarola (2492 m.); poi volgendo a destra e scendendo per canali, filoni e gande si giunge in un'ora e mezzo al laghetto di Spluga (2020 m.) dominato da un lato dal bastione di roccie dello Spluga, che porta due cime di quasi eguale altezza, e dall'altro dalla cima del Calvo. In meno di due ore salendo direttamente si può dal lago raggiungere la cima più alta dello Spluga, quella a nord ovest. Questa via tenne il Lurani il 19 agosto 1881, e prima di lui, se non erriamo, il dott. Alessandro Rossi di Sondrio. Entrambi affermano che il panorama dello Spluga è meraviglioso. Siccome al lago dello Spluga si può giungere facilmente dalla valle omonima, così è manifesto che la salita di questa vetta si può fare direttamente da Caspano. L'ascensione allo Spluga venne tentata anche dal versante della valle dei Ratti da due valenti alpinisti, i signori V. Parravicini e F. Sassi de Lavizzari, ma non riuscì. Essi, non molto lontani dalla cima, si trovarono di fronte a una parete verticale di roccia che non poterono sormontare: per verità non avevano né guide, né corde.

Cima del Calvo (2968 m.). È vergine ancora, e al dir del Lurani la sua salita si può tentare con quasi certezza di successo, oltre che dalla valle dei Ratti, dal lago di Spluga, o, meglio ancora, dai bagni di Masino direttamente per l’alpe del Calvo e il piccolo ghiacciaio."

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BIBLIOGRAFIA

Fra le molte opere dedicate alla Val Masino, la più completa è sicuramente il bellissimo volume di Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente", edito per iniziativa del comune di Val Masino nel 2006, un appassionato e lucido omaggio alla comunità di Val Masino, dal quale sono attinte molte delle notizie riportate in questa ed in altre schede.
Da consultare, anche, "l'Inventario dei Toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - 23 - Territorio comunale di Valmasino", sempre a cura di Mario Songini (Diga), edito dalla Società Storica Valtellinese (Tirano, 1997).
Assai chiara ed utile è la guida di Antonio Boscacci "La Valmasino - Guida per turisti e per escursionisti", Edizioni Albatros, Milano, Valmadrera, 1992
Indispensabile per chi pratichi escursionismo esperto ed alpinismo sono i due volumi della classica guida
di Bonacossa Aldo, Rossi Giovanni, “Masino, Bregaglia, Disgrazia”, vol. I, Milano, 1977, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI; Bonacossa Aldo, Rossi Giovanni, “Masino, Bregaglia, Disgrazia”, vol. II, Milano, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI.
Fra le tante guide escursionistiche segnaliamo, infine, quella di Mario Vannuccini, “Val Masino, Val Bregaglia, Val Codera - Le più belle escursioni ”, Lyasis edizioni, 2005
.

Altre opere:

Lurani Cernuschi, Francesco, "Le montagna di Val Masino (Valtellina); appunti topografici ed alpinistici, corredati da vedute e da una carta della regione", Milano, Tip. Bortolotti e Dal Bono, 1883

Orsini G. R., "Gli alpeggi di Valmasino - Cenni storici" (in "Bollettino della Società Storica Valtellinese", Sondrio, 1958)

Bonacossa Aldo, Rossi Giovanni, “Masino, Bregaglia, Disgrazia”, vol. I, Milano, 1977, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Bonacossa Aldo, Rossi Giovanni, “Masino, Bregaglia, Disgrazia”, vol. II, Milano, 1977, nella collana “Guida dei monti d’Italia” del CAI-TCI

Boscacci, Antonio, "Guida del Sentiero Roma", Edizioni Albatros, Milano, 1991

Boscacci, Antonio, "La Valmasino - Guida per turisti e per escursionisti", Edizioni Albatros, Milano, Valmadrera, 1992

Songini, Mario (Diga), "Inventario dei Toponimi Valtellinesi e Valchiavennaschi - 23 - Territorio comunale di Valmasino", edito dalla Società Storica Valtellinese (Tirano, 1997)

Galli Valerio, Bruno, “Punte e passi – Ascensioni e traversate tra le Alpi della Valtellina, dei Grigioni e del Tirolo”, trad. di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, ed. CAI di Sondrio, Sondrio, 1998

G.A.M. (Gruppo Aquile di Morbegno), "Val Masino - El pòst di sasèi - Il luogo delle rocce ed accenni alle valli limitrofe"

G.E.M. (Gruppo Edelweiss Morbegno), "Il collegamento dei rifugi della Val Masino e valli limitrofe, 1961-2001", Morbegno, Tipografia Ignizio, 2001

Lenatti, Oreste, "La demografia dell'emigrazione: San Martino di Valmasino (1688-1754)" (in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 2004)

Vannuccini, Mario, “Val Masino, Val Bregaglia, Val Codera - Le più belle escursioni ”, Lyasis edizioni, 2005

Songini, Mario (Diga), “La Val Masino e la sua gente – Storia, cronaca e altro”, Bettini, Sondrio, 2006

Kennedy, Edward S. et alii, "Il picco glorioso - Ascensioni al monte Disgrazia di membri dell'Alpin Club" (a cura di Giovanni Rossi), ed. Tararà, Verbania, 2007

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