Fino alla metà circa del secolo scorso i numerosi paesi orobici di medio-alta quota, che nei secoli passati erano stati densamente popolati ed erano vissuti di intensi rapporti e commerci con il versante bergamasco delle Orobie, risultavano ancora abitati permanentemente. Poi vennero gli anni difficili della ricostruzione post-bellica e quelli euforici del boom economico: per gran parte di questi paesi fu l’inizio della fine, cioè del progressivo spopolamento che li rese sede di villeggiature estive e muti testimoni di una civiltà tramontata nel resto dell’anno. Ma non accadde ovunque così. Nelle grandi valli delle Orobie Occidentali diversi paesi hanno conservato, soprattutto per la facile accessibilità dal fondovalle, una discreta popolazione che vi risiede permanentemente. Una singolare e suggestiva traversata di 4 giorni, con partenza da Forcola ed arrivo a Morbegno, ci permette di toccarli tutti, passando per sentieri noti e meno noti, attraversando luoghi visitati e quasi ignoti. Questa traversata dei paesi orobici è dunque un’occasione per scovare scenari fuori mano, ma anche un tributo alla volontà umana di restare in montagna, per viverla, per conservarla.

2. DA TARTANO AD ALBAREDO PER SAN MARCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Tartano-Bratta-Casera del Pisello-Baita Freger-Passo del Culino-Alpe Pedroria-Alpe Piazza-Cornelli-Egolo-Albaredo
7 h
1180
EE
SINTESI. A Tartano imbocchiamo, all’uscita del paese verso la Val Lunga, la stradina che si stacca dalla strada della Val Lunga, sulla destra, scendendo, con pochi tornanti, alla piana della contrada Biorca. Qui si trova un ampio parcheggio, dove è possibile lasciare l’automobile. Partiamo da una quota approssimativa di 1160 metri, incamminandoci sulla sterrata della Val Corta. La pista, dopo un primo tratto quasi pianeggiante, comincia a salire e porta ad una baita (destra) e ad un ponticello alla nostra sinistra. Ignoriamo il ponte, che serve a chi sale in Val di Lemma, e proseguiamo sulla pista, entrando in bassa Val di Lemma, fino a raggiungere un secondo ponticello, sulla sinistra, ed alcuni cartelli escursionistici. Dobbiamo prendere come punto di riferimento il cartello della G.V.O. (Gran Via delle Orobie), che dà l'alpe Pedroria a 3 ore, l'alpe Piazza a 3 ore e 20 minuti ed il passo di San Marco a 7 ore e 20 minuti. Imbocchiamo il sentierino che lascia la pista sul lato destro e sale al piccolo nucleo delle baite della Bratta (m. 1402). Seguiamo ora il sentierino che sale in verticale sui prati proprio alle spalle delle baite, puntando alla linea degli abeti. Ci allontaniamo dal solco della Valle della Bratta, alla nostra sinistra, e saliamo in diagonale verso destra, fra macchie di abeti e piccole radure. Il sentiero raggiunge così il valloncello che sta in mezzo al largo dosso fra Valle della Bratta e Valle Brusada, e lo supera da sinistra a destra, entrando in una splendida pecceta, che comincia a salire con ripidi tornantini. Superata una baita solitaria in una piccola radura, usciamo dalla pecceta ai prati della Casera Culino (m. 1789). Appena alle spalle della casera il sentiero supera una breve fascia di abeti ed esce ad una nuova fascia di prati, dove incontriamo una prima baita. Salendo verso destra siamo ad una seconda baita, la Baita Puàa (m. 1860). Oltrepassata la baita il sentiero prosegue nella salita attraversando una noiosa fascia di larici e macereti. Prestiamo attenzione a non perderlo. Dopo un quato d'ora circa la bassa vegetazione si dirada e ci affacciamo all'ultima ed amplissima fascia di pascoli, quella del Fregèr. Superata una prima balza incontriamo i primi barek, cioè i bassi muretti a secco che delimitano porsioni di pascolo. Ignoriamo una traccia che ci lascia traversando verso destra e saliamo leggermente verso sinistra, passando nelle porte dei muretti a secco, fino ad affacciarci alla conca che ospira il rudere della baita Fregèr (m. 2098). Il sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, sale ora in terreno aperto, leggermente verso destra, sperando altre brevi balze, che ci portano in vista dell'evidente sella del passo o bocchetta del Culino o del Pisello (m. 2221), che raggiungiamo dopo un ultimo strappo su terreno più ripido, senza però particolari difficoltà. Dalla bocchetta, senza difficoltà, saliamo su sentierino seguendo il crinale meridionale del monte Pisello, cioè verso destra, ed in una decina di minuti siamo alla croce di vetta (m. 2272). Ridiscesi alla bocchetta del Culino o del Pisello imbocchiamo un sentierino segnalato che scende per un tratto verso sinistra, taglia un costone che scende dal monte Culino per poi traversare in diagonale il versante occidentale del medesimo monte, fra roccette e macereti. Il sentierino perde gradualmente quota e si affaccia all'ampia conca che si apre a sud-ovest del monte Culino ed appena a monte dell'alpe Pedroria, che ora vediamo più in basso. Inizia a scenderne il fianco con diversi tornanti, poi, raggiunto più o meno il centro della conca, piega a destra e supera una modesta collinetta, portandosi poco sopra le baite dell'alpe, che raggiungiamo facilmente in pochi minuti su terreno di pascolo. L'alpe Pedroria (m. 1929) è la più alta nel sistema di alpeggi a monte di Talamona. Seguendo le indicazioni per l'alpe Piazza, imbocchiamo il sentierino (dedicato alla memoria di Stefano Tirinzoni) che traversa verso sinistra (per chi guarda verso nord, cioè al versante retico), cioè verso nord-ovest, passando a lato di una piccola baita ed infilandosi in una sorta di corridoio all'uscita del quale, superata una specie di porta, si affaccia allo splendido e solare versante degli alpeggi di Albaredo. Per un tratto restiamo sul largo crinale di pascoli che separa la Valle di Albaredo dal versante a monte di Talamona, passando anche accanto ai ruderi di un calec'. Il sentiero, poco marcato, scende poi sul versante della Valle di Albaredo, fra radi larici, e con qualche svolta porta ad una baita che si trova a poca distanza da rifugio Alpe Piazza (m. 1835), che vediamo appena più a monte, cioè alla nostra sinistra. Procediamo in senso opposto, sul marcato sentiero che porta al rifugio, verso destra, attraversando una breve fascia di abeti e passando a monte dei prati dell'alpe Baitridana, fino ad uno slargo al quale termina una pista che sale dalla strada provinciale per il Passo di San Marco. Siamo in località Cornelli, e poco sotto vediamo le baite di quota 1730 metri. Non scendiamo alle baite ma seguiamo per un buon tratto la pista sterrata, che traversa verso nord-ovest, attraversando la Valle di Baitridana. Raggiunto il primo tornante sx, ci troviamo in prossimità dei prati del Gradesc' (m. 1684). Seguiamo ancora per un tratto la pista, che propone una sequenza di tornanti sx-dx, fino al successivo tornante sx. Qui la lasciamo imboccando un sentiero segnalato che se ne stacca sul lato destro e scende verso sud-ovest, in un bel bosco di larici e betulle, fino ad uscirne ai prati della baita della località Sass, quotata 1562 metri. Qui volgiamo a destra (ovest-nord-ovest) seguendo le indicazioni per Egolo. Il sentiero, dopo un tratto quasi in piano, volge a sinistra e scende deciso vero sud-sud-ovest, intercettando di nuovo la pista sterrata (in realtà si tratta di un ramo secondario che si stacca da quello principale). Seguendo la pista verso destra, in leggera salita, ci ritroviamo, presso un'edicola con una Madonnina, alla parte alta dei prati di Egolo, splendido maggengo panoramico (m. 1425). Lasciamo qui la pista scendendo al marcato sentiero che, delimitato da muri a secco, passa a sinistra delle baite più alte, raggiungendo la baita mediana e poi traversando in diagonale verso destra, fino alla baita più bassa, posta non distante dal limite del bosco. Scendendo ancora in diagonale verso destra su traccia debole ci portiamo al limite dello splendido bosco di faggi ed abeti, dove la traccia diventa subito una larga mulattiera che non possiamo più perdere. La mulattiera scende verso ovest, con diversi tornanti, in un bosco fiabesco, dal quale esce alla parte alta di una fascia di prati. Con un ultimo tratto ripido e diritto intercettiamo una pista che sale dalle case alte di Albaredo per San Marco, e la seguiamo verso sinistra, giungendo in vista del paese. Appena possibile la lasciamo imboccando una mulattiera che scende per via più diretta al centro del paese, tagliando una fascia di prati e portandosi alla frazione Case di Sopra. Seguendo infine la carrozzabile che scende dalla frazione intercettiamo la Strada Provinciale per il Passo di San Marco. Sul lato opposto imbocchiamo la stradina che scende fra le case del centro, passa appena a destra della chiesa parrocchiale e termina alla Piazza San Marco (m. 890).

E' possibile in una giornata di cammino effettuare una bella traversata da Tartano ad Albaredo per San Marco. Il primo e più impegnativo tratto sfrutta il sentiero che sale alla bocchetta del Culino o del Pisello e che coincide con un tratto della variente bassa della Gran Via delle Orobie. Si tratta di un sentiero marcato, anche se in alcuni tratti bisogna prestare attenzione a non perderlo, perché il ripido e selvaggio versante occidentale della Val Budria non consente "fuori-sentiero". Vediamo come procedere.


Apri qui una fotomappa del sentiero che sale dalla Bratta al monte Pisello

All’uscita della seconda galleria di Paniga (per chi proviene da Milano) della nuova ss 38 superiamo su un ponte il fiume Adda ed alla successiva rotonda impegniamo la terza uscita (indicazioni: Forcola 3km, Tartano 14 km). Dopo poche centinaia di metri si lascia la strada Provinciale Pedemontana Orobica per prendere a destra (strada provinciale 11) ed iniziale a salire lungo l’aspro fianco del Crap del Mezzodì. Dopo dopo 10 tornanti attraversiamo una breve galleria scavata nella roccia e ci affacciamo alla Val Tartano. Altri due tornanti sx e dx ed entriamo a Campo Tartano, uno dei due nuclei principali della valle, passando a sinistra della chiesa di S. Agostino (m. 1060). Proseguiamo addentrandoci sul versante orientale della valle e raggiungiamo Tartano (m. 1210). Passiamo così a sinistra della chiesa di San Barnaba e dopo un breve tratto imbocchiamo una stradina che scende a destra e porta alla frazione della Biorca (m. 1140). Qui parcheggiamo all'ampio spiazzo.


Pista di Val Corta

Alcuni cartelli escursionistici segnalano il sentiero 116 (Barbera è data a 30 minuti ed il passo di Lemma a 3 ore e 30 minuti), il sentiero 113 (il passo di Pedena è dato a 3 ore e 30 minuti) ed il giardino botanico delle Orobie, nostra meta, in bassa Val di Lemma, dato ad un'ora. Poco più avanti un rospo in legno presidia l'edicola del Parco regionale delle Orobie valtellinesi, che parla di “foreste e cime innevate, ultimi rifugi di galli cedroni e pernici bianche” e raccomanda, fra l'altro, di non raccogliere piante e fiori e di non abbandonare rifiuti. Ci incamminiamo su una pista sterrata e procediamo verso sud-ovest quasi a ridosso del ramo di Val Corta del torrente Tartano, che, alla nostra sinistra, non si stanca di far sentire la sua voce che domina il panorama sonoro della bassa Val Corta. Alla nostra destra, invece, una fascia di ripidissimi prati sui quali sta abbarbicata una manciata di baite, incuranti di Newton e della sua legge, a partire dal nucleo di Fognini. Seguito dalla Foppa e da Ca' Bona. Davanti a noi si staglia un curiosissimo picco boscoso, sul limite della costiera che separa Val di Lemma e Val Budria, conosciuto localmente come “Züch”.


Pista di Val Corta

La pista, dopo un primo tratto quasi pianeggiante, comincia a salire e porta ad una baita (destra) e ad un ponticello alla nostra sinistra. Ignoriamo il ponte, che serve a chi sale in Val di Lemma, e proseguiamo sulla pista, entrando in bassa Val di Lemma, fino a raggiungere un secondo ponticello, sulla sinistra, ed alcuni cartelli escursionistici. Dobbiamo prendere come punto di riferimento il cartello della G.V.O. (Gran Via delle Orobie: passa di qui la variante bassa che scende dalla bocchetta dall'alpe Pedroria sopra Talamona e dalla bocchetta del Pisello), che dà l'alpe Pedroria a 3 ore, l'alpe Piazza a 3 ore e 20 minuti ed il passo di San Marco a 7 ore e 20 minuti.
Imbocchiamo dunque il sentierino che lascia la pista sul lato destro e sale al piccolo nucleo delle baite della Bratta (m. 1402), una delle quali propone la tipica struttura della Val Tartano, con il piano-terra in muratura e quello rialzato con pareti di tronchi ad incastro sugli angoli (blockbau). Sulla facciata di una baita vediamo un dipinto di Madonna con Bambino.


Bratta

Seguiamo ora il sentierino che sale in verticale sui prati proprio alle spalle delle baite, puntando alla linea degli abeti. Ci allontaniamo dal solco della Valle della Bratta, alla nostra sinistra, e saliamo in diagonale verso destra, fra macchie di abeti e piccole radure. Il sentiero raggiunge così il valloncello che sta in mezzo al largo dosso fra Valle della Bratta e Valle Brusada, e lo supera da sinistra a destra, entrando in una splendida pecceta, che comincia a salire con ripidi tornantini. Superata una baita solitaria in una piccola radura, usciamo dalla pecceta ai prati della Casera Culino (m. 1789). Appena alle spalle della casera il sentiero supera una breve fascia di abeti ed esce ad una nuova fascia di prati, dove incontriamo una prima baita. Salendo verso destra siamo ad una seconda baita, la Baita Puàa (m. 1860).


Apri qui una fotomappa della salita dal Fregèr al passo del Culino

Oltrepassata la baita il sentiero prosegue nella salita attraversando una noiosa fascia di larici e macereti. Prestiamo attenzione a non perderlo. Dopo un quato d'ora circa la bassa vegetazione si dirada e ci affacciamo all'ultima ed amplissima fascia di pascoli, quella del Fregèr. Superata una prima balza incontriamo i primi barek, cioè i bassi muretti a secco che delimitano porsioni di pascolo. Ignoriamo una traccia che ci lascia traversando verso destra e saliamo leggermente verso sinistra, passando nelle porte dei muretti a secco, fino ad affacciarci alla conca che ospira il rudere della Baita Fregèr (m. 2098). Il sentiero, segnalato da segnavia bianco-rossi, sale ora in terreno aperto, leggermente verso destra, sperando altre brevi balze, che ci portano in vista dell'evidente sella del passo o bocchetta del Culino (su alcune carte, anche, bocchetta del Pisello, m. 2221), che raggiungiamo dopo un ultimo strappo su terreno più ripido, senza però particolari difficoltà. Dalla bocchetta, senza difficoltà, possiamo salire. in una manciata di minuti, su sentierino, seguendo il crinale meridionale del monte Pisello, cioè verso destra, alla croce di vetta (la "Crus" o, in Val Tartano, il "Piz Fregèr", 2272 m), dalla quale si può godere di un panorama molto ampio.


Clicca qui per aprire una panoramica dalla cima del monte Pisello

A nord, da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino, che si propone nella sua integrale bellezza, con i pizzi Porcellizzo (m. 3075), Badile (m. 3308), Cengalo (m. 3367) e del Ferro (occ. m. 3267, centr. 3289 ed or. m. 3234), le cime di Zocca (m. 3174) e di Castello (m. 3386), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occ. m. 3349, cent m. 3290, or. m. 3333), il monte Sissone (m. 3330) ed il monte Disgrazia (m. 3678), che si erge, maestoso, alle spalle del più modesto e vicino monte Piscino. Segue la testata della Valmalenco, che propone, da sinistra, il pizzo Gluschaint (m. 3594), le gobbe gemelle della Sella (m. 3584 e 3564) e la punta di Sella (m. 3511), il pizzo Roseg (m. 3936), il pizzo Scerscen (m. 3971) il pizzo Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e pizzo Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), ed il più modesto pizzo Varuna (m. 3453). Proseguendo verso destra, si scorge il gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Ron (m. 3136). Più a destra, il pizzo Combolo (m. 2900) chiude la sequenza delle cime visibili: il fianco orientale della Val di Tartano, infatti, impedisce di vedere il gruppo dell’Adamello e di intravedere le cime delle Orobie centrali.


Apri qui una panoramica dal sentiero che scende dal passo del Culino all'alpe Pedroria

In compenso, il colpo d’occhio su buona parte della Val di Tartano, ad est e a sud, è fra i più completi e suggestivi: si mostrano, da sinistra, tutte le cime più significative della Val Corta, i pizzi Torrenzuolo e del Gerlo, il monte Seleron, la cima Vallocci, la cima delle Cadelle ed il monte Valegino; il monte Gavet, il monte Moro ed il pizzo della Scala separano Val Lunga e Val Corta; segue la Val di Lemma, ramo orientale dell’alta Val Corta, divisa a metà dal pizzo del Vallone; ed ancora, il pizzo Foppone, che si innalza, puntuto, dietro il suo caratteristico avamposto boscoso, e, alle sue spalle, l’arrotondato monte Tartano; alla sua destra, un ampio scorcio della Val Bùdria, ramo occidentale della Val Corta, con il minuscolo pizzo del Vento, la cima quotata 2319 e, appena visibile, sull’angolo di sud-ovest, il monte Azzarini (o monte Fioraro); ad ovest, infine, vediamo, in primo piano, la cima gemella del monte Culino (“cülign”, toponimo che deriva da "aquilino"; è chiamato in Val Tartano "Piz Salinèr"), poi, buona parte del versante occidentale della Val Gerola, dietro al quale fa capolino l’inconfondibile corno del monte Legnone, che delimita, sulla sinistra, lo stupendo quadretto dell’alto Lario, che chiude questo giro d’orizzonte a 360 gradi.



Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta del Culino o del Pisello al Sentiero Tirinzoni

La discesa dalla bocchetta del Culino o del Pisello all'alpe Pedroria, successivo segmento della traversata, non è difficile, e sfrutta un sentierino segnalato che scende per un tratto verso sinistra, taglia un costone che scende dal monte Culino per poi traversare in diagonale il versante occidentale del medesimo monte, fra roccette e macereti. Il sentierino perde gradualmente quota e si affaccia all'ampia conca che si apre a sud-ovest del monte Culino ed appena a monte dell'alpe Pedroria, che ora vediamo più in basso. Inizia a scenderne il fianco con diversi tornanti, poi, raggiunto più o meno il centro della conca, piega a destra e supera una modesta collinetta, portandosi poco sopra le baite dell'alpe, che raggiungiamo facilmente in pochi minuti su terreno di pascolo.
L'alpe Pedroria (m. 1929) è la più alta nel sistema di alpeggi a monte di Talamona.


Apri qui una panoramica dall'alpe Pedroria

Questi luoghi sono legati all'architetto Stefano Tirinzoni, che molto collaborò con il FAI. Oggi il FAI si sta impegnando a valorizzare, tutelare e potenziare queste montagne, tutelando la biodiversità degli habitat naturalistici.
Presso le baite dell'alpe troviamo alcuni cartelli. Il primo cartello, della GVO (ed è il cartello che ci interessa), dà l’Alpe Piazza a 20 minuti ed il passo di S. Marco a 4 ore e 20 minuti. Il secondo cartello, relativo al sentiero 162, segnala il sentiero che, alla nostra destra, scende all’alpe Madrera in un’ora ed a Cornello in un’ora e 30 minuti. Il terzo cartello, infine, anch’esso della GVO, indica il sentiero che abbiamo seguito scendendo, che porta appunto al passo del Pisello (in realtà bocchetta del Pisello), dato a 50 minuti, alla Val Budria, data a 2 ore e 20 minuti ed alla Val di Lemma, data a 3 ore e 10 minuti.


Apri qui una panoramica dall'alpe Pedroria

Imbocchiamo dunque il sentierino (dedicato alla memoria di Stefano Tirinzoni) che traversa verso sinistra (per chi guarda verso nord, cioè al versante retico), cioè verso nord-ovest, passando a lato di una piccola baita ed infilandosi in una sorta di corridoio all'uscita del quale, superata una specie di porta, si affaccia allo splendido e solare versante degli alpeggi di Albaredo. Il panorama che si apre è magnifico: lo sguardo raggiunge l'alto Lario, domina la Costiera dei Cech, abbraccia l'intero versante occidentale della Valle del Bitto di Albaredo ed in basso la luminosa distesa dei pascoli di alpe Piazza e Bairtidana.
Per un tratto restiamo sul largo crinale di pascoli che separa la Valle di Albaredo dal versante a monte di Talamona, passando anche accanto ai ruderi di un calec' (baitello con le sole mura perimetrali senza copertura, che veniva assicurata dai pastori con un telo spostato da un baitello all'altro). Il sentiero, poco marcato, scende poi sul versante della Valle di Albaredo, fra radi larici, e con qualche svolta porta ad una baita che si trova a poca distanza da rifugio Alpe Piazza (m. 1835), che vediamo appena più a monte, cioè alla nostra sinistra.
Il rifugio, in eccellente posizione panoramica, dispone di 24-30 posti letto. Per informazioni si può consultare il sito http://www.rifugioalpepiazza.it (oppure scrivere a nadiacavallo@libero.it o telefonare ai numeri 338 4647620, 338 4647620 e 335 7085054).


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta del Pisello (o del Culino) ai Cornelli

Possiamo ovviamente fermarci per una sosta (oppure, se possibile, pernottare), ma la nostra traversata prevede che, intercettato il più marcato che sale al rifugio, si proceda in direzione opposta, cioè verso destra (nord-ovest), attraversando una breve fascia di abeti e passando a monte dei prati dell'alpe Baitridana, fino ad uno slargo al quale termina una pista che sale dalla strada provinciale per il Passo di San Marco. Siamo in località Cornelli, e poco sotto vediamo le baite di quota 1730 metri.


Apri qui una fotomappa della traversata dall'alpe Piazza ad Egolo

La discesa dai Cornelli ad Albaredo può seguire due direttrici differenti. Possiamo scendere lungo il sentiero che passa a lato di queste baite e prosegue toccando i maggenghi della Corte Grande e della Corte Grassa, concluendo infine nella strada Provinciale per il Passo di San Marco, che dopo pochi chilometri ci porta al paese.


Apri qui una panoramica dall'alpe Piazza

Se non vogliamo camminare per circa un'ora sulla carrozzabile possiamo invece traversare dai Cornelli ai maggenghi proprio a monte di Albaredo, per poi scendere direttamente di qui al pese. Vediamo questa seconda possibilità. Dallo slargo dei Cornelli non scendiamo alle baite ma seguiamo per un buon tratto la pista sterrata, che traversa verso nord-ovest, attraversando la Valle di Baitridana. Raggiunto il primo tornante sx, ci troviamo in prossimità dei prati del Gradesc' (m. 1684). Seguiamo ancora per un tratto la pista, che propone una sequenza di tornanti sx-dx, fino al successivo tornante sx. Qui la lasciamo imboccando un sentiero segnalato che se ne stacca sul lato destro e scende verso sud-ovest, in un bel bosco di larici e betulle, fino ad uscirne ai prati della baita della località Sass, quotata 1562 metri.


Apri qui una paoramica sul gruppo del Masino visto dall'alpe Piazza

Qui volgiamo a destra (ovest-nord-ovest) seguendo le indicazioni per Egolo. Il sentiero, dopo un tratto quasi in piano, volge a sinistra e scende deciso vero sud-sud-ovest, intercettando di nuovo la pista sterrata (in realtà si tratta di un ramo secondario che si stacca da quello principale). Seguendo la pista verso destra, in leggera salita, ci ritroviamo, presso un'edicola con una Madonnina, alla parte alta dei prati di Egolo, splendido maggengo panoramico (m. 1425) che domina la bassa Valtellina ed il limite settentrionale del lago di Como.


Apri qui una fotomappa del territorio di Albaredo

Egolo si trova quasi sulla verticale di Albaredo, e quindi la discesa diretta al paese su comoda mulattiera è questione di una trentina di minuti. Per trovare la mulattiera dobbiamo lasciare la pista scendendo al marcato sentiero che, delimitato da muri a secco, passa a sinistra delle baite più alte, raggiungendo la baita mediana e poi traversando in diagonale verso destra, fino alla baita più bassa, posta non distante dal limite del bosco. Scendendo ancora in diagonale verso destra su traccia debole ci portiamo al limite dello splendido bosco di faggi ed abeti, dove la traccia diventa subito una larga mulattiera che non possiamo più perdere. La mulattiera scende verso ovest, con diversi tornanti, in un bosco fiabesco, dal quale esce alla parte alta di una fascia di prati. Con un ultimo tratto ripido e diritto intercettiamo una pista che sale dalle case alte di Albaredo per San Marco, e la seguiamo verso sinistra, giungendo in vista del paese. Appena possibile la lasciamo imboccando una mulattiera che scende per via più diretta al centro del paese, tagliando una fascia di prati e portandosi alla frazione Case di Sopra.


Egolo

Seguendo infine la carrozzabile che scende dalla frazione intercettiamo la Strada Provinciale per il Passo di San Marco. Sul lato opposto imbocchiamo la stradina che scende fra le case del centro, passa appena a destra della chiesa parrocchiale e termina alla Piazza San Marco, il cuore di uesto splendido paese orobico, la cui storia, come suggerisce il nome della piazza, è legata a doppio filo con quello della Serenissima Repubblica di San Marco, cioè con Venezia.
Termina qui, a 890 metri, dopo circa 7 ore, questa splendida traversata che regala scenari e panorami di rara bellezza.


Albaredo per San Marco

E' venuto il momento non solo del riposo, ma anche della conoscenza di questo straordinario paese orobico, che deve gran parte delle sue fortune al legame con il versante della Val Brembana e quindi con la Serenissima Repubblica di San Marco, che volle nell'età moderna la Via Priula per incrementare i commerci con i paesi di lingua tedesca, attraverso la Valtellina, allora sotto la signoria delle Tre Leghe Girgie, amiche di Venezia.
Albaredo (albarée) per San Marco è uno dei più vitali centri delle Orobie valtellinesi. Conta attualmente 409 abitanti (chiamati dialettalmente “barilòt”) ed è posto a 910 metri, nella parte mediana della valle omonima, la più orientale delle due grandi valli del Bitto. Si raggiunge facilmente partendo dalla piazza S. Antonio di Morbegno e salendo, per 11 km, nella valle sulla strada provinciale per il passo di S. Marco (a 27 km da Morbegno). Il suo territorio comunale occupa la sezione sud-orientale della valle.


Albaredo per San Marco

Un territorio non molto esteso, e (17,93 kmq), ma di straordinaria bellezza, occupato quasi interamente da dense peccate ed ampi e pregiati pascoli. Pregiati perché nei cinque alpeggi ancora monticati si produce il celeberrimo Bitto, il più famoso fra i formaggi di Valtellina prodotto con latte intero di mucca, cui viene aggiunto anche latte di capra. Le forme, con peso variabile dai 15 ai 30 kg, vengono prodotte e fatte maturare nelle casere degli alpeggi, per 70 giorni, dopo i quali sono pronte per il taglio, al quale si mostra un formaggio di colore giallo, con buchi radi ed a forma di occhio di pernice. Il termine deriva forse dal celtico “bitu” (“perenne”), con riferimento ai lunghissimi tempi di conservazione del prodotto.
Al fascino della natura e della produzione casearia Albaredo unisce quello di una storia di grande interesse. Difficile risalire ai primi abitatori, in epoca storica, della Valle del Bitto: forse furono i Liguri, che (come leggiamo nel bel volume di Patrizio Del Nero “Albaredo e la Via di S. Marco”, pubblicato nel 1985 da Editour) hanno lasciato tracce nel dialetto locale in termini come "sberlüsc" (lampo) e "matüsc" (caciottella di formaggio molle). Lo stesso termine “Albaredo” deriva, forse, come vuole l’Orsini, dal prefisso ligure “alba”, che è anche in Albosaggia, anche se più probabile è la derivazione dal latino “arboretum”, e quindi da “arbor”, nel significato di “luogo piantato ad alberi” o “luogo piantato a pioppi”).
Probabile è la presenza di Etruschi che, nel IV sec. a. C., fuggirono all’invasione gallica del fondovalle della Valtellina. Di origine forse etrusca sono termini quali "puiàtt" (la catasta per la produzione del carbone da lenta combustione, il fuoco acceso) e "nabir" (il muco che talora cola dal naso). Sicura è, invece, la presenza romana nei secoli successivi: per i passi orobici passò Publio Siro nella sua spedizione punitiva del 16 a.C. contro i Galli Vennoneti. Alla caduta dell’Impero Romano succedettero secoli di confusione ed incertezza: i primi dominatori a porre saldamente piede nei versanti orobici furono, dal Vi sec. d.C., i Longobardi, che, come riporta sempre il Del Nero, hanno lasciato segni importanti nell’idioma locale, quali “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco).


Albaredo per San Marco

Nel secolo VIII anche la loro dominazione cadde, per l’urto dei Franchi. Nei secoli successivi la Valtellina risentì della formazione del sistema feudale nel contesto del Sacro Romano Impero. In questo sistema la Valle di Albaredo, dal secolo XI, fu legata da vincoli feudali con la parrocchia di S. Martino in Morbegno, cui versava le decime. A partire dal 1210, però, anche Albaredo si inserì nel generale movimento di costituzione di comuni che aveva interessato buona l’Italia centro-settentrionale, e si costituì come comune, retto da un podestà locale, e si schierò, come buona parte dei comuni del versante orobico della bassa Valtellina, dalla parte dei ghibellini, in contrapposizione ai comuni del versante retico (Costiera dei Cech), che erano guelfi. Intorno alla metà del medesimo secolo venne, poi, edificato il primo nucleo della chiesa di S. Rocco (consacrata poi il 25 novembre 1490 e rifatta nel secolo XVII), aggregata originariamente alla chiesa di S. Martino di Morbegno e poi a quella di Valle (anticamente denominata Albaredo di Fuori).
Tre anni dopo, nel 1338, comparvero sulla scena valtellinese i Visconti signori di Milano, che soppiantarono, in bassa Valtellina, il dominio dei Vicedomini e divisero l’intera valle in tre terzieri, superiore, di mezzo ed inferiore. Albaredo venne incluso fra i comuni del terziere inferiore della Valtellina, ed aggregato alla squadra di Morbegno, mentre, dal punto di vista religioso, rimase dipendente dalla pieve di Ardenno. Conservò, però, i suoi ordinamenti comunali, definiti dagli Statuti del 1543 e centrati sull’assemblea dei capifamiglia, o consiglio generale della comunità, che si riuniva al suono della campana nella strada pubblica in località Costa; il comune aveva anche un caneparo, custodi e un console, che potevano imporre ed esigere le taglie. Il Quattrocento è un secolo legato ad importanti avvenimenti. Innanzitutto il primo contatto fra Valle di Albaredo e Veneziani, che poi avrebbero giocato un ruolo decisivo nella storia della comunità di Albaredo.

La Serenissima Repubblica di Venezia, in lotta con Milano, tentò di scalzare i Visconti dalla Valtellina e le sue truppe, partendo dalle alti valli bergamasche, che già erano in suo possesso, scesero ad affrontarli, passando proprio dal passo di S. Marco: vennero, però, disastrosamente sconfitte nella battaglia di Delebio del 1432. Fallito il progetto di un’acquisizione politica della Valtellina alla Repubblica di Venezia, rimase aperta la partita dell’influenza economica, che gli Sforza (succeduti ai Visconti nella signoria di Milano dal 1450) non ostacolarono.
Il Cinquecento si apre con un nuovo avvicendamento nel dominio della Valtellina: dal 1512, infatti, questa viene annessa ai domini delle Tre Leghe.


Albaredo per S. Marco ed il passo di San Marco

Il vescovo di Como, di origine morbegnese, Feliciano Ninguarda, scrive, nei resoconti della sua visita pastorale del 1589: “Sul monte sopra Morbegno, lungo la strada verso la giurisdizione di Bergamo, distante due miglia da Morbegno, c’è la frazione di Valle… A mezzo miglio a sinistra della frazione si trova Arzo… Sullo stesso monte a un miglio oltre Campo Erbolo (campèrbul) c’è Albaredo, con sessanta famiglie tutte cattoliche con la chiesa (edificata nel 1250 e consacrata nel 1490) dedicata a S. Rocco, vicecurata; ne è rettore il sacerdote Giovanbattista Veranda, di Morbegno”. I 60 fuochi, cioè le 60 famiglie di cui parla il vescovo corrispondono ad una popolazione complessiva che si può approssimativamente stimare di 300-400 abitanti (nel 1627, però, da altra fonte ne risultano 267).



Albaredo per S. Marco ed il passo di S. Marco

Siamo, ormai, alla vigilia di una svolta decisiva nella storia della comunità di Albaredo: nell’ultimo decennio del secolo si colloca, infatti, l’avvenimento destinato ad incidere più fortemente nella storia della comunità di Albaredo. I Veneziani, interessati ad una via commerciale che congiungesse i loro domini (che da Venezia si estendevano ininterrottamente fino al crinale orobico, quindi al passo di S. Marco) al nord Europa, passando per la Valtellina (per aggirare il milanese, sotto la dominazione spagnola, loro ostile, che aveva intensificato la navigazione dell’Adda ed il controllo del Lario), decisero, anche alla luce dei rapporti politici non cattivi con le Tre Leghe, di promuovere la costruzione di un nuovo tracciato che passasse proprio per il passo di S. Marco e la Valle di Albaredo. Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.


Albaredo per San Marco

La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l ’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico. Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di san Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno.


Albaredo per San Marco

Dobbiamo tener presente che in quel periodo la pulizia invernale era più agevole di quanto non lo sia ora: le condizioni climatiche, sul finire del Cinquecento, risentivano, infatti, di un innalzamento medio sensibile delle temperature che si estese dal Medio-Evo ad almeno tutto il Seicento e che permetteva, per esempio, di coltivare le patate, in val d’Orta, nella Valle di Albaredo, a 1700 metri di quota. Questo dato di storia del clima aiuta a comprendere la vitalità di una via commerciale così alta e, nel contempo, la sua successiva decadenza, quando, fra i secoli XVIII e XIX, le condizioni climatiche mutano decisamente e si va incontro ad una sorta di piccola glaciazione. I resoconti del volume di traffici che sfruttavano la via Priula testimonia questa vitalità: “…dalla valle transitano i ricchi convogli di mercanzie da e per Venezia, 684 colli di merce varia dall’Italia verso l’Europa centro-occidentale e 784 in direzione inversa…" (da un rapporto segreto citato nell’opera di Patrizio Del Nero; vedi sopra). Ecco qual è l’origine di quei rapporti saldissimi fra Albaredo e Venezia, i cui segni colpiscono ancora chi si trovasse a visitare il paese orobico e sostasse nella sua centrale piazza S. Marco, dove la statua del leone, simbolo dell’Evangelista, è posta quasi a guardia della chiesa e dove un dipinto collega idealmente questa piccola piazza orobica alla più illustre ed universalmente nota piazza di Venezia.


Albaredo per San Marco

Oggi Albaredo è un paese vivace, ricco di iniziative culturali e sportive, che va fiero del suo singolare passato e ne coltiva la memoria come patrimonio prezioso per il suo presente e le generazioni future. Un posto da visitare, con un pretesto o con l'altro, e da non dimenticare.

GALLERIA DI IMMAGINI

CARTE DEI PERCORSI SULLA BASE DI © GOOGLE MAP (FAIR USE)

Copyright © 2003 - 2019 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2019 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout