1. Novate Mezzola -
Rif. Brasca

2. Rif. Brasca -
Rif. Gianetti

Variante: Sentiero Risari
Omio-Gianetti

3. Rif. Gianetti - Rif. Allievi

4. Rif. Allievi -
Rif. Ponti

5. Rif. Ponti -
Chiesa Valmalenco

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la mappa on-line

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Sentiero Roma su YouTube 1, 2, 3, 4, 5; Su YouTube: Sentiero Risari: rif. Omio-rif. Gianetti

Il vero sentiero Roma infatti, percorso da ovest ad est, comincia da Novate Mezzola e dalla salita al rifugio Brasca, in val Codera. È però possibile percorrerne una versione abbreviata, che parte dal sentiero Risari, cioè dal rifugio Omio (m. 2100), in valle dell’Oro, cui si sale dai Bagni di Masino in due ore e mezza. Tratteremo qui il percorso relativa a questa variante del sentiero Roma. In genere, chi sceglie questa variante sale in una sola giornata al rifugio Omio dai Bagni di Masino, per poi effettuare la traversata della Valle dell’Oro, attaccare il passo e scendere in Val Porcellizzo, chiudendo la giornata alla capanna Gianetti. Nella sua variante abbreviata, infatti, il Sentiero Roma viene percorso generalmente in tre giorni: nel primo si effettua il percorso Bagni Masino-Omio-Gianetti, nel secondo la traversata Gianetti-Allievi, nel terzo la traversata Gianetti-Ponti, con discesa finale dalla Valle di Preda Rossa a Filorera, appena sopra Cataeggio. Questa variante breve in tre giorni rimane, quindi, interamente entro i limiti della Val Masino. Vediamo, dunque, come effettuare questa classicissima traversata Bagni-Omio-Gianetti.  
Per raggiungere i Bagni basta percorrere interamente la statale della Val Màsino, che si imbocca staccandosi dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza di Ardenno: oltrepassate Cataeggio e San Martino, la strada risale la bella Valle dei Bagni, terminando proprio ad un ponticello sul torrente Màsino, oltre il quale si entra nell’area dell’Hotel Bagni di Masino, dove è possibile parcheggiare a pagamento, in un ampio spiazzo, l’automobile (ed in effetti nei finesettimana estivi o nel periodo di punta della stagione non è facile trovare parcheggio altrove). Alla nostra destra troviamo l’antico edificio dei Bagni, costruito nel 1832 a partire da un preesistente nucleo in legno che risale al secolo XVII, quando si sentì la necessità di offrire un ricovero confortevole alle numerose dame che raggiungevano l’allora isolata e remota valle per avvalersi delle proprietà curative delle acque termali. A queste ultime, infatti, non ai paesaggi alpini è legata la fama storica della valle: l’interesse alpinistico per le cime del gruppo del Màsino è assai recente (data dagli anni Sessanta dell’Ottocento), mentre fin dall’antichità questi luoghi accoglievano visitatori che potevano permettersi il costo del viaggio e desideravano curare affezioni dell’apparato respiratorio o gastro-intestinale con l’acqua termale, che sgorga da una fonte alle spalle dei Bagni vecchi ad una temperatura costante di 38 gradi (e che aveva fama di curare anche i problemi di sterilità femminile).  

Il nuovo Hotel dei Bagni, unito al vecchio edificio da una passerella di legno sopraelevata, risale invece al 1883.
La valle dei Bagni è, in se stessa, piuttosto modesta, ma è circondata da tre considerevoli anfiteatri alpini. Il più modesto, sconosciuto e selvaggio è posto a sud dei Bagni, ed è la valle della Merdarola. A nord, invece, si trova la valle più ampia e famosa dell’intero gruppo del Màsino, la val Porcellizzo. Ad ovest, infine, la valle dell’Oro, l’unica che, nella sua solarità, si mostri allo sguardo dalla piana dei Bagni, anche se il severo gruppo costituito dalle punte Medaccio e Fiorelli, sulla costiera Merdarola-Ligoncio, ne nasconde la parte meridionale (cioè la val Ligoncio). Per salire al rifugio Omio, dobbiamo incamminarci lungo il sentiero che parte nei pressi dell’edificio dei Bagni;
 
ignorata la deviazione a destra, segnalata, per la Gianetti, superiamo, su un ponticello, il torrente, e puntiamo in direzione del bosco, dove inizia la salita, con una pendenza sempre piuttosto impegnativa. Stiamo risalendo il fianco settentrionale della valle, ed incontriamo una prima più modesta radura, per poi raggiungere, dopo circa tre quarti d’ora di cammino, il bel poggio costituito dal pian del Fago (m. 1590), che non costituisce solamente un buon punto di sosta, ma anche e soprattutto un ottimo osservatorio sulla sorella maggiore, la val Porcellizzo, della quale si mostra da qui un suggestivo squarcio, con i pizzi Badile e Cengalo in evidenza.  
Rientrati nel bosco, proseguiamo nella ripida salita fino al suo termine, a quota 1760 metri circa. Dobbiamo superare una breve fascia costituita da enormi massi, sotto uno dei quali osserviamo un modesto ricovero per uomini ed animali: si tratta dei segni più evidenti di una frana ciclopica che, nel 1963, uccise alcuni pastori e molti capi di bestiame. Il pensiero non può non andare alla durezza delle condizioni di vita cui hanno dovuto sottoporsi tutti coloro che, per secoli, hanno frequentato queste montagne non per cercare suggestioni ed emozioni, ma i mezzi necessari per un magro sostentamento. Oltre i massi, attraversiamo un torrentello e cominciamo a risalire le ampie balze che ci separano dal rifugio.   La traccia di sentiero, segnalata dagli immancabili segnavia rosso-bianco-rossi, descrive un percorso piuttosto diretto, per cui la pendenza rimane considerevole e la fatica, in questi ultimi tre quarti d’ora circa di cammino, comincia a farsi sentire.  
La capanna è là, sembra la si debba raggiungere in breve tempo, ma gli ultimi tratti di cammino sono sempre i più lunghi. Dopo circa due ore e un quarto di cammino, superati 930 metri di dislivello, possiamo finalmente ristorarci e riposarci al rifugio, che suscita un senso di amena tranquillità, anche se è intitolato a quell’Antonio Omio che perì in una tragicamente famosa ascensione alla punta Rasica del 1935. Davanti a noi, guardando verso est, il panorama sulla valle dei Bagni è ampio e suggestivo; volgendo lo sguardo, possiamo passare in rassegna una lunga serie di cime che hanno quasi tutte la caratteristica di apparire poco pronunciate, tranquille, anche se molte di loro, viste dalle valli confinanti (soprattutto dalla val Codera) mostrano un profilo ben più severo ed arcigno.   
Fanno eccezione, alla nostra destra (sud-est) le punte Medaccio (m. 2350) e Fiorelli (m. 2401), il cui affilato profilo ricorda quello di una lama. Seguendo verso destra il filo del crinale della costiera Merdarola-Ligoncio, scorgiamo, poi, l’intaglio del canalone che scende dalla bocchetta di Medaccio e che mette in comunicazione le due valli. La costiera termina con la cima di quota 2762, che appartiene al gruppo delle cime della Merdarola. Proseguendo ancora verso destra, incontriamo la cima del Calvo (o monte Spluga), nodo di confluenza, con i suoi 2967 metri, delle tre valli Ligoncio, Merdarola e di Spluga. 
Seguono, a sud del rifugio, il pizzo dei Ratti (m. 2919) ed il pizzo della Vedretta (m. 2907), alla cui destra è posto il passo della Vedretta meridionale.
A sud-ovest del rifugio incontriamo la tozza sagoma del pizzo Ligoncio, la più alta vetta della sua testata, con i suoi 3032 metri, ed anche il nodo di confluenza delle valli Ligoncio, dei Ratti e Arnasca (o Spazza, o ancora Spassato, laterale della val Codera). Immediatamente a destra del pizzo la caratteristica punta della Sfinge (m. 2802), il cui profilo ricorda la famosa figura mitologica, e la marcata depressione sul cui lato destro è posto il passo Ligoncio. A destra del passo, la serie dei pizzi dell’Oro, compresi fra i 2600 ed i 2700 metri, fino allo snello profilo della punta Milano (m. 2610).  
A nord del rifugio si pone la lunga costiera del Barbacan, che dall’omonima cima (m. 2738, dove confluiscono le valli dell’Oro, di Averta e Porcellizzo) scende fino al monte Boris (m. 2497).  
Ad est, infine, lo sguardo incontra, da sinistra, il pizzo del Ferro occidentale, la costiera del Cavalcorto, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati.
Partendo dalla capanna si percorre, seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse verso nord, il sentiero Risari,
 lasciando alle spalle il pizzo Ligoncio, che domina la valle. Dopo un primo tratto di salita, dobbiamo superare, con un po’ di attenzione, una vallecola. Proseguendo nella salita, troviamo un grande masso, sul quale è ben visibile la scritta, con vernice rossa “P. Oro R. Brasca”.   
Si tratta dell’indicazione della deviazione, a sinistra, che sale al passo dell’Oro (m. 2574), poco frequentata ma assai interessante porta  
che congiunge la Valle dell’Oro alla valle dell’Averta, laterale della Val Codera. Scendendo dal passo in Valle dell’Averta, ad un certo punto ci si congiunge con il percorso della seconda tappa del Sentiero Roma, diciamo così, “edizione integrale”, e, seguendolo,  si raggiunge il rifugio Brasca.    
Noi, però ignorando la deviazione a sinistra e proseguiamo puntando la costiera del Barbacan. Il panorama dal sentiero verso sud ed est è molto ampio: si intravedono, sullo sfondo, i Corni Bruciati e le cime orobiche.
Più a destra, si intravede la valle della Merdarola.
Il punto dal quale comincia l’attacco alla costiera è facilmente riconoscibile
per la presenza di un grande rombo bianco su una parete posta alla sua sinistra.    
La salita al passo inizia sfruttando un canalino. Nel primo tratto dobbiamo superare una placca rocciosa, in corda fissa, con un po’ di attenzione.  
Poi
il sentiero
piega leggermente a destra e sale, più tranquillamente, per balze erbose, mentre alle spalle lo scenario che si allarga.
L’intaglio del passo, posto sulla costiera che scende dalla cima del Barbacan al monte Boris, è, su questo versante, poco evidente; il sentiero, però, lo raggiunge facilmente,
dopo aver piegato a sinistra.
I segnavia sono quelli giallo-rossi, che indicano il sentiero Risari.   
Il passo, a 2610 metri,
 è uno stretto intaglio vegliato da uno speronino roccioso, sul quale è segnata una freccia giallo-rossa, vicino ad una targa con una Madonnina.    
Dal passo, volgendo indietro lo sguardo, si può scorgere la parte superiore della liscia parete ovest del pizzo Ligoncio (m. 3032).   
Davanti agli occhi si apre invece l’imponente anfiteatro della val Porcellizzo e della sua granitica testata. Oltre la val Porcellizzo appaiono anche i Pizzi del Ferro, testata della valle omonima.  
Si tratta però, ora, di lasciare il passo alle spalle e scendere. Su questo versante il sentiero richiede molta più attenzione, perché sfrutta cenge esposte, e diventa pericoloso con neve o cattivo tempo. Teniamo presente che, dopo inverni caratterizzati da abbondanti nevicate, sul versante della Val Porcellizzo si può trovare neve anche a stagione avanzata.  
Nell’estate del 2000, per esempio, alla fine di agosto si dovette sgomberare questo tratto del sentiero dalla neve salendo con piccozza e pala. Ad ogni buon conto, visto che sul versante della Valle dell’Oro la neve rimane assai meno, è opportuno assumere informazioni al rifugio Omio.  
Le corde fisse aiutano la discesa. Per la affronta per la prima volta, si tratta di una discesa niente affatto tranquilla, perché l’esposizione suscita sempre una certa impressione. Ma ci si abitua. Quando si torna (perché rimane dentro, insopprimibile, la voglia di tornare), l’impressione è già diversa.  
Alcuni punti più tranquilli, nei quali si può sostare, permettono di ammirare la costiera del Cavalcorto e, sullo sfondo, il Disgrazia ed i Corni Bruciati. È però la Val Porcellizzo ad offrire lo spettacolo più grandioso. Si mostrano, da sinistra, le cime dell’Averta, meridionale, centrale e settentrionale (m. 2778, 2861 e 2947), il pizzo Porcellizzo (m. 3075), riconoscibile per il prolungato sperone che si incunea profondamente, scendendo verso sud-est, negli ultimi pascoli dell’alta valle, la più piccola punta Torelli (m. 3137), il celeberrimo ed inconfondibile pizzo Badile (m. 3308), la punta Sertori (m. 3288), che, alla sua destra, fa quasi da paggio, l’arrotondata ed imponente cuspide del pizzo Cèngalo (m. 3367), il più alto nella testata della valle, i più modesti pizzi Gemelli (m. 3229 e 3261) e, a chiudere la testata ad est, il pizzo del Ferro occidentale, o cima della Bondasca (m. 3267). Ma non è solo questa splendida successione di cime ad incantare.  
In realtà ciò che stupisce e rapisce è la perfetta sinfonia cromatica che la valle propone all’occhio commosso. Gli immensi pascoli, dal verde intenso, sembrano la compagine compatta degli archi, le macchie irregolari dei nevai, le linee sottili dei torrentelli, le nuvole sempre mutevoli in una bella giornata sembrano i fiati, ed infine le perentorie e massicce pareti di granito delle cime, che si stagliano nel cielo blu cobalto, sembrano gli ottoni.  
La discesa,
esposta nella prima parte,
diventa
un po’ più tranquilla nell’ultima
 (ma la cautela non deve mai venir meno)  
e conduce in breve tempo alla base della costiera, ai piedi di un canalino che, sulla nostra sinistra, rappresenta una variante frequentata del passo del Barbacan nord.       
Su un masso, troveremo un triangolo rosso, una freccia e la scritta R. Brasca. Qui, infatti, si congiungono il sentiero Andrea Risari ed il più frequentata percorso che, nella seconda tappa del Sentiero Roma integrale, scende dal passo Barbacan nord.   
Attenzione, però: non è il caso di attardarsi in questo tratto, perché dal canalino spesso scendono, con velocità micidiale, sassi piccoli e meno piccoli, talvolta messi in movimento da escursionisti poco avveduti. Il sentiero Risari prosegue scendendo da uno sperone roccioso e, dopo essersi congiunto, presso un grande masso, con la meno frequentata variante del sentiero Roma che scende dal passo Barbacan nord, punta verso nord-est, in direzione del già visibile rifugio Gianetti.   
Il sentiero
propone ora
qualche saliscendi
e passa quasi ai piedi del pizzo Porcellizzo, mentre, alle nostre spalle, il passo Barbacan si allontana.
Alla destra del pizzo Porcellizzo, lo sperone che scende verso sud dalla punta Torelli assume un profilo inconfondibile, che gli ha meritato la denominazione di “Dente della Vecchia”.  
Sempre elegantissimo, invece,  
è il pizzo Badile, 
che, con i pizzi Cengalo, Gemelli e del Ferro occidentale,
fa da cornice al rifugio Gianetti (m. 2534),

dove le nostre fatiche terminano. Qui, ovviamente, ci si può fermare a pernottare.

 
 
Se siamo partiti dal rifugio Omio, siamo in cammino da circa 2 ore e mezza, ed abbiamo superato un dislivello approssimativo di 520 metri. Se, invece, siamo saliti dai Bagni di Masino il tempo sale a circa 4 ore e mezza/5, ed il dislivello a 1450 metri.

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