Su You Tube: Santuario di San Guglielmo; campane del Santuario di San Guglielmo

Poche valli godono di una gran messe di nomi come quella che si apre a nord di Chiavenna. Valle di San Giacomo, dal suo più antico comune, pare essere il nome storico, ma alcuni la chiamano Valle del Liro per il torrente che la solca. Il toponimo oggi più diffuso è Valle Spluga, ma la gente del posto non ha dubbi: il nome che meglio ne esprime anima ed orgoglio è “Val di Giüst”.
A riprova della particolare dirittura morale e dell'aura di santità che vi spira possiamo ricordare il santuario di Gallivaggio, legato ad un'apparizione mariana a due ragazze (ottobre 1492), e Fraciscio, luogo natale di San Luigi Guanella. Meno noto è il santuario che è posto quasi al suo sbocco (o alla sua soglia, a seconda delle prospettive), quello di San Guglielmo in Valle, appena sotto San Giacomo-Filippo e sul lato opposto della valle. Meno noto forse anche perché un po' fuori mano, appartato, sulle rive del Liro. Bisogna proprio andare a scovarlo di proposito, lasciando la ss 36 dello Spluga appena prima di San Giacomo-Filippo, prendendo a sinistra (indicazioni per Olmo e San Bernardo) e poi, al primo tornante sx, lasciando la strada principale per imboccare una stradina che se ne stacca sulla destra. Ci arriviamo proprio di fronte, e ci colpisce per una certa aria di austerità. In effetti venne edificato inglobando la grotta che il santo scelse come suo eremo, vicino alla riva del torrente.
Ma chi fu questo san Guglielmo? Cavaliere e santo lo immaginò per secoli la devozione popolare, cui era particolarmente caro un connubio che la Chiesa stessa aveva voluto fosse saldissimo, fra esercizio delle armi e servizio alla causa divina. All'origine di questa credenza stanno alcune note di Francesco Ballarini, che parla, nelle sue “Croniche della città di Como”, di un beato Guglielmo “fu d'Orenga, overo Orangia Principato nella Francia”. Un Orange, dunque, cioè un membro di una delle più illustri stirpi di nobili che la storia europea annoveri. Sulla base di un documento del 1381, redatto in occasione della traslazione del suo corpo dal sepolcro nella grotta all'altare maggiore della chiesa (anteriore al 1327) che poi diverrà santuario, si collocò la sua morte nel 1080. La sua figura venne quindi identificata con quella di un cavaliere al servizio dell'Imperatore Enrico IV, che avrebbe lasciato l'esercizio delle armi per venire in Val San Giacomo ed abbracciare l'esercizio della più dura ascesi.


Raffigurazione di San Guglielmo nel santuario

Di recente ci si sono messi gli storici con tutto il puntiglio che li caratterizza, ed hanno offerto del medesimo documento un'interpretazione che sposta in avanti di oltre due secoli la morte, collocandola intorno al 1290. Niente Orange, niente cavalierato: molto probabilmente “Orenga” rimanda ai de Orenga, famiglia di Menaggio. Sia come sia, la sua figura fu sempre molto cara all'immaginario popolare, che non mancò di circondarla amorevolmente con alcune leggende.
Raccontano che in origine san Guglielmo si fosse stabilito sulla riva sinistra del torrente Liro, quella stessa di San Giacomo-Filippo, ma un po' più a monte (dove ancora si vede una cappella a lui dedicata a lato della ss 36 dello Spluga), in una località chiamata “crot del Gianinèt”. Pare che le sue lunghe ore di preghiera venissero non di rado molestate da alcuni pastorelli che, dovendo riempire lunghe e noiose ore di guardia alle greggi, non trovassero di meglio da fare che tirargli dei sassi. Fa parte dell'ascesi l'esercizio della pazienza, ma quando è troppo è troppo: questo deve aver pensato ad un certo punto il santo, che si decise a lasciare la valle. Mentre scendeva sulla strada verso Chiavenna incrociò un tale del posto, sorpreso di vederlo in cammino. Gli chiese dove fosse diretto e, appreso il suo proposito, si fece serio e triste, pregandolo, con toni accorati, di desistere: “Non ve ne andate, non lasciate questa valle, ve ne prego: senza la vostra santa presenza si abbatteranno su di essa chissà quante e quali disgrazie!”. Guglielmo fu profondamente colpito da tali parole, ed ancor più dall'accendo con cui furono pronunciate, e non si fece pregare oltre. Solo, scelse di stabilirsi in un eremo più appartato, lontano dagli occhi e dal tiro dei ragazzi, sulla sponda opposta del Liro: la grotta, appunto, che fu sua dimora fino alla morte e che ancora oggi si vede all'interno del santuario secentesco. Così scrisse in un componimento del 1959, alla scuola media Bertacchi di Chiavenna, l'alunno Lorenzo Buzzetti, riportando un racconto del nonno.
Bruno Ciapponi, ne “Il santuario di San Guglielmo” (Tirano, 1973) riporta un miracolo del santo: presso la sua grotta sgorgò una fonte d'acqua, ancora oggi visibile presso il sagrato del santuario. Non acqua comune, ma taumaturgica, capace cioè di operare miracolose guarigioni. Purtroppo la sua vena si è esaurita. Ma il miracolo più grande fu quello operato sugli alpeggi dello Spluga. Secondo questo racconto i sassi dei ragazzi molesti avrebbero indotto il santo non a scendere verso Chiavenna, ma a salire verso il passo dello Spluga. Qui fu riconosciuto da alcuni pastori, che stazionavano sugli alpeggi: grande era già la fama della sua santità. Lo scongiurarono di non varcare il passo, ma si restare con loro: gli avrebbero assicurato le più tranquille condizioni per l'esercizio del suo eremitaggio. Il santo, commosso da tanta generosità, accettò di sedersi alla loro mensa. Non aveva altro da offrire se non il poco vino della sua borraccia. Ma quando lo passò ai pastori perché lo versassero, tutti videro, stupiti, che il vino non cessava di sgorgare. Ne furono riempite tutte le ciotole a disposizione, ed ancora ve n'era. San Guglielmo non lasciò la valle, e tornò alla sua antica grotta, dove morì.


La grotta di San Guglielmo

Quel che accadde dopo confermò la voce popolare che lo voleva santo. Non ci si accorse subito della morte, ma fu trovato dopo qualche giorno pescatori di Bette, frazione di Chiavenna, che erano saliti alla riva del torrente per rimediare qualche pesce. Pensarono subito di portarlo nella loro parrocchia, perché ne traesse il vantaggio delle intercessioni celesti. Con tutte le cure ed i riguardi del caso, ma anche con gran fretta, per non essere scoperti, lo sollevarono e lo portarono sul lato opposto del torrente, sulla strada per Chiavenna. Quando furono di là, si accorsero che erano ancora al di qua della strada. Si guardarono sbigottiti: nessuno aveva toccato un goccio di vino dalla sera prima. Riattraversato il ponte (non quello attuale, ma l'antico ponte in pietra distrutto nel 1963), si ritrovarono al punto di partenza. E così per una terza volta: attraversato il ponte si trovarono di nuovo sulla riva di destra. Capirono, allora, che il santo lì era morto e lì voleva rimanere. Così racconta ancora il nonno dell'alunno Buzzetti.
I racconti della contesa per le spoglie mortali del santo non finiscono qui. Nella raccolta “C'era una volta… Usanze, leggende, proverbi, filastrocche” della scuola elementare di Mese (1975) si legge che vennero fin dalla Francia per portarsi via il santo cavaliere. Nessuno osò opporsi: si trattava di nobil signori scortati da soldati armati di tutto punto. Presero le sue spoglie e varcarono il ponte sul Liro. Dopo breve tratto, ecco levarsi grida scomposte, dell'uno e dell'altro: tutti erano diventati ciechi! Vi fu qualcuno che intuì il significato del prodigio, e gridò: “Torniamo indietro! Indietro! Indietro!” Procedendo quasi a tentoni, tutti si volsero e ripercorsero il breve tratto che li separava dal ponte, tornando sulla riva della grotta. Riebbero subito la vista, e capirono che San Guglielmo non voleva essere portato via.


Il santuario di San Guglielmo

Fu il turno degli abitanti di San Giacomo: a loro spettava di scegliere il luogo della sepoltura. Pensarono di edificare una chiesa nel luogo in cui già sorgeva la cappella sede del primo eremitaggio del santo. I lavori furono subito disposti ed ebbero inizio, ma anche in questo caso non mancò la sorpresa: tutto ciò che i muratori di giorno portavano o edificavano, di notte il santo lo portava presso la sua grotta in riva al fiume. Non si tardò a capire che quella doveva essere la sua sepoltura, e così fu.
In effetti qui sorse prima del 1327 la chiesa, poi rifatta nel Seicento (tra il 1613 ed il 1616, con affreschi di Giovan Battista Macolino senior e junior). Ma non è finita qui. Non possiamo dimenticare la curiosa figura di un condannato per furto, che se ne stava notte e giorno sotto il ponte sul torrente Liro e gridava a tutti i passanti “Pòar mi, pòar mi”, cioè “Povero me!” Nè possiamo dimenticare i quattro prodigi attribuiti al santo dal canonico Macolino nel 1686: un piccolo in fasce, caduto dal ponte, restò illeso, Cecilia Pestalozzi di Chiavenna fu da bambina guarita dalla scabbia e si fece poi monaca a Como, Lorenzo Sciaini di Isola, abitante a Chiavenna, fu guarito nel 1683 da un grave gonfiore alla gola, che rendeva affannoso il respiro, ed una donna nel 1684 fu guarita “da gagliardi humori in tutto il corpo”. Così accadde alle soglie della Val di Giüst, e questo si ricorda ancora oggi ogni anno, quando il 28 di maggio si celebra la ricorrenza del santo.


La fonte di San Guglielmo

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