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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Prato Maslino-Prato Isio-Alpe Caldenno-Alpe Palù -Passo di Caldenno-Rifugio Bosio-Alpe Lago di Chiesa-Primolo-Chiesa Valmalenco
7 h
900
E
SINTESI. Dal parcheggio basso di Prato Maslino, poco sotto il rifugio Marinella (m. 1610) imbocchiamo la pista che procede verso est (destra per chi garda a monte), fino a trovare il sentiero che se ne stacca sulla destra (1590 metri) e scende ad attraversare a 1540 metri la Val Fontanin, per poi attraversare la Val Grande e risalire al lato occidentale di prato Isio (m. 1660, sul lato opposto rispetto alla piazzola di parcheggio dove termina la carozzabile). Dalla piazzola imbocchiamo la pista che dopo una traversata porta all'alpe Caldenno. Dalla chiesetta di Santa Margherita a Caldenno ci incamminiamo verso l'alta valle, stando sul lato destro (per noi), scavalcando su un ponticello un canale e passando per la baita più alta, la Baita di Ciazz, m. 1896. Proseguiamo salendogradualmente, fino al primo gradino di soglia della valle, dove troviamo un sentiero marcato che lo risale (siamo sempre sul suo lato destro), portando all'alpe Palù (m. 2099). Procediamo quasi in piano, restando a destra del torrente, superiamo un muretto a secco e saliamo ad una comca-pianoro che attraversiamo verso sinistra. Attraversato un torrentello da destra a sinistra, troviamo un sentiero marcato che sale verso nord-nord-ovest e che ci porta alla soglia dalla quale il torrente Caldenno precipita in una piccola gola, che rimane alla nostra sinistra. Superato questo secondo gradino glaciale, ci affacciamo al circo dell’alta valle, che ci accoglie con una sorta di terrazzo frastagliato per le diverse balze erbose. Ci allontaniamo dal torrente prendendo a destra (lasciamo a sinistra le indicazioni per il passo di Scermendone), per salire su un declivio erboso che ci porta ad una conca con una bella pozza, a destra di un enorme masso erratico. Un segnavia bianco-rosso ci indica la direzione nella quale procedere (destra). Pieghiamo poi a sinistra e ci portiamo al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa). Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Dopo un tratto interessato da smottamento, siamo ai 2517 metri del passo di Caldenno. Su un grande masso si trova segnalata la direzione nella quale scendere al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio Bosio (m. 2086). E' giunto infatti il tempo di staccarsene per scendere, sfruttando il versante sinistro idrografico della valle, all'alpe Lago di Chiesa (lach o lèch de sgésa, splendido pianoro-maggengo dove ancora nel settecento esisteva un lago, da cui il nome) e di qui a Primolo (prémul) ed a Chiesa Valmalenco.

Siamo ormai all'ultima tappa, ma il sentiero Italia non finisce di riservare sorprese e scorci di grande interesse e suggestione. Ho già avuto modo di dire che, lungo questo sentiero, la montagna mostra i suoi diversi aspetti, misteriosi, orridi, grandiosi, aperti, gentili. Manca all'appello il fitto bosco di conifere, ma ora lo si incontra. Il sentiero, infatti, riparte poco sotto un grande e ben visibile masso spaccato, posto sul limite orientale del prato, per addentrasi in un bel bosco ed attraversare il Dosso del Buono e la val Finale, mantenendosi costantemente su una quota compresa fra i 1650 ed i 1750 metri.
La traversata avviene, con qualche saliscendi, su una traccia tranquilla, anchese in alcuni tratti un po' esposta: si può così gustare anche l'aspetto più umbratile e raccolto della montagna. Alla fine si raggiunge la sommità del prato Isio (m. 1660 circa), in corrispondenza di una fontana. Vale la pena di fermarsi per un po' qui a gustare l'ottimo panorama orobico. Sul lato opposto del prato, quello orientale, si imbocca poi una comoda carrozzabile che sale all'alpe Caldenno (m. 1811), dove diventa un sentiero che risale la valle omonima.

L’alpe Caldenno si trova sulla soglia dell’alta Valle del Caldenno, o Valle di Postalesio, una splendida valle con la caratteristica forma ad U dovuta all’escavazione glaciale, che si apre ai piedi del versante meridionale del gruppo dei Corni Bruciati e confina a nord-ovest con la Val Terzana (Val Masino), con la quale è messa in comunicazione dal passo di Scermendone (m. 2595), e a nord-est con la Val Torreggio (Valmalenco), con la quale è messa in comunicazione dal passo di Caldenno (m. 2517). Due ampie e selvagge costiere la separano, poi, dall’alta Val Finale, ad ovest, e dall’alta Valle del Boco, con l’alpe Colina, ad est.


Alpe Caldenno

La sua bellezza è pari alla sua facile accessibilità e percorribilità: la si può risalire interamente, dall’alpe Caldenno, passando per l’alpe Palù, fino ad entrambi i passi, senza particolari difficoltà, il che, ovviamente, ne fa un punto di passaggio di diversi itinerari escursionistici di grande fascino, anche perché un po’ decentrati rispetto a direttrici maggiormente frequentate.
L’origine del termine “Caldenno” (o “Caldeno”) è dall’aggettivo “caldo”, con l’aggiunta del suffisso “enno”, di origine etrusca (come in “Berbenno”), e si giustifica, probabilmente, per la sua felice esposizione a sud; più fantasiosa, anche se suggestiva, è l’ipotesi dell’Orsini, che rimanda a “Calus”, o “Charu”, dio degli inferi.

Alpe Caldenno

Gli alpeggi di Colina e di Caldenno sono, come scrive Dario Benetti nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” (in “Sondrio e il suo territorio”, edito da IntesaBci, 1999), “esempi tra i più significativi di insediamenti di quota sul versante retico della media Valtellina… Nel caso dell’alpe Caldenno si ha la permanenza di un consorzio che ha mantenuto ancora oggi la proprietà indivisa dei pascoli, mentre gli edifici sono di proprietà privata. Come avveniva in tutti i casi di caricamento familiare, l’alpeggio produceva e produce formaggio semigrasso e burro. Numerosi caselli per il latte, situati vicino al corso d’acqua, venivano utilizzati per depositare il latte nelle conche al fresco, in modo che potesse affiorare la panna necessaria per la produzione del burro. Le baite si sviluppano su due piani, con una pianta quasi quadrata e hanno muratura in pietrame e poca malta, a volte a secco, con tetto a due falde e manto di copertura in piode (lastre di pietra) locali. Il piano seminterrato è utilizzato come stalla, con un piccolo spazio esterno, in genere nel sottoscala, per il ricovero dei suini. Il piano rialzato riunisce le funzioni di lavorazione del latte, con un angolo focolare ove è presente la tradizionale struttura girevole in legno per la culdèra, il deposito dei formaggi (in un locale controterra completamente interrato che fuoriesce dal sedime dell’edificio) e un tavolo ammezzato in legno su cui erano ricavati i giacigli per la notte. La scala è esterna, ricavata in facciata, parte in muratura e parte in legno. Il fumo del focolare fuoriesce da una finestrella in facciata. Sulla facciata era posta anche una mensola per fare sgocciolare la ricotta fuori dalla portata degli animali”.


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Vediamo, ora, quali sono le principali possibilità escursionistiche offerte dall’alpe. La traversata alla Val Torreggio ed al rifugio Bosio è probabilmente la più suggestiva, e sfrutta il facile passo di Caldenno, posto sul lato nord-orientale dell’alta valle. Lungo il cammino troviamo pochi (ad oggi, autunno 2007) segnavia bianco-rossi, ma anche vecchi bolli rossi contornati di giallo: ciò non costituisce, però, un grosso problema. Dalla chiesetta di Santa Margherita riprendiamo il cammino, lasciando alle spalle le ultime baite e puntando ad una baita isolata posta più a monte (Baita di Ciazz, m. 1896), che raggiungiamo dopo aver scavalcato su un ponticello un canale in cemento che confluisce nel torrente Caldenno. Qui troviamo anche un cartello che dà il passo di Scermendone (posto erroneamente ad una quota di 2647 metri) ad un’ora e 30 minuti ed il passo di Caldenno (posto, anch’esso, erroneamente ad una quota di 2610 metri). La capanna Bosio, poi, viene data a 2 ore e la Desio a 3.


Alpe Caldenno

Dalla baita, seguendo i segnavia, cominciamo a salire verso destra sul versante di media pendenza, fino a raggiungere una traccia ben marcata che prosegue salendo sul lato di destra (per noi) del torrente, per vincere il primo gradino glaciale della valle, che ci separa dall’alpe Palù (sulla carta IGM il sentiero è, invece, segnato sul lato opposto). Raggiunta la soglia del gradino, non attraversiamo il torrente, ma proseguiamo tenendoci alla sua destra e lasciando alla nosra sinistra un pianoro acquitrinoso (Palù, infatti, deriva da palude) e di due baite appoggiate ad un grande masso.


L'alpe Palù

Sul lato opposto vediamo anche il baitone dell’alpe Palù (m. 2099). Proseguiamo salendo gradualmente sul versante orientale della valle, in direzione di un piccolo ometto presso il quale troviamo anche un bollo rosso contornato di giallo. Usciamo, quindi, da un muricciolo a secco appena abbozzato, che serviva un tempo da recinto per il bestiame, e troviamo una freccia giallo-rossa che ci indica una traccia di sentiero. Ci allontaniamo, quindi, molto gradualmente dal fondo della valle, dove scorre il torrente, e, dopo aver trovato un nuovo segnavia rosso contornato di giallo, raggiungiamo una conca-pianoro. La tagliamo in diagonale verso sinistra ed attraversiamo da destra a sinistra un ramo secondario che da est confluisce nel torrente Caldenno, trovando, sul lato opposto, una traccia marcata che sale tagliando il fianco erboso di un ripido dosso ad oriente del torrente stesso. In realtà dalla conca-pianoro potremmo iniziare anche una salita diretta al passo, lungo il versante erboso che ci sta di fronte, ripido ma non insormontabile: tuttavia, se non abbiamo i tempi contati, non ci conviene scegliere questa più breve ma faticosa via. Ah, giusto, chiederete dov’è il passo. Lo possiamo facilmente individuare guardando in alto, sulla destra: non è marcato, ma lo si riconosce  per il grande ometto nei suoi pressi.
Percorriamo, dunque, il sentiero che sale verso nord-nord-ovest e che ci porta alla soglia dalla quale il torrente precipita in una piccola gola, che rimane alla nostra sinistra. Superato questo secondo gradino glaciale, ci affacciamo, così, al circo dell’alta valle, che ci accoglie con una sorta di terrazzo frastagliato per le diverse balze erbose. In alto, leggermente sulla sinistra, riconosciamo il passo di Scermendone, riconoscibile per l’affilato torrione che lo presidia sulla destra (m 2565). Proseguendo verso destra, vediamo le punte quotate 2782 e 2900, che precedono i bastioni rossastri dei veri signori della valle, i Corni Bruciati, che mostrano in primo piano la più alta punta centrale (m. 3114) e la punta settentrionale (m. 3097), vertice settentrionale della valle e del territorio del comune di Berbenno. Proseguendo verso destra, distinguiamo la cima di Postalesio, quotata 2995 metri, ed il frastagliato crinale che scende al passo di Caldenno. Ciò che maggiormente impressiona è, però, la grande colata di massi rossastri che si dispone ai piedi del gruppo dei Corni Bruciati, luogo nel quale si può udire, nottetempo, il battere incessante e desolato di mazze sulla roccia: qui, infatti, sono stati relegati, dice una leggenda, i “cunfinàa” dei Corni Bruciati, anime che, invise a Dio et a lo inimico suo, come si diceva nei secoli scorsi, non possono avere accesso né al Paradiso, né all’Inferno (e neppure al Purgatorio).


Alta Valle del Caldenno

Torniamo a noi: dobbiamo, ora, allontanarci dal torrente prendendo a destra, per salire su un declivio erboso che ci porta ad una conca con una bella pozza, a destra di un enorme masso erratico. Un segnavia bianco-rosso ci indica la direzione nella quale procedere: ci ritroviamo leggermente alti rispetto ad un pianoro alla nostra sinistra, dove vediamo, su un sasso, la scritta “Scermendone”, che indica la direzione (verso sinistra) da prendere per salire al passo di Scermendone (lo riconosciamo facilmente, da qui, ad ovest, per il grande ometto che lo presidia). Noi, invece, saliamo ancora per breve tratto, piegando poi a sinistra e portandoci al limite di un corridoio erboso, delimitato, a monte, da un dosso; qui troviamo una marcata traccia di sentiero, che sale tendendo leggermente a sinistra (su un masso c’è anche una freccia giallo-rossa).
Ben presto, però, la traccia volge a destra, assumendo la definitiva direzione ovest, verso il passo. Il sentiero, qui meno marcato, passa a destra di una nuova pozza e supera un ometto, oltre il quale troviamo un nuovo bollo rosso contornato di giallo. Colpisce, in questo ampio corridoio, la fascia di rocce di gneiss scoperte, con incisioni singolari, che danno l’impressione di essere opera di una mano umana. Ma di ciò diremo più avanti. Il sentiero lascia quindi alle spalle questo corridoio e sale gradualmente, tagliando il ripido fianco erboso dell’alta valle: in un tratto interessato da uno smottamento, poco prima del passo, dobbiamo stare un po’ attenti, perché la traccia è appena accennata.
Alla fine, eccoci ai 2517 metri del passo di Caldenno: sul lato opposto non un ripido versante, ma una sorta di piccolo altipiano, ideale per riposare. Straordinario il panorama che si apre davanti a noi, soprattutto per l’improvvisa comparsa del profilo regale del monte Disgrazia, che dall’alta valle non si vede. A nord si mostra, dunque, splendido, il monte Disgrazia (m. 3567), ed alla sua destra si distingue bene il pizzo Cassandra (m. 3226). Procedendo in senso orario, distinguiamo i due Corni di Airale, sul versante settentrionale della Val Torreggio. L’orizzonte, poi, si allarga alle cime del gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino, la punta Painale e la vetta di Ron.


Apri qui una panoranica sull'alta Valle del Caldenno (passo di Scermendone a sinistra, di Caldenno a destra)

Ad est intuiamo appena il gruppo dell’Adamello, poi il panorama è chiuso dalla cima quotata 2610, che nasconde alla nostra vista il monte Caldenno (m. 2669). Alla sua destra, cioè a sud, dominiamo tutta l’alta Valle del Caldenno, mentre sul fondo si disegna una porzione delle Orobie centrali, con la Valle del Livrio, la Valcervia e la Valmadre, sul cui fondo si vede bene il passo di Dordona. A sud-ovest e ad ovest l’orizzonte è chiuso dalle cime che contornano l’alta Valle del Caldenno. Ad est, in particolare, possiamo individuare il passo di Scermendone (m. 2595), che congiunge Valle del Caldenno e Val Terzana: si tratta della più marcata depressione sul crinale. Alla sua destra il crinale sale fino alla torre quotata m. 2900, nel gruppo dei Corni Bruciati. A nord-ovest, infine, il crinale sale fino alla cima di Postalesio (m. 2995), quotata, ma non nominata sulle carte IGM.


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Il pianoro che, sul versante della Val Torreggio si apre nei pressi del passo (ma anche il corridoio che abbiamo percorso iniziando l’ultimo traverso che conduce al passo) è ricco di rocce di gneiss, che riportano segni e cavità che danno l’impressione di costituire un segno dell’arte petroglifica preistorica. Ecco cosa ne scrive don Nicolò Zaccaria, prevosto di Sondalo ed esperto mineralista, il quale, nel 1902, dopo aver visitato questi luoghi, scrisse: “L’anno 1864 feci un’escursione sull’alpe Caldenno in comune di Berbenno. Appartiene al gruppo del Disgrazia, ed è un’alpe a circa 2600 metri sul mare. Alla sua sommità vi è un valico pel quale si entra nella Val Malenco sopra Torre. Or bene, proprio a questo passo la roccia gnesiaca è nuda e quasi piana ed in essa sono scalfite parecchie cavità d’una dimensione e d’una profondità poco su e poco giù come quella delle scodelle. Variano tuttavia nella forma, perché a prima vista hanno l’aspetto di un piede di cavallo. Quegli alpigiani mi condussero loro a vedere le orme impresse nella pietra dalle streghe che vi ballavano sopra con i piedi di cavallo”. In realtà, come poi fu appurato da Antonio Giussani, non ci sono di mezzo né uomini preistorici né streghe: si tratta di erosioni della roccia del tutto naturali. Nei pressi del passo troviamo anche, su un grande massicazioni di un sentiero che da esso taglia direttamente al passo di Corna Rossa (rifugio desio, ora chiuso perché pericolante): non si tratta, però, di una traversata agevole, ed una scritta raccomanda di seguire scrupolosamente i segnavia.
Sul medesimo masso si trova segnalata la direzione nella quale si scende, invece, più comodamente e brevemente, al rifugio Bosio, in circa mezzora. Il sentiero procede all’inizio in direzione est, poi piega leggermente a destra e poco sotto a sinistra, assumendo l’andamento nord-est e passando, a quota 2375, da sinistra a destra di un valloncello, di cui poi segue per un buon tratto il lato orientale, piegando ancora a destra ed assumendo l’andamento est-nord-est. A quota 2225 se ne allontana e, piegando leggermente ancora a destra, raggiunge il lato occidentale di un nuovo valloncello. L’ultima parte della discesa avviene in un bel bosco di pini mughi, fino al rifugio (m. 2086). La traversata dall’alpe Caldenno al rifugio Bosio avviene in circa due ore e tre quarti di cammino, necessarie per superare un dislivello in altezza di 710 metri.


Monte Disgrazia dal passo di Caldenno

Al rifugio Bosio la direttrice meridionale e quella settentrionale del sentiero Italia (in gran parte coincidente con il sentiero Roma), dopo essersi divise a Codera, si ricongiungono, in quanto converge sul rifugio anche la traccia che scende dal passo di Corna Rossa. Il sentiero, poi, prosegue seguendo buona parte dell'Alta Via della Valmalenco...
Ma questa è un'altra storia. E' giunto infatti il tempo di staccarsene per scendere, sfruttando il versantesinistro idrografico della valle, all'alpe Lago di Chiesa (lach o lèch de sgésa, splendido pianoro-maggengo dove ancora nel settecento esisteva un lago, da cui il nome) e di qui a Primolo (prémul) ed a Chiesa Valmalenco, ripensando ad immagini ed emozioni che lasciano un segno nell'anima.
Il dislivello complessivo in salita è, in quest'ultima tappa, di circa 900 metri, mentre il tempo necessario si aggira intorno alle 7 ore.



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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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