CARTE DEL PERCORSO 1, 2, 3, 4, 5 - Apri qui una galleria di immagini

1. Dascio-Codera

2. Codera-Frasnedo

3. Frasnedo--Rifugio Omio

4. Rifugio Omio-S. Martino

5. S. Martino-Rifugio Scotti

6. Rifugio Scotti-Rifugio Bosio

Laghetto di Val di Mello
Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Martino-Cascina Piana. Val Romilla-Passo Romilla-Valle dell'Averta-Rifugio Scotti
8 h
1600
EE
SINTESI. Dal sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino imbocchiamo un viottolo sul suo lato sinistro che ci porta ad un sentiero, che se ne stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada, appena prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto, si sostituisce il grisc' e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla valle del Ferro. Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (m. 1019). Proseguiamo lungo la strada raggiungendo il parcheggio del Gatto Rosso, in località Panscèr (m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che corre a sinistra del laghetto della Val di Mello e de torrente. Poi la mulattiera si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di raggiungere Ca’ di Carna (m. 1076), gruppo di baite poste sul lato destro (per noi) della valle, raggiungibile valicando un ponticello sul torrente. Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva località, Cascina Piana (m. 1092), dove si trovano il rifugi Luna Nascente e Mello. Proseguiamo, scegliendo il sentiero di destra (non quello di sinistra, con le indicazioni per il rifugio Allievi): troveremo, ben presto, sulla nostra destra, un sentierino che si stacca da quello principale e conduce ad un bel ponte, attraversato il quale ci portiamo sul lato opposto della valle, dove troviamo il cartello "Temola". Sul paletto troviamo anche la targhetta azzurra con il logo “Life”. Prendiamo a sinistra e, dopo circa duecento metri, raggiungiamo un grande prato. Su un masso, segnato con segnavia rosso-bianco-rosso, vediamo la targa gialla del Sentiero Life. Lasciamo, quindi, il sentiero, per risalire il prato in diagonale verso sinistra, fino ad un grande masso con segnavia bianco-rosso. A destra del masso parte il sentiero per la Val Romilla, segnato dai segnavia bianco-rossi. Nel primo tratto la traccia non è molto marcata, poi diventa più chiara, e si inerpica sul lato destro (per noi) della valle, non distante dalle sue pareti granitiche. Poco oltre i 1500 metri, una traccia segnalata da un segno rosso su un sasso si stacca alla nostra destra: la ignoriamo. Poco sotto i 1600 metri dobbiamo prestare attenzione, per non perdere la deviazione a sinistra che ci permette di attraversare il torrentello della valle. Il sentiero, qui, si districa a fatica, fuori del bosco, su un terreno ingombro di materiale franoso: una recente frana, infatti, ha creato una caotica congerie di massi e vegetazione. Prendiamo, dunque, a sinistra, passando nei pressi di un cartello di divieto di caccia e di un ometto. Il sentiero si porta sul centro della valle ed al suo torrentello, che superiamo facilmente (attenzione, però, ai sassi molto scivolosi!). Sul lato opposto il sentiero sale per un breve tratto e, piegando a sinistra, entra in un bel bosco di conifere; dopo un breve traverso, ci porta ad una radura, dove si trova una baita ristrutturata. Si tratta della Romilla (m. 1618), detta anche "Belvedere". Il sentiero riparte alle spalle della baita, sulla destra (il segnavia bianco-rosso su un masso ci orienta; attenzione a non prendere il sentiero alla sua sinistra, che porta, con andamento pianeggiante, ad una radura), riprendendo la salita. Dopo una serie di ripidi tornanti, ci ritroviamo proprio a ridosso del roccioso fianco settentrionale della valle, dove un muricciolo delimita un rudimentale ricovero che ha come tetto una grande placca di granito. Poi, volgendo a destra, ci stacchiamo gradualmente dal fianco della valle e, a quota 1750 circa, in corrispondenza di un nuovo cartello di divieto di caccia, il sentiero lascia il bosco. Per circa 150 metri la sua traccia sale in una rada boscaglia, alternata a radure, e diventa molto incerta ed intermittente. È questo il tratto in cui il rischio di perderla, se la si percorre in discesa prestando scarsa attenzione ai segnavia, è concreto. Infine, al termine di un breve corridoio, al cui ingresso si trova un nuovo cartello di divieto di caccia, raggiungiamo il pianoro principale della valle, sul cui limite troviamo una baita diroccata (m. 1922). Scendiamo, allora, al pianoro paludoso sottostante ed attraversiamolo, sfruttando anche un ponticello in legno. La traccia di sentiero riprende a salire, sul lato opposto, su un dosso erboso, passando a destra del rudere di un calecc e di alcuni massi ciclopici (con la targa gialle del Sentiero Life), presso i quali si trova il rudere di un secondo calecc. Alla sommità del dosso si trova un modesto terrazzo erboso,oltre il quale il sentiero comincia a piegare a sinistra, serpeggiando fra pascoli e placche arrotondate, raggiungendo il filo di un largo dosso erboso. Piegando leggermente a destra, risale poi il dosso per un buon tratto; piega quindi ancora leggermente a destra ed effettua una diagonale, che lo porta al rudere della baita quotata 2075 m. Dal rudere parte un nuovo dosso erboso, ed il sentiero lo risale, fino ad una fascia di massi, che viene attraversata verso destra. Restando sul filo del dosso e sul limite destro di una fascia di massi, il sentiero prosegue nella salita. Seguiamo i segnavia bianco-rossi, per evitare percorsi più dispendiosi. Terminata la stretta lingua erbosa, non possiamo evitare un tratto fra i massi, fino ad raggiungere un nuovo corridoio erboso, che il sentiero risale. Ci troviamo a sinistra di una sorta di morena, e cominciamo ad incontrare segnavia bianco-rossi e segnavia verdi e bianco-verdi. Dopo una nuova fascia di massi, qualche ultimo lembo erboso e, di nuovo, una fascia di grandi massi, ci affacciamo, a quota 2400 m. circa, alla soglia della parte terminale della valle, una grande conca occupata da sfasciumi e da un nevaietto. In cima al versante terminale vediamo il passo, costituito dalla selletta pianeggiante posta a sinistra di un evidente gendarme roccioso. Il sentiero passa a sinistra del nevaietto e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non affronta direttamente il canalino terminale, sul quale corre, peraltro, una traccia di sentiero, ma rimane sulla sinistra, salendo alle roccette che si trovano a fianco del passo di Romilla (o Averta, m. 2546), che raggiungiamo dopo un ultimo breve traverso a destra (il passaggio è un po’ esposto, per cui richiede attenzione). Il primo tratto della discesa in Valle di Preda Rossa supera un ripido versante erboso, con qualche serpentina, e ci porta, piegando a sinistra, ad una fascia di massi, dove i segnavia bianco-rossi si alternano a quelli bianco-verdi. Superata, con una diagonale verso sinistra, la fascia, torniamo su un terreno di magri pascoli e, piegando leggermente a destra, scendiamo quasi diritti per un breve tratto, fino ad una nuova fascia di massi. Passiamo, quindi, a destra di un dosso, piegando ancora leggermente a sinistra prima, a destra poi. Scendiamo per un buon tratto lungo una fascia erbosa, più o meno al centro della valle, lasciando due grandi fasce di massi alla nostra destra ed alla nostra sinistra. Giunti, però, in vista del rudere della baita dell’Averta (m. 2242) ed in prossimità di un larice solitario, pieghiamo decisamente a sinistra, cambiando direzione (da sud ad est), e proseguendo in direzione della costiera che separa la valle dell’Averta dai versanti nord-occidentali dell’alta Valle di Preda Rossa. Superiamo, così, una sorta di corridoio fra i massi, raggiungendo di nuovo un corridoio erboso, a ridosso delle placche di granito della costiera. Una breve salita ci porta ad una nuova, lunga e noiosa fascia di massi: attraversiamola con pazienza ed attenzione. Dopo un breve intervallo, ci attende una seconda fascia di massi, altrettanto noiosa, attraversando la quale perdiamo gradualmente quota. Se guardiamo alla nostra sinistra, restiamo stupiti di fronte alla vertiginosa parete verticale che precipita dalla punta d’Averta. Superati gli ultimi massi, troviamo una traccia di sentiero che prosegue nella diagonale di discesa, proponendo anche un passaggio elegantemente scalinato, fra due placche di granito. Poi pieghiamo decisamente a destra, invertendo, quasi la direzione ed attraversando una sorta di corridoio, delimitato, a sinistra, da una grande placca, oltre il quale pieghiamo ancora a sinistra, ed iniziamo una serie di tornanti, perdendo quota più rapidamente, fra massi, macereti ed erbe, fino ad intercettare, a quota 2100 metri, il sentiero che dalla Piana di Preda Rossa sale al rifugio Ponti, i corrispondenza di una seconda piana minore posta a monte della Piana di Preda Rossa. Prendendo a destra,scendiamo alla Piana di Preda Rossa (m. 1950 circa) e, di qui, per la strada asfaltata o per il sentiero che la taglia in più punti, alla Valle di Sasso Bisòlo, dove si trova il rifugio Scotti (m. 1462).


Piana di Val Romilla

La quinta giornata è, insieme alla terza, la più impegnativa di questa sei giorni. Dobbiamo, infatti, percorrere un buon tratto della Val di Mello ("val da mèl"), risalire l’intera Val Romilla ("val da roméla") per poi scendere in Valle di Preda Rossa.
Prima di raccontare l’itinerario, è doveroso spendere alcune parole per presentare quella Val di Mello ("val da mèl") che è, in assoluto, una delle più conosciute della Alpi Retiche, per la sua fisionomia unica. Il volto di questa valle ha radici assai antiche. Tutto iniziò nell’era quaternaria, cioè nell’ultima era geologica, iniziata forse 1.800.000 di anni fa. Iniziò con una grande glaciazione, che coinvolse tutta la catena alpina. Nella zona della futura Val di Mello ("val da mèl") il ghiaccio ricopriva ogni cosa, fino ad una quota superiore ai 2.500 metri. Immaginiamo lo scenario spettrale: una coltre bianca ed immobile, dalla quale emergevano, come modesti isolotti, solo le cime più alte della valle, il Monte Disgrazia ("desgràzia"m. 3678), i pizzi Torrone, la punta Rasica ("rèsga"), la Cima di Castello ("castèl"), la cima di Zocca, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr). L’azione di questo enorme ghiacciaio, lenta, inesorabile, scandita in ritmi difficilmente immaginabili, cioè in migliaia di anni, cominciò a modellare il volto della valle: si deve ad essa la straordinaria conformazione delle pareti granitiche, verticali, con grandi placche lisce, e la forma straordinariamente levigata delle numerosissime placche di granito. Fu un’azione che si esercitò in quattro grandi tempi: tante furono, infatti, le successive glaciazioni (la quarta ebbe inizio 40.000 anni fa), prima dell’ultimo e definitivo ritiro dei ghiacci alle quote più alte, dove ore di essi resta solo un’esigua traccia.
Il ritiro del ghiacciaio determinò, anche, il crollo di grandi blocchi sospesi di granito: li troviamo, ora, muti testimoni di eventi ciclopici, sul fondovalle, come vassalli erranti degli incombenti signori della valle, le ardite costiere che la guardano. Così fu disegnato il profilo arrotondato della valle, dolce e regolare, a produrre un singolare contrasto con le gotiche ed aspre guglie che vi si affacciano. Venne, poi, lentamente, la vita, le piante, gli animali e, da ultimo, l’uomo, che vi giunse spinto dalla necessità di trovare nuovi pascoli. Vennero, per primi, gli abitanti di Mello, paese della Costiera dei Cech, che la colonizzarono e le diedero il nome che ora è conosciuto in tutta Europa. Vennero, poi, sempre più numerosi, escursionisti ed arrampicatori, attratti dalla presenza quasi debordante di placche di granito, pareti che sembrano invitare all’arrampicata, picchi e vie di ascensione sempre da scoprire, che circondano da ogni lato il tranquillo fondovalle, dove il torrente corre quasi sonnolento. È proprio lo strano equilibrio fra mondi di versi a costituire il fascino di questa valle. Appena alzi un po’ gli occhi, alle pareti delle costiere ed alle valli laterali, hai la netta impressione che qui la vita, vegetale ed animale, sia solo precaria ospite, adattata, non si sa come, a sopravvivere fra le pieghe delle trionfanti architetture di granito, signore della valle. Non appena li riabbassi, l’impressione cambia: scorci gentili sembrano riportare la vita ad una dimensione di maggiore sicurezza e tranquillità.
Portiamoci, allora, al sagrato della chiesa parrocchiale di San Martino ("san martìn"), edificata nel secolo XV, ampliata due secoli dopo e staccatasi dalla parrocchia di Mello nel 1718. Proprio a sinistra della chiesa parte un viottolo che ci porta ad un sentiero, che se ne stacca sulla sinistra, per inoltrarsi nella selva che ricopre lo sbocco della valle. Seguiamolo per un buon tratto, rimanendo più bassi rispetto alla strada asfaltata che si inoltra nella valle. Prendiamo, poi, la seconda deviazione che sale verso sinistra, fino ad intercettare la strada, appena prima di un cartello di divieto di transito ai mezzi non autorizzati. Proseguiamo, ora, sulla strada, dove, all’asfalto, si sostituisce il grisc e lo sterrato, fino al ponticello del torrente che scende dalla valle del Ferro ("val do fèr").
Alla nostra sinistra troviamo le case di Ca’ dei Rogni (m. 1019, a circa 2 chilometri e mezzo da S. Martino). Ma ciò che si impone allo sguardo è la superba balconata di granito della valle del Ferro ("val do fèr"), la prima laterale settentrionale della Val di Mello. La balconata nasconde alla vista quei pizzi del Ferro che ne costituiscono la testata, e che invece sono ben visibili da S. Martino. In compenso, indimenticabile è lo spettacolo del sistema di cascate che scendono dalla valle, le famose cascate del Ferro, uno dei numerosi aspetti di interesse naturalistico che la valle offre. La bassa valle del Ferro, che ha un’apertura assai ampia, è delimitata da due colossali bastioni granitici: a sinistra le propaggini che scendono dalla cima del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt") alle cosiddette Sponde del Ferro, a destra le propaggini della costiera Ferro-Qualido, un sistema articolato costituito dalle formazioni del Pappagallo (in basso a sinistra), dello sperone Mark (in basso a destra) e dal Precipizio degli Asteroidi (in alto a destra). Segnaliamo che, subito dopo il ponte, possiamo deviare a sinistra, salendo verso le cascate terminali della valle; una successiva deviazione a sinistra, poco visibile, ci porta al sentiero che sale alla parte media e superiore di essa, dove si trova il bivacco Molteni-Valsecchi (el bivàch, m. 2510, dedicato alla memoria deli alpinisti Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, giunti allo stremo e morti scendendo dal pizzo Badile alla Gianetti, dopo averne salito la parete nord-est), leggermente a valle rispetto al Sentiero Roma.
Ma torniamo al fondovalle e proseguiamo lungo la strada: raggiungiamo così, in breve, il parcheggio del Gatto Rosso, ampia spianata che precede l’omonimo ristorante, in località Panscèr (m. 1061). Qui la pista lascia il posto ad una larga mulattiera, che corre a sinistra del bellissimo torrente, che di rcentente, grazie allo sbarramento del materiale scaricato dalla Val Qualido, ha formato il laghetto della Val di Mello. Un’occhiata alle nostre spalle ci mostra la testata della Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), laterale della Valle dei Bagni. Davanti a noi, invece, una sezione della
val Cameraccio, il maestoso circo che chiude a nord-est la Val di Mello, con la ben visibile, sulla destra, cima regina del Monte Disgrazia.


Apri qui una panoramica sulle cime della Val di Mello vista dall'alta Val Romilla

Alla nostra sinistra, superata l’ampia apertura della valle del Ferro, il versante montuoso sembra chiudersi. In realtà si apre il solco di una nuova valle, la più modesta ed arcana Val Qualìdo, unica, fra le laterali settentrionali, a non ospitare alcun rifugio o bivacco. Non è facile scorgere la partenza del sentiero che risale questa valle: si trova, a circa duecento metri dal Gatto Rosso, sulla sinistra. Il sentiero è uno dei meno battuti della valle, ma chi ama questi luoghi (ed ha esperienza e prudenza adeguate) non può mancare di percorrerlo almeno una volta, perché è di una suggestione difficilmente esprimibile, soprattutto nel tratto mediano, dove si arrampica scavato sul fianco di un’enorme e strapiombante formazione rocciosa, all’ombra dell’immane parete del Qualido, che incombe ad occidente: un’esperienza da non perdere.


Piana di Val Romilla

La parete del Qualido, peraltro, è, in parte, osservabile anche dal fondovalle, e rappresenta probabilmente la massima espressione della verticalità delle montagne di Val di Mello. La val Qualido ha anche un secondo solco di accesso, più ad est, in quanto ha la forma di una “Y” rovesciata, ma questo è molto più scosceso e dirupato. I due solchi sono separati dalla formazione denominata il Trapezio d’Argento. A destra del secondo solco, invece, possiamo osservare la complessa propaggine della costiera Qualido-Zocca, che propone, nella parte bassa, le formazioni denominate il Brontosauro e lo Sperone del Sarcofago, mentre più in alto si trova la formazione denominata Scoglio delle Metamorfosi.
Proseguendo il cammino, non possiamo non restare rapidi dal dolce spettacolo del torrente, che qui scorre, lento, a fianco della mulattiera, mostrando, nelle sue acque limpide, rari ricami di luce, e quasi accarezzando un grande masso che si trova proprio nel mezzo del suo letto. Poi la mulattiera si allontana dal torrente ed attraversa una fascia di prati, prima di raggiungere Ca’ di Carna (m. 1076), gruppo di baite poste sul lato destro (per noi) della valle, raggiungibile valicando un ponticello sul torrente. Noi restiamo, però, sul lato settentrionale della valle (a sinistra del torrente), e proseguiamo fino alla successiva località, Cascina Piana (casìna ciàna, m. 1092), dove si trovano il rifugi Luna Nascente e Mello, dove è possibile effettuare una sosta ristoratrice, ma anche, qualora ve ne fosse la necessità, chiamare il soccorso alpino. Fra le baite della località possiamo osservarne una curiosa, che sembra sintetizzare nel modo più efficace la simbiosi fra uomo e granito, caratteristica di questa valle: è proprio appoggiata al fianco di un enorme placca rocciosa, a sua volta quasi adagiata sul prato del fondovalle.

Proseguiamo, scegliendo il sentiero di destra (non quello di sinistra, con le indicazioni per il rifugio Allievi): superata una curiosa scultura su un masso (due volti arcigni sembrano guardarci perplessi), troveremo, ben presto, sulla nostra destra, un sentierino che si stacca da quello principale e conduce ad un bel ponte, attraversato il quale ci portiamo sul lato opposto della valle, dove troviamo il cartello "Temola". Sul paletto troviamo anche la targhetta azzurra con il logo “Life”. Prendiamo a sinistra e, dopo circa duecento metri, raggiungiamo un grande prato. Su un masso, segnato con segnavia rosso-bianco-rosso, vediamo la targa gialla del Sentiero Life. Lasciamo, quindi, il sentiero, per risalire il prato in diagonale verso sinistra, fino ad un grande masso, su cui era segnato in rosso il numero "7", cui ora è sovrapposto un segnavia bianco-rosso. A destra del masso parte il sentiero per la Val Romilla ("val da roméla"), segnato dai segnavia bianco-rossi.


Verso il passo di Romilla

Nel primo tratto la traccia non è molto marcata, poi diventa più chiara, e si inerpica sul lato destro (per noi) della valle, non distante dalle sue pareti granitiche, che precipitano con salti impressionanti sul fondo del suo solco. Dobbiamo prestare attenzione in questa prima parte, perché il terreno, sempre in ombra, è scivoloso: la valle, infatti, è “vaga” (per usare un toponimo diffuso nelle montagne di Valtellina, che significa esposto a nord, e quindi ombroso ed umido), o “pürìva” (per usare una voce dialettale che ha il medesimo significato). Intorno ai 1400 metri, dopo un tornante verso destra, ci ritroviamo proprio sotto una parete strapiombante, che si inarca minacciosa sopra il nostro capo, con grosse crepe sinistre, mettendoci i brividi. Poco oltre i 1500 metri, una traccia segnalata da un segno rosso su un sasso si stacca alla nostra destra: la ignoriamo. Poco sotto i 1600 metri dobbiamo prestare attenzione, per non perdere la deviazione a sinistra che ci permette di attraversare il torrentello della valle. Il sentiero, qui, si districa a fatica, fuori del bosco, su un terreno ingombro di materiale franoso: una recente frana, infatti, ha creato una caotica congerie di massi e vegetazione. Qualche scheletro di albero colpito dai fulmini rende ancora più desolato questo angolo della valle. Prendiamo, dunque, a sinistra, passando nei pressi di un cartello di divieto di caccia e di un ometto. Il sentiero si porta sul centro della valle ed al suo torrentello, che superiamo facilmente (attenzione, però, ai sassi molto scivolosi!). Sul lato opposto il sentiero sale per un breve tratto e, piegando a sinistra, entra in un bel bosco di conifere; dopo un breve traverso, ci porta ad una radura, dove si trova una baita ristrutturata. Si tratta della Romilla (m. 1618), detta anche "Belvedere", perché da qui la visuale sulla Valle di Zocca ("val da zòca") e sui pizzi Torrone è già molto buona.


Apri qui una panoramica sulla Val di Mello vista dal passo dell'Averta o di Romilla

Il sentiero riparte alle spalle della baita, sulla destra (il segnavia bianco-rosso su un masso ci orienta; attenzione a non prendere il sentiero alla sua sinistra, che porta, con andamento pianeggiante, ad una radura), riprendendo la salita. Dopo una serie di ripidi tornanti, ci ritroviamo proprio a ridosso del roccioso fianco settentrionale della valle, dove un muricciolo delimita un rudimentale ricovero che ha come tetto una grande placca di granito. Poi, volgendo a destra, ci stacchiamo gradualmente dal fianco della valle e, a quota 1750 circa, in corrispondenza di un nuovo cartello di divieto di caccia, il sentiero lascia il bosco. Per circa 150 metri la sua traccia sale in una rada boscaglia, alternata a radure, e diventa molto incerta ed intermittente. È questo il tratto in cui il rischio di perderla, se la si percorre in discesa prestando scarsa attenzione ai segnavia, è concreto. Infine, al termine di un breve corridoio, al cui ingresso si trova un nuovo cartello di divieto di caccia, raggiungiamo il pianoro principale della valle, sul cui limite troviamo una baita diroccata (m. 1922).
Qui la valle, soprattutto alla nostra sinistra, mostra un volto molto più gentile e consono ad un nome che sembra suggerire accenti di dolcezza. Il lato sinistro è dominato dal pizzo dell'Averta (sciöma da vertàla, m. 2853) e, alla sua sinistra, dalla cima quotata m. 2806. Lo spettacolo di gran lunga più suggestivo si sta però preparando alle nostre spalle. Ma dobbiamo salire ancora un po' per cominciare ad ammirarne la grandiosità. Scendiamo, allora, al pianoro paludoso sottostante ed attraversiamolo, sfruttando anche un ponticello in legno. La traccia di sentiero riprende a salire, sul lato opposto, su un dosso erboso, passando a destra del rudere di un calecc e di alcuni massi ciclopici (con la targa gialle del Sentiero Life), presso i quali si trova il rudere di un secondo calecc.
Alla sommità del dosso si trova un modesto terrazzo erboso: volgendo le spalle, possiamo ammirare, in primo piano, l’alta Valle di Zocca ("val da zòca") e, alla sua sinistra, uno spaccato dell’alta val Qualido. Oltre il terrazzo, il sentiero comincia a piegare a sinistra, serpeggiando fra pascoli e placche arrotondate, raggiungendo il filo di un largo dosso erboso. Piegando leggermente a destra, risale il dosso per un buon tratto; piega, poi, ancora leggermente a destra ed effettua una diagonale, che lo porta al rudere della baita quotata 2075 m. Guardando in alto, distinguiamo facilmente dove si trova il punto di arrivo della salita, cioè quel passo Romilla (o dell’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) che si affaccia sulla Valle di Preda Rossa: è leggermente a destra della nostra verticale (a destra della punta dell’Averta, ancora nascosto dall’ultimo gradino della valle (da qui vediamo solo il disegno dell’intaglio, non ancora il passo; se, invece, guardiamo verso sinistra, vedremo un secondo intaglio che potrebbe farci sospettare ad un passo, ma non è così).
Dal rudere parte un nuovo dosso erboso, ed il sentiero lo risale, fino ad una fascia di massi, che viene attraversata verso destra. Restando sul filo del dosso e sul limite destro di una fascia di massi, il sentiero prosegue nella salita. Seguiamo i segnavia bianco-rossi, per evitare percorsi più dispendiosi. La salita è piuttosto faticosa, ma può essere opportunamente intervallata da soste, che permettono di ammirare la sequenza maestosa delle cime del gruppo del Masino, dai pizzi del Ferro (sciöma dò fèr"sciöme do fèr"), alla nostra sinistra, alla punta Baroni, alla nostra destra. Passiamole in rassegna: si mostrano, da sinistra, i pizzi del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267), centrale (m. 3287) ed orientale (m. 3200), sulla testata della valle omonima, la cima di Zocca (m. 3175), la punta Allievi (m. 3123), la Cima di Castello ("castèl"m. 3386), la punta Rasica ("rèsga"m. 3305), le celeberrime cime della Valle di Zocca ("val da zòca"), ed ancora i pizzi Torrone occidentale (m. 3349), centrale (m. 3290) ed orientale (m. 3333, riconoscibile per il sottile ago alla sua sinistra), sulla testata della valle omonima, il Monte Sissone ("sisùn", in Val Masino, "còrgn de sisùm", in Valmalenco; m. 3331) e la cima di Chiareggio nord-occidentale, o punta Baroni (m. 3203), sulla testata della Val Cameraccio. Si tratta di uno spettacolo estremamente suggestivo, in una giornata limpida.

Ma torniamo alla salita: terminala la stretta lingua erbosa, non possiamo evitare un tratto fra i massi, fino ad raggiungere un nuovo corridoio erboso, che il sentiero risale. Ci troviamo a sinistra di una sorta di morena, e cominciamo ad incontrare una curiosa situazione policroma: i segnavia bianco-rossi si soprappongono a segnavia verdi e bianco-verdi, tracciati precedentemente per segnalare un sentiero alto sul versante meridionale della Val di Mello.


Apri qui una fotomappa del sentiero che sale al passo di Romilla

Dopo una nuova fascia di massi, qualche ultimo lembo erboso e, di nuovo, una fascia di grandi massi, ci affacciamo, a quota 2400 m. circa, alla soglia terminale della valle, una grande conca occupata da sfasciumi e da un nevaietto. In cima al versante terminale, ecco il passo, costituito dalla selletta pianeggiante posta a sinistra di un evidente gendarme roccioso. Il sentiero passa a sinistra del nevaietto e, contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, non affronta direttamente il canalino terminale, sul quale corre, peraltro, una traccia di sentiero, ma rimane sulla sinistra, salendo alle roccette che si trovano a fianco del passo, che raggiungiamo dopo un ultimo breve traverso a destra (il passaggio è un po’ esposto, per cui richiede attenzione).


Piana di Preda Rossa

Alla fine i 2546 metri della facile sella del passo sono raggiunti. Prima di gettare uno sguardo sul versante opposto, osserviamo ancora quello della Val di Mello ("val da mèl"). Se osserviamo la costiera che separa la val Qualido dalla Valle di Zocca ("val da zòca"), potremo scorgere l'altro e più celebre passo dell'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), punto di passaggio indimenticabile sul Sentiero Roma. Questo è già di per sé assai curioso, ma c'è di più: i due passi omonimi sono pressoché alla medesima altezza (il nostro a 2546 metri, quello sul sentiero Roma a 2540 metri). Forse proprio per evitare confusioni si preferisce ora denominare il nostro valico passo Romilla ("pas da Roméla" o "pas da vertàla"). La precedente scritta “Averta" (dal dialettale "avert", cioè aperto), che si trovava proprio sul passo, è ora stata sostituita dalla scritta “Romilla”. Sul passo si trova anche, manco a dirlo, la targa gialla del Sentiero Life. Il panorama, in direzione della Val di Mello ("val da mèl"), è mutato: non si vedono più i pizzo Torrone, il Monte Sissone ("sisùn") e la punta Baroni, ma, a sinistra dei pizzi del Ferro, si intravedono i pizzi Badile e Cengalo, seminascosti dietro la costiera del Cavalcorto ("sciöma da cavalcürt"); più a sinistra ancora, vediamo uno spaccato della Valle dell’Oro, con il pizzo Ligoncio (ligùnc') ed i pizzi dell’Oro.


Apri qui una videomappa della Valle di Preda Rossa e dei suoi percorsi

Sul versante della valle di Preda Rossa, invece, ci troviamo alla sommità della valle d'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto); alla nostra sinistra, infatti, il passo è chiuso dalle rocce del crinale di sud-ovest del pizzo o punta dell'Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto) (m. 2853). Guardando in questa direzione dal passo è visibile, a destra, un suggestivo scorcio della catena orobica (oltre l'alpe Scermendone). A sinistra, invece, si mostra, per ora, solo uno dei due Corni Bruciati, e precisamente la punta centrale (m. 3114); per la verità, dovremmo menzionare, alla sua destra, anche la punta sud-occidentale (m. 2958), che di solito non si considera, in quanto ci si riferisce solamente alle due punte principali (nord-orientale, m. 3097, e centrale, appunto), quelle che, in diversi momenti, ci è già capitato di osservare lungo il cammino.
Vediamo, ora, come scendere alla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"). Il primo tratto della discesa supera un ripido versante erboso, con qualche serpentina, e ci porta, piegando a sinistra, ad una fascia di massi, dove i segnavia bianco-rossi si alternano a quelli bianco-verdi. Superata, con una diagonale verso sinistra, la fascia, torniamo su un terreno di magri pascoli e, piegando leggermente a destra, scendiamo quasi diritti per un breve tratto, fino ad una nuova fascia di massi. Passiamo, quindi, a destra di un dosso, piegando ancora leggermente a sinistra prima, a destra poi. Scendiamo per un buon tratto lungo una fascia erbosa, più o meno al centro della valle, lasciando due grandi fasce di massi alla nostra destra ed alla nostra sinistra. Giunti, però, in vista del rudere della baita dell’Averta (m. 2242) ed in prossimità di un larice solitario, pieghiamo decisamente a sinistra, cambiando direzione (da sud ad est), e proseguendo in direzione della costiera che separa la valle dell’Averta dai versanti nord-occidentali dell’alta Valle di Preda Rossa. Superiamo, così, una sorta di corridoio fra i massi, raggiungendo di nuovo un corridoio erboso, a ridosso delle placche di granito della costiera. È ben visibile, ora, sotto di noi, alla nostra destra, la Piana di Preda Rossa, attraversata dai pigri meandri del torrente. Vediamo, ora, anche la punta nord-orientale dei Corni Bruciati.

Una breve salita ci porta ad una nuova, lunga e noiosa fascia di massi: attraversiamola con pazienza ed attenzione. Davanti a noi comincia a profilarsi l’imponente mole del Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678). Dopo un breve intervallo, ci attende una seconda fascia di massi, altrettanto noiosa, attraversando la quale perdiamo gradualmente quota. Se guardiamo alla nostra sinistra, restiamo stupiti di fronte alla vertiginosa parete verticale che precipita dalla punta d’Averta. Superati gli ultimi massi, troviamo una traccia di sentiero che prosegue nella diagonale di discesa, proponendo anche un passaggio elegantemente scalinato, fra due placche di granito. Poi pieghiamo decisamente a destra, invertendo, quasi la direzione ed attraversando una sorta di corridoio, delimitato, a sinistra, da una grande placca. Ora la Piana di Preda Rossa ce la ritroviamo proprio davanti a noi, rasserenante, tranquilla. Superato il corridoio, pieghiamo ancora a sinistra, ed iniziamo una serie di tornanti, perdendo quota più rapidamente, fra massi, macereti ed erbe, fino ad intercettare, ad una quota approssimativa di 2100 metri, il sentiero che dalla Piana di Preda Rossa sale al rifugio Ponti, i corrispondenza di una seconda piana minore posta a monte della Piana di Preda Rossa.
Che fare, ora? L’itinerario di visita ai 5 siti di interesse comunitario termina qui, e quindi potremmo anche considerare conclusa la nostra traversata. Il consiglio, però, è di prolungarla con il passaggio alla
Val Torreggio (Valmalenco), possibile in due modi: dal rifugio Ponti per il passo di Corna Rossa, oppure dal rifugio Scotti per i passi di Scermendone e Caldenno. In questo secondo caso (ed anche nel caso ritenessimo, legittimamente, concluso il Sentiero Life), scendiamo alla Piana di Preda Rossa (m. 1950 circa) e, di qui, per la strada asfaltata o per il sentiero che la taglia in più punti, alla Valle di Sasso Bisòlo, dove si trova il rifugio Scotti (m. 1462). Nel primo caso, invece, riprendiamo la salita, sul sentiero segnalato, fino al rifugio Ponti (m. 2559).

Ecco il bilancio della quinta giornata (esclusa l’eventuale salita al rifugio Ponti, che richiede circa 450 metri aggiuntivi): un dislivello in salita di circa 1600 metri, 8 ore di cammino ed uno sviluppo di circa 20 km. Roba per camminatori tosti!
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm

 

 

 

 

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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