San Salvatore

San Salvatore, alle porte della Valle del Livrio (val del Liri) è uno dei più conosciuti ed affascinanti maggenghi della media Valtellina, che riassume in sé elementi di straordinario interesse storico, leggendario e naturalistico. Punto di partenza per diverse escursioni (prima fra tutte quella al rifugio Caprari ed al pizzo Stella), può essere meta di una semplice (ma comunque impegnativa) camminata che parta dai maggenghi più bassi di S. Antonio o Cantone e sfrutti la carozzabile. Fra le diverse escursioni quella di maggior respiro che ci permette di scoprire il volto più gentile delle Orobie centro-orientali toccando quattro strutture che possiamo genericamente definire rifugi (anche se due sono bivacchi, un terzo rifugio e bivacco ed il quatro, proprio a San Salvatore, ex-rifugio) ed ha come punto di partenza l'ex-rifugio Saffratti, che si trova nell'alpeggio di San Salvatore, all'imbocco della valle del Livrio.
Usciamo dunque dalla tangenziale di Sondrio all'altezza dello svincolo per la via Vanoni (il primo per chi viene da Morbegno, l'ultimo per chi viene da Tirano). Lo svincolo ci porta sulla via Vanoni, che non va percorsa nella direzione di Sondrio, ma in quella opposta (a destra per chi proviene da Milano), seguendo le indicazioni per Albosaggia (il termine viene spesso ricondotto all’etico “alpes agia”, cioè “alpe sacra”; probabilmente, però, deriva da una gens romana, l’Albutia). Attraversato così il ponte sull'Adda, svoltiamo subito a sinistra e cominciamo a salire verso il centro del paese, ignorando la deviazione a sinistra per la Moia.
La strada, dalla quale il panorama su Sondrio e la media Valtellina è ottimo, dopo alcuni tornanti passa sotto l'imponente muraglione della chiesa parrocchiale. Poco oltre, raggiungiamo il centro, dove si trovano la piazza del Municipio e, a breve distanza, la famosa torre Paribelli: qui, fra l'altro, possiamo ammirare uno dei migliori esempi di stüa, cioè di stanza interamente foderata in legno, della provincia di Sondrio.
Raggiunto il centro, non saliamo alla piazzetta del municipio, ma proseguiamo, passando a sinistra della famosa torre Paribelli, con un brevissimo tratto in discesa. Ignorata la strada che scende a destra, prendiamo a sinistra, lasciando però subito la strada per prendere a destra (cartello: San Salvatore) per imboccare una stradina asfaltata. Nel primo tratto è tanto stretta che avremo l'impressione di avere sbagliato; poi si allarga un po', ma in diversi punti la carreggiata è alquanto stretta (e talora senza parapetti). La strada porta ad un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, poi ad un secondo, al quale prendiamo a destra. Passiamo per S. Antonio (a 5,2 km dal centro: qui troviamo una chiesetta recentemente restaurata), e Cantone (a 7 km dal centro), dove la valle comincia ad aprirsi. L’ultimo tratto prima di S. Salvatore è molto ripido: se siamo in molti su un’automobile poco potente, può essere che questa non ce la faccia. Siamo, infine, a S. Salvatore dopo 8,3 km dal centro di Albosaggia. Attenzione: dopo l'ultima lunga rampa, con fondo in cemento, dobbiamo impegnare una stradina sterrata che prosegue diritta e porta al piazzale della bella chiesa, non proseguire sulla sinistra.
Lasciamo l’automobile a S. Salvatore (san salvadù, m. 1311), perché oltre non possiamo proseguire senza autorizzazione (ma nei finesettimana estivi può essere difficile trovare spazio per parcheggiare)
. Si tratta di una
delle più antiche chiese del versante orobico, in quanto risale al VI secolo e testimonia l'importanza della valle del Livrio, una delle più frequentate vie di comunicazione fra Valtellina e versante della Val Brembana fin dall'alto Medioevo. La tradizione vuole che nei primi secoli dell'era cristiana proprio dalla Val Brembana i Cristiani defunti venissero portati fin qui con un viaggio non breve, per essere qui sepolti ed impedire che il luogo sacro della loro sepoltura venisse profanato dai pagani.
Questo legame è testimoniato da una consuetudine assai antica e ad una tragica storia ad essa legata. Nei secoli passati, quando San Salvatore era abitata permanentemente ed aveva un parroco, vigeva la consuetudine, sempre rispettata, di non iniziare la celebrazione della S. Messa domenicale prima che dalla Bergamasca venisse almeno una persona ad assistervi. E questo accadeva regolarmente, anche se l'ospite poteva sopraggiungere ad un'ora più o meno tarda. Lo si aspettava, come segno, appunto, di rispetto e legame. Ma una disgraziata domenica il tempo era talmente cattivo che il parroco, dopo aver atteso per un bel po', si convinse che non sarebbe venuto nessuno dall'alta Valle del Livrio, per cui iniziò la celebrazione. Invece durante la celebrazione della messa si affacciò alla porta della chiesetta un ospite della Bergamasca. Fradicio, stanco e furibondo per la violazione dell'antichissimo patto, si scagliò contro il parroco, uccidendolo all'altare. Il gesto ebbe ovviamente un'enorme eco, ed ancora i vecchi lo ricordano, anche se i contorni, con il passare dei secoli, si fecero più sfumati.


La chiesetta di San Salvatore

Le consuetudini legate a San Salvatore non terminano qui. In passato qui giungeva nel giorno dell'Ascensione una solenne procezzione volta a propiziare il tempo nel cuore della primavera e nella successiva estate. Nel vicino ossario, poi, si conservavano teschi di dimensioni superiori alla media, sui quali sono fiorite diverse leggende. Due di questi teschi, in particolare, erano tenuti ai lati dell'altare ed accuratamente lavati, perché si credeva che regolassero il tempo, l'uno mandando la pioggia dopo lunga siccità, l'altro placando le tempeste più violente. Sul finire dell’Ottocento, Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne, scrisse (con indicazioni di percentuale però evidentemente erronee):
O meglio, se lo preferisce, per un'altra serie di passi, si porti verso ovest nella valle del Liri al romantico eremo di S. Salvatore. Troverà là ampio ristoro alle sue fatiche nella Pensione Alpina, le cui finestre apronsi sul gran panorama del Bernina e del Disgrazia. Se egli s'interessa di antropologia, troverà nell'ossario della chiesupola degli scheletri interessantissimi. Ne ho misurato un gran numero con il dott. Carini, molti anni fa. Il curato, autorizzandoci, ci aveva detto: - Per amor del cielo, non mischiate i due crani che trovansi sull'altare. I contadini li portano di quando in quando vicino al torrente, l'uno per far piovere, l'altro per avere il sole. Uno scambio potrebbe aver delle conseguenze funeste -. Il brav'uomo non aveva l'aria di credere all'azione miracolosa dei due crani, ma essendovi dei realisti più realisti del re, vi son dei credenti più credenti del loro curato. E noi li vedemmo infatti fissare i loro occhi luccicanti nel mentre misuravamo i crani in questione, per ben sorvegliare che li rimettavamo nuovamente ai loro rispettivi posti! Ci parve non esserci sbagliati!
Dei 108 crani che abbiamo esaminato, trovansi il 37.96 % di brachicefali; il 41.66 % presentante ossa Wormiens e il 61.48 % la sutura metopica. Di 101 crani di cui abbiamo analizzato il volume, 55.44 % aveva un volume inferiore a quello degli Europei attuali, 36.63 % circa uguale e 71.92 % un volume superiore. La dentatura era perfetta. Le misurazioni delle ossa, ci hanno dimostrato che trattavasi in generale di persone di grande taglia (da 1 m.70 a 1 m.90) e le grosse impronte muscolari hanno evidenziato una forte muscolatura.
Da S. Salvatore si può salire al Corno Stella (2618 m.), montagna sì comoda da ascendere e a panorama sì sconfinato, al pizzo Campaggio (2300 m.) e al pizzo Meriggio (2200 m.). Ma se l'alpinista detesta anche le piccole ascensioni, risalga pei boschi di conifere al poetico laghetto della Casera e di là, per comodo sentiero, al lago di Zocca e ai pascoli del Meriggio. Egli godrà di lassù uno dei panorami più splendidi che sia dato godere: Tutte le montagne dei gruppi di Val Masino, del Disgrazia, del Bernina, dello Scalino-Painale, dell'Adamello, dell'Ortler-Cevedale, del Coca-Redorta, appariranno in tutto il loro splendore. Chissà se queste montagne non risveglieranno in lui il gusto delle grandi ascensioni. Allora egli potrà scendere per boschi di conifere, alla chiesuola di S. Bernardo, e di là a Sondrio, anelando di raggiungere alcuni di quei gruppi che di lassù ha potuto ammirare.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

L'ANELLO DI SAN SALVATORE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
San Salvatore-Lago della Casera-Rifugio al Lago della Casera-Bivacco Baita dei Sciüch-Laghi delle Zocche-San Salvatore
6 h
820
E
SINTESI. Stacchiamoci dalla tangenziale di Sondrio all'altezza dello svincolo per la via Vanoni (l'unico sulla destra per chi proviene da Milano) e, raggiunta la via, dirigiamoci verso la località Porto di Albosaggia (alla rotonda, a destra per chi proviene da Milano), attraversando su un largo ponte il fiume Adda. Invece di proseguire sulla Pedemontana Orobica, deviamo a sinistra, per il centro di Albosaggia, e ad un bivio prendiamo a destra, ignorando le indicazioni per la Moia. Oltrepassato il poderoso muraglione che sorregge la chiesa parrocchiale di S. Caterina, ci portiamo al centro, dove non saliamo alla piazzetta del municipio, ma proseguiamo, passando a sinistra della famosa torre Paribelli, con un brevissimo tratto in discesa. Ignorata la strada che scende a destra, prendiamo a sinistra, lasciando però subito la strada per prendere a destra, (cartello: San Salvatore), immettendoci su una stradina asfaltata che inizia una lunga salita, passando da S. Antonio e Cantone e termina, dopo un tratto molto ripido, a S. Salvatore (m. 1311). Parchaggiamo qui e dalla piazzetta di fronta alla chiesa torniamo indietro sulla stradina sterrata, lasciandola per imboccare a destra la ripida carrozzabile con fondo in cemento che prosegue, con qualche tornante, risalendo l'ampia fascia di prati, fino al parcheggio terminale in località alla Ca', m. 1516. Qui lasciamo la pista sterrata che prosegue a sinistra: un cartello indica la partenza di un sentiero (221, per il lago della Casera, dato a 50 minuti), ben segnalato, che sale in un bosco di larici, fino a sbucare in un'ampia radura nel cuore della Valle della Casera. Qui oltrepassiamo una pista sterrata e proseguiamo ancora diritti per un breve tratto in salita, fino ad un secondo cartello, in corrispondenza di un bivio, ad una quota approssimativa di 1840 metri. Ignorando le indicazioni per il lago della Casera prendiamo a destra, seguendo il sentiero 220 (indicazioni per il rifugio Caprari e la G.V.O.), passando per un casello dell'acqua ed imboccando un sentiero che procede in piano e porta al bivacco Baita Calchera (m. 1830). Alle spalle della baita un sentiero risale la radura e porta al suo limite alto di destra; dopo una breve fascia di larici raggiungiamo l'alpe di Camp Cervé, intercettando una pista sterrata che percorriamo verso sinistra, affacciandoci alla conca che ospita, in basso rispetto a noi, il lago della Casera. Lasciata la pista svendiamo su sentierino a sinistra di un corso d'acqua portandoci alle rive del lago della Casera (m. 1920). Seguendo il medesimo sentierino risaliamo alla pista carozzabile presso alcune baite: l'ultima a sinistra è il rifugio al Lago della Casera (m. 1966), con il bivacco V Alpini. Dal rifugio percorriamo la carozzabile verso destra, salendo, dopo un'ampia svolta a sinistra, ad un tornante dx; qui la lasciamo per imboccare una pista a sinistra che porta alla baita Nova. Sul lato opposto prendiamo un sentierino che taglia in piano un dosso e in leggera discesa si porta alla radura del bivacco Baita dei Sciüch (m. 2016). Ignorando la pista che scende, prendiamo a destra un sentierino che attraversa un piccolo corso d'acqua e sale verso sud-est sul filo di un dosso fino al ripiano delle Zocche. Siamo al maggiore dei laghi delle Zocche (m. 2061). Procediamo diritti e dietro un modesto dosso troviamo il secondo lago. Alla sua sinistra (nord-est) troviamo il terzo. Ridiscendiamo al bivacco Baita dei Sciüch per il medesimo sentierino e proseguiamo nella discesa sulla pista a lato del bivacco, intercettando la carozzabile sulla quale procediamo verso sinistra, scendendo. Al primo tornante sx ignoriamo una pista secondaria che si stacca sulla destra e continuiamo nella lunga discesa sulla carozzabile che ci riporta a San Salvatore.

Vediamo ora come effettuare un bell'anello escursionistico intorno a San Salvatore.
Accando alla chiesa di S. Salvatore si trova il primo dei rifugi che l'escursione ci farà toccare, il Saffratti. In realtà si tratta di un ex-rifugio, ma conserva un valore storico interessante. L'edificio sorge proprio sul limite inferiore dell'alpeggio, costituito da ampi e bellissimi prati che si stendono per oltre cento metri sul versante orientale della Val del Livrio.


La testata della Valmalenco dal sentiero San Salvatore-Ca'

Dobbiamo ora risalire questi prati, tornando al bivio al di qua del ponte e seguendo la strada sterrata che sale a destra (est), oppure sfruttando, inizialmente, un sentierino che parte nei pressi della chiesa. La strada sterrata offre straordinari scorci panoramici sul monte Disgrazia (che da qui si mostra in un singolare profilo turrito) e sulla testata della Valmalenco. La salita ci porta ad una piazzola collocata alla sommità dei prati, in località Alla Ca' (m. 1516). Qui troviamo dei cartelli che indicano la partenza di un bel sentiero (seguiamo il 221 per il lago della Casera, dato a 50 minuti), segnalato anche da segnavia bianco-rossi, che attraversa un incantevole bosco di larici, dove il gioco di luci e l'armonia dei luoghi concorrono a suscitare un senso di profonda pace. Stiamo salendo nella Valle della Casera, localmente chiamata Val Nigra (è citata già in un documento del 1586, “ad vallem Nigram”). Intorno a quota 1700 il sentiero lascia il bosco e risale, ripido e diritto, un'erta radura, lasciando alla propria destra un paio di baite, fino ad un bivio (m. 1840), con un casello dell'acqua. Qui troviamo altri cartelli e prendiamo a destra (sentiero 220, indicazioni per il rifugio Caprari ed il lago di Publino, dati a 2 ore e 20 minuti), ignorando il sentiero 221 che sale diritto (indicazioni per il lago della Casera).
Dopo aver percorso un breve tratto, riconosciamo facilmente la partenza di un sentiero pianeggiante, che segue un canale di gronda che si addentra sul fianco orientale della valle del Livrio. Una decina di minuti di cammino sono sufficienti per raggiungere una bella baita, sulla sinistra del sentiero: si tratta di un bivacco sempre aperto, il bivacco Baita della Calchera (m. 1830), di proprietà del comune di Albosaggia, luogo ideale per una sosta ristoratrice ma rispettosa di suppellettili ed arredi, ed anche ricovero provvidenziale in caso di improvviso peggioramento delle condizioni meteorologiche.
Se, terminata la sosta, proseguissimo sul sentiero che comincia a salire effettuando una lunga traversata del fianco sinistro (per chi sale) della valle, raggiungeremmo, alla fine, il lago di Publino ed il rifugio Caprari, dopo aver attraversato alcune gallerie scavate nella roccia (una delle quali richiede una torcia elettrica, perché, nella sezione centrale, la visibilità si azzera). Ma riserviamo questa soluzione per un'altra volta e mettiamoci in cammino per risalire la bella ed ampia radura che si stende alle spalle del bivacco, seguendo una traccia di sentiero che ne raggiunge il limite superiore di destra, portando, in breve, all'alpe di Camp Cervè (m. 1954). La bella conca dell'alpe è adagiata ai piedi del pizzo Campaggio (m. 2502, dal termine dialettale campacc, cioè gerlo), che si mostra, da qui, in tutta l'eleganza e simmetria della forma. Presso le due baite dell'alpe ritroviamo anche la strada sterrata che abbiamo lasciato imboccando il sentiero in cima ai prati dell'alpe di San Salvatore: la strada, infatti, dopo aver effettuato un giro più lungo, termina proprio qui.
Seguiamo ora questa strada che sale per un breve tratto, valicando il facile crinale che separa l'alpe dalla bellissima ed ampia conca il cui limite inferiore è occupato dal lago della Casera (m. 1920), al quale sale anche il sentiero da cui ci siamo staccati sulla destra per imboccare il canale di gronda che porta al bivacco baita della Calchera.
Anche questo alpeggio veniva chiamato di Camp Cervè (Camp Scervér, l'antico campo dei cervi, o “Campus cervij”, venduto nel 1590 dagli uomini di Albosaggia al famoso nobile e diplomatico Giovanni Giacomo Paribelli), nonostante le carte oggi assegnino questo nome solo all'alpe che ci siamo lasciata alle spalle.
Una breve discesa su traccia di sentiero che resta a sinistra di un corso d'acqua ci porta sulle rive del ben visibile lago della Casera (laach de la Casera, m. 1920), in una conca morenica posta sul gradino di soglia dell'alpe. Le acque sono di un intenso color verde e dietro la linea dei larici che fanno corona a nord si intravvede il monte Disgrazia, che sembra voler sbirciare fra le fronde. Sul lato opposto, cioè a sud, domina invece un altro torrione, il pizzo Campaggio.


Lago della Casera

Nulla turba l'idilliaca composizione di questi luoghi, e non si può dar torto a Bruno Galli Valerio che scrive “...il simpatico lago della Casera… va annoverato tra i più artistici delle nostre Alpi” (op. citata).
Passando dal versante artistico a quello naturalistico può essere interessante leggere, a distanza di oltre un secolo, le note che sul su di esso stese il dott. Paolo Pero, professore di Storia Naturale al Liceo “G. Piazzi” di Sondrio, nell’operetta “I laghi alpini valtellinesi”, edita a Padova nel 1894: “Sulla sponda destra della valle del Livrio, ad ovest del pizzo Meriggio (2317 m.), a metà circa della costa, si apre un'ampia ed assai amena conca, limitata da due creste montuose, che si distaccano dal pizzo suddetto verso S.O. e N.O. e che, degradando successivamente, si congiungono di nuovo per mezzo di alcuni cocuzzoli, i quali si continuano poi col versante proprio della valle. In questa concava superficie, variamente accidentata da piccole emergenze della roccia in posto, si trovano due piccoli laghi, il minore dei quali posto verso N. e alquanto poi in alto (2040 m.) è detto Lago di Zocca, il maggiore, più a S. e più in basso (1969 m.), è chiamato Lago della Casera, intorno al quale ho rivolto le mie solite ricerche. Esso occupa la parte più inferiore della conca sopra descritta, le cui minori balze lo chiudono a guisa d'ampio anfiteatro.


Rifugio al Lago della Casera

Ha forma alquanto oblunga diretta da N. a S. Le sponde sono poco inclinate, specialmente verso E. per l’abbondante detrito che viè trasportato dai poggi circostanti, soprattutto per opera del suo affluente, che vi ha costruito in quella parte un esteso delta. Un tappeto erboso riveste idintorni del lago fin presso Io acque, dove laspiaggia si trasforma talora in palude od in giacimenti di torba. Più lungi del lago si scorge in ogni parte la roccia in posto che emergo dal detrito. Essa è costituita dalla solita formazione del gneis micaceo bruno compatto, che si alterna con strati di micaschisto e di talcoschisto. Verso ovest la cerchia rocciosa s’interrompe, per una piccola dilacerazione perpendicolare agli strati, nella quale si apre l' emissario, che si scarica nel torrente Livrio presso S. Salvatore. Il lago è, dunque, d'origine, orografico.
La parte sommersa delle sponde è pure assai poco inclinata, sicché por un largo tratto all'ingiro si scorge il fondo, il quale ora é ricoperto di ciottoli angolosi, ora di melma finissima con abbondante feltro organico.
Ha l'altitudine di 1962 m. e la superficie di 13200 m. q. Le sue acque presentano un color verde sbiadito, quale è segnato dal num. VIII della scala Forel. La temperatura interna era di 11° C., e l'esterna di 20°, alle ore 11 ant. del 26 Luglio 1893.
Sulle balze che coronano il lago crescono pochi abeti e larici, per lo più sfrondati dalle valanghe che precipitano dal versante del pizzo Meriggio. Sulla sponda ovest abbondano cespugli diRododendro ferrugineum L., diluniperus communis L. e fittissimi intrecci di Vaccinium mirtillus L.”


Il lago della Casera

Chiudendo con l'aspetto economico, annotiamo che le acque del laghetto non sono sfuggite allo sfruttamento ideorelettrico: vengono convogliate attraverso un canale di gronda al lago di Venina della Edison.
Rimettiamoci ora in cammino. Dal lago il sentierino risale i prati a monte, verso sud-est, raggiungendo in breve la strada sterrata che sale da San Salvatore e che abbiamo lasciato circa 400 metri più in basso. A monte della strada si trovano alcune baite, fra cui l'agriturismo Stella Orobica e, ultima sulla sinistra, il rifugio al Lago della Casera (m. 1966), del Gruppo degli Alpini di Albosaggia, ricavato nell'antica Baita del Tòor, a lato della Casera. Sul retro del rifugio si trova un localino sempre aperto, senza strutture per il pernottamento, ma comunque con un caminetto, una stufa ed un tavolo con sedie, utile in caso di necessità.


Lago della Casera

Una targa ci dice che si tratta del bivacco “V Alpini”, aperto dall'Associazione Nazionale Alpini Sezione Valtellinese Gruppo di Albosaggia il 21 agosto 2011 “in memoria degli Alpini di queste valli ed Alpi orobiche che hanno immolato le loro giovani vite sotto la bandiera del V Reggimento Alpini, nel nome della nostra terra italiana.” A lato del rifugio un recinto, con una bandiera italiana ed una targa su un masso.


Bivacco Baita dei Sciüch

Rimettiamoci in cammino seguendo la pista sterrata in salita. Ci portiamo alla parte alta dell'alpeggio, sotto il corno del pizzo Campaggio. Dopo un'ampia svolta a sinistra, la pista sale ad un tornante dx, al quale si stacca, sulla sinistra, una pista secondaria. Lasciata la pista principale, imbocchiamo questa seconda pista e, dopo una breve salita cui segue un'altrettanto breve discesa, giungiamo al termine della pista ed alla baita Nova, ristrutturata e dedicata dalla Polisportiva Albosaggia “a memoria dell'amico Eros Fagiolini e della sua passione per lo sport e la montagna”.
Appena oltre la baita vediamo la partenza di un sentiero che traversa fra radi larici, verso nord, aggirando un dosso ed affacciandosi al bacino delle Zocche. Scendendo leggermente vediamo già da una certa distanza una baita isolata e ben ristrutturata, in una radura. La raggiungiamo, accolti da un simpatico gruppo di animali intagliati nel legno: si tratta del bivacco Baita dei Sciüch (m. 2016), la quarta struttura toccata dall'anello di San Salvatore. La struttura è davvero ben dotata: dispone di corrente elettrica e di acqua corrente; vi si trovano una postazione di soccorso, un'ampia cucina con stufa e tavoli, servizi igienici e sei posti letto.


Il più piccolo dei laghetti delle Zocche

Dalla baita parte una pista che scende ad intercettare la carozzabile che sale da San Salvatore. Noi invece imbocchiamo il sentierino che se ne stacca subito sul lato destro, attraversa un piccolo corso d'acqua e sale su un dosso verso sud-est, circondato da qualche larice, fino alla soglia dell'ampio ripiano che ospita i tre laghetti delle Zocche, a destra della riva occidentale del maggiore, il più basso e l'unico nominato sulle carte (làach de li Zochi, m. 2061, menzionato nel documento di affitto del 1779 in cui ser Bernardo Petrucci affitta gli alpeggi circostanti a ser Giuseppe Speziali di Campo Tartano).


Apri qui una panoramica sui laghetti delle Zocche

Il laghetto non gode di buone condizioni di salute: i segni dell'invasione della vegetazione che ne decreterà la morte per interramento sono ben evidenti. Portiamoci sulla riva opposta: si ripete il gioco del lago delle Zocche, con il monte Disgrazia il cui sguardo si posa sulle sue acque tranquille, superando qualche larice sparuto. Questa volta, però, sul lato opposto non troviamo più il pizzo Campaggio, ma il meno pronunciato pizzo Meriggio (piz Meric', m. 2346: lo riconosciamo per la croce di vetta), Procediamo passando accanto ad un calec' (abbozzo in pietra di quattro mura sopra le quali un tempo i pastori stendevano un telo per allestire una dimora temporanea nel giro che seguiva gli spostamenti delle mandrie).


Il laghetto delle Zocche mediano

Superato un modesto dosso, in direzione sud-est, ci portiamo al secondo laghetto, un po' più piccolo, ma in migliori condizioni di salute. Piegando decisamente a sinistra, raggiungiamo il terzo laghetto, una pozza, ai piedi del ripido versante erboso che un sentierino risale fino al piccolo intaglio del passo di Portorella (m. 2126). Sul lato opposto,verso sud, vediamo un gruppo di baite.
Il passo di Portorella ci farebbe accedere all'alpe Meriggio. Ma questo è un altro giro (anche se potrebbe essere un prolungamento dell'escursione: la discesa alla baita dell'alpe Meriggio ci porta sulla pista che, percorsa verso sinistra, ci riporta alle Zocche). Torniamo indietro ripercorrendo il sentierino che dalla riva destra del lago più basso scende sul dosso e porta al bivacco Baita dei Sciüch. Di qui proseguiamo scendendo sulla pista che termina alla carrozzabile che sale da San Salvatore. Seguendola verso destra, iniziamo una lunga discesa nella Valle della Chiesa (val de la Gésa, citata in un documento del 1562 come “valis ecclesie”).


Discesa in Valle della Chiesa

Passiamo sopra una baita ed al primo tornante sx ignoriamo la pista con fondo in erba che si stacca sulla destra, traversando all'alpe Meriggio. Continuiamo così a scendere sulla carozzabile con ampi tornanti, prima all'aperto, poi nel bosco di larici. La discesa riporta al parcheggio della Ca' e di qui al parcheggio di San Salvatore. Qui si chiude l'anello dei laghi, dopo circa 6 ore di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 820 metri).


Discesa in Valle della Chiesa

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CARTA DEL PERCORSO SULLA BASE DELLA CARTA TECNICA REGIONALE DELLA REGIONE LOMBARDIA (http://www.geoportale.regione.lombardia.it/)

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