CARTE DEI PERCORSI 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7

LA VALLE DI SASSO BISOLO ED IL RIFUGIO SCOTTI


Il rifugio Scotti

La Val Màsino, nel suo tratto superiore, si divide in tre grandi rami: la Valle dei Bagni di Masino ("val dei bagn"), a nord-ovest, la Valle di Mello, al centro, e la valle di Sasso Bisòlo, a sud-est. Quest’ultima, a sua volta, si biforca, a quota 1900 metri, nella valle di Preda Rossa, ad ovest, e nella Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882) ad est.
La valle di Sasso Bisòlo è separata dalla Val di Mello da una lunga costiera che scende dal monte Pioda (sciöma da piöda) e passa per la punta della Remoluzza (sciöma da remolöza), per il pizzo Baset (sciöma da basèt), per il pizzo dell'Averta (sciöma dè la vèrta), per la cima Vicima (sciöma da veciöma), per la cima degli Alli (sciöma dei èl) e per il monte Arcanzo (omèt).

La Valle di Sasso Bisòlo non è fra le più note della splendida Val Masino, anche perché soffre della vicinanza della più celebre Valle di Preda Rossa (che ne rappresenta la propaggine alta), con il rifugio Ponti, il Sentiero Roma, il monte Disgrazia. Viene dunque vista come una valle, anzi, un alpeggio di passaggio, cui gettare magari un'occhiata fuggevole. A torto.


Valle di Sasso Bisòlo

Molteplici sono i suoi motivi di interesse, Innazitutto storico. L'alpe di Sasso Bisolo è chiamata dagli abitanti di Cataeggio semplicemente "alp", cioè l'alpe per eccellenza, così come la valle di Sasso Bisolo è la "nòsa val", la "nostra valle", mentre la denominazione "val de sas besö" è usata da coloro che non sono di Cataeggio. Il motivo risale alla storia di questi pascoli, colonizzati, in età moderna, da pastori provenienti dalla Costiera dei Cech e poi acquistati verso la fine del Settecento dalle 16 famiglia originarie di Cataeggio e gestiti come proprietà indivisa.


Valle di Sasso Bisòlo

Non è facile intuire l'origine del nome: forse da Sasso Bissolo, con riferimento a qualche biscia; forse da San Basilio, del cui culto non sussistono, però, tracce; forse dall'aggettivo, non più usato, di "besolì", che significa "fiorito", con probabile riferimento al disegno singolare dei blocchi di granito caratterizzati dalla presenza di cristalli di color verde scuro su fondo chiaro. Etimologia affascinante: se così fosse, potremmo chiamarla "Valle fiorita".
L'ambiente è gentile ed ameno: quando, in tarda primavera o primo autunno, la solitudine la fa ancora da padrona camminare lungo la piana, protetta da imponenti versanti boscosi sui due lati, suscita un incomparabile senso di pace. La particolare bellezza di questi luoghi è stata riconosciuta anche ufficialmente: siamo, infatti, nel Sito di Importanza Comunitaria IT 2040020). Unico neo: la scarsa panoramicità. L'alpe è, infatti, chiusa dai ripidi versanti montuosi che incombono a nord e sud, mentre ad est ed ovest la soglia glaciale che la separa da Preda Rossa e una strozzatura chiudono l'orizzonte.

La presenza del simpatico rifugio Scotti (m. 1450; cfr. www.rifugioscotti.it) permette, inoltre, di fare di Sasso Bisolo il baricentro di una serie di escursioni interessantissime e talora poco note, che spaziano dalla Valle di Preda Rossa alla splendida Val Terzana, dall'alpe Scermendone all'alpe Granda, splendidi terrazzi panoramici fra Val Masino e versante retico medio-valtellinese, con puntate alla Val Torreggio, quindi alla Valmalenco.


Ponte sul torrente di Preda Rossa in Valle di Sasso Bisolo

CATAEGGIO-RIFUGIO SCOTTI

Si può salire al rifugio Scotti in automobile. Oltrepassata Cataeggio ("cataöcc"), centro amministrativo del comune di Val Masino (m. 787), saliamo, con un paio di tornanti, alla frazione di Filorera, passando per una stretta in corrispondenza della chiesetta di San Gaetano. Subito dopo un bivio: prendendo a sinistra si prosegue per San Martino, mentre andando a destra si imbocca la strada per Preda Rossa. Andiamo, dunque, a destra.


Sentiero Cataeggio-Valbiore

La strada (soggetta a pedaggio con acquisto dei ticket alle macchinette automatiche segnalate poco oltre il ponte; tariffa 2015: 5 Euro) passa a destra del Centro Polifunzionale della Montagna ed oltrepassa il torrente Masino (èl fiöm) su un largo ponte (che, per fortuna, non ha cancellato quello antico, ben visibile appena più a valle), cominciando a salire verso la valle, tagliando il piede del selvaggio monte Piezza (sciöma da pièsa). Il nucleo originario di questa strada, da Cataeggio a Valbiore, venne costruito dall'impresa di graniti di Lecco "Bigoni" (e quindi chiamata "strèda bigoni"), fra il 1940 ed il 1950. Subentrò, poi, l’ENEL che, negli anni Sessanta, ne costruì una nuova (strèda dè l'énel), proseguendo fino all'ingresso della piana di Preda Rossa, in quanto era stato elaborato il progetto di sfruttare la piana ("pianùn de préda rosa") per costruire un grande bacino artificiale.
Il progetto venne poi abbandonato, anche in seguito
alle proteste di quegli ambientalisti che, fra il 1966 ed il 1967, diedero vita ad una campagna di stampa che sottolineava il danno paesistico enorme che una diga in questo scenario naturale avrebbe comportato. La strada, però, rimase (anche se mutilata di un bel troncone dalle frane del 1977 e 1991), ed è stata recentemente acquisita dal comune di Val Masino.


Sasso Bisolo

Dopo alcuni tornanti, la strada ci porta alla località Valbiore (valbiórch, m. 1225), appena a valle del punto in cui la valle si restringe, accennando ad una gola.
Si tratta di un maggengo che ebbe in passato una grande importanza, in quanto veniva utilizzato prima e dopo la monticazione dalle famiglie di Cataeggio (alcune delle quali vi trascorrevano l'intera estate, senza portare le bestie agli alpeggi). Oggi, invece, lo scenario è desolato, dominato, com'è, dagli impressionanti segni di due enormi frane: per due volte, infatti, nel 1977 e nel 1991, il distacco dal fianco sud-orientale del monte Piezza (sciöma da pièsa) di enormi speroni granitici ha distrutto il sottostante maggengo di Valbiore (valbiórch), interrompendo la carrozzabile ed imponendo la costruzione di una nuova pista sul lato opposto della valle, come se la montagna avesse voluto esprimete tutto il proprio sdegno e la propria ira contro quella strada che consentiva un troppo facile e comdo accesso ai suoi scenari di incomparabile bellezza. Sui massi ciclopici disseminati in questo tratto della valle lavorano i cavatori di marmo, per cui ci potrà capitare di sobbalzare per lo scoppio di qualche mina.
La strada asfaltata è, dunque, qui interrotta dalla frana. È stata di recente costruita una pista alternativa sul fianco orientale della valle, con un breve tratto in galleria
. All’ingresso della piana è posto, sulla sinistra, il rifugio Scotti (m. 1450).


Rifugio Scotti

FILORERA-RIFUGIO SCOTTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Filorera-Valbiore-Rif. Scotti
2 h
610
E
SINTESI. [Aggiornamento 2016: la descrizione che segue ha un valore meramente storico, in quanto purtroppo il percorso descritto è sostanzialmente inagibile perché invaso dalla vegetazione o interdetto in quanto area di cava. Il cartello che segnala il Sentiero Italia non c'è più. La salita a piedi alla piana di Sasso Bisolo deve quindi seguire la strada asfaltata. Attenzione all'ingresso nella galleria: c'è un pulsante per l'illuminazione, ma meglio premunirsi di un frontalino].
Saliamo in Val Masino e, oltrepassata Cataeggio, passiamo per Filorera (m. 841), lasciando la strada per San Martino subito dopo la stretta della chiesetta di San Gaetano, per prendere a destra. Parcheggiata l'automobile presso il Centro Polifunzionale della Montagna, attraversiamo su un ponte il torrente. Saliamo verso sinistra, imboccando poi un tornante destrorso. Al successivo tornante sx, lasciamo alla nostra sinistra la strada asfaltata e seguiamo le indicazioni (bandierine e cartello con la sigla S.I., cioè Sentiero Italia), imboccando una pista con fondo in erba, la quale, dal lato sinistro (per noi che saliamo) della valle si porta, sfruttando un ponticello, su quello destro (segnavia rosso-bianco-rosso su un enorme pilastro di cemento). Saliamo gradualmente su un sentiero, guidati da qualche segnavia rosso-bianco-rosso, fra betulle e radi larici. Poi ci riavviciniamo al torrente ed attraversiamo una fastidiosa fascia di massi. Davanti a noi il ponte sul torrente di Preda Rossa, nella già citata località Valbiore. Dopo un breve strappo, ci ricongiungiamo, infine, con la carozzabile che sale verso la galleria. Il sentiero riparte sul lato opposto della strada (cioè non seguendo la pista, sulla quale prosegue il Sentiero Italia, ma attraversandola e restando sul lato destro, per noi, della valle). Una volta trovata la sua partenza, procediamo un po' faticosamente fra massi, in prossimità del torrente di Preda Rossa, fino a trovare il ponte che ci porta sul lato opposto. Saliamo poi con qualche tornantino sul versante nord-occidentale della valle, fino ad immetterci in una pista sterrata che alla fine ci ricongiunge con la vecchia strada asfaltata. Poco più avanti questa viene raggiunta dalla nuova pista, poco prima della piana dell'alpe. Seguendola, in breve siamo a Sasso Bisolo
ed al rifugio Scotti (m. 1500).

[Aggiornamento: la descrizione che segue ha un valore meramente storico, in quanto purtroppo il percorso descritto è sostanzialmente inagibile perché invaso dalla vegetazione o interdetto in quanto area di cava. Il cartello che segnala il Sentiero Italia non c'è più. La salita a piedi alla piana di Sasso Bisolo deve quindi seguire la strada asfaltata. Attenzione all'ingresso nella galleria: c'è un pulsante per l'illuminazione, ma meglio premunirsi di un frontalino].
Saliamo in Val Masino e, oltrepassata Cataeggio, passiamo per Filorera (m. 841), lasciando la strada per San martino subito dopo la stretta della chiesetta di San Gaetano, per prendere a destra. Parcheggiata l'automobile presso il Centro Polifunzionale della Montagna, attraversiamo su un ponte il torrente. Saliamo verso sinistra, imboccando poi un tornante destrorso. Al successivo tornante sx, lasciamo alla nostra sinistra la strada asfaltata e seguiamo le indicazioni (bandierine e cartello con la sigla S.I., cioè Sentiero Italia), imboccando una pista con fondo in erba (si tratta del tracciato dell'antica strada Bigoni, la prima tracciata per accedere alla Valle di Sasso Bisolo) la quale, dalla destra idrografica della valle (lato sinistro per noi che saliamo), si porta, sfruttando un ponticello, sulla sinistra (segnavia rosso-bianco-rosso su un enorme pilastro di cemento, che sostiene la condotta forzata che convoglia le acque della valle al bacino idroelettrico di Lorro, sopra Ardenno), mentre la strada prosegue la sua salita a destra. Procediamo ora su un sentierino che, superate le opere di presa dell'acqua, procede nel primo tratto in prossimità, poi un po' più alto rispetto al torrente, che non manca di far sentire la sua voce alla nostra sinistra.
Saliamo gradualmente, guidati da qualche segnavia rosso-bianco-rosso, fra gentili ed esili betulle e radi larici. Alla nostra sinistra vediamo, più in basso, un secondo ponte e, sul lato opposto della valle, la strada asfaltata che sale con un tornante sx. Ora il sentiero guadagna un po' quota e sul tronco di un larice vediamo uno storico cartello, che indica il rifugio Ponti, con tanto di reclame della carne Simmenthal. Poi ci riavviciniamo al torrente ed attraversiamo una fastidiosa fascia di massi. Davanti a noi il ponte sul torrente di Preda Rossa, nella già citata località Valbiore. Dopo un breve strappo, ci ricongiungiamo, infine, con la pista, che sale verso la galleria. Sul lato opposto della valle la montagna mostra il suo fianco ferito, mentre sotto, spesso, fervono i lavori sui grandi massi di granito.


Sentiero Filorera-Valbiore

Ora dobbiamo scovare la ripartenza del sentiero, portandoci sul lato opposto della strada (cioè non seguendo la pista, sulla quale prosegue il Sentiero Italia, ma attraversandola, restando sul lato destro, per noi, della valle). Una volta trovata la sua partenza, procediamo un po' faticosamente fra massi, in prossimità del torrente di Preda Rossa, fino a trovare il ponte che ci porta sul lato opposto. Saliamo poi con qualche tornantino sul versante nord-occidentale della valle, fino ad immetterci in una pista sterrata che alla fine ci ricongiunge con la vecchia strada asfaltata. Poco più avanti questa viene raggiunta dalla nuova pista, poco prima della piana dell'alpe. Seguendola, in breve siamo a Sasso Bisolo.
Alla nostra sinistra, il rifugio Scotti.
Sulla destra, invece, ci capiterà certamente di vedere, fino al primo autunno, le mucche al pascolo, mentre nei pressi del versante montuoso (sempre alla nostra destra) scorre il torrente (chiamato "divìn" o, anche, "fiöm da l'alp"), nel quale confluiscono, sul fondo della piana, le acque del torrente di Preda Rossa ("fiöm da préda rosa") e di quello della Val Terzana ("fiöm da val terzàna"). Il "divìn" ed il torrente di Preda Rossa segnano anche il confine fra i comuni di Val Masino (nel quale rientra la porzione di sinistra della valle, rispetto a chi sale) e di Buglio in Monte.


Alpe di Sasso Bisolo

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RIFUGIO SCOTTI-RIFUGIO PONTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Scotti-Preda Rossa-Rif. Ponti
3 h e 30 min.
1100
E
Preda Rossa-Rif. Ponti
2 h
640
E
SINTESI. Dal rifugio Scotti percorriamo la carozzabile per un lungo tratto rettilineo, superando la sbarra e raggiungendo il primo tornante sx. Impegnato il tornate, cerchiamo sulla destra la partenza della mulattiera, che sale in un'ombrosa e splendida pecceta, tagliando in più punti la strada asfaltata. Nella parte alta se ne allontana sulla sinistra, con un percorso particolarmente suggestivo: dopo essere passata vicino alla cascina Zecca (m. 1830), attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa. Siamo giunti, dunque, al piccolo pianoro (m. 1955) che funge da parcheggio e precede la Piana di Preda Rossa. Ignoriamo il sentiero che alla nostra destra parte per Scermendone Basso e proseguiamo salendo gradualmente su pista, fra enormi blocchi, fino alla soglia della piana vera e propria (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul suo lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Ignoriamo la deviazione a sinistra per il passo di Romilla (sentiero LIFE) e ci portiamo ai roccioni del versante nord-occidentale della valle, fra i quali il sentiero sale con diversi tornanti, guadagnando rapidamente quota. Vinta la soglia glaciale dell'alta valle, il sentiero prende a destra (direzione nord-est e nord-nord-est), procedendo diritto (segnavia ed ometti) in direzione del già visibile rifugio Ponti. Superata un'ultima valletta, raggiungiamo il rifugio Ponti (m. 2559).

Dal rifugio Scotti possiamo programmare la classicissima escursione al rifugio Ponti. Se siamo saliti in automobile, possiamo sfruttarla per salire fino alla soglia della stupenda piana di Preda Rossa, sulla comoda strada asfaltata.
Se invece siamo a piedi, possiamo utilizzare la storica mulattiera, che oggi, complice la strada, ben pochi percorrono. In tal caso percorriamo la strada per un lungo tratto rettilineo, superando la sbarra e raggiungendo il primo tornante sx. Impegnato il tornate, cerchiamo sulla destra la partenza della mulattiera, che sale in un'ombrosa e splendida pecceta, tagliando in più punti la strada asfaltata. Nella parte alta se ne allontana sulla sinistra, con un percorso particolarmente suggestivo: dopo essere passata vicino alla cascina Zecca (m. 1830), attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa.


Preda Rossa

Siamo giunti, dunque, al piccolo pianoro che precede la Piana di Preda Rossa ("pianùn de préda rosa"). Qui troviamo, a destra, la partenza del sentiero che, tagliato il fianco di una frana scesa dal Sasso Arso, conduce all’alpeggio di Scermendone basso ed in Val Terzana.
Lo lasciamo alla nostra destra e passiamo oltre, seguendo la pista che passa fra le baite alla nostra sinistra ed il piccolo sbarramento sul torrente, che vediamo alla nostra destra, sale leggermente fino a portarci sul limite della piana (m. 1900 circa), che si apre, gentile e splendida, nella cornice imponente del versante meridionale del Monte Disgrazia ("desgràzia").


Preda Rossa

Sull'origine di questo nome, malaugurante e decisamente dissonante rispetto alla maestà superba della cima, molte sono le ipotesi in campo. I cartografi al servizio dell'impero asburgico le diedero, agli inizi dell'Ottocento, il nome di "Pizzo Bello", assai più appropriato. Ma questa denominazione non si affermò. Per qual motivo? Forse perché i pascoli che andavano a morire alle falde del gigante furono, in passato, di proprietà della famiglia Quai, di Traona, e, quando un cartografo italiano chiese agli alpigiani quale monte fosse quello che dominava la piana di Preda Rossa, si sentì rispondere: "E' il monte dei Quai". L'origine dell'equivoco è presto spiegata: "monte" per il cartografo significava "cima", "montagna", ma per gli alpigiani valeva "munt", cioè "alpeggio". "Quai", poi, suonò alle orecchie del cartografo come "guai", e dai guai alla disgrazia il passo è breve.

Una seconda ipotesi ci porta sul versante opposto del Disgrazia, quello settentrionale, che guarda a Chiareggio, in alta Valmalenco: il suo nome deriverebbe da "desdàcia", termine con il quale gli alpigiani malenchi designavano la parte terminale del pascolo, a ridosso del fronte dell'impressionante vedretta del Disgrazia, dal quale si staccavano non di rado, con impressionante fragore, grandi blocchi e seracchi. Anche qui il cartografo indica il monte e chiede di cosa si tratti, e l'alpigiano risponde pensando che si riferisca al limite del ghiacciaio. Ultimo passo, il fraintendimento della risposta e la storpiatura da "desdacia" a "disgrazia".


Piana di Preda Rossa

E se invece vi fosse di mezzo una vera e propria disgrazia? Questo crede la fantasia popolare e questo racconta una delle più celebri leggende del versante retico, nata, forse, dalla suggestione di fronte a quel mare di roccioni di color rosso cupo. Al geologo dicono che non siamo più nel regno del granito, che si estende su buona parte della Val Masino, ma già in quello del serpentino, che caratterizza la vicina Valmalenco. Questa spiegazione mineralogica non corrisponde, però, a quanto elaborato dalla fantasia popolare, che ha legato il colore rossastro di questo grande alveo alpino ad un rogo immane divampato qui in un tempo remoto.
In quel tempo, narra la leggenda, l'intera valle era occupara da pascoli rigogliosi e da boschi bellissimi, ma l'egoismo dei pastori, che non vollero accogliere Cristo che si presentò loro nelle vesti di un umile mendicande, attirò su di loro la terribile punizione divina: dal fianco del Sasso Arso e dei Corni Bruciati cadde sugli sventurati una pioggia di massi infuocati, e da allora la valle assunse l'aspetto attuale, dominato dalla tonalità rossastra, che ricorda l'immane incendio. A memoria della punizione divina, alla quale un solo pastore scampò, il nome del monte che domina la valle fu mutato da pizzo Bello a monte Disgrazia. Se la leggenda ci parla di splendidi alpeggi che giungevano alle parti più alte dei monti, la storia ci dice che l'alpe di Preda Rossa (préda rósa) apparteneva a privati di Cataeggio, e permetteva di caricare 40 capi di bestiame.
Dalla storia alla geografia. Immaginiamo una linea retta che ci congiunga alla cima del monte Disgrazia, che mostra, proprio di fronte a noi, il suo bellissimo e davvero regale versante sud-occidentale: tutto ciò che sta a destra di questa linea ricade entro il territorio del comune di Buglio, mentre ciò che sta a sinistra è territorio del comune di Val Masino.

Vediamo, ora, come salire al rifugio Ponti. Il sentiero (segnalato e dedicato alla memoria di E. Levis, morto sul Disgrazia nel 1913, anche se oggi pare che nessuno se ne ricordi più) non passa più, come accadeva in passato, al centro della piana, ma sul suo lato di sinistra (per chi sale), al fine di evitare il delicato equilibrio del terreno di torbiera. Alcuni ponticelli consentono di scavalcare piccoli corsi d’acqua, prima di raggiungere il limite di nord-est della piana, dove si incontra il primo gradino costituito da materiale morenico, colonizzato, in ordine sparso, da larici che non formano una macchia compatta. Sempre rimanendo sulla sinistra, il sentiero sale ad un pianoro superiore, che lascia sulla destra, piegando a sinistra ed iniziando la ripida risalita del fianco nord-occidentale dell’alta Valle di Preda Rossa, destreggiandosi fra grandi placche rocciose e magre strisce di pascolo. Prima dell’inizio della salita, si trova, segnalata, la deviazione, sulla sinistra, per il passo Romilla (si tratta di una traccia assai incerta e faticosa, che effettua una lunga traversata in diagonale verso sinistra, tornando cioè verso la piana di Preda Rossa, per poi risalire la valle dell’Averta fino al passo, che dà sulla Val Romilla, laterale della Val di Mello).


Monte Disgrazia

Il sentiero per il rifugio Ponti, dopo alcuni tornanti, si fa via via meno ripido e, piegando di nuovo leggermente a destra, effettua un lungo traverso in direzione del terrazzo che ospita il rifugio (denominato, nel dialetto locale, "la capana", m. 2559). Riappare, ancora più maestoso, il monte Disgrazia, che chiude la valle di cui è l'incontrastato signore. Dopo una breve discesa necessaria per superare un valloncello, l'ultima salita ci porta al rifugio Ponti.


Rifugio Ponti

PREDA ROSSA-RIFUGIO PONTI PER LA MORENA CENTRALE DI PREDA ROSSA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Preda Rossa-Seconda piana-Morena centrale-Rifugio Ponti
2 h e 30 min.
690
E
SINTESI. Dal parcheggio di Preda Rossa (m. 1955), nei pressi di una presa idroelettrica, seguiamo una pista che passa accanto ad un enorme masso erratico e porta al limite della piana di Preda Rossa (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul suo lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Lasciamo il sentiero e prendiamo a destra, in direzione di un ponticello in legno. Senza impegnare il ponte, restiamo alla sua sinistra e procediamo verso un piccolo cordone di massi, oltre il quale si apre la seconda piana di Preda Rossa, che attraversiamo restando presso il suo lato sinistro. Al termine della traversata una traccia di sentiero ci fa salire leggermente verso destra, oltrepassando alcuni massi erratici, e ci porta all'inizio della grande morena centrale. Qui il sentiero si fa più marcato e segue il filo della morena, salendo prima ripido, poi con pendenza meno severe. Giunti più o meno all'altezza del rifugio Ponti, che vediamo alla nostra sinistra, cerchiamo l'indicazione su un masso del Sentiero Roma, che qui taglia la morena. Lo seguiamo verso sinistra, scendendo sul fianco della morena e traversando fra lastroni fino al rifugio Ponti (m. 2559).

Al rifugio si può salire anche con un itinerario alternativo, che sfrutta la morena centrale della Valle di Preda Rossa. Nel primo tratto i due itinerari coincidono: attraversata la piana di Preda Rossa sul lato sinistro, saliamo per il marcato, anche se un po' accidentato sentiero per il rifugio Ponti, fino al pianoro di quota 2100 metri circa, dove il sentiero piega a sinistra ed attacca il versante della soglia glaciale della valle, e dove si trova anche la deviazione per il passo di Romilla.
Invece di seguirlo, guardiamo sul lato opposto, scorgendo un ponte che attraversa uno dei rami del torrente di Preda Rossa. Ci portiamo verso il ponte ma, invece di attraversarlo, restiamo a sinistra del ramo del torrente e procediamo verso nord-est, stando non lontano dai roccioni del versante montuoso alla nostra sinistra. Dopo una breve salita fra massi e radi larici ci affacciamo ad una seconda ampia piana, che si apre ai nostri occhi ed appare come una sorella di poco più piccola, ma in tutto analoga a quella di Preda Rossa. Anche qui il torrente sembra indugiare, incurante dello scorrere del tempo.


L'uovo di drago della Valle di Preda Rossa

Ne percorriamo il bordo sinistro, su traccia debole, poi, al suo limite, pieghiamo a destra e seguiamo alcuni ometti (non ci sono segnavia) che segnano il sentierino che risale un breve e poco ripido gradino di massi e magri pascoli, affacciandosi ad una terza e più piccola pianetta. Passiamo a destra di un curioso masso, dalla forma che si direbbe qualcosa di intermedio fra un'ogiva ed una punta di lancia, anche se forse non è nè l'una nè l'altra cosa, bensì un uovo di drago (un'antichissima leggenda vuole infatti che i grandi massi di forma ovoidale siano uova di drago deposte quando ancora i draghi signoreggiavano anche sulle Alpi Retiche, e pietrificate con il tempo).
Procediamo spostandoci gradualmente verso il centro della pianetta: il sentiero si fa più marcato e comincia a seguire i primi lembi del filo della gigantesca morena centrale della Valle di Preda Rossa. Il resto della salita rimane su questo filo, alternando tratti molto ripidi a tratti che concedono maggiore respiro. In alto il monte Disgrazia, irridente od indifferente, non sapremmo dire, comincia ad occhieggiare alto sopra il nostro naso, mntre alla nostra sinistra i Corni Bruciati tentano invano di insidiarne la regale maestà. In alcuni punti il crinale diventa assai esile, e l'esposizione sui due versanti della morena richiede attenzione. Intorno a quota 2500 la pendenza si addolcisce, e la morena sembra punare diritta al ghiacciaio di Preda Rossa. Il monte Disgrazia si è ormai mostrato in tutta la sua massiccia mole, ma quel che attrae il nostro sguardo è la meta, il rifugio Ponti, che vediamo alla nostra sinistra.


La morena centrale di Preda Rossa

Dobbiamo ora prestare attenzione al punto nel quale il filo della morena viene tagliato dalla traccia si sentiero, segnalata da segnavia rosso-bianco-rossi (che invece fin qui non abbiamo mai trovato) che traversa dal rifugio Ponti al passo di Corna Rossa (ultima tappa del Sentiero Roma). Giunti a quel punto, seguiamo il Sentiero Roma in senso opposto, cioè scendiamo verso sinistra sul fianco occidentale della morena, per poi traversare a mezza costa, fra lastroni, in direzione del rifugio Ponti, che raggiungiamo senza difficoltà.
Ovviamente i due percorsi possono essere combinati ad anello: se scegliamo di utilizzare la morena centrale per la discesa, teniamo presente che quando il suo filo termina alla pianetta superiore dobbiamo stare sul suo lato destro (ometti), passare a sinistra del grande masso erratico, scendere su traccia di sentiero alla grande piana intermedia e percorrerne il lato destro, superando un picco poggio di sfasciumi che ci introduce alla pianetta di quota 2100 dove intercettiamo il sentiero canonico per il rifugio Ponti.


Piana superiore di Preda Rossa
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L'ANELLO DEI CORNI BRUCIATI 1 - RIF. SCOTTI-RIF. PONTI- RIF. BOSIO-GALLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Scotti-Rif. Ponti-Passo di Corna Rossa-Rif. Bosio-Galli
8 h
2080
E
SINTESI. Dal rifugio Scotti percorriamo la carozzabile per un lungo tratto rettilineo, superando la sbarra e raggiungendo il primo tornante sx. Impegnato il tornate, cerchiamo sulla destra la partenza della mulattiera, che sale in un'ombrosa e splendida pecceta, tagliando in più punti la strada asfaltata. Nella parte alta se ne allontana sulla sinistra, con un percorso particolarmente suggestivo: dopo essere passata vicino alla cascina Zecca (m. 1830), attraversa una sorta di porta nella roccia e guadagna il pianoro dell'alpe che precede la più ampia piana di Preda Rossa. Siamo giunti, dunque, al piccolo pianoro (m. 1955) che funge da parcheggio e precede la Piana di Preda Rossa. Ignoriamo il sentiero che alla nostra destra parte per Scermendone Basso e proseguiamo salendo gradualmente su pista, fra enormi blocchi, fino alla soglia della piana vera e propria (m. 1990). Attraversiamo la piana stando sul suo lato sinistro (segnavia) e sul lato opposto imbocchiamo il marcato sentiero che sale fra blocchi e larici ad un ripiano, dove piega a sinistra. Ignoriamo la deviazione a sinistra per il passo di Romilla (sentiero LIFE) e ci portiamo ai roccioni del versante nord-occidentale della valle, fra i quali il sentiero sale con diversi tornanti, guadagnando rapidamente quota. Vinta la soglia glaciale dell'alta valle, il sentiero prende a destra (direzione nord-est e nord-nord-est), procedendo diritto (segnavia ed ometti) in direzione del già visibile rifugio Ponti. Superata un'ultima valletta, raggiungiamo il rifugio Ponti (m. 2559). Dal rifugio Ponti seguiamo le indicazioni "Bosio" e "Corna Rossa" procediamo verso est-mord-est, fra placche rocciose, e saliamo sul filo della grande morena del centro della Valle di Preda Rossa, per poi scendere ad un ramo del torrente di Preda Rossa. Saliamo di nuovo sul filo di una morena laterale e di nuovo scendiamo a guadare un altro ramo del torrente. Procediamo verso est e saliamo ad un ripiano di sfasciumi, passando per un grande masso con indicazione "Desio" e "Bosio". Seguendo i segnavia ci approssimiamo al piede della costiera Valle di Preda Rossa-Val Torreggio e cominciamo a risalirne ilversante di sfasciumi con ampie diagonali. Raggiungiamo così la fascia di rocce rossastre e placche, fra le quali serpeggia una traccia. Alcuni passaggi sono assistiti da corde fisse. La salita fra stretti canalini ci porta in vista del parafulmine che annuncia il passo di Corna Rossa (m. 2826), presidiato dal pericolante e dismesso rifugio Desio. Iniziamo a scendere in Val Airale (parte terminale della Val Torreggio) fra blocchi e sfasciumi (ignoriamo la deviazione a sinistra per i laghetti di Cassandra), procedendo in direzione sud-sud-est e poi sud. Superata una sorta di gola, siamo ad un ripiano dove volgiamo decisamente a sinistra (est), sempre procedendofra sfasciumi. Poi pieghiamo leggermente a destra (sud-est) e scendiamo a ridosso dei bastioni rocciosi della valle, procedendo a sinistra del torrente. Dopo un buon tratto di discesa, pieghiamo leggermente a sinistra (direzione est) e percorriamo la piana fino al ponte dei Cacciatori, varcato il quale in breve siamo al rifugio Bosio-Galli (m. 2086).


Rifugio Ponti

Raggiunto il rifugio Ponti, possiamo, nell'arco complessivo di due o tre giornate, proseguire con una splendida traversata che tocca tutti i versanti dei Corni Bruciati, passando per la Val Torreggio, l'alta Valle del Caldenno e la Val Terzana, per tornare infine al rifugio Scotti. Potremmo chiamare questo trekking, che propone una ricchezza di scenari davvero rara, l'anello dei Corni Bruciati.


Rifugio Ponti

Dal rifugio Ponti, seguendo le abbondanti segnalazioni, si può salire al passo di Corna Rossa. Questo itinerario, nella sua prima parte, coincide con quello seguito dagli alpinisti che scalano il Disgrazia. Si attraversa il primo torrente che scende dal ghiacciaio di Preda Rossa ("sgiascé"), per poi salire sul filo della grande morena centrale che termina ai piedi del medesimo ghiacciaio. Seguendo le bandierine rosso-bianco-rosse, si scende, quindi, sul lato opposto, seguendo un sentierino e, ignorate le indicazioni per il Monte Disgrazia ("desgràzia"), si raggiunge un masso sul quale è segnalato il percorso per i rifugi Desio e Bosio.
Volgendo lo sguardo alle spalle, si può godere di un buon colpo d’occhio sulla poderosa costiera Remoluzza-Arcanzo, fra Valle di Preda Rossa e Val di Mello ("val da mèl"), sulla quale sono individuabili, da nord (cioè da destra) la Bocchetta Roma ("pas da ciöda"), il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814), il pizzo di Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto, m. 2853), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), la cima degli Alli (sciöma dei äl, o Ali, m. 2725) e la cima di Arcanzo (m. 2715). La discesa termina sul greto del secondo torrente che scende dal ghiacciaio e che deve essere attraversato. Il sentiero è a tratti ben visibile, ma talora ci si deve affidare alle segnalazioni.
Fra massi rosseggianti sempre più numerosi e con immagini sempre diverse del Monte Disgrazia ("desgràzia", m. 3678, alla cui sinistra si individua bene la sella di Pioda, a sua volta a destra del monte Pioda - "sciöma da piöda"-), il percorso prosegue, passando a monte della seconda morena della valle, quella orientale, e giungendo ad un grande masso, su cui un’indicazione indirizza ad un nevaio che è presente anche a stagione avanzata e che deve essere risalito. E' già visibile, in alto, la piccola depressione del passo (m. 2836), posto a sud della cima di Corna Rossa (m. 3180); il Monte Disgrazia, intanto, si defila sempre più dietro la dorsale della punta di Corna Rossa.
Il nevaio va tagliato verso sinistra, o aggirato a monte, con cautela, perché, nella parte alta, è abbastanza ripido, per cui val la pena di calzare i ramponi. Raggiunta la fascia di rocce sul suo limite superiore, si inizia la salita su un fondo costituito da terriccio, sassi mobili e massi talora scivolosi. Per questo va affrontata con cautela: in un paio di punti corde fisse la rendono più sicura. Sono pochi i punti esposti, ma conviene ugualmente salire senza fretta. Poco oltre il secondo punto attrezzato con corde fisse, si raggiunge finalmente il passo di Corna Rossa, annunciato dalla punta del parafulmine posto nei suoi pressi (e tutt’altro che superfluo: la zona, per la presenza di rocce con alto contenuto ferroso, è particolarmente bersagliata dai fulmini; lo si tenga presente e si eviti, di conseguenza, di affrontare la salita al passo in condizioni di tempo incerto).
La prima immagine che lo sguardo incontra, oltre il passo, è quella del versante destro della Val Torreggio. Volgendo lo sguardo a sinistra si vede il versante sinistro della Val Airale, prosecuzione della Val Torreggio. Più a sinistra ancora, ecco il rifugio Desio (m. 2830), chiuso perché pericolante, a seguito delle eccezionali nevicate dell’inverno 2000-2001: esso rimane oltre il crinale, per cui non è visibile per chi sale. Il CAI di Desio medita però di ripristinarne la funzionalità, il che sarebbe davvero lodevole, considerato il suo valore storico. Fu, infatti, insieme al rifugio Marinelli, il primo costruito in Valmalenco, per facilitare l'ascensione al monte Disgrazia, ed assolveva alla sua funzione con una capienza di 18 posti letto.
Volgendoci ancora alle spalle ammiriamo la morena centrale di Preda Rossa, parte della costiera Remoluzza-Arcanzo e, sul fondo, alcune fra le più famose cime della Val di Mello ("val da mèl"), che, durante le precedenti giornate, abbiamo imparato a conoscere bene: i pizzi del Ferro ("sciöme do fèr"), la cima di Zocca ed i pizzi Torrone, fra i quali spicca, per la forma a punta di lancia, il pizzo Torrone orientale. Visto da qui, il rifugio Ponti non è che un piccolo
Dal passo di Corna Rossa, attraverso la Val Airale, si deve, ora, scendere in Val Torreggio, il cui fondo è dominato dai Corni Bruciati. Per farlo si seguono gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che dettano il percorso più razionale fra un mare di massi rossi di tutte le dimensioni. Si presti attenzione a non seguire la deviazione a sinistra, anch’essa segnalata, per i laghetti di Cassandra.
Nel primo tratto di discesa procediamo verso sud, fino ad un cengione che ci fa scendere dal circo superiore della valle e ci fa accedere, a quota 2570 metri circa, ad una scorbutica fascia di grandi massi, fra i quali i segnavia dettano il percorso meno faticoso. Pieghiamo decisamente a sinistra ed a quota 2500 metri circa siamo alle morene di un antico ghiacciaio e ad una strozzatura della valle, oltra la quale si comincia ad intravvedere qualcosa come una traccia di sentiero. Procediamo ora verso nord-est e sud-est, scendendo ad intercettare il sentiero che, alla nostra sinistra, sale al vallone dei laghetti di Sassersa. Procediamo ancora verso sud-est, prima di piegare a sinistra e procedere in direzione est, fino alla piana del rifugio. Superato il torrente Torreggio, alla nostra destra, su un ponte in legno, eccoci finalmente al rifugio Bosio-Galli.


Val Airale dal passo di Corna Rossa

L'ANELLO DEI CORNI BRUCIATI 2 - RIF. BOSIO-GALLI - BIV. SCERMENDONE - RIF. SCOTTI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bosio-Galli-Passo di Caldenno-Passo di Scermendone-Rif. Scotti
2 h
640
E
SINTESI. Dal rifugio Bosio-Galli imbocchiamo il sentiero segnalato per il passo di Caldenno, che nel primo tratto in direzione ovest, in un fitto bosco di pini mughi, poi sud-ovest, tenendo il lato destro (per chi sale) di una vallecola. A quota 2191 piega ancora leggermente a destra, tornando all’andamento ovest ed allontanandosi dalla vallecola, per raggiungere  e seguire il lato sinistro di una seconda vallecola, riprendendo l’andamento sud-ovest. A quota 2375 attraversa il corso d’acqua da sinistra a destra e, piegando ancora a destra, procede salendo con direzione ovest, fino alle ultime balze che precedono il passo di Caldenno, posto a 2517 metri. Ci affacciamo così all'alta Valle di Postalesio o del Caldenno e seguiamo il sentierino che taglia un ripido versante verso ovest, poi piega leggermente a sinistra e scende verso sud-ovest, fra facili balze e dossi erbosi, con qualche tornante, fino ad un pianoro nei pressi della soglia che separa alta e media valle. Nei pressi di un grande masso erratico e della piana circostante, vediamo la scritta “Scermendone”: qui, seguendo i segnavia (sempre bolli rossi contornati di giallo), dirigiamoci verso sinistra (ovest). Lasciamo il masso alle spalle ed attraversiamo un corridoio fra modesti dossi erbosi, raggiungendo una caratteristica conca che costituiva il fondo di una pozza prosciugata. Passati a destra della conca, pieghiamo leggermente a destra salendo su un dosso erboso. Piegando, di nuovo leggermente a sinistra passiamo accanto ad un secondo grande masso erratico, sul quale vediamo (sul lato rivolto al passo) un bollo rosso contornato di giallo. Il passo è la sella più a sinistra fra quelle che vediamo in alto. Procediamo su un sentierino che resta più o meno sul filo di modesti dossi erbosi, passando in mezzo a due grandi colate di sfasciumi. Restando sul sentierino, che descrive diverse serpentine e si fa via via più ripido, giungiamo alla sella del passo di Scermendone (m. 2595), che si affaccia sulla Val Terzana. Scendiamo ora su traccia di sentiero, sul lato destro dell'alta valle, passando a sinistra di uno sperone roccioso e passando poi sul lato sinistro della valle medesima. scende ad una conca erbosa e prosegue alla conca del laghetto; di qui, dopo una ripida discesa, si porta all’alpe Piano di Spini, dove diventa largo tratturo che, tagliando il fianco sinistro della bassa valle, ci porta nei pressi della chiesa di S. Quirico e del bivacco Scermendone (m. 2127). A destra della chiesetta e del tratturo un largo sentiero scende con pochi tornanti, all'alpe Scermendone basso (m. 2032). Vediamo alla nostra sinistra una baita solitaria. Procedendo a sinistra, la lasciamo alla nostra destra ed ignoriamo un marcato sentiero che, alla nostra sinistra, sale fra radi larici. Ci affacciamo al limite di una ripida fascia di prati e vediamo poco più in basso una baita solitaria. Cerchiamo il sentiero che scende in diagonale verso ovest, raggiungendo ed attraversando una fascia boscosa. Uscito alla parte alta di una nuova fascia di prati, il sentiero tende a perdersi; superato un vallone, passiamo accanto ad una terza baita isolata, con segnavia rosso-bianco-rosso (siamo a Corticelle, o cortiséla, alta, m. 1762); poi dobbiamo di nuovo scendere in diagonale tagliando una nuova fascia di prati, procedere di nuovo in direzione ovest-sud-ovest. Scendiamo così alle baite di Corticelle bassa (m. 1546) dalle quali il sentiero scende ripido ad un ponte che supera il torrente di Preda Rossa. Oltre il ponte, prendendo a sinistra, ci inseriamo nella pista sterrata che taglia l'alpe di Sasso Bisolo e porta alla strada asfaltata, nei pressi del rifugio Scotti (m. 1500).

Terza (o seconda) giornata: dal rifugio Bosio al rifugio Scotti.

La terza giornata (o la seconda parte della seconda) ci riporta al rifugio Scotti, per il passo di Caldenno, il passo di Scermendone e la Val Terzana.
Lasciamo, dunque, il rifugio Bosio, seguendo le indicazioni per il passo di Caldenno. Un sentiero, segnalato, procede nel primo tratto in direzione ovest, in un fitto bosco di pini mughi, poi sud-ovest, tenendo il lato destro (per chi sale) di una vallecola. A quota 2191 piega ancora leggermente a destra, tornando all’andamento ovest ed allontanandosi dalla vallecola, per raggiungere  e seguire il lato sinistro di una seconda vallecola, riprendendo l’andamento sud-ovest. A quota 2375 attraversa il corso d’acqua da sinistra a destra e, piegando ancora a destra, procede salendo con direzione ovest, fino alle ultime balze che precedono il passo di Caldenno, posto a 2517 metri.
Il pianoro che, sul versante della Val Torreggio si apre nei pressi del passo è ricco di rocce di gneiss, che riportano segni e cavità che danno l’impressione di costituire un segno dell’arte petroglifica preistorica. Ecco cosa ne scrive don Nicolò Zaccaria, prevosto di Sondalo ed esperto mineralista, il quale, nel 1902, dopo aver visitato questi luoghi, scrisse: “L’anno 1864 feci un’escursione sull’alpe Caldenno in comune di Berbenno. Appartiene al gruppo del Disgrazia, ed è un’alpe a circa 2600 metri sul mare. Alla sua sommità vi è un valico pel quale si entra nella Val Malenco sopra Torre. Or bene, proprio a questo passo la roccia gnesiaca è nuda e quasi piana ed in essa sono scalfite parecchie cavità d’una dimensione e d’una profondità poco su e poco giù come quella delle scodelle. Variano tuttavia nella forma, perché a prima vista hanno l’aspetto di un piede di cavallo. Quegli alpigiani mi condussero loro a vedere le orme impresse nella pietra dalle streghe che vi ballavano sopra con i piedi di cavallo”. In realtà, come poi fu appurato da Antonio Giussani, non ci sono di mezzo né uomini preistorici né streghe: si tratta di erosioni della
roccia del tutto naturali. Nei pressi del passo troviamo anche, sulla destra, le indicazioni di un sentiero che da esso taglia direttamente al passo di Corna Rossa: non si tratta, però, di una traversata agevole, ed una scritta raccomanda di seguire scrupolosamente i segnavia.


Val Torreggio dal passo di Caldenno

Il panorama dal passo non è molto ampio, ma sicuramente suggestivo. A nord si mostra, splendido, il monte Disgrazia (m. 3567), ed alla sua destra si distingue bene il pizzo Cassandra (m. 3226). Procedendo in senso orario, distinguiamo i due Corni di Airale, sul versante settentrionale della Val Torreggio. L’orizzonte, poi, si allarga alle cime del gruppo dello Scalino, con il pizzo Scalino, la punta Painale e la vetta di Ron. Ad est intuiamo appena il gruppo dell’Adamello, poi il panorama è chiuso dalla cima quotata 2610, che nasconde alla nostra vista il monte Caldenno (m. 2669). Alla sua destra, cioè a sud, si apre, con il suo caratteristico solco ad U, la Valle del Caldenno (o Valle di Postalesio), mentre sul fondo si disegna una porzione delle Orobie centrali, con la Valle del Livrio, la Valcervia e la Valmadre, sul cui fondo si vede bene il passo di Dordona.
A sud-ovest e ad ovest l’orizzonte è chiuso dalle cime che contornano l’alta Valle del Caldenno. Ad est, in particolare, possiamo individuare il passo di Scermendone (m. 2595), che congiunge Valle del Caldenno e Val Terzana: si tratta della più marcata depressione sul crinale. Alla sua destra il crinale sale fino alla torre quotata m. 2900, nel gruppo dei Corni Bruciati. A nord-ovest, infine, il crinale sale fino alla cima di Postalesio (m. 2995), quotata, ma non nominata sulle carte IGM.
Valicato il passo, torniamo nel territorio del comune di Berbenno. Un sentierino taglia il ripido fianco erboso, in direzione ovest, perdendo quota molto gradualmente. Un po’ di attenzione va prestata nel primo tratto, che attraversa un ampio smottamento. Poi, raggiunto una sorta di terrazzo caratterizzato da numerose rocce levigate affioranti, il sentiero piega a sinistra. Si tratta di rocce che mostrano segni analoghi a quelli rilevati sul passo: piede di strega o azione di acqua e vento? Alla nostra destra, invece, notiamo una enorme ganda, costituita da massi rossastri. L’incendio di Preda Rossa è giunto fin qui? La leggenda non lo dice. C’è però un’altra leggenda, che parla dei “cunfinàa”, cioè delle anime che, per le loro colpe, sono state condannate a scalpellare eternamente questi innumerevoli massi (e, se prestiamo attenzione, ne vediamo, effettivamente, di tutte le dimensioni). Tuttavia il loro lavoro disperato inizia solo sul far del tramonto: solo allora si possono udire i colpi sordi e sconsolati del metallo sulla pietra. Si capisce, dunque, perché la singolarissima e sinistra piana che abbiamo appena attraversato sia stata chiamata "Pian dei dannati".
Dopo un nuovo tornante a destra, la traccia si fa più debole, ed attraversiamo una fascia di pianori acquitrinosi. Teniamo la direzione sud-sud-ovest, fino ad una pianetta nei cui pressi notiamo un gigantesco masso erratico, con la scritta "Scermendone"

Seguendo i segnavia (sempre bolli rossi contornati di giallo), dirigiamoci verso ovest. Lasciamo il masso alle spalle ed attraversiamo un corridoio fra modesti dossi erbosi, raggiungendo una caratteristica conca che costituiva il fondo di una pozza prosciugata. Passati a destra della conca, pieghiamo leggermente a destra salendo su un dosso erboso. Proprio davanti a noi, in alto, lo scenario è chiuso dal profilo selvaggio e tormentato delle punte centrale e settentrionale dei Corni Bruciati e della cima di Postalesio. Piegando, quindi, di nuovo leggermente a sinistra passiamo accanto ad un secondo grande masso erratico, sul quale vediamo (sul lato rivolto al passo) un bollo rosso contornato di giallo.


Alta Valle del Caldenno (o di Postalesio)

Il passo è là, sopra di noi, leggermente a sinistra (vediamo, sul crinale, tre selle; il passo è quella più a sinistra, anche se quella centrale, più larga, dà l’impressione di essere un agevole valico); l’impressione è che lo si debba raggiungere risalendo un canalone che scende dall’intaglio e si allarga verso la base, occupato in gran parte da sfasciumi. In realtà il sentiero lo aggira sulla destra, sfruttando il dosso erboso posto a nord. Rimaniamo più o meno sul filo di modesti dossi erbosi, passando in mezzo a due grandi colate di sfasciumi, quella alla nostra sinistra, propaggine del canalone a valle del passo, e quella, ben più ampia ed impressionante, alla nostra destra, che sembra una desolata laguna infernale, una sinistra distesa di massi le cui tonalità, dal grigio al rossastro, sembrano suggerire l’idea di tizzoni di roccia che si vanno lentamente spegnendo dopo un rogo immane. Il rogo dei Corni Bruciati di cui parla una celebre leggenda. In un tempo antico splendidi pascoli contornavano su ogni lato queste cime, e la cima del monte Disgrazia. Fra i pastori fortunati venne il Signore, nelle sembianze di un umile mendicante, chiedendo ospitalità a due fratelli. L’uno lo derise, l’altro lo accolse, ed a questi il misterioso mendicante ingiunse di lasciare l’alpe senza voltarsi. Piovve, poi, fuoco dal cielo, incenerì gli alpeggi ed arse le rocce stesse; queste si sgretolarono e caddero dai fianchi martoriati di quelle montagne che da allora assunsero un nome legato alla terribile punizione divina, monte Disgrazia, appunto, e Corni Bruciati. Eccole ancora lì, le rocce sgretolate e non ancora spente. Non è ancora l’ora, ma se le tenebre ci sorprendessero in questo luogo, potremmo udire il batter di mazza dei disgraziati “cunfinàa” relegati in eterno a dimorare in questo desolato deserto, forse gli stessi pastori egoisti di cui parla la leggenda.
Mentre questi pensieri ci prendono, proseguiamo sul dosso erboso, passando proprio sotto la verticale del passo. La tentazione sarebbe quella di salire per via diretta (c’è una lingua d’erba che percorre buona parte del lato destro del canalone), ma il sentiero prosegue, per aggirare da destra il dosso che, da qui, mostra il suo dirupato versante orientale. La traccia si fa ora più chiara e comincia a serpeggiare sul basso versante della valle, su terreno morenico, verso nord-ovest. Passiamo così sotto i roccioni della parte bassa del dosso, raggiungendone, poi, la copertura erbosa e piegando gradualmente a sinistra. Dopo un tratto caratterizzato da serrate serpentine fra i magri pascoli (direzione ovest), raggiungiamo la parte alta del dosso e pieghiamo ancora a sinistra (direzione sud-ovest), puntando alla selletta del passo, che da qui resta nascosta. Per raggiungerla dobbiamo prima effettuare un traverso a sinistra, che taglia la ripida parte alta del dosso e del canalone. Giunti sotto la sua verticale, volgiamo a destra, su terreno ripido, vincendo con un po’ di fatica gli ultimi metri di dislivello, anche grazie alle serrate serpentine del sentiero, sempre ben marcato.
Al grande ometto posto sui 2595 metri del passo di Scermendone possiamo finalmente tirare il fiato, dopo circa due ore e mezza di cammino dall’alpe Caldenno (il dislivello approssimativo è di 790 metri). Volgendo lo sguardo alla Valle del Caldenno, riconosciamo, alle spalle della sterminata distesa di massi rossastri, lo stretto filo del sentiero che sale al passo gemello di Caldenno. Oltre il crinale dell’alta valle vediamo, poi, da sinistra, il pizzo Cassandra, i Corni di Airale, uno scorcio delle lontane cime della Val Grosina, il più vicino pizzo Scalino, la punta Painale ed un brevissimo scorcio della vetta di Ron. Sul lato opposto si apre uno scenario più tranquillo ma non meno solitario e selvaggio: la Val Terzana degrada dolcemente fra balze bizzarre. Ne scorgiamo il laghetto di Scermendone e, allo sbocco, l’alpe omonima. Sul fondo, a destra del corno del monte Legnone, le cime della sezione occidentale del gruppo del Masino, dalla cima del Desenigo all’arrotondato pizzo Ligoncio.


Bivacco Scermendone

Dobbiamo ora affrontare la lunga ma facile discesa della splendida Val Terzana, passando per il laghetto di Scermendone e l ’alpe Piano di Spini, fino al bivacco Scermendone, posto nei pressi del suo sbocco, nella parte alta dell’alpe Scermendone. Il sentiero, segnalato da alcuni segnavia rosso-bianco-rossi e bianco-rossi, è agevole: nel primo tratto passa a destra di uno speroncino erboso, poi piega gradualmente a sinistra passando dal lato destro a quello sinistro del torrentello dell’alta valle, scende ad una conca erbosa e prosegue alla conca del laghetto; di qui, dopo una ripida discesa, si porta all’alpe Piano di Spini, dove diventa largo tratturo che, tagliando il fianco sinistro della bassa valle, ci porta nei pressi della chiesa di S. Quirico e del bivacco Scermendone (m. 2131).


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dell'alpe Scermendone presso S. Quirico

Imbocchiamo, ora, il largo sentiero che, presso la chiesetta, sul versante della Val Terzana, scende verso destra, in direzione del suo fondovalle e, dopo aver svoltato a sinistra, porta all'alpe di Scermendone basso (m. 2032) .
Vediamo alla nostra sinistra una baita solitaria. Procedendo a sinistra, la lasciamo alla nostra destra ed ignoriamo un marcato sentiero che, alla nostra sinistra, sale fra radi larici. Ci affacciamo al limite di una ripida fascia di prati e vediamo poco più in basso una baita solitaria. Cerchiamo il sentiero che scende in diagonale verso ovest, raggiungendo ed attraversando una fascia boscosa. Uscito alla parte alta di una nuova fascia di prati, il sentiero tende a perdersi; superato un vallone, passiamo accanto ad una terza baita isolata, con segnavia rosso-bianco-rosso (siamo a Corticelle, o cortiséla, alta, m. 1762); poi dobbiamo di nuovo scendere in diagonale tagliando una nuova fascia di prati, procedere di nuovo in direzione ovest-sud-ovest. Scendiamo così alle baite di Corticelle bassa (m. 1546) dalle quali il sentiero scende ripido ad un ponte che supera il torrente di Preda Rossa. Oltre il ponte, prendendo a sinistra, ci inseriamo nella pista sterrata che taglia l'alpe di Sasso Bisolo e porta alla strada asfaltata, nei pressi del rifugio Scotti.


Sentiero Corticelle-Scermendone

Questo percorso richiede buon senso dell'orientamento, perché i segnavia scarseggiano ed il versante è piuttosto ripido, per cui i fuori-sentiero sono problematici. Chi volesse un percorso più tranquillo, anche se più lungo, oppure chi fosse salito in automobile fino alle soglie della piana di Preda Rossa, proceda così.
All'alpe di Scermendone basso non si diriga verso la baita isolata, ma passi alla sua destra, tagliando i prati leggermente verso sinistra, e si porti ad un ponticello in legno, che scavalca il torrente dell'alpe. Sul versante opposto troverà un largo sentiero che procede, con qualche saliscendi, tagliando il versante occidentale del Sasso Arso, superando il corpo di una frana e, dopo una salita di qualche decina di metri di dislivello, portando al limite dell'ampia piana di Preda Rossa. Superato su un ponticello il torrente di Preda Rossa troverà, sulla sinistra, l'ampia spianata del parcheggio (m. 1955) e la strada asfaltata che sale da Sasso Bisolo: seguendola in discesa (o tagliando per la mulattiera che accorcia di molto la discesa) tornerà al rifugio Scotti.


Rifugio Scotti

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LAGO E PASSO DI SCERMENDONE, PIZZO BELLO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Scotti-Corticelle-Scermendone basso-Scermendone-Lago e passo di Scermendone
4 h
1150
E
Rif. Scotti-Corticelle-Scermendone basso-Scermendone-Lago e passo di Scermendone-Pizzo Bello
5 h
1300
EE
SINTESI. Raggiunto l'ingresso alla piana di Sasso Bisolo (m. 1500), scendiamo verso destra passando fra le baite dell'alpe e proseguendo in direzione del limite opposto (rispetto a quello di ingresso, cioè verso est) dei prati. Dopo una breve macchia, il sentiero porta ad un ponte sul torrente che sta alla nostra destra. Oltrepassato il ponte, saliamo sul sentiero (rari segnavia) che con qualche tornante porta alle baite della località Corticelle (Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota 1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati immediatamente a valle dell'alpe. Da qui saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio, la soglia del pianoro di Scermendone basso, trovandoci a destra della casera (m. 2050). Procediamo diritti e troviamo sul lato destro un marcato sentiero che, dopo pochi tornanti, porta a Scermendone alto, a poca distanza dalla chiesetta di San Quirico (San Ceres, m. 2137). Dalla chiesetta di San Quirico imbocchiamo il tratturo (lo vi trova alla sua sinistra, per chi rivolga lo sguardo alla facciata della chiesetta) che si inoltra a mezza costa, verso est-nord-est, in Val Terzana, sul suo lato destro (per noi, cioè meridionale), portando all'alpe Piano di Spini (m. 2198). Qui diventa sentiero e, dpo uno strappo, varca un corridoio oltre il quale raggiunge la conca del lago di Scermendone (m. 2339). Dal lago la salita prosegue prendendo a sinistra e passando sul lato opposto della valle. Il sentiero descrive un ampio arco, passando a destra di un castello di roccia, e punta alla già ben visibile sella del passo di Scermendone (m. 2595), riconoscibile anche per le due torri guardiane, che raggiungiamo dopo un ultimo tratto verso destra. Torniamo ora indietro sul sentiero, fino a vedere alla nostra sinistra un largo canalone che sale gradualmente al crinale, appena a destra del pizzo Bello: lo saliamo facilmente, a vista, verso sud-est e siamo ad una bocchetta. Prendendo a sinistra imbocchiamo la traccia di sentiero che si tiene sul crinale e dopo un ultimo passaggio esposto sui due lati porta alla cime del pizzo Bello (m. 2743).


Ponte sul limite dell'alpe di Sasso Bisolo

Il rifugio Scotti è un’ottima base per effettuare un’escursione alla scoperta di una delle meno conosciute ma non meno affascinanti valli della Val Masino, la Val terzana (indicata sulle carte del passato anche come Valle di Scermendone), che confluisce, insieme alla Valle di Preda Rossa, proprio nella Valle di Sasso Bisolo. Una valle solitaria, poco frequentata, ma molto suggestiva nei suoi scenari, impreziosita da un laghetto (il lago di Scermendone, unico, insieme ai laghetti di Spluga nell’intera Val Masino). Per salire alla scoperta di questa valle delle solitudini (e degli eremiti, perché pare che in una grotta abbia dimorato nei secoli scorsi proprio un santo eremita) dobbiamo scovare un sentiero assai poco battuto, che sale all’alpe di Scermendone basso passando per la località di Corticelle.


Valle di Sasso Bisolo

Dal rifugio portiamoci alla pista sterrata che lascia la strada asfaltata scendendo ai prati dell’alpe, e percorriamola verso il fondo della valle, cioè verso est. Giunti al suo termine proseguiamo prendiamo a destra, verso il torrente di Preda Rossa, su un sentiero, superando una macchia di abeti, fino ad una radura sul cui limite opposto troviamo un ponticello che scavalca il torrente.
Sulla riva opposta cominciamo a salire su un sentierino, che nel primo tratto piega a sinistra, poi leggermente a destra (direzione sud-est), passando presso una coppia di baite di Corticelle. Alle spalle della baita di sinistra il sentiero prosegue salendo verso destra ed entrando in una macchia di larici, poi piega a sinistra ed esce ad una fascia di magri pascoli disseminati di cumuli di pietre.
Saliamo ancora tagliando in diagonale questa fascia (est-sud-est) e puntando ad una baita solitaria sulla quale vediamo un segnavia rosso-bianco-rosso. Oltrepassata la baita dobbiamo cercare con attenzione il punto nel quale il sentiero taglia, in terreno aperto, un vallone (ne distinguiamo la traccia sul lato opposto). Raggiunto il suo lato opposto vediamo davanti a noi, sul lato opposto di un secondo più marcato vallone, un gruppo di baite. Non ci dirigiamo verso queste baite (ad un bivio stiamo a destra), ma proseguiamo a salire in diagonale, entrando in un bosco di larici. Usciamo di nuovo ad una fascia di prati alti e proseguiamo sempre in diagonale (est), in direzione di una seconda baita isolata. Oltrepassata la baita, ci affacciamo ad un ampio corridoio erboso che introduce all’alpe di Scermendone basso.


Scermendone basso

Passiamo così a destra di una terza baita solitaria, per poi volgere a destra, tagliando in diagonale i prati dell'alpe in direzione del versante boscoso. Troveremo così la partenza di un marcato sentiero che lo risale, nel primo tratto verso sinistra, poi volgendo a destra e portando al limite orientale del lunghissimo e splendido alpeggio di Scermendone. Ci affacciamo così al versante della media Valtellina e vediamo, a poca distanza, la splendida chiesetta di San Quirico (San Cères). Alla sua sinistra ed a breve distanza il bivacco Scermendone, ottimo punto di appoggio per le escursioni in questo settore.
Variante: il sentiero Corticelle-Scermendone richiede buone capacità di orientamento. Se vogliamo camminare su un percorso più tranquillo, anche se più lungo, possiamo salire dal rifugio Scotti a Preda Rossa, come sopra illustrato (oppure, se siamo saliti al rifugio con l'automobile, possiamo ovviamente sfruttarla per salire a Preda Rossa). Raggiunta la spianata del parcheggio all'ingresso della piana, prendiamo a destra e scavalchiamo il torrente di Preda Rossa su un ponticello in legno. Troviamo così un sentiero ben marcato che taglia il fianco occidentale del Sasso Arso, passando per un corpo franoso, e porta, dopo qualche saliscendi, ad un secondo ponticello in legno, oltrepassato il quale siamo sul limite dell'alpe di Scermendone basso (m. 2032). In questo caso passiamo a sinistra della baita isolata dell'alpe e, tagliando quasi diritti i prati, troviamo la partenza del sentiero per San Quirico.


Scermendone basso

A poche decine di metri da San Quirico (m. 2131) parte una pista che si addentra in Val Terzana, in direzione est-nord-est, tagliandone il fianco meridionale. La imbocchiamo. Il fondo è largo e comodo, e sale molto gradualmente. Abbiamo dunque modo di guardare alla nostra sinistra, cioè al versante opposto della valle, occupato dall'immensa colata di sfasciumi che scende dal Sasso Arso. da qualche parte su quel tormentato versante si trova la citata grotta del santo eremita. In breve siamo all'alpe Piano di Spini (m. 2198, cattiva traslitterazione del pian di spìn, letteralmente piano delle spine).
Sulla nostra destra il facile crinale è percorso da un sentiero che sale ad un'ampia sella che si affaccia sulla Valtellina: proseguendo verso destra possiamo ridiscendere a San Quirico passando per un bellissimo microlaghetto e per la Croce dell'Olmo (più avanti, prendiamo a destra e scendiamo un largo canalone erboso che scende ad un sentiero che, percorso verso destra, ci riporta al limite orientale dell'alpe). Se, invece, dalla sella proseguiamo verso sinistra troveremo un cartello che indica il punto nel quale parte un sentiero che scende all'alpe Baric; di qui si prosegue scendendo all'alpe Vignone ed a Prato Maslino. Se, infine, proseguiamo salendo lungo il crinale saliamo facilmente all'arrotondata, erbosa e panoramica cima di Vignone (m. 2609).
Ma torniamo all'alpe Piano di Spini. Alle spalle della baita di sinistra dell’alpe comincia un sentiero (segnavia rosso-bianco-rossi), che sale per un tratto verso sinistra, sormonta un dosso e prosegue verso nord-est, fino ad un breve corridoio nella roccia, che ci porta qualche metro sopra il laghetto di Scermendone (m. 2339).


Val Terzana da San Quirico

Si tratta di uno specchio d’acqua non ampio, ma pur sempre considerevole, sia per la sua bellezza, sia per il fatto che, insieme ai laghetti della valle di Spluga e ad uno specchio ancor più modesto al centro della val Cameraccio, è ciò che resta di una presenza di laghi alpini che, in Val Masino, dovette essere, in tempi remoti, ben più consistente. Una sosta sulle sue rive permette di osservare il Sasso Arso ed i Corni Bruciati: viste da qui, queste formazioni montuose mostrano bene la ragione della loro denominazione.

Per illustrare meglio le caratteristiche di questo lago e dell'ambiente che lo ospita riportiamo le informazioni che ci vengono offerte dal bel volume "Laghi alpini di Valtellina e Valchiavenna", di Riccardo De Bernardi, Ivan Fassin, Rosario Mosello ed Enrico Pelucchi, edito dal CAI, sez. di Sondrio, nel 1993:
Dall'altra parte della Val Masino (verso oriente), poco più avanti si apre la Valle di Sasso Bisolo, dalla quale era possibile salire con facilità fino a qualche anno fa al pianoro di Preda Rossa (ora è stata interrotta da frane a più riprese). Si può salire comunque abbastanza agevolmente oggi anche dal versante valtellinese per strade che portano ad alti prati sotto il crinale di Scermendone (il toponimo allude probabilmente appunto  al «crinale»).


Lago di Scermendone

Dietro questo, al di là di un sistema di ampi pascoli, una valletta si distende dal salto su Sasso Bisolo, fino al passo di Scermendone, parallela alla Valtellina. Il lago sta annidato in un anfratto tra le numerose balze e i dossi che articolano l'altopiano pascolivo. L'accesso più interessante però è probabilmente quello dal Piano di Preda Rossa, per un sentiero che con alcuni saliscendi s'inoltra in un bel lariceto, tra massi di frana caduti dal Sasso Arso (su un pietrone vi sono incisioni di sigle e date probabilmente opera di pastori) e quindi porta alla valletta (Val Terzana). Si passa per unpiccolo pascolo, poi il sentiero si fa meno evidente, ma resta ben più interessante di quelli che si scorgono dall'altra parte nei pascoli, in quanto attraversa vari microambienti naturali, corre sotto le morene sospese di antichi ghiacciaietti sulle falde dei Corni Bruciati, costeggia la forra del ruscello che a tratti si nasconde tra le rupi, passa vicino a strane lame di roccia (sulle destra salendo anziché le rosse rocce serpentinose che danno il nome alle cime già ricordate, compaiono scisti stratificati e friabili che si modellano in forme emergenti dalle morbide chine dei pascoli), e di pianoro in pianoro giunge al passo. Il lago, dalle acque cupe, se ne sta un po' in disparte in una buca dell'altopiano.”
Riprendiamo la salita al passo.

Il sentiero comincia, dal lago, a piegare gradualmente a sinistra: passiamo così a monte di un ampio pianoro erboso, che lasciamo alla nostra destra (ma, volendo, potremmo staccarci, qui, dal sentiero, attraversare il pianoro e risalire un largo e facile canalone che ci porta ad un bocchetta che si affaccia sul versante valtellinese; qui, prendendo a destra, per traccia di sentiero ripida ma non difficile, possiamo salire alla cima di Vignone, m. 2609, mentre prendendo a sinistra possiamo portarci ad una seconda bocchetta, con un cartello che ci indica che risalendo il crinale alla nostra sinistra in mezzora siamo alla cima del pizzo Bello, m. 2743).
Torniamo, però, ora al sentiero principale: superta qualche modesta roccetta, oltrepassiamo il torrentello della valle, portandoci alla sua sinistra. Il passo è sempre là, visibile quasi per l’intero percorso, e si fa, poco a poco, più grande. In questo tratto passiamo a destra di uno sperone di roccia, ovviamente dalla tonalità rossastra, non molto alto (m. 2621), che però, visto da qui, fa la sua bella figura.


Val Terzana e passo di Scermendone

Alle sue spalle i Corni Bruciati, di cui però è difficile distinguere la cima, perché, da questo angolo visuale, si mostrano assai meno pronunciati di quanto non appaiano dalla Valle di Preda Rossa. Lo scenario alla nostra destra è, invece, diverso: a sinistra della tondeggiante cima di Vignone, un largo canalone, quasi interamente occupato da sfasciumi, sale, con pendenza modesta, fino ad una depressione sul crinale. La salita parrebbe agevole, ma la discesa sull’opposto versante erboso, che guarda all’alpe Baric, è piuttosto difficoltosa nel primo tratto, ripido ed esposto. A sinistra del canalone, ecco, poi, la cima quotata 2643 metri, che una modesta sella separa dal pizzo Bello, di cento metri più alto. Per la verità quest’ultima cima si mostra, da qui, niente affatto bella: anzi, il suo versante di nord-ovest è costituito da una parete verticale di scura roccia, ben diversa dal ripido ma erboso versante opposto. Ancora più a sinistra, una serie di guglie rocciose segna il crinale fino al passo di Scermendone, sorvegliato da due torri guardiane.
Dai suoi 2595 metri ci affacciamo, alla fine, dopo un’ora e mezza circa di cammino da San Quirico (460 metri di dislivello in salita), all’alta Valle di Postalesio, e vediamo subito il meno pronunciato passo gemello (quello di Caldenno), che permette di scendere al rifugio Bosio, in Val Torreggio (Valmalenco). Oltre il crinale orientale della valle, possiamo individuare alcune cime assai distanti fra di loro: i corni di Airale, in Val Torreggio, a sinistra, poi il lontano pizzo Varuna (o Verona), sulla testata della Valmalenco, ed ancora la cima Viola, fra Valle d’Avedo (val Grosina) e Valle Cantone di Dosdè, ed infine, sulla destra, il pizzo Scalino e la punta Painale. Volgendoci verso la Val Terzana, la dominiamo interamente, e scorgiamo il laghetto di Scermendone ed un bel tratto dell’omonima alpe, da cui siamo partiti.


Val Terzana

Questa bella escursione può essere impreziosita dalla facile salita al pizzo Bello, la cima che ha usurpato l'antico nome del monte Disgrazia. Ridiscendendo dal passo di Scermendone, raggiungiamo il punto nel quale il sentiero riattraversa il torrente della valle, passando da sinistra a destra. Invece di proseguire sul sentiero, puntiamo ora a sinistra (direzione sud-est) e cominciamo a risalire, procedendo a vista, un largo e facile canalone, fra pietrame e magri pascoli, fino a raggiungere una bocchetta che dà sul versante retico a monte dell'alpe Baric e dell'alpe Vignone.
Qui, seguendo le indicazioni di un cartello, pieghiamo a sinistra e cominciamo a salire lungo il crinale occidentale del pizzo Bello, seguendo una traccia non difficile (sempre in condizioni buone di terreno). Solo poco prima della cima dobbiamo traversare per pochi passi sul crinale che si restringe ed è esposto su entrambi i versanti. Alla fine siamo alla croce della cima del Pizzo Bello (m. 2748), che ci regala un panorama di prim'ordine.


Pizzo Bello dalla cima di Vignone

Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima del pizzo Bello

Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra, da una prospettiva cursiosamente defilata, i pizzi del Ferro occidentale (o cima della Bondasca, m. 3267) e centrale (m. 3287), chiamati nel dialetto di Val Masino “sciöme do fèr”.
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla costiera che separa la Val Terzana, che si apre, solitaria e bellissima, sotto di noi, e la Valle di Preda Rossa, che resta, invece, interamente nascosta ai nostri occhi. Su questa costiera, dominata dalle tonalità rossastre, si distinguono, da sinistra, il Sasso Arso (m. 2314) e le tre punte dei Corni Bruciati, meridionale, m. 2958, centrale, m. 3114, e settentrionale, m. 3097, seminascosta, a destra della seconda. A destra di quest'ultima cima si affaccia il profilo regale del monte Disgrazia (m. 3678), seguito dal pizzo Cassandra (m. 3226: il nome rimanda alla profetessa che nell'antichità ebbe la triste sorte di preannunciare disgrazie - che poi sarebbero accadute - senza essere creduta da nessuno). In basso, fra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, il passo di Scermendone (m. 2953).


Clicca qui per aprire una panoramica settentrionale dalla cima del pizzo Bello

A destra del pizzo Cassandra si vede, lontana, la sezione orientale della testata della Valmalenco: da sinistra si distinguono i pizzi Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049), i pizzi Argient (m. 3945) e Zupò (m. 3995), la triplice innevata cima del pizzo Palù (m. 3823, 3906 e 3882), a monte del ramo orientale della vedretta di Fellaria e, a chiudere la splendida carrellata, il più modesto pizzo Varuna (m. 3453).
Più a destra, molto lontane, si intravedono due celebri cime dell'alta Valtellina, la cima Viola (m 3347) e la cima Piazzi (m. 3439). Proseguendo in questo giro in senso orario, ecco, dietro l'ometto di una seconda anticima, il gruppo Scalino-Painale, sul quale si individuano, da sinistra (nord) il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248), la cima Vicima (m. 3122) e la vetta di Ron (m. 3136). Ad est, sul fondo, il gruppo dell'Adamello, mentre il panorama di sud-est. sud e sud-ovest è interamente occupato dalla catena orovica, che si mostra in tutta la sua ampiezza, chiusa, a destra, dall'inconfondibile corno del monte Legnone.
Per tornare al rifugio Scotti, ripercorriamo l'itinerario di salita.


Val Terzana e passo di Scermendone

È interessante, infine, leggere il resoconto della discesa dal passo di Scermendone all’alpe Sasso Bisolo effettuata il 31 luglio 1908 da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne :
La Bocchetta di Scermendone (2598 m.) è la quarta partendo dalla cresta dei Corni Bruciati e andando verso sud. Essa è la meno visibile, nascosta com'è da un gendarme, ma la si riconosce perchè vi risale una lingua di erba e, avvicinandoci, vi scorgiamo una traccia di sentiero. Sotto di noi, nel verde dei pascoli, appare il lago azzurro di Scermendone e, lontano, le belle cime del Calvo e del Ligoncio. Scendendo per coste erbose, arriviamo sulle rive del laghetto.
Poichè non c'è sentiero, scendiamo obliquamente il fianco sinistro della valle, poi rientrando per un tratto in questa, passiamo sulla destra per rag­giungere l'alpe di Pian di Spino. Scesi ad una piccola baita vicino ad un boschetto di rododendri in piena fioritura, ci portiamo di nuovo sulla sinistra e seguendo un sentiero a zig-zag, che si perde ad ogni istante e che non finisce mai, arriviamo nella valle di Sasso Bisolo, alle quattro e venti pomeridiane. Nella discesa il colpo d'occhio verso il Disgrazia è bellissimo. C'è nell'aria un gradevole odore di fieno. Sostiamo, un po', vicino a un bosco di conifere, poi riprendiamo la discesa e alle sette di sera, arriviamo all'osteria del Baffo, in Val Masino, accolti festosamente dai vecchi amici che ci preparano una cena eccellente dove figurano le trote del Masino.”
(Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998)
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Val Terzana dall'alpe Scermendone

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L'ANELLO DEL MONTE SCERMENDONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Scotti-Corticelle-San Quirico-Monte Scermendone-Alpe Granda-Taiada-Valbiore-Rif. Scotti
6h
1010
EE
SINTESI. Raggiunto l'ingresso alla piana di Sasso Bisolo (m. 1500), scendiamo verso destra passando fra le baite dell'alpe e proseguendo in direzione del limite opposto (rispetto a quello di ingresso, cioè verso est) dei prati. Dopo una breve macchia, il sentiero porta ad un ponte sul torrente che sta alla nostra destra. Oltrepassato il ponte, saliamo sul sentiero (rari segnavia) che con qualche tornante porta alle baite della località Corticelle (Curtiséi, m. 1546), e prosegue, salendo, alle loro spalle, in una breve macchia, prima di piegare a sinistra, uscire all'aperto e superare un primo valloncello, raggiungendo i prati della baita di quota 1762. Superato un secondo valloncello, entriamo per un buon tratto in bosco di larici, prima di raggiungere il limite inferiore dei prati immediatamente a valle dell'alpe. Da qui saliamo, puntando la baita solitaria che sta sulla nostra verticale, fino a raggiungere, attraversato un breve corridoio, la soglia del pianoro di Scermendone basso, trovandoci a destra della casera (m. 2050). Procediamo diritti e troviamo sul lato destro un marcato sentiero che, dopo pochi tornanti, porta a Scermendone alto, a poca distanza dalla chiesetta di San Quirico (San Ceres, m. 2137). Prendiamo ora a destra, percorrendo l'intero alpeggio su marcato sentiero verso sud-ovest, passando per una pozza e la casera di Scermendone. Sul lato sud-occidentale dell'alpeggio siamo di fronte alla modesta elevazione del monte Scermendone. Procediamo verso il poggio boscoso eprendiamo a sinistra, aggirandolo sul fianco grazie ad un sentierino dalla traccia debole. Dopo poche decine di metri, appena possibile, volgiamo a destra e risaliamo il ripido fianco del versante alla nostra destra. La salita è molto breve e ci porta sul crinale. Prendendo a destra, siamo quasi subito alla cima quotata 2127 metri, il monte Scermendone. Torniamo indietro al limite sud-ovest dell'alpe Scermendone e scendiamo verso destra, ad una fascia di prati con una baita semidiroccata. Scendiamo al limite inferiore del prato antistante, tagliandolo in diagonale verso destra, e troveremo un sentierino che scende, con qualche ripido tornante, al tratturo sopra citato, che scende diritto (ad eccezione di una doppia coppia di tornantini), in direzione sud-ovest ed all'ombra di una splendida pineta, uscendo alla parte alta dei prati dell’alpe Granda (m. 1680). In breve siamo al rifugio Alpe Granda. Dobbiamo ora trovare, con molta attenzione, il sentiero che scende alle baite della Taiada. Procediamo, dunque, così: dal rifugio scendiamo tagliando in diagonale l'alpe, lasciando a sinistra una baita solitaria che si trova più in basso, piegando leggermente a sinistra e seguendo il corridoio erboso che le passa vicino (procediamo nella direzione di un cartello che indica "Valbiore - Filorera", avvicinandoci gradualmente al limite del bosco). Raggiunto, dopo qualche decina di metri, il limite del bosco che si affaccia sulla Val Masino, cerchiamo, con attenzione, il segnavia rosso-bianco-rosso sul tronco di un larice, che segnala un sentierinino il quale scende, verso nord-ovest, fino alle panoramiche baite della. Una volta scovato, il sentiero non lo si perde più, ma va evitata ogni discesa a vista nel bosco. Usciamo dopo qualche tornante dal bosco alla parte alta dei prati della Taiada (m. 1492). Scesi alle baite, sul limite basso dei prati, ci portiamo a destra ed imbocchiamo l'evidente sentiero che taglia il versante boscoco e termina alla carozzabile che da Valbiore sale all'alpe sasso Bisolo. La seguiamo fino a tornare al rifugio Scotti.


Sasso Bisolo

Questo bell'anello escursionistico rappresenta un'interessantissima variante del precedente, con il quale condivide la prima parte. Anche in questo caso, infatti, si sale all'alpeggio di Scermendone basso o per la via delle Corticelle, a piedi, oppure salendo in automobile a Preda Rossa ed imboccando il sentiero del versante del Sasso Arso, come sopra descritto.
In un modo o nell'altro, dunque, abbiamo raggiunto Scermendone basso (m. 2032). Portiamoci, ora, sul limite meridionale dell’alpe, tagliandola nei pressi del piccolo sperone che la delimita ad ovest e lasciando alla nostra destra la sua baita. Troveremo una larga mulattiera che sale, con qualche tornante, verso l’alpe di Scermendone alto: possiamo affrontarla risalendo in sella, fino a raggiungere, a 2130 metri circa, il limite nord-orientale del lunghissimo dosso di Scermendone, in prossimità del bivacco Scermenone e della chiesetta di san Quirico (m. 2131).


La chiesetta di San Quirico

Sostando presso la chiesetta, cerchiamo di saperne di più ascoltando quanto scrive don Domenico Songini, nel bel volume “Storie di Traona – Terra Buona – II” (Sondrio, 2004): “Scermendone, toponimo inesplorato fino alle indagini di don Ezio Presazzi - prevosto di Baglio - che asserisce derivato dai primitivi pastori di Cermenate, che già nel 1308 caricavano l'alpe con l'impegno di consegnare il latte d'una giornata (una cagliata) alla parrocchia di san Fedele.
Scermendone rappresenta la tipica altura, a dossi e a pianori, a 2000 rn. sulla dorsale tra la Valtellina e la Valmasino, di proprietà della comunità di Buglio, che v'invia il bestiame per l'alpeggio estivo e che vi si dà convegno per una sagra popolare di gran prestigio: nel solito mese di luglio, dopo la metà, tempo delle feste dei nostri SS. Sette Fratelli.


Laghetto di Scermendone

Il Santo venerato lassù, alla stessa altitudine di Sant'Esfrà (m 2010) è San Ceres, ritenuto uno dei Sette Fratelli. Realmente l'Oratorio è dedicato a San Quirico, il figlioletto di Santa Giuditta, ambedue martiri del IV secolo. Questa attribuzione sembra poco convincente: il martirologio infatti assegnava la festa al 9 dicembre, tempo in cui il monte è quasi inaccessibile. Allora perché San Ceres ?
Qualcuno vede un'affinità linguistica con "Siro", il santo evangelizzatore di Pavia, vescovo del IV secolo: le chiese di Pavia possedevano vasti feudi in Valtellina; non manca anche qualche allusione al Saint Cyr di franca memoria. A confondere le acque, interviene anche la mitologia pagana, cui non sembra vero richiamarsi a Cerere, la dea-madre. Tutto lascia supporre trattarsi d'un Santo dei Pastori: San Siro si festeggia il 16 giugno, nel colmo della stagione degli alpeggi; San Ceres, la II domenica di luglio, nel momento della "pesa del latte". La tradizione locale indica nell'incavo di un roccione prospiciente il "Pian di Spin" la grotta del Santo Eremita. È uno dei Sette Fratelli? ...”


Laghetto di Scermendone

Il lungo alpeggio è di una solarità e panoramicità più unica che rara. Il colpo d’occhio sulla piana di Preda Rossa e sul monte Disgrazia, in particolare, è di incomparabile bellezza. La chiesetta, poi, è un piccolo ed antichissimo gioiello, non a caso posta qui, a testimonianza non solo dell’importanza primaria dell’alpe, ma anche della sua posizione strategica, come punto di passaggio dei pellegrini che, percorrendo poi proprio la val Terzana, valicando il passo di Scermendone e quello di Caldenno, scendevano in Valmalenco. Questa direttrice della traversata Val Masino-Valmalenco corre più a sud di quella del Sentiero Roma, che passa dal passo di Corna Rossa, e non sfigura nel confronto con quest’ultima; anzi, dal punto di vista strettamente panoramico si fa sicuramente preferire.
Alle spalle della chiesetta, la Val Terzana ci appare in tutta la sua apertura, fino al passo di Scermendone: uno spettacolo di grande suggestione.


Scendendo da San Quirico ad una grande vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, posta poco ad est del baitone, possiamo trovare, in una nicchia, una sorgente, con una scritta non facile da leggere. Si tratta della celebre “Acqua degli occhi”, una sorgente di acqua che la tradizione popolare vuole terapeutica per i malanni che toccano la vista. Per capire perché, dobbiamo però risalire al bivacco Scermendone, dove, sulla porta, è affisso un articolo di giornale nel quale si racconta la leggenda cui quest’acqua è legata. Vale la pena di raccontarla anche in questa sede, perché ci aiuta ad entrare meglio nello spirito dell’aspro scenario settentrionale della valle, con la sua sofferta compagine di rocce dalla tonalità rossastra.


Monte Disgrazia da Scermendone

È la celebre leggenda di Preda Rossa e dei Corni Bruciati. Un tempo questi non erano, come ora, desolate torri di roccia rossastra, ma bei pizzi alle cui falde si stendevano, nelle valli Preda Rossa e Terzana, splendide pinete e pascoli rigogliosi. Vi giunse, un giorno, un mendicante lacero ed affamato, che si rivolse, per essere ristorato, a due pastori, l’uno di animo buono, il secondo di animo gretto e malvagio. Quest’ultimo lo schernì e gli disse che poteva offrirgli solo gli avanzi del cane, mentre il primo ne ebbe pietà, lo rifocillò e gli cedette il giaciglio per la notte. Il mattino seguente il mendicante prese in disparte il pastore buono e gli ordinò di lasciare subito Preda Rossa per salire a Scermendone e tornare a Buglio, senza mai voltarsi, qualunque cosa avesse sentito alle sue spalle. Il pastore vide il suo aspetto trasfigurarsi, divenendo luminoso e maestoso, e capì che si trattava del Signore, per cui obbedì senza indugio.


Monte Disgrazia

Lasciata Preda Rossa, cominciò a sentire alle proprie spalle un gran fragore, grida, rumore di piante e massi che rovinavano a valle, ma proseguì il cammino, ricordandosi dell’ingiunzione del Signore. Quando, però, ebbe raggiunto il crinale di Scermendone alto, e si accingeva a scendere verso Buglio, non resistette, volse lo sguardo. Fece appena in tempo a vedere uno spettacolo apocalittico, un rogo immane che divorava i boschi, ma, ancora di più, la stessa montagna, che si sgretolava e perdeva enormi massi, i quali precipitavano, incandescenti, a valle. Vide solo per un istante, perché fu subito accecato da due scintille, che lo avevano seguito. Pregò, allora, il Signore che lo perdonasse per la disobbedienza, e questi lo esaudì, chiedendogli di battere il piede contro il terreno e di bagnare gli occhi all’acqua della sorgente che sarebbe da lì scaturita. Fece così, e riebbe la vista, tornando a Buglio a raccontare i fatti tremendi di cui era stato testimone.
Da allora il fianco di sud-est della Valle di Preda Rossa e quello settentrionale della Val Terzana restano come desolato monito che ricorda agli uomini l’inesorabilità della punizione divina per la loro malvagità. Anche i nomi parlano di una remota e terribile vicenda che ha segnato quest’angolo di Val Masino: il Monte Disgrazia, prima, si chiamava Pizzo Bello, denominazione, poi, trasferita alla meno maestosa cima che, con i suoi 2743 metri, presidia l’angolo di sud-est della Val Terzana.

 

Se saliremo all’alpe la terza domenica di luglio, la troveremo in parte occupata da escursionisti che si ritrovano per bivaccare e celebrare la festa di san Quirico. Percorriamo ora, verso sud-ovest, seguendo le tracce di sentiero, l’alpe. Ignoriamo un largo tratturo che se ne stacca sulla sinistra e scende all'alpe Granda tagliando il versante valtellinese (lo ritroveremo più in basso), passiamo a sinistra di un poggio ed accanto ad una pozza nella quale monte Disgrazia e Corni Bruciati si specchiano in modo incantevole. Al termine della lunga traversata, ci troveremo al suo limite di sud-ovest, in corrispondenza della Casera di quota 2103.
Proseguiamo diritti, in direzione del poggio che chiude a sud-est i prati. Giunti nei suoi pressi, saliamo leggermente e, quasi a ridosso del poggio, prendiamo a sinistra, aggirandolo sul fianco grazie ad un sentierino dalla traccia debole. Dopo poche decine di metri, appena possibile, volgiamo a destra e risaliamo il ripido fianco del versante alla nostra destra. La salita è molto breve e ci porta sul crinale. Prendendo a destra, siamo quasi subito alla cima quotata 2127 metri, il monte Scermendone. Il panorama è amplissimo e davvero suggestivo. In particolare, dominiamo la Valle di Sasso Bisolo e la Valle di Preda Rossa, e l'intera catena orobica. La costiera Remoluzza-Arcanzo, però, ci cihude buona parte della visuale sul gruppo del Masino.


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Ora torniamo indietro, al limite sud-occidentale dell'alpe Scermendone, e scendiamo verso destra, ad una fascia di prati con una baita semidiroccata. Scendiamo al limite inferiore del prato antistante, tagliandolo in diagonale verso destra, e troveremo un sentierino che scende, con qualche ripido tornante, al tratturo sopra citato, che scende diritto (ad eccezione di una doppia coppia di tornantini), in direzione sud-ovest ed all'ombra di una splendida pineta, uscendo alla parte alta dei prati dell’alpe Granda (m. 1680).
Vediamo subito, più in basso, leggermente a sinistra, il rifugio Alpe Granda, che, costruito interamente in legno, si intona perfettamente all'atmosfera splendida di questo terrazzo panoramico. Anche quest’alpe può essere percorsa interamente, fino al limite opposto, quello sud-occidentale.


Clicca qui per aprire una panoramica dell'alpe Granda

Dobbiamo ora trovare, con molta attenzione, il sentiero che scende alle baite della Taiada. Procediamo, dunque, così: dal rifugio scendiamo tagliando in diagonale l'alpe, lasciando a sinistra una baita solitaria che si trova più in basso, piegando leggermente a sinistra e seguendo il corridoio erboso che le passa vicino (procediamo nella direzione di un cartello che indica "Valbiore - Filorera", avvicinandoci gradualmente al limite del bosco). Raggiunto, dopo qualche decina di metri, il limite del bosco che si affaccia sulla Val Masino, cerchiamo, con attenzione, il segnavia rosso-bianco-rosso sul tronco di un larice, che segnala un sentierinino il quale scende, verso nord-ovest, fino alle panoramiche baite della Taiada ("taièda", m. 1492). Una volta scovato, il sentiero non lo si perde più, ma va evitata ogni discesa a vista nel bosco: nei boschi della Val Masino i “fuori pista” possono portare all’esperienza estremamente spiacevole di chi si trova “incrapelato”, cioè intrappolato in mezzo a rocce (crap) fra le quali non si sa più districare.


Baite Taiada

Dal ripido prato che sovrasta le baite scendiamo all’ultima baita di destra: nei suoi pressi troveremo un sentiero che, sempre verso destra (nord-est) si inoltra nel bosco e comincia una lunga traversata che, tagliando una buona parte del fianco montuoso, ci riconduce alla pista che da Valbiore (valbiórch) sale verso Sasso Bisolo (l'alp). Da qui si risale al rifugio Scotti seguendo il sentiero sopra descritto.

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PRADA E PIZZO MERCANTELLI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Scotti-Prada-Acquafredda-Crinale di Scermendone-Monte Scermendone-Pizzo Mercantelli
2 h e 30 min.
690
EE


Sasso Bisolo

Gli escursionisti esperti potranno guardare con interesse a questa possibilità di trekking che si muove su terreni ormai battuti quasi solo da cacciatori. Proprio di fronte al rifugio Scotti si può osservare l'ombroso e ripido versante che scende sul fondo della Valle di Sasso Bisolo dal'alpeggio di Scermendone. Su questo versante si trovano due alpeggi malinconici e deserti. Un sentiero li raggiunge. Proviamo a salirvi.
Dal rifugio prendiamo a destra, sulla strada asfaltata, fino all'inizio della piana; qui scendiamo, verso sinistra, in di un ponticello sul torrente di Preda Rossa, che ci porta al limite dell'ombroso fianco di sud-est della valle. Qui troviamo una baita, alla cui destra parte il ben visibile sentiero che sale in un bel bosco di abeti, in direzione sud-ovest, fino al prato di Prada ("prèda", m. 1710), suggestivo e solitario terrazzo panoramico sulla selvaggia costiera Cavislone-Lobbia, che separa la Val Masino dalle valli della Merdarola e di Spluga. Alla nostra destra, appare un breve scorcio della più estesa alpe Granda, posta più o meno alla stessa quota.


Sentiero per Prada

Raggiungiamo, ora, la sommità del prato, dominato da una surreale solitudine (solo i resti di un calec' testimoniamo di una vita consegnata da un lontano passato): superata una fascia boscosa, troviamo un secondo prato, quello dell’Acquafredda.
Possiamo concludere qui l'escursione. Ma se sappiamo muoverci su terreni fuori sentiero, possiamo dal suo limite superiore di sinistra iniziare una salita a vista: raggiunta, infatti, una piccola pianetta superiore (sopra il limite superiore sinistro del prato), dobbiamo cercare la via meno impervia per guadagnare il crinale dell’alpe Scermendone (presso il suo limite sud-occidentale), rimanendo leggermente a sinistra del ripido crinale che scende all’Acquafredda. L'ultimo tratto della salita è il più ripido e sfrutta un piccolo canalino, che conduce al crinale, a sinistra della cima quotata 2127 metri (monte Scermendone): dobbiamo prestare, quindi, un po' di attenzione, ed evitare di effettuare questa escursione in presenza di ghiaccio, neve e terreno bagnato.
Ora procediamo così. Pieghiamo per un breve tratto a sinistra (cioè verso l'alpe, nord-est) ed affacciamoci sul versante che guarda alla media Valtellina. Cerchiamo, a destra, il sentiero (marcato, ma non segnalato da segnavia) che, rimanendo leggermente più basso rispetto alla linea del crinale, procede verso destra (sud-ovest) e si addentra, quasi pianeggiante, nella fascia boscosa che guarda al versante valtellinese.


Sentiero per Prada

Raggiungiamo, così, in breve una prima radura: qui, con breve fuori-programma, possiamo lasciare il sentiero per attaccare il ripido versante erboso che sta alla nostra destra, raggiungendo, in breve, il crinale in corrispondenza della cima di quota 2127 metri (chiamata anche monte Scermendone): si tratta di un punto di osservazione di eccezionale valore panoramico. Verso ovest e nord-ovest, possiamo distinguere, da sinistra, il corno di Colino e la cima del Desenigo, in valle di Spluga, la severa ed impressionante costiera Cavislone-Lobbia, che incombe sopra Cataeggio, le cime della Merdarola (sciöme da merdaröla), testata della valle omonima, il monte Spluga, il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge ed i pizzi dell'Oro, testata delle valli Ligoncio e dell'Oro, la costiera del Barbacan, le cime d'Averta ed i pizzi Badile, Cangelo e Gemelli, nella testata della val Porcellizzo. Verso est e nord-est possiamo, invece, ammirare, da destra, le valli Terzana e di Preda Rossa, il pizzo Bello, il passo di Scermendone, i Corni Bruciati, il monte Disgrazia e le cime della costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la valle di Preda Rossa dalla Val di Mello. Per non parlare dell'eccellente panorama orobico verso sud. Insomma, uno scenario che non dobbiamo esitare a definire superbo.


Scermendone

Scendiamo, quindi, di nuovo al sentiero e seguiamolo verso destra; questo prosegue, appena sotto il crinale, in direzione sud-ovest. Scendiamo, leggermente, perché il pizzo si trova ad una quota più bassa rispetto al limite dell'alpe Scermendone. Ad un certo punto vediamo, alla nostra destra, pochi metri più in alto, un curioso spuntone di roccia, dalla forma di fiamma. Subito dopo il sentiero, piegando leggermente a destra, ci conduce ad una porta erbosa che si apre fra le roccette del crinale. Guardando sul versante opposto, quello di Val Masino, abbiamo l'impressione che si debba proseguire appoggiandosi ad esso, perché scorgiamo una debole traccia di sentiero che corre poco più in basso, parallela al crinale. Invece dobbiamo rimanere sul crinale e, sormontato un masso con un breve ed elementare passo di arrampicata, portarci ad una curiosissima conca scavata proprio nel mezzo del crinale. Pochi metri più avanti giungiamo ad una splendida piazzola erbosa, che ci invita irresistibilmente ad una sosta.


Clicca qui per aprire una panoramica a 360 gradi dalla cima quotata 2127 metri (monte Scermendone)

Procediamo ancora per un breve tratto, fino ad un roccione che ci sbarra la strada; qui dobbiamo scendere sulla sinistra, appoggiandoci di nuovo al versante valtellinese e seguendo una debole traccia che corre su una lingua d'erba e passa appena sotto una parete di roccia che scende dal crinale, aggirandola ai piedi. La traccia si fa, quindi, più marcata, sale per un tratto e di nuovo scende, attraversando poi in piano (e qui si fa di nuovo debole) la parte alta di un ripido versante erboso. Giungiamo, così, in vista del cocuzzolo sul quale è posta la bandierina tricolore metallica che sormonta il pizzo Mercantelli. La traccia scende, ora, alla parte alta di un ripido canalone erboso, per poi risalire ad una selletta posta appena sotto la cima, che raggiungiamo, infine, senza difficoltà.
Il panorama che si apre è simile a quello della cima quotata 2127 metri. Sotto di noi, verso sud-ovest, il crinale scende ripido per un tratto, passando per la cima di roccette denominata "sas dal camosc", appena più bassa, che costituisce il punto di incontro dei confini dei comuni di Val Masino, Ardenno e Buglio. Poi si fa boscoso e si addolcisce, allargandosi infine ai prati dell'alpe Granda. L'intero crinale percorso, così come l'alpe Scermendone, rientrano nel comune di Buglio in Monte. Così come rientra nel territorio di Buglio l'ampio solco della Val Primaverta, che si può osservare bene dalla cima guardando verso sud (a sinistra dell'alpe Granda). Uno sguardo, ora, alle cime osservabili dal pizzo.
Guardando ad ovest, distinguiamo la cima del Desenigo (m. 2845), alla cui destra si aprono i passi gemelli di Primalpia (pàs de primalpia, m. 2477) e della bocchetta di Spluga o di Talamucca (bochèta de la möca, m. 2532), che congiungono l’alta Valle di Spluga alla Valle dei Ratti. Procedendo verso destra, notiamo, alle spalle della massiccia e severa costiera Cavislone-Lobbia, l’affilata cima del monte Spluga o Cima del Calvo (m. 2967), posto all’incontro di Valle di Spluga, Val Ligoncio e Valle dei Ratti. I più modesti pizzi Ratti (m. 2919) e della Vedretta (m. 2909) preparano l’arrotondata cima del pizzo Ligoncio (Ligunc’, m. 3038), che si innalza sopra una larga base di granito, nel catino glaciale che si apre sopra i Bagni di Masino (Val Ligoncio e Valle dell’Oro). Alla sua destra, la punta della Sfinge (m. 2802) precede la larga depressione sul cui è posto il passo Ligoncio (m. 2575), fra la valle omonima e la Valle d’Arnasca (Val Codera). A nord del passo si distinguono i modesti pizzi dell’Oro (meridionale, m. 2695, centrale, m. 2703 e settentrionale, m. 2576), seguiti dall’affilata punta Milano (m. 2610), che precede di poco la costiera del Barbacan, fra Valle dell’Oro e Val Porcellizzo, la quale culmina nella cima del Barbacan (m. 2738).
Proseguendo verso nord, la testata della Val Porcellizzo propone le poco pronunciate cime d’Averta (meridionale, m. 2733, centrale, m. 2861 e settentrionale, m. 2947), alla cui destra si eleva il più massiccio pizzo Porcellizzo (il pèz, m. 3075), nascosto, però, dietro la cima del Cavalcorto, sulla costiera del Cavalcorto(sciöma da cavalcürt, m. 2763). Si intravedono, poi, le più celebri cime della Val Porcellizzo: il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195), ed il secondo signore della valle, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367).
Le rimanenti cime del gruppo del Masino sono nascoste dalla lunga costiera Remoluzza-Arcanzo, che separa la Val di Mello dalla valle di Sasso Bisolo-Preda Rossa, e che presenta, da sinistra (limite di sud-ovest) il massiccio monte Piezza (sciöma da pièsa, m. 2287), la cima d’Arcanzo (m. sciöma dè narchènz, m. 2715), cima degli Alli (sciöma dei äl, m. 2758), il pizzo Vicima (sciöma da veciöma, m. 2687), il pizzo dell’Averta (sciöma da vertàla, m. 2853), dietro cui restano nascosti il pizzo della Remoluzza (sciöma da remolöza, m. 2814) e la bocchetta Roma (m. 2898), che congiunge l’alta Val Cameraccio all’alta Valle di Preda Rossa. Segue, in questa carrellata in senso orario, il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678), che chiude la Valle di Preda Rossa. Le due cime, pur così vicine, sono geologicamente separate, in quanto appartengono a mondi diversi: dal grigio granito del monte Pioda si passa al rosseggiante serpentino del monte Disgrazia. A destra di questa cime si distinguono i due maggiori Corni Bruciati (punta settentrionale, m. 3097, e punta centrale, m. 3114). Alla loro destra si apre la Val Terzana (chiamata anche Valle di Scermendone: così, per esempio, nella carta della Val Masino curata dal conte Lurani, nel 1881-1882, che confluisce, da nord-est, nella Valle di Sasso Bisòlo, la più orientale delle valli che costituiscono la Val Masino), sul cui fondo si individua il passo di Scermendone (m. 2593) e, alla sua destra, il pizzo Bello (m. 2743).
Ad est, sud e sud-ovest si mostra nella sua interezza la catena orobico, sulla quale l'occhio esperto può distinguere le più importanti cime: la chiude, a sud-ovest, l'inconfondibile corno del monte Legnone. Un panorama che ripaga certamente le due ore circa (o poco più) necessarie per raggiungere il pizzo da Sasso Bisolo (il dislivello approssimativo è di 640 metri).


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