Gli orsi hanno abitato le nostre montagne fino alla fine del secolo XIX. Una presenza un po’ scomoda ed anche temuta, perché, nonostante gli attacchi agli esseri umani fossero sporadici ed eccezionali, i danni al bestiame non erano di poco conto. Molte sono le storie legate ad alcuni di essi, i più grandi, quelli che diventavano, con la loro forza ed audacia, padroni di boschi e territori interi.
Uno di questi, si racconta (e ci ha conservato questo racconto Renzo Passerini; lo possiamo trovare sul numero di ottobre 1994 de “’L Gazetin”), spadroneggiava nei boschi del versante orobico sopra Morbegno, e precisamente sopra il santuario dell’Assunta, su, fino al monte Pitalone (pitalùn), la prima elevazione significativa sul lungo crinale che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla bassa Valtellina. Faceva razzia di capre, uccideva anche vitelli, rubava, ovviamente, il miele, danneggiava gli orti, qualche volta assumeva atteggiamenti aggressivi perfino nei confronti dei contadini: compariva, improvviso, sul limite dei prati e dei maggenghi, rizzandosi sulle zampe posteriori, brandendo minaccioso quelle anteriori, corredate di certi artigli da far paura, ed emettendo, infine, versi a dir poco terrificanti. Se ne andava, poi, avresti detto soddisfatto di aver mostrato che il padrone di quei luoghi era lui.
Non temendo gli uomini, si faceva vedere senza problemi anche al piano. In particolare, durante l’autunno scendeva a pescar trote all’Isoletto, presso il cimitero di San Martino, dove, un tempo, passava un ramo dell’Adda. Immergeva le zampacce nell’acqua del fiume, se ne stava immobile per un po’, quindi, fulmineo, artigliava qualcuna delle trote che, risalendo il fiume, gli passavano vicino.
Poi veniva l’inverno, con i suoi rigori e la sua neve (sì, perché un tempo di neve ce n’era di più). Era il momento del letargo, il momento in cui anche il più terribile fra gli orsi deve consegnarsi a due-tre mesi di inazione e debolezza, cercando rifugio in una tana. Ed i contadini tiravano il fiato. Consigliandosi sul da farsi, alcuni decisero, uno di quegli inverni, di approfittare di questo momento di debolezza per dargli la caccia e farla finita con la sua ribalderia. Sicuramente una tana doveva pur avercela, anche se nessuno l’aveva mai scoperta. E sicuramente nel cuore dell’inverno non poteva accorgersi dei cacciatori.
Rinchiuderlo per sempre nella sua tana e trasformare questa in una tomba, ecco il piano. Ma per farlo bisognava scoprire dove fosse. Furono così organizzate delle vere e proprie battute di caccia fuori stagione. Non fu difficile trovare le sue orme nella neve, e seguirle fin dove sembravano scomparire, in località Campugìn. La tana doveva essere da qualche parte in quella zona, ed alla fine fu scovata. Con molta cautela i contadini ne ostruirono l’ingresso con grandi massi. Alla fine se ne andarono via soddisfatti, a bere un calice di quello buono per festeggiare la definitiva sconfitta dell’orso: dalla tana la bestiaccia non sarebbe più uscita. Così pensavano, almeno.
Passò così il Natale, passò il rigidissimo gennaio, vennero, infine, i primi di febbraio. In Valtellina si suol dire in quei giorni, motteggiando chi viene indotto, con un inganno, ad affacciarsi all’uscio: “L’è fö l’urs de la tana”, cioè è uscito l’orso dalla tana. E, proprio mentre gli allegri monelli, in tutta la valle, si ingegnavano a trovare i più plausibili pretesti per esporre i nasi della gente, sulla soglia di casa, alla morsa del gelo, nel cuore della sua tana il corpaccione dell’orso cominciò a scuotersi, a stirarsi, a riprendere vita. Gli ci volle un po’ prima di riacquistare la piena coscienza della veglia, ed un tempo ancora maggiore prima che si decidesse a tirarsi su, sulle zampe. Il pensiero di una lunga stagione di cacce e scorribande nel suo regno, alla fine, vinse l’ultimo indugio della pigrizia, e lo indusse ad affacciarsi anche lui al suo uscio.
All’inizio non fece caso al buio innaturale che avvolgeva l’intera caverna. Poi realizzò la stranezza: dall’ingresso della caverna non filtrava un solo raggio di luce. Che fosse notte? Non gli era mai capitato di svegliarsi di notte. Gli orsi hanno un sesto senso per questo, si svegliano solo alla piena luce del primo sole di febbraio. Allungò la zampa e capì: l’ingresso era stato sbarrato da grandi massi. Cominciò a colpirli, dando sfogo alla sua ira improvvisa ed incontenibile, ed insieme lanciava urla terribili. Poi, passato il primo furore, si diede a spingere, facendo forza sulle zampe, con la poderosa schiena, e spinse, e spinse, finché i massi cominciarono a smuoversi. Raddoppiò, allora, lo sforzo, e con un’ultima spallata fece crollare il muro eretto per imprigionarlo nella sua stessa tana. Era libero! Libero e furente. L’avrebbe fatta pagare cara a quei miseri omuncoli che avevano vigliaccamente approfittato del suo lungo sonno per fargli fare, come si dice, la fine del sorcio.
Quell’anno imperversò, nel suo regno, con particolare furia. Se prima i contadini lo temevano, ora ne erano terrorizzati. Mentre prima si aveva quasi l’impressione che, alla fin fine, ci si divertisse a spaventare la gente con quelle sue apparizioni improvvise e minacciose, ora sembrava incattivito, sembrava volesse davvero far male anche agli umani, e qualche volta veniva addirittura all’uscio delle baite, picchiava forte contro le robuste porte di legno, e forse si tratteneva dallo sfondarle solo perché, a sua volta, temeva di essere preso a fucilate. Non risparmiava, invece, le bestie, e numerosi furono i vitelli dilaniati quell’anno. Per la prima volta uccideva non solo per procurarsi il cibo, ma per il gusto di farlo. Passò, così, anche quella stagione, ed ancora una volta venne l’autunno, e dopo l’autunno l’inverno, con gran sollievo di tutti.
L’orso, sazio di carne e cattiveria, si ritirò nella sua tana, convinto che nessuno avrebbe più osato ripetere lo scherzo dell’anno prima. Ma si ingannava. Ai primi di dicembre i contadini tennero consiglio: un altro anno così non lo si poteva passare. Avevano sbagliato una volta, sottovalutando le forze dell’orso, non avrebbero ripetuto lo sbaglio la seconda volta. Tornarono all’uscio della tana, lo ostruirono di nuovo con grandi massi, ma stavolta li puntellarono con grandi pali saldamente infissi nel terreno. Nessun essere vivente avrebbe mai potuto sfondare quella muraglia.
Così, una bella mattina di inizio febbraio, quando il sole, ancora timido ed incerto, cercava di regalare i primi tepori ad un mondo ancora intirizzito, l’orso si svegliò e, sicuro e baldanzoso, si avviò all’uscio della sua tana. Lo trovò di nuovo chiuso, di nuovo si adirò per l’ardire degli omuncoli, di nuovo chiamò a raccolta tutte le sue forze, sicuro di poter facilmente aver ragione dei massi, come l’anno precedente. Stavolta, però, i massi non si mossero. Spinse ancora ed ancora, con più forza, con tutta la forza che aveva. Nulla.
Allora, per la prima volta nella sua lunga vita di cacciatore e signore dei boschi sotto il Pitalone, si sentì perso. Cacciò fuori dei versi, alti e strani, che qualche animo poetico avrebbe potuto anche interpretare come un pianto. Fu sentito da grande distanza, fino al piano ed ai maggenghi di Grup, Ortesida e Cuulevolt. E continuò così, a lungo. I suoi versi, per la verità sempre più deboli, furono uditi per giorni. Poi, più nulla. Ma nessuno ebbe l’ardire di andare a vedere se fosse veramente morto, quell’anno, nessuno si fidava di quella bestiaccia. Solo la primavera successiva su smantellato il muro davanti alla tana dell’orso. Di quello che ormai era conosciuto da tutti come “l’urs de la Madòna” vennero trovati solo i miseri resti, che nessuno, peraltro, osò rimuovere.
Passarono gli anni, e quella che era stata la tana de l’urs divenne, nel racconto dei nonni, la tana delle streghe, del diavolo, dell’orco, e di quanti spauracchi si possono tirare in ballo per far paura ai bambini. Poi anche questo luogo divenne nient’altro che una spelonca che nessuno più visita, neppure con la fantasia, un buco nel cuore della montagna, lungo una decina di metri, ed alto, sul fondo, circa tre. Un fenomeno di scarso interesse anche per i geologi.

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