Campane di Tovo S. Agata 1, 2, 3


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Tovo S. Agata (Tuf) è un piccolo comune (11 kmq circa) dell’antico Terziere Superiore di Valtellina, posto sul lato meridionale della valle, situato nella piana tra Lovero e Mazzo. Il suo territorio ha il punto più basso nei 510 m. s.l.m. del piano e quello più alto nella cima della Cima Cadì (m. 2449). Varie le ipotesi sull’origine del suo nome. Secondo l’Orsini sarebbe la voce retica “tob”, che significa solco di erosione, mentre l’Olivieri preferisce la voce trentina e bresciana “tof”, cioè “canalon della sabbia”.
Difficile ricostruire le più antiche vicende della presenza umana in questi luoghi. Enrico Besta (ne "Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. I: Dalle origini alla occupazione grigiona", Milano, Giuffrè, 1955) sostiene che la Valtellina fu interessata dalla colonizzazione etrusca nei secoli XI-VIII a. C. Agli Etruschi seguirono i Galli, popolo di stirpe celtica, che dal Nord-Ovest dell'Europa calarono in Italia spingendosi fino a Roma nel IV secolo a.C., passando anche per la zona di Tirano.


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Dopo la conquista romana, con la campagna iniziata nel 16 a. C., la Valtellina venne inserita nel più vicino municipio, quello di Como. Già durante la crudelissima persecuzione di Diocleziano alcuni cristiani si erano rifugiati all'estremità del lago di Como e all'ingresso delle Valli della Mera e dell'Adda. Verso la fine dell'Impero romano, poi, sopratutto per opera di S. Felice, primo vescovo di Como, e di S. Abbondio, il Cristianesimo si affacciò in Valtellina: S. Fedele, soldato cristiano che fuggiva dalla condanna a morte,fu raggiunto e martirizzato a Samolaco. Solo qualche secolo dopo, in epoca già longobarda, la valle venne pressoché interamente convertita.


Il castello di Bellaguarda

Caduto l'Impero romano, per intima crisi e sotto la pressione delle popolazioni germaniche, anche la Valtellina fu interessata da queste “migrazioni di popoli” da nord. Tracce della presenza longobarda sono rinvenibili anche nei dialetti valtellinesi, ed il repertorio di termini che ad essa rimandano non è insignificante. Per citarne solo alcuni, di uso piuttosto comune, si possono segnalare "sberlüsc'" (lampo) e "matüsc'" (caciottella di formaggio molle), “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo, furfante), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco), “slendenàa” (ozioso), “menegold” (coste, bietole), “trincà” (bere), “slòz” (bagnato), “sgrafignà” (rubare), “snizà” (iniziare a mangiare), “grignà” (ridere), “scòss” (grembo), “gram” (cattivo, scarso), “maròs” (cespuglio, ontano), “schèrp” (contenitore), “stachèta” (chiodo per scarpe), “burnìs” (brace), “biótt” (nudo), “rüt” (sporco, rifiuto), “bródeg” (sporco), “ghèi” (soldi), "güzz" (aguzzo, furbo), gnücch (ottuso, sciocco).


Tovo S. Agata

Ai Longobardi seguirono i Franchi, che, pare, ne abbiano fatto strage nella sanguinosa battaglia del Mortirolo, da cui il passo derivò, forse, il suo nome sinistro: nell’anno 800 Carlo Magno venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In età carolingia abbiamo le prime forme di organizzazione ecclesiastica, in quanto Carlo Magno ed i suoi successori favorirono largamente il potere temporale, oltre che spirituale, dei Vescovi. La Valtellina divenne, dunque, un possesso feudale dei Vescovi di Como e di alcuni potenti monasteri, quali S. Ambrogio di Milano e S. Abbondio di Como.
L’organizzazione religiosa della Valtellina e della Valchiavenna, dopo il Mille, faceva capo alle pievi di San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio. Tovo rientrava nella pieve di Mazzo.


Tovo S. Agata

Nel 1226 viene per la prima volta documentata la torre di Bellaguarda, posta su un poggio che domina la contrada di Prestino, una torre imponente, alta una ventina di metri, punto nodale del sistema di fortificazioni e segnalazioni sulla direttrice Tirano-Grosio ed in posizione strategica per la difesa della via del Mortirolo, l’importante passo a monte di Tovo che congiunge Valtellina a Valcamonica. Successivamente venne costruito il castello, attestato per la prima volta nel 1340. Così ne descrive la struttura completa don Egidio Pedrotti, curato di Tovo dal 1913 al 1963, anno della morte: “Il castello è formato da una torre con tre cinte regolari a forma di triangolo; sotto si apre un primo cortile interno con tre portali, uno presso il corpo di guardia, l’altro presso la casa di abitazione. Al di fuori, altro cortile molto più vasto con mura di difesa e feritoie; vi si scorgono avanzi di case che risalgono al tempo in cui il castello era abitato e che sono ricordate anche nei documenti. Le mura sono ben conservate; la torre è alta una ventina di metri e la porta d’ingresso, secondo l’usanza del tempo, si eleva da terra circa quattro metri. Vi si accedeva con scala esterna in legno e di là nell’interno per mezzo di una botola, che ancora si vede, si calavano i prigionieri, pei quali esisteva abbasso altra porta. Le mura della torre sono ancora in parte intonacate; sono grossissime, di circa un metro e mezzo di spessore.” Un recente restauro ha restituito il castello alla sua bellezza, arricchita dal panorama di prim’ordine dal quale si gode dalla fortezza (da cui il nome, appunto, di Bellaguarda).


Il castello di Bellaguarda

Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Nel 1335 (Statuti di Como) Tovo era citato come “comune de Tovo et de Pristino”. La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.
In un documento del 1328 viene per la prima volta menzionata la chiesa di S. Agata (protrettrice contro incendi, terremoti ed alluvioni), sicuramente più antica (secolo XIII?). Nel documento sono menzionati Egano de Folia di Tovo, Salando de Sala di Tovo, i fratelli Corradino e Minolo fu Giacomo de Folia di Tovo, i fratelli Giovanni e Ribaldo fu Rainaldo de Folia, Lafrancheto, tessitore, fu Giacomo Sondalino di Tovo, Zino fu Alberto Boneto de Rossonata di Tovo, Agostino fu Giacomo de Folia di Tovo.


Tovo S. Agata

Nel 1453, e con conferme fino al 1475, il vescovo di Como investì a feudo le alpi, decime, peschiere, censi, boschi e altri beni feudali siti in territorio di Tovo e Vervio ai comuni di Tovo e Vervio ricevendone cento ducati d’oro. I confini tra Tovo e Lovero furono stabiliti tra il 1501 e il 1502 e con un successivo compromesso nel 1523; un altro compromesso per i confini con Mazzo risale al 1534.
Nei documenti che attestano la regolamentazione dei confini fra Tovo e Lovero sono menzionate diverse persone di Tovo, Romerio detto Paladino, Martini della Pergola, Stefano Abondio de Armanasco e Gaspare della Canale, sindaci e procuratori di Tovo, Benedetto de Prestino, decano di Tovo; Martino di Benedetto di Prestino, decano di Tovo; Romerio detto Paladino de Armanasco, sindaco e procuratore di Tovo; Gaspare fu Dalaìdo de la Canale e Stefano de Abondio fu Comino de Armanasco, sindaci e procuratori di Tovo. Nei documenti che attestano le trattative per la definizione dei confini fra Tovo e Mazzo sono poi menzionati Simone fu Antonio detto Bordanale decano di Tovo, Simone fu Pietro de Rossonata e Tadeo fu Maffeo de Ferrari, consiglieri di Tovo; Armanasco detto Manolo fu Romerio detto Paladino de Armanasco, decano di Tovo.


Tovo S. Agata

Alla signoria dei Visconti succedette, a metà del Quattrocento, quella degli Sforza di Milano. I Francesi nel 1499, travolti gli Sforza a Milano, penetrarono in Valtellina. L'unica resistenza alla loro avanzata fu opposta, inutilmente, dalle fortificazioni di Tirano, che ospitò anche, il 6 settembre 1499, il duca di Milano, in fuga dopo la disfatta. Ma dopo un breve assedio anche Tirano capitolò. Dopo la sconfitta definitiva di Novara, del 1500, gli Sforza uscirono di scena: il loro ducato, con la Valtellina, divenne possesso del Regno di Francia. I Francesi rimasero in Valtellina per dodici anni, e lasciarono, per la loro prepotenza ed i loro soprusi, un pessimo ricorso di sé.
Il malgoverno francese aprì la strada alla successiva dominazione delle Tre Leghe Grigie, le cui truppe, nel 1487, avevano già percorso l’intera valle da Bormio a Caiolo, lasciandola solo dopo uno scontro con le truppe ducali ed un cospicuo riscatto. In quell’occasione avevano distrutto il castello di Bellaguarda, poi ricostruito ed abitato permanentemente dai Venosta fino al 1712. Dal 1512 fino al 1797 la Valtellina, formalmente confederata, con le contee di Bormio e Chiavenna, alle Tre Leghe, ne divenne di fatto tributaria, senza che le truppe grigione trovassero opposizione alcuna.


Il castello di Bellaguarda prima del restauro

I nuovi signori, infatti, proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna.


Scorcio di Tovo S. Agata

Sulla natura del dominio grigione è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". Il più acuto fu motivo di conflitto fu, nei decenni successivi, la questione religiosa. La Valtellina rimase interamente cattolica, mentre le Tre Leghe erano passate alla religione riformata, che aveva in Zurigo, con Zwingli, uno dei suoi capisaldi.


Tovo S. Agata

Uno scorcio della situazione di Tovo a cavallo fra Cinquecento e Seicento ed una sintesi della sua storia ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Subito dopo Sparso si presenta il villaggio di Tovo, il quale insieme con la frazione di Prestino, posta fra Mazzo e Tovo, forma un comune. Ivi fioriva il signor Giacomo - Tomaso Venosta, padre di molta prole.”
Uno dei nodi cruciali delle vicende valtellinesi fra Cinquecento e Seicento fu sicuramente la questione religiosa. Per rendere più saldo il legame di sostanziale sudditanza dei Valtellinesi, la politica delle Tre Leghe, soprattutto dopo la metà del Cinquecento, fu quella di favorire con ogni mezzo la penetrazione delle idee riformate nella valle.


Castello di Bellaguarda

Cupe nubi, gravide di violente turbolenze, si stavano addensando sulla Valtellina, alimentate dalla crescente insofferenza della nobiltà cattolica della valle rispetto alla politica grigiona di introduzione della Riforma. A Sondrio, al culmine del conflitto fra cattolici e governanti grigioni, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture, nel settembre del 1618. Nel 1619 a Boalzo, presso Teglio, avendo i cattolici rifiutato l'uso della loro chiesa ai protestanti, sorse una rissa che sfociò nel sangue e gli abitanti furono condannati a costruire una chiesa protestante a loro spese. L’anno successivo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.


Tovo S. Agata

Il 19 Luglio 1620 il capitano Giacomo Robustelli, una nobile figura di gentiluomo e di soldato nativo di Grosotto, raccolti intorno a sé illustri esponenti della nobiltà valtellinese, tra cui anche G. Battista Marinoni, che sarebbe poi diventato prevosto di Tirano, con 120 uomini armati entrò in Tirano per la porta Poschiavina, aperta nottetempo da una guardia corrotta, mentre un altro gruppo s'appostava presso il castello di Piattamala per impedire l'arrivo di eventuali rinforzi grigioni.
La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dal Bormiese. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. Il secondo, dopo aver incendiato Sondalo, Grosio e Mazzo ed essere sceso, seminando rovine, fino a Sernio (dove furono bruciate diverse case e profanata la Chiesa di San Gottardo), fu affrontato e sconfitto da truppe valtellinesi e spagnole in una storica battaglia che ebbe come teatro proprio Tirano. A questa giornata dell’11 settembre 1620 è legata la leggenda secondo la quale la statua di bronzo di S. Michele, al culmine del Santuario della Madonna, fu vista animarsi ed agitare la spada lampeggiante, prodigio interpretato come segno della protezione divina sulle armi cattoliche. Alcuni soldati elvetici in rotta passarono per Sernio. Uno di loro, per la rabbia, infierì con la spada su un crocifisso ligneo dentro una santella, e fu passato a fil di spada. Altri soldati appiccarono un incendio nella chiesa di San Gottardo.


Il castello di Bellaguarda

La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla signoria delle Tre Leghe, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. In particolare, Tirano fu occupata dalle truppe della Lega di Avignone, comandata dal francese marchese di Coeuvres. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
A Tovo, per arginare il flagello della peste, venne istituito un lazzaretto l'oratorio dei santi Ippolito e Cassiano (documentato già nel sec. XII, nel luogo rialzato rispetto al paese dove poi, nel 1893, venne costruita la chiesetta dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio, detta anche chiesa di San Marco e, popolarmente, "Madunina"): lo testimonia la lapide in pietra posta vicino all’entrata dell’oratorio sulla quale sono scolpiti un teschio e due tibie e si legge, a memoria dei morti della guerra e della peste, soprattutto quella del 1634: “Bello et peste confecti – A.D. – MDCXXXIV – Hic in pace requiescunt”. Era un luogo assai caro alla devozione degli abitanti di Tovo. Per anni S. Marco è stata meta delle rogazioni, processioni provenienti dai paesi vicini (Vervio, Mazzo, Lovero) per ringraziare Dio, chiedere buon esito delle semine e dei raccolti e scongiurare malattie, pestilenze, terremoti.


Chiesetta della Madonna di Caravaggio o di San Marco ("Madunina")

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Egli fece più volte di Tirano il proprio quartier generale; la popolazione tiranese ebbe modo di saggiare piuttosto le angherie dei suoi soldati che la genialità dello stratega. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.


Tovo S. Agata

Un quadro sintetico di Tovo nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Tovo dista un miglio dal paese di Mazzo, è abitato da cento famiglie. È un paese ameno e piano, con una campagna abbastanza ricca in rapporto agli abitanti. Fortunato per il clima temperato, è in parte sfortunato per le paludi. La montagna che lo sovrasta ha castagneti, mentre quella opposta è ridotta nello spazio, ma vitifera. Possiede una chiesa proparrocchiale dedicata a Sant' Agata, esposta alla venerazione per essere sulla via principale, piccola e di decoroso arredamento. Sul monte che sta sopra il paese c'è un'altra chiesetta dedicata da immemorabile devozione a S. Cassiano: sovrasta il monte di Scala una rocca, un tempo ben protetta dalla natura e dall'arte quale rifugio ai fuggiaschi, ora scaduta a ricettacolo di civette e pipistrelli. Tutta la montagna è sfruttata dalla gente del posto.
Nel 1671 il sacerdote Francesco Carnini, curato di Tovo, promosse l’edificazione della nuova chiesa di Sant’Agata, che venne terminata nel 1681.


Il castello di Bellaguarda

A partire dal Settecento la situazione economica migliorò ulteriormente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.
Lo storico Francesco Saverio Quadrio, nel III volume delle sue “Dissertazioni critico-storiche sulla Rezia di qua dalle Alpi”, scrive: ”Tovo non è distante più che un Miglio da Mazzo: ed è Terra amena, con sofficiente Pianura, sebbene in parte di paludi infecciata. Sopra esso in un Ridosso, che gli sovrasta, aveva ab antico un Castello, dal Sito stesso assai forte, chiamato il Castello di Bella-guarda, ch'ora non è, che un Nido di Alocchi, e d'altri Augelli. Pristino è l'una Contrada ad esso Tovo suggetta. Fiorironvi per altro quivi molte illustri Famiglie, che furono i Canali, i Foglia ec.


Il castello di Bellaguarda

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.
Nell’assetto definitivo della repubblica cisalpina, Tovo era uno dei settanta comuni che costituivano il distretto III di Sondrio del dipartimento del Lario.


Tovo S. Agata

Nel successivo Regno d’Italia il comune di Tovo venne inserito nel III cantone di Tirano come comune di III classe, con 317 abitanti. Nel 1807 Tovo venne aggregato al comune di Mazzo, dal quale però di nuovo si separò qualche anno dopo. Caduto Napoleone, infatti, dopo il Congresso di Vienna la Lombardia venne assegnata alla Casa d’Austria. In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto del 1816 il comune di Tovo fu inserito nel distretto III di Tirano. I nuovi dominatori mostrarono il duplice volto di un’amministrazione rigida, ma attenta ai bisogni infrastrutturali della valle ed ai problemi dell’istruzione pubblica. In particolare, venne decisa la sistemazione della grande arteria stradale valtellinese e decretata la costruzione delle due grandi strade dello Stelvio e dello Spluga: due opere colossali che richiedevano un grande impegno finanziario. In particolare il progetto della strada dello Stelvio (realizzata fra il 1820 ed il 1825), fu steso dal celebre ingegnere Carlo Donegani. Nel 1838 transitò dalla strada dello Stelvio l'Imperatore Ferdinando d'Austria, che scendeva a Milano per ricevere la corona di re del Lombardo -Veneto.


Tovo S. Agata

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò anche a Tovo una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia.


Scorcio di Tovo S. Agata

All’unità d’Italia, nel 1861, Tovo contava 466 abitanti, saliti ad 474 nel 1871 ed a 523 nel 1881. Nel 1901 scesero a 470, per risalire ad 538 nel 1911.
La statistica curata dal prefetto Scelsi nel 1866 ci offre il seguente quadro del comune. Gli abitanti che risiedono nel centro sono 374, 191 maschi e 183 femmine, distribuiti in 64 famiglie che vivono in altrettante case (8 case risultano non abitate). A Prestino vivono 48 persone, 25 maschi e 23 femmine, in 8 famiglie ed altrettante case (3 case non sono abitate). 9 abitanti, infine (5 maschi e 4 femmine) vivono in case sparse (3 famiglie in altrettante case; una casa non è abitata). A Tovo sono attive 4 scuole dell’ordinamento primario, 2 maschili e 2 femminili, frequentate da 144 alunni, 76 maschi e 68 femmine. Vi insegnano 3 maestri e 2 maestre. Il comune spende per il loro funzionamento 318 Lire annue.
Nel 1893 venne edificata, nel luogo rialzato rispetto al paese ove sorgeva l'antico oratorio dei santi Ippolito e Cassiano, la nuova chiesetta dedicata alla Beata Vergine di Caravaggio, detta anche di San Marco o, popolarmente, "Madunina". L'edificazione della chiesa era l'attuazione di un voto per la forte siccità che affliggeva Tovo. Formulato il voto, il 18 giugno, piovve copiosamente. Da allora ogni 25 aprile, ricorrenza di San Marco, la popolazione sale in processione alla chiesetta.
Presso la scuola primaria di Tovo un monumento ricorda i caduti nelle due guerre mondiali. Nella prima morirono Armanasco Marino, Giudici Felice, Armanasco Amos e Giudicati Giovanni. Caddero nella seconda Armanasco Italo Giuseppe, Armanasco Antonio, Armanasco Francesco, Armanasco Angelo Arturo, Armanasco Stefano, Armanasco Guido Matteo, Canali Angelo Donato, Canali Giuseppe e Senini Giuseppe.


Il castello di Bellaguarda prima del restauro

Nel 1921 Tovo contava 506 abitanti, scesi a 441 nel 1931; nel 1936 erano 476. Una sintetica fotografia di Tovo alla data del 1928 ci viene offerta da Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Più oltre è Tovo S. Agata (m. 531 – abitanti 538 – auto e messaggerie per Tirano e Bormio – latteria turn. - società di assicurazione del bestiame – farmacia – cooperativa agricola – osteria), nel cui oratorio vi è un quadretto rappresentante Gesù Cristo che porta la croce, che sembra del Valorsa. Dello stesso pare l’affresco dell’abside di una chiesetta posta fra Tovo e Mazzo, sulla montagna, rappresentante la Cena. Dall’altro lato della valle, congiunto con Tovo da una rotabile, si trova Vervio.
Nel secondo dopoguerra Tovo fece registrare una progressiva e continua crescita demografica. Contava 397 abitanti nel 1951, 403 nel 1961, 456 nel 1971. Nel 1981 gli abitanti erano 496, nel 1991 522 e nel 2001 569. Nel 2011 salirono a 624.


Tovo S. Agata

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

BIBLIOGRAFIA

 

 

 

 

 

 

Cavallari, Ugo, "Pergamene del comune di Tovo", in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1957

 

 

Vannuccini, Mario, “Monti e valli della Comunità Montana Valtellina di Tirano ”, Lyasis edizioni, 2002

 

 

Farinelli, Vanni, "Tovo e la sua storia", Tovo di Sant'Agata, 2006

 

 

 

 

 

 

 

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