CARTA DEL PERCORSO

Storie e leggende della Costiera dei Cech (la “Costéra”) sono circonfuse, più di quanto accada in altri luoghi della Valtellina, di un profumo di ascetica santità. Santi eremiti, monaci e frati hanno lasciato un segno profondo nell’immaginario popolare. L’eco della loro predicazione e, soprattutto, del loro esempio non è stata ancora inghiottita dal silenzio, ma rimane, perché ancora qualche orecchio le presta ascolto. Diverse figure meritano di essere raccontate.
Il beato Genuari (Gennaro), innanzitutto. No, non è un refuso, non siamo all’ombra del Vesuvio: se Napoli ha il suo san Gennaro, alle porte della Valtellina si è conservata viva per secoli, soprattutto in quel di Mello, la devozione a questo omonimo beato. La sua storia è legata al cuore della devozione nel territorio dei Cech, San Giovanni di Bioggio, la splendida chiesa posta a monte di Traona, poco ad ovest e quasi alla stessa altezza di Mello, dove, la seconda domenica di maggio, i fedeli provenienti in solenne processione da Traona, Mello, Cino, Cercino, Civo e Roncaglia, guidati dai parroci e dalle confraternite, si incontravano per le terze rogazioni. Veniva allora celebrata una solenne Messa cantata, i convenuti ricevevano pane e vino donati dalla parrocchia di Mello e, soprattutto, non mancavano mai, come racconta Rinaldo Rapella nell’articolo “Beato Genuari romito di Bioggio”, apparso su “Le vie del bene”, di toccare, facendosi il segno della croce, un sasso sporgente dal lato nord della chiesa, sul lato opposto rispetto al coro.
Le rogazioni erano un momento fondamentale per capire la spiritualità contadina, così legata ad un abbandono fiducioso alla misericordia del Signore di fronte all’imprevedibilità degli eventi meteorologici: si chiedeva un tempo propizio ai raccolti, non troppo piovoso, né troppo asciutto, perché le fatiche profuse nel lavoro dei campi non venissero frustrate dalle bizzarrie del clima. Ebbene, proprio accanto a quel sasso il beato Gennaro soleva raccogliersi in preghiera per il medesimo fine, invocando dalla bontà del Signore che le tempeste e l’eccessiva calura risparmiassero le terre dei Cech. I fedeli, toccando il sasso, rendevano omaggio alla sua figura, unendosi, idealmente, alle preghiere che immaginavano il beato non avesse mai smesso di innalzare a Dio anche dopo la sua morte.
Non sappiamo quando lasciò la dimora terrena: le notizie ci parlano di un suo arrivo al convento francescano di Bioggio (edificato nel 1221 da frati del terzo ordine francescano, con una bella chiesa, un ospizio ed un romitorio) agli inizi del 1400; pronunciò i voti nel 1408 e ben presto si distinse per austerità di vita e perseveranza nella preghiera. Trascorse, così, gli anni della sua vita pregando, digiunando, facendo zoccoli per i poveri, confessando la gente, e divenne, per tutti, il “santo vecchio”. Negli occhi di tutti rimase la sua figura piegata su alcuni massi nei pressi del convento, raccolta, rattrappita, quasi, nello sforzo di farsi interamente preghiera, voce che sale a Dio. Enorme fu la gratitudine suscitata nei contadini, che sapevano quanto fosse preziosa quella preghiera per ottenere da Dio la clemenza del clima. Cresceva anche la fama del convento, tanto che, probabilmente non molto dopo la morte del beato, il 25 aprile 1485 vi si tenne il solenne capitolo che elesse frate Antonio da Poschiavo generale dell’ordine francescano.
Non sappiamo con certezza quale sia stata la sorte del suo corpo. Si diffuse, però, la convinzione che fosse contenuto in un’urna posta sotto la mensa dell’altare (dove una voce più antica credeva custoditi i resti mortali di uno dei santi Sette Fratelli figli di Santa Felicita e martirizzati nei primi secoli della storia del Cristianesimo, cui fu dedicato anche il famoso Oratorio dei Sette Fratelli, ad oltre 2000 metri, sugli alpeggi a monte di Mello). La sorte del convento dopo la sua morte, però, non fu tranquilla: i soprusi del tristemente noto “Medeghino”, signorotto di pochi scrupoli che aveva in Musso la sua roccaforte, li costrinse a sloggiare nei primi decenni del Cinquecento ed a trasferirsi a San Donato di Brunate, nei pressi di Como.
San Giovanni di Bioggio, però, non venne interamente abbandonata: se il convento cadde in rovina, nel Seicento una nuova e più imponente chiesa venne edificata. La si può ammirare ancora oggi quando si celebra la festa della natività di San Giovanni Battista, il 24 giugno, e la chiesa viene aperta ai fedeli. Una festa anch’essa molto sentita dalla devozione popolare, collocata, com’è, in uno dei più particolari momenti dell’anno, in prossimità del solstizio d’estate, il trionfo della luce. Se Santa Lucia è, proverbialmente, il giorno più corto che ci sia, la notte di San Giovanni è, a sua volta, quella più corta. Eppure, singolarmente, è una delle classiche notti nelle quali la gente immaginava che le streghe celebrassero i loro orribili e nefasti sabba. Il motivo è questo: si credeva che nella notte più corta le forze delle tenebre si chiamassero a raccolta per sopravvivere all’incalzare della luce, ed insieme per plaudire a quell’inversione che avrebbe portato, nei sei mesi successivi, ad una lenta rimonta della notte sul giorno. Era la notte in cui, sempre stando alle credenze popolari, le streghe mettevano i bachi dentro i frutti che maturavano sulle piante.
Ma torniamo al nostro beato. Il suo culto venne ufficialmente autorizzato, insieme alla processione con le sue reliquie, il 17 agosto 1631, dal vescovo di Como mons. Lazzaro Carafino, che ne constatò il radicamento popolare “ab immemorabili”. La celebrazione del beato venne fissata nel medesimo giorno che il calendario liturgico dedica alla memoria del più famoso San Gennaro martire. Ecco quel che scrive, in proposito, il prevosto di Mello don Ranzetti, agli inizi del Settecento: “Nel giorno stesso in cui tutta festosa la città di Napoli celebra la festa di San Gennaro martire, anche il popolo di Mello celebra quella del così detto Beato Gennaro confessore, il cui miracoloso corpo si venera nella chiesa filiale di San Giovanni. Per questa festa sulla Fabbriceria di Mello gravita la spesa per il pranzo a sei sacerdoti coll’organista”.
Ora torniamo indietro di qualche secolo, al perio che seguì il giro di boa del primo millennio, per tratteggiare una figura decisamente più sfumata, fra storia e leggenda, quella del “Pentì”, monaco legato ad un’antichissima leggenda. In un tempo indefinito dei primi secoli del secondo millennio, secoli di santi ma anche di briganti. E la leggenda, raccontata da don Domenico Songini in “Storie di Traona - Terra buona” (Sondrio, 2004: il prosieguo della scheda è largamente debitore a questa opera di gradevolissima lettura), riguarda proprio uno di loro.
Si dice che l’occasione faccia l’uomo ladro; qualche volta, ahimé, accade anche di peggio. Viveva molti secoli fa, in quel di Traona, un individuo che, accecato dall’avidità di denaro, si macchiò di un misfatto orribile. Gli capitò di incrociare, su un sentiero che si inerpicava nel folto bosco sopra il paese, un tizio che tornava dalla fiera di Traona. Intuì che doveva avere con sé molti soldi, il probabile ricavato di qualche vendita. Erano soli, fu un attimo: non si diede l’incomodo neppure di intimare “o la borsa o la vita”, gli balzò addosso e si prese entrambe, pugnalando senza pietà il malcapitato, che non ebbe neanche il tempo di invocarla. Poi fuggì via, tornando alla propria dimora. Il suo pensiero era tutto per il denaro che avrebbe trovato nella borsa della povera vittima: a questa non pensava affatto.
Tornò difilato alla propria casa, fece per aprire ma, quando guardò la chiave che aveva in mano, si accorse che questa era macchiata di sangue.  C’era, lì vicino, una roggia, e vi immerse le mani, senza però risultato acuno: l’acqua non lavava via il sangue. Provò in un torrentello che scorreva poco distante, ma anche questa volta senza esito. Neppure le acque tumultuose del torrente Vallone poterono lavar via il sangue. L’assassino, allora, fu preso dal panico: la prova che smascherava il suo crimine sembrava indelebilmente impressa sulle sue mani. Scappò, dunque, dal paese, gettò il denaro nell’Adda e, senza farsi vedere da nessuno, attraversò l’intera Costiera, verso ovest. Giunto all’imbocco della Val Codera, la risalì fino all’omonimo paese. Ma aveva paura a fermarsi in un posto abitato da Cristiani, ed allora, attraversato il torrente, cominciò ad inerpicarsi lungo un erto sentiero, che risaliva una selvaggia e solitaria laterale della Val Codera. Era la Val Ladrogno, che ancora non aveva quel nome (le venne dato poi, in ricordo del ladrone che vi aveva trovato rifugio).
Alla fine raggiunse un luogo così remoto ed aspro che gli parve abbastanza sicuro per fermarsi e riordinare le idee. Probabilmente realizzò solo allora quel che aveva fatto, ed alla paura si aggiunse la vergogna, il disgusto, il profondo pentimento. Si fasciò le mani, sempre orribilmente macchiate di sangue, con due sacchetti, che non si tolse più. Visse per circa quattro mesi in una caverna, alimentandosi di bacche ed erbe. Poi decise di tornare fra gli uomini: non sapeva bene come, ma si rendeva conto di dover affrontare la responsabilità di quel che aveva fatto, perché anche nella più profonda solitudine i tristi pensieri sono un’insostenibile compagnia. Lasciò la sua caverna e la Val Codera, tornò alla Costiera, percorrendola sul sentiero di mezza costa fino alla Val Bombolasca (che scende sul lato opposto, occidentale, rispetto al Vallone, del poggio sul quale è arroccata la chiesa di S. Giovanni).
Era notte fonda, ma chiara, illuminata da una luna grande come il sorriso di un bambino nei giorni di festa. Si vedeva, più in basso, molta gente su strade e sentieri che scendevano all’imponente chiesa di S. Alessandro di Traona. Vinse il timore e scese anche lui. Udì, allora, i canti che per molti anni aveva sentito nella notte più amata dai bambini, quella di Natale. Ed allora il pentimento, fino a quel momento morso che procurava un dolore cieco e senza speranza, assunse un significato, fu illuminato da una prospettiva di salvezza. Si ricordò di aver ascoltato, qualche volta, molti anni fa, che non c’è colpa tanto grave da non ottenere il perdono divino a fronte di un sincero pentimento. Chiese perdono a Dio piangendo a dirotto, entrando in chiesa e togliendosi i sacchetti che fasciavano le mani: che vedesse, la gente, e capisse che era lui l’assassino di cui tutti parlavano da mesi, avrebbe avuto quel che si meritava.
Ma non incontrò nessuno sguardo sgomento, nessuno sguardo d’accusa, nessuno pareva notarlo: tutti, finita la funzione, si affettavano a tornare a casa, per preparare la gioiosa sorpresa dei regali che all’alba piccoli e grandi avrebbero trovato. Solo quando la chiesa fu quasi vuota si guardò le mani: non c’era più traccia di sangue. Un segno del cielo, pensò, un segno del perdono divino che attendeva solo il suggello sacramentale. Si precipitò, allora, dal parroco e confessò il suo peccato, dandogli poi la disposizione, come segno del suo pentimento, di vendere tutti i suoi beni e donare il ricavato alla famiglia della vittima. Ottenuta l’assoluzione, tornò ai monti più alti, in Val Ladrogno, ai magri pascoli sotto la cima di Gaiazzo (che, dicono, prese il nome proprio dalla sua incontenibile gioia), per trascorrere, come eremita, il resto della sua vita, nella preghiera e nella rinuncia.
La storia potrebbe finire qui, ma così non è: qualche anno dopo l’eremita del Gaiazzo, ormai assai noto in bassa Valtellina con il nome di “pentì”, ridiscese al piano ed entrò per alcuni anni nel monastero di S. Pietro in Vallate, dove gli venne dato il nome di Fra’ Paolo di Traona. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale, lasciò la comunità monastica per tornare a Traona e fondare un cenobio, cioè una piccola comunità di monaci che condividevano la vita di lavoro, preghiera e contemplazione, in una modesta abitazione presso la cappella di S. Nicolao. Intorno a padre Paolo, priore del cenobio di S. Nicolao, si raccolsero, infatti, alcuni giovani che desideravano seguire l’esempio della sua vita santa, scandita dall’aurea massima benedettina dell’ “ora et labora”.
Raccontano che padre Paolo imponesse ai suoi monaci, ogni anno, all’arrivo della bella stagione, la salita ai più alti alpeggi (che in molti casi, a quel tempo, non erano ancora utilizzati come tali) della Costiera, della Val Masino, della Valle dei Ratti ed anche del versante orobico: qui trascorrevano cento giorni nella preghiera e nel silenzio, cercando nei molteplici segni della natura l’alfabeto del linguaggio divino: era “il deserto”. Al ritorno dovevano portare alla comunità un segno ed un pensiero (“penso”) nel quale si potesse riassumere il significato spirituale dell’esperienza, perché fosse di insegnamento per tutti. Un anno accadde che nel giorno della solenne cerimonia della consegna dei segni e dei pensi, la piccola comunità di San Nicolao ricevette una visita illustre, quella dell’abate del Monastero di Praglia, nei Colli Euganei, in Veneto. Era giunto fin qui per constatare con i propri occhi ciò di cui gli era giunta notizia, il fervore religioso delle comunità monastiche della Costiera dei Cech. Il legame fra la terra di Valtellina ed il Veneto non era, infatti, così remoto come si potrebbe pensare: la diocesi di Como, infatti, di cui la Valtellina fa parte, fu per oltre mille anni, dal 612 al 1790, suffraganea del Patriarcato di Aquileia.
L’abate fu, quindi, accolto festosamente e padre Paolo gli chiese di dare lui stesso un’interpretazione spirituale dei segni che i sette monaci avevano portato al ritorno dai monti. I sette, da cui presero poi il nome altrettanti alpeggi, mostrarono il segno. Fra Arcanzo, che aveva visitato l’alpeggio a monte di S. Martino, in Val Masino, mostrò una mela punta da vespe, e l’abate sentenziò: da una piccola cosa può nascere un grande male. Fra Qualido era stato in un alpeggio non lontano, nella valle omonima, laterale della Val di Mello, e mostrò un intreccio di rose e di spine, segno del legame inscindibile fra gioia e sofferenza, come sentenziò di nuovo l’abate. Fra Desenico si era, invece, portato ai monti più alti della Valle di Spluga, sempre in Val Masino, ed ora aveva con sé una mela che nascondeva al suo interno un baco, nella quale l’abate vide un segno di come l’apparenza spesso inganni. Fra Olano, di ritorno dal monte sopra Sacco, all’imbocco della Val Gerola, mostrò, poi, alcuni boccioli di rosa che non si erano schiusi, e l’abate commentò: il sole li farà sbocciare. Fra Manduino si era avventurato fin nella nascosta Val dei Ratti, che si apre alle spalle della Costiera, ed aveva con sé una pianticella innestata, nella quale l’abate vide un segno di questa grande verità: non sempre i frutti provengono dalla pianta sulla quale si vedono. Fra Quaint aveva scelto un luogo remoto dell’alta Costiera, ed ora mostrava un pesce: non può vivere se privato dell’acqua, disse l’abate. Infine Fra Duino presentò ai confratelli il suo segno, un pezzo di legno inciso da un colpo di scure: non sempre basta un colpo per abbattere, concluse l’abate. Alla fine tutti ringraziarono Dio per l’abbondanza della sua grazia e dei suoi insegnamenti.
Di questo, e di molto altro, è rimasta memoria nella comunità di Traona, e padre Paolo rimane vivo nel ricordo degli anziani come il “fra Pentì”.

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