Campane di Sernio 1, 2, 3, 4, 5


Sernio

Sernio (Sèran) è un piccolo comune (9,58 kmq) dell’antico Terziere Superiore di Valtellina, posto sul lato meridionale della valle, appena ad est di Tirano, sul fertile e soleggiato conoide della Valchiosa, a circa 600 m. s.l.m.. Varie le ipotesi sull’origine del suo nome, da quella che lo fa risalire ad una radice celtica, con significato di “prato”, sostenuta da Guido Borghi, a quella che lo riconduce al latino “serenus” (suffragata dall’etnico “serenasc”, abitanti, appunto, di Sernio), sostenuta da Renzo Sertoli Salis, da quella che si appella alla divinità etrusca “Zirna”, avanzata da Giustino Renato Orsini, a quella, infine, che lo riconduce a “serra” (la strozzatura della Valchiosa), sostenuta dal serniese Giacomo Ceppi. Le incisioni rupestri sulla fascia che va da Teglio a Grosio testimoniano insediamenti preistorici risalenti probabilmente all’Età del Rame, intorno al 5.000 a.C.). Il conoide di Sernio, in particolare, è posto a valle del passo di Guspessa, facile valico fra Valcamonica e Valtellina superiore, praticato fin da epoche remote.
In epoche più redenti, come afferma Enrico Besta (ne "Le Valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli. Vol. I: Dalle origini alla occupazione grigiona", Milano, Giuffrè, 1955) la Valtellina fu interessata dalla colonizzazione etrusca nei secoli XI-VIII a. C. Agli Etruschi seguirono i Galli, popolo di stirpe celtica, che dal Nord-Ovest dell'Europa calarono in Italia spingendosi fino a Roma nel IV secolo a.C., passando anche per la zona di Tirano, come mostra il ritrovamento, nel 1884, delle armi di Piattamala, due pugnali di bronzo di sicura origine gallica. Forse (ma è pura congettura) il passaggio dei Galli ha lasciato traccia anche nella nota località detta «Sasso del Gallo», nota località sul confine italo-svizzero a monte della zona di Roncaiola e Baruffini (ma una località con il medesimo nome si trova anche sulla costa a monte di Sernio).


Sernio

Dopo la conquista romana, con la campagna iniziata nel 16 a.C., la Valtellina venne inserita nel più vicino municipio, quello di Como. Già durante la crudelissima persecuzione di Diocleziano alcuni cristiani si erano rifugiati all'estremità del lago di Como e all'ingresso delle Valli della Mera e dell'Adda. Verso la fine dell'Impero romano, poi, sopratutto per opera di S. Felice, primo vescovo di Como, e di S. Abbondio, il Cristianesimo si affacciò in Valtellina: S. Fedele, soldato cristiano che fuggiva dalla condanna a morte,fu raggiunto e martirizzato a Samolaco. Solo qualche secolo dopo, in epoca già longobarda, la valle venne pressoché interamente convertita.

In cima ad una collina serniese denominata Monte Cristallo sono stati rinvenuti reperti (frecce e ferri di cavallo) che fanno pensare ad un antico nucleo fortificato (di cui un vesto caseggiato potrebbe essere quanto sopravvissuto nei secoli), di epoca romana o longobarda. La posizione dominante su questo tratto di Valtellina può suffragare ulteriormente l’ipotesi, cui si lega anche la consuetudine, viva fino agli anni Venti del secolo scorso, di salire fin qui con una processione nella ricorrenza di Sant’Antonio da Padova (13 giugno), per tener lontani gli spiriti malvagi: ciò proverebbe l’antico insediamento pagano.

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Chiesa dei SS. Cosma e Damiano

Caduto l'Impero romano, per intima crisi e sotto la pressione delle popolazioni germaniche, anche la Valtellina fu interessata da queste “migrazioni di popoli” da nord. Tracce della presenza longobarda sono rinvenibili anche nei dialetti valtellinesi, ed il repertorio di termini che ad essa rimandano non è insignificante. Per citarne solo alcuni, di uso piuttosto comune, si possono segnalare "sberlüsc'" (lampo) e "matüsc'" (caciottella di formaggio molle), “güdàzz" (padrino), "sluzz" (bagnato), "balòss" (furbo, furfante), "maschérpa" (ricotta), "gnècch" (di malumore), "lifròch" (sciocco), "bütér" (burro), "scagn" (appoggio per mungere), "scràna" (panca), "scoss" (grembo) , "stracch" (stanco), “slendenàa” (ozioso), “menegold” (coste, bietole), “trincà” (bere), “slòz” (bagnato), “sgrafignà” (rubare), “snizà” (iniziare a mangiare), “grignà” (ridere), “scòss” (grembo), “gram” (cattivo, scarso), “maròs” (cespuglio, ontano), “schèrp” (contenitore), “stachèta” (chiodo per scarpe), “burnìs” (brace), “biótt” (nudo), “rüt” (sporco, rifiuto), “bródeg” (sporco), “ghèi” (soldi), "güzz" (aguzzo, furbo), gnücch (ottuso, sciocco ).

Ai Longobardi seguirono i Franchi, che, pare, ne abbiano fatto strage nella sanguinosa battaglia del Mortirolo, da cui il passo derivò, forse, il suo nome sinistro: nell’anno 800 Carlo Magno venne incoronato imperatore del Sacro Romano Impero. In età carolingia abbiamo le prime forme di organizzazione ecclesiastica, in quanto Carlo Magno ed i suoi successori favorirono largamente il potere temporale, oltre che spirituale, dei Vescovi. La Valtellina divenne, dunque, un possesso feudale dei Vescovi di Como e di alcuni potenti monasteri, quali S. Ambrogio di Milano e S. Abbondio di Como.


Torre degli Omodei

L’organizzazione religiosa della Valtellina e della Valchiavenna, dopo il Mille, faceva capo alle pievi di San Lorenzo a Chiavenna, S. Fedele presso Samolaco, S. Lorenzo in Ardenno e Villa, S. Stefano in Olonio e Mazzo, S. Eufemia o S. Pietro in Teglio, dei martiri Gervasio e Protasio in Bormio e Sondrio e S. Pietro in Berbenno e Tresivio. Sernio rientrava nella pieve di Mazzo, che si estendeva, appunto, da Sernio a Sondalo.

Il paese entra nella storia con un atto dell’XI secolo, con cui il monastero di Sant’Ambrogio di Milano riscuoteva censi in vari centri della Valtellina, tra cui Sernio (“Sirni”), e con un secondo atto del 1056, nel quale i coniugi Giovanni fu Amizo di Sernio e Giovanna fu Stefano di Grosio superiore vendevano un campo con una pianta di castagno a Sirni (Sernio). Il primo nucleo del paese corrispondeva alla sua attuale parte alta, cioè alla contrada di Biolo. L’inventario dei beni appartenenti al capitolo di Mazzo, del 1255, attesta l’esistenza in Sernio delle chiese dei Santi Cosma e Damiano e di San Pietro.


Palazzo degli Omodei

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Nel 1335 Como, e con essa Valtellina e Valchiavenna, vennero inglobate nella signoria milanese di Azzone Visconti. Sul carattere generale di tale dominazione, scrive il Romegialli, nella sua "Storia della Valtellina" (1834): "Noi lontani da sospettosi loro sguardi; noi popoli di recente acquisizione, noi senza famiglia con motivo o forza da rivalizzare con essi; noi per più ragioni, da Visconti riguardati con amore e in pregio tenuti, dovettimo essere ben contenti dell'avvenuto mutamento. Aggiungasi che il nostro interno politico economico regime, poco tuttavia distava dal repubblicano. E diffatti ci erano serbate le antiche leggi municipali, e soltanto dove esse mancavano, dovevano le milanesi venire in sussidio... Deputava il principe, non già Como, alla valle un governatore... Il governatore chiamavasi anche capitano, al quale associavasi un giudice o vicario... I pretori ed ogni altro magistrato liberamente eleggevansi dal consiglio della valle; e il supremo tribunale, cui presiedeva il capitaneo, stava in Tresivio." La Valtellina era ripartita nei terzieri superiore (con capoluogo Tirano), di mezzo (con capoluogo Tresivio), inferiore (con capoluogo Morbegno); Teglio non faceva capo alle giurisdizioni di terziere. Il giudice generale di valle (poi governatore di valle) risiedeva in Tresivio. Il giudice generale, di nomina ducale, svolgeva le funzioni di giudice d’appello, sempre con sede con sede in Tresivio, ed era anche detto podestà della Valtellina. La Valtellina conservò però la sua autonomia locale, tanto che i pretori venivano eletti dal consiglio di valle, che era l’organo in cui si riunivano i rappresentanti delle giurisdizioni.


Chiesa dei Santi Cosma e Damiano

Nel 1335 (Statuti di Como), figurava, compreso nella pieve di Mazzo, il “comune de Sernio”. Dal 1350 o dal 1448 (Antonioli 1993), sono noti i nomi dei primi decani di Sernio, rispettivamente Pagano de Spineda e Giovannino detto Tino fu Isepo de Magistris di Valmadre. Il territorio comunale comprendeva, forse già all’inizio del XV secolo, le contrade di Biolo, Piazza, di Sotto e Valchiosa; ed è comunque probabile che il primo nucleo abitato di Sernio sia stato nella parte alta del territorio, cioè nella località di Biolo. Nel 1377 troviamo a Sernio quel ser Alberto Homodei (o Omodei) dell’omonima famiglia originaria di Bellagio e già stabilitasi a Tirano, che sarà all’origine della famiglia più illustre del borgo, cui si deve anche lo splendido palazzo nel suo centro, fatto costruire nel 1623 da Giovanni Antonio Omodei.

Alla signoria dei Visconti succedette, a metà del Quattrocento, quella degli Sforza di Milano. A quel tempo Sernio era nucleo non privo di importanza, come testimonia la presenza di tre chiese, quella dei Santi Cosma e Damiano (consacrata nel 1477), quella di San Pietro e San Gottardo e quella di San Pietro, poi scomparsa. Gli Sforza, in allarme per le mire egemoniche sulla Valtellina di Venezia e delle Tre Leghe Grigie, decisero di fortificare Tirano. Il piano di fortificazioni voluto da Ludovico Sforza, detto il Moro, faceva perno su un forte castello. Fu, forse, il grandissimo Leonardo da Vinci, che passò in quegli anni anche in Valtellina, a progettare l'apparato per le fortificazioni di Tirano. Questo enorme impegno finanziario, cui anche i serniesi contribuirono con pesanti imposizioni fiscali, non ebbe però l’esito sperato, in quanto Ludovico il Moro fu travolto dall’affacciarsi in Italia della potenza francese: i Francesi, infatti, nel 1499, travolti gli Sforza a Milano, penetrarono in Valtellina. L'unica resistenza alla loro avanzata fu opposta, inutilmente, dalle fortificazioni di Tirano, che ospitò anche, il 6 settembre 1499, il duca di Milano, in fuga dopo la disfatta. Ma dopo un breve assedio anche Tirano capitolò. Dopo la sconfitta definitiva di Novara, del 1500, gli Sforza uscirono di scena: il loro ducato, con la Valtellina, divenne possesso del Regno di Francia. I Francesi rimasero in Valtellina per dodici anni, e lasciarono, per la loro prepotenza ed i loro soprusi, un pessimo ricorso di sé.


Palazzo degli Omodei

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Il malgoverno francese aprì la strada alla successiva dominazione delle Tre Leghe Grigie, le cui truppe, sul finire del Quattrocento, avevano già percorso l’intera valle da Bormio a Caiolo, lasciandola solo dopo uno scontro con le truppe ducali ed un cospicuo riscatto. Dal 1512 fino al 1797 la Valtellina, formalmente confederata, con le contee di Bormio e Chiavenna, alle Tre Leghe, ne divenne di fatto tributaria, senza che le truppe grigione trovassero opposizione alcuna.

I nuovi signori, infatti, proclamarono di voler esercitare un dominio non rapace e prepotente, ma saggio e rispettoso delle autonomie dei valligiani, chiamati "cari e fedeli confederati" nel misterioso patto sottoscritto ad Ilanz (o Jante) il 13 aprile 1513 (di cui si conserva solo una copia secentesca, sulla cui validità gli storici nutrono dubbi); Valtellina e Valchiavenna figuravano come paesi confederati, con diritto perciò di essere rappresentati da deputati alle diete; le Tre Leghe promisero, inoltre,di conservare i nostri privilegi e le consuetudini locali, e di non pretendere se non ciò che fosse lecito e giusto. Ma, per mettere bene in chiaro che non avrebbero tollerato insubordinazioni, abbatterono tutti i castelli di Valtellina e Valchiavenna. Una delle prime fortificazioni ad essere diroccata, nel 1513, fu proprio quella di Piattamala: tuttavia essa ebbe un ruolo importante ancora nel 1620, quando Gian Giacomo Robustelli, artefice, come vedremo, della sanguinosa rivolta anti-grigione e della successiva caccia al protestante, vi fece costruire una trincea. Solo nel 1639, in seguito al capitolato di Milano, fu resa inservibile.
Sulla natura del dominio grigione è lapidario il Besta: "Nessun sollievo rispetto al passato; e men che meno un limite prestabilito alla pressione fiscale. Nuovi pesi si aggiunsero ai tradizionali... I Grigioni... ai primi di luglio del 1512... imponevano un taglione di 21.000 fiorini del Reno pel pagamento degli stipendiari del vescovo di Coira e delle Tre Leghe.... Per quanto si cerchi non si trova al potere dei Grigioni altro fondamento che la violenza. Sarà magari verissimo che i Grigioni non fecero alcuna promessa ai Valtellinesi; ma è anche vero che questi non promisero a loro una perpetua sudditanza". Il più acuto fu motivo di conflitto fu, nei decenni successivi, la questione religiosa. La Valtellina rimase interamente cattolica, mentre le Tre Leghe erano passate alla religione riformata, che aveva in Zurigo, con Zwingli, uno dei suoi capisaldi.


Piazza centrale a Sernio

I grigioni sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel Communis Sernij vennero censite case per un valore di 351 lire, orti per un valore di 54 lire, prati e pascoli per un valore di 877 lire, campi e selve per un valore di 1473 lire, vigne per un valore di 756 lire, alpeggi con capacità di carico di 50 capi ed un valore di 50 lire. In tutto il patrimonio stimato era di 3576 lire (sempre a titolo comparativo, Villa di Tirano fa registrare un valore di 11706, Bianzone 6714, Buglio 5082, Talamona 8530 e Morbegno 12163).

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Uno scorcio della situazione di Sernio a cavallo fra Cinquecento e Seicento ed una sintesi della sua storia ci viene offerto dalla celebre opera di Giovanni Guler von Weineck (governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie nel biennio 1587-88), “Rhaetia”, pubblicata a Zurigo nel 1616 (e tradotta in italiano dal tedesco da Giustino Renato Orsini): “Poco dopo Lovero, ma più rasente alla montagna, alquanto al disopra della via principale, sorge il villaggio di Sernio; più in alto, al prede del monte, sta la frazione di Biolo; e sotto a Sernio. più in basso, lungo lo stradale, vi è la frazione di S. Gottardo e poi quella di Valchiosa. Questi paesi formano insieme l'ottavo comune..”


Scorcio di Sernio

Al 1608 risalgono gli statuti comunali di Sernio, che ne delineano la struttura amministrativa. La figura preminente era quella del decano, che rappresentava il comune nei consigli di terziere e di valle, presiedeva il consiglio, provvedeva alle spese necessarie per la comunità e riscuoteva le mendanze; era nominato annualmente tra due uomini “dei più idonei”, secondo coscienza, e doveva essere ad anni alterni nobile o vicino. Ufficiali della comunità erano gli stimatori pubblici, eletti secondo quanto previsto dagli statuti di Valtellina. Si trattava del caneparo, che riscuoteva tasse e taglie, dei saltari, o guardie boschive, dei saltari della coltura, che avevano in custodia le coltivazioni e i prati e controllavano la conduzione dell’acqua della Valchiusa, e dell’arbostaro, responsabile della cura delle vigne e pulizia delle strade nel periodo precedente le vendemmie. Erano previsti anche due canepari e gubernatori della scuola della Madonna, di cui gestivano le entrate. Tutti gli incarichi erano retribuiti, ma i responsabili inadempienti incorrevano in pene pecuniarie.


Municipio di Sernio

Uno dei nodi cruciali delle vicende valtellinesi fra Cinquecento e Seicento fu sicuramente la questione religiosa. Per rendere più saldo il legame di sostanziale sudditanza dei Valtellinesi, la politica delle Tre Leghe, soprattutto dopo la metà del Cinquecento, fu quella di favorire con ogni mezzo la penetrazione delle idee riformate nella valle. In particolare, ai Vescovi di Como furono proibite visite pastorali e solo nel 1589 il Vescovo Feliciano Ninguarda, in virtù delle sue origini morbegnasche, riuscì a compierne una, il cui resoconto è, peraltro, fonte di preziosissime notizie sulla situazione della valle in quel periodo. Ecco il quadro che egli traccia di Sernio:
Oltre Tovo discendendo per un altro miglio verso Tirano, ai piedi del monte, vi è Lovero, abbastanza grande ma sparso con circa duecentotrenta famiglie, tutte cattoliche e 550 anime che si comunicano; sullo stesso monte, appena fuori strada, con un bel cimitero cintato vi è la chiesa vicecurata dedicata a S. Alessandro Martire, abbastanza grande e molto elegante; sopra l'altar maggiore in un notevole ed artistico tabernacolo in legno dorato è conservata in una pisside d'argento la SS. Eucaristia. Fa le veci dell'arciprete di Mazzo ed ha la cura un religioso agostiniano, il cui nome è r. Battista Dell'Acqua, che vive nel convento non lontano dalla parrocchiale. Ai piedi del monte, al centro del paese dove passa la strada, sulla destra sorge il ricordato monastero agostiniano cui è annessa la chiesa dedicata all'Annunciazione della B. V. Maria; in questo monastero vivono due sacerdoti, il priore fr. Tommaso Carati oriundo dello stesso paese e il sopra ricordato vicecurato fr. Battista Dell'Acqua con un giovane frate professo, fr. Agostino Arrighetti di Lovero. Vi è anche un altro sacerdote secolare, sac. Gottardo Carati. Nello stesso paese vi è un'altra chiesa dedicata a S. Maria Maddalena


Centro di Sernio

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Cupe nubi, gravide di violente turbolenze, si stavano però addensando sulla Valtellina, alimentate dalla crescente insofferenza della nobiltà cattolica della valle rispetto alla politica grigiona di introduzione della Riforma. A Sondrio, al culmine del conflitto fra cattolici e governanti grigioni, venne rapito l’arciprete Niccolò Rusca, condotto a Thusis per il passo del Muretto e fatto morire sotto le torture, nel settembre del 1618. Nel 1619 a Boalzo, presso Teglio, avendo i cattolici rifiutato l'uso della loro chiesa ai protestanti, sorse una rissa che sfociò nel sangue e gli abitanti furono condannati a costruire una chiesa protestante a loro spese. L’anno successivo, il 19 luglio del 1620, si scatenarono la rabbia della nobiltà cattolica, guidata da Gian Giacomo Robustelli, la sollevazione anti-grigione e la caccia al protestante, nota con l’infelice denominazione di “Sacro macello valtellinese”, che fece quasi quattrocento vittime fra i riformati. Fu l’inizio di un periodo quasi ventennale di campagne militari e battaglie, che videro nei due schieramenti contrapporsi Grigioni e Francesi, da una parte, Imperiali e Spagnoli, dall’altra.


Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Sernio

Il 19 Luglio 1620 il capitano Giacomo Robustelli, una nobile figura di gentiluomo e di soldato nativo di Grosotto, raccolti intorno a sé illustri esponenti della nobiltà valtellinese, tra cui anche G. Battista Marinoni, che sarebbe poi diventato prevosto di Tirano, con120 uomini armati entrò in Tirano per la porta Poschiavina, aperta nottetempo da una guardia corrotta, mentre un altro gruppo s'appostava presso il castello di Piattamala per impedire l'arrivo di eventuali rinforzi grigioni.
Quattro colpi d'archibugio diedero il segnale dell'insurrezione: risposero subito le campane a martello del campanile di S. Martino, dove pure s'erano appostati, durante la notte, i congiurati. In breve tempo tutti i Tiranesi si riversarono sulle strade. I ribelli assaltarono di forza il palazzo pretorio uccidendovi il Commissario grigione, il vicario di giustizia di Sondrio, il pretore di Teglio e altri notabili grigioni residenti in Valle, che erano stati invitati dal Podestà di Tirano a un festino per la nascita di una sua figlia. In quella notte infatti, avevano conviviate a lungo e — come scrisse un testimonio dell'episodio — «erano conciati di vino de confettura tedesca». Dal palazzo Pretorio, la rivolta, dilagò per le vie alla caccia dei Protestanti e dei Grigioni. Fu assalita la chiesa di Santa Maria. officiata dai Protestanti, e i Tiranesi vi trucidarono il Ministro Antonio Basso di Poschiavo ... Purtroppo, in quella domenica mattina, per le vie e per le case di Tirano, avvennero scontri sanguinosi e scene raccapriccianti. Alcuni storici parlano di centinaia di vittime. Il Giussani, il più autorevole e documentato storico della rivoluzione Valtellinese, ha potuto assodare che, i morti, a Tirano, non oltrepassarono la sessantina” (don Lino Varischetti, Storia di Tirano). Anche a Sernio vi fu un episodio del raccapricciante eccidio: in un documento ritrovato in casa Omodei si legge che un tale Giovanpaulo Grison, forse l’unico protestante nel paese, fu fatto segno di due colpi di archibugio.


Sernio

La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dal Bormiese. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. Il secondo, dopo aver incendiato Sondalo, Grosio e Mazzo ed essere sceso, seminando rovine, fino a Sernio (dove furono bruciate diverse case e profanata la Chiesa di San Gottardo), fu affrontato e sconfitto da truppe valtellinesi e spagnole in una storica battaglia che ebbe come teatro proprio Tirano. A questa giornata dell’11 settembre 1620 è legata la leggenda secondo la quale la statua di bronzo di S. Michele, al culmine del Santuario della Madonna, fu vista animarsi ed agitare la spada lampeggiante, prodigio interpretato come segno della protezione divina sulle armi cattoliche. Alcuni soldati elvetici in rotta passarono per Sernio. Uno di loro, per la rabbia, infierì con la spada su un crocifisso ligneo dentro una santella, e fu passato a fil di spada. Altri soldati appiccarono un incendio nella chiesa di San Gottardo.


Sernio

La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla signoria delle Tre Leghe, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. In particolare, Tirano fu occupata dalle truppe della Lega di Avignone, comandata dal francese marchese di Coeuvres. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con il trattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo nei confronti del Grigioni. Ma la valle godette solo per breve periodo della riguadagnata pace: il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Anche Sernio fu duramente colpita da questa epidemia, e lo studioso serniese Giacomo Ceppi racconta che poco sopra la chiesa parrocchiale venne allestito un lazzaretto in località Cernago, dove gli appestati venivano rinchiusi. Non pochi furono indotti a generose elargizioni per l’erigenda nuova parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano, al fine di scampare al contagio.

Neppure il tempo per riaversi dall'epidemia, e la guerra di Valtellina tornò a riaccendersi, con le campagne del francese duca di Rohan, alleato dei Grigioni, contro Spagnoli ed Imperiali. Il duca, penetrato d'improvviso in Valtellina nella primavera del 1635, con in una serie di battaglie, a Livigno, Mazzo, S. Giacomo di Fraele e Morbegno, sconfisse spagnoli e imperiali venuti a contrastargli il passo. Egli fece più volte di Tirano il proprio quartier generale; la popolazione tiranese ebbe modo di saggiare piuttosto le angherie dei suoi soldati che la genialità dello stratega. Poi, nel 1637, la svolta, determinata da un inatteso rovesciamento delle allenze: i Grigioni, che pretendevano la restituzione di Valtellina e Valchiavenna (mentre i Francesi miravano a farne una base per future operazioni contro il Ducato di Milano), si allearono segretamente con la Spagna e l'Impero e cacciarono il Duca di Rohan dal loro paese. Le premesse per la pace erano create e due anni dopo venne sottoscritto il trattato che pose fine al conflitto per la Valtellina: con il Capitolato di Milano del 1639 i Grigioni tornarono in possesso di Valtellina e Valchiavenna, dove, però l’unica religione ammessa era la cattolica. I Grigioni restaurarono l'antica struttura amministrativa, con un commissario a Chiavenna, un podestà a Morbegno, Traona, Teglio, Piuro, Tirano e Bormio, ed infine un governatore ed un vicario a Sondrio.

Un quadro sintetico e forse troppo idilliaco di Sernio nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Sernio, costruito su un pendio aperto e dolce, è diviso a occidente e a mezzodì dal territorio di Tirano dalla Valchiosa; dista un miglio da Lovero. Il paese, anche contando tre frazioni, non è grande, ma gode di una campagna fertilissima, un vino sano, richiesto anche per le mense più nobili; l'approvvigionamento dell'acqua è difficile, la fienagione è scarsa e il bestiame trascurato. La chiesa parrocchiale è dedica ta per antichissima devozione ai Santi Cosma e Damiano. A poco a poco essa risorge ora da secolare abbandono a una ragguardevole costruzione. Il parroco della famiglia degli Omodei è eletto per diritto di patronato: costoro, trasferitisi dal Ticino in Valtellina negli anni dei torbidi italiani, fissarono la loro dimora sulla collina di Sernio, attratti dalla bontà dell'aria e dalla vista spaziosa. Questa famiglia per antichità di stirpe e per fama di uomini è fra le prime della Valtellina. Nel territorio di Sernio, presso la stessa strada provinciale, c'è inoltre la chiesa di S. Gottardo vescovo, costruita prima del 630, e cioè pochissimo tempo dopo la sua morte. È oggetto di diffusissima venerazione anche ai nostri tempi, per il fatto che lì ogni anno si verificano dei miracoli: tale è invero l'afflusso dei fedeli alla chiesa il giorno 6 maggio e per tutto il mese di maggio, che a stento vi si crede. Vi sono altre due chiese minori: una piccolissima e abbandonata nello stesso paese dedicata a Maria vergine, l'altra dei SS. Carlo e Rocco, in campagna. Dal profondo della montagna una frana minaccia morte sul paese: sconvolta la terra dal crepitare dei massi grandinati dal cielo, i macigni immensi rotolano con tale ,forza insieme a caligine spessa e puzzolente, che il suolo ne trema a distanza di oltre un miglio. Nei secoli scorsi contro le ricorrenti devastazioni era stato costruito un fortilizio nella parte più bassa della collina di Sernio, assai sicura sia per il luogo, sia per il genere di muro, come dimostrano i ruderi antichissimi: il luogo, infatti, è in ogni parte aperto alla vista; i muri poi, larghissimi e adatti a sostenere qualsiasi impianto difensivo e offensivo, ne dicono a sufficienza: ora essa serve assai più utilmente alla villeggiatura. Il paese conta a stento trecento anime. Questo per quanto riguarda la pieve di Mazzo.

Tempo di ripresa, la seconda metà del Seicento: secondo il Ceppi la popolazione salì a 1500 abitanti ed il parroco Giovan Pietro Bottiglioli costituì un legato per mantenere un canonico-cappellano che doveva anche curare l’istruzione dei fanciulli. La nuova chiesa parrocchiale dei Santi Cosma e Damiano venne consacrata solennemente nel 1681 dal Vescovo di Como Carlo Ciceri.

A partire dal Settecento la situazione economica migliorò ulteriormente. La ripresa settecentesca non fu, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.

Lo storico Francesco Saverio Quadrio, nel III volume delle sue “Dissertazioni critico-storiche sulla Rezia di qua dalle Alpi”, scrive: ”Sernio ha sotto se Boyolo, San Gottardo, e Valchiusa. Non è Luogo molto grande, ma ha un feracissimo Territorio. Ne' Secoli scorsi, dalle continue Fazioni turbati, stava nella ripianata Parte a mezzo il Dosso, che gli sovrasta, una Fortezza, come dal sito, e da' rottami, che avanzano, si può comprendere, assai bene travagliata, e forte, e dominante per ogni lato: e le larghissime Mura, che pur vi restano, possenti a sostener ogni macchina, e a resistere ad essa, ne fanno fede. La Famiglia Omodei quivi fioriva.”

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Scorcio di Sernio

Nel Settecento il malcontento contro il dominio delle Tre Leghe Grigie nelle due valli crebbe progressivamente, soprattutto per la loro pratica delle di mettere in vendita le cariche pubbliche. Tale vendita spettava a turno all'una o all'altra delle Leghe e chi desiderava una nomina doveva pagare una cospicua somma di denaro, di cui si sarebbe rifatto con gli interessi una volta insediato nella propria funzione, esercitandola spesso più per amore di lucro che di giustizia. Gli abusi di tanti funzionari retici, l'egemonia economica di alcune famiglie, come quelle dei Salis e dei Planta, che detenevano veri e propri monopoli, diventarono insopportabili ai sudditi. Il malcontento culminò, nell'aprile del 1787, con i Quindici articoli di gravami in cui i Valtellinesi (cui si unirono i Valchiavennaschi, ad eccezione del comune di S. Giacomo) lamentavano la situazione di sopruso e denunciavano la violazioni del Capitolato di Milano da parte dei Grigioni, alla Dieta delle Tre Leghe, ai governatori di Milano e, per quattro volte, fra il 1789 ed il 1796, alla corte di Vienna, senza, peraltro, esito alcuno. Per meglio comprendere l’insofferenza di valtellinesi e valchiavennaschi, si tenga presente che la popolazione delle Tre Leghe, come risulta dal memoriale 1789 al conte di Cobeltzen per la Corte di Vienna, contava circa 75.000 abitanti, mentre la Valtellina, con le contee, superava i 100.000. Fu la bufera napoleonica a risolvere la situazione, con il congedo dei funzionari Grigioni e la fine del loro dominio, nel 1797.


Chiesa dei Santi Cosma e Damiano

In età napoleonica la Valtellina venne prima inserita nella Repubblica Cisapina, poi nel Regno d'Italia. Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel Regno d’Italia del 1805 il comune di Sernio, con 600 abitanti, venne ad appartenere al III cantone di Tirano, come comune di III classe, cona 600 abitanti. Due anni dopo il comune di Sernio, con 585 abitanti totali, figurava composto dalle frazioni di Piazza (200), Biolo (180), Contrada di Sotto (160), Valchiosa (45). All’inquietudine per i rivolgimenti istituzionali si sommò, l'otto dicembre 1807, quella per gli scossoni naturali, vale a dire la rovinosa frana del monte Masuccio la concomitante alluvione della Valchiosa. Ce ne parla di nuovo don Lino Varischetti (op. cit.): “… nel 1807 vi furono dei giorni di angosciosa trepidazione. L'otto di Dicembre di quell'anno, una gigantesca rovina precipitò dal monte sopra Sernio e, travolgendo alcune case, raggiunse il letto dell'Adda, nella gola della Valchiosa, ostruendo il passaggio del fiume. Si creò così una diga altissima, e l'acqua incominciò a rifluire nella pianura retrostante, raggiungendo Tovo e Mazzo. Alcune case di Lovero furono in parte sommerse e una scritta, su una di esse, indica ancora il punto raggiunto dalle acque. A Tirano si incominciò a temere l'improvviso cedimento di quella diga naturale e l'enorme massa d'acqua avrebbe sommerso la città. Fino al mese di Maggio seguente. i Tiranesi, vissero in continua apprensione. Il 16 di Maggio la diga incominciò a cedere, fortunatamente in modo graduale, ma a un certo punto. la forza delle acque fu violentissima e il ponte in sasso della porta Poschiavina fu travolto con qualche abitazione, senza però fare vittime. Secondo alcuni storici, in quest'occasione l'Adda avrebbe preso l'attuale direzione, scavandosi un nuovo letto, arginato un trentennio dopo dall'Austria. In precedenza il fiume. raggiunta Tirano, piegava più a destra. e il Pedrotti asserisce che toccava la cappella di S. Giuseppe e andava a congiungersi col Poschiavino, poco sotto il Santuario, in una località detta tuttora «Miscent». E così, a Tirano, dopo tanti rivolgimenti di storia, ci fu anche un mutamento di geografia ..."


Lagazzuolo al passo di Guspessa

Caduto Napoleone, dopo il Congresso di Vienna la Lombardia venne assegnata alla Casa d’Austria e nel 1815 Sernio, con 600 abitanti, divenne, insieme a Lovero, comune aggregato al comune principale di Tirano. I nuovi dominatori mostrarono il duplice volto di un’amministrazione rigida, ma attenta ai bisogni infrastrutturali della valle ed ai problemi dell’istruzione pubblica. In particolare, venne decisa la sistemazione della grande arteria stradale valtellinese e decretata la costruzione delle due grandi strade dello Stelvio e dello Spluga: due opere colossali che richiedevano un grande impegno finanziario. In particolare il progetto della strada dello Stelvio (realizzata fra il 1820 ed il 1825), fu steso dal celebre ingegnere Carlo Donegani, che a Tirano fece costruire le grandi arginature dell'Adda, il cui corso, definitivamente imbrigliato, cessò di essere una minaccia per le colture e l'abitato. Nel 1838 transitò dalla strada dello Stelvio l'Imperatore Ferdinando d'Austria, che scendeva a Milano per ricevere la corona di re del Lombardo -Veneto. Nel 1853 Sernio, con la frazione Biolo, era comune con consiglio senza ufficio proprio e con una popolazione di 844 abitanti, nel distretto II di Tirano.

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Lagazzuolo al passo di Guspessa

Il periodo asburgico fu, però, anche segnato anche da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855). Il Cantù, nella Storia della città e della Diocesi di Como, edita nel 1856, scrive: “Nella provincia di Sondrio arrivò il giugno 1836 e vi si mantenne tutta l’estate, poco essendosi proveduto ai ripari e male ai rimedj. Meglio trovossi preparato il paese all’invasione del 1855; e le comunità restie alle precauzioni pagarono cara la negligenza, perché Ardenno, Montagna, Pendolasco, popolate di 1800, 1850, 630 abitanti, dal 29 luglio al 13 settembre deplorarono 40, 61 e 35 vittime, mentre Sondrio, Tirano, Morbegno, con 4800, 4860, 3250 anime, ebber soli 17, 9 e 11 casi: 50 Chiavenna; e tutta insieme la Provincia 428 casi, 259 morti: proporzione più favorevole che in ogni altra provincia.” Si aggiunse anche l'epidemia della crittogama, negli anni cinquanta, che mise in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia. L’emigrazione, soprattutto verso l’Australia, interessò pesantemente anche Sernio, per un secolo buono.

Il riconoscimento dei meriti del governo asburgico non valse a cancellare il senso di oppressione generato da un regime poliziesco e negatore delle libertà politiche: ecco, quindi, le celeberrime cinque giornate di Milano, nel merzo del 1848, alle quali parteciparono anche i patrioti tiranesi Ulisse Salis, Luigi Torelli ed i fratelli Emilio e Giovanni Visconti (che avevano casa anche a Milano).


Campanile della chiesa dei SS. Cosma e Damiano

La seconda metà dell’Ottocento fu, com’è noto, segnata dalle guerre risorgimentali (II guerra d’Indipendenza, III guerra d’Indipendenza, presa di Roma), alle quali parteciparono numerosi serniesi, Bassanello Domenico (1870), Bellotti Martino (1866), Bellotti Martino fu Domenico (1860-61), Bettini Giuseppe fu Giuseppe (1859), Bettini Giuseppe di Giovanni (1861), Ciottolini Cipriano (1866), Contessa Domenico di Bernardo (1859-60), Contessa Giovanni fu Benedetto (1866), Garbellini Bernardo fu Pietro (1866), Gabellini Antonio fu Domenico (1866-70), Garbellini Bernardo di Bernardo (1870), Marchesi Antonio di Giovanni M. (1866-70), Marchesi Giovanni (1866), Marchesi Agostino fu Andrea (1860-61), Marchesi Stefano fu Damiano (1866-70), Omodei nob. Luigi (1866), Piazzola Domenico fu Battista (1860-61), Patroni Damiano fu Stefano (1859), Patroni Stefano fu Stefano Perlat (1860-61) e Patroni Tertulliano (1866).

All’unità d’Italia, nel 1861, Sernio contava 866 abitanti, saliti ad 899 nel 1871 ed a 940 nel 1881. Nel 1901 scesero a 799, per risalire ad 832 nel 1911.
La statistica curata dal prefetto Scelsi nel 1866 ci offre il seguente quadro del comune:


Il tributo di Sernio alla prima guerra mondiale è riportato sul Monumento in onore dei caduti. Vi si leggono i nomi di Garbellini Giovanni di Bernardo, Contessa Giovanni fu Bernardo, Bassanelli Domenico fu Domenico, Arioli Marco, Bettini Giovacchino fu Giuseppe e Patroni Giovanni di Domenico.


La chiesa dei Santi Cosma e Damiano

Nel 1921 Sernio contava 786 abitanti, scesi a 635 nel 1931 ed a 630 nel 1936. Una sintetica fotografia di Sernio alla data del 1928 ci viene offerta da Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”: “Da Tirano la Nazionale si alza a raggiungere, dopo circa km. 5, l’altura di Sérnio (m. 630 – ab. 792 – Poste – Latt. Turn., Cooperativa di Consumo, asilo infantile) alla sinistra dell’Adda, la quale corrode la sponda e cagiona facili frane che ingombrano il fiume con pericolo per l’abitato di Tirano. Nell’Oratorio di S. M. della Neve l’altar maggiore ha una splendida ancora del 500 di legno intagliato e dorato, con 7 statuine.”

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I caduti nella seconda guerra mondiale furono Garbellini Benito, Gattanini Mario e Contessa Silvio. Risultarono dispersi Caelli Domenico, Farinella Achille, Farinella Ugo, Garbellini Giuseppe, Piuselli Siro, Tamparini Plinio e Vitali Ernesto.


Municipio di Sernio

Al termine della seconda guerra mondiale Sernio fu teatro di un tragico episodio, l'incendio del paese, ad opera di milizie repubblichine, appiccato tra le 10.00 e le 11.00 del 24 aprile del 1945, come rappresaglia per un'azione di messa in atto dalla Brigata autonoma dei “Gufi”, che avevano ucciso cinque legionari della Terza Legione confinaria della GNR del presidio di Mazzo. Oltre 60 case furono bruciate ed ottanta famiglie persero tutto, casa, beni, attrezzi per il lavoro. Vi furono anche due vittime: Giuseppe Panizza, di 62 anni, dopo aver fatto il possibile per salvare bambini ed anziani, portandoli fuori dalle abitazioni incendiate, perse la vita nel tentativo di mettere in salvo Caterina Garbellini, di 57 anni, che a sua volta morì completamente avvolta dalle fiamme. Molti furono i feriti, ustionati anche seriamente. Due lapidi poste in via Roma ricordano le vittime. Altre due lapidi, sulla parete frontale del municipio di Sernio il 2 luglio 1946, ricordano l'incendio del 1945 e la partecipazione della popolazione alla Liberazione il 28 aprile 1945, in occasione della battaglia di Tirano.
Nel secondo dopoguerra Sernio contava 569 abitanti nel 1951, scesi a 521 nel 1961 ed a 449 nel 1971. Nel 1981 gli abitanti erano 454, nel 1991 459 e nel 2011 445. Nel 2011 salirono a 500.


Palazzo Omodei

CARTA DEL TERRITORIO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

BIBLIOGRAFIA

 

Varischetti, Lino, "Sernio. Appunti di storia", Sondrio, 1965

Antonioli, Gabriele, "I rapporti tra la Comunità di Sernio e la chiesa matrice di Mazzo", in Bollettino della Società Storica Valtellinese, 1993

Vannuccini, Mario, “Monti e valli della Comunità Montana Valtellina di Tirano ”, Lyasis edizioni, 2002

Giudici, Gino Antonio, "Sernio - Storia, luoghi, gente, suggestioni", Edizioni Pro Loco Sernio, Polaris, Sondrio, 2011

 

 

 

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