CARTA DEL PERCORSO - ALTRE ESCURSIONI AD ARDENNO - ALTRE ESCURSIONI A BUGLIO - GALLERIA DI IMMAGINI

APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI BUGLIO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA


Apri qui una panoramica di Buglio dalla Via Gaggio

Il sentiero della memoria è un lungo percorso ad anello (ha uno sviluppo di 11,630 km ed è percorribile in circa 6 ore) che dalla stazione ferroviaria di Ardenno-Masino sale al cimitero di Buglio e prosegue salendo da Buglio alla località Nansegolo, per poi traversare a Gaggio passando per la valle del Gaggio, con discesa finale ad Ardenno e ritorno alla stazione. Si presta ad essere percorso a piedi, ma anche in mountain-bike (è quasi interamente ciclabile), anche se nel primo caso può essere conveniente abbreviarlo evitando il monotono tratto su strada dalla stazione di Ardenno al ponte del Gaggio e riducendo il tempo di un’ora circa.
Sui pannelli di cui è corredato si legge: “Il “Sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco”.  


Buglio in Monte

Si tratta della cosiddetta Battaglia di Buglio (cfr. approfondimento), che ebbe come premessa l’evento che diede una svolta alla Seconda Guerra Mondiale, lo sbarco in Normandia. Per tenere il più possibile impegnate le forze Naziste in Europa venne data a tutti i gruppi partigiani la direttiva di pianificare offensive ed ingaggiare conflitti a fuoco. Ciò portò ad un duro confronto fra le due anime della Resistenza (quella comunista, incarnata da “Nicola” e determinata ad un rispetto senza tentennamenti di questa linea tattica e quella cattolica, incarnata da “Camillo” (il medico Giuseppe Giumelli), molto più riluttante per il pericolo di coinvolgimento della popolazione civile).
I Partigiani entrarono in azione occupando Buglio in Monte l’11 giugno 1944. La reazione dei Repubblichini e dei Tedeschi non si fece attendere e portò al bombardamento e mitragliamento di Buglio, che fu rioccupata il 16 giugno. Ciò ebbe come conseguenza non solo la fucilazione di 9 Partigiani coinvolti, ma anche la morte di due bambini in fuga, Tarcisio Travaini, 12 anni, e la sorellina Gemma, di 2 anni, che stava portando sulle spalle, ed inoltre di Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani. Una vicenda che ha segnato profondamente il paese, una ferita che stenta a rimarginarsi.


Buglio in Monte

Così la riassunse “Camillo”: “Un colpo di mortaio … diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”

IL SENTIERO DELLA MEMORIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Stazione ferroviaria Ardenno-Masino - Ponte sul torrente Gaggio - Cimitero di Buglio - Buglio - Mulino di Val Primaverta - Nansegolo - Mulino Vismara - Gaggio-Ardenno - Stazione ferroviaria Ardenno-Masino
6 h (a piedi)
640
E
SINTESI. Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza dello svincolo di Ardenno, che troviamo, sulla sinistra (per chi procede in direzione di Sondrio), dopo il ponte degli Archi sul torrente Masino ed il successivo svincolo della Val Masino. Parcheggiamo subito dopo lo svincolo ad un vicino parcheggio. Percorriamo il lungo tirone ci porta ad Ardenno dove alla prima rotonda prendiamo a destra. Non saliamo poi a sinistra verso il centro del paese, ma proseguiamo diritti sulla strada provinciale Valeriana orientale, che dopo un tratto rettilineo affronta una salitella che la porta ad una rotonda, appena prima del ponte sul torrente Gaggio. Qui prendiamo a sinistra, tornando in direzione del paese ma subito lasciamo la strada imboccando una pista sterrata che sale diritta ad intercettare una stradina asfaltata, che seguiamo verso destra. Dopo un ponticello sul torrente Gaggio, procediamo verso la frazione Bagnera lasciando la stradina ed imboccando la pista sterrata che se ne stacca sulla sinistra e che si approssima al versante montano e comincia a risalirlo con qualche tornante, portando alla piazzola di fronte al cimitero di S. Agata a Buglio, a 497 metri. Saliamo verso Buglio sulla stradina di accesso al cimitero. Saliamo verso Buglio sulla stradina di accesso al cimitero. Al primo bivio andiamo diritti, passando a sinistra della cappelletta chiamata "Gisöö di Risciö" e salendo lungo la via per Ardenno. Salendo diritti ci ritroviamo in piazza del Municipio, presso la chiesa parrocchiale di san Fedele. Ora scendiamo per un tratto lungo la strada provinciale che dal fondovalle sale a Buglio, lasciandola però alla prima deviazione a sinistra. Dopo pochi metri siamo ad un bivio, segnalato da alcuni cartelli che indicano le direzioni per i maggenghi. Andiamo a destra, seguendo la direzione per Verdel e Oligna. Procediamo su una stradina che passa a sinistra dell'ex-chiesetta di san Gerolamo e dell'Immacolata, ora Museo della Resistenza. Proseguiamo verso est, lasciando alle spalle le ultime case del paese e piegando a sinistra. La stradina raggiunge la Val Primaverta e si porta sul lato opposto, piegando a destra e proseguendo verso sud. Ci raggiunge salendo da destra l'antica strada di accesso al paese, con fondo acciottolato. Proseguiamo fino a trovare un po' più avanti il "Gisöö de San Roc", poi torniamo indietro e lasciamo la stradina prendendo a sinistra e scendendo per l'antica stradina acciottolata. Superiamo ancora sull'antico ponte la Val Primaverta e dopo pochi tornanti raggiungiamo il Mulino di Val Primaverta. Appena sotto troviamo una targa del Comune di Buglio in Monte che ricorda i partigiani fucilati il 16 giugno 1944. Proseguiamo sulla stradina scendendo alla strada provinciale per Buglio, che seguiamo in salita verso destra, riportandoci, dopo qualche tornante, al centro del paese. Torniamo al cartello con l'indicazione per i maggenghi, questa volta però prendendo a sinistra, cioè seguendo le indicazioni per Our e Merla. Seguiamo una stradina salendo diritti fra le case del paese, fino alla sua parte alta. Qui prendiamo a sinistra ed imbocchiamo la strada per i maggenghi di Our e Merla che lascia il paese ed inizia a salire verso ovest, all'ombra di una selva. Stiamo attenti alla nostra destra: quando troviamo, a 680 metri, un cartello che indica la "Corna Lésaa" ed il cartello escursionistico del sentiero 419 (Sentiero della Memoria) che dà Nansegolo a 30 minuti ed il Mulino Vismara ad un'ora e 10 minuti lasciamo la strada (se siamo su due ruote procediamo a piedi) salendo a destra nel bosco, su un sentiero che passa per un caratteristico masso liscio, la Corna Lésaa, scivolo naturale per generazioni di bambini. Poco più in alto raggiungiamo, dopo una svolta a sinistra, il punto nel quale i fratelli Tarcisio Travaini, 12 anni, e Gemma, di 2 anni, che stava portando sulle spalle, vennero colpiti a morte da colpi di mitraglia sparati dal basso. Una targa li ricorda. Il sentiero sale ancora, tornando verso destra ed intercettando, a circa 830 metri, una pista sterrata. Qui, ovviamente, se siamo su due ruore possiamo risalire in sella. La seguiamo salendo verso sinistra. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, la pista raggiunge il punto più alto del percorso e comincia a scendere ed esce dalla selva in vista dei prati e delle baite della località Nansegolo (m. 820). Scendiamo ad intercettare la strada per i maggenghi, che abbiamo lasciato più in basso. Scendiamo a sinistra lungo questa strada, fino al primo tornante sx. Qui, seguendo l'indicazione di un cartello del sentiero 419, la lasciamo per seguire un sentiero che, restando sul lato sinistro di una valletta, scende diritto verso sud, fra prati e boscaglia, intercettando il punto terminale della Via per Gaggio, la stradina che lascia la parte alta occidentale di Buglio lasciano il posto ad un sentiero. Andiamo a destra e procediamo verso nord-ovest, entrando nella selva e superando una valletta che più in basso confluisce nel torrente Gaggio. Per questa valletta passa il confine fra i comuni di Buglio ed Ardenno. Subito dopo il sentiero piega a destra e porta ad un luogo del tutto particolare. Alla nostra sinistra vediamo infatti una depressione boscosa seguita, a sud, da un colle, sempre boscoso, il “Castello” (m. 660). Il sentiero poi piega a destra e ci porta al torrente, in corrispondenza del Mulino Vismara (m. 676). Sul lato opposto seguiamo un sentierino leggermente esposto (qui, se siamo su due ruote, dobbiamo procedere a piedi) che in breve sale ad intercettare la pista che da Gaggio sale ai prati di Erbolo. Seguiamo questa pista in discesa, passando sotto una galleria paramassi. Proseguendo nella discesa dopo pochi tornanti passiamo per la località di San Giuseppe e scendiamo alla piana della frazione di Gaggio Proseguiamo sull’antica mulattiera, che scende appena a sinistra del sagrato della chiesetta della Madonna del Buon Consiglio (est). Scendiamo verso sinistra. Raggiunta Ere, la mulattiera sfiora la strada asfaltata e riprende a scendere alla sua sinistra, con un bel fondo acciottolato. Seguendola scendiamo ad un secondo pianoro, un po’ più piccolo, quello della frazione Motta. Qui percorriamo un tratto sulla carrozzabile, portandoci circa al centro della piana, prima di trovare, sulla sinistra, la ripartenza della mulattiera, che scende tagliando una fasci di vigneti. Poi intercettiamo di nuovo la strada, ad un tornante dx, e proseguiamo restando alla sua sinistra. Più in basso la mulattiera raggiunge le Case Fascendini e, intercettata per l’ennesima volta la strada, prosegue sul lato opposto, questa volta però scendendo a destra, fino alla vicina chiesetta di S. Antonio Abate. La mulattiera prosegue diritta e di nuovo scende alla strada asfaltata. Sul lato opposto scendiamo ad attraversare una valletta e proseguiamo passando fra le case della frazione Cavallari. Ecco di nuovo la strada: la tagliamo, passiamo a destra di una fontana e riprendiamo a scendere diritti fra le case di Calgheroli. Stessa copione una terza volta, ed una quarta ancora, dopodiché procediamo sulla strada per Gaggio scendendo verso destra per pochi metri, imboccando a sinistra una stretta viuzza che scende fra le case di Calgheroli. Intercettata una stradina, pochi metri a sinistra troviamo una nuova viuzza che scende a destra. La percorriamo fino ad intercettare per l'ennesima volta la strada per Gaggio, poco sopra la sua partenza. Seguiamo questa strada fino alla confluenza in via Visconti Venosta. Proseguiamo seguendo questa via verso destra, in piano e poi in discesa. Passiamo così a sinistra dell'Istituto Guanelliano Sam Lorenzo e, piegando a sinistra, ci affacciamo alla piazza Roma, con il Municipio e la chiesa parrocchiale di San Lorenzo alla nostra sinistra. Scendiamo diritti e passiamo per la via Valeni, intitolata ad uno dei partigiani fucilati a Buglio. La via confluisce nella strada provinciale Valeriana, alla nostra sinistra. Andiamo però a destra, passando davanti alle Scuole Elementari e, ad una rotonda, andiamo a sinistra, ripercorrendo la via Libertà, cioè il tirone diritto che si conclude al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile, a poca distanza dalla stazione ferroviaria (che resta sul lato opposto della ss 38 dello Stelvio).


Località Bagnera ad Ardenno

La valle del torrente Gaggio separa, molto approssimativamente, il territorio del comune di Ardenno da quello di Buglio in Monte, quindi, storicamente ed amministrativamente, il Terziere (oggi Mandamento) inferiore di Valtellina dal Terziere di Mezzo. Si tratta di un torrente molto particolare, perché scende da un versante assai ripido e quindi, pur non avendo una grande portata, assume dopo piogge consistenti una particolare violenza e si è scavato un originale fosso, incolto e selvaggio, fra le due colline moreniche della frazione Gaggio, ad ovest, e del Castello, ad est.
Attorno a questo fosso si può camminare o pedalare per vedere da vicino questo angolo di wilderness assai poco conosciuto, ma anche i ben più dolci e rassicuranti declivi del vino, con i vigneti ancora ben tenuto sul versante di media montagna ad Ardenno e Buglio. Punto di partenza proprio il ponte sul torrente Gaggio che si trova sulla strada provinciale Valeriana (che ha conservato il nome dell’antichissima strada “di valle”) fra Ardenno e Villapinta, frazione di Buglio.
Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza dello svincolo di Ardenno, che troviamo, sulla sinistra (per chi procede in direzione di Sondrio), dopo il ponte degli Archi sul torrente Masino ed il successivo svincolo della Val Masino. Un lungo tirone ci porta ad Ardenno dove alla prima rotonda prendiamo a destra. Non saliamo poi a sinistra verso il centro del paese, ma proseguiamo diritti sulla strada provinciale Valeriana orientale, che dopo un tratto rettilineo affronta una salitella che la porta ad una rotonda, appena prima del ponte sul torrente Gaggio.


La pista Bagnera-Cimitero di Buglio

Qui prendiamo a sinistra, tornando in direzione del paese ma parcheggiando subito ad uno slargo sul lato destro della strada. Inizia da qui, a 274 metri circa, la camminata (o pedalata) attorno al torrente Gaggio ed al suo fosso. Procediamo su una pista sterrata che sale diritta ad intercettare una stradina asfaltata, che seguiamo verso destra. Dopo un ponticello sul torrente Gaggio, procediamo verso la frazione Bagnera lasciando la stradina ed imboccando la pista sterrata che se ne stacca sulla sinistra e che si approssima al versante montano e comincia a risalirlo con qualche tornante, portando alla piazzola di fronte al cimitero di S. Agata a Buglio, a 497 metri. Qui una targa ricorda la fucilazione proprio in questo luogo, il 15 maggio 1945, di alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista. L'esecuzione in questo luogo fu sicuramente connessa con i tragici esiti della battaglia di Buglio 11 mesi prima. Il cimitero si trova presso il cosiddetto "Dosso dei Capitani", che durante la guerra venne spesso usato dai Partigiani per osservare i movimenti delle milizie sul fondovalle.


Il cimitero di Sant'Agata

Saliamo verso Buglio sulla stradina di accesso al cimitero. Al primo bivio andiamo diritti, passando a sinistra della cappelletta chiamata "Gisöö di Risciö" e salendo lungo la via per Ardenno. In passato, infatti, di qui passava il sentiero normalmente percorso per scendere ad Ardenno.
Salendo diritti ci ritroviamo in piazza del Municipio, presso la chiesa parrocchiale di san Fedele. Qui si trova anche un monumento ai caduti che menziona tutti i caduti della Seconda Guerra Mondiale. Ora scendiamo per un tratto lungo la via principale, cioè la strada provinciale che dal fondovalle sale a Buglio, lasciandola però alla prima deviazione a sinistra. Dopo pochi metri siamo ad un bivio, segnalato da alcuni cartelli che indicano le direzioni per i maggenghi. Andiamo a destra, seguendo la direzione per Verdel e Oligna. Procediamo su una stradina che passa a sinistra dell'ex-chiesetta di san Gerolamo e dell'Immacolata, ora Museo della Resistenza.


Chiesetta di San Gerolamo e dell'Immacolata

Proseguiamo verso est, lasciando alle spalle le ultime case del paese e piegando a sinistra. La stradina raggiunge la Val Primaverta e si porta sul lato opposto, piegando a destra e proseguendo verso sud. Ci raggiunge salendo da destra l'antica strada di accesso al paese, con fondo acciottolato. Proseguiamo fino a trovare un po' più avanti il "Gisöö de San Roc", poi torniamo indietro e lasciamo la stradina prendendo a sinistra e scendendo per l'antica stradina acciottolata. Superiamo di nuovo il torrente Primaverta su un antico ponte e dopo pochi tornanti raggiungiamo il Mulino di Val Primaverta, ancora in buono stato di conservazione. Qui erano attive due macine, una per la farina da polenta ed una seconda per la farina da pane. Il mulino serviva l'intero paese e forse vi venivanio macinate anche granaglie portate da fuori.


Mulino di Val Primaverta

Appena sotto troviamo una targa del Comune di Buglio in Monte che ricorda i partigiani fucilati il 16 giugno 1944, dopo la battaglia di Buglio, nel punto in cui avvenne l'esecuzione. Si tratta di Valeni Clemente, Reda Pierino, Pasina Gustavo, Niconcelli Vinicio, Bianchi Virgilio, Bollina Sergio, Vecchiantini Luciano, Zamboni Ferruccio e Cabellini Luciano.


Targa che commemora i partigiani fucilari il 16 giugno 1945 (clicca qui per ingrandire)

Proseguiamo sulla stradina scendendo alla strada provinciale per Buglio, che seguiamo in salita verso destra, riportandoci, dopo un tornante dx ed uno sx, al centro del paese. Torniamo al cartello con l'indicazione per i maggenghi, questa volta però prendendo a sinistra, cioè seguendo le indicazioni per Our e Merla. Seguiamo una stradina salendo diritti fra le case del paese, fino alla sua parte alta. Qui prendiamo a sinistra ed imbocchiamo la strada per i maggenghi di Our e Merla che lascia il paese ed inizia a salire verso ovest, all'ombra di una selva. Stiamo attenti alla nostra destra: quando troviamo, a 680 metri, un cartello che indica la "Corna Lésaa" ed il cartello escursionistico del sentiero 419 (Sentiero della Memoria) che dà Nansegolo a 30 minuti ed il Mulino Vismara ad un'ora e 10 minuti lasciamo la strada (se siamo su due ruote procediamo a piedi) salendo a destra nel bosco, su un sentiero che passa per un caratteristico masso liscio, la Corna Lésaa, appunto. Masso assai caro, in passato, ai giochi dei bambini, che dalla sua sommità si lasciavano scivolare fino alla base. Il gioco ripetuto per generazioni lo ha reso un perfetto scivolo naturale.


Buglio in Monte

Purtroppo non c'è di che indulgere troppo al pensiero del divertimento infantile, perché poco più in alto raggiungiamo, dopo una svolta a sinistra, il punto nel quale i fratelli Tarcisio Travaini, 12 anni, e Gemma, di 2 anni, che stava portando sulle spalle, vennero colpiti a morte da colpi di mitraglia sparati dal basso. Una targa li ricorda.
Il sentiero sale ancora, tornando verso destra ed intercettando, a circa 830 metri, una pista sterrata. Qui, ovviamente, se siamo su due ruote possiamo risalire in sella. La seguiamo salendo verso sinistra. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, la pista raggiunge il punto più alto del percorso e comincia a scendere ed esce dalla selva in vista dei prati e delle baite della località Nansegolo (m. 820).


Prati di Nansegolo

Scendiamo ad intercettare la strada per i maggenghi, che abbiamo lasciato più in basso. Scendiamo a sinistra lungo questa strada, fino al primo tornante sx. Qui, seguendo l'indicazione di un cartello del sentiero 419, la lasciamo per seguire un sentiero che, restando sul lato sinistro di una valletta, scende diritto verso sud, fra prati e boscaglia, intercettando il punto terminale della Via per Gaggio, la stradina che lascia la parte alta occidentale di Buglio lasciano il posto ad un sentiero.
Seguiamo verso destra questo sentiero, la storica via di comunicazione fra Buglio e Gaggio. Il sentiero ci porta ad una caratteristica conca che vediamo alla nostra sinistra e che precede un poggio boscoso ancor più caratteristico, il Castello (m. 660). Non possiamo mancare di visitarlo: in pochi minuti (scendendo eventualmente di sella) possiamo scendere su un sentierino alla conca e, superato uno stretto quanto breve crinale (attenzione!), raggiungere la pianetta del Castello.


Il Castello

Siamo sulla cima di una collinetta morenica che in passato forse ospitò, come suggerisce il nome, una fortificazione che aveva funzioni di avvistamento, di cui però non sono state trovate tracce. Forte è comunque la suggestione del luogo, circonfuso di un’aura arcana. Siamo sospesi, anche se non lo vediamo, sul fosso del Gaggio, che resta alla nostra destra.
Torniamo sul sentiero principale e proseguiamo verso il torrente Gaggio. Il sentiero piega a destra e ci porta al torrente, in corrispondenza del Mulino Vismara (m. 676), un edificio particolare, assi più grande rispetto ai consueti mulini. In effetti non vi si praticata solamente la macina delle granaglie, ma anche l’allevamento degli animali. Il nome, curioso, rimanda alla famiglia che lo gestì nel secolo scorso. Attraversiamo facilmente il torrente Gaggio, che poco più a valle scende per una gola al fosso del Gaggio. Qui si avverte il suo alito freddo e vagamente inquietante.


Il Mulino Vismara

Sul lato opposto seguiamo un sentierino leggermente esposto (qui, se siamo su due ruote, dobbiamo procedere a piedi) che in breve sale ad intercettare la pista che da Gaggio sale ai prati di Erbolo. Seguiamo questa pista in discesa, passando sotto una galleria paramassi. Guardando a sinistra possiamo vedere, infine, il fosso del Gaggio, che si presenta come un grande catino chiuso da una sorta di stretta che precede la confluenza del torrente nella piana della bassa Valtellina. Alla sua sinistra vediamo altrettanto bene il caratteristico poggio boscoso del Castello, disseminato di grandi ed antichi abeti.


Piana di Gaggio

Proseguendo nella discesa dopo pochi tornanti passiamo per la località di San Giuseppe, con la chiesetta a sinistra della strada, e scendiamo alla piana della frazione di Gaggio (l’antica Arsizio), dove la chiesetta della Madonna del Buon Consiglio (m. 570), costruita a partire dal 1784 se ne sta, a destra delle case, nella sua solitaria grazia, con un sagrato sobrio ed elegante, quasi a ricordare che qui nacque il 18 febbraio 1686 Pietro Ligari, il maggior genio pittorico espresso dalla Valtellina. La piana rappresenta una sorta di replica in piccolo di quella di Buglio, che per la sua panoramicità e bellezza si è meritata il titolo di “giardino della Valtellina”.


Chiesa della Madonna del Buon Consiglio a Gaggio

Da Gaggio una carrozzabile scende verso Ardenno, a destra della chiesetta, ma vale la pena di scendere sull’antica mulattiera, che scende sul lato opposto, cioè appena a sinistra del sagrato della chiesetta (est). Scendiamo verso sinistra, passando per un lavatoio isolato dalle case della frazione Ere, che stanno un po’più in basso. Ottimo il colpo d’occhio sulla media Valtellina. Raggiunta Ere, la mulattiera sfiora la strada asfaltata e riprende a scendere alla sua sinistra, con un bel fondo acciottolato.


La mulattiera che scende ad Ere

Seguendola scendiamo ad un secondo pianoro, un po’ più piccolo, quello della frazione Motta. Qui percorriamo un tratto sulla carrozzabile, portandoci circa al centro della piana, prima di trovare, sulla sinistra, la ripartenza della mulattiera, che scende tagliando una fasci di vigneti. Poi intercettiamo di nuovo la strada, ad un tornante dx, e proseguiamo restando alla sua sinistra. Più in basso la mulattiera raggiunge le Case Fascendini e, intercettata per l’ennesima volta la strada, prosegue sul lato opposto, questa volta però scendendo a destra, fino alla vicina chiesetta di S. Antonio Abate, dove ogni anno il Gruppo Alpini di Ardenno ricorda i propri caduti. Una campanella ed un obice invitano ad un’ulteriore sosta densa di pensieri.


La chiesetta di S. Antonio Abate

La mulattiera prosegue diritta e di nuovo scende alla strada asfaltata. Sul lato opposto scendiamo ad attraversare una valletta e proseguiamo passando fra le case della frazione Cavallari. Ecco di nuovo la strada nel punto in cui una cappelletta che reclamava il diritto del proprio valore storico le impone una stretta. Anche qui tagliamo la strada, passiamo a destra di una fontana e riprendiamo a scendere diritti fra le case di Calgheroli. Stessa copione una terza volta, ed una quarta ancora, dopodiché procediamo sulla strada per Gaggio scendendo verso destra per pochi metri, imboccando a sinistra una stretta viuzza che scende fra le case di Calgheroli. Intercettata una stradina, pochi metri a sinistra troviamo una nuova viuzza che scende a destra. La percorriamo fino ad intercettare per l'ennesima volta la strada per Gaggio, poco sopra la sua partenza.


Ardenno

Seguiamo questa strada fino alla confluenza in via Visconti Venosta. Proseguiamo seguendo questa via verso destra, in piano e poi in discesa. Passiamo così a sinistra dell'Istituto Guanelliano Sam Lorenzo e, piegando a sinistra, ci affacciamo alla piazza Roma, con il Municipio e la chiesa parrocchiale di San Lorenzo alla nostra sinistra. Scendiamo diritti e passiamo per la via Valeni, intitolata ad uno dei partigiani fucilati a Buglio. La via confluisce nella strada provinciale Valeriana, alla nostra sinistra. Andiamo però a destra, passando davanti alle Scuole Elementari e, ad una rotonda, andiamo a sinistra, ripercorrendo la via Libertà, cioè il tirone diritto che si conclude al parcheggio dove abbiamo lasciato l'automobile, a poca distanza dalla stazione ferroviaria (che resta sul lato opposto della ss 38 dello Stelvio).

Carta del percorso - sulla base della Swisstopo, che ne detiene il copyright

APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI BUGLIO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA

La Valtellina, dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, di fatto controllata dai Tedeschi, diventò molto importante per i Fascisti. Infatti i suoi impianti idroelettrici erano fondamentali per alimentare le industrie del milanese, e non ci si poteva permettere che subissero danni ad opera dei Partigiani. Nel 1944, dopo lo sbarco in Normandia, era ormai chiaro a tutti i Fascisti che la guerra sarebbe stata persa, anche se nessuno poteva dirlo, perché sarebbe stato accusato di essere disfattista.
Uno dei gerarchi Fascisti, Pavolini, ideò allora il piano di fortificare la Valtellina e di farne un “ridotto”, cioè un luogo di resistenza ad oltranza nel caso in cui gli Alleati, che stavano risalendo la penisola, avessero sfondato la “linea gotica” tedesca e quindi conquistato la Pianura Padana. L’idea Pavolini era di ritirarsi in Valtellina, dove ci si poteva difendere, data la natura del territorio, per lungo tempo. Lo scopo era, probabilmente, quello di costringere gli Alleati a trattare una resa onorevole, minacciando in caso contrario di sabotare le centrali idroelettriche. Nel caso peggiore si poteva poi fuggire nella neutrale Svizzera e sfuggire così ai possibili processi.
Nell’articolo “1945: il Ridotto Valtellinese”, di Carlo Alfredo Clerici ed Enrico E. Clerici (pubblicato nel Bollettino della Società Storica valtellinese del 1997) ci sono alcuni interessanti documenti che spiegano il significato di questo progetto. Il primo è una lettera di Mussolini a Pavolini scritta intorno alla metà di settembre del 1944:
"Vi affido con la presente l'incarico formule di presiedere e dirigere i lavori della Commissione che si chiamerà "Ridotto Alpino Repubblicano" (RAR) intendendo per tale denominazione la zona prescelta per organizzarvi la più lunga resistenza possibile all'invasore. Tale resistenza deve essere organicamente preparata, tempestivamente e in ogni campo....Mi terrete informato dello sviluppo dei vostri lavori".
Il secondo documento è il progetto che il federale di Milano Vincenzo Costa espose a Mussolini, giunto in visita alla federazione fascista di Milano nel dicembre del 1944, con queste parole:
Non intendiamo lasciarci sorprendere da un altro 25 luglio, non vogliamo lasciarci sorprendere nell'impossibilità di difenderci, dobbiamo essere preparati ad affrontare la situazione con eroismo. Ecco perché il fascismo milanese, interpretando il pensiero di tutti i fedeli al nostro Ideale e a voi nostro duce, intendo attuare il progetto del "quadrato della Valtellina.
Le difese della vecchia "Linea Cadorna", le difese naturali offerte da quei monti che chiudono la valle sono la base di un concentramento di forze fasciste, che bene distribuite in posizioni di difesa possono tenere a distanza il nemico.
Nella valle ci sono le più importanti centrali elettriche che alimentano l'energia della Lombardia e se minacciassimo di farle saltare daremmo all'avversario un motivo di apprensione.
In Valtellina, a qualche chilometro dal suo imbocco, nel comune di Rogolo, abbiamo ammassato ingenti quantità di viveri e di munizioni. Una compagnia di fucilieri della Resega già provvede al controllo degli accessi alla valle e dopo che le forze fasciste vi saranno affluite provvederà a far saltare i ponti sul Mera, sull'Adda e a minare il passo di Piana. La batteria d'artiglieria della Resega ha appostato i suoi cannoni tra la punta di Fuentes e Piana. In Valtellina, duce, potrete eventualmente "trattare" con il nemico. La Svizzera è immediatamente vicina e corre parallela a tutta la profondità della valle, per cui si potrà anche entrarvi in forze: in tal caso la confederazione elvetica disarmerà e farà prigioniere le forze fasciste. Il quadrato della Valtellina dovrebbe attuarsi come segue:
a) All'ora X. e come da ordini precedentemente dati al comandante militare di ogni provincia, le forze fasciste raggiungeranno la Valtellina portando con loro viveri per almeno 30 giorni per tutti.
b) Un comandante generale, designato dal duce, assumerà il comando del concentramento delle forze fasciste in Valtellina e disporrà la loro assegnazione nelle posizioni di difesa prestabilite.
c) Settore Chiavenna. Le forze della provincia di Como sbarreranno i passi del confine con la Svizzera, si sistemeranno in posizione di difesa da Chiavenna a Montemezzo, sopra l'imbocco della Valtellina.
d)  Settore Fuentes. Le forze fasciste della provincia di Milano, costituite dalla brigata nera Resega e dalla legione Muti e GNR, bloccheranno, con il battaglione Perugia, la Valsassina da Premana a Dervio, l'accesso alla valle del passo di Piana e le strade che provengono da Sorico e si collegano con punta Fuentes.
e) Settore Val Bretnbana. Le forze fasciste della provincia di Bergamo bloccheranno gli accessi in alta valle occupando i capisaldi dominanti e mantenendo i collegamenti con le forze bresciane del settore della Val Canonica e quelle del settore Puentev
f) Settore Val Canonica. Tutte le forze fasciste della provincia di Brescia raggiungeranno il passo dell'Apriva percorrendo la strada che parte da Edolo in stretto contatto con le forze fasciste del settore della Val Brembana e con esse poi ripiegheranno in Valtellina. Tutte le altre forze fasciste in ritirata a mano a mano che arriveranno si uniranno alle forze dei vari settori indicati o si concentreranno nelle località indicate dal comando unico che avrà sede a Sondrio.
Questo è il progetto del ridotto della Valtellina, un progetto che, se attuato, all'ora X imporrà all'avversario il rispetto delle nostre famiglie, delle nostre case perché altrimenti potremmo compiere "rappresaglie" i cui obiettivi potrebbero essere costituiti dalle centrali elettriche, dagli ostaggi, dai prigionieri. Duce, perdonateci se abbiamo preso un'iniziative, che non ci compete, ma ci è stata imposta dalla situazione. Se dobbiamo vivere vorremmo farlo all'ombra della bandiera della repubblica sociale italiana: vorremmo vivere con voi. Se dovessimo morire vorremmo essere impiccati all'asta della bandiera tricolore della repubblica sociale italiana dopo aver fatto quadrato attorno a voi, nostro duce".
Il piano poteva riuscire ad una condizione: “bonificare” la Valtellina dalle formazioni partigiane che, dai monti, potevano costituire una pericolosa insidia e mandare in fumo il progetto. Questo spiega come mai nella bassa e media Valtellina l’azione delle forze nazifasciste contro le formazioni partigiane, soprattutto dall’estate del 1944, fu particolarmente intensa.
In alta Valtellina, invece, le formazioni partigiane ebbero vita più facile e non si ebbero scontri di rilievo. I partigiani, in Valtellina, erano, come nel resto d’Italia, divisi in due fazioni ideologicamente diverse: le formazioni garibaldine, di orientamento comunista, e quelle “bianche”, di orientamento cattolico e liberale. Fra le due fazioni vi furono momenti di tensione e si giunse in qualche caso ad un passo dallo scontro.
Il periodo più duro per la resistenza in bassa Valtellina fu senza dubbio quello che parte dall’estate del 1944. Il 6 giugno avvenne lo sbarco in Normandia e le formazioni partigiane in tutta Europa ricevettero la direttiva di impegnare in battaglia le forze nazi-fasciste per evitare che queste venissero trasportate sul fronte della Normandia, dove si svolgeva una battaglia cruciale (se gli Alleati avessero vinto, la guerra avrebbe avuto una svolta decisiva in loro favore, mentre se fossero stati ributtati in mare, si profilava uno stallo che avrebbe probabilmente conservato ad Hitler buona parte dell’Europa continentale).
Il comandante della divisione Garibaldi, Dionisio Gambaruto, “Nicola”, decise di obbedire a questa direttiva e di conquistare un paese tenendolo il più possibile. La scelta cadde su Buglio (ai confini del mandamento di Morbegno).
Ecco come egli stesso descrive quel che avvenne: “Giugno segnò… il via in grande stile delle operazioni partigiane: 1'1 ci fu l'assalto, con gli uomini di «Al», alla caserma di Ballabio; il 10 l'attacco improvviso al treno Milano-Sondrio; 1'11 giugno l'occupazione di Buglio in Monte, un piccolo paese di mezza montagna della Valtellina. I partigiani presero possesso del paese, venne destituito il podestà fascista, nominato il sindaco e, per una settimana, si tennero « consigli comunali » di tipo democratico. Tutta la popolazione ebbe diritto di parola; tutte le sere si svolsero assemblee di popolo nei locali pubblici, nelle osterie, in ogni punto ove ci fosse una sala capace di contenere più di dieci persone. Venne deciso di distribuire alla popolazione i generi alimentari che i fascisti avevano ordinato di consegnare all'ammasso, lana di pecora, grassi, latte, altro. É evidente che la presa di Buglio in Monte era stata una sfida aperta al regime fascista. Il 6 giugno gli alleati erano sbarcati in Normandia e noi della Resistenza avevamo ricevuto l'ordine di entrate in azione dappertutto per allargare quanto più possibile il conflitto e per disturbare la marcia delle truppe fasciste e tedesche. Per questo occupammo Buglio, che divenne il primo comune libero di tutta la Valtellina…. I fascisti del resto avevano annunciato un rastrellamento sulle colonne del «Popolo Valtellinese». L'attacco a Buglio fu portato in massa. Era il 16 giugno. C'erano tedeschi, polacchi, mongoli utilizzati dai nazisti nella controguerriglia, militi della GNR, brigatisti neri, in tutto circa un migliaio di uomini. Una decina di cannoni erano piazzati ai due lati della cascina. Era l'alba quando udimmo i primi colpi di artiglieria. Cominciarono a crollare le case, i cascinali, i fienili. Decidemmo la ritirata mentre « Ennio il Rosso » con una mitragliatrice rispondeva al fuoco nemico fino a che non fu colpito da un attacco alle spalle. Gli studenti milanesi, senza armi, contribuivano gettando sassi. Chi fu catturato venne fucilato sul posto. Per noi quella scelta rappresentò una sconfitta; forse non avremmo dovuto rimanere troppo arroccati nella zona anche se non era un nostro obiettivo trasformare quella striscia di terra in una Repubblica. Nostra intenzione era di restare a Buglio solo qualche giorno, portare in alto i nostri magazzini e poi andarcene. Eravamo cioè ben convinti di dover evitare una battaglia frontale ma i nemici furono più rapidi di noi.” (Testo tratto da “La resistenza più lunga”, di Marco Fini e Franco Giannantoni, Milano, SurgarCo, 2008).
Il comandante partigiano ammette che vi furono degli errori di valutazione. Il bilancio della battaglia di Buglio fu tragico, perché morirono non solo partigiani, ma anche alcuni civili, colpiti dal mitragliamento delle forze nazi-fasciste. Per questo il ricordo di questa tragedia è ancora vivo in paese, non se ne parla volentieri. A lato della strada che sale a Buglio, poco sotto il paese, è stata posta una targa che commemora i partigiani caduti nella battaglia di Buglio. Si legge: “Caduti per la libertà. 16 giugno 1944. Valeni Clemente, 1908. Reda Pierino, 1924. Pasina Gustavo, 1927. Nicocelli Vinicio, 1926. Bianchi Virgilio, 1926. Bollina Sergio, 1926. Vecchiantini Luciano, 1920. Zamboni Ferruccio, 1923. Gabellino Luciano. Comune di Buglio in Monte”.
Su un pannello vicino si legge: “Il “sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco.”
Dante Sosio, nel suo volume “Buglio in Monte” (Sondrio, 2000), scrive, in proposito: “I colpi di mitraglia raggiunsero due bambini in fuga: Tarcisio Travaini, 12 anni, stava portando in salvo, sulle spalle, la sorellina Gemma di 2 anni. Caddero uno sopra l’altro come altri civili, Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani…. L’impari lotta nel ricordo di Giuseppe Giumelli, Camillo, medico delle formazioni partigiane in Valtellina, … in una testimonianza di qualche anno fa, prima della sua scomparsa: “Un colpo di mortaio, raccontò, diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”
Inoltre proprio a Buglio, a causa di quello che era accaduto, furono portati, dopo la fine della guerra (esattamente il 15 maggio 1954), alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista e vennero fucilati presso il cimitero del paese. Nel medesimo volume si trovano i loro nomi: Mossini Nelda e il fratello Guido di Ardenno, Sante Vaccaio di Pavia, avvocato, Parmeggiani Rodolfo di Sondrio, ragioniere, Tam Angelica di Villa di Chiavenna, professoressa, Lantieri Carlo di Tirano, ufficiale maggiore degli Alpini, Forzoni Giovanni di Firenze, giornalista, Fattori Marino di San Marino, colonnello, Bertoli Giovanni di Sondrio, Barra Cesare di Magenta, commerciante, Poletti Gustavo di Sondrio, direttore de “Il Popolo d’Italia”, Muttoni Emilio di Sondrio e Zoppis Cesare di Sondrio, impiegato.
In conseguenza della battaglia di Buglio si ebbe, come visto sopra, una prima frattura fra i due leader della resistenza in bassa Valtellina, “Nicola” e “Camillo”. Quest’ultimo ricorda: “Durante l'estate, riesplosero fra me e « Nicola » motivi di dissenso in relazione ad imprese che lasciavano spazio a forti critiche. Seppi che i partiti avevano lanciato un attacco politico notevole e che le azioni recavano un po' quel marchio. Giunsero fra di noi opuscoli di propaganda e arrivarono da Milano persone del tutto ignare di tecnica di guerriglia. Gente che nulla aveva a che fare coi partigiani.
Avvennero rapine ed omicidi ingiustificati e fra la popolazione valtellinese si creò del malumore che segnò anche i rapporti fra partigiani locali e quelli venuti da fuori nell'estate. La tensione aumentava visibilmente e fra me e «Nicola» si creò ancora uno stato di assoluta incomunicabilità…
I miei rapporti con «Nicola» si inasprirono ancor di più. Anche gli uomini protestarono mentre i valligiani di Mello insorsero vedendo portar via il formaggio e il bestiame. L'entusiasmo di un tempo stava spegnendosi e si incrinava l'antica solidarietà. La popolazione era stanca di pagare e di non essere difesa… La linea intransigente di «Nicola» non si fermò. In quei giorni trovò a Roncaglia due uomini ai quali chiese per chi parteggiassero, se per Giumelli o per lui. Alla risposta, gli uomini di «Nicola» presero quei miei partigiani, li seviziarono e poi li fucilarono.
Quando fui informato dell'episodio dichiarai che non potevamo accettare supinamente, che avremmo vendicato i caduti. Giunsi alle spalle di « Nicola » ma poi ebbe in me sopravvento la ragione. Trascorse poco tempo, e dopo aver ricevuto altre pressioni tese a strumentalizzarmi, mettendomi ancor più contro «Nicola» e la Resistenza, accettai, per le insistenze continue, di incontrarmi con il comandante garibaldino a tu per tu a Cataeggio. Ci vedemmo su un prato, con cinque uomini armati da una parte e cinque dall'altra. Io avevo una Colt e « Nicola » una bomba a mano. Con me c'era «Athos» e le rispettive bande erano in attesa nei boschi. Si discusse a lungo, poi per buona pace di tutti si accettò di ricostruire la formazione nel nome dell'unità. Ottenni il comando dei miei uomini; Giulio Spini mi seguì come commissario politico. Era la fine ottobre 1944.” (Da “La resistenza più lunga”, op. cit.)
Il famoso Alfondo Vinci (grande scalatore e studioso, attualmente sepolto nel cimitero di Pilasco frazione di Ardenno) racconta così quelle vicende: “La fuga di Giumelli non mi sorprese: conoscevo bene l'uomo, i suoi atteggiamenti, il suo attaccamento alle tradizioni. Chiesi a «Nicola» il permesso di poter andare a parlargli. «Nicola» inizialmente si oppose, poi accettò. Partii solo, armato della pistola a tamburo e di quattro bombe a mano. A Cevo, dopo un po' di cammino, la sorpresa: un partigiano di nome «Biancaneve», con altri uomini, mi intercettò, dopo avermi riconosciuto come partigiano di Nicola. Fui disarmato dopo che avevo spiegato lo scopo del mio viaggio. Furono attimi di terrore, in cui emerse il profondo contrasto fra i due gruppi. Alla fine, affidato a due partigiani, mi fu permesso di proseguire. Intanto, senza che io lo sapessi, « Nicola » con una decina di uomini mi aveva seguito. Trovò sulla strada «Biancaneve», scoprì nelle sue mani ed in quelle di altri due partigiani le mie armi e fucilò seduta stante i tre. Trovai Giumelli. Mi disse che era in netto disaccordo con i «milanesi» e che non approvava i loro metodi”.
Ecco, infine, la versione dell’altro antagonista, “Nicola”: “Subito dopo questa battaglia esplose il «caso» del medico Giumelli, responsabile del nostro servizio sanitario. La sua condotta produsse una scissione che mirò da una parte a sfasciare la divisione e dall'altra ad eliminare tutti i comandanti, compreso il sottoscritto, creando una formazione sotto il controllo di « G.L. ». Giumelli in questa iniziativa fu seguito da altri uomini, tutti valtellinesi come lui. Andò così: fummo informati che alcuni nostri compagni si erano impadroniti del deposito viveri e che «Bill» (Alfonso Vinci), nostro capo di Stato Maggiore, era stato disarmato dagli scissionisti. Dopo questa mossa Giumelli prese contatto con il CLN ed immediatamente dopo si avviarono trattative fra il CLN, i nostri Comandi e le altre divisioni.”
Si nota che Camillo e Nicola partivano da convinzioni diverse: per quest’ultimo la strategia della guerra era al primo posto, mentre il primo era molto attento anche alle conseguenze che certe azioni potevano avere sulla popolazione civile e sui contadini. Ma dietro questa divergenza c’erano motivi più profondi. La contrapposizione fra la fazione comunista e quella cattolico-liberale della resistenza non si verificò solo in Valtellina e non fu dovuta solo ad una contrapposizione di figure, ma era legata ad una visione ideologica diversa. Per i “rossi” la resistenza era solo il punto di partenza per instaurare nell’Italia liberata dai nazi-fascisti di un regime di socialismo reale, come quello dell’URSS, regime concepito da loro come il regime della vera libertà e democrazia. Per cattolici e liberali, invece, il comunismo era un pericolo contro il quale bisognava vigilare: per loro dopo la fine della guerra l’Italia sarebbe dovuta diventare una democrazia con lo stesso assetto istituzionale di Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Tornando alle vicende della resistenza e spostandoci un po’ più ad ovest, consideriamo Ardenno. Qui non si ebbero veri e propri scontri, ma sui maggenghi a monte del paese furono bruciate alcune baite dove i partigiani avevano punti di appoggio (prati di Lotto, estate 1944). Una cosa analoga avvenne in Val Masino, dalla quale, per il passo di Zocca, si poteva espatriare in Svizzera: molte baite ed anche i rifugi alpini vennero dati alle fiamme. 
La battaglia di Buglio era solo l’inizio della controffensiva nazifascista: i Repubblichini ed i Tedeschi decisero, nell’autunno del 1944, di farla finita con la resistenza, approfittando del fatto che l’avanzata degli Alleati da sud procedeva più lentamente di quanto previsto. Durante l’inverno, infatti, questi si fermarono sul fronte appenninico, in attesa della primavera. Il generale Alexander emanò un famoso proclama nel quale invitava i Partigiani a sospendere le operazioni ed a tornare a casa in attesa della primavera, stagione nella quale si sarebbe scatenata l’offensiva decisiva. Ovviamente questo proclama venne sentito un po’ come una beffa, perché i partigiani non potevano certo tornarsene alle proprie case.
Procedendo da Ardenno verso ovest troviamo la grande Costiera dei Cech, il solare versante retico che si estende da Campivico a Dubino. Qui il 1 ottobre 1944 si scatenò una seconda importante battaglia, quella di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
La controffensiva nazifascista dell’autunno del 1944 fu la causa di un altro celebre episodio, la lunga ed epica traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, raccontata nel volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, (2006, A.N.P.I. di Lecco). Racconta, appunto, il ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affacciò sulla Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scese sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Seguì una pericolosa traversata alta per la Valle dei Ratti (a monte di Verceia) fino alla Val Codera (a monte di Novate Mezzola). Fra il 28 ed il 29 novembre venne raggiunto il paesino di Codera. Restava, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre. Diversi partigiani morirono nella traversata: i superstiti furono internati in Svizzera.
Nella Costiera dei Cech rimasero, però, alcune strutture di appoggio presidiate da Partigiani. Di una restano ancora i ruderi, a circa 2000 metri: si tratta della cosiddetta “Barac(h)ia di partigiàn”, a monte di Cino, in una zona difficile da raggiungere.
La storia degli ultimi tremendi due anni di guerra in bassa Valtellina non comprende, però, solo scontri armati, ma anche vicende che hanno dell’incredibile, come quella della bambina Regina Zimet Levy, ebrea che, con la sua famiglia, passò, verso la fine del 1943, dalla bergamasca in Valtellina per sfuggire ai rastrellamenti di ebrei che diventavano sempre più sistematici. Lo scopo della sua famiglia era di raggiungere Tirano, per espatriare sugli antichi sentieri dei contrabbandieri in Svizzera. Venne però avvertita che i Fascisti perquisivano a tappeto i treni ed indirizzata ad una famiglia di S. Bello, piccola frazione sopra il Ponte di Ganda, nel comune di Morbegno. Qui la famiglia Della Nave ospitò i quattro nella propria casa, presentandoli come parenti lontani e nascondendoli in cantina durante i rastrellamenti. La famiglia rimase dunque qui per quasi un anno e mezzo, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. La piccola Regina raccontò poi la sua vicenda in un libro che ha avuto risonanza nella nostra provincia, curato dalle prof.sse Fausta Messa e Paola Rovagnati, “Al di là del ponte” (Città di Morbegno, 2008). Nel libro ricostruisce molto efficacemente il clima di quei lunghissimi quattordici mesi, passati nel timore costante che qualcuno potesse tradire la famiglia Della Nave e quindi far arrestare gli Ebrei che sarebbero finiti in un campo di sterminio in Germania.
Uno degli aspetti più toccanti di questa specie di diario è constatare come persone di cultura diversissima e di religione diversa abbiano potuto essere legate da un profondo sentimento di umanità. Regina sentì sempre, terminata la guerra e tornata la sua famiglia a Gerusalemme, il bisogno di tornare a trovare la famiglia che l’aveva ospitata con tanto coraggio.

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