ESCURSIONI A TRAONA - Apri qui una galleria di immagini ; CARTA DEI PERCORSI

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Traona-Castello di Domofole-Tempietto di S. Antonio-Invaso sul Vallone-Chiesa di S. Giovanni di Bioggio-Pianezzo-Traona
4 h
600
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Traona-Castello di Domofole-Tempietto di S. Antonio-Chiesa di S. Giovanni di Bioggio-Pianezzo-Traona
3 h
450
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Il torrente Vallone solca il Vallone di San Giovanni, che viene giù quasi verticale dai ripidissimi versanti estremi della costiera dei Cech, quasi dividendola a metà, nella sezione orientale ed occidentale. È il torrente di Traona, ed ha rappresentato per questo paese, centro amministrativo dell'omonima squadra del Terziere inferiore di Valtellina, nei secoli scorsi, insieme una risorsa ed una minaccia. La centralina su questo torrente ha permesso che a Traona, infatti, giungesse, per la prima volta nel 1925, l'energia elettrica, ma nel contempo le sue rovinose piene ne hanno segnato la campagna. La parte bassa del Vallone, poi, nasconde fra le sue ombre il mistero della Sciora Sciora, una delle più temibili rappresentanti della popolazione di streghe valtellinesi, a capo di una schiera di megere che scendevano di tanto in tanto dalle forre ombrose all'ampia pozza usata un tempo dalle ragazze di Traona per fare il bucato. Su un masso sarebbe rimasta anche l'impronta di una di queste, che vi aveva puntato i piedi nel tentativo, riuscito, di resistere alla loro forza. Il masso fu poi trascinato ancora più a valle da una piena del 1070, ed ora è difficile trovarlo. Così com'è difficile trovare tracce delle perfide seguaci della Sciora Sciora, che però forse sono ancora là, nei luoghi più selvaggi del Vallone, in attesa di tempi migliori. Quella che viene qui proposta è una semplice escursione, ottima a primavera inoltrata o in autunno, che ci permette di passare nei pressi di questi luoghi densi di mistero. Ma anche di altri luoghi, legati ad una storia illustre.

Partiamo da Traona, che raggiungiamo percorrendo la strada provinciale Valeriana della Costiera dei Cech. Appena prima (o subito dopo, se procediamo da Traona verso est, cioè verso Sondrio) il ponte sul torrente Vallone, si trova, sulla destra o sulla sinistra) la deviazione che segna la partenza della strada per Mello (ma anche per la chiesa parrocchiale di S. Alessandro a Traona). Saliamo per un tratto, fino alla deviazione, a sinistra, per S. Alessandro. Ignorata questa deviazione, proseguiamo per un breve tratto, fino ad una seconda deviazione, sempre sulla sinistra, che ci porta ad un parcheggio presso l'alto argine del torrente. Lasciata qui l'automobile, inizia, da una quota di circa 250 metri. Procediamo, ora, sulla stradina asfaltata a ridosso dell'argine, alla sua destra. Davanti a noi, proprio il ripido e boscoso solco del Vallone di S. Giovanni. La strada termina al piazzale antistante la centralina che sfrutta le acque del torrente Vallone, raccolte in un piccolo invaso più a monte (che avremo modo di visitare). Appena prima del piazzale, sulla destra, vediamo un sentierino che sale con qualche tornante una selva di castagni. In breve siamo fuori dalla selva, sul filo di un bellissimo dosso che domina Traona ed è coperto da terrazzamenti ancor ottimamente tenuti. Ora proseguiamo verso sinistra, fiancheggiando un muretto a secco, fino ad un gruppo di baite e ad una cappelletta, sulla quale leggiamo “Tommaso Giannone di Tommaso e p. s. p. 1862” (cioè “edificò per sua pietà”). Alle nostre spalle, molto bello il colpo d'occhio su Traona e l'opposto versante orobico dei Maròch, incorniciato dal corno del monte Legnone. Procediamo non verso il sentiero di destra, ma su quello che sale a sinistra della cappelletta e delle baite alle sue spalle, ed incontriamo altre baite, alla nostra sinistra ed alla nostra destra. Ben presto siamo ad un masso erratico che ci introduce ad una pista con fondo erboso, delimitata, sulla sinistra, da un muretto a secco e da vigneti. La pista si porta sul limite di una selva, ma qui la lasciamo per prendere un sentierino che se ne stacca sulla sinistra. Passiamo nei pressi di una baita con un dipinto datato 1906. Seguiamo ancora il sentierino che passa a destra della baita, fino ad intercettare una pista che sale da sinistra e volge a destra. La seguiamo in salita, superando una valletta, fino ad un gruppo di abitazioni, poste su un tornante dx della strada che sale a Mello (località Castello). Ora possiamo seguire per un tratto la strada in salita, fino alla deviazione, segnalata, sulla sinistra, per il Castello (di Domofole), oppure giungere per via più breve al Castello salendo fra le abitazioni fino ad un sentierino che, percorso verso sinistra, ci porta ai ruderi delle abitazioni che circondavano il castello, presso una valletta. Proseguendo verso sinistra, troviamo, a poca distanza, il bel poggio sul quale stanno i resti recentemente restaurati del Castello di Domòfole (m. 537). Si tratta di un castello altomedievale, di cui restano solo la torre, parte del muro e della cappella di Santa Maria Maddalena, ed era chiamato popolarmente Castello della Regina, essendo diffusa la credenza che vi avesse dimorato la regina longobarda Teodolinda. E' probabile che la fortezza sia stata piuttosto prigione di una meno nota regina longobarda, Gundeberga (figlia di Teodolinda), accusata ingiustamente di aver tramato per far morire il marito, il re Arioaldo (o Rodoaldo), con la complicità del duca di Toscana Tosone. Lo afferma lo storico settecentesco Francesco Saverio Quadrio, nelle sue "Dissertazioni critico-storiche sulla...Valtellina" (I).
Una leggenda popolare assai diffusa racconta che una regina è stata ingiustamente rinchiusa fra queste austere mura. Una regina che neppure dopo la morte ha potuto trovare pace per la calunnia che l’ha colpita. Una regina che, nelle chiare notti estive, torna a visitare il luogo delle sue sofferenze, vestita del colore dell’innocenza, cioè di bianco. Sembra che si aggiri, senza pace, nei sotterranei, ma talvolta esce all’aperto, forse a guardare il cielo. La si può scorgere, passando nei pressi del castello nel cuore della notte. Si può vedere una figura diàfana, la figura di una dama bianca, che si staglia contro il cielo, incerta e pallida come un riflesso della luna, alta, in cima alle mura diroccate, come una candida torre d’avorio, silenziosa, come il cuore di una notte senza vento. Una figura che ispira pietà più che paura. Ma di chi si tratta? Diverse le versioni in campo.
Forse è l’illustre Teodolinda, la più famosa fra le regine longobarde, che ha legato la sua fama al tentativo di convertire il suo popolo dall’Arianesimo al Cristianesimo ortodosso. Il suo tentativo le attirò contrasti ed anche odi all’interno del suo popolo. In particolare, si narra che venne in Valtellina per convertire le genti di questa valle al Cristianesimo. La sua opera ebbe ovunque successo, si dice, tranne che fra le popolazioni della costiera che va dall’attuale Dubino a Paniga, popolazioni che rimasero ostinatamente attaccate ai culti pagani. Forse per dar maggiore vigore alla sua opera, allora, Teodolinda soggiornò proprio nel castello di Domofole, o, come si chiamava anche anticamente, Domophile.
Scrive, al proposito, Lina Rini-Lombardini, nel bel volumetto "In Valtellina, colori di leggende e tradizioni" (Ed. Ramponi, Sondrio, 1961, pp. 124-125): "Il torrione di Demofole..., con mura formate da conci di granito di varia grandezza, ha una finestra a sesto acuto. Si pensa: "Qui si affacciò Adelaide, la prossima sposa di Ottone II". Prima di lei, secondo la tradizione, Demofole, bel castello, aveva accolto la longobarda Teodolinda; in pompa di regina e in umiltà di cristiana. Cristiana fervorosa che, narra la leggenda, convertì alla fede gli abitanti della nostra valle. Tutti, meno quelli detti poi "cech": ciechi alla fede. Fu lei che mandò a cercare, per devolvere a nostre opere di bene, l'oro, nelle montagne Orobie (così dette per quella gran ricchezza di prezioso metallo)." L'autrice attribuisce però queste notizie alla leggenda, poiché l'edificazione del castello dovette risalire ai secoli XI o XII.

Alle spalle del castello possiamo distinguere la parte alta del Vallone di S. Giovanni, che si disegna poco sotto la guglia del monte Sciesa. Guardando a valle, raggiungiamo con lo sguardo la parte terminale del lago di Como. Ridiscesi dal poggio, troviamo, proprio alle sue spalle, un sentierino che sale diritto nella boscaglia, portandosi a ridosso della già citata valletta. Lo seguiamo, restando sempre a sinistra della valletta, fino a che questa si restringe: qui ci portiamo per breve tratto alla sua destra, per tornare subito a sinistra ed approdare, dopo un ultimo ripido tratto, alla pista sterrata che congiunge Mello a San Giovanni di Bioggio. A poca distanza, sulla sinistra, vediamo il tempietto di S. Antonio, sulla cui facciata è posta la lapide che ricorda i partigiani caduti nella battaglia di Mello o di S. Antonio, del 1 ottobre 1944 (lo scenario furono infatti i boschi nei pressi della cappelletta).

I reparti fascisti partirono, con un'ottantina di uomini, da Morbegno e, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di brigata della Prima Divisione Garibaldi. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati sulla menzionata lapide presso la Chiesetta di S. Antonio: Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio.

Ora abbiamo due possibilità: per chiudere un anello breve, possiamo incamminarci verso sinistra e raggiungere, dopo una breve salita, la chiesa di San Giovanni di Bioggio. Se invece vogliamo portarti più in alto e, soprattutto, visitare più da vicino le inquietanti ombre del Vallone, possiamo imboccare il sentiero che sale nel bosco proprio alle spalle del tempietto. Poco sopra alcuni rudei di baita nel cuore del bosco, intercettiamo una seconda pista. Seguiamola verso sinistra, per breve tratto, fino alla piazzola alla quale termina, lasciando il posto ad un bel sentiero. Proseguiamo sul sentiero, che segue il canale di gronda dall'invaso sul Vallone, verso il cuore dell'ombrosa valle. Il fondo è molto bello, anche se in qualche tratto le rocce a destra sembrano spingerci oltre il ciglio giù, sul ripidissimo versante che si tuffa nel Vallone. Poi il bosco si apre. Eccolo, infine, il Vallone. Niente oscuri roccioni, qui, ma il piccolo invaso della centralina, a circa 850 metri. Sul lato opposto del Vallone ritroviamo il sentiero, che scende diritto e deciso. Qualche sosta ci permette, però, di osservare gli scoscesi dirupi del versante orientale del Vallone, ed immaginare che la Sciora Sciora sia ancora lì. La discesa termina proprio alle spalle della chiesa di San Giovanni di Bioggio (m. 697), un nuovo angolo denso di storia e devozione.

La chiesa prepositurale di S. Giovanni di Bioggio (m. 691) costituisce, infatti, uno dei luoghi più caratteristici dell’intera Costiera dei Cech. È posta in un’incantevole radura sulla cima di un bel poggio boscoso, a monte di Traona e ad occidente del profondo Vallone di S. Giovanni, che la divide da Mello. Sul limite inferiore della radura si osservano ancora i resti di strutture di fortificazione, che attestano l’importanza strategica del luogo. È di origine medievale, ma subì una notevole trasformazione nel secolo XVI, quando fu ampliata ed all’originario ingresso rivolto ad oriente venne sostituito l’attuale, che guarda a sud. Nel secolo successivo, e precisamente nel 1639, fu costruita l’imponente doppia scalinata in serizzo, che consente di salire a tale ingresso.
Appena ad ovest della chiesa passa il confine che divide il territorio del comune di Mello da quello di Traona, ma, al di là di questi dettagli amministrativi, la chiesa è cara a tutti gli abitanti dei paesi vicini. La raggiungono da sud un sentiero che sale da Pianezzo, frazione alta di Traona, da ovest una pista sterrata che proviene da Cercino e da Bioggio ed una mulattiera che proviene da Cercino, ed infine da est una carrozzabile che parte da Bernedo, frazione di Mello. Questo convergere di vie testimonia la sua centralità nel cuore e nella devozione degli abitanti di questo angolo dei Cech.
La seconda domenica di maggio, i fedeli provenienti in solenne processione da Traona, Mello, Cino, Cercino, Civo e Roncaglia, guidati dai parroci e dalle confraternite, si incontravano qui per le terze rogazioni. Veniva allora celebrata una solenne Messa cantata, i convenuti ricevevano pane e vino donati dalla parrocchia di Mello e, soprattutto, non mancavano mai, come racconta Rinaldo Rapella nell’articolo “Beato Genuari romito di Bioggio”, apparso su “Le vie del bene”, di toccare, facendosi il segno della croce, un sasso sporgente dal lato nord della chiesa, sul lato opposto rispetto al coro. Ancora oggi molti affluiscono qui quando si celebra la festa della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno, e la chiesa viene aperta ai fedeli. Una festa anch’essa molto sentita dalla devozione popolare, collocata, com’è, in uno dei più particolari momenti dell’anno, in prossimità del solstizio d’estate, il trionfo della luce. Se Santa Lucia è, proverbialmente, il giorno più corto che ci sia, la notte di San Giovanni è, a sua volta, quella più corta. Eppure, singolarmente, è una delle classiche notti nelle quali la gente immaginava che le streghe celebrassero i loro orribili e nefasti sabba. Il motivo è questo: si credeva che nella notte più corta le forze delle tenebre si chiamassero a raccolta per sopravvivere all’incalzare della luce, ed insieme per plaudire a quell’inversione che avrebbe portato, nei sei mesi successivi, ad una lenta rimonta della notte sul giorno. Era la notte in cui, sempre stando alle credenze popolari, le streghe mettevano i bachi dentro i frutti che maturavano sulle piante. Rieccole, le streghe, quelle del Vicino Vallone, i cui fianchi selvaggi stanno poco distanti, ad est della chiesa.

Dunque, per la via più lunga o più breve, siamo a San Giovanni. Dopo aver respirato il fascino di questo luogo, proseguiamo nella discesa sul sentiero che parte sul limite del prato ai piedi dell'imponente muraglione della doppia scalinata. Il sentiero vien giù, deciso, nella densa selva di castagni sul lato occidentale del poggio di San Giovanni, e termina alla strada asfaltata che poco sopra la frazione Pianezzo di Traona. Dopo un breve tratto verso sinistra, troviamo una viuzza che si precipita giù fra un gruppo di baite, per intercettarla di nuovo più in basso. E di nuovo, dopo un breve tratto a destra, troviamo una nuova viuzza che attraversa altre baite, fino ad una stradina che percorriamo verso sinistra, percorrendo le belle baite di Pianezzo. La stradina volge a destra e diventa una larga mulattiera delimitata a monte da un alto muro a secco. Dopo una svolta a sinistra, ci affacciamo di nuovo a Traona, proprio a monte della chiesa arcipretale di Sant'Alessandro. La mulattiera, ad una cappelletta, volge di nuovo a destra, e poi a sinistra, passando per una seconda cappelletta, prima di terminare al parcheggio della chiesa di S. Alessandro, posta a vegliare, dall'alto, il centro di Traona. Ora prendiamo a sinistra, seguendo una strada asfaltata, scendendo fino ad intercettare la strada per Mello. Un brevissimo tratto in salita ci riporta al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile, dopo una camminata di circa 4 ore (poco meno di 3 nella variante più breve), per un dislivello di 600 metri (o 450).

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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