Sirta vista dal Bàch

Fino alla metà circa del secolo scorso i numerosi paesi orobici di medio-alta quota, che nei secoli passati erano stati densamente popolati ed erano vissuti di intensi rapporti e commerci con il versante bergamasco delle Orobie, risultavano ancora abitati permanentemente. Poi vennero gli anni difficili della ricostruzione post-bellica e quelli euforici del boom economico: per gran parte di questi paesi fu l’inizio della fine, cioè del progressivo spopolamento che li rese sede di villeggiature estive e muti testimoni di una civiltà tramontata nel resto dell’anno. Ma non accadde ovunque così. Nelle grandi valli delle Orobie Occidentali diversi paesi hanno conservato, soprattutto per la facile accessibilità dal fondovalle, una discreta popolazione che vi risiede permanentemente. Una singolare e suggestiva traversata di 5 giorni, con partenza da Forcola ed arrivo a Morbegno, ci permette di toccarli tutti, passando per sentieri noti e meno noti, attraversando luoghi visitati e quasi ignoti. Questa traversata dei paesi orobici è dunque un’occasione per scovare scenari fuori mano, ma anche un tributo alla volontà umana di restare in montagna, per viverla, per conservarla.


La Val Fabiolo vista da Sostila

1. DA FORCOLA A TARTANO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Sirta-Bures-Sponda-Somvalle-Tartano
4 h
940
E
SINTESI. Alle spalle della chiesa di S. Giuseppe alla Sirta (m. 289) parte, dalle ultime case del paese, la via alla Sostila, cioè la bella mulattiera che percorre l’intera val Fabiolo (ma è stata in più punti cancellata dall'alluvione del 2008) . Dopo un primo tratto verso destra ed uno verso sinistra, la mulattiera raggiunge la soglia della Val Fabiolo. Passiamo a destra di un primo ponte e ad uns econdo ponte passiamo da destra a sinistra della valle (per noi). Saliamo così località Bures, o Bores (m. 650), le cui baite restano alla nostra destra, oltre il torrente. Noi stiamo sul lato opposto e proseguiamo fino ad un ponte, che ci fa passare sulla destra (per noi) della valle. Ignorata la deviazione a destra per Sostila, proseguiamo in direzione di una stretta: raggiungiamo infatti un punto nel quale la mulattiera raggiunge il fianco di nuda roccia della valle, ed effettua una decisa svolta a sinistra, assumendo la direzione est. Poi una nuova svolta a destra ci porta di nuovo ad assumere la direzione sud. Un nuovo ponte, con una bella architettura a schiena d’asino, ci riporta alla sinistra del torrente. Entriamo, poi, in una selva, di faggi e pini, dove si trovano, disseminati, anche alcuni massi erratici. Oltrepassato un corpo franoso che vediamo alla nostra sinistra, prendiamo a destra, nel bosco, fra il materiale alluvionale, ed usciamone sul limite basso di un lungo prato non è stato toccato dall’alluvione, che pure qui ha operato un vero scempio: appena possibile, lo risaliamo, restando non troppo distanti dal suo limite di destra, fino a giungere in vista di una nuova baita solitaria, sul limite del bosco. Puntiamo alla baita e raggiungiamola (riporta il numero civico 77): di fronte alla baita versiamo che da sinistra sale di nuovo la mulattiera, che procede verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), salendo in una selva, con un tornante a sinistra ed uno a destra. Raggiungiamo ben preso un bivio: la mulattiera scende verso destra ad una briglia in cemento, e qui viene di nuovo sommersa all’alluvione; noi seguiamo il sentierino di sinistra, che, con breve salita, ci porta ai prati della Sponda (m. 909), gruppo di baite e stalle che deve il suo nome all’arrotondato versante che lo sovrasta ad est. Alla cappelletta della Sponda ritroviamo anche la mulattiera, che sale da destra, e torniamo a seguirla. Lasciamo alla nostra sinistra le baite della Sponda e riprendiamo a salire: qui la mulattiera procede, quasi diritti, fra due muretti a secco, poi viene di nuovo interrotta dal materiale alluvionale. Salendo verso sinistra la ritroviamo; inanelliamo una serie regolare di tornanti dx-sx-dx-sx, poi la mulattiera si interrompe di nuovo. scesi in mezzo al corpo franoso, non seguiamo la traccia, che resta in parte visibile e che punta subito al guado del torrente (destra), ma procediamo diritti, seguendo la via più agevole e guadando il torrente un po' più a monte. Oltre il guado, dobbiamo affrontare un breve tratto ripido, sul corpo franoso: lo risaliamo, stando nei pressi del suo limite di destra, fino a vedere il muretto a secco che sostiene, poco più in alto, la mulattiera. Puntandolo, intercettiamo per l’ultima volta la mulattiera, che ora procede fino alla sella erbosa che si affaccia sulla Val Tartano. Alla nostra sinistra vediamo Somvalle, a destra Campo Tartano (m. 1041). Scendiamo dalla vicina carrozzabile alla strada provinciale della Val Tartano e procediamo verso sinistra, cioè verso l'interno della valle. Dopo una curva a destra, ad un accenno di curva a sinistra sul suo lato sinistro vediamo la partenza di un tratturo con diversi cartelli escursionistici, che segnalao l'Alta Via della Val Tartano, l'alpe e la cima di d'Assola. Lasciamo dunque la carrozzabile e saliamo lungo il ripido tratturo, che ci porta subito ad un bivio con una coppia di ponticelli. Qui lasciamo il tratturo e prendiamo a destra, imboccando un marcato sentiero che corre poco a monte della strada provinciale. Si tratta della storica mulattiera che congiungeva Campo Tartano a Tartano. Proseguiamo diritti, in leggera salita, passando per un tratto scavato nella roccia. Alla nostra destra un impressionante salto, che termina alla sede della strada provinciale. In questo tratto dobbiamo prestare attenzione, soprattutto se la sede della mulattiera è bagnata. Poi tocchiamo luoghi più tranquilli e procediamo, sempre in leggera salita, ignorando la deviazione sulla sinistra che sale verso l'imbocco della Val Vicima. Quando il bosco si apre si apre anche lo scenario della valle, che mostra la dorsale boscosa che separa i suoi due grandi rami superiori, Val Lunga, alla nostra sinistra, e Val Corta. La mulattiera termina ad un parcheggio sopra la frazione di Ronco. Proseguiamo diritti su una stradina e raggiungiamo la vicina frazione di Cosaggio, dalla quale scendiamo alla strada provinciale n. 11 di Val Tartano, che ora seguiamo passando per il ponte di Vicima e raggiungendo dopo un'ultima mezzora di cammino Tartano (m. 1210).

[Aggiornamento: rispetto alla seguente relazione, conservata per il suo valore "storico", i passaggi più critici della mulattiera sono stati ben risistemati, con alcuni tratti anche assistiti da corde fisse]
La prima giornata della traversata dei paesi orobici prevede la salita da Forcola a Tartano, per la splendida ed arcana Val Fabiolo, sfruttando una mulattiera che porta ancora i segni dell'alluvione del 2008.
Fra la serata di sabato 12 luglio e la nottata di domenica 13 luglio 2008, infatti, si riversano sulla media e bassa Valtellina piogge di eccezionale intensità, con due picchi corrispondenti alle ore 20 di sabato e le ore 4-5 di domenica, nei quali a Morbegno si misurano valori compresi fra i 12 ed i 19 mm orari. La violenza delle precipitazioni è, però, diseguale. In alcune zone è maggiore, e provoca, nella mattinata della domenica, fenomeni alluvionali: a Berbenno, con l’esondazione del torrente Finale, a Colorina, con una colata alluvionale lungo l’asta del torrente Rio Rodolo, ed a Talamona, con l’esondazione dei torrenti Malasca e Roncaiola.
Qualcosa accade anche nella nascosta Val Fabiòlo. Qualcosa di disastroso, non per gli uomini e solo limitatamente per i loro manufatti (due baite sono portate via, in località Bùres), ma per la splendida mulattiera della valle. Una mulattiera tracciata durante l’ottocentesca dominazione asburgica, e tranciata brutalmente, in undici punti, dal torrente con il quale aveva tranquillamente convissuto per quasi due secoli. Una mulattiera che si era innestata su un sentiero assai più antico e di fondamentale importanza storica, per secoli la via normale di accesso alla Val Tartano, percorsa da uomini e bestie, prima che l’attuale carrozzabile venisse tracciata, sul fianco occidentale del Crap del Mezzodì, fra il 1956 ed il 1957. Una mulattiera bellissima, con fondo regolare, quasi una rotabile, per buona parte larga circa 1 metro e mezzo, sorprendente, nel cuore di una valle così profonda, scoscesa, ombrosa. Una vera e propria via, la “Via alla Sostìla”, come indica un cartello nell’abitato della Sirta, dove parte. Una via che portava fino allo zapèl, cioè alla bocchetta sul fondo della valle, a Somvalle, appena sopra Campo Tartano. È stata fatta letteralmente a pezzi, ridotta a tronconi, che restano, ad memoriam, come triste immagine della passata bellezza. Il racconto di quel che resta e di quel che la furia del Fabiòlo si è portata via è omaggio a quest’antica via, alle fatiche di chi la tracciò e di chi per due secoli la percorse.
La partenza è nel cuore della Sirta, dove possiamo lasciare l’automobile: poco sopra la chiesa di San Giuseppe (m. 289), infatti, presso le case alte nella parte destra (occidentale) del paese, troviamo l’indicazione della “Via alla Sostila”, ed un vecchio cartello giallo della Comunità Montana Valtellina di Morbegno, che dà la località Bures ad un’ora ed il Culmine di Campo a 2 ore e 30 minuti. Raggiunte le ultime case, quasi a ridosso del versante montuoso, prendiamo a destra, su sentiero che poi diventa mulattiera (segnavia rosso-bianco-rossi con numero 17), salendo all’ombra del bosco di castagni. Passiamo a destra di una “casina”, baita usata per l’essiccazione delle castagne, davanti alla quale si trova, sul ciglio della mulattiera, la prima delle cinque cappellette (“gisöi”) che ritmano la salita a Somvalle, in corrispondenza di altrettante “pòse”, luoghi di sosta per chi saliva in valle con pesanti carichi sulle spalle ed ai piedi non comode scarpette da trekking, ma zoccole (“sciapèi”) di legno.
Fra le figure rappresentate, si distingue ancora quella di San Rocco, la cui devozione, dopo le epidemia secentesche di peste (e soprattutto quella disastrosa del 1630-31, che ridusse la popolazione valtellinese a poco più della metà o, secondo alcuni, a poco più di un quarto), acquisì enorme popolarità (il giovane santo francese, originario di Montpellier, si spese, infatti, nel Trecento, a favore degli appestati, operando anche guarigioni miracolose, compresa la sua, dopo il contagio al quale andò incontro). Lo riconosciamo dalla coscia scoperta, che mostra una piaga della peste. Nella cappella sono raffigurati anche una Madonna con bambino ed i santi Pietro, Paolo e Agostino. Dopo un primo tratto verso sud-ovest, la mulattiera piega a sinistra, procedendo verso est. Il fondo è largo e buono, ed alterna tratti lastricati a tratti scavati nella roccia o con fondo in terra battuta.
Raggiungiamo uno dei tratti più suggestivi del percorso: poco prima di addentrarsi nella valle, la mulattiera, protetta da un muretto sulla sinistra, regala, complice il diradarsi del bosco, un ottimo colpo d’occhio sulla piana della Selvetta, sull’abitato della Sirta, raccolto intorno all’inconfondibile cupolone, e sul severo salto roccioso che lo domina ad est, la Caurga. Si tratta del punto panoramico denominato   “bàach”, meta prediletta dei giovani di un tempo, che da qui amavano lanciare a valle “gìcui”, altre grida prolungate e modulate, che richiamano vagamente gli jodler del Tirolo (la pratica ludica dei “gìcui” era, peraltro, diffusa in tutte le zone della Val Fabiòlo e della Val Tartano, specialmente sugli alpeggi e sui prati scoscesi dove le donne tagliavano il fieno selvatico: era un modo per vincere la solitudine, per cacciare la malinconia, per farsi sentire dagli altri). Segue un tratto in breve discesa, nel quale la mulattiera volge gradualmente a destra. Si chiudono, alle nostre spalle, gli scenari della valle dell’Adda e si aprono quelli ben più cupi della Val Fabiòlo, la valle delle ombre, delle magie, delle inquietudini, degli spiriti.
Anche la Guida alla Valtellina del CAI, nell’edizione del 1884, sottolinea quest'aspetto della valle: “(Da Sirta) si diparte una strada, che, frammezzo a cupa e fantastica gola, svolgentesi a spirale, conduce a Campo in Val di Tartano.

All’inizio ne ricaviamo una sensazione quasi claustrofobica: alla nostra sinistra scorre il Fabiòlo, prima di sfogare le sue ultime rabbie gettandosi nella forra terminale della valle; sull’uno e sull’altro lato della valle versanti incombenti, che cadono a picco, e sembrano dire che questo non è posto per uomini.
Ma la mulattiera prosegue con la sua pacata flemma, iniziando a salire, con tratto scalinato, in direzione della seconda “pòsa”, quella del “gisöl d’inèm la val”, cioè della cappelletta all’inizio della valle, edificata per iniziativa di Antonio Toccalli nel 1778. Ed ecco, proditoria, la prima pugnalata (prima per noi, ultima per la mulattiera): d’improvviso al bel selciato si sostituisce una caotica colata di materiale alluvionale, che dobbiamo scavalcare con fatica, passando a destra di un grande masso (che c’era già prima, caduto qui da chissà dove, come testimonia il santino che è quasi pudicamente abbarbicato alla sua parete e che parla dell’antichissimo timore delle genti di montagna nei confronti delle scariche che dai pendii, improvvise e violente, potevano seminare morte fra animali e uomini).
Eccoci, così, al troncone della mulattiera un po’ più a monte. Qui l’alluvione si è mangiata, alla sua sinistra, il ponticello che portava al sentiero per Lavisòlo, il quale, correndo sullo scosceso versante opposto, si riaffaccia sul versante valtellinese e porta alla bella piana dove sorge l’antico nucleo, a monte della Sirta. Potrebbe ancora la processione dei morti discendere da Lavisolo alla valle? Mi riferisco ad un’antica leggenda, che racconta di quel tale cui capitò di incontrare, salendo a notte fatta in Val Fabiòlo, una processione di silenziose inquietanti figure incappucciate, con una candela in mano. Ricevuta una candela, le seguì fino a Campo, dove scomparvero; si accorse solo allora, alle prime luci del giorno, che non una candela teneva fra le mani, ma una tibia. Oggi forse anche i morti non avrebbero l’animo di incamminarsi sul cadavere della mulattiera. È rimasta intatta, però, la già citata cappelletta, dedicata a Maria Santissima Ausiliatrice, rappresentata incoronata, con uno scettro nella mano destra ed il Bambin Gesù nel braccio sinistro. È la cosiddetta “Sosta del Sasso”, o, con nome dialettale, la “Posa del Sas”, con riferimento al grande masso di cui abbiamo detto.
Per breve tratto i piedi calcano ancora gli antichi ciottoli, prima della seconda ferita mortale: anche qui scendiamo scavalcando penosamente la ridda caotica di massi, raggiungendo un nuovo troncone, più a monte. Qui notiamo un particolare impressionante: la furia delle acque ha scavato la sede della mulattiera anche rifluendo all’indietro, cioè per qualche metro verso il monte. Raggiungiamo, poi, una brevissima sequenza di tornantini dx-sx. la valle comincia ad aprirsi un po’, più avanti vediamo una baita sui prati della località Bures (o Bòres). Alla nostra sinistra, invece, notiamo che un pezzo di roccia è caduto dal versante dirupato (lo riconosciamo dal colore più chiaro della roccia ferita). Probabilmente ha tranciato il sentiero per Lavisolo, quello dei morti, per intenderci, rendendolo impercorribile (la sua esposizione, infatti, non rende possibile bypassare i punti franati).
Ancora un tratto in leggera salita, ed ecco la terza gravissima ferita, che ormai non ci sorprende più. Qui l’alluvione si è portata via il “pùnt de li curnàsci”, ponticello in cemento che permetteva di passare sul lato opposto della valle (il suo nome si riferisce ai picchi rocciosi, “corne”, che incombono sopra il nostro
capo). Dobbiamo, quindi, scendere a guadare il torrente (niente paura: quando non scatena la sua furia, il Fabiòlo è piuttosto mite ed inoffensivo) e procedere per un tratto sul suo lato sinistro (per chi sale), fino a ritrovare un troncone di mulattiera. Qui, quasi per sarcastica beffa, la sua sede è percorsa da un ramo del Fabiòlo, che sembra umiliarne le morte spoglie. Ecco, poi, la quarta ferita: scendiamo fra gli sfasciumi e percorriamo un canalino dove scorre un ramo del torrente, prima di risalire ad un nuovo troncone. Quinta ferita, quinta discesa agli inferi e risalita “a riveder le stelle”.
Siamo in vista dei prati della località Bùres, ed ecco la sesta ferita. Superata una collinetta di sfasciumi, procediamo nel cuore del disastro. Intanto la valle si è aperta e, sul lato opposto, vediamo i prati e le baite del Bùres. Prima c’era un ponticello sul quale si passava il torrente raggiungendo le baite. Ora il ponticello è sepolto e noi ci dobbiamo arrangiare alla meno peggio. Puntiamo ad un bel noce, approdiamo ad un prato e, dopo breve risalita e deviazione a destra, eccoci alla cappelletta dei Bùres, la terza sosta (m. 650, ad un’ora circa dalla Sirta), nella quale è rappresentata una Madonna con Bambino, dal volto sereno e dal sorriso appena accennato.
Da qui possiamo facilmente salire allo splendido villaggio di Sostìla, sospeso, a mezza costa, sul ripido versante occidentale della valle, di prati e selve: dalla cappelletta un sentierino sale a tagliare un prati, poi diventa più marcato ed inanella una serie di tornanti, in una selva di castagni, fino a raggiungere le case del paese. Ma non è tempo di consolanti fughe nel silenzio dello splendido villaggio contadino (per
il quale rimandiamo alla lettura del bel volumetto "Sostila e la val Fabiòlo", di Natale Perego, edito da Bellavite (Missaglia) nel 2002). Il requiem per la mulattiera deve raggiungere il suo compimento.
Torniamo, allora, al fiume di massi e risaliamolo per un buon tratto. Davanti a noi, quel che resta del
ponte in cemento che consentiva di passare dal lato sinistro a quello destro della valle (infatti la mulattiera proseguiva sulla sinistra, oltre il ponticello del Bures; solo un po’ più avanti scavalcava il Fabiolo). Quel che resta, dicevo: un breve segmento dell’arco mediano, soffocato, da ogni lato, dal materiale alluvionale.  Procediamo per un tratto stando sulla destra e ritroviamo un troncone di mulattiera, dove è segnalata, sulla destra, la partenza del sentiero per Sostìla (si tratta del sentiero che si congiunge con quello sopra menzionato in corrispondenza del lavatoio posto poco prima dell’ingresso al paese). Poco oltre, ci attende la settima ferita mortale. Ci tocca ridiscendere agli sfasciumi, ma per farlo dobbiamo tornare indietro per un tratto, poiché qui c’è un salto troppo alto. Seguendo una conca sul lato destro dei detriti (il torrente scorre più a sinistra, e sul lato opposto vediamo una baita solitaria), guadagniamo il punto nel quale, sempre a destra, si vede il successivo troncone, al quale saliamo senza difficoltà.
In questo tratto la mulattiera affronta la doppia svolta, a sinistra, prima, poi a destra, alla stretta che segna una sorta di cesura a forma di “S” fra la media e l’alta valle. Di nuovo, sull’uno e sull’altro lato, scure e ripugnanti pareti guardano quasi ostili il viandante. Superiamo, alla nostra destra, un incombente salto roccioso ed un antico corpo franoso, prima di incontrare un tratto nel quale la mulattiera è stata invasa dal materiale alluvionale, ma non cancellata, perché qui corre un po’ più alta rispetto al piano del torrente e la sua furia l’ha solo sfiorata. L’atmosfera cupa è ingentilita da qualche pino e da un bello scorcio che si apre alle nostre spalle: vediamo, sulla sinistra, i prati ed il nucleo di Sostìla, abbarbicato, con le frazioni dell’Arèt, più a destra, e dell’Era, poco sopra l’Arèt, al versante della valle. Passiamo a ridosso di un secondo salto roccioso, prima di incontrare il tratto più bello della mulattiera, che accenna ad una curva a sinistra, poi a destra: qui il fondo è perfetto. Ci siamo alzati ancora un po’ rispetto al torrente, e la sua voce ci raggiunge molto attenuata. Il rimpianto si fa più acuto: guardando quel che resta, ci strazia ancora di più quel che si è perso.
Ci affacciamo alla parte alta della valle, e siamo al bellissimo ponte a schiena d’asino, con muretti in sasso, che, per fortuna, si è anch’esso salvato.  La valle torna ad aprirsi, vediamo le briglie in cemento costruite nell’alveo del Fabiolo dopo l’alluvione del luglio 1987 (quella terribile ed epocale, che pure non fu, qui, tanto rovinosa da danneggiare la mulattiera): hanno fatto quel che han potuto, fermando parte dell’onda alluvionale. Passiamo sul ponte alla parte sinistra (sempre per noi) della valle, dove la mulattiera è stata invasa in quattro punti dal materiale  alluvionale, ma non cancellata. Pieghiamo leggermente a sinistra, proseguendo nella cornice ingentilita dalla presenza di saggi pini; alla nostra destra, l’impressionante colata di massi che si è insediata nel centro della valle, conferendole un aspetto desolato. Nella salita, graduale e senza strappi, vediamo un grande masso a ridosso della mulattiera, alla sua destra, nel punto in cui questa piega un po’ a destra; una ventina di metri prima si intuisce la partenza di un sentiero che sale a tagliare un corpo franoso e raggiunge la frazione della Motta (Mùta) e la superiore località di Pra’ Bramusìi, dove si trova la mitica Casa Rotonda (Ca’ Rudùnda), costruita come torretta cilindrica da Giuseppe Tocalli, stanco di vedere tutti gli edifici squadrati.
Da qui non vediamo nulla di tutto ciò, ma possiamo lasciar correre l’immaginazione. Immaginiamo, innanzitutto, la vita di quegli scolaretti che scendevano dalla Motta, anche nei mesi più rigidi dell’inverno (e c’è davvero da credere che qui l’inverno non scherza!) per salire alla scuola elementare che funzionò, fino al 1958, come pluriclasse, nella canonica di  Sostila, dove viveva per tutto l’anno la maestra (diciamo che con passo buono ci vuole almeno un’ora, e poi c’è da tornare a casa; difficile credere che a questi piccoli eroi venissero assegnati compiti…). Immaginiamo, poi, il basalèsk (o basalìsk), il basilisco, drago con le ali di pipistrello, la testa di gallo e gli occhi infuocati, che infestava il versante della Motta. Non era molto grande, ma incuteva terrore: poteva stordire e perfino uccidere con lo sguardo o con il fischio. Viveva in qualche anfratto nascosto e minacciava in particolare i viandanti che, sfruttando una comoda bocchetta sopra Pramusìi (il prato della Casa Rotonda), la raggiungevano salendo da Alfaedo (sul versante orobico che si affaccia alla media Valtellina) per poi scendere in Val Fabiolo.
Immaginiamo, infine, un evento che lasciò un segno indelebile nella memoria collettiva degli abitanti di Campo Tartano. Il Cardinal Andrea Ferrari, che fu vescovo di Como  fra il 1892 ed il 1894, prima di diventare arcivescovo di Milano, venne in visita pastorale in Valtellina e volle visitare Campo. Veniva da Alfaedo e passò per la bocchetta sopra Pramusìi (passo della Mùta). Per risparmiare tempo, non scese al fondovalle, ma rimase a mezza costa, sfruttando il sentiero della Rusanìda, uno dei più aspri ed infidi delle Orobie Valtellinesi. Era un uomo di grande tempra, oltre che di grande santità, non aveva paura di fatica e dirupi. Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più. Giunse, quindi, a Campo, il 6 agosto 1893, e si fermò fino al giorno successivo, consacrando la chiesa e l'altar maggiore. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" (“Pensate un po’, è passato da Rusanìda!”). Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a percürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini)…


Sostila vista dal fondovalle

Cosa c'entra tutto questo con il basilisco? C'entra, eccome, perché dopo il passaggio del Cardinale, il basilisco scomparve. Nessuno lo vide più, nessuno più né sentì il fischio, né alla Rusanìda, né al passo della Mùta. Non se ne sentì più parlare. Il sentiero rimase con tutti i suoi pericoli, ma almeno fu liberato da quell'essere malefico.
La magia di questi ricordi, sospesi fra storia e leggenda, viene però bruscamente interrotta dall’ottava ferita mortale; poco prima, sulla sinistra, un sentierino si stacca dalla mulattiera e sale anch’esso alla Motta. A questo punto prendiamo a destra, nel bosco, fra il materiale alluvionale, ed usciamone sul limite basso di un lungo prato non è stato toccato dall’alluvione, che pure qui ha operato un vero scempio: appena possibile, lo risaliamo, restando non troppo distanti dal suo limite di destra, fino a giungere in vista di una nuova baita solitaria, sul limite del bosco. Puntiamo alla baita e raggiungiamola (riporta il numero civico 77): di fronte alla baita versiamo che da sinistra sale di nuovo la mulattiera, che procede verso destra (segnavia rosso-bianco-rosso), salendo in una selva, con un tornante a sinistra ed uno a destra.
E' interessante osservare che questa fascia di prati, come quella posta un po' più in alto, gode di una posizione climaticamente favorevole, sia per l'esposizione al sole, sia per la collocazione protetta dai venti gelidi. Per questo il foraggio che qui cresce è ricco di flora alpina, che conferisce al formaggio delle mucche che se ne alimentano un pregiato aroma. Fino ai primi decenni del Novecento, inoltre, qui si coltivavano cereali come il panico, la segale e l'orzo (localmente chiamato "duméga"), principale ingrediente della minestra "orzada", ma anche apprezzato surrogato del caffè. Si coltivavano anche patate, lino e canapa, che, tessuta insieme alla lana, permetteva di confezionare un tessuto particolarmente resistente, la "mezlàà", cioè "mezzalana".


Fianco orientale della Val Fabiolo

Raggiungiamo ben preso un bivio: la mulattiera scende verso destra ad una briglia in cemento, e qui viene di nuovo sommersa all’alluvione (nona ferita); noi seguiamo il sentierino di sinistra, che, con breve salita, ci porta ai prati della Sponda (Spùnda, m. 909), gruppo di baite e stalle che deve il suo nome all’arrotondato versante che lo sovrasta ad est.
Anche questo è un luogo magico ed inquietante: si dice che anticamente una frana abbia proprio qui seppellito un’allegra compagnia di buontemponi, che si era attardata in canti e danze. Pare che i buontemponi, anche nell’aldilà, non abbiano rinunciato a danzare, nelle notti d’estate, tenendo in mano piccoli lumini che ne segnalano la presenza ai contadini fin dalla sella di Campo. Alla Sponda troviamo la quarta e penultima “pòsa”, con il “gisöl” nel quale è raffigurata una Madonna con Bambino. Le sue fattezze, a differenza delle precedenti, ed anche quelle del bambino, rimandano, però, con sorprendente realismo, ai tratti della gente contadina, come se i contadini della Sponda, o della vicina Campo Tartano, avessero effettivamente posato per il pittore che operò nel 1862 (l’iscrizione recita: Mafezzini Giovanni f.f. – fece fare – 1862). Ai suoi lati, S. Agostino, con il pastorale di vescovo, e S. Giuseppe, con il bastone fiorito. Sulle pareti laterali, infine, S. Pietro, con le immancabili chiavi del Paradiso, e S. Giovanni Battista: tutti con tratti del volto non stereotipati.
Alla cappelletta ritroviamo anche la mulattiera, che sale da destra, e torniamo a seguirla. La meta è ormai ben visibile, in alto: si tratta della sella erbosa alla sommità della Valle, che introduce alla Val Tartano. Guardando alle nostre spalle, invece, vediamo bene, sulla destra, Pra Bramusìi, la Mùta ed il selvaggio versante tagliato dal sentiero della Rusanìda.  Lasciamo alla nostra sinistra le baite della Sponda e riprendiamo a salire: qui la mulattiera procede, quasi diritti, fra due muretti a secco. Il fondo è però molto sporco, ed avere le gambe coperte non guasta affatto. Poi terminano i muretti ed il tratto sporco: ritroviamo il comodo selciato e procediamo a monte dei prati della Sponda, fino alla decima ferita. Appena prima dell'interruzione, sulla sinistra, lo zapèl (apertura) nel muretto che delimita la parte alta dei prati a monte della Sponda; alla sua destra (est) ci raggiunge, in leggera salita, il sentiero della Rusanìda, per la verità poco visibile, perché abbastanza sporco (corre per un buon tratto immediatamente a destra del muretto a secco che delimita ad est i prati).
Percorriamo, dunque, un brevissimo tratto sul materiale alluvionale; quasi subito troviamo, alla nostra sinistra, il penultino troncone della mulattiera, che resta a sinistra (est) della grande colata di sfasciumi. Il fondo è qui davvero buono, riposante: inanelliamo una serie regolare di tornanti dx-sx-dx-sx, prima di raggiungere l'undicesima ferita, la più impressionante.
Siamo vicini al punto nel quale la tragedia è cominciata: confluiscono, infatti, poco sopra le due colate principali dell’alluvione, partire dall’aspro versante che scende a nord-ovest della cima della Zocca (o cima Dàssola, m. 2166), a sinistra (est) di Somvalle (“Sumvàl”). Ci ha messo del suo anche il Rio Dàssola, che scende dal fianco della medesima cima più a sinistra, con belle cascate (le vedremo un po' più in alto). Ci aspetta ora il punto più faticoso: scesi in mezzo al corpo franoso, non seguiamo la traccia, che resta in parte visibile e che punta subito al guado del torrente (destra), ma procediamo diritti, seguendo la via più agevole e guadando il torrente un po' più a monte. Oltre il guado, dobbiamo affrontare un breve tratto ripido, sul corpo franoso: lo risaliamo, stando nei pressi del suo limite di destra, fino a vedere il muretto a secco che sostiene, poco più in alto, la mulattiera. Puntandolo, intercettiamo per l’ultima volta la mulattiera, che ora procede, senza ulteriori ferite, verso destra, fino al suo termine (ad un bivio prendiamo a destra).
Qui, dopo circa due ore e mezza di cammino (il dislivello è di circa 790 metri), troviamo l’ultima cappelletta, il “Gisöl dul zapèl de val”, cioè la cappelletta dell'intaglio (sella) che introduce alla valla valle, con una quarta raffigurazione di Madonna con Bambino, fra San Rocco e San Giuseppe. È qui che la valle finisce, quasi si spegne, dolcemente, naturalmente, mentre si apre il ben più ampio ed aperto scenario della Val di Tartano e, alle spalle, il gruppo del Masino fa bella mostra di sé (mostrando, da sinistra, i pizzi Badile e Cengalo, i pizzi del Ferro, la cima di Zocca, le cime di Arcanzo, degli Alli e di Vicima, il monte Pioda, i Corni Bruciati).
Alla nostra sinistra, Somvalle (m. 1062), la frazione di Forcola dei “lütèer”, o “pòok timùur de Dìu”, luterani o poco timorati di Dio, come vennero chiamati i suoi abitanti dalla seconda metà del Cinquecento per la presenza di alcuni contadini che avevano lasciato la fede cattolica per abbracciare quella riformata; alla nostra destra Ca’, anch’essa frazione di Forcola, abitata dai “pietàa” o “lütèer”, cioè dai pietosi o luterani (evidentemente qui due immagini contrastanti si sono contese il campo). Poco sotto, Campo Tartano. Davanti, il profondo solco centrale della Val Tartano, scavato dal torrente Tartano. Fino all’ultima glaciazione esso scorreva proprio in Val Fabiolo, raggiungendo il piano alla forra della Sirta. Poi aveva lasciato il campo al più mite torrente Fabiolo.
Davanti a noi, la Val Tartano, di cui dovremo percorrere un buon tratto per raggiungerne il baricentro, il paese di Tartano, dove la prima tappa della traversata dei borghi orobici termina.
Si può ovviamente sfruttare la strada provinciale della Val di Tartano, che molti percorrono, in estate, per riposanti passeggiate, ma, almaneo fino al ponte sulla Val Vicima vale la pena di sfruttare l'antica mulattiera che corre appena a monte della carrozzabile, alla sua sinistra.
La imbocchiamo scendendo alla strada provinciale della Val Tartano, a sinistra del cimitero di Campo Tartano. E proprio Campo Tartano, con la vicina Somvalle, a costituire il primo paese orobico della nostra traversata. Grazie alla sua posizione splendidamente panoramica, da sempre attrae turisti ed amanti del trekking.


Apri qui una panoramica su Campo Tartano e sul sentiero per la Crus

Nella plurisecolare rivalità che ha diviso i "Camparèi" dai "Tartanöö", cioè gli abitanti di Campo da queli di Tartano, i primi si sono sempre pensati come più evoluti, proprio perché affacciati a quell'ampio mondo che invece i secondi non potevano vedere (ed in molti casi mai avrebbero visto).
A riprova di ciò raccontano ancora l’episodio, verissimo, di quel tale Tartanöl che non aveva mai visto altro, in tutta la sua vita, se non Tartano e le sue contrade vicine. Gli capitò, un giorno, di doversi recare a Campo. Quando giunse al borgo rivale, gli si aprì innanzi agli occhi quel superbo panorama per il quale Campo è giustamente famosa: la bassa Valtellina, con i suoi paesi ben più grandi di Tartano, e poi quel bel lago, laggiù sul fondo, e, ancora, tutte quelle montagne, sullo sfondo, di cui non si riusciva neppure a vedere la fine. Rimase a bocca aperta per un bel po’, poi, sotto gli occhi divertiti del Camparèi, cui questo scenario era ben più familiare, si cavò dal capo il cappello, e lo scagliò, con tutta la forza che aveva, lontano,esclamando: “Fèrmet, capèl, che de munt tu n’èe vedüü asée”, cioè: “Fermati, cappello, che di mondo ne hai visto a sufficienza!”. Come dire: dopo aver visto un mondo così grande, che ci si può aspettare di più? Lui, che era da sempre abituato alla vista di un altro “munt”, cioè del monte, del paese natìo, dell’alpeggio, di fronte a quel vasto ed inaspettato “munt”, il mondo, era rimasto stupefatto ed appagato, quasi che la bassa Valtellina fosse un mondo così grande da soddisfare la più grande curiosità possibile.
Ovviamente in quel di Tartano non la pensavano allo stesso modo.
In passato il paese era molto popolato: il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, offre, nel resoconto della sua visita pastorale in Valtellina del 1589, il seguente resoconto: "Su un altro monte a tre miglia sopra Talamona c'è Campo, con 90 famiglie tutte cattoliche. La chiesa vicecurata è dedicata a S. Agostino e viceparroco è il sac. Aurelio Insula de Campo dell'isola d'Elba, diocesi di massa e Populonia, giurisdizione di Siena, con il permesso dei suoi superiori". 90 famiglie, dunque, vale a dire 450-500 abitanti. La popolazione si distribuiva nel centro, attorno alla chiesa di S. Agostino (di origine forse trecentesca, consacrata nel 1521) ed in diversi nuclei minori, ciascuno con una propria identità, testimoniata anche dai soprannomi con i quali venivano designati i rispettivi abitanti: al Dosso di Sotto vivevano gli "scudescèer", al Dosso di Sopra i "tabacùu" (grandi consumatori di tabacco), ai Bormini i "papùu" (grandi divoratori di pappa), alla località Spini i "consìgliu" (dispensatori di consigli a tutti), ai Piubellini i "furtèza" (dal forte carattere), alla località Cantone i "sciènsa" (sapientoni), alla Costa i "lüganeghèer" (grandi appassionati di salsicce), alla frazione Case (Ca') del comune di Forcola i "pietàa" (pietosi) ed alla frazione Somvalle, sempre del comune di Forcola, i "pook timùur di Diu" (poco timorati di Dio), o "lütèer" (Luterani, con riferimento ai nuclei di Riformati qua e là sparsi in valtellina dalla seconda metà del Cinquecento). E ancora: a Ronco stavano i "garlüsèer" ed a Cosaggio i "balarìi" (grandi amanti del ballo).
Dagli archivi parrocchiali si possono ricavare dati che rendono l'idea dell'andamento demografico e del progressivo spopolamento nel secolo XX: la popolazione scende progressivamente dai 790 abitanti del 1908 ai 755 del 1938 ed ai 725 del 1948, per poi crollare ai 334 del 1982, ai 300 del 1987, ai 255 del 1990, ai 237 del 1993 ed ai 236 del 1994. (dati tratti dal "Vocabolario dei dialetti della Val di Tartano" di Giovanni Bianchini - Fondazione Pro Valtellina, Sondrio, 1994 - preziosissimo documento di una lingua e di una civiltà).


Campo Tartano

Qui gunti, difficilmente sapremo resistere alla tentazione di sperimentale quella che è diventata la maggiore attrattiva di questo angolo di Val Tartano, il Ponte nel Cielo.


Campo Tartano e il Ponte nel Cielo

Il 22 settembre 2018, infatti, è stato inaugurato a Campo Tartano il “Ponte nel Cielo”, che, con i suoi 140 metri d’altezza, è il ponte tibetano più alto d’Europa, sospeso sopra la forra terminale della Val Tartano, che ospita la diga Colombera. Il manufatto, lungo 234 metri, è stato commissionato alla ditta austriaca HTB Baugesellshaft dal Consorzio Pustaresc’ ed unisce il nucleo di Campo Tartano, poco sotto la chiesa di S. Agostino, da una quota di 1034,88 metri, al maggengo del Frasnino, sul lato opposto della valle, a 1038,77 metri. È costituito da 4 grandi funi a sostegno di un impalcato in grigliato metallico, con camminamento largo un metro costituito da 700 assi di larice dei boschi della Val Tartano.
L’afflusso di visitatori è stato sin da subito molto ampio: la sensazione di restare sospesi nel vuoto circondati da uno scenario di prim’ordine, con un colpo d’occhio sull’intera bassa Valtellina fino all’alto Lario, su un’ampia porzione della Costiera dei Cech, sul Culmine di Campo e sulla bassa Val Tartano, ha costituito un’attrattiva potente. Per regolamentare il flusso dei visitatori l’accesso nei finesettimana è consentito solo previo l’acquisto di un numero predeterminato di biglietti on-line, mentre nei giorni rimanenti il biglietto può essere acquistato al gabbiotto di accesso al ponte. In ogni caso il transito è consentito dalle 9.30 alle 16.30 e regolamentati da norme, che prevedono, fra l’altro, il divieto di gettare oggetti, sporgersi, correre, saltare, utilizzare il ponte con forte vento e temporali, superare il numero massimo di 100 persone sul ponte, lasciare bambini e cani incustoditi.


Campo Tartano e il Ponte nel Cielo

Prendiamo a sinistra, cioè in direzione dell'interno della valle. Dopo un breve tratto, nel quale la strada curva a destra, troviamo un accenno di curva a sinistra e, sul suo lato sinistro, vediamo la partenza di un tratturo con diversi cartelli escursionistici, che segnalao l'Alta Via della Val Tartano, l'alpe e la cima di d'Assola. Lasciamo dunque la carrozzabile e saliamo lungo il ripido tratturo, che ci porta subito ad un bivio con una coppia di ponticelli. Qui lasciamo il tratturo e prendiamo a destra, imboccando un marcato sentiero che corre poco a monte della strada provinciale. Si tratta della storica mulattiera che congiungeva Campo Tartano a Tartano.


Campo Tartano ed il Ponte nel Cielo

Proseguiamo diritti, in leggera salita, passando per un tratto scavato nella roccia. Alla nostra destra un impressionante salto, che termina alla sede della strada provinciale. In questo tratto dobbiamo prestare attenzione, soprattutto se la sede della mulattiera è bagnata. Poi tocchiamo luoghi più tranquilli e procediamo, sempre in leggera salita, ignorando la deviazione sulla sinistra che sale verso l'imbocco della Val Vicima. Quando il bosco si apre si apre anche lo scenario della valle, che mostra la dorsale boscosa che separa i suoi due grandi rami superiori, Val Lunga, alla nostra sinistra, e Val Corta. Appena prima di questa biforcazione, quasi nascosta da un singolare panettone boscoso, la nostra meta, Tartano.


Campo Tartano e il ponte nel Cielo dalla mulattiera Campo-Tartano

La mulattiera si allarga a pista con fondo erboso. Passiamo a destra di una cappelletta e raggiungiamo un parcheggio, al quale giunge una carrozzabile che sale fin qui dalla strada provinciale della Val Tartano. Siamo alla parte alta della frazione Ronco. Senza scendere a destra, proseguiamo diritti sulla carrozzabile, portandoci alle case della vicina frazione di Cosaggio.


La contrada Ronco

Sempre seguendo la carrozzabile, scendiamo infne ad intercettare la strada provinciale della Val Tartano, poco prima del ponte di Vicima. L'ultimo tratto di questa prima giornata della traversata dei borghi orobici segue la provinciale fino a Tartano. In breve siamo al ponte di Vicima, che ci riporta ad un importante segmento della storia di questa valle.
Appena prima dell'imbocco del ponte, sul lato sinistro della strada, troviamo una targa nella quale si celebra l’intervento del celebre ministro valtellinese Vanoni, che questo ponte volle per superare il plurisecolare isolamente di Tartano rispetto alla Valtellina.


Il ponte di Vicima

In un discorso pronunciato in Senato il 16 febbraio 1956, poco prima della morte, così presentò l'inaccettabile situazione di Tartano e della sua valle nell'Italia che, dopo la riscostruzione del secondo dopoguerra, si avviava al boom economico: "Non posso dimenticare che vi è nella mia provincia un piccolo comune di 1200 abitanti, il quale ancora oggi è collegato con la pianura per mezzo di una mulattiera, sicché occorrono cinque ore di cammino a piedi per raggiungerlo e quando si sale, come io qualche volta ho fatto prima e dopo la mia vocazione politica, e ci si accosta al palazzo municipale e si vede il ricordo dei caduti nelle due guerre e si nota che questo piccolo villaggio di montagna ha avuto nelle due guerre il maggior rapporto tra popolazione residente e caduti, si orienta necessariamente la propria opera, come credo di avere sempre fatto nella mia vita politica, affinché questi 1200 contadini montanari abbiano una tranquillità economica ed una speranza in un avvenire per sé e per i propri figli." Queste parole sono ora scolpite in una lastra di granito posta, nel 1966, con l'intitolazione "La popolazione della Val Tartano a Ezio Vanoni, Ministro della Repubblica", sul fianco roccioso della montagna. Dietro le alte grate del ponte si intravvede la forra paurosa della bassa Val Vicima. La vecchia strada lo attraversava con una galleria scavata nella roccia ed un più modesto ponte.
Un'ultima mezzora di cammino ci porta finalmente in vista della chiesa di S. Barnaba, che annuncia Tartano, il centro amministrativo e fisico della valle omonima (m. 1210).


La chiesa di San Barnaba a Tartano

Qui possiamo pernottare all'albergo del paese, ed insieme conoscere qualcosa di più di questa singolarissima valle, una delle più vitali e suggestive dell'arco orobico. Ci aiuta il prof. Luciano Angelini, in un articolo su “Comunità”, bollettino delle parrocchie di Tartano, Campo e Sirta (n. 36, ottobre 2009), che tratteggia così le più antiche radici storiche della comunità di Tartano, partendo dall’etimo del nome:
Il nome di Tarten viene dal celtico TAR(AN), tuonare e TEN, dignità; per cui il suo significato potrebbe essere "colui che tuona o tuonante". Forte è anche la sua somiglianza con la parola inglese thunder, tuono; non solo per il significato, ma anche per la grafia e la pronuncia. Ed ancor oggi, in gallese, taranu significa tuonare.
Nella mitologia celtica Taranis era il dio del tuono venerato in Gallia e in antica Britannia. In epoca romana Taranis fu associato in diversi modi a Giove. Il nome al nominativo o al genitivo, Taranis, è conosciuto solo grazie a Marco Anneo Lucano, citato dal poeta romano nel suo poema Pharsalia come una divinità celtica alla quale venivano tributati sacrifici umani. Il culto era diffuso in tutto l'antico mondo celtico. Simbolo di Taranis è la ruota raggiata, allegoria del fulmine e richiama il rombo di tuono. A Taranis era consacrata la quercia (dru) da cui prendono il nome i Druidi, gli antichi sacerdoti celtici.
Alla fine del V secolo a.C. i Celti, signori dei metalli e buoni allevatori di bovini e suini, attraversate le Alpi, scesero in Italia (Plinio il Vecchio). Alcune testimonianze storiche affermano che i Celti, tra V e III secolo a.C., dalla Val Brembana giunsero anche in alta Val Tartano, intorno ai trii làac de' Purscil o "della purezza", per sfruttare le vene ricche di ferro de li Cadèli, la montagna dai cui fianchi sgorgano le sorgenti del Brembo, del Tartano e del Madre. ...


Tartano

L'ingente taglio di boschi che si perpetrò nella zona per alimentare i forni fusori delle varie cave di ferro, continuato poi anche dai Romani ed ancora nel XIV-XV secolo sotto i Visconti di Milano, fu la premessa, grazie anche ai pascoli che così si formarono, al sorgere d'una comunità di pastori-contadini, che poi cresciuta di numero si sparpagliò viepiù in famiglie nelle contigue valli. Così lungo il corso del fiume Tarten, sui pianori solivi dei pendii della valle ricavati a prato, fiorirono le storiche contrade e, in fondo alla consorella valle di Lema, sorse il comune autonomo della Sciucàda. Era un'usanza dei Celti quella di chiamare le sorgenti d'acqua, che consideravano un passaggio della vita, con un attributo adeguato all'uopo e secondo la peculiarità di ciascuna. L'eredità dei Celti non si coglie solo nella toponimia: Bitto da bitu, perenne, (Storia di Morbegno, Orsini); Brembo da brem, impetuoso, (Storia della Valbrembana, in Internet) e Tartano da tarten, tuonante; ma anche nelle tecniche artigianali ed agricole: il bàrek, recinto di sassi per le bestie, (Storia di Morbegno, Orsini); nella mentalità e nei costumi: esporre i teschi o le corna d'animali morti sulla baita o la ruota raggiata sulla casa; nelle feste di Halloween o dei morti, del primo maggio e nella tradizione del vischio a Natale.”
Nelle prime attestazioni storiche, il nome della valle suona "Tarteno" (sec. XII). Procedendo all'indietro nel tempo, possiamo congetturare che esso risalga ad una radice celtica (come sostiene il prof. Angelini), veneta, oppure etrusca (come sostiene Renzo Sertoli Salis nel suo volumetto sui toponimi valtellinesi), la stessa che avrebbe dato origine ai nomi personali "Tartius e "Tartonius".
Scrive, a questo proposito, l'Orsini, nella "Storia di Morbegno" (Sondrio, 1959): "Qualche nota somatica e psichica dei nobilissimi etruschi restò impressa nelle genti valtellinesi. Dopo la calata dei Galli, che forse furono numerosi, ma s'appagarono di possedere l'agevole fondo valle e la zona solatia, gli Etruschi superstiti si rifugiarono, inselvatichendosi, nelle convalli laterali più impervie: valle del Bitto, del Tartano, del Masino, Valmalenco, Valmadre, Val d'Ambria, Val Codera. Lassù possiamo ancora trovare tracce dell'antichissima stirpe etrusca: la testa rotonda mesaticefala, i capelli spesso corvini, gli occhi tondi ed assorti, il carattere pio e superstizioso, il senso rigoroso dell'ordine e della legge ci richiamano stranamente alle figure dipinte entro le camere sepolcrali, o scolpite sui sarcofagi etruschi".


La Val Tartano vista da Tartano

Tornando al Medio-evo, sappiamo che ai tempi dei Longobardi la valle apparteneva alla corte longobarda di Talamona, nella quale rientrava anche il primo nucleo di Morbegno. Successivamente, dopo il secolo XI, buona parte degli alpeggi della valle divenne possesso feudale del vescovo di Como, che ne infeudò parte ai Gaifassi, potente famiglia ghibellina di Morbegno. La maggior parte degli alpeggi della valle, però, fu, almeno in età moderna, possesso del comune di Talamona (alpi Porcile, Postareccio, Gavedo di dentro e metà di Gavedo di Fuori, Cuminello, Dordona e Scala; queste due furono le ultime ad essere vendute dal comune di Talamona, nel 1847).
Valle singolare, la Val Tartano, lo è sotto diversi aspetti, a partire da quello geologico. All’altezza di Tartano, baricentro della valle, i due rami principali, Val Lunga e Val Corta, confluiscono nell’unico solco della Val Tartano, ma più a valle ecco un’inattesa biforcazione: il ghiacciaio del Quaternario non riuscì, nonostante la sua spinta immane, a spianare un nucleo di roccia durissima, il simpatico panettone a monte di Campo Tartano (Culmine di Campo), e si divise in due lingue. Di qui la singolarità del doppio sbocco sul fondovalle, il principale, la forra ed il conoide del Tartano, impressionante mare di pietrame sul confine della bassa Valtellina, e quello più discreto di una valle stretta, incassata ed unica, la Val Fabiolo, che si affaccia già alla media Valtellina, a Sirta.


La Val Tartano

La divisione in Val Tartano è anche di campanili, perché due centri, con identità ed orgoglio propri e spiccati, se ne sono contesi l’anima. Campo Tartano, da sempre compiaciuta della felice posizione di Belvedere su bassa Valtellina ed Alto Lario, e Tartano, proiettata invece a sud, oltre il crinale orobico, secondo un’antica costante delle valli orobiche di scambi e di rapporti privilegiati con il versante bergamasco piuttosto che con quello valtellinese. Così quando il ministro Marcora, nel 1890, decise che il centro amministrativo del comune dovesse passare da Campo a Tartano la reazione dei “camparèi” contro i “tartanöi” fu veemente. Già, perché i primi si sono sempre pensati come più proiettati ad una realtà “cosmopolita”, e con aria divertita amano ancora raccontare di quel tale tartanöl che per la prima volta, sceso all’altezza di Campo, vide la piana valtellinese ed una porzione di lago di Como. Rimase a bocca aperta per un bel po’, poi si cavò dal capo il cappello e lo scagliò, con tutta la forza che aveva, lontano, esclamando: “Fèrmet, capèl, che de munt tu n’èe vedüü asée”, cioè: “Fermati, cappello, che di mondo ne hai visto a sufficienza!” E, per soprammercato, aggiungono la storia di quell’emigrante che doveva affrontare un lungo e costoso viaggio in nave per raggiungere l'America, e decise di risparmiare sulle spese portandosi con sé una cospicua scorta di "buci" (pallottole di polenta con un nucleo di formaggio). Rifiutava, quindi, il cibo servito sulla nave, e si mangiava una "bùcia" al giorno. Ma alla fine, ebbe l'amara sorpresa, che condensò nella frase: "E màia buci, e màia buci, àla fìi hoo pagàa cumè i otre" ("E mangia palline, e mangia palline, alla fine ho pagato come gli altri"). Questa storia dimostra che, al di là delle differenze di sensibilità e panorami, gli abitanti della valle erano accomunati dalle esigenza di un’economia di ristrettezze e sacrifici.


Clicca qui per aprire una panoramica sulla Val Tartano dall'alpe Postareccio (Curt)

A fare da cornice a questa realtà dura era un mondo popolato di presenze benevole, Dio, la Madonna, i santi e gli spiriti dei cari morti, ma anche malevole. A proposito di morti, c’è un modo di dire che racconta di una pratica ai nostri occhi quantomeno macabra: “Taci, tu, che sei ancora di quelli che fanno seccare i morti!”, che vorrebbe dire: non lamentarti, sei ancora fra i vivi. In alcune frazioni lontane dai cimiteri dei due paesi, infatti, quando qualcuno moriva d’inverno era tanto malagevole trasportarne la salma a causa della neve alta che lo si lasciava congelato in soffitta fino all’incipiente disgelo. Presenze malevole, si è detto: il diavolo e le sue immancabili servitrici, le streghe. La caccia alle streghe non fu sono un esercizio di immaginazione, ma, nell’intera Europa, per mezzo millennio, diciamo dalla metà del Duecento alla metà del Settecento, fu una tragica psicosi collettiva, legata ovviamente a miseria e paure. Che se ne sapeva allora del bacillo di Koch e delle dinamiche epidemiologiche di diffusione della peste? Malattie di uomini e bestiame, frane, alluvioni, carestie veniva messe sul contro di queste malefiche megere. Poi la fantasia della gente aggiunse qualche particolare colorito, ammonendo i bambini nelle lunghe serate passate al calore delle stalle a stare attenti, perché da Ave Maria ad Ave Maria (dalle sei di sera alle sei di mattina) “gira la stria”, cioè le streghe se ne vanno a caccia di anime ma anche piccoli da mangiare. In Val Tartano sono state segnalate diverse streghe. Due, in particolare, sembrano incarnare tipologie diverse. Da una parte la “strìa déla Fopa”, cioè la strega della Foppa, un fantasma che si aggirava, nelle notti più cupe. Strega da viva, questa donna lo era rimasta anche da morta, e si divertiva a combinare gli scherzi più vari e bizzarri ai malcapitati che si trovassero a passare nottetempo per la Foppa. In realtà non si trattava di una strega delle peggiori. Si era acquisita la nomea di strega (non sappiamo se le fu data anche regolare patente) per la sua sorprendente capacità di predire il futuro che, unita alla bizzarria del carattere, ne faceva un tipo singolare, inquietante, decisamente fuori dalle righe. Ben più temibile la “strìa déla Corna”, legata ad una storia a cavallo fra cronaca e immaginario popolare. La notte fra il 27 ed il 28 settembre del 1885 la valle era stata sconvolta da una terribile alluvione. Nella contrada di Valle, all’imbocco della Val Lunga, i contadini, osservando terrorizzati il versante che dall’alpe Gavet precipita al fondovalle, avevano visto un’orribile strega scendere a capofitto a cavalcioni di un enorme masso. Per fortuna non era riuscita a scagliarlo contro le case, perché il masso si era piantato nel pantano che il versante montuoso aveva scaricato a valle. Lì è rimasto ed ancora oggi viene chiamato “corna déla strìa”. Testimonianze ed indagini portarono ad un verdetto che la gente considerò inappellabile: si trattava di una strega di Milano che sarebbe venuta in Valtellina per partecipare ad un convegno di streghe, nel quale queste malefiche avevano deciso di scatenare gli elementi contro la Val di Tartano. Purtroppo quell'alluvione non fu priva di vittime: una cascina in contrada Pila venne travolta dal Tartano, che si portò via le cinque donne che lì vivevano. Iniziò proprio con quella alluvione la devastazione del conoide del Tartano, ad est di Talamona, ancora oggi ben visibile a chi percorra la ss. 38 da Morbegno verso Sondrio.
Tanto per non farsi mancare nulla, in Val Tartano si racconta anche di altri spiriti non meno terrificanti. Lo Scuasc’ era uno spirito maschile che poteva assumere diverse forme e quando si impossessava di un individuo, lo opprimeva gradatamente in tutte le parti del corpo fino a stritolarlo. Ancora più orrenda la la Pelaröla, mostruoso spirito femminile che si divorava le donne pezzo a pezzo, particolarmente le filatrici notturne solitarie, lasciando le ossa spolpate ben sistemate nella cavagna delle poverette, al posto dei fusi. Le vittime non erano però del tutto innocenti: avevano osato trasgredire il precetto di non lavorare nei giorni di festa, ed erano state sorprese allo scoccare del dodicesimo rintocco della mezzanotte del sabato ancora intente a filare.


Panorama sulla Val Tartano dall'alta Valle del Piscino

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