Il lago di Sopra

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Briotti-Lago di S. Stefano-Lago di Sopra-Bocchetta di S. Stefano-Alpe Piateda di Sopra-Alpe Armisola-Briotti
7 h
1360
E
SINTESI. Procedendo sulla ss 38 dello Stelvio verso Bormio, dopo Sondrio, prestiamo attenzione al cartello che indica il comune di Ponte in Valtellina. Dopo trecento metri circa troveremo, sulla destra, una deviazione per Casacce e Sazzo, che ci permette di valicare l'Adda su un ponte e di cominciare a salire sul versante orobico (indicazioni per Sazzo ed Arigna). Oltrepassiamo, così, Sazzo (m. 456), Albareda e Trìpolo (m. 804), prima di incontrare un bivioal quale andiamo a destra e proseguiamo per Briotti, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato i nuclei di Berniga (m. 835) e Famlonga (m. 925). Ignorata la deviazione a destra per il centro ricreativo e sportivo del Dosso del Grillo, saliamo fino al centro di Briotti, dove troviamo un parcheggio, nei pressi dell'edicola del Parco delle Orobie, e qui, a circa 1020 metri, possiamo lasciare l'automobile. seguendo le indicazioni per la pista ciclabile che sfrutta l’ex-decauville Briotti-Armisa, imbocchiamo, quindi, la strada sterrata che, proprio di fronte al parcheggio, taglia decisamente a sinistra (est), superando su un ponte il torrente Tripolo e raggiungendo, subito dopo il ponte, un largo spiazzo; poco più avanti, ci ritroviamo sul limite inferiore dei ripidi prati orientali del maggengo. Qui, sulla destra, parte un tratturo, per un tratto con il fondo in cemento, che risale i prati, raggiunge i Prati di Torre (m. 1145) e lascia il posto ad un ripido sentiero. Oltrepassate le baite Bernè (m. 1236), ci immergiamo in un fresco bosco. Un cartello in legno segnala la duplice meta dei laghetti di S. Stefano e del rifugio Donati. Accompagnati da rari segnavia rosso-bianco-rossi, proseguiamo ignorando una deviazione a sinistra ed una a destra (il sentiero da mantenere è quello che continua a salire, più o meno sul filo del dosso); raggiungiamo così la radura con la baita Spanone (m. 1559). Il sentiero rientra nella pineta, con un lungo traverso verso sinistra, in direzione sud, dalla pendenza meno impegnativa. Poi piega leggermente a destra (sud-ovest), iniziando a risalire un ampio avvallamento che scende dalla grande conca che ospita l’invaso di S. Stefano. Usciamo, così, di nuovo dal bosco e raggiungiamo una radura. Qui ci portiamo a sinistra del ruscello e riprendiamo a salire, fra radi larici, fino a raggiungere la soglia del gradino roccioso presidiato dal muraglione dello sbarramento. Alla nostra destra vediamo la nuova chiesetta di S. Stefano. Ci portiamo alla chiesetta e proseguiamo sul sentiero che raggiunge il lato di destra dello sbarramento del lago inferiore di Santo Stefano (m. 1839), percorrendo poi il lato occidentale del bacino. Lasciamo alle nostre spalle il lago e passiamo a sinistra di una baita e del ponticello che scavalca il torrente che si immette nel bacino. Rimanendo a destra del torrente, proseguiamo su una debole traccia di sentiero, non in direzione del centro dell’ampio vallone nel quale stiamo entrando, ma tendendo leggermente a destra e salendo sul fianco destro del vallone stesso, fino ad un cartello che segnala un bivio, al quale andiamo a sinistra (dir. sud-ovest), passando alti a destra del laghetto di Mezzo e seguendo la traccia di sentiero che prosegue in direzione sud-ovest, verso il più alto gradino glaciale dietro il quale si nasconde il laghetto di Sopra (m. 2124). Al termine della salita, giungiamo in vista del torrente che, alla nostra sinistra, esce dal lago: solo raggiunto il punto più alto del gradino vediamo il lago, alla nostra sinistra. Sefuiamo i segnavia, oltrepassiamo il lago incontrando un sentiero poco marcato che, con diverso tornanti, sale verso sud-ovest alla bocchetta di S. Stefano (m. 2378). Possiamo ora tornare per la medesima via di salita, oppure proseguire in un percorso ad anello. In questo secondo caso seguiamo le indicazioni del cartello che indica la direzione nord-ovest ed il sentiero che porta in 50 minuti a Piateda di Sotto, in un’ora e 10 minuti all’alpe Armisola ed in 2 ore alle Piane. La prima parte deve essere affrontata con concentrazione e cautela, perché avviene su un sentiero labile, che in diversi tratti tende a perdersi, e lungo un percorso piuttosto tortuoso. Bisogna stare, quindi, attenti a non perdere i segnavia ed evitare di scendere a vista. Superato il primo terrazzo, ci caliamo in un complesso sistema di dossi ricoperti da ontani, noccioli, rododendri, prima di raggiungere l’alpe di Piateda di sotto, a 1796 metri. All’alpe troviamo solo una baita isolata, circondata da una compatta e rigogliosa formazione di “lavazz”. Non lasciamoci sviare da una doppia freccia posta su un masso che si trova sul lato opposto del torrente, alla nostra sinistra: dobbiamo stare sulla destra, passando davanti alla baita, a ridosso dell’aspro fianco del monte, per ritrovare il sospirato sentiero, che ora prosegue, sicuro, nella discesa in una bella pineta, dalla quale usciamo in vista della piana dell’alpe, che raggiungiamo nei pressi di un ponticello. Non lo varchiamo ma rimaniamo a destra del torrente, e ci portiamo al baitone dell’alpe Armisola (m. 1629). Continuiamo a scendere sulla pista che parte sul limite meridionale dell’alpe e descrive alcuni ampi tornanti. Ignorata una prima deviazione a destra, prendiamo, quindi, ad un successivo bivio, a destra, iniziando un lungo traverso in direzione nord-est: la discesa, piuttosto ripida in certi punti, conduce ai bei prati di Paiosa (m. 1134). Dopo un ultimo tratto, la pista intercetta, in corrispondenza di un parcheggio e di una fontana, l’ex-decauville Briotti-Gaggio di Piateda. Percorriamo quindi la strada pianeggiante e, alle prime baite, invece di proseguire in leggera discesa verso il Dosso del Grillo stacchiamocene, sulla destra, seguendo una pista minore che corre, pianeggiante, un po’ più alta, e che ci porta al centro di Briotti, in corrispondenza del parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile.


Rifugio alle Piane

La pratica dell’escursionismo permette non solo di immergersi in una dimensione naturale spesso incontaminata e comunque di grande fascino e suggestione, ma anche di cercare i segni legati a tradizioni e leggende che costituiscono patrimonio vivo della cultura popolare. Una di queste leggende, assai conosciuta nelle Orobie orientali, è legata a Santo Stefano, il primo martire, che con la sua morte ha impresso nella storia un primo ed indelebile segno della fede Cristiana. Non stupisce che a lui si attribuisca anche l’ultimo segno, un segno già presente, ma non ancora operante: ciò che è primo, può anche essere ultimo, come il Cristo che è Alfa ed Omega, la prima e l’ultima lettera della storia. Ebbene, Santo Stefano, prima di andare incontro al martirio per lapidazione, capitò in quel di Valtellina, per predicare il Vangelo. Non ebbe, però, buona accoglienza nei paesi di fronte a Castello, sul versante retico. Nessuno mise mano alle pietre, non era ancora la sua ora, ma, insomma, venne più o meno cortesemente invitato a cambiare aria.
Raggiunse, allora, l’opposto versante, quello orobico, passando per Castello dell’Acqua e proseguendo nella salita ai monti sopra il centro del paese, dove poté finalmente trovare rifugio. Ma i santi sono sempre in cammino, e lui li attraversò, quei monti, sostando in diversi luoghi per riposare e per rifocillarsi, usando un piccolo attrezzo, il “cazzett”, con il quale quagliava il latte che il buon cuore dei contadini gli offriva.
Operò anche molti miracoli, nel periodo nel quale rimase, come eremita, in quei luoghi ritirati: molti salirono fino a lui, ottenendo, come premio per la loro fede, la guarigione dalle menomazioni che avevano loro imposto grucce e stampelle. Ma la sua meta era la cime del monte sul lato opposto della valle d’Arigna (termine che deriva da “larigna” e, quindi, da “larix”, cioè larice), il monte che ancora oggi reca il suo nome. Per questo, un giorno, spiccò letteralmente il volo, raggiungendo la media costa in località Briotti. Ma prima di spiccare il prodigioso balzo verso il lato opposto della valle, il santo si fermò a riposare su un sasso, imprimendovi il segno dei suoi piedi e del cazzett. Era nei pressi dei prati di Pòrtola. Il santo lasciò i luoghi, mentre il masso rimase, e con esso rimase anche la profezia inquietante, che rivaleggia con quelle più famose di Nostradamus: quando il terreno l’avrà ricoperto, il mondo terminerà.
E' interessante osservare (ed è, questo, uno dei tanti capitoli della rivalità fra versante retico ed orobico, ben diffusa in tutta la media e bassa Valtellina) che, in quel di Tresivio, questa leggenda la raccontano a rovescio: Santo Stefano fu prima sul versante orobico, dal quale, evidentemente per la poca devozione della gente, spiccò un prodigioso balzo che lo fece atterrare proprio sul masso in questione, dove lasciò l'impronta del suo piede. Il masso gli servì solo come appoggio per spiccare un secondo prodigioso balzo, che lo portò direttamente alla pianetta dove ora si trova la chiesa di Santo Stefano, sulla mulattiera che sale da Boirolo all'alpe Rogneda. Qui rimase per qualche tempo, venerato dalla gente di Tresivio, prima di andare incontro al suo destino di martirio: "Meglio farsi tirare le pietre che fardi tirare la tunica da parti opposte in una contesa fra devoti e campanili", avrà pensato (ma forse questa è solo una malignità).
Torniamo a sud dell'Adda e spostiamoci ora più ad est, sul versante opposto della Val d’Arigna, e precisamente a Briotti, il bellissimo maggengo in territorio del comune di Ponte in Valtellina, oggi località di villeggiatura assai vivace, dove S. Stefano iniziò l’ultimo tratto del suo prodigioso cammino: da qui possiamo metterci sulle sue tracce, ripercorrendole in un’escursione di grande impegno, ma anche di forte impatto emotivo.
Per giungere a questa località, se percorriamo la ss 38 dello Stelvio da Sondrio a Tirano, prestiamo attenzione,
5 km circa dopo il passaggio a livello con cui si conclude la tangenziale di Sondrio, al cartello che indica il comune di Ponte in Valtellina. Dopo trecento metri circa troveremo, sulla destra, una deviazione per Casacce e Sazzo, che ci permette di valicare l'Adda su un ponte e di cominciare a salire sul versante orobico (indicazioni per Sazzo ed Arigna). Oltrepassiamo, così, Sazzo (m. 456), dove si trova il famoso santuario di San Luigi, Albareda (m. 781, termine che deriva probabilmente, come Albaredo, da “arboretum” e da “arbor”, pioppo) e Trìpolo (m. 804), prima di incontrare un bivio. La strada di sinistra (segnalazione per Armisa e per i rifugi Resnati e Corti) porta ad Armisa (o Fontaniva), proseguendo poi per la centrale dell’Armisa ed il cuore della Val d’Arigna. Noi, invece, impegniamo il tornante sulla destra e proseguiamo per Briotti, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato i nuclei di Berniga (m. 835) e Famlonga (m. 925). Ignorata la deviazione a destra per il centro ricreativo e sportivo del Dosso del Grillo (sede, nel periodo estivo, di numerose manifestazioni), saliamo fino al centro di Briotti, dove troviamo un parcheggio, nei pressi dell'edicola del Parco delle Orobie, e qui, a circa 1020 metri, possiamo lasciare l'automobile. Abbiamo percorso, da Casacce, circa 10 km.
Poco distante dal parcheggio, a monte della strada che prosegue verso il nucleo centra e di case, si trova la chiesetta di S. Lorenzo. Noi, però, dobbiamo andare in direzione opposta: seguendo le indicazioni per la pista ciclabile che sfrutta l’ex-decauville Briotti-Armisa, imbocchiamo, quindi, la strada sterrata che, proprio di fronte al parcheggio, taglia decisamente a sinistra (est), superando su un ponte il torrente Tripolo e raggiungendo,
subito dopo il ponte, un largo spiazzo; poco più avanti, ci ritroviamo sul limite inferiore dei ripidi prati orientali del maggengo. Qui, sulla destra, parte un tratturo, per un tratto con il fondo in cemento, che risale i prati, raggiunge i Prati di Torre (m. 1145) e lascia il posto ad un ripido sentiero. Oltrepassate le baite Bernè (m. 1236), ci immergiamo in un fresco bosco. Un cartello in legno segnala la duplice meta dei laghetti di S. Stefano e del rifugio Donati. Alla nostra destra il torrente Tripolo, per un buon tratto, non manca di far sentire la sua riposante melodia, che attenua un po’ la fatica legata alla severa pendenza. Accompagnati da rari segnavia rosso-bianco-rossi, proseguiamo ignorando una deviazione a sinistra ed una a destra (il sentiero da mantenere è quello che continua a salire, più o meno sul filo del dosso).
Dopo un'ora circa di cammino, lasciamo per un tratto il bosco: si apre, infatti, la radura con la baita Spanone (o Spanùn, m. 1559). Possiamo fermarci, non solo per riprendere fiato, ma anche per cercare una nuova impronta, dopo quella della profezia di Pòrtola, del passaggio del santo, un segno impresso su un masso dei prati: qui, infatti, egli sostò, prima di iniziare l’ultima salita, che doveva portarlo all’alpe che ospita i tre laghetti che da lui presero il nome, i laghetti di S. Stefano, appunto, ai piedi della punta omonima. Quanto durò la sosta allo Spanone? Mesi? Giorni? Ore? O forse S. Stefano passò una sola nottata? La leggenda (riportata nella raccolta “Storie e leggende dei nostri paesi”, curata, nel 1976, dalla classe IV B della scuola elementare di Chiuro sotto la guida dell’insegnante Armida Bombardieri) non lo dice, ma nulla vieta di immaginarlo, così come nulla vieta di cercare il luogo nel quale avrebbe potuto pernottare.
Se scendiamo un po’ nella pineta immediatamente a valle dei prati, troveremo alcune pianette, in una delle quali si trova un enorme masso con una spaccatura che sembra fatta apposta per offrire ricovero. Fu qui che il santo lasciò riposare le stanche membra? Forse.
Con questo interrogativo nella mente e con nuovo vigore nelle membra, rimettiamoci in cammino: lasciata la radura, il sentiero rientra nel bosco, un’incantevole pineta, con un lungo traverso verso sinistra, in direzione sud, dalla pendenza meno impegnativa. Poi piega leggermente a destra (sud-ovest), iniziando a risalire un ampio avvallamento che scende dalla grande conca che ospita l’invaso di S. Stefano. Usciamo, così, di nuovo dal bosco e raggiungiamo una prima incantevole radura, dove null’altro si ode se non il discreto mormorio di un ruscello che scende al centro dell’avvallamento. Ci portiamo a sinistra del ruscello e riprendiamo a salire, fra radi larici, fino a raggiungere la soglia del gradino roccioso presidiato dal muraglione dello sbarramento.
Siamo allo Zocc de li Möli e, ai piedi della diga, troviamo, sulla nostra destra la nuova chiesetta di S. Stefano, al centro la croce dedicata al santo e collocata dagli Alpini di Castello dell’Acqua il 3 agosto del 2002, alcuni massi che recano l’impronta del suo passaggio. L’antica chiesetta di S. Stefano giace ora sul fondo del lago artificiale. Una versione della leggenda afferma che essa venne edificata proprio nel luogo nel quale il santo si fermò a lungo, operando numerosi miracoli, risanando storpi e guarendo ammalati.
I miracoli sarebbero avvenuti anche dopo la sua partenza, per la cima del monte che poi prese il suo nome. Quando, però, per far posto alle acque dell’invaso la chiesetta venne ricostruita dove è ora, cioè leggermente più a monte, i miracoli cessarono: invano vi si recarono, infatti, storpi e malati. Le acque avevano sommerso per sempre il luogo che il santo aveva scelto per farsi tramite della grazia divina risanatrice. Non avevano sommerso, invece, il gruppo di massi collocati vicino alla croce e ad una baita diroccata, proprio ai piedi del muraglione della diga, massi che recano l’impronta del bastone e della “garota” del santo. Fermiamoci ad osservare i massi: vi troveremo diverse impronte singolari, misteriose.
Siamo in cammino da poco più di due ore, circa a metà dell’anello escursionistico,; per riprenderlo, dobbiamo portarci di nuovo alla chiesetta e proseguire sul sentiero che raggiunge il lato di destra dello sbarramento, percorrendone poi il lato occidentale del bacino (il percorso per il rifugio Donati, invece, prosegue sul lato opposto, dove si trova la casa dei guardiani della diga). Al termine, siamo a destra deil laghetto inferiore di S. Stefano (m. 1839) e lo lasciamo alle nostra spalle e passiamo a sinistra di una baita e del ponticello che scavalca il torrente che si immette nel bacino. Rimanendo a destra del torrente, proseguiamo su una debole traccia di sentiero, non in direzione del centro dell’ampio vallone nel quale stiamo entrando, ma tendendo leggermente a destra e salendo sul fianco destro del vallone stesso, fino ad un cartello. Questo segnala una duplice possibilità: prendendo a destra (soluzione che può essere scelta se vogliamo percorrere un anello di minore impegno), in 40 minuti siamo all’alpeggio di Grioni ed in un’ora e 10 minuti all’alpe Armisola,
dalla quale parte una pista sterrata che ci riporta comodamente a Briotti; prendendo a sinistra, invece, saliamo in 30 minuti al lago di Sopra ed in un’ora e 20 minuti alla bocchetta di S. Stefano. La prima soluzione ci consente di chiudere l’anello in circa 4 ore di cammino, limitando il dislivello in salita a circa 800 metri. Essa non è contraria allo spirito della leggenda, perché questa non ci dice cosa accadde quando S. Stefano pose termine al suo soggiorno nei luoghi che ora ospitano il lago inferiore: doveva andare a morire lapidato, questo lo sappiamo, ma non sappiamo per quale via lasciò questi splendidi monti. La seconda soluzione, però, ha un fascino del tutto particolare: forse il santo, infatti, salì fino alla bocchetta che porta il suo nome, e spiccò un ultimo prodigioso balzo fino alla cime anch’essa legata al suo nome, per guardare per l’ultima volta, da quel punto di osservazione privilegiato, i luoghi sicuramente a lui tanto cari.
Ed allora incamminiamoci alla volta della bocchetta, seguendo la traccia di sentiero che prosegue in direzione sud-ovest, verso il più alto gradino glaciale dietro il quale si nasconde il laghetto di Sopra (m. 2124). Ed il laghetto di Mezzo? Lo vediamo durante la salita, alla nostra sinistra: è anch’esso generato da uno sbarramento, ed è posto su un gradino minore, ad est, ai piedi della costiera che culmina nella poco pronunciata cime del pizzo Culdera (m. 2176). Al termine della salita, giungiamo in vista del
torrente che, alla nostra sinistra, esce dal lago, che però dobbiamo indovinare, perché non si vede ancora: solo raggiunto il punto più alto del gradino esso ci appare, bellissimo e solitario, ai piedi del severo versante montuoso che, a nord, culmina con la punta di S. Stefano (m. 2693), la quale, a dispetto del nome, ha un elegante profilo arrotondato. Guardiamo, ora, alla nostra destra: dov’è la bocchetta? Lo sguardo non ci consente di indovinarlo. Dobbiamo affidarci ai segnavia bianco-rossi, osservandoli con attenzione.
Prima di attaccare il versante montuoso alla nostra destra, costituito da magri pascoli e pietraie, dobbiamo oltrepassare, sulla destra, il laghetto, incontrando poi un sentiero poco marcato che, con diverso tornanti, sale alla bocchetta di S. Stefano. Questa è costituita da una sella erbosa posta ai piedi del crinale che scende verso nord-ovest dalla punta di S. Stefano. Il sentierino, ripido, ci porta senza eccessive difficoltà ai suoi 2378 metri. Dalla bocchetta possiamo, quindi, volgerci per osservare il percorso effettuato: lo sguardo domina, da qui, i balconi glaciali che ospitano i tre laghetti. Guardando verso sud-est possiamo, invece, ammirare il roccioso versante che culmina nella punta di S. Stefano, e lasciare correre la fantasia immaginando il balzo prodigioso che forse portò il santo sulla sua cima. Sul versante opposto della bocchetta, infine, si apre un vallone selvaggio e solitario.
I cartelli sulla bocchetta ci indicano che da qui partono due direttrici escursionistiche. Una prima, verso sud, porta in 45 minuti alla bocchetta del Reguzzo, in un’ora al rifugio Donati ed in un’ora e 30 minuti al rifugio Donati. Una seconda, verso nord-ovest, porta in 50 minuti a Piateda di Sotto, in un’ora e 10 minuti all’alpe Armisola ed in 2 ore alle Piane. Scegliamo quest’ultima, anche perché la prima sarebbe davvero troppo lunga, oltre che essere abbastanza impegnativa. Siamo al punto più alto dell’escursione, ed abbiamo superato circa 1360 metri di dislivello. Inizia, ora, una lunga discesa, divisa in due grandi momenti: il primo, più impegnativo, porta all’alpe Armisola, il secondo, semplice, termina a Briotti.
La prima parte deve essere affrontata con concentrazione e cautela, perché avviene su un sentiero labile, che in diversi tratti tende a perdersi, e lungo un percorso piuttosto tortuoso. Bisogna stare, quindi, attenti a non perdere i segnavia ed evitare di scendere a vista, perché non rischiare di finire in luoghi resi insidiosi da un rigoglioso sottobosco che nasconde formazioni rocciose pericolose. Superato il primo terrazzo, ci caliamo in un complesso sistema di dossi ricoperti da ontani, noccioli, rododendri, prima di raggiungere l’alpe di Piateda di sotto, a 1796 metri. Poco prima dell’alpe, passiamo a destra di un’impressionante spaccatura nella roccia, seminascosta fra la vegetazione, un luogo misterioso e pauroso. All’alpe, poi, troviamo solo una baita isolata, circondata da una compatta e rigogliosa formazione di “lavazz”, che si mangiano interamente la traccia di sentiero. Non lasciamoci sviare da una doppia freccia posta su un masso che si
trova sul lato opposto del torrente, alla nostra sinistra: dobbiamo stare sulla destra, passando davanti alla baita, a ridosso dell’aspro fianco del monte, per ritrovare il sospirato sentiero, che ora prosegue, sicuro, nella discesa in una bella pineta.
Usciti dalla pineta, eccoci finalmente in vista della piana dell’alpe, che raggiungiamo nei pressi di un ponticello. Sul lato opposto del ponticello si trova una lunga passerella in legno ed il sentiero che porta alle Piane, nei monti sopra Piateda, dove si trova il rifugio degli Alpini. Noi, invece, rimaniamo a destra del torrente, che qui scorre lento e placido, passando davanti alle stalle ed alla casera dell’alpe Armisola (m. 1629). Per tornare a Briotti ci sono due possibilità: quella di percorrere un bel sentiero che taglia una fitta pineta e quella di seguire la pista sterrata recentemente tracciata. La prima soluzione è indubbiamente più affascinante, ma è sconsigliabile se non si conosce il sentiero, che tende a perdersi in più punti.
Incamminiamoci, allora, sulla pista che parte sul limite meridionale dell’alpe (dove si trova anche il cartello che segnala il sentiero per Grioni e S. Stefano, quello stesso che potremmo scegliere per chiudere un anello più breve), e descrive alcuni ampi tornanti. Ignorata una prima deviazione a destra, prendiamo, quindi, ad un successivo bivio, a destra, iniziando un lungo traverso in direzione nord-
est: la discesa, piuttosto ripida in certi punti, conduce ai bei prati di Paiosa (m. 1134). Dopo un ultimo tratto, la pista intercetta, in corrispondenza di un parcheggio e di una fontana, l’ex-decauville Briotti-Gaggio di Piateda. Percorriamo quindi la strada pianeggiante e, alle prime baite, invece di proseguire in leggera discesa verso il Dosso del Grillo stacchiamocene, sulla destra, seguendo una pista minore che corre, pianeggiante, un po’ più alta, e che ci porta al centro di Briotti, in corrispondenza del parcheggio nel quale abbiamo lasciato l’automobile.
Sette ore di cammino hanno sicuramente lasciato il segno nelle nostre gambe, ma sicuramente concluderemo che ne valeva la pena: anche se non avremo assistito ad uno dei miracoli per i quali S. Stefano è particolarmente venerato qui, la soddisfazione per gli scenari ammirati e le emozioni provate sarà incomparabile.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

GALLERIA DI IMMAGINI

ESCURSIONI A PONTE IN VALTELLINA

APPENDICE: Viene qui di seguito riportata la relazione di Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, sui laghetti di S. Stefano (nella raccolta “I laghi alpini valtellinesi”, Padova , 1894).








[Torna ad inizio pagina]

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout