Spriana


La chiesa di San Gottardo a Spriana

Spriana è, insieme a Torre di S. Maria, Caspoggio, Lanzada e Chiesa in Valmalenco, uno dei cinque comuni nei quali è divisa la Valmalenco, e precisamente il primo che si incontra, sul lato destro per chi risale la valle, cioè su quello orientale. Fino al 1816 i suo territorio era compreso in quello di Montagna in Valtellina; solo a partire da quell’anno divenne comune autonomo. Il suo territorio attuale, esteso 8,2 kmq circa, è costituito dal centro di Spriana e dai nuclei di Bedoglio, Piazza, Cucchi, Erta, Portola, Gaggi, Marveggia, Mialli, Scilironi. Si distribuisce in parti quasi eguali sui fianchi occidentale ed orientale della costiera che scende dal monte Foppa (sua massima elevazione, m. 2461) al torrente Mallero, separando la bassa Valmalenco, ad ovest, dalla Val di Togno, ad est. Confina ad est con Montagna in Valtellina, a sud con Sondrio e ad ovest con Torre di S. Maria. Territorio severo, aspro, ricco di massi (“sassònia” veniva chiamata una sua cospicua porzione) ed avaro di pascoli, stando anche all’etimo più probabile del suo nome che, secondo l’Olivieri e l’Orsini, sarebbe da identificare in “aspretana” o in altra radice che significa “aspro” (ma è stato anche ipotizzato l’etrusco “spur”, cioè “luogo chiuso, recintato”).


La chiesa della Madonna della Speranza a Spriana

La sua posizione defilata (la strada del Muretto, cioè la principale via malenca, passava sul lato opposto della valle) lo tenne, per così dire, in disparte rispetto agli eventi che segnarono la storia della Valmalenco, nella quale, tuttavia, la sua storia deve essere compresa. Se ci potessimo proiettare molto indietro nel tempo, potremmo vedere uno scenario della valle assai diverso da quello attuale. Ai tempi delle grandi glaciazioni i ghiacciai ricoprivano gran parte della valle, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte. L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa).


Spriana

Poi anche l’immane ghiacciaio Malenco cominciò la sua ultima e definitiva ritirata. Fra le terre liberate, quelle di media montagna si rivelarono le più propizie ad accogliere gli animali ed i primi insediamenti umani, perché il fondovalle valtellinese era in gran parte paludoso. Ecco apparire, dunque, alle porte della Valmalenco le prime tribù di cacciatori (homo alpinus). Tracce di quest’antichissima presenza umana si trovano in diversi punti del territorio di Spriana, ma soprattutto all’alpe Grüm (m. 1856, sul versante occidentale della Val di Togno), dove si trovano rocce coppellate risalenti al II-I millennio a. C. Età della pietra, del ferro e del bronzo trascorsero senza grandi scosse in questo lembo allora periferico della Valtellina. Si affacciarono, infatti, alla valle forse Liguri, Etruschi, Galli ed infine, sicuramente, nel 15 d. C., i Romani, senza, però, probabilmente addentrasi in Valmalenco.


Municipio di Spriana

Solo nel 252 d. C. questa valle entrò a pieno titolo nella storia: il console romano P. Licinio Valeriano, infatti, iniziò la costruzione della strada carovaniera che, risalendo l’intera valle, scavalcava il passo del Muretto e scendeva in Engadina, consentendo un passaggio rapido fra territori latini al di qua della catena retica e territori romanizzati a nord della Rezia. Il ritrovamento di monete romane nei pressi del passo attesta che questo era frequentato fin dall’epoca romana. A difesa della pista venne, probabilmente, costruita una torre che costituì il primo nucleo dell’abitato che da essa prese il nome, Torre, appunto. Poco più di due secoli più tardi, però, l’Impero Romano d’Occidente cadde e questa via di comunicazione venne abbandonata.


L'alpe Grüm

Seguì mezzo millennio di nuovo isolamento: scarsissima eco, infatti, ebbero in Valmalenco l’alternarsi di dominazione ostrogota, longobarda e franca. Venne, in questi secoli, tracciata una nuova via che collega Torre al Sondrio, la cosiddetta “Cavallera”, che da Sondrio, attraverso la via Scarpatetti, raggiungeva il castello Masegra, quindi il Moncucco, i piccoli centri di Pozzoni e di Scherini, Arquino e, dopo aver attraversato il ponte sull'Antognasco, Caparé, Menesatti, Cucchi; superato anche il Mallero su un ponte, passava, infine, per Ca’ Meschina e Torre, proseguendo nella risalita della valle. La via, dunque, sfiorava Spriana, restando sul lato opposto della valle.
Nel 1335 divennero signori della Valtellina i Visconti di Milano, che soppiantarono l’egemonia comasca, ma nella vita della comunità di Spriana cambiò poco.


Coppelle all'alpe Grüm

Nel Quattrocento i documenti attestano la presenza a Spriana della chiesa di San Gottardo, consacrata nel 1489, che poi diventerà nel 1624 chiesa parrocchiale quando Spriana divenne parrocchia autonoma. L’anno seguente, nel 1625, iniziarono i lavori di rifacimento che portarono alla riconsacrazione nel 1668. Poco a valle rispetto alla parrocchiale sta, su un roccione, la chiesetta della Madonna della Speranza, legata ad una delle più celebri leggende malenche, quella della Belina, ragazza di Spriana che si qui incontrò un tale Gianni. Fu subito amore reciproco. Questi le promise eterno amore ma, partito per combattere in terre lontane, si invaghi di un’altra ragazza e la sposò. Quanto lo seppe, la Belina, straziata e disperata, si gettò nel Mallero dal Ponte Nuovo, presso Scilironi. Dopo la morte l’infedele Gianni fu costretto a vagare senza pace propri presso la chiesetta, nel luogo dei primo incontro.


Pòrtola

Dal melodramma alla prosa della storia: le Tre Leghe Grigie, presero possesso della valle, nel 1512, dopo 12 anni di odiatissima occupazione francese: iniziò in quest'anno la loro dominazione di quasi tre secoli in terra di Valtellina). Fu un inizio… gelido: la cronaca del Merlo registra, infatti, che due anni dopo, nel 1514, “nel mese di Genaro venne tanto freddo che s’aggiacciò il Malero, che si sarebbe potuto passar sopra con 25 carri caricati ed era agghiacciato sin in Adda. Durò esso freddo giorni 25, et per questo freddo morirono tutte le viti in modo che in quell’anno a pena gli fu vino che bastasse per il nostro bevere, et di quel puoco di vino che gli fu non se ne trovava niente, perché li Mercanti Todeschi, ch’erano soliti comprar il vino, andavano in Bressana, et nel monte di Brianza, dove n’avevano mercato disfatto.” Nota en passant: i citati commerci di vino valtellinese dei mercanti tedeschi passavano per una parte significativa attraverso la Valmalenco ed il passo del Muretto: i mercanti che portavano al nord il vino di Valtellina e le piode malenche raggiungevano, da Sondrio, il passo del Maloja in circa un giorno e mezzo. L’eccezionale ondata di gelo annunciava, poi, l’inizio di quel periodo durato più o meno tre secoli e noto come PEG, Piccola Età Glaciale, con due punti di minimo nelle temperature medie, nel 1540 e nel 1620.


Bedoglio

I nuovi signori, comunque, poco badando al clima, pensavano piuttosto agli affari; proclamavano, infatti, di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, nel 1526 abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna, anche perché non li potevano presidiare ed avevano dovuto subire, l'anno precedente, il tentativo, fallito, di riconquista della Valtellina messo in atto mediante un famoso avventuriero, Gian Giacomo Medici detto il Medeghino. Sulla natura di tale dominio è lapidario il Besta (op. cit.): "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza".

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Spriana

I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Dopo la registrazione del “communis Sondrij sine Malenco”, viene dato il dettaglio della “vallis Malenchi”; vi vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1070 lire (per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 3355 lire, Berbenno di 774 lire, Montagna di 1512 lire); i prati ed i pascoli hanno un'estensione complessiva di 11191 pertiche e sono valutati 4661 lire; i campi occupano 66 pertiche e sono valutati 31 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 7234 lire (sempre per avere un'idea comparativa, Sondrio fa registrare un valore di 19660 lire, Berbenno di 6415 lire). L’estimo registra, però, che alcuni di questi beni sono contesi fra i comuni di Sondrio e di Malenco, e precisamente: case e dimore per un valore complessivo di 58 lire, prati e pascoli per un'estensione complessiva di 1439 pertiche, valutati 340 lire, ed infine campi per 66 pertiche, valutati 31 lire.


L'alpe Grüm

Nelle “Istituzioni storiche del Territorio Lombardo”, edito nel 1999 dalla Regione Lombardia a cura di Roberto Grassi, leggiamo: “Nel XVI secolo appartenevano a Montagna i pascoli della Val di Togno e Acqua Negra. Sempre nel 1542 erano attestate le quadre San Giovanni Battista, Prada, Pendolasco; anche Spriana con Marveggia era citata come quadra del comune di Montagna nel XVI secolo. Nel XVII secolo la comunità era ripartita nelle quadre dei Nobili, Santa Maria di Perlongo, de Bono e Dosso Boisio, Lepuzi, con San Giovanni, Masaretia, Prata, Paini, Sant’Antonio: a quest’ultima quadra erano pertinenti le contrade di Spriana e Marveggia in Val Malenco (Sprecher 1617). In un atto del 13 luglio 1623 rogato da Girolamo Quadrio era ulteriormente attestata l’esistenza di una squadra di Spriana, comprendente le contrade tra la Val del Pettine e quella di Scilironi, mentre le contrade tra la Valle di Scilironi e l’Antognasco facevano parte della contrada de Lepuzi (o di San Giovanni Battista).
Ciascuna quadra aveva propri consigli, spese e debiti separati; l’esazione delle taglie avveniva parimenti quadra per quadra. Ogni quadra eleggeva un proprio decano preposto all’amministrazione e che la rappresentava nel consiglio di comunità, organo amministrativo nel quale si discutevano tutti i problemi relativi alla gestione della comunità e ai suoi interessi.
La mobilità nel corso del tempo dell’organizzazione in quadre testimonia la difficoltà di gestione di un territorio ampio, con rilevanti contrasti di interesse: nel 1761 furono ripartiti i monti e le alpi goduti collettivamente tra le quadre di San Giovanni di sopra, San Giovanni di sotto, Santa Maria di sopra, Santa Maria di sotto, de Vervi, Prada, San Giorgio, Pendolasco (o San fedele), Spriana (o San Gottardo).”


Val di Togno

Il vescovo di Como Feliciano Ninguarda, nella famosa visita pastorale del 1589, così riferisce della località Spriana: “Nella montagna di Spriana, che dista da Montagna quattro miglia, vi è un villaggio di sessantasei famiglie, tutte cattoliche, con una chiesa dedicata a San Donato”. Sessantasei famiglie possono significate 400 anime o più; il riferimento a San Donato è un errore, perché la chiesa di Spriana fu sempre dedicata a San Gottardo.
Il Guler von Weinceck, uomo d’armi e governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88, così descrive, nell’opera “Rhaetia” (pubblicata a Zurigo nel 1616) la Valmalenco e Torre: “Dietro a Sondrio si apre una grande con valle, che dal fiume Mallero, il quale sorge da una catena a nord, si dice Valmalenco; è una valle ben popolata da una razza bella e vigorosa, le cui principali risorse sono il bestiame e la segale, poiché non produce vino. Molti della valle si recano in paesi stranieri, e vivono facendo il barullo, od aprendo bottega. La valle costituisce un comune a parte, che per altro è in certo modo dipendente da Sondrio. I loro capi si chiamano anziani; nome che io ritengo derivi dai Francesi, (i quali un giorno furono signori di questo paese), e che in tedesco significa vecchi: infatti i meglio provveduti di senno, ed anche di anni, sono appunto i vecchi.”
Il Guler, pochi anni dopo la pubblicazione dell’opera, nel 1620, ebbe modo di osservare questi luoghi con ben altri occhi rispetto a quelli del sereno viandante: comandata, infatti, il corpo di spedizione delle Tre Leghe Grigie che dal Muretto era riuscito a discendere la Valmalenco, eludendone le strutture difensive, per calare su Sondrio e riprendere la Valtellina caduta in mano agli insorti dopo il cosiddetto “Sacro Macello Valtellinese”.

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Scilironi

Il Seicento fu, per l’intera Valtellina, un secolo nero, almeno nella sua prima metà. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L'istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta. La valle rimase, di nuovo, ai margini di questa frizione, ma fu coinvolta nell’episodio che portò al massimo la tensione: nel 1618 il già citato arciprete di Sondrio, Nicolò Rusca, venne rapito da una schiera di sessanta armati, scesi in Valmalenco proprio dal passo del Muretto, che lo sorpresero, nella notte fra il 24 ed il 25 luglio 1618, nella sua camera da letto. Il motivo del blitz era che il Rusca veniva considerato uno dei più fieri oppositori alla religione riformata in Valtellina. La sua figura, peraltro, si presta ad una diversa lettura: da una parte alcuni ricordano che, per la determinazione del suo impegno a difesa del Cattolicesimo, fu denominato “martello degli eretici”, dall’altra si ricorda, a riprova del suo atteggiamento di comprensione umana, l’affermazione “Odiate l’errore, amate gli erranti”. Una figura comunque scomoda.


Scilironi

Gli venne, dunque, concesso solo di vestire il suo abito talare, poi fu legato, a testa in giù, sotto il ventre di un cavallo, ed il drappello si mosse sulla via del ritorno, seguendo l’itinerario che passa per Moncucco e Ponchiera. Proprio mentre passavano di qui, sul far del giorno, le cronache riportano un episodio curioso. La schiera di armati incrociò il parroco di Lanzada, che scendeva verso Sondrio travestito da “Magnan” (calderaio), per timore di essere catturato dalle milizie dei Grigioni (la loro discesa lungo la Valmalenco non era passata inosservata, e lui era uno dei ricercati: sarebbe, poi, riuscito a mettersi in salvo nella bergamasca). Egli non difettava certo di prontezza di spirito e, alla domanda se avesse visto il parroco di Lanzada, la sua risposta fu pronta: “Sì, questa mattina ha già detto Messa”. Di nuovo, ecco il Cantù, sulla vicenda dell'arciprete Rusca: "Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d'un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l'onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi."


La chiesa della Madonna della Speranza

In quel medesimo 1618 scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.
Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese”, cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti nella notte del 19 luglio, per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici, una caccia al protestante che portò all’assassinio di un numero di persone probabilmente superiore a 400. La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e, come sopra ricordato, dal passo del Muretto e quindi dalla Valmalenco, il successivo primo agosto. Le successive vicende belliche, che furono risparmiare alla valle, portarono al trattato di Monzon del 1626.


Bedoglio

La pace sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato la Valtellina le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile, e non si fermò alle soglie della Valmalenco. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo.
Come se non bastasse, riesplose la guerra, con la campagna del duca di Rohan, fra il 1635 ed il 1637; solo il capitolato di Milano, del 1639, portò ad una pace definitiva, che riconsegnava la Valtellina ai Magnifici Signori Reti.

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Chiesa di San Gottardo a Spriana

Nel 1658 viene presentato al governatore della Valtellina il libro d’estimo di Spriana, che menziona settanta famiglie, tre Scilironi, quattro Del Togno, tre Capparè, una Gagino, diciannove Parolo, una Zar, cinque Cao, una Tognola, quattro Flem, quattro Felemat, una Gianotto, due Bertola, una Cheler, quattro Diat, una Longo, sette Del Maffeo, tre Marveggio, due Ret, una Giovannolo, tre Resella. Nella seconda metà del secolo mentre alcuni nuclei della comunità restavano fedeli alla quadra di San Giovanni di Montagna, altri, aspirando ad una maggiore autonomia, si uniranno nella quadra di Spriana o di San Gottardo, primo nucleo del futuro comune autonomo. Nel 1761 la quadra di Spriana risultava assegnataria dell’alpeggio di Airale e della metà di Orteseda e Gromo, del monte di Togno e dei beni comunali fra le Valli del Pettine e di Scilironi.


Chiesa di San Gottardo a Spriana

La seconda metà del seicento ed il settecento videro una costante ripresa economica e demografica, fino al 1797, anno in cui la prima campagna d’Italia di Napoleone portò alla fine della dominazione retica ed all’annessione della Valtellina alla Repubblica Cisalpina prima, ed al Regno d’Italia (1805) poi.
Venne, così, costituito il comune di Malenco, che figurava fra i settanta comuni del III distretto di Sondrio, nel dipartimento del Lario. Nel regno d’Italia esso contava 3250 abitanti e fu inserito nel I cantone di Sondrio. Negli anni successivi si prospettò l’unificazione con il comune di Sondrio, sostenuta anche dal consultore di stato e direttore generale della polizia Guicciardi, con la motivazione che Malenco era stata “per l’addietro sempre unita a Sondrio”, sebbene se ne fosse “sul principio della rivoluzione” separata “per sottrarsi alla preponderanza dei signori di Sondrio”. Caduto Napoleone, però, con il Congresso di Vienna, che sancì l’annessione della Valtellina al Regno Lombardo-Veneto, dominio della casa imperiale degli Asburgo d’Austria, l’antico comune di Malenco venne suddiviso negli attuali comuni. In base alla compartimentazione territoriale del regno lombardo-veneto del 1816 ed all’elenco riordinato dall’imperial regia delegazione provinciale, con l’attivazione dei comuni della provincia di Sondrio, fu formato il comune di Spriana, per separazione dalla comunità di Montagna, e fu inserito nel I distretto di Sondrio.


Spriana

Quell’anno fu segnato anche da una rovinosa alluvione in Val di Togno e da una conseguente carestia. Se l’annessione al Regno Lombardo-Veneto sotto gli Asburgo d’Austria aveva significato per Spriana la piena autonomia comunale, aveva però anche introdotto novità assai meno gradite, prima fra tutte la coscrizione obbligatoria, cui molti abitanti di Spriana si sottrassero. Nel 1853 Spriana con le frazioni Marveggia, Piazza e Scilironi era comune con convocato generale e con una popolazione di 657 abitanti sempre inserito nel distretto I di Sondrio.
Dopo l’unità d’Italia, proclamata nel 1861, la statistica curata dal prefetto di Sondrio Scelsi, nel 1866, rilevava a Spriana 708 abitanti, 333 uomini e 375 donne, divisi in 130 famiglie che vivono in altrettante case (2 case risultano vuote). Erano attive due scuole dell’ordinamento primario, una maschile ed una femminile, nella quale lavoravano un maestro ed una maestra, che insegnavano a 60 alunni, 36 maschi e 24 femmine. Per l’istruzione primaria il comune spendeva annualmente 330 lire. Le leggi del Regno d’Italia imponevano nuove tasse sul consumo di zucchero, caffè, tabacco, per cui divenne economicamente assai vantaggioso importare di contrabbando tali beni dalla vicina Confederazione Elvetica. Ciò determinò anche a Spriana lo sviluppo delle attività di contrabbando che sopperivano ai magri proventi della poca terra coltivabile e che aveva come scenario la Val di Togno, dalla quale si poteva passare in territorio elvetico traversando alla vicina Val Fontana e passando per il ghiacciaio del pizzo Scalino. Per contrastare tali attività venne costruita in Val di Togno una caserma della Guardia di Finanza, agli inizi del Novecento (ora rifugio Val di Togno).
La popolazione che all’unità d’Italia era di 720 abitanti, ebbe nei decenni successivi un andamento crescente: si contavano 814 abitanti nel 1771, 848 nel 1881, 825 nel 1901 e 893 nel 1911.

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L'alpe Grüm

La Guida alla Valtellina edita nel 1884 (II ed.) dalla sezione valtellinese del CAI, curata da Fabio Besta, leggiamo: “A destra, appiccicato al monte, sta il villaggio di Spriana (900 m., 848 ab.), formato da vari gruppi di povere casupole poste sopra un terreno arido, ripidissimo, soggetto a lunghi geli invernali e in continuo pericolo di cedimenti e di scoscendimenti per essere corroso al piede dalle acque del fiume e internamente da acque raccogliticce e sgorganti. Malgrado ciò la popolazione è robusta e laboriosa e affezionatissima alla sua terra.” Parole quasi profetiche: fra il 1960 ed il 1965 si mise in modo quel vasto fronte franoso divenuto presto noto come “frana di Spriana”, che determinò l’evacuazione di diverse abitazioni (Scilironi divenne un borgo fantasma) e costituisce ancora oggi un problema da monitorare con attenzione per le conseguenze disastrose di un’eventuale caduta improvvisa di quantità importanti di materiale franoso nel torrente Mallero.
La capacità di carico degli alpeggi di Spriana in Val di Togno risulta essere, intorno al 1880, di 300 capi.


Spriana

Ne “La Valtellina – Guida illustrata”, (1928, V ed.), di Ercole Bassi, poche sono le annotazioni riservate a Spriana, definita “rinomata per i suoi saporiti formaggini.”
La popolazione comunale raggiunse il suo massimo nel 1921. Iniziò poi un progressivo spopolamento, legato al cambiamento di residenza a Sondrio o in alcune zone della Lombardia, in particolare il Varesotto, ma anche ad una graduale emigrazione della popolazione oltre oceano, in particolare verso Argentina e Australia. Gli abitanti passarono dai 957 del 1921 agli 887 del 1931, 877 del 1936, 778 nel 1951, 490 nel 1961, 292 nel 1971, 177 nel 1981, 156 nel 1991, 117 nel 2001 e 101 nel 2011. In particolare il crollo che inizia negli anni Sessanta è legato alla già citata frana di Spriana.
Sul monumento che commemora i caduti di Spriana nelle due guerre mondiali si leggono i nomi di Flematti Achille, Flematti Carlo, Flematti Efisio, Flematti Cino, Scilironi Mario, Scilironi Giuseppe, Varisto Emilio, Zopatti Eugenio, Scilironi Roberto, Scilironi Giacomo, Parolo Gaetano, Svanotti Mario, Marveggio Ubaldo, Scilironi Attilio, Flematti Ottorino, Marveggio Leopoldo, Del Togno Giacomo e Cao Armido.


Scilironi

Nel 1981 gli abitanti di Spriana sono complessivamente 177, di cui 102 nel nucleo centrale di Spriana (m. 754 s.l.m.), 43 a Marveggia (m. 837 s.l.m.) e 31 a Scilironi (m. 657 s.l.m.). Una persona risulta residente in una casa sparsa.
La tristemente famosa frana di Spriana fece scattare l’allarme rosso fra il dicembre del 1960 ed il gennaio del 1961, con l’ordinanza di sgombero per gli abitanti di Erta, Cucchi e Piazzo. Nell’ottobre del 1965 un nuovo movimento franoso impose analoghe ordinanze di sgombero per gli abitanti di Bedoglio e Gaggi. Il comune si era ormai ridotto a meno di 300 abitanti, e nei decenni successivi la popolazione scese ancora. Resta un territorio da scoprire, fatto di silenzi, scorci tanto appartati quanto suggestivi, echi di un passato che non si vogliono spegnere in un anonimo futuro.

BIBLIOGRAFIA

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Vannuccini, Mario, “Escursioni in Valmalenco ”, Nordpress edizioni, Chiari (BS), 1996

De Bernardi, Luigi, "Valmalenco: una storia che viene da lontano, un presente che guarda al futuro", Sondrio, Lyasis edizioni, 1999

Arzuffi, Luca, “Valmalenco - Le più belle escursioni”, Lyasis Edizioni, Sondrio, 2006

AA. VV., "Valmalenco, 100 sentieri", a cura dell'Unione dei Comuni della Valmalenco, Morbegno, 2007

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