CARTE DEL PERCORSO - APPROFONDIMENTO: IL CONTRABBANDO FRA TIRANO E VALLE DI POSCHIAVO - ALTRE ESCURSIONI A TIRANO


Apri qui una fotomappa della traversata dal Sasso del Gallo a San Romerio

Una delle più classiche escursioni da Tirano è la traversata da Roncaiola, sua frazione alta, allo xenodochio di San Romerio (m. 1793), posto in territorio elvetico, su uno splendido balcone panoramico su Poschiavo e sulla media Valle di Poschiavo, denso di suggestione storica e di fascino paesaggistico. Si tratta di una traversata non difficile, ma fisicamente impegnativa perché lunga nello sviluppo e significativa nel dislivello in salita, per cui se non si vuole tornare in giornata si può programmare il pernottamento presso il Ricovero vicino allo xenodochio. Si può anche scendere a Poschiavo e tornare a Tirano sul Trenino Rosso del Bernina (in tal caso, però, bisogna aver lasciato una seconda automobile a Tirano per risalire a Roncaiola). La traversata ci riporta al lontano passato delle vie commerciali medievali, ma anche a quello più recente del contrabbando, e coincide con la sesta tappa valtellinese della Via Alpina.

RONCAIOLA-SAN ROMERIO
Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Roncaiola-Sasso del Gallo-Viano-Zavena Dafò-Pradasc'-Piaz-San Romerio
4-5 h
1020
E
Roncaiola-Sasso del Gallo-Viano-Zavena Dafò-Pradasc'-Piaz-San Romerio-Poschiavo
6-7 h
1020 (1000 in discesa)
E
SINTESI. Entriamo in Tirano (da Sondrio) ed al semafoto prendiamo a sinistra, proseguendo fino a trovare le indicazioni della strada che sale a Baruffini. La percorriamo salendo fino a trovare slla sinistra la deviazione segnalata per Roncaiola, che imbocchiamo fino al parcheggio di Roncaiola (m. 804). Qui iniziamo a camminare sul sentiero segnalato (Sentiero Italia) che sale ripido alle spalle delle baite, entra nel bosco e piegando a destra giunge ad un bivio, prima del nucleo del Piazzo: andiamo a sinistra ed intercettiamo la pista che sale verso il Sasso del Gallo. Proseguiamo sulla pista salendo verso sinistra. Superata una cappelletta, volgiamo leggermente a destra: entriamo così in Valle di Poschiavo. Alterniamo ripide salite a tratti pianeggianti, ignoriamo uns entiero che si stacca sulla destra (indicazioni del Sentiero Italia) e passiamo a destra di un capanno in legno e di una fontana, raggiungendo la parte alta dei prati di Refreggio, alle cui baite scende anche una mulattiera. Proseguiamo diritti fino ad un nuovo bivio: il sentiero di destra sale in 10 minuti al Sasso del Gallo ed al confine, mentre quello di sinistra si porta, in 5 minuti, al rudere dell’ex-caserma. Visitato il rudere, torniamo al bivio e prendiamo il sentiero per il Sasso del Gallo. In una decina di minuti raggiungiamo il limite orientale del prato del maggengo Papi, sul cui limite opposto, alla nostra sinistra, si trova il confine con italo-svizzero. Andiamo a sinistra e portiamoci in territorio elvetico, procedendo verso nord. Dopo uno strappo, il sentiero esce alle baite di Palü, allineate in una valletta delimitata a sinistra dal precipizio denominato Sass del Gal. Saliamo ancora verso nord-nord-ovest e raggiungiamo l’edificio della Dogana (m. 1381), non più in uso ma ancora ben tenuto. Ci immettiamo in una pista e dopo una breve salita superiamo il torrentello della Val Vestagiun, per poi traversare quasi in piano, passando per le baite del Pradèl, ed attraversare la Val Irola. La pista scende quindi ad intercettare la strada asfaltata che da Brusio, sul fondo della Valle di Poschiavo, sale a Viano (m. 1281). La seguiamo in salita ed in breve siamo al centro di questo suggestivo nucleo, che se ne sta arroccato sulla soglia sud-orientale della Valle di Poschiavo. Il paesino è abitato permanentemente e servito da un’autopostale. Vi si possono trovare anche due ristoranti con alloggio, nel caso si voglia dividere questa faticosa tappa in due giornate.  Splendido il colpo d’occhio sulla Valle di Poschiavo ed in particolare sulla Val Saiento (omonima di quella che si apre ai piedi del monte Masuccio e che abbiamo toccato nella quarta e quinta tappa), sua prima laterale occidentale. Tutto qui parla di una particolare attenzione alla cura della montagna e delle condizioni che possono permettere all’uomo di rimanervi. Un insegnamento su cui riflettere. Proseguiamo sulla strada asfaltata che lascia la parte alta del paese verso nord. La seguiremo interamente (con una breve scorciatoia) fino al suo termine, il parcheggio di Piaz. Superata la Val Crosc’, passiamo per i prati di Zavena Dafò (m. 1419) e sempre salendo verso nord superiamo due rami della Val Granda. La strada ora va ad ovest e taglia la parte bassa dei prati di Predasc’ (o Pradasc’, m. 1546). Dopo due serrati tornanti dx.sx, saliamo verso nord fino alla parte bassa di Stablina. Qui, ad un tornante dx, ci conviene lasciare la strada ed imboccare la deviazione segnalata a sinistra, cioè la pista forestale che sale per via più diretta verso nord, supera la Val Sanzàn e prosegue nella salita piegando a sinistra (ovest-nord-ovest), portandosi, dopo un tratto più ripido, ad attraversare la Val da Piaz, per poi piegare a sinistra e congiungersi con la strada presso il suo punto terminale alla piazzola della località Piaz (m. 1678). Mancano ormai solo una ventina di minuti da San Romerio: imbocchiamo la mulattiera che, alternando strappi a tratti in piano, sale verso nord-ovest, superando gli avvallamenti del Solchèt e del Solcùn, per poi piegare leggermente a sinistra (ovest-nord-ovest) ed uscire in vista del ripiano prativo, sospeso sui vertiginosi roccioni della Sassa (uno strapiombo di 800 metri), che ospita San Romerio (m. 1793), riconoscibile per la caratteristica chiesetta legata ad uno xenodochio. Xenodochio, cioè ricovero gratuito per pellegrini, posto qui non a caso: per la Valle di Poschiavo passava infatti l’importantissima via del Bernina che congiungeva la Valtellina ai paesi di lingua tedesca nell’attuale Svizzera e Germania. Via densa di traffici e commerci, di vino e sale in primis. San Romerio era strettamente imparentato alla coeva Santa Perpetua, la chiesetta posta su una rocca che si affaccia su Tirano. Antichissima l’origine, il secolo XI, e non casuale il luogo: alcuni ipotizzano che questo ripiano fosse legato a culti già preistorici, per la sua posizione chiave sulla più antica via del Bernina. Di recente è stata scoperta una cappella sotterranea che ne arricchisce il fascino ed il mistero. Poco chiara è anche la questione della proprietà: questa è da sempre stata del Comune di Tirano, in virtù di diritti di origine medievale, ma di recente la parrocchia di Brusio l’ha rivendicata per diritto di usucapione. Presso la chiesetta si trova anche un ricovero, dove è possibile trovare ospitalità (cfr. per informazioni, il sito http://sanromerio.ch/it). Da qui possiamo tornare per la medesima via di salita a Roncaiola, oppure scendere a Poschiavo per poi tornare a Tirano sfruttando il Trenino Rosso del Bernina (in tal caso, però, dobbiamo aver lasciato una seconda automobile a Tirano per risalire a Roncaiola). Se optiamo per questa seconda possibilità, proseguiamo sulla mulattiera verso nord-ovest. Ignorato il sentiero che se ne stacca sulla sinistra per scendere ripido verso il fondovalle, camminiamo quasi in piano fino al dossetto del Calcherìn (m. 1787). Qui pieghiamo leggermente a destra, passando a monte del fitto Bosco del Bügliòl. Attraversiamo in leggera discesa due avvallamenti, poi pieghiamo leggermente a sinistra e scendiamo decisamente verso nord-ovest, sul dosso del Bel Vendül. Perdiamo così quasi 300 metri di quota ed a quota 1500 m. pieghiamo a destra (nord-est), portandoci ad attraversare due rami della Val dal Terman. Dopo il secondo attraversamento ad un bivio andiamo a sinistra e proseguiamo in leggera discesa verso ovest ed ovest-sud-ovest, sul ciglio della dirupata Val dal Terman. Piegando a destra usciamo poi ai prati dei Barghi (m. 1412). Qui seguiamo per un tratto una pista che raggiunge i prati, lasciandola sul loro limite settentrionale per scendere su una mulattiera verso sinistra (ovest), con diverse svolte. Volge a destra (nord-ovest) e procede per un buon tratto diritto, in leggera discesa, fino ad intercettare una seconda pista. La lasciamo però subito per imboccare una mulattiera che scende verso sinistra e dopo pochi tornanti raggiunge i prati di Funtani (m. 1091), per poi raggiungere il fondovalle in località Pagnoncini (m. 976), poco a monte de Le Prese. Qui ci immettiamo sulla strada asfaltata che sale verso Poschiavo a destra del torrente Poschiavino, passando per Li Curt e la Rasiga, prima di entrare a Poschiavo da sud.


Apri qui una fotomappa della salita da Roncaiola al Sasso del Gallo

Entriamo in Tirano (da Sondrio) ed al semafoto prendiamo a sinistra, proseguendo fino a trovare le indicazioni della strada che sale a Baruffini. La percorriamo salendo fino a trovare slla sinistra la deviazione segnalata per Roncaiola, che imbocchiamo fino al parcheggio di Roncaiola (m. 804). Qui imbocchiamo il sentiero segnalato (Sentiero Italia) che sale ripido alle spalle delle baite, entra nel bosco e piegando a destra giunge ad un bivio, prima del nucleo del Piazzo: andiamo a sinistra ed intercettiamo la pista che sale verso il Sasso del Gallo. Proseguiamo sulla pista salendo verso sinistra.
Ci innestiamo così sul Sentiero del Contrabbando e della Memoria, che si lega all'iniziativa della Sezione tiranese dell’Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia. Sulla piazza della chiesa di S. Pietro, a Baruffini, un pannello ci informa del significato e dello spirito che hanno indotto a questa iniziativa: “In questo paesaggio, cosi armonizzato con la nostra storia, il contrabbando ha fortementecaratterizzato la zona del Tiranese fino agli anni '70. Tra contrabbandieri e finanzieri si eracreato un rapporto dì contrapposizione, ma anche di rispetto reciproco. Per questo, L'A.N.F.I. (Associazione Nazionale Finanzieri d' Italia)- sezione di Tirano e protagonisti dell'altroschieramento hanno realizzato il progetto "Sentiero del contrabbando- Sentiero alla memoria".Indicazioni naturalistiche e rievocazioni storiche vi guideranno lungo il percorso, che accoglie i due punti di vista e lega alla montagna il ricordo di Irma Rinaldi, vittima del contrabbando e Dario Cinus, finanziere. Ad essi è intitolato il sentiero.”
Qui troviamo altri cartelli, che danno Sasso del Gallo a 50 minuti (Sentiero del contrabbando e della memoria), Pradentia ad un’ora e 30 minuti, Pra Baruzzo a 2 ore, il lago di Schiazzera a 4 ore e 45 minuti (Sentiero Italia). Ancora un pezzo in salita, poi eccoci alla cappelletta dedicata alla Beata Vergine Immacolata, di cui già sappiamo: è posta in un punto panoramico, perché il bosco di pini silvestri si apre e, dal ciglio di un salto di roccia, godiamo di un ampio panorama su Tirano e sulla media Valtellina, fino al colle di Teglio.
La strada volge ora leggermente a destra: entriamo così in Valle di Poschiavo, ed infatti davanti a noi vediamo, sul versante opposto, la Val Saiento, sua prima tributaria occidentale, chiusa sul lato sinistro dal pizzo Combolo. Un grande muraglione alla nostra destra è stato eretto quando un incendio rovinoso (di cui vediamo i segni) ha imposto il rifacimento di questo tratto di pista. La traversata prosegue alternando alcune ripide salite a tratti quasi pianeggianti. Appare, in fondo alla valle, davanti a noi, uno spaccato della sezione orientale del gruppo del Bernina, con le tre cime del piz Palϋ ed il piz Varuna. Scorgiamo anche la meta cui ci approssimiamo, il rudere dell’ex caserma della Guardia di Finanza posta in località Sasso del Gallo. Sotto i nostri piedi, invece, le antichissime e levigate pietre della storica strada che fu, nei secoli passati, importante via di commerci e pellegrinaggi. Raggiungiamo, quindi, un bivio: mentre la strada prosegue diritta (Sasso del Gallo è dato a mezzora), alla sua destra si stacca una mulattiera (Sentiero Italia) che porta in un’ora e 15 minuti a Pradentia. Noi tiriamo diritto, sempre circondati dal desolante spettacolo del bosco sfregiato dall’incendio. Poco oltre questa deviazione, prestiamo attenzione sul lato sinistro della strada: su un grande masso vedremo incise alcune coppelle, che, secondo alcuni, potrebbero riprodurre la disposizione delle stelle dell’Orsa Maggiore. Tutto ciò testimonia l’antichissima antropizzazione di questi luoghi.
Passiamo, poi, a destra di un capanno in legno e di una fontana, raggiungendo la parte alta dei prati di Refreggio, alle cui baite scende anche una mulattiera (un cartello dà Nasen a 25 minuti, Roncaiola ad un’ora e Madonna di Tirano ad un’ora e 15 minuti). Se scendiamo a dare un’occhiata fra le baite di Refreggio, potremo scovare una singolarissima costruzione con pietre a secco, ad ogiva, che si trova, oltre che in Valle di Poschiavo, pressoché solo, in Provincia di Sondrio, in pochi luoghi del versante retico medio valtellinese. Si tratta di un analogo di quel che altrove è detto il casello del latte, cioè piccola baita dove gli alimenti venivano conservati grazia ad una temperatura fresca costante. Mentre, però, i caselli classici sono in genere edificati sopra piccoli corsi d’acqua che facilitano la conservazione, queste curiose costruzioni, dette “tegie”, si trovano su versanti aridi: di qui la loro struttura più massiccia, per limitare val minimo l’interscambio termico fra interno ed esterno.
Torniamo alla strada per il Sasso del Gallo, che ora si fa più stretta: mancano ormai, solo una decina di minuti alla caserma. Poco oltre, un nuovo bivio: il sentiero di destra sale in 10 minuti al Sasso del Gallo ed al confine, mentre quello di sinistra si porta, in 5 minuti, al rudere dell’ex-caserma. Il luogo, brullo, desolato, complice anche la devastazione dell’incendio, ha qualcosa di tristemente spettrale. Andiamo a visitare, dunque, la caserma, della quale un pannello del Sentiero del contrabbando e della memoria ci dice: “Punto strategico lungo la linea di confine italo-svizzera, la caserma di Sasso del Gallo è stata operativa fino al 1987, ospitando cani anticontrabbando e giovani guardie di finanza, pervenute dopo il corso allievi della Scuola Alpina di Predazzo. In una notte di fine agosto 1966, con un gesto di generosità, perdeva la vita in un tragico incidente il finanziere Dario Cinus, un giovane di 23 anni di Cagliari, da pochi mesi in servizio presso questo distaccamento. Incurante del pericolo, il milite offriva il proprio aiuto ad un contrabbandiere che, vistosi inseguito, perdeva l’equilibrio e precipitava nel vuoto, trascinando con sé il giovane finanziere Dario Cinus”.
Sulla facciata della caserma, ancora in buone condizioni, si legge il motto “Nec recisa recedit”, cioè “neppure spezzata arretra”. Volendo, possiamo interpretarlo in un senso che si attaglia al ricordo del sacrificio del giovane: neppure spezzata la sua vita si lascia portar via dall’oblio.
Ora, però, dobbiamo lasciare il sentiero, che sale ripido lasciando sulla sinistra la caserma e portandosi in una zona instabile, e tornare sui nostri passi, per breve tratto, al bivio sopra menzionato: qui, prendendo a sinistra, in una decina di minuti raggiungiamo il limite orientale del prato del maggengo Papi, sul cui limite opposto, alla nostra sinistra, si trova il confine con italo-svizzero. Siamo sul limite del bosco, ed un nuovo pannello ci informa che “questo maggengo costituiva il punto di osservazione dei contrabbandieri che curavano gli spostamenti delle pattuglie di finanzieri e, di conseguenza, comunicavano ai loro compagni quando poter partire dalla Svizzera con bricolle di caffè e di sigarette. Molti appostamenti notturni sono stati compiuti in questi luoghi: percorre oggi i sentieri e le mulattiere del contrabbando significa immergersi in una natura ricca di storia e rivivere quei momenti che tanto hanno caratterizzato il passato.“
Andiamo a sinistra e portiamoci in territorio elvetico, procedendo verso nord. Dopo uno strappo, il sentiero esce alle baite di Palü, allineate in una valletta delimitata a sinistra dal precipizio denominato Sass del Gal. Saliamo ancora verso nord-nord-ovest e raggiungiamo l’edificio della Dogana (m. 1381), non più in uso ma ancora ben tenuto. Ci immettiamo in una pista e dopo una breve salita superiamo il torrentello della Val Vestagiun, per poi traversare quasi in piano, passando per le baite del Pradèl, ed attraversare la Val Irola. La pista scende quindi ad intercettare la strada asfaltata che da Brusio, sul fondo della Valle di Poschiavo, sale a Viano (m. 1281). La seguiamo in salita ed in breve siamo al centro di questo suggestivo nucleo, che se ne sta arroccato sulla soglia sud-orientale della Valle di Poschiavo.
Il paesino è abitato permanentemente e servito da un’autopostale. Vi si possono trovare anche due ristoranti con alloggio, nel caso si voglia dividere questa faticosa tappa in due giornate.  Splendido il colpo d’occhio sulla Valle di Poschiavo ed in particolare sulla Val Saiento (omonima di quella che si apre ai piedi del monte Masuccio e che abbiamo toccato nella quarta e quinta tappa), sua prima laterale occidentale. Tutto qui parla di una particolare attenzione alla cura della montagna e delle condizioni che possono permettere all’uomo di rimanervi. Un insegnamento su cui riflettere.


La bassa Valle di Poschiavo

Proseguiamo sulla strada asfaltata che lascia la parte alta del paese verso nord. La seguiremo interamente (con una breve scorciatoia) fino al suo termine, il parcheggio di Piaz. Superata la Val Crosc’, passiamo per i prati di Zavena Dafò (m. 1419) e sempre salendo verso nord superiamo due rami della Val Granda. La strada ora va ad ovest e taglia la parte bassa dei prati di Predasc’ (o Pradasc’, m. 1546). Dopo due serrati tornanti dx.sx, saliamo verso nord fino alla parte bassa di Stablina. Qui, ad un tornante dx, ci conviene lasciare la strada ed imboccare la deviazione segnalata a sinistra, cioè la pista forestale che sale per via più diretta verso nord, supera la Val Sanzàn e prosegue nella salita piegando a sinistra (ovest-nord-ovest), portandosi, dopo un tratto più ripido, ad attraversare la Val da Piaz, per poi piegare a sinistra e congiungersi con la strada presso il suo punto terminale alla piazzola della località Piaz (m. 1678).


Verso San Romerio

Mancano ormai solo una ventina di minuti da San Romerio: imbocchiamo la mulattiera che, alternando strappi a tratti in piano, sale verso nord-ovest, superando gli avvallamenti del Solchèt e del Solcùn, per poi piegare leggermente a sinistra (ovest-nord-ovest) ed uscire in vista del ripiano prativo, sospeso sui vertiginosi roccioni della Sassa (uno strapiombo di 800 metri), che ospita San Romerio (m. 1793), riconoscibile per la caratteristica chiesetta legata ad uno xenodochio.


San Romerio

San Romerio

Xenodochio, cioè ricovero gratuito per pellegrini, posto qui non a caso: per la Valle di Poschiavo passava infatti l’importantissima via del Bernina che congiungeva la Valtellina ai paesi di lingua tedesca nell’attuale Svizzera e Germania. Via densa di traffici e commerci, di vino e sale in primis. San Romerio era strettamente imparentato alla coeva Santa Perpetua, la chiesetta posta su una rocca che si affaccia su Tirano. Antichissima l’origine, il secolo XI, e non casuale il luogo: alcuni ipotizzano che questo ripiano fosse legato a culti già preistorici, per la sua posizione chiave sulla più antica via del Bernina. Di recente è stata scoperta una cappella sotterranea che ne arricchisce il fascino ed il mistero. Poco chiara è anche la questione della proprietà: questa è da sempre stata del Comune di Tirano, in virtù di diritti di origine medievale, ma di recente la parrocchia di Brusio l’ha rivendicata per diritto di usucapione. Presso la chiesetta si trova anche un ricovero, dove è possibile trovare ospitalità (cfr. per informazioni, il sito http://sanromerio.ch/it).


San Romerio

San Romerio

Da qui inizia possiaqmo tornare a Roncaiola per la medesima via di salita oppure, se disponiamo di due automobili e ne abbiamo lasciata una a Tirano, scendere a Poschiavo per poi tornare a Tirano sfruttando il Trenino Rosso del Bernina. Vediamo questa seconda possibilità.
Proseguiamo sulla mulattiera verso nord-ovest. Ignorato il sentiero che se ne stacca sulla sinistra per scendere ripido verso il fondovalle, camminiamo quasi in piano fino al dossetto del Calcherìn (m. 1787). Qui pieghiamo leggermente a destra, passando a monte del fitto Bosco del Bügliòl. Attraversiamo in leggera discesa due avvallamenti, poi pieghiamo leggermente a sinistra e scendiamo decisamente verso nord-ovest, sul dosso del Bel Vendül. Perdiamo così quasi 300 metri di quota ed a quota 1500 m. pieghiamo a destra (nord-est), portandoci ad attraversare due rami della Val dal Terman. Dopo il secondo attraversamento ad un bivio andiamo a sinistra e proseguiamo in leggera discesa verso ovest ed ovest-sud-ovest, sul ciglio della dirupata Val dal Terman. Piegando a destra usciamo poi ai prati dei Barghi (m. 1412).


Poschiavo

Poschiavo

Poschiavo

Poschiavo

Seguiamo per un tratto una pista che raggiunge i prati, lasciandola sul loro limite settentrionale per scendere su una mulattiera verso sinistra (ovest), con diverse svolte. Volge a destra (nord-ovest) e procede per un buon tratto diritto, in leggera discesa, fino ad intercettare una seconda pista. La lasciamo però subito per imboccare una mulattiera che scende verso sinistra e dopo pochi tornanti raggiunge i prati di Funtani (m. 1091), per poi raggiungere il fondovalle in località Pagnoncini (m. 976), poco a monte de Le Prese.
Qui ci immettiamo sulla strada asfaltata che sale verso Poschiavo a destra del torrente Poschiavino, passando per Li Curt e la Rasiga, prima di entrare a Poschiavo da sud.


Il versante orientale della Valle di Poschiavo

APPROFONDIMENTO: IL CONTRABBANDO FRA TIRANO E LA VAL POSCHIAVO

Irma Rinaldi: nome ignoto ai più. Non in quel di Baruffini, piccolo e suggestivo nucleo sopra Tirano: qui tutti ricordano che si tratta di una giovane donna uccisa il 15 dicembre del 1964 durante un’azione di contrabbando. Due anni dopo, nel settembre 1966, il pericolosissimo sentiero detto «La passerella», che dal confine italo-svizzero porta alla frazione di Roncaiola, fu teatro di una seconda duplice tragedia. Due finanzieri fermarono, nel punto più pericoloso dove il sentiero è assai esposto, un contrabbandiere, il quale, spaventato e gravato del carico, fece un brusco movimento, perdendo l'equilibrio. Il finanziere Dario Cinus, che si trovava accanto, nel tentativo di trattenerlo, precipitò anch'egli nel vuoto. La Rinaldi ed il Cinus furono, dunque, entrambi, anche se su ”fronti”, se così si può dire, diversi e per differenti motivi, vittime di quel contrabbando che, fino a buona parte degli anni sessanta del secolo scorso, fu attività molto praticata dalla gente del posto, come integrazione spesso preziosissima delle magre risorse legate alla vita contadina. Diego Zoia, nell’articolo “Commercio minore e contrabbando”, in “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Milano, Silvana editoriale, 1955), ci offre un ampio quadro storico di tale fenomeno:
Il miglioramento progressivo delle condizioni di vita nei primi decenni di questo secolo, particolarmente apprezzabile a partire dagli anni Trenta quando si iniziarono nella zona grossi lavori legati alla realizzazione di centrali idroelettriche, ed il relativo maggior benessere che ne seguì ridussero l'intensità del fenomeno contrabbandiero nella zona, con l'esclusione delle frazioni di Roncaiola e Baruffini, dove rimase endemico ancora per diversi decenni.
Una reviviscenza si ebbe comunque negli anni del secondo conflitto mondiale, per effetto soprattutto della penuria di generi alimentari che si accompagna a tutti i conflitti. Il traffico illegale di confine si rifece in quell'epoca assai intenso, in entrambe le direzioni ma soprattutto dall'Italia verso la Svizzera.
Nella provincia di Sondrio, infatti, la relativa fertilità del territorio, la migliore esposizione e le quote di fondovalle più basse consentivano una discreta produzione di grani, uva e castagne.
Va poi aggiunto che erano possibili sia gli allevamenti di suini, da parte di quasi tutte le famiglie, che discrete coltivazioni orticole; tutto ciò consentiva una, se pur stentatissima, autarchia di sopravvivenza; il riso, la pasta e lo zucchero arrivavano, anche se in quantitativi limitati, dalla pianura e bene o male si riusciva a campare.
La confinante valle di Poschiavo, in territorio svizzero, presenta invece possibilità di coltivazione assai più ridotte: le quote e l'orografia non consentono la coltura della vite, riducono ad entità marginale quella del castagno e penalizzano fortemente quella dei cereali, anche i meno esigenti (segale e grano saraceno). Il contrabbando venne esercitato in periodo bellico soprattutto da donne e ragazzi, in quanto i maschi validi erano quasi tutti partiti per svolgere il servizio militare.
Il traffico divenne tanto intenso e si allargò ad una tale varietà di beni, alimentari e non (tra questi ultimi pneumatici, tessuti, binocoli, macchinari leggeri e persino profilattici) che si diede vita, in prossimità della dogana svizzera di Viano, ad un vero e proprio mercatino, con esibizione in vendita di generi vari.
In direzione opposta andavano invece i trasporti di sale, all'epoca difficilmente reperibile in Italia (soprattutto dopo il 1943) ed indispensabile alle famiglie contadine per la conservazione delle carni dei maiali dalle stesse allevati, che rappresentavano una componente fondamentale dell'alimentazione, col latte e derivati, i grani ed il vino.
Poschiavo e Brusio erano, in territorio elvetico, i centri di smistamento delle merci. Da Poschiavo partivano infatti i carichi di sale in direzione sia di Grosio (attraverso i passi della val Grosína occidentale) che verso Ponte in Valtellina e Chiuro (attraverso la val Fontana), mentre dalla zona di Brusio partivano quelli diretti verso il Tiranese. Spesso erano le donne che si incaricavano del trasporto, caricandosi sulle spalle sacchi di 20-25 kg e valicando, anche in caso di cattiva stagione, passi alpini che superano abbondantemente i 2000 metri di quota…
Negli anni Cinquanta, ma soprattutto nel decennio successivo, l'attività contrabbandiera in zona subì una progressiva quanto radicale trasformazione, legata in gran parte alle disposizioni di legge, sia ín materia doganale, che di altro contenuto, relative al commercio del caffè, che fecero divenire Tirano e il suo circondario un vero e proprio centro di smistamento, a livello addirittura sovraregionale, di tale merce importata di frodo.
Causa prima di tale stato di cose furono gli elevati dazi doganali su tale genere, che rendevano oltremodo lucrosa l'evasione, combinati con le maglie troppo larghe delle disposizioni relative al trasporto del caffè tostato, che rendevano estremamente difficoltoso il controllo sulle evasioni dei dazi una volta che il prodotto fosse in territorio italiano.
…Tutto questo portò gradatamente ad un evidente snaturamento delle tradizionali forme di esplicazione dell'attività contrabbandiera: ad una vera e propria esplosione del fenomeno sotto il profilo quantitativo si accompagnò una grave degenerazione delle sue caratteristiche.
Nel solo 1965, secondo dati ufficiali, vennero denunciate per contrabbando, in provincia, 1339 persone e sequestrati 212.000 kg di caffè e 18.500 kg di tabacchi lavorati, oltre a 109 automezzi. I dati sono tra l'altro assai poco indicativi, soprattutto per quanto riguarda il caffè, per la notevole sproporzione tra le violazioni accertate e quelle commesse…”

APPENDICE: alcuni passi da “Diario di uno spallone”, di Giuseppe bombardieri (Zane editrice, Meledugno, Lecce, 2003)

"Sono nato e vissuto, finché non ho preso moglie, a Baruffini piccola frazione del comune di Tirano. Per giungervi occorre inerpicarsi per circa 5 Km., partendo appunto da Tirano, lungo una strada molto pittoresca, orlata da muretti a secco che delineano il bellissimo paesaggio di vigne coltivate a terrazzo.
Purtroppo, al di là delle bellezze naturali offerte dal luogo, esisteva ed esiste ancora per gli abitanti del paese il problema del lavoro; all'infuori di un po' di agricoltura, per il resto nessuna alternativa di occupazione, peggio ancora in quei tempi andati. Per sbarcare il lunario, valigia alla mano e si emigrava in Svizzera, in America, in Australia...
Verso gli anni '60 si aprì uno spiraglio: in alternativa all'emigrazione, il contrabbando!
Non so dire come cominciò, allora ero vergognosamente giovane, le necessità della vita si facevano sentire e tutto andava bene pur di racimolare il necessario per tirare a vivere alla meno peggio.
Di certo, so dire come funzionava quel... "mestiere"! Ci si recava in Svizzera, si prendeva una certa merce (caffè) e si portava in sacchi da 20, 30 pure 40 Kg, secondo la forza e resistenza individuale, attraversando boschi, sfidando le guardie di finanza ed altri pericoli... fino giungere a destinazione.
A volte si camminava per più di tre ore, pur di guadagnare qualcosa e non essere costretti a girovagare per il mondo, come tanti.
Naturalmente questo "nuovo lavoro" era considerato contrabbando a tutti gli effetti dallo Stato Italiano per cui la Guardia di Finanza cercava a tutti i costi di impedirlo.
Oltre ai finanzieri della Compagnia di Tirano, che noi chiamavano "il nucleo", vi erano altri distaccamenti formati da 7, 8 unità dislocati al Valico di Sasso del Gallo e a Pra-Campo, non tanti in verità per crearci delle vere preoccupazioni, anche se cercavano di "fare il proprio dovere". Ve ne erano altri pure a Schiazzera e a Sernio e, ben presto, vennero unificati al nucleo di Tirano.
L'appellativo col quale gli spalloni indicavano i finanzieri era «sgarbasach».
Pur facendo del loro meglio non riuscivano a stroncare questa frode, anche perché i contrabbandieri con un po' di fortuna, a volte, o per qualche particolare furbizia riuscivano a farla franca…

Tra i vari divieti che mi erano stati imposti dai miei genitori vi era quello di non transitare per il sentiero cosiddetto "Barella", in quanto ritenuto molto pericoloso anche dagli spalloni più esperti.
Non rispettare questo divieto mi fu però quasi obbligatorio. Era dal pomeriggio che gruppi di spalloni cercavano di transitare per il confine, ma avevano scoperto più di una pattuglia di finanzieri lungo i sentieri. Anch'io facevo parte della comitiva e sentivo che i più esperti del mestiere parlottavano tra di loro, cercando una via di uscita senza peròriuscire a trovarne neppure una.
Noi, i più ingenui, si aspettava e si ascoltava con trepidazione l'evolversi della situazione. Sopraggiungevano intanto le prime ombre della sera e l'unica ed ultima soluzione rimasta sembrò quella di passare per la "Barella".
Questo sentiero, data la sua pericolosità, non era tenuto molto in considerazione neppure dalla
Guardia di Finanza e poco anche dagli spalloni, ma in casi eccezionali bisognava rischiare…
Aspettammo che l'oscurità fosse più fitta prima di incamminarci; il primo tratto, infatti, era allo scoperto dalla vegetazione e rasentava la caserma, per cui il rischio di essere visti era alto.
Noi amici avevamo deciso di avanzare uno vicino all'altro e di aiutarci nel caso ce ne fosse stato bisogno. Uno spallone pratico della zona andò avanti a fare da "palo" ed al suo segnale saremmo partiti tutti.
La caserma di Sasso del Gallo era situata in cima a dei burroni spaventosi e a paurose rovine che scendevano fino alla valle sottostante di Campocologno. Pareva incredibile l'abilità di chi si inoltrò per primo tracciando questo famoso sentiero cosiddetto appunto "Barella". Finalmente arrivò il tanto atteso segnale di partenza. Il primo impatto con le difficoltà da superare mi creò uno stato d'animo tremendo; capii subito che non si poteva sbagliare nulla e non potevi concederti la minima distrazione: occorreva essere concentrati ed intrepidi. Le luci dei paesini della vallata di Campocologno mi sembravano appena lì sotto... sbagliare un passo mancare un appiglio significava sfracellarsi sui. dirupi. Dopo una ventina di minuti giungemmo ai prati dell'agognato alpeggio denominato "Barella" dove un cippo marcava il confine.
Posai la bricolla e mi guardai indietro dove eravamo passati; pensavo di aver compiuto una grande impresa vincendo la soggezione e la paura che quel sentiero incuteva e, solo in quel momento, mi accorsi di quanto le gambe stessero ancora tremando…

Pure le guardie di finanza italiane identificammo con dei soprannomi. Qui i ricordi si limitano alla fine degli anni '60 e gli inizi degli anni '70, anche perché in quegli anni ho avuto modo di aver più a che fare con loro, contrariamente agli inizi della mia "carriera".
Il comandante del Nucleo di Tirano era un certo Maresciallo Russo, uomo inflessibile e ligio al dovere, tanto da essere soprannominato "Maresciallo di ferro".
Ne ricordo un altro, poi, al giubett (il giubbotto), a causa di un giubotto nero che era solito indossare. Un altro ancora lo chiamavamo al butùn (il bottone); egli portava appuntato sul petto un bottone nero, in segno di lutto; era in disuso questo dalle nostre parti e ciò bastò per inventargli il soprannome.
… Un finanziere portava la pistola alla cow-boy e non da meno era il comportamento: lo chiamammo Bingo... Spavaldo e impettito, s'aggirava sempre con aria da duro, ma nella realtà era tutt'altra cosa.
Ricordo poi al biundin (il biondino), un tiretto magro, insignificante. Non così al mula rasagli (l'affila rasoi), tagliente di lingua e d'atteggiamenti, c'era da guardarsi da quello.
Quagiada era un finanziere grasso, un "portami pane che mangio", molliccio appunto come il quaglio del latte. Da lui non c'era granché da preoccuparsi.
Il finanziere cavalin (cavallino), un tale svelto velocissimo, simpatico in fondo.
Una nota particolare meritano pure i sentieri ricadenti nel territorio di mia competenza, se così si può dire.
Partendo dalla dogana di Sasso del Gallo, si risaliva verso nord, fino al Cippo n. 12 per prosemire lungo gli ulteriori cippi numerici fino al confine.
Dalla caserma di Sasso del Gallo, il sentiero più agevole risultava la cosidetta strada del Carro che in linea retta conduce, ancora oggi, fino a Baruffini. Più che un sentiero una mulattiera, per cui ben conosciuta ed utilizzata da tempi memorabili, come raccontavano gli anziani di quel tempo, per trasportare il fieno sui carri trainati dai muli o dai buoi e, da qui la derivazione del nome.
Naturalmente non sempre quel che appare più agevole è pure più confortevole: la mulattiera era molto ben conosciuta e frequentata pure dalle guardie di Finanza.
Fortunatamente a ridosso della strada del Carro, risalendo poco più sopra, si dipartiva il sentiero la Buschina, la cui denominazione, né derivazione, non conosco come pure di altri sentieri che, a quei tempi, praticavo. Il sentiero la Buschina, dunque, ad un certo punto si immetteva sulla strada del Carro e, questo, poteva renderlo pericoloso. Per cui, spesso, si prendevano sentieri posti ancora più in alto, come: Caneigi, Bucheli, Li Zochi, Cippo 7, Pian Cavallino, La Aiuta ed altri ancora, sempre risalendo verso nord fino a raggiungere la cima del Massuccio ed oltre, almeno agli albori del contrabbando, pur di riuscire a farla franca. Passo Portone, ad esempio, all'incirca è a ben 2.630 metri."

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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