CARTA DEI PERCORSI
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Traona, terra ricca di storia e fascino, non manca di proporci un bel repertorio di storie e leggende. Molte hanno uno sfondo marcatamente religioso. Ne presentiamo tre, di carattere diverso, ma ugualmente significative.
Una delle più note leggende della zona di Traona è quella dei sette fratelli. Ecco la versione più ampia, così come viene raccontata dal morbegnese Renzo Passerini nella bella raccolta intitolata “Gh’era na volta”. Protagonista, una madre di Pianezza, frazione sopra Traona, che viveva nella più profonda miserie e stentava a trovare di che sfamare i suoi sette figli, tutti ancora fanciulli. Potete ben immaginare quale fosse il suo stato d’animo e la sua amarezza, costretta, com’era, ogni giorno a dover rimediare in qualche modo qualcosa da servire alla povera mensa. I sette fratellini erano invece sempre vispi ed allegri, vivaci ed impazienti, insomma non soffrivano certo di malinconia, né, purtroppo, di inappetenza.
Ecco che un bel giorno, uno come tanti altri, si sarebbe detto, la madre si ritrovò come sempre a far fronte al compito di preparare l’unico pasto della giornata. Aveva messo da parte qualche castagna secca ed un pugno di fagioli. Nient’altro. Pensò di preparare, con quelle poche risorse, un “pulentùn”, e mise a cuocere castagne e fagioli. Mentre “tarava” la polenta, aveva il suo bel da fare per tenere buoni i piccoli, che le salterellavano intorno, impazienti ed affamati. Si sa che quando la tensione si accumula, poi basta un nulla perché esploda di botto. E lei faticava sempre più a sopportare quegli scalmanati, che saltavano su e giù come grilli e le riempivano le orecchie con l’insistente ritornello: “Mamma, è pronto? Quanto è pronto? Ho fame!” Provò a raccontare loro delle storie, quelle che lei stessa aveva sentito da bambina. Ma niente, quelli non se ne davano per inteso e proseguivano con l’insistente litania. La madre allora provò ancora a persuaderli: “Fìi i bravi, fiöo, che fuu cöös anca i fasöö” (fate i bravi, figlioli, che faccio cuocere anche i fagioli). Non servirono neppure quelle parole, ed allora la misura fu colma. Con le lacrime agli occhi e con un’aria che più sconsolata non poteva essere, disse: “Se me fìi amò danà me ve mandi fö de cà, e se me ciàpi el magùn via endìi vün per cantùn” (se mi fate ancora disperare vi mando fuori di casa e se mi prende il magone ve ne andate via, uno per parte).
Il magone, a dire il vero, ce l’aveva già. I bambini ammutolirono, presi non da paura, ma da profonda compassione per la madre: d’improvviso avevano capito la sua fatica e la sua sofferenza. Da allora cambiarono radicalmente, divenendo tranquilli ed obbedienti. Polentone dopo polentone, crebbero, conservando il profondo ricordo di quel giorno ed acquisendo sempre più consapevolezza di quanto avessero fatto soffrire la madre. Anche per questo decisero di darsi ad una vita di penitenza, preghiera e meditazione. Ricordando le parole della madre, “via endìi vün per cantùn”, decisero di non stare insieme, ma di dividersi. Ciascuno scelse la vita solitaria dell’eremita in un diverso alpeggio della bassa Valtellina, sui versanti retico ed orobico dei Cech e dei Maroch. Per mantenere vivo il legame erano soliti accendere un fuoco la sera di ogni giorno festivo: era un modo per salutarsi ed onorare insieme la memoria della madre, che li aveva preceduti in cielo. Per molti anni quei fuochi entrarono nel cuore di tutta la gente dei Cech, come un messaggio di profonda fratellanza. Poi si spensero, uno dopo l’altro. Per ogni fuoco spento, però, una nuova stella si accendeva in cielo, a significare la gioia del figlio che riabbracciava la madre, senza più fame, senza più miseria, senza più affanni.
Facciamo ora un vertiginoso salto indietro nel tempo. La figura di Noè è una delle più conosciute della Bibbia. Quando Dio volle punire l’umanità per la sua empietà, progettò di sommergerla sotto le acque di un diluvio mai visto prima, il famoso diluvio universale. Il solo Noè, per la sua rettitudine, meritò di sopravvivere con la sua famiglia, perché il genere umano non si estinguesse. Ricevette, così, l’ordine di costruire un’arca, destinata anche ad accogliere una coppia di ogni specie vivente, salvandola dall’estinzione.
Un’arca è qualcosa di meno di una barca: non c’è solo una “b” in meno, ma anche l’assenza di quegli strumenti, timone e vele, che la possono governare. Per questo Noè potè sì salvarsi dalle acque che sommersero tutte le terre, ma non dirigere l’arca, la cui rotta fu affidata alle mani del Signore.
Ma dove approdò, alla fine? Perché ci fu una fine, e ad un bel momento smise di piovere. La Bibbia non ci dice il luogo in cui l’arca potè toccare la terraferma. Si moltiplicarono, così, ipotesi e leggende. In terra di Valtellina il luogo più accreditato si trova nella Costiera dei Cech, e precisamente nei monti sopra Traona. Salendo ai Prati di Bioggio (che si raggiungono facilmente percorrendo una carrozzabile sterrata che parte da Mello, effettua una traversata, verso ovest, fino alla chiesa di san Giovanni di Bioggio, si inerpica sul fianco montuoso fino ai prati di Aragno, dove lascia il posto ad un sentiero che in breve porta ai prati), lo vediamo bene, diritto sopra il nostro naso, verso nord: si tratta del piazzo della Nave ("piaz de la Naf", o anche "roca de la Naf"), sul culmine di un dosso largo e brullo, nel territorio del comune di Traona.
Cosa fa supporre che proprio qui si fermò l’arca? Un enorme masso levigato, che presenta anche un anello atto ad assicurare l’ancora dell’imbarcazione. Accanto al masso, stava, fino a qualche anno fa, anche un larice rinsecchito, che forse fu d'aiuto nell'approdo: ora è stato tagliato e lasciato poco distante. Il masso ci accoglie proprio sulla soglia del pianoro, o piazzo, in un’atmosfera surreale. La zona è brulla, un po’ desolata (pochi pini, qualche capra curiosa), ma estremamente panoramica e suggestiva. Forse ai tempi di Noè c’era ancora un bel bosco, e forse, guardando con attenzione, potremo scorgere anche noi quei segni nella roccia che, si dice, siano orme impresse dagli animali che scesero dall’arca. Se le cose andarono veramente così, molte specie animali lasciarono, poi, questi luoghi, dove regna, ora, la solitudine, e dove gli animali che più facilmente potremo scorgere sono le aquile, che signoreggiano dai picchi della costiera che separa la bassa Valtellina dalla Val dei Ratti.
Portiamoci, ora, ad un tempo assai più vicino a noi. La chiesa di S. Caterina di Corlazzo (o Corlazio) è, fra le chiese minori, una delle più interessanti, per la sua storia e per i dipinti che vi si trovano, dell’intera Costiera dei Cech. Qualche hanno fa interventi di restauro quanto mai opportuni l’hanno restituita, per quanto possibile, alla sua originaria bellezza. Sorge nella frazione di Corlazzo, a 370 metri, sul versante che si eleva di poco rispetto al fondovalle, sopra Valletta, ad est di Traona.
Le sue origini risalgono, forse, al cuore del medioevo, e precisamente al secolo XII, e si giustificano tenendo presente il progressivo popolamento, in atto dall’alto Medio Evo, del versante di mezza costa a scapito del fondovalle, reso malsano dal suolo paludoso e dalla conseguente malaria. Nacquero così quei nuclei, come Corlazzo, che videro aumentare nei secoli il numero di anime, tanto da far sentire l’esigenza di un piccolo luogo sacro nel quale la loro fede potesse essere celebrata ed alimentata.
La chiesetta di S. Caterina è sicuramente attestata dal secolo XV, nel quale fu visitata anche dal famoso frate predicatore S. Bernardino da Siena (1439).
Dal 1624 officiavano nella chiesetta i frati del Convento di S. Francesco, nella vicina Traona. Il 31 dicembre del 1666 due di costoro, il padre superiore Fra’ Costante Parravicini ed il giovane frate Gian Antonio da Como, si misero in cammino per salire a S. Caterina, non senza difficoltà, perché nei giorni precedenti abbondanti nevicate avevano reso la via assai faticosa. Giunsero, dunque, al ponte sulla valletta che precede di poco la chiesa, ma la neve lo aveva interamente ricoperto, tanto che non lo si vedeva più. Il padre superiore, per stanchezza più che per imperizia, sbagliò nell’indirizzare il piede, lo posò su una cornice di neve che cedette, facendolo precipitare nel vuoto della piccola forra sottostante che il torrente Valle si era scavano in quel punto. Il giovane che lo accompagnava fu preso dal panico e corse via, gridando che si venisse in soccorso dell’anziano superiore. Accorse, dunque, la gente, alle sue grida, e tutti conversero nel luogo della disgrazia. Che disgrazia, però, si rivelò non essere, perché il canuto frate riemerse, fra lo stupore di tutti, sull’altro lato della valletta, risalendo alla strada, interamente asciutto, e lodando Dio per averlo scampato da quella sciagura. Fu così che i frati e la gente poterono intonare il solenne “Te Deum” di ringraziamento, come si fa nella Messa dell’ultimo giorno dell’anno, aggiungendo ai motivi di lode anche la miracolosa salvezza del padre superiore.

Dalle luci della fede alle ombre del male. Di streghe se ne son mai viste in quel di Traona? Come no. Abitavano nel luogo più oscuro che si potesse immaginare, fra i roccioni ed i grossi massi della parte bassa del corso del torrente Vallone. Luoghi che facevan paura solo a pensarsi, oscuri di giorno tanto quanto di notte. Ma non se ne stavano sempre lì. No. Perché erano streghe oltremodo vanitose ed attente al loro aspetto. Far paura va bene, ma mostrarsi orripilanti no. Per questo nelle giornate più luminose uscivano dagli anfratti umidi e bui a stiracchiarsi e scaldarsi su qualche masso esposto al sole. Le vedevi, così, intente a pettinarsi più e più volte i capelli, mai contente della loro foggia. Sarebbero parse matura ed innocue signore, ma non c’era di che farsi illusioni: con un occhio badavano al riflesso dei capelli nell’acqua del torrente, con l’altro scrutavano quel che accadeva un po’ più in basso. Un po’ più in basso c’era una pozza, dove le donne del paese venivano a lavare i panni. Mai sole, però, perché temevano di essere aggredite dalle maliarde, e soprattutto dalla più pericolosa fra loro, la terribile Sciora Sciora, un nome che solo al sentirlo evocava un donnone cupo e sinistro. Certo che non era un bel vivere né un bel lavorare, quello, un occhio ai panni da insaponare, strofinare e risciacquare, l’altro alle streghe appostate poco più a monte.
Venne, così, un giorno in cui una delle donne di Traona, un tipo risoluto e deciso, pensò che fosse tempo di farla finita, ed escogitò questa trappola: si sarebbe presentata sola alla pozza-lavatoio, ma il marito, ben nascosto in una macchia nei pressi del torrente, avrebbe sorvegliato l’accaduto, pronto ad intervenire alla bisogna. Così fece: si portò, fingendosi sola ed annunciandosi con una squillante voce canterina, alla pozza, mentre il marito si appostava, spiando ogni sua mossa. Non ci volle molto perché le streghe, attratte dal canto della donna, si facessero vedere. Dapprima si finsero incuranti, con quel solito pettine in mano a rassettarsi i capelli, poi, constatato che davvero la donna era sola, ad un cenno della Sciora Sciora si gettarono giù a capofitto, avventandosi sull’appetitosa preda (non c’era troppo da sbizzarrirsi nella fantasia per intuire ciò che ne avrebbero fatto). Furono così veloci che quando la donna se ne accorse già le erano addosso: l’afferrarono, con quelle loro grinfie sudicie (effettivamente non si curavano troppo della manicure), e la trascinarono, a viva forza, verso il loro masso, più a monte. La donna gridò e gridò, con quanto fiato aveva in corpo. Il marito, allora, balzò fuori e la raggiunse in pochi istanti. Ora la scena era questa: le streghe tiravano la donna verso l’alto, ma questa aveva puntato i piedi contro il masso e resisteva. Il marito, a sua volta, l’aveva afferrata per le gambe, e la tirava verso il basso. Per fortuna della donna non finì che streghe e marito si portassero via una metà ciascuno: egli riebbe intera la moglie, mentre le perfide megere rimasero con un palmo di naso. Rimasero anche, sul masso, le impronte dei piedi della donna, come segno della sua grande forza e del suo indomito coraggio. Il masso venne, molto tempo dopo (1970) trascinato a valle da una piena del torrente Vallone, e nessuno si premurò più di vedere se le impronte fossero rimaste. Delle streghe e della Sciora Sciora rimase solo il debole brivido di paura che ancora scuote la schiena dei pochi che ancora vivono l’esperienza magica di una favola raccontata.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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