Tempo da lupi: capita, talvolta, di usare quest’espressione, quando nevica, il freddo è intenso e la bruma sembra avvolgere e sospendere ogni forma di vita. Come se ci si aspettasse, improvviso e pauroso, l’ululato che annuncia la presenza del predatore divenuto nell’immaginario popolare, a torto o a ragione, simbolo di vorace e spietata crudeltà.
Vi fu furono, però, anche tempi da lupi, tempi nei quali questo animale rappresentava, anche in Valtellina, una minaccia costante per le greggi, ed era assai temuto anche dagli uomini. Non solo "lupus in fabula", dunque, ma vero e proprio "lupus in historia".
Mentre per la media Valtellina il Besta scriveva che nel 1822 il lupo poteva dirsi scomparso (anche se in realtà si era solo ritirato a quote medio-alte), per l’alta Valtellina, ancora nel 1834, si poteva scrivere che “tra i quadrupedi selvatici della valle si conta una gran quantità di lupi, pericolosi spesso per gli uomini non meno che per gli animali domestici”.
Gettando uno sguardo ai secoli precedenti, possiamo, al riguardo, leggere, nel bel volume di Dante Sosio e Cecilia Paganoni “Albosaggia – Appunti di storia e di arte – Vita contadina – Tradizioni e leggende”, edito nel 1987 (Collana “Studi e ricerche nella valle del’Adda”): “Albosaggia pare sia stata un ambiente molto frequentato dai lupi. I registri parrocchiali annotano infatti diverse morti di ragazzi dilaniati dalle fameliche belve. Rileviamo ad esempio che tra la fine di ottobre e il 7 novembre 1625 vengono sepolti due ragazzi —a lupi discerpti — Giovanni figlio di Giovannino de Giacomi di 10 anni e Stefano figlio di Giangiacomo de Carassali di 8 anni. Qualche anno dopo riscontriamo fatti ancora più gravi. È il 13 febbraio 1633, quando un branco di lupi compare all’improvviso nella contrada di Cantone. Assalgono e dilaniano due fratelli sugli otto-dodici anni, figli di Giovanni de Mostachi di Cantone: uno si chiamava Andrea. Le bestie affamate furono affrontate da alcuni uomini coraggiosi che subito accorsero alle grida dei ragazzi. Servendosi di sassi, bastoni e badili riuscirono in qualche modo ad allontanare il branco, quando purtroppo i poveretti erano già morti lacerati nelle carni. Nel frattempo i lupi avevano assalito un gregge in contrada Buglio facendo strage di capre e pecore. Inseguiti da uomini del luogo si videro fuggire verso Morbegno. Finalmente verso le ore 21 di quello stesso giorno 13 febbraio, qualche cacciatore riuscì ad abbatterne qualcuno, poiché i paesani videro, oltre l'Adda, uomini che portavano lupi uccisi. Ma nella notte, erano circa le 3 del giorno seguente, il rimanente del branco famelico circondò l'Ospizio dei Tre Coronati, dove alloggiavano alcuni ospiti. Il terrore fu grande, ma l'intervento di uomini decisi scongiurò una possibile strage.
Alcune belve caddero in una specie di maglia fatta di catene, altre caddero morte sotto i colpi di sassi e bastoni, mentre qualcuna riuscì ancora a riprendere la strada dei monti verso Tartano. Come per gli orsi, anche per i lupi era prevista una taglia. Per la cattura di un lupo grande o piccolo gli statuti di Bormio stabilivano che il comune dovesse pagare quaranta soldi per ogni lupo grosso e cinque per quelli piccoli, purché venissero consegnati ai funzionari comunali. La pelle rimaneva di proprietà del cacciatore, ad eccezione di quelle di lupi cervieri che dovevano essere consegnate al comune.
Riferisce il Rebuschini nel 1833 che «i lupi nelle invernate di molta neve si azzardano a frequentare i luoghi abitati, particolarmente fra Piantedo e Selvetta, Caiolo ed oltre Tirano, vagando in cerca di cibo, cacciando cani, gatti, e se a loro riesce penetrare nelle stalle ammazzano anche pecore e maiali, e persino le vacche per sfamarsi.
Ci sono stati periodi in cui si sono visti branchi di lupi vagare nel piano lungo l'Adda e assalir persino i cavalli e i buoi sotto la vettura e carri. Nell'estate vivono sull'alto dei monti, divorando pecore, capre e quanti animali possono afferrare»
Il Bassi nel 1890 annota che la Valtellina era ricca di cacciagione di ogni specie. Ma da una trentina d'anni, dopo la bonifica del piano dell'Adda, i lupi risultavano ormai scomparsi: un tempo nella stagione invernale erano terribili e assalivano anche il solitario viandante che spesso ne rimaneva vittima.”
L’Ottocento fu, comunque, un secolo durissimo per i lupi: la caccia divenne sempre più serrata ed agguerrita, incentivata com’era dai premi riservati a coloro che ne abbattevano esemplari. Fra la fine del secolo e l’inizio del Novecento l’epilogo di questa guerra senza quartiere: il lupo sopravvisse solo nelle favole e nelle leggende raccontate ai bambini, poiché sulle nostre montagne risultava estinto.
Ora, a distanza di oltre un secolo, sta tornando sulle Orobie: nel 2003 l’esame di feci ha dimostrato la presenza, nelle Orobie orientali, di un esemplare della popolazione italiana. Si sapeva già del suo ritorno sull’arco alpino: diversi esemplari ne avevano raggiunto il settore occidentale risalendo gli Appennini. Gli esperti non hanno dubbi: il lupo ritornerà alla grande, è solo questione di tempo. Ora che è protetto ed ha a disposizione abbondanza di ungulati, sue prede elettive, ripopolerà anche l’arco alpino centrale.
Ma torniamo ai tempi da lupi, quando, negli inverni più freddi, questi animali scendevano fino al piano, spinti dai morsi della fame (eh sì, anche il lupo avverte i morsi…) e dalla carenza di prede. Nella raccolta di novelle “Bozzetti Valtellinesi” (pubblicata nel 1878 per i tipi di Bonazzi di Tirano), il già citato Giuseppe Napoleone Besta riporta un episodio tragico, che ha come scenario il piano della Selvetta, da lui stesso definito “per strane leggende memorabile, come quello in cui avvennero scene di sangue; e nessuno osava temerario avventurarsi di notte in quei paraggi”. L’inizio dell’Ottocento portò una serie di inverni assai rigidi: in quello del 1812, scrive il Besta, “scoppiavano nottetempo gli alberi nelle pianure di S. Giacomo e della Selvetta, imitando lo sparo dei mortaretti”, ed aggiunge che la temperatura scese di 20 gradi al di sotto dello zero.
Anche l’inverno del 1816 fu terribile, e lo scrittore lo definisce “un inverno dei più orrendi… che poi preparò la miseria del 1817 di dolorosa memoria”.
La memoria del biennio nero 1816-17 rimase a lungo in molti luoghi della Valtellina. In Val di Tartano, per esempio, il 1817 fu ricordato come "l'an dala fam", l'anno della fame, e nacque anche il modo di dire "lunk cumè l'an dala fam", lungo come l'anno della fame, per riferirsi ad un periodo che sembra non terminare mai. L'eccezionale freddo del 1816, infatti, bruciò i raccolti, e nei versanti montuosi di mezza costa non spuntarono neppure le foglie sugli alberi. L'anno successivo la carestia presentò il tragico conto alle popolazioni, e fu la fame, tanto che insieme alla farina di granoturco si macinava anche la crusca ed il tutolo.
Un tempo da lupi in tempi da lupi, che, nel gennaio di quell’anno, fu all’origine di una pietosa tragedia. Protagonisti, due gendarmi di Sondrio, che ricevettero l’ordine di perlustrare, di notte, la strada Colico-Sondrio, in seguito ad alcune aggressioni e rapine subite da viaggiatori che vi transitavano. Non si trattava di una missione facile, perché i banditi erano persone pronte a tutto, ma i due non avrebbero mai immaginato quale insidia li attendeva mentre percorrevano il primo tratto della piana che da S. Pietro di Berbenno si stende fino ad Ardenno, cioè, appunto, la piana della Selvetta, a nord dell’omonimo borgo.
Procedevano, cauti, guardinghi, armati di tutto punto, alla luce incerta della luna, circondati dai pioppi che fiancheggiavano la strada e dalla gelida distesa dei prati ricoperti da un’abbondante coltre di neve, in un silenzio irreale, che stringeva il cuore, tanto quanto il gelo stringeva le membra fino al punto di far male. Verso nord-ovest, in direzione della Val Masino, quasi indifferenti nella loro regale eleganza, le cime della valle di Spluga si stagliavano, chiare, contro il cielo, e si poteva distinguere nettamente il profilo regolare della cima del Desenigo, le dolci selle del passo di Primalpia e di quello gemello di Talamucca, la severa cuspide del monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga). Ma non badavano ad esse i due gendarmi, che avanzavano al piccolo trotto, osservando con attenzione qualunque dettaglio potesse rivelare la presenza dei banditi cui davano la caccia.
Ecco che, d’improvviso, i cavalli, senza alcuna sollecitazione, passarono dal troppo al galoppo, sorprendendo non poco i due militari, che ne conoscevano bene l’indole docile e pronta all’obbedienza. Questi tentarono in tutti i modi di riportarli al trotto, di frenarne la corsa, ma senza esito: evidentemente i cavalli avevano avvertito delle presenze che li avevano terrorizzati, ed ora fuggivano senza neppure avvertire i loro ordini. Nella mente di entrambi passò un medesimo pensiero: si trattava, probabilmente, di un agguato dei banditi, e la fuga precipitosa dei cavalli rischiava di farli passare come vili, cosa che non avrebbero mai voluto per nessuna ragione al mondo. Di chiunque si trattasse, lo volevano affrontare, anche a rischio della vita, ma come fermare i cavalli imbizzarriti?
Mentre erano presi da questi pensieri, accadde qualcosa che gelò loro il sangue nelle vene: un ululato, improvviso e lacerante, trapassò l’aria gelida, e poi un altro ancora, ed infine un coro di ululati. Compresero, di colpo, di essere inseguiti non da banditi, ma da un branco di lupi resi famelici dal terribile inverno e dal lungo digiuno. Non si trattava più di salvare l’onore, ma la pelle, per cui, senza neppure volgere lo sguardo alle loro spalle, cominciarono a spronare ancor più i cavalli, che non avevano, peraltro, alcun bisogno di essere sollecitati, e galoppavano con tutta la forza che era rimasta nelle loro membra. Una forza che andava, però, rapidamente esaurendosi, perché la neve, sulla strada, rendeva faticosa la loro corsa, mentre il branco di lupi, che si avvicinava alle loro spalle, sembrava scivolare sul manto candido. Non si vedeva alcuna cascina, alcun casolare, non c’era segno di nessun possibile soccorso, i lupi si facevano sempre più vicini, sembrava quasi di sentirli, ora, ansimare nella corsa dispiegata.
I cavalli non reggevano ormai più lo sforzo, e cominciarono a rallentare. Il branco fu loro addosso. Avvertendo la sua presenza, uno dei due cavalli incespicò e cadde, disarcionando il gendarme, che cadde in un fosso; l’altro, invece, proseguì la corsa disperata, ed il commilitone all’inizio neppure si accorse, tutto concentrato com’era a far corpo unico con il proprio cavallo, dell’orribile sorte del compagno. Se ne rese conto solo quando udì una serie di colpi, ripetuti: riconobbe le sue pistole e la carabina. Udì, anche, grida che nulla parevano avere d’umano, ed i gemiti del cavallo. Poi più nulla, il silenzio irreale ristabilì sulla piana la propria signoria. Come folgorato, il gendarme superstite si scosse e tentò con ogni mezzo di fermare la corsa del cavallo, per prestare soccorso al compagno. Ma i suoi sforzi non valsero a nulla, ed alla fine si abbandonò alle braccia della sorte, qualunque essa fosse.
Fu una sorte benigna con lui: ben presto raggiunse un casolare, dove fu soccorso. Era ormai alla piana del Masino, ed aveva lasciato alle spalle di un buon tratto la scena della tragedia. Non era affatto prudente mettersi di notte alla ricerca del gendarme caduto. I primi soccorsi si mossero solo sul far del giorno. Una livida alba fu lo scenario del ritrovamento delle sue spoglie e di quelle del cavallo. Neppure si poteva parlare di spoglie, ma di resti, sparsi qua e là, di ossa spolpate, fra le pistole, la carabina e la sciabola, la cui lama era spezzata. Una scena che si impresse indelebilmente nella memoria degli sgomenti testimoni.
Oggi la piana, anche nelle più fredde giornate invernali, mostra uno scenario assai meno lugubre ed inquietante, ed è, anzi, diventata luogo ideale per gli amanti dello jogging e delle tranquille biciclettate. In particolare, è possibile attraversarla interamente, da Ardenno a S. Pietro Berbenno, senza transitare né sulla ss. 38 dello Stelvio né sulle due strade pedemontane, quella orobica e quella retica (la via Valeriana).
Per farlo, portiamoci al ponte sul canale dell’Adda vecchia, che si raggiunge percorrendo la via Empio dal centro di Ardenno verso la ss 38, ed imbocchiamo la lunga striscia della stradina in terra battuta che taglia la piana di Ardenno, in direzione della piana della Selvetta. Giunti ad un bivio, prendiamo a destra e, dopo una seconda curva a gomito verso sinistra, raggiungiamo le case della località Prada. Abbiamo, così, superato il confine del territorio del comune di Ardenno, ma sicuramente non ce ne siamo accorti. La pista raggiunge la strada asfaltata che congiunge la ss 38 a Villapinta: attraversiamola con cautela, imboccando una stradina secondaria che, dopo un primo tratto in asfalto, ridiventa di terra battuta. Intanto, volgendo lo sguardo a nord, possiamo ammirare Buglio in Monte.
Avanti, ancora, fino ad una curva a sinistra e ad una seconda curva a destra; una terza curva a sinistra ci porta ad un ponte che scavalca l’Adda vecchia. Fiancheggiamo poi un campo di granoturco ed aggiriamo una seconda roggia piegando a sinistra e di nuovo a destra, fino all’argine orientale, in cemento. Sfruttando l’argine, ci riportiamo su una stradina che raggiunge una stradina asfaltata, la quale, a sua volta, congiunge la via Valeriana alla ss 38; seguiamola per un breve tratto verso destra, lasciandola ad un ponticello, sulla sinistra, che conduce ad una nuova strada sterrata.
Poco oltre una cascina isolata, raggiungiamo il campo di prova del Club di Aeromodellismo Valtellinese. Proseguendo ancora, intercettiamo una seconda stradina asfaltata, che possiamo seguire per un tratto, per poi lasciarla alla prima deviazione utile a destra, che ci porta di nuovo nel cuore dei campi, oppure alla prima deviazione a sinistra, in direzione di San Pietro, che appare ormai non lontana, verso est. Il ritorno ad Ardenno può avvenire per la medesima via, oppure sfruttando la strada provinciale Valeriana.
Per gli amanti di jogging o passeggiate tranquille e magari un po’ malinconiche anche l’argine dell’Adda da Ardenno a Fusine rappresenta un’occasione interessante. Incamminiamoci, allora, sulla stradina sterrata che parte alle spalle della stazione ferroviaria di Ardenno e punta verso l’argine dell’Adda. Possiamo seguirla fino in fondo oppure, alla curva a destra, imboccare un sentierino fra due campi di granoturco.
In entrambi i casi potremo facilmente salire sul largo argine, che raggiunge, dopo una curva appena accennata a destra, il ponte sull’Adda di Sirta. Il paese di Sirta gode del non invidiabile primato di essere il meno esposto al sole in Italia: eppure il respiro del grande fiume comunica anche a questi luoghi un’impressione di grande vitalità. Attraversata la strada, eccoci di nuovo sull’argine, per un nuovo lungo tratto diritto che ad un secondo ponte, quello di Selvetta. Pochi metri sull'asfalto, e siamo di nuovo sull'argine settentrionale, per un terzo tratto che conduce ad una piccola strettoia, dove il fondo è un po’ sconnesso (è l’unico tratto che può presentare qualche insidia per i piedi di un corridore: il resto del fondo è regolare).
Oltre la strettoia, un ultimo lunghissimo tratto diritto, prima dell’ultima semicurva a destra che precede la fine dell’argine, nei pressi del passaggio a livello di S. Pietro di Berbenno (a circa 8 chilometri dal suo inizio). E’ possibile percorre l’argine anche in bicicletta; per gli amanti delle due ruote, tuttavia, le piste in terra battuta che corrono appena sotto l’argine, su un lato e sull’altro, offrono un fondo meno faticoso.

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