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1. Novate Mezzola -
Rif. Brasca

2. Rif. Brasca -
Rif. Gianetti

Variante: Sentiero Risari
Omio-Gianetti

3. Rif. Gianetti - Rif. Allievi

4. Rif. Allievi -
Rif. Ponti

5. Rif. Ponti -
Chiesa Valmalenco

Lasciamo, in questa terza giornata (o seconda, se percorriamo il Sentiero Roma nella versione breve), il rifugio Gianetti, per cominciare l’entusiasmante traversata della valli Porcellizzo, del Ferro, Qualido e Zocca, che ci porterà al rifugio Allievi. Uno sguardo allo scenario che lasciamo alle nostre spalle, prima di iniziare il cammino: guardando ad ovest, vedremo in primo piano, da destra, il monte Porcellizzo (alla cui destra si intravede il canalino che conduce al passo omonimo, a 2950 metri, dal quale si scende, con un tratto su un ripido ghiacciaietto, quindi insidioso, in alta Val Codera, effettuando una bella traversata al bivacco Pedroni-Dal Prà), le tre cime dell’Averta, lo stretto intaglio del passo Barbacan nord, seminascosto, la cima del Barbacan e la compatta costiera del Barbacan, che separa la Val Porcellizzo dalla Valle dell’Oro. In secondo piano, a sinistra della cima del Barbacan si distingue facilmente il pizzo Ligoncio (m. 3033).

Proseguendo verso sinistra, si distingue l’intaglio del passo della Vedretta, che congiunge la Val Ligoncio alla Val dei Ratti, il pizzo della Vedretta, il pizzo Ratti e il monte Spluga, o cima del Calvo (m. 2967), dove si incontrano gli spartiacque delle tre valli Ligoncio, dei Ratti e della Merdarola.
 Il cammino riprende proseguendo sul sentiero Roma verso nord-est. Sulla testata della valle, la fisionomia del pizzo Badile gradualmente cambia e, sotto la punta Sertori, compare una curiosa e quasi buffa formazione rocciosa che sembra qualcosa come un dente di gigante.    
Più avanti incontriamo un’enorme placca di granito, percorsa da rivoli d’acqua, che ci nasconde quasi interamente, per un tratto, la visuale dei pizzi Badile e Cengalo.
Più avanti, si incontra un masso davvero singolare: non è possibile non notarlo, perché è spaccato in due con geometrica precisione, come se qualche divinità, nel vivo di una discussione animata, vi avesse battuto sopra il suo pugno furente, oppure un fulmine lo avesse colpito nel cuore di una notte da tregenda.
Del resto, inizia qui la terra del più misterioso dei misteri, quello del mitico gigiàt, animale singolarissimo e gigantesco, dalle sembianze multiformi,  mezzo caprone e mezzo stambecco, capace di varcare un’intera valle con pochi balzi, e qualche volta, dicono (ma forse è solo una maldicenza), di far un sol boccone degli escursionisti che si perdono in questo oceano di granito. Se guardiamo, invece, questi luoghi con l’occhio della passione alpinistica, piuttosto che con quello della fantasia, non potremo non notare, a monte del masso, lo sperone roccioso che scende dallo spigolo posto a sud del pizzo Cengalo, il famoso (per gli alpinisti) spigolo Vinci.
Lo scenario a nord si imprime indelebilmente nella memoria: non ci si stancherebbe mai di ammirare la bellezza dei pizzi Gemelli e della cima di Bondasca. Il panorama verso sud è altrettanto suggestivo: si vedono bene la piana dello Zoccone (in tempi assai remoti occupato da un lago che, certo, non stonerebbe in questo splendido scenario) e, sul fondo, le valli della Merdarola e dell’Oro.  

Finora il percorso ci ha proposto alcuni saliscendi: dai 2534 metri del rifugio Gianetti siamo scesi una prima volta a quota 2500, per poi risalire a quota 2500 circa e ridiscendere ai 2500. Ora cominciamo a salire in direzione della massiccia costiera che separa la Val Porcellizzo da quella del Ferro. Nella parte alta essa è costituita dal massiccio spigolo che scende verso sud dal pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca, fino all’intaglio del passo del Camerozzo (m. 2765), cui dovremo salire. La costiera prosegue verso sud proponendo la punta Camerozzo (m. 2876), riconoscibile per il suo agile profilo, il monte Sione (m. 2815), al vertice della valle omonima, e la cima del Cavalcorto (m. 2763). Il sentiero supera alcune vallecole, mantenendosi, nel primo tratto, quasi pianeggiante. A nord prosegue, dietro due morene, l’imponente sinfonia del granito, che mostra, alle diverse ore del giorno, diversi colori e diverse sfumature. Incontriamo in questo tratto, ad una quota approssimativa di 2500, quando ci troviamo più o meno sotto la verticale del grande sperone che scende verso sud-sud-ovest dai pizzi Gemelli, la deviazione, a sinistra, per il passo di Bondasca, o di Bondo (m. 3169), per il quale si accede all’omonima vedretta, scendendo, poi, al rifugio Sciora di val Bondasca, in territorio elvetico. Sul passo è posto anche il bivacco Titta Ronconi.

Cominciamo, ora, la salita, seguendo un bel tracciato, fino ad uno sperone, con tratto un po’ esposto e protetto, cui si accede dopo aver salito una singolarissima scaletta costituita da grandi blocchi di granito.
I magri pascoli cedono il posto a grandi massi, fra i quali si può trovare annidato, anche a stagione avanzata, qualche nevaietto. Oltrepassato lo sperone, il sentiero piega leggermente a sinistra, poi di nuovo a destra, e si districa a fatica fra gli enormi blocchi di granito che precedono l’attacco terminale della costiera. Troviamo, qui, numerosi segnavia “storici”: si tratta delle croci di color amaranto, i primi segnavia ad essere posti qua e là, sui grandi massi, quando il sentiero, a partire dal 1928, in pieno regime fascista, venne tracciato; il riferimento storico spiega anche la sua denominazione, che rimanda ai fasti ed alle celebrazioni della grandezza di Roma.  
Eccoci, alla fine, con un po’ di fatica, all’attacco della costiera. Il tratto terminale è il più impegnativo, anche se risulta agevolato dalle corde fisse
e da una provvidenziale staffa.  
Qui l’assicurazione alle corde fisse è di rigore, soprattutto nell’ultimissimo passaggio prima di raggiungere la bocca del passo.
Ho detto bocca non a caso. Il passo, ben distinguibile già dalla capanna Gianetti, si presenta, infatti, come uno stretto e marcato intaglio, a sinistra dell’agile punta del Camerozzo, un intaglio dalla forma singolare, che ricorda vagamente le fauci di qualche animale predatore, pronte a richiudersi sugli incauti escursionisti che osino violarlo. È soprattutto il suo lato di destra (meridionale), ricurvo, quasi ad uncino, a suscitare questa impressione.      
Quando, però, alla fine lo raggiungiamo, scopriamo che le fauci non si richiudono, ma, anzi, sembrano aprirsi, o meglio, aprire uno scenario che lascia stupefatti per ampiezza e bellezza, lo scenario della valle del Ferro, della costiera Remoluzza-Arcanzo, del monte Disgrazia e dei Corni Bruciati. Ma andiamo con calma. In primo piano, sul fondo dell’ampia Valle del Ferro, la costiera che la separa dalla Val Qualido, sulla quale spicca l’arrotondato torrione Qualido (m. 2707), alla cui sinistra si trova il passo omonimo, il prossimo cui ci toccherà di salire, se sopravviveremo alla discesa dal Camerozzo.  
Sulla verticale del torrione, il re del Sentiero Roma, il monte Disgrazia, che, con i suoi 3678 metri, sovrasta per mole ed altezza ogni altra cima. Alla sua destra, i vassalli, cioè i Corni Bruciati, sentinelle orientali della valle di Preda Rossa. I Corni Bruciati, con la caratteristica tonalità rossastra che giustifica anche la denominazione, si intravedono, però, appena, perché nascosti dalla massiccia costiera Remoluzza-Arcanzo, che propone invece le tonalità di grigio del granito e che separa la Val di Mello dalla Valle di Preda Rossa. Sul limite sinistro della costiera distingueremo appena il monte Pioda, che fa da spalla al monte Disgrazia; alla sua destra la costiera prosegue con un tratto senza rilievi, sul quale è difficile individuare la bocchetta Roma, il passo che ci attende nella quarta giornata (traversata Allievi-Ponti). Poi, inizia una serie di cime che termina con la piramide regolare ed elegante del monte Arcanzo. All’orizzonte, dietro la costiera, si intravedono le più alte cime della catena orobica. 
Sulla parete del breve corridoio del passo troviamo anche una targa di bronzo, che reca scritto: “Dauro Contini vivi sul Sentiero Roma da lui amorevolmente curato”. Sopra la targa, a caratteri cubitali, nel caso si avesse qualche dubbio, la scritta “Passo Camerozzo”. Qui ci sentiamo, per un po’ ancora, al sicuro. Del resto il nome del passo deriva dal toponimo “càmer”, che significa luogo riparato, protetto. Per poco ancora, però. Si deve pur scendere, e la discesa verso la valle del Ferro si presenta difficile. Un’ultima occhiata, prima di scendere, alla Val Porcellizzo, che salutiamo:  
il pizzo Badile mostra, da qui, un profilo più affilato, quasi smagrito. Stiamo entrando in un nuovo regno, perché passiamo dalla Valle dei Bagni di Masino alla Val di Mello, di cui la Valle del Ferro rappresenta la prima laterale settentrionale.
Bene, in cammino, ma senza fretta. La parete del pizzo Camerozzo incombe su un percorso che rappresenta il passaggio più ostico dell’intero sentiero Roma, da affrontare con cautela e calma, in assenza di neve e con attrezzatura adeguata, facendo particolare attenzione, fra l'altro, per evitare che lo zaino si incastri nei canalini più stretti.    
Per chi non avesse mai affrontato il passo, è consigliabile di varcarlo una prima volta in senso opposto, dalla Valle del Ferro alla Val Porcellizzo; farà meno impressione, poi, la discesa in Valle del Ferro. Non commettiamo, infine, l’imprudenza di scendere da soli, oppure quando i nevai residui moltiplicano i rischi. Il primo tratto è una lunga discesa in diagonale verso destra (sud), su ripidi e magri pascoli, placche di granito e strette cenge, con l’ausilio delle corde fisse. Raggiungiamo, così, il punto nel quale il sentiero volge a sinistra. Si tratta anche del punto più tranquillo della discesa, per cui possiamo sostare un po’, prima di affrontare i passaggi più impegnativi. Da qui si mostra tutta la Valle del Ferro, verde, ampia, coronata dai pizzi del Ferro (vediamo quello centrale e quello orientale).  
Di nuovo in piedi, per l’ultimo tratto. La seconda parte, anch’essa in corda fissa, traccia una lunga diagonale verso sinistra, che segue una stretta cengia la quale, in alcuni punti, si riduce ad un intaglio nella parete di granito che precipita a valle. Diversi, dunque, sono i passaggi impegnativi ed esposti.  
Si rendono necessarie, quindi, la massima calma, attenzione e concentrazione. Grande è quindi la soddisfazione quando, toccati i primi sassi della valle del Ferro, si può guardare dal basso l’impressionante parete che scende dal passo.      
Il primo contatto con la valle del Ferro è quasi sempre, in verità, sulla neve, poiché anche a stagione avanzata si può trovare un nevaio alla base della costiera. La testata della valle è costituita dai tre pizzi del Ferro, occidentale (m. 3267), centrale (m. 3289) ed orientale (m. 3199). La valle, come già detto, è molto ampia, anche se meno della Val Porcellizzo.  
Fin dal primo tratto del percorso che la attraversa si può però già riconoscere chiaramente il prossimo passo, cioè il passo Qualido, a nord (sinistra) del torrione omonimo.      
Il Sentiero Roma prende a salire gradualmente, da una quota approssimativa di 2470 metri, fra blocchi di granito di tutte le dimensioni e macchie di pascolo poste come radi isolotti in un mare di granito. Più o meno al centro della valle, abbiamo, come chiaro riferimento visivo, il bivacco Molteni-Valsecchi (m. 2510): il sentiero Roma passa appena sopra, ad una quota di 2525 metri circa.    
Dal bivacco, se lo si desidera, si può scendere,  
verso destra e su tracce di sentiero  
(o a vista, senza difficoltà), alla casera della valle del Ferro e di qui, piegando a sinistra e seguendo con attenzione le segnalazioni (per evitare lunghi e faticosi giri), in Val di Mello (località Ca' de Rogni).  
Se invece si vuol proseguire, si seguono le segnalazioni, attraversando la valle fra grandi placche granitiche, rare oasi erbose e grandi massi. Guardando alla testata della valle, riconosciamo, a destra, l’arrotondata cima del pizzo del Ferro orientale, al centro il caratteristico torrione del Ferro e, alla sua sinistra,  
la piccola punta del pizzo del Ferro centrale, ed infine, seminascosta sulla sinistra, la cima del pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca.
Proprio sotto il pizzo del Ferro centrale si può notare una singolare formazione rocciosa, denominata, per la sua forma, “Pera del Ferro”.  
Se, invece, ci volgiamo in direzione opposta, cioè verso sud,  
potremo osservare uno scenario più morbido e verdeggiante. Al centro, in primo piano, il lungo crinale dell’alpe Granda, che separa la bassa Val Masino dalla Valtellina. Sul fondo, la catena orobica centro-occidentale, con la Val tartano e, a destra, le Valli del Bitto di Albaredo e Gerola.  
La salita al passo Qualido
La salita al passo Qualido è rapida e sfrutta un facile canalino. Anche in questo caso il lato destro della porta ha una forma sinistramente (scusate il gioco di parole) ricurva ed adunca, la l’impressione complessiva è decisamente più rassicurante.      
In breve il passo (m. 2647) è raggiunto, e si può gettare l’occhio su una nuova valle, la Val Qualido, dalla caratteristica placca liscia nella costiera orientale. Alle sue spalle, uno scenario assai simile a quello già osservato dal passo Camerozzo, con la costiera Remoluzza-Arcanzo, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati.  
Guardando più a sinistra, però, si mostrano nuove eleganti cime, oltre la Val Qualido: a sinistra incontra la cima di Zocca, poi la cima di Castello ed i tre pizzi Torrone.     
La lo scenario più affascinante è quello che si propone guardando a nord, dopo aver fatto qualche passo verso destra, sul sentierino che scende in Val Qualido: si mostrano infatti le guglie digradanti della poderosa costiera Ferro-Qualido, che scende dal pizzo del Ferro orientale.    
 
La discesa dal passo è meno ardua rispetto a quella dal Camerozzo, ma richiede ugualmente una certa attenzione. Avviene nella prima parte verso destra (sud), su un sentierino all’inizio esposto, poi più tranquillo. Il sentiero volge quindi a sinistra (attenzione a non proseguire sulla traccia che continua a destra, salendo al ben più impegnativo passo Qualido meridionale, a sud del torrione) e scende,  
sfruttando una cengia esposta, nel cuore di un angusto canalino: le corde fisse sono di grande aiuto.
Il percorso risale, quindi, di qualche metro,  
supera una sorta di porta nella roccia e lascia alle spalle il canalino.
L’ultimo tratto di discesa verso sinistra taglia il fianco esposto della bassa costiera, prima di condurci ai pascoli della Val Qualido.
Il primo tratto del Sentiero Roma nella valle attraversa le propaggini del canalone che scende dal pizzo del Ferro orientale, che vediamo al suo termine, lontano e defilato. Cominciamo a salire, fino alla quota approssimativa di 2570 metri, superando con attenzione una placca quasi sempre bagnata;  
poi, raggiunta  
la sommità di un dosso, il sentiero inizia a scendere.
Si impone allo sguardo la grande placca liscia sulla costiera orientale della Val Qualido, la seconda laterale di destra della Val di Mello. La traversata della Val Qualido è la più breve, per cui, al termine della discesa, si giunge in poco tempo aduna quota approssimativa di 2450 metri, ai piedi del canalino che sale al passo dell’Averta.  
Poco prima di imboccarlo, si incontrano le segnalazioni del sentiero che scende, verso destra, nella valle. Se fossimo nella necessità di scendere a valle, potremmo sfruttarlo, ma con attenzione. Scendiamo portandoci gradualmente al centro della valle, fino a giungere in vista di un caratteristico ed inconfondibile sperone roccioso che ne divide la parte bassa in due rami. Giunto alla sella erbosa ai piedi dello sperone, proseguiamo a destra, cercando di seguire i segnavia, fino ad un insidioso sistema di roccette, soprattutto perché si presenta spesso bagnato.  
Superate con attenzione le roccette, approdiamo ad una conca erbosa, sul limite sinistro della quale troviamo il sentiero che, con un po’ ai attenzione, ci permette di scendere al fondovalle, superando anche una grande placca di granito nella quale il sentiero disegna alcuni tornanti.  
Ma torniamo al racconto del Sentiero Roma. La salita del canalino che porta al passo dell’Averta è piuttosto agevole, anche se si deve fare attenzione a non far cadere sulla testa di chi sta più in basso eventuali sassi.  
Solo l'ultimo passaggio, un traverso a sinistra quando si è ormai prossimi al passo, richiede una certa attenzione e l'ausilio di corde fisse.
Raggiunto il passo (m. 2540), stretto intaglio sulla costiera che divide la val Qualido dalla valle di Zocca,
 si apre, improvvisa ed emozionante, la visione della monolitica ed imponente cima o punta di Zocca (m. 3174), alla cui sinistra si pone il torrione di Zocca (m. 3151). Difficile descrivere la sensazione di potenza suscitata da questo monte. Sembra una cattedrale, i cui poderosi pilastri di granito si protendono verso l’alto, nel trionfo terminale di guglie che giocano in un elegante ricamo terminale con la leggerezza del cielo.  
A destra della cima di Zocca, sfilano, altrettanto imponenti, la punta Allievi (m. 3121), la cima di Castello (m. 3392), la punta Rasica (m. 3305) e, in rapida successione, l’uno alle spalle dell’altro, i pizzi Torrone occidentale (m. 3351), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333), cime legate indelebilmente alla storia dell'alpinismo. Più a destra ancora, di nuovo il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. Interessantissimo è anche il colpo d’occhio sulle costiere Zocca-Torrone e Torrone-Cameraccio, un’esplosione vertiginosa di salti di granito, che toglie il fiato, come in un tripudio di verticalità.  
La discesa in Valle di Zocca non è difficile, ma anche qui l’attenzione non deve mancare. Il percorso prosegue su un sentierino che scende verso sinistra e raggiunge un canalino che si supera con l’ausilio di corde fisse.  
Anche a stagione avanzata qui possiamo trovare un nevaietto residuo, che impone ulteriore attenzione.  
Dopo un ultimo tratto su cengia esposta (corde fisse ed una staffa risultano essenziali), sempre sulla sinistra, la discesa, che non è lunga, termina in corrispondenza di un piccolo nevaio residuo.    
Il Sentiero Roma, ad una quota approssimativa di 2450 metri, percorre quindi un pianoro disseminato di grandi massi e sempre dominato dalla mole della cima di Zocca.  
I massi cedono poi il posto ad un fondo erboso più riposante, finché, superato un torrentello, si scende fino all'estrema propaggine dello spigolo di sud-est della cima di Zocca.    
Per superare questo sperone roccioso il sentiero affronta un tratto un po' esposto su entrambi i lati  
e protetto da corde fisse. Si piega poi a sinistra, scendendo ulteriormente fino ad una quota approssimativa di 2300 metri, nel cuore di un vallone che precipita nel pianone della valle di Zocca.      

Poi, senza sentirne, per la verità, alcuna necessità, riguadagniamo gradualmente quota, fino ai 2420 metri del punto nel quale il sentiero supera un torrentello, piegando a destra e raggiungendo, in leggera discesa, i rifugi Allievi e Bonacossa (2385), dopo circa 5 ore di cammino. Ed anche questa terza giornata, la più bella, probabilmente, dal punto di vista degli scenari e delle emozioni, si chiude. La notte ci sorprenderà nel cuore del rifugio.

 
 

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