CARTE DEL PERCORSO 1, 2

1. Dascio-Codera

2. Codera-Frasnedo

3. Frasnedo--Rifugio Omio

4. Rifugio Omio-S. Martino

5. S. Martino-Rifugio Scotti

6. Rifugio Scotti-Rifugio Bosio

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Dascio-S. Fedelino-Novate Mezzola-Avedèe-Codera
6 h
900
E

SINTESI. Lasciamo la superstrada Lecco-Colico, prendendo in direzione della Valchiavenna e poi di Como. Proprio all’imbocco della ss. Regina, che costeggia la riva occidentale del Lario fino a Como, si trova il Ponte del Passo, superato il quale si prende subito a destra, imboccando una stretta stradina asfaltata (indicazione per Dascio). Raggiunto Dascio, lasciamo l’automobile nei pressi della chiesetta, al parcheggio del lungolago (m. 203). Saliamo lungo la via Bruga, seguendo le indicazioni per il tempietto di S. Fedelino, dato a 2 ore. Dopo un tornante destrorso, la strada asfaltata termina, lasciando il posto ad una carrozzabile sterrata. Superate alcune baite, ci portiamo, salendo leggermente, al tempietto dedicato ai caduti in guerra, posto, in posizione panoramicissima, sul cosiddetto “Sasso di Dascio” (m. 277). Dopo un bel tratto con fondo in grisc' (pietra arrotondata), siamo ad un bivio, al quale dobbiamo prendere a destra, seguendo le indicazioni del Sentiero del Giubileo 2000, nel quale, ora, ci immettiamo. Il sentiero, segnalato con segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, segue l'antico tracciato della Via Regina. la carrozzabile lascia il posto ad un sentiero che si immerge nel bosco, scendendo, ben presto, ad uno splendido ponte in pietra che scavalca la forra scavata dal torrente del Vallone del Poncio. Sul lato opposto, riprendiamo a salire e, superati alcuni ruderi, incontriamo, sempre nel cuore del bosco di castagni, un bivio, al quale prendiamo a destra. Il sentiero attraversa, su un ponte di legno, anche una vallecola minore, proponendo, subito dopo, un tratto in salita elegantemente scalinato. Dopo un tratto in piamo passiamo per un nuovo rudere, oltrepassato il quale usciamo all’aperto. Dopo un nuovo tratto nel bosco ed una specie di corridoio nella roccia, siamo di nuovo all’aperto, in un tratto molto panoramico (472 metri). Ora si comincia a scendere, rientrando anche nel bosco, fino ad un cartello della Comunità Montana di Val Chiavenna, che ci segnala che siamo sul percorso storico della Via Regina. Il cartello è posto ad un bivio. al quale andiamo a destra, raggiungendo il Salto delle Capre (m. 329), precipizio sul lago di Mezzola. riprendiamo la discesa, su un comodo sentiero che, però, lascia il posto, più in basso, ad una traccia tormentata che sembra precipitare, fra alcune roccette, su un corpo franoso di sassi bianchissimi. Il superamento delle roccette richiede cautela; sul corpo franoso, invece, la traccia di destreggia con eleganza. Al termine della discesa, un cartello ci indica la direzione (sinistra) per il tempietto di S. Fedelino, e, in breve, siamo all’amena radura che, sulle rive del fiume Mera, ospita questo luogo sacro (m. 200). Un sentiero lascia, in direzione nord-ovest, il tempietto, proponendo, dopo due tratti serviti da scale metalliche per superare altrettanti salti di roccia, un lungo tratto pianeggiante e congiungendosi con il Sentiero del Giubileo che raggiunge, poi, i ruderi della chiesa di S. Giovanni all’Archetto (m. 205). Di qui una carrozzabile raggiunge la strada asfaltata in località Casenda; seguendola e prendendo a destra, raggiungiamo la via Trivulzia presso il Ponte Nave, sul fiume Mera; seguendola verso sud-est, raggiungiamo, dopo 3 km, Novate Mezzola, dove comincia il secondo segmento di questa prima tappa. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a sinistra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina.


Panorama da Dascio

L’ E.R.S.A.F., Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, sta completando (luglio 2006) la pulizia, l’attrezzatura e la segnaletica di una nuova importante traversata, in sei giornate (meglio, cinque effettive più una aggiuntiva), dal Pian di Spagna alla piana della Val Torreggio (Val del Turéc'), in Valmalenco, ai piedi dei Corni Bruciati. Si tratta dell’itinerario denominato “Sentiero Life delle Alpi Retiche – Dal cigno alla pernice bianca”, e si affianca alle due importanti traversate già esistenti sulla medesima direttrice, il più basso Sentiero Italia Lombardia nord 3 ed il più alto e celebre Sentiero Roma. La traversata è stata individuata con la collaborazione delle Scuole d’Alpinismo, Scialpinismo e Arrampicata “Associazione Guide alpine Val Chiavenna” e “Il Gigiat”, e si inserisce nel Progetto Life Natura 2000, denominato “Reticnet: 5 siti per la conservazione di zone umide e habitat prioritari”, il primo progetto di conservazione ambientale all’interno del territori del futuro Parco Val Codera, Disgrazia, Bernina.
Cinque sono, infatti, i S.I.C. (Siti di Importanza Comunitaria) toccati dal sentiero, la riserva naturale del Pian di Spagna (IT 2040022), la Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè massoIT 2040018), la Valle dei Ratti (IT 2040023), la Valle di Mello – Piano di Preda Rossa (IT 2040020), i Bagni di Masino – Pizzo Badile (badì) – Pizzo del Ferro (IT 2040019). Fra i suoi molteplici elementi di interesse (scenari di forte impatto visivo, ambienti di primario valore naturalistico) non ultimo è la possibilità, che esso offre, di visitare luoghi molto poco conosciuti, quindi di sicuro interesse per gli amanti di una montagna meno affollata e battuta.
Eccone, in sintesi, l’articolazione. Nella prima giornata si parte da Dascio, sul lago di Mezzola, si raggiunge il tempietto romanico di S. Fedelino, si effettua la traversata in traghetto a Novate Mezzola e di qui si sale a Codera. Nella seconda si effettua la traversata Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso)-Valle dei Ratti, seguendo per un tratto il Tracciolino e salendo, lungo il vallone di Revelaso (o Revelasco: da "rava", dirupo), alla forcella di Frasnedo, per poi scendere a Frasnedo. Nella terza si passa per il bivacco Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l'alpe per eccellenza) e per il passo omonimo, raggiungendo l’alta valle di Spluga (
Val Masino), che si attraversa in quota fino al passo del Calvo, il quale consente la finale discesa al rifugio Omio in Valle dell’Oro. Nella quarta si scende, sul sentiero Omio-Bagni Masino, al pian del Fango (córt dai fènch) e di qui si risale all’alpe Sceroia ed al pianone della Val Porcellizzo ("val do porscelécc"), per poi tornare a scendere alla Casera Vecchia di Porcellizzo e di qui imboccare il sentiero che, passando per il Brasco (termine che forse deriva dalla radice lombarda "brasch", "bruciato", da cui anche "braschée", caldarroste), conduce all’imbocco della Val di Mello ("val da mèl"). Nella quinta giornata da S. Martino ci si inoltra in Val di Mello ("val da mèl"), risalendo tutta la Val Romilla ("val da roméla", sua laterale meridionale) fino al passo omonimo, per il quale, alla fine, si scende alla Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"), intercettando il sentiero per il rifugio Ponti, per poi salire al rifugio medesimo o scendere all’alpe di Sasso Bisolo ("sas besö"), dove si trova il rifugio Scotti. Nella sesta giornata, da considerarsi aggiuntiva rispetto al Sentiero Life in senso stretto, si effettua, infine, la traversata dal rifugio Ponti al rifugio Bosio per il passo di Corna Rossa (alternativa A), oppure la traversata dal rifugio Scotti al rifugio Bosio passando per la Val Terzana, il passo di Scermendone, l’alta Valle di Postalesio ed il passo di Caldenno (alternativa B).
Eccezion fatta per la prima e la terza tappa, si tratta, dunque, di un percorso da trekking di impegno paragonabile al celeberrimo Sentiero Roma, e quindi riservato ad escursionisti esperti ed allenati. Vanno quindi offerte alcune avvertenze generali. Il sentiero non richiede una specifica preparazione alpinistica, ma non va neppure preso sotto gamba. Nella quarta giornata ci sono alcuni passaggi attrezzati, per cui è necessario munirsi di cordino e moschettone per assicurarsi alle corde fisse. Non è affatto prudente affrontarlo da soli, o in condizioni di allenamento non adeguate. È del tutto sconsigliabile, poi, affrontarlo con neve o nelle giornate di tempo brutto (la segnaletica è ottima, per cui i problemi di orientamento sono minimi, ma il rischio di essere sorpresi da temporali in luoghi “fuori mano” è elevato). Non si confidi nei telefonini: per la maggior parte del percorso restano desolatamente muti. Un ultimo ammonimento, se ce ne fosse bisogno: attenzione ai sassi mobili, che escursionisti poco attenti possono involontariamente lanciare sui malcapitati che si trovano più in basso: sono veri e propri proiettili, possono uccidere. Il periodo migliore per effettuare la traversata è quello compreso fra luglio e settembre (anche ottobre è un ottimo mese, se già non è nevicato in quota). Per il resto dell’anno la neve può costituire un’insidia di non poco conto.
È tempo, però, di entrare nel merito della prima tappa, da Dascio a Codera. Dascio è un grazioso borgo che si trova sulle rive di una diramazione meridionale del lago di Mezzola. Chi proviene da Milano lo può raggiungere, uscito dalla superstrada Lecco-Colico, prendendo in direzione della Valchiavenna e poi di Como. Proprio all’imbocco della ss. Regina, che costeggia la riva occidentale del Lario fino a Como, si trova il Ponte del Passo, superato il quale si prende subito a destra, imboccando una stretta stradina asfaltata (indicazione per Dascio). Raggiunto il paesino, lasciamo l’automobile nei pressi della chiesetta, al parcheggio del lungolago. Il sentiero ha come sottotitolo “dal cigno alla pernice bianca”: ebbene, è questo il momento del cigno, dal momento che ci potrà capitare di scorgerne qualche superbo esemplare sulle acque del laghetto che costituisce una sorta di diramazione meridionale del più grande lago di Novate Mezzola. Se, però, invece di cigni vedremo qualche simpatica anatra, non restiamo delusi: anche questi animali meritano la nostra curiosa attenzione.
Cominciamo, poi, a salire, da una quota di 203 metri, lungo la via Bruga, seguendo le indicazioni per il tempietto di S. Fedelino, dato a 2 ore. Dopo un tornante destrorso, la strada asfaltata termina, lasciando il posto ad una carrozzabile sterrata. Affisso su un vecchio lavatoio troviamo il primo cartello giallo dell’Ersaf, con la denominazione del sentiero. Ne troveremo altri, nei principali snodi della lunga traversata. Superate alcune baite, ci portiamo, salendo leggermente, al tempietto dedicato ai caduti in guerra, posto, in posizione panoramicissima, sul cosiddetto “Sasso di Dascio” (m. 277).
Troviamo, qui, un pannello che illustra le caratteristiche della Riserva Naturale Pian di Spagna – Lago di Mezzola. Da esso apprendiamo che il Pian di Spagna si trova sul corridoio dello Spluga, uno dei punti di più agevole attraversamento dell’arco alpino, ed è crocevia di importanti rotte di migrazione, per cui ospita, durante l’inverno, diverse specie di uccelli legati alle zone umide. La sua importanza eccezionale è legata al fatto che è rimasto, insieme con le Bolle di Magadino, in canton Ticino, alle torbiere del lago d’Iseo ed ai laghi della Brianza, l’unica area umida di un certo rilievo superstite sul versante meridionale della Alpi. Per questo motivo nel 1971 è stato segnalato, nella Convenzione di Ramsar, come zona umida di interesse internazionale ed è diventato, nel 1985, riserva naturale. La sua denominazione deriva dalla presenza spagnola nei secoli XVI, XVII e XVIII. Gli spagnoli, che possedevano il ducato di Milano, per fortificare questa regione di confine (la Valtellina era possesso della lega Grigia), edificarono proprio qui, fra il 1603 ed il 1606, quella fortezza che prese il nome dal conte di Fuentes, governatore di Milano. A quel tempo, dopo una serie di rovinose alluvioni, l’Adda sfociava nel lago di Como proprio presso il ponte del Passo, e si era formata un’area paludosa e malsana che divideva il lago di Como in due parti. Furono gli Austriaci a bonificare la zona, fra il 1700 e la metà del 1800, realizzando anche l’attuale canale dell’Adda. Queste note ci aiutano a capire l’importanza naturalistica e storica del piano che possiamo, da qui, dominare in tutta la sua bellezza, incorniciato, a sud, dall’inconfondibile corno del monte Legnone, l’ultima vetta significativa della catena orobica occidentale. A sinistra del monte Legnone si apre un interessante spaccato della Val Lésina (termine che rimanda al significato di torrente che scava profondamente la valle). Più a sinistra ancora, dopo il lungo crinale che scende dai monti Brusada e Bassetta (linea di confine fra Costiera dei Cech e Valchiavenna), ecco, infine, la Valle di Ratti, che mostra la sua sezione bassa e mediana, nascondendo però buona parte della sua testata. Avremo modo di conoscerla da vicino durante la seconda e, soprattutto, la terza tappa.
Dopo un bel tratto con fondo in grisc' (pietra arrotondata disposta con sapienti geometrie), eccoci ad un bivio, al quale dobbiamo prendere a destra, seguendo le indicazioni del Sentiero del Giubileo 2000, nel quale, ora, ci immettiamo. Il sentiero, segnalato con segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, segue l'antico tracciato della Via Regina, che percorre il lato occidentale del Lario, nel punto in cui questa si innalza, rispetto alla, sponda del lago e punta in direzione della Valchiavenna e dei passi alpini. L’interesse religioso del sentiero, che per questo è stato inserito nel Sentiero del Giubileo, è legato al fatto che conduce al luogo nel quale fu, secondo la tradizione, martirizzato, il 28 ottobre del 298 d.C., uno dei padri della fede nel comasco, San Fedele, cui è dedicato il già menzionato tempietto di S. Fedelino. Dopo aver incontrato un masso sul quale il tempietto è dato, un po’ pessimisticamente, a tre ore di cammino (ma non s’era detto due ore…?), la carrozzabile lascia il posto ad un sentiero che si immerge nel bosco, scendendo, ben presto, ad uno splendido ponte in pietra che scavalca la forra scavata dal torrente del Vallone del Poncio. Sul lato opposto, riprendiamo a salire e, superati alcuni ruderi, incontriamo, sempre nel cuore del bosco di castagni, un bivio, al quale prendiamo a destra. Il sentiero attraversa, su un ponte di legno, anche una vallecola minore, proponendo, subito dopo, un tratto in salita elegantemente scalinato.
Un successivo tratto pianeggiante propone alcuni castagni secolari, alberi cavi e gemini, simbolo di una vita che sembra attraversare, con radici tenaci, i flutti ed i marosi della storia. Il luogo ha un sapore quantomeno arcano, che si gusta appieno solo nel più profondo silenzio. Avanti ancora, fino ad un nuovo rudere, oltrepassato il quale usciamo all’aperto. Incontriamo un secondo cartello del Sentiero del Giubileo, sotto il quale è posta anche la piccola targhetta quadrata con la scritta gialla “Life” contornata da 12 stelle, su fondo azzurro, una targhetta che incontreremo spesso, nel cammino. Un nuovo tratto nel bosco, ed eccoci, dopo una specie di corridoio nella roccia, di nuovo all’aperto, in un tratto molto panoramico (ottimo il colpo d’occhio sul lago di Mezzola: il laghetto di Dascio appare già lontano, mentre, dai boschi di mezza costa, a destra, emerge il campanile di Albonico). Possiamo vedere, ora, in basso, anche Novate Mezzola, alle cui spalle la bassa Val Codera (da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso) nasconde di sé molto più di quanto mostri. Siamo al punto più alto di questa prima sezione della prima giornata, a 472 metri. Ora si comincia a scendere, rientrando anche nel bosco, fino ad un cartello della Comunità Montana di Val Chiavenna, che ci segnala che siamo sul percorso storico della Via Regina.
Il cartello è posto ad un bivio. In entrambe le direzioni si può raggiungere S. Fedelino. La direzione di destra, nonostante sia leggermente più impegnativa in discesa, merita, però, di essere scelta, perché passa per la sommità del cosiddetto Salto delle Capre (o Mot di Bech, a m. 329). Si tratta di un precipizio alla cui sommità giungiamo quasi subito. Il luogo, ottimo belvedere naturale sul lago di Mezzola, è costituito da una roccia posta in sicurezza da un parapetto (non è proprio il caso di sporgersi!). Sul fondo del precipizio è posta una spiaggetta in un’insenatura del lago di Mezzola. Suggestivo davvero il panorama: sulla destra un vertiginoso salto gemello, più a sinistra i paesi di Verceia (all’imbocco della Valle dei Ratti) e, seminascosto, Novate Mezzola (all’imbocco della Val Codera). La bassa Val Codera è dominata dall’inconfondibile profilo del Sasso Manduino (m. 2888), massiccio e squadrato, uno dei simboli più rappresentativi di queste montagne. Dopo esserci goduti il panorama, riprendiamo la discesa, su un comodo sentiero che, però, lascia il posto, più in basso, ad una traccia tormentata che sembra precipitare, fra alcune roccette, su un corpo franoso di sassi bianchissimi. Il superamento delle roccette richiede cautela; sul corpo franoso, invece, la traccia di destreggia con eleganza.
Al termine della discesa, un cartello ci indica la direzione (sinistra) per il tempietto di S. Fedelino, e, in breve, siamo all’amena radura che, sulle rive del fiume Mera, ospita questo luogo sacro (m. 200). Si tratta di un tempietto romanico che risale al 964, edificato, in sostituzione di un precedente tempietto andato in rovina, sul luogo nel quale fu decapitato e sepolto, il 28 ottobre del 298 d.C., uno dei padri della fede nel comasco, San Fedele, soldato romano che pagò con la vita l’adesione alla nuova fede cristiana. L’edificio, proprietà della parrocchia di Novate Mezzola, ha dimensioni davvero ridotte (m. 6,2 x m. 4,5) ed ha una pianta quadrata, con l’abside rivolta ad est, il punto cardinale che simboleggia la luce nascente. Sul lato opposto, ad ovest, dovrebbe trovarsi la facciata, che però è addossata alla roccia del monte Berlinghera, in quanto il tempietto venne costruito sullo stretto lembo di terra compreso fra il monte ed il lago, che ora si è ritirato, lasciando il posto al fiume Mera, che scende dalla piana di Chiavenna. E’ possibile ammirarne l’interno solo nei giorni in cui viene aperto al pubblico (da MArzo (termine che deriva da "arso") ad Ottobre, il sabato, la domenica e nei giorni festivi negli orari 11-12 e 14.30-16.30, oppure su prenotazione; l’ingresso è soggetto al pagamento di una tariffa; telefonare, per informazioni, ai numeri 034344085, 034336384, 034337485, 034333442 o 034482572).
Un sentiero lascia, in direzione nord-ovest, il tempietto, proponendo, dopo due tratti serviti da scale metalliche (che hanno sostituite le precedenti suggestive scale in legno) per superare altrettanti salti di roccia, un lungo tratto pianeggiante e congiungendosi con il Sentiero del Giubileo (che abbiamo lasciato al bivio sopra menzionato, per visitare il Salto delle Capre). Il sentiero raggiunge, poi, i ruderi della chiesa di S. Giovanni all’Archetto, chiesa medievale (ricostruita nel Seicento) che era collocata nei pressi del punto al quale giungeva allora il lago di Como (m. 205; siamo in comune di Samolaco, dal latino Summo Lacu, cioè il punto più alto del lago). Di qui una carrozzabile raggiunge la strada asfaltata in località Casenda; seguendola e prendendo a destra, raggiungiamo la via Trivulzia presso il Ponte Nave, sul fiume Mera; seguendola verso sud-est, raggiungiamo, dopo 3 km, Novate Mezzola, dove comincia il secondo segmento di questa prima tappa. Ma questa faticosa e noiosa camminata può essere evitata passando direttamente, via traghetto, da S. Fedelino a Novate Mezzola. Il servizio di traghetto prevede l’imbarco presso il ristorante La Barcaccia di Verceia, con partenza mattutina alle 10.30 e ritorno alle 12.30, con partenza pomeridiana alle 13.30 e ritorno alle 16.15. Il numero telefonico del ristorante, per informazioni, è 034344164.
Bene, via terra o, più comodamente, via fiume, eccoci a Novate Mezzola, paese posto all'imbocco della Val Chiavenna. Dobbiamo ora, seguendo le indicazioni per la Val Codera, salire alla parte alta del conoide di deiezione che ospita l’abitato, e precisamente dai 316 metri del parcheggio di Mezzolpiano, dal quale si stacca una bellissima mulattiera, larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito (il famoso San Fedelino, che deve la sua denominazione proprio alla devozione a S. Fedele, di cui già si è detto). La Val Codera e la Valle dei Ratti sono le uniche, fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibili alle automobili: questo ha contribuito a conservarne le caratteristiche naturali, conferendo ad esse un fascino per molti aspetti unico e giustificando il loro inserimento fra i siti di interesse comunitario. Il tratto Mezzolpiano-Codera fa parte anche della prima tappa degli altri due grandi sentieri che effettuano la traversata Novate-Val Masino, il Sentiero Italia Lombardia Nord 3 ed il Sentiero Roma.


Apri qui una panoramica di Novate Mezzola e del suo lago dalla mulattiera di Val Codera

Portiamoci dunque ai 316 metri del parcheggio della località "Il Castello" (castèl) della frazione di Mezzolpiano (mezalpiàn; lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga in corrispondenza di una farmacia e proseguendo diritti nella salita del conoide alluvionale della valle, cioè seguendo le indicazioni per la Val Codera, che ci portano alla parte alta del paese, sulla sinistra). Qui, anticamente (e ciò giustifica la denominazione del luogo) sorgeva una fortificazione che dominava lo sbocco della Valchiavenna, e che fu definitivamente smantellata nel 1639. Ne parla anche Giovanni Guler von Weineck, governatore della Valtellina per le Tre Leghe Grigie fra il 1587 ed il 1588, nell'opera "Rhaetia" (Zurigo, 1616): "Fra Campo e Novate, il lago riceve un impetuoso torrente, che da una vallata montana, passando per una chiusa in mezzo ai dirupi, viene a sboccare nella pianura, arrecando gravissimi danni alle campagne. Presso la chiusa, là sul monte, sorge un'antica fortezza, in parte distrutta ed in parte oggi abitata da un povero contadino. Questo castello, insieme con un altro di cui si scorgono i ruderi poco lontano sopra l'estremità del lago, venne eretto dai duchi di Milano e più tradi smantellato dai Grigioni".


Apri qui una panoramica dalla mulattiera per Codera

Non lontanto, alla nostra destra, corre il torrente Codera (l'impetuoso torrente citato dal von Weineck), il cui alveo è contenuto da un alto argine in pietra; una vicina fontanella ci invita al rifornimento di acqua: sarà bene accogliere l'invito, se ne siamo sprovvisti, dal momento che non se ne trova più fino a Codera. Alla nostra sinistra, infine, segnalata da alcuni cartelli (relativi ai rifugio Osteria Alpina, Bresciadega e Brasca, ed al Sentiero Italia - Lombardia 3 settore nord), oltre che da un segnavia rosso-bianco-rosso, parte, introdotta da pochi scalini in cemento, una bellissima mulattiera (codificata con A6), larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale, nel primo tratto, con diversi tornanti, in un bosco di castagni. Se vogliamo concentrare la mente in un compito che possa distrarci dalla fatica, secondo i principi della meditazione orientale, potremmo dedicarci a contare gli scalini: pare che siano 2600, uno più, uno meno, e giustificano la denominazione di Mulattiera delle Scale. Oppure potremmo rivolgere il nostro pensiero alla valle che non si è ancora rivelata al nostro sguardo. La Val Codera è l'unica fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti unico, anche se il suo nome deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso; racconta una leggenda, poco generosa nei confronti della valle, che a Dio, dopo aver creato il mondo, avanzò un certo numero di massi, con i quali, messi un po' alla rinfusa, essa sarebbe stata creata. Le solite malelingue, verrebbe da dire.


Apri qui una panoramica della cappelletta di Suradöo sulla mulattiera per Codera e della punta Redescala

Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta, in località Söra i Sasèi (m. 445), ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo d’occhio sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui fanno da cornice, sul fondo, a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica e, a destra, il monte Beleniga, all'imbocco della Val Chiavenna. Ignorato, alla nostra sinistra, il sentierino che sale alle baite di Montagnola, passiamo accanto ad un cartello avverte del pericolo di caduta sassi e che ci induce ad affrettare il passo. Poi alla cornice di un gentile bosco di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia, il granito, signore del Sentiero Roma. Un granito che, però, in questa zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti, del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato l’apertura di numerose cave. Il sentiero è qui scavato proprio nel granito, e solo così può scavalcare la forra terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa 300 metri, sul fondo del torrente Codera. Effettuando un traverso che corre sul ciglio di un impressionante salto, superiamo due cave (nei pressi della seconda si vede un curiosissimo escavatore, i cui pezzi sono giunti fin quassù grazie alla teleferica e sono stati rimontati sul posto).


Apri qui una panoramica di Avedée

Più avanti iniziamo a trovare, sulla destra, la protezione di un corrimano ed incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta, chiamata di Suradöo, nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino (dipinto però in buona parte rovinato), al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale della bassa Val Codera; sul lato opposto della mulattiera, cioè sul ciglio del precipizio, una croce di ferro ricorda la tragedia di una persona precipitata a valle. Lasciamo, ora, alle spalle il gentile scenario del lago di Mezzola, ed entriamo effettivamente nella valle e ci tocca una prima discesa, appena accennata, all’ombra di un rado bosco di betulle, olmi e castagni, che regala ampi scorci verso nord (alla nostra destra), dove appaiono, in primo piano, la punta Redescala (m. 2304) e, alla sua destra, il profondo vallone di Revelaso (revelàas), che scende a sud della celebre cima del Sasso Manduino (m. 2888).


Apri qui una panoramica della Val Codera dalla mulattiera per Codera

Passata una cava abbandonata e superato un valloncello, riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedée, posto a 790 metri, sul lungo dosso che scende verso nord-est dal monte omonimo (m. 1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale della valle, per cui verrebbe da pensare che il nome del maggengo derivi da "a vedé", cioè "a vedere". In realtà l'etimo più probabile, comune alla località di Avedo in Val Grosina, è da "avéd", abete; meno probabile la derivazione dall'aggettivo "labidus" (da "labes"), cioè "scosceso". Ad Avedée troviamo anche una graziosa chiesetta (l'oratorio di S. Antonio), ma nessuna fontanella. Il piccolo nucleo ci regala, infine, anche uno spunto di riflessione, offerto dalle parola di Luca, scritte il 20 luglio 1995 ed incise su una targa di bronzo che lo ricorda: "Per me strada ha significato e significa soprattutto confrontarsi con gli altri, col mondo, cercare di sfruttare al massimo le esperienze che ti capitano ed evitare che le cose ti scorrano addosso. Questo è l'unico modo per non avere rimpianti dopo."


Apri qui una panoramica della mulattiera per Codera

Dopo un breve tratto nel quale ci fanno da scorta gentili betulle, ci affacciamo al tratto più caratteristico della mulattiera, nel quale ci attende una discesa, elegantemente scalinata, con qualche tornante, che ci fa perdere complessivamente un centinaio di metri circa. Da qui la vediamo interamente, ed ottimo è il colpo d'occhio su Codera e sulle cime del Sas Becchè (m. 2728) e del monte Grüf (m. 2935), che la incorniciano. Impressiona, invece, la grande colata di sfasciumi di color bianco che riempie buona parte del versante a valle della mulattiera. Nella discesa superiamo due valloni dirupati, che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. Niente paura: l'ora del giudizio non è ancora arrivata per cui si continua a sudare nel faticoso al di qua. Sudare in un ulteriore traverso intagliato nella roccia (la Taiàda, appunto), dalla quale colano diversi rivoli d'acqua, e protetto da una seconda galleria paramassi. Volgendo lo sguardo a destra, cioè al versante opposto della valle, vediamo l'ampio versante boscoso dal quale fanno capolino le baite di Cii (m. 851), sormontate, a destra, dalla punta Redescala, mentre a sinistra si impone il solco della selvaggia val Ladrogno coronata, da sinistra, dalle austere cime di Gaiazzo (m. 2920), dalla punta Magnaghi (m. 2871) e dal Sasso Manduino (m. 2888).

Attraversata la seconda galleria (non senza volgere lo sguardo alle spalle per osservare lo scenario da brivido dell'impressionante forra terminale della Val Codera), torniamo a salire, incontriamo una terza cappelletta con dipinto di Madonna con Bambino (m. 777) che ci rivolge uno sguardo accigliato, quasi di rimprovero, e raggiungiamo, poco più avanti, il piccolo cimitero di Codera (cudéra), incorniciato dal selvaggio profilo del Mut Luvrè (cima di lavrina, m. 2307), sul fianco settentrionale della Val Ladrogno. Una scritta sulla parete della posta al suo ingresso e dedicata alla Vergine delle Grazie ci invita a meditare sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso”.


Apri qui una panoramica del cimitero di Codera

No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle generazioni che qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero filo dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera, difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli di emozioni profonde. Dentro la cappelletta, la Madonna della visione dell’Apocalisse, coronata di stelle, nell’atto di schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male. Il suo volto è decisamente più dolce rispetto a quella del dipinto della cappelletta precedente. Ai suoi lati, San Giuseppe (alla nostra sinistra) e San Giovanni Battista (a destra). Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta, dedicata alla Madonna della Misericordia, con Bambino, che rivolge un sorriso amabile alle due bambine di Vhò e di Lirone (Val San Giacomo) alle quali apparve il 10 ottobre 1492 (a questa apparizione è dedicato il celebre santuario di Gallivaggio, all'imbocco della Val San Giacomo, sopra Chiavenna).


Apri qui una panoramica dell'accesso a Codera

Siamo di nuovo in cammino: un ultimo breve tratto in una rada selva, ed ecco, infine, apparire l'imponente campanile della chiesa di Codera, dedicata, dal 1764, a S. Giovanni Battista (m. 825), staccato dal corpo della chiesa; la chiesa, eretta probabilmente nel XVI secolo, venne originariamente dedicata a S. Martino.

All’ingresso del paese troviamo un cartello di benvenuto, che esplicita però anche le regole cui debbono attenersi gli escursionisti: “Tranne i principali sentieri di accesso e l'alveo del torrenti, tutta la valle è di proprietà consortile o privata; non accendete fuochi; non disturbate e non attirate a voi il bestiame al pascolo; tenete i cani al guinzaglio; non entrate nei prati da sfalcio; non campeggiate senza il previo accordo del proprietario del fondo; la raccolta delle castagne è consentita dietro autorizzazione dei proprietari delle piante. Questo si legge nelle righe. Fra le righe si intravedono dissapori passati fra la popolazione locale, gelosa, come avviene per chi da generazioni vive abbarbicato ad una rude montagna, della propria terra, ed un certo turismo caratterizzato da un approccio troppo disinvolto.


Apri qui una panoramica della chiesa di San Giovanni a Codera

Siamo, dunque, nel piazzale antistante la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. Alla nostra destra, il rifugio-locanda “Risorgimento”; una targa reca scritto: “Sorto come scuola di Codera, tratto nel 1987 da ventennale abbandono e destinato a “Casa di valle” per concordia d’intenti, valligiani, autorità e Associazione Amici Val Codera a ricordo e conferma della perenne vitalità di questo paese. Codera, venti anni dopo, 4.5.2008”.
Un cartello ci offre importanti elementi di conoscenza sull’habitat di questa straordinaria valle. Vi si legge, fra l’altro: “Salendo da Mezzolpiano, con lo sfondo del Lario e del Pian di Spagna, attraverserete in un paio d'ore habitat diversissimi tra loro: lembi di macchia submediterranea a cisto (un arbusto dalla foglie simili alla salvia) e ad erica arborea, castagneti, pendici rocciose, boschetti pensili. Oltre i terrazzamenti di Avedee ecco fresche vallette con boschi di castagno, frassino, tiglio ed acero. Qui compaiono alcuni esemplari di tasso e, nelle esposizioni settentrionali, anche le prime piante di rododendro ferrugineo. La profonda e fresca forra del torrente Codera che si intravede dal sentiero, costituisce uno dei migliori esempi lombardi di un habitat considerato raro e prioritario dall'Unione Europea: i valloni ad acero-tilieto, abitati anche dal gufo reale. Di fronte a noi una rigogliosa foresta di latifoglie si estende verso gli abitati di Cii e Cola, composta da tigli, aceri, roveri e castagni, in alcune zone da betulle; nell'ambito del progetto Life Reticnet ha subito interventi di diradamento selettivo che hanno anche permesso di migliorare Ia vista di un curioso fenomeno di erosione su deposito glaciale, una grossa piramide di terra ornata da un pesante cappello di granito, posta alto sbocco di Val Ladrogno, di fronte a Codera. Più in alto entriamo nella regione dei lariceti e dei ripidi pascoli, sovrastati dai potenti contrafforti del Sasso Manduino. Luoghi remoti, dove si possono osservare ancora i grandi rapaci e la coturnice. Sulle scoscese pendici della Salubiasca, popolate da camosci, si conservano nuclei di raro pino uncinato e gli ultimi lembi delle antiche cembrete che hanno fornito, fino al recente passato, legname prezioso per la mobilia delle case della valle.”


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Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.


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Il dislivello superato non è eccessivo (900 metri circa), ma lo sviluppo è ragguardevole (approssimativamente 14 km), nell’ipotesi di aver utilizzato il traghetto. Calcoliamo, dunque, circa 6 ore di cammino.
Chi volesse ulteriori informazioni o aggiornamenti, può rivolgersi all’ERSAF, a Morbegno (SO), tel. 02 67404.581, fax 02 67404.599, oppure all’Infopoint ERSAF, tel. 02-67404451 o 02-67404580; può anche scrivere a oscar.buratta@ersaf.lombardia.it, oppure a life@ersaf.lombardia.it.
Risulta utile anche la consultazione del sito Internet www.lifereticnet.it/italiano/home.htm

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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