Campomoro (rifugio Zoia)-Rifugio Cristina


L'alpe Prabello

L'alpe Prabello è senza dubbio uno dei più bucolici angoli della Valmalenco. Prabello, cioè prato bello, parrebbe suggerire una facile etimologia: se così è, mai etimo fu più azzeccato. Modellata dall’antico ghiacciato Bernina-Scalino e separata da quello più ampio di Campagneda dallo sperone roccioso del “déent”, l'alpe è chiamata, localmente, “prabèl” ed è costituito da un gruppo di baite, la cùurt, dal rifugio Cristina e da una chiesetta. Il rifugio Cristina, chiamato “la cristìna”, venne costruito nel 1922, a quota 2287 metri, nella splendida cornice del pizzo Scalino, da Ersilio Bricalli, di Caspoggio, e fu intitolato alla moglie. La chiesetta (gésa de prabèl) fu costruita prima, nel 1919, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, dal parroco di Caspoggio, don Giovanni Gatti, e dedicata a Maria SS Regina della Pace, per celebrare, appunto, la pace riconquistata dopo il sanguinoso conflitto. Si trova in posizione leggermente elevata, ad ovest del gruppo di baite, con materiale trasportato interamente a spalla da Caspoggio (che dista da qui circa 15 km), con un dislivello di quasi 1200 metri!


Pizzo Scalino ed alpe Prabello

Un pannello nei pressi del rifugio permette di riconoscere la straordinaria carrellata di cime che dal terrazzo panoramico dell'alpeggio si possono ammirare. In particolare, partendo da sinistra e procedendo in senso orario, possiamo, così, distinguere Monte Canale (m. 2522), Colma d'Arcoglio (m. 2313), Monte Arcoglio (m. 2459), Sasso Bianco (m. 2490), Colma di Zana (m. 2417), Corni Bruciati (m. 3114), Pizzo Cassandra (m. 3226), Monte Disgrazia (m. 3678), Pizzo Rachele (m. 2998), Punta Kennedy (m. 3283), Canalone della Vergine, Pizzo Ventina (m. 3261), Monte Braccia (m. 2909), Monte Sissone (m. 3330), Cima Sondrio, Cima di Rosso (m. 3366), Cima di Val Seda (m. 3301), Monte Albigna, Monte del Forno (m. 3214), Passo del Muretto (m. 2562), Punta Fora (m. 3363), Sasso Nero (m. 2919), Sassa d'Entova (m. 3329), Pizzo Malenco (m. 3438), ex rifugio Entova Scerscen, Pizzo Glouschaint (m. 3594), Cima Sondrio (m. 3542), Monte delle Forbici (m. 2910), Sella occidentale (m. 3584) e Sella orientale (m. 3564), Pizzi Gemelli occidentale (m. 3500) ed orientale (m. 3501), Pizzo Sella (m. 3511), Cime di Musella (m. 3094, 3088, 3079), Pizzo Roseg (m. 3936), Sasso Moro (m. 3108), Cresta Guzza (m. 3869), Piz Argent (m. 3945), Piz Zupò (m. 3996), Cime di Bellavista (m. 3890), Ghiacciaio Fellaria inferiore e superiore, Biv. Amedeo Pansera al Sasso Rosso (m. 3546), Piz Palù (m. 3905), Piz Varuna (m. 3453) e Monte Spondascia (m. 2867).


Pizzo Scalino

Vero nume tutelare di questi luoghi è però il pizzo Scalino, un po' enfaticamente definito "il Cervino della Valmalenco". Non sarà paragonabile per imponenza ed altezza alla celebre vetta alpina, ma senza dubbio ha un fascino magico cui difficilmente ci si sottrae. Ermanno Sagliani (da "Tutto Valmalenco", Edizioni Press, Milano) racconta una leggenda che comprova questo fascino: "A Caspoggio lo sanno bene che il Pizzo Scalino non è una montagna; lo sanno da sempre e sanno pure qual è il momento esatto in cui si manifesta nella sua vera essenza. Alla mezzanotte, allorché il plenilunio imbianca lo spettrale ghiacciaio, una campana nascosta sulla vetta suona i pesanti rintocchi: in quel momento la montagna diviene un grande castello che sulla cima del suo torrione inalbera una croce sfolgorante nella notte. Esso si illumina e si anima mentre sul ghiacciaio passano saettanti cavalli montati da fantastici cavalieri, i cui neri mantelli svolazzano attorno alle spettrali figure. Soltanto quando la luna arriva a toccare il profilo del castello tutto ritorna lentamente nell'ombra e nel silenzio. Ma gli abitanti di Caspoggio e soprattutto i mandriani di Prabello o di Campagneda hanno visto ben di peggio. Nelle terribili notti in cui infuria la tempesta i cavalieri morti corrono sui loro scheletrici cavalli in corsa pazza sulle creste spazzate dal vento, urlando spaventosamente, scontrandosi tra loro in furibonde battaglie, illuminate dal bagliore dei fulmini. Meglio è allora chiudere bene le porte della baita e ritirarsi al letto pregando fervidamente Iddio."
Il rifugio Cristina può essere meta di una semplice camminata o di una più impegnativa escursione, a seconda del punto di partenza scelto.


Rifugio Cristina

L'accesso più facile è dalla diga di Campomoro.

DIGA DI CAMPOMORO-RIF. CRISTINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Campomoro-Rifugio Zoia-Alpe Campagneda-Rif. Cristina all'alpe Prabello
1 h e 30 min
280
T
SINTESI. Saliamo da Sondrio in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue terminando a Campomoro (m. 1990), presso l'omonima diga artificiale. Parcheggiamo all'ampio spiazzo e saliamo al vicino rifugio Zoia, proseguendo sulla mulattiera che traversa all'alpe Campagneda. Dopo diversi tornanti in salita verso sud-est, passiamo accanto alla Falesia dello Zoia (m. 2100). Poco oltre, incontriamo, alla nostra sinistra, un roccione levigato, di modesta pendenza, sul cui limite inferiore è posto un cartello con scritto “Monte Spondascia 2867 m.” Ignoriamo la deviazione e proseguiamo sulla mulattiera, fino ad una valletta, nella quale il sentiero procede a lato di un torrentello (alla nostra sinistra), fino a raggiungere una sterrata, che piega a sinistra e lo scavalca con un ponticello. Siamo all'alpe Campagneda e riconosciamo il singolare profilo del rifugio Ca Runcasch (m. 2166). La sterrata si biforca e prendiamo a destra, procedendo in direzione dell'agriturismo "Il Cornetto", ma quasi subito ci stacchiamo dalla sterrata per prendere un sentiero alla nostra sinistra e superare, su ponticelli in legno, due corsi d'acqua. Procediamo, ora, in direzione sud-ovest e riprendiamo a salire, fra rocce levigate, radi larici e rododendri. Raggiunta una piana, attraversiamo il torrentello che la percorre (ponticello in legno) e volgiamo leggermente a sinistra (direzione sud), fino ad intercettare un sentiero che sale dalla nostra destra. Lo seguiamo e, superato l'ennesimo corso d'acqua su un ponticello, saliamo, infine, ad intercettare una pista sterrata che sale dalla nostra sinistra. Seguendo la sterrata siamo, infine, all'alpe Prabello ed al rifugio Cristina (m. 2287).

Imbocchiamo, dunque, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (sgésa, 15,5 km da Sondrio); ad una rotonda prendiamo, poi, a destra ed attraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia (localmente solo “franscia”), a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita all’inizio della sterrata che percorre il lato orientale dell’invaso di Campomoro.


Rifugio Zoia

Qui lasciamo l’automobile (1990 metri circa) e cominciamo a salire, in corrispondenza del bar-ristoro Poschiavina, sul sentiero per il rifugio Zoia (indicazioni per il rifugio Zoia e per il rifugio Cristina all'alpe Campagneda), collocato poco più in alto rispetto al piano della strada. Dopo un paio di tornanti, siamo al rifugio, che ha una storia interessante. Venne, infatti, inaugurato l'8 dicembre del 1929 dalla sezione CAI di Milano. Era stato voluto dal prof. Luigi Zoia e dalla madre, per commemorare i fratelli Alfonso e Raffaello Zoia tragicamente periti nel 1896, sulle rocce del Gridone. Danneggiato durante la II Guerra Mondiale, venne ristrutturato dalla sottosezione Tecnomasio.
Lasciamo, dunque, il rifugio alla nostra destra e proseguiamo sulla larga mulattiera, che conduce all’alpe Campagneda, puntando ad un gruppo di roccioni che costituiscono la propaggine sud-occidentale del monte Spondascia. Dopo un tratto diritto, cominciamo a salire con diversi tornanti, fra radi larici che incorniciano, verso sud-ovest, la solitaria e regale cima del monte Disgrazia, che si eleva alle spalle del monte Motta (“sas òlt”, riconoscibile per l’edificio costruito alla sommità degli impianti di risalita di Chiesa) e, a sud-est, l’altrettanto solitaria e regolare piramide del pizzo Scalino, vero nume tutelare di questi luoghi, che, visto da qui, sembra giustificare la leggenda che lo vuole monte magico, abitato da spiriti che presiedono al regolare scorrere del tempo e da cavalieri che ingaggiano, nelle notti di luna piena, spettrali duelli.


Pizzo Scalino

Oltrepassato un primo roccione verticale, raggiungiamo, dopo una breve discesa e risalita, un secondo e più impressionante roccione, a quota 2100 metri. Una targa dice che si tratta della “Falesia dello Zoia. Un dono dell’amico Vigne”, con riferimento allo scalatore che ha attrezzato diverse vie di salita (che, viste dal basso, paiono praticabili solo ad esseri umani mutanti, con palmi della mano, naso e ginocchia a ventosa). Questa parete non è, peraltro, anonima: è nota localmente come “sas negru”, per le cupe venature che la percorrono.


Pizzo Scalino

Poco oltre, incontriamo, alla nostra sinistra, un roccione levigato, di modesta pendenza, sul cui limite inferiore è posto un cartello con scritto “Monte Spondascia 2867 m.” Ignorata la deviazione a sinistra per questa cima, proseguiamo fino ad una valletta, nella quale il sentiero procede a lato di un torrentello (alla nostra sinistra), fino a raggiungere una sterrata, che piega a sinistra e lo scavalca con un ponticello. Siamo all'alpe Campagneda e riconosciamo il singolare profilo del rifugio Ca Runcasch (m. 2166). La sterrata si biforca ed un cartello segnala, nella direzione di destra, l'alpe Prabello ed il rifugio Cristina, dati a mezzora (sentiero 346/1).

Procediamo, dunque, verso destra, in direzione dell'agriturismo "Il Cornetto", ma quasi subito ci stacchiamo dalla sterrata per prendere un sentiero alla nostra sinistra e superare, su ponticelli in legno, due corsi d'acqua. Procediamo, ora, in direzione sud-ovest e riprendiamo a salire, fra rocce levigate, radi larici e rododendri. Raggiunta una piana, attraversiamo il torrentello che la percorre (ponticello in legno) e volgiamo leggermente a sinistra (direzione sud), fino ad intercettare un sentiero che sale dalla nostra destra (si tratta del sentiero che si stacca dalla sterrata che dalla strada Franscia-Campomoro sale all'alpe Campagneda; cfr. secondo itinerario di accesso al rifugio).
Un cartello ci conferma che procedendo diritti arriviamo in una ventina di minuti all'alpe Prabello. Superato l'ennesimo corso d'acqua su un ponticello, saliamo, infine, ad intercettare una pista sterrata che sale dalla nostra sinistra (si tratta della pista che congiunge l'alpe Campagneda con l'alpe Prabello, e che avremmo potuto percorrere interamente, con più largo giro, prendendo a sinistra al bivio che abbiamo trovato all'ingresso dell'alpe Campagneda). Seguendo la sterrata siamo, infine, alla splendida piana dell'alpe ed al rifugio Cristina, dopo un'ora e mezza circa di cammino (il dislivello approssimativo è di 280 metri).


Alpe Prabello

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Una seconda possibilità di accesso, quella in realtà praticata dalla maggior parte degli escursionisti, sfrutta la già segnalata mulattiera che si stacca dalla sterrata per l'alpe Campagneda (che a sua volta si stacca dalla strada Campo Franscia-Campomoro).

PARCHEGGIO DI QUOTA 1960-RIF. CRISTINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada Franscia-Campomoro (parcheggio di quota 1960 m.)-Rif. Cristina all'alpe Prabello
1 h
270
T
SINTESI. Saliamo da Sondrio in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue verso Campomoro. Superata la località Largone (segnalata), affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx e procediamo per un lungo tratto senza incontrare altri tornanti. Dopo due gallerie, troviamo, alla nostra sinistra, un ampio spiazzo, dove parcheggiamo l'automobile (m. 1960). Sul lato opposto della strada parte la carozzabile (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che porta all'alpe Campagneda. Ci incamminiamo sulla carozzabile, salendo ad intercettare una pista sterrata che sale dalla nostra sinistra (si tratta della pista che congiunge l'alpe Campagneda con l'alpe Prabello). Seguendola, siamo, infine, alla splendida piana dell'alpe Prabello ed al rifugio Cristina (m. 2287).

Salendo sulla strada Franscia-Campomoro, dopo diversi tornanti, raggiungiamo la località Largone (segnalata), oltrepassata la quale affrontiamo una sequenza di tornanti dx-sx e procediamo per un lungo tratto senza incontrare altri tornanti. Dopo due gallerie, troviamo, alla nostra sinistra, un ampio spiazzo, dove parcheggiamo l'automobile (m. 1960). Sul lato opposto della strada parte la carozzabile (chiusa al traffico dei veicoli non autorizzati) che porta all'alpe Campagneda, salendo lungo il fianco meridionale dell'omonima valle, in direzione est. La prima parte della salita segue questa pista, che, dopo il primo tratto asfaltato, alterna tratti in cemento ad altri con fondo sterrato. Superato un ramo del torrente Campagneda, la pista propone una sequenza di tornanti dx-sx-dx. Oltrepassata una croce in legno con due bracci, arriviamo al punto nel quale dobbiamo lasciare la pista per imboccare la mulattiera che sale all'alpe. Alcuni cartelli segnalano che proseguendo diritti (sentiero 347/1) si raggiungono l'Alpe Campagneda in 20 minuti, il rifugio Cà Runcasch in 25 minuti ed il passo di Campagneda in 2 ore; imboccando la mulattiera sulla destra, invece, (sentiero 347), si sale all'alpe Prabello ed al rifugio Cristina in 30 minuti, al passo degli Ometti in 2 ore e 10 minuti. E' questa, dunque, la direzione da assumere. procediamo salendo verso est, poi pieghiamo a destra (sud) ed attraversiamo un torrentello. Dopo un paio di svolte, a destra ed a sinistra, saliamo in direzione sud-est, fino ad intercettare la mulattiera che sale da sinistra dall'alpe Campagneda (dfr. primo itinerario). Un cartello indica che procedendo verso destra arriviamo in una ventina di minuti all'alpe Prabello. Superato un secondo corso d'acqua su un ponticello, saliamo, infine, ad intercettare una pista sterrata che sale dalla nostra sinistra (si tratta della pista che congiunge l'alpe Campagneda con l'alpe Prabello. Seguendola, siamo, infine, alla splendida piana dell'alpe, dopo un'ora di cammino (il dislivello approssimativo è di 270 metri).

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Una terza possibilità, che a sua volta si articola in differenti anelli escusionistici di grande interesse, anche perché tocca il laghetto di Mufulè, perla poco conosciuta della Valmalenco, parte dalla località Largone.

LARGONE-LAGO DI MUFULE'-RIF. CRISTINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Strada Franscia-Campomoro (parcheggio al Largone)-Alpe Largone inferiore-Alpe Largone superiore-Lago di Mufulè-Rif. Cristina all'alpe Prabello
2 h
520
E
SINTESI. Saliamo da Sondrio in Valmalenco, a Lanzada, e proseguiamo sulla carozzabile che raggiunge Campo Franscia e prosegue verso Campomoro. Raggiunta la località Largone (segnalata), parcheggiamo (m. 1765) e ci incamminiamo su una pista sul lato a monte della carozzabile. La pista, dopo pochi tornanti, porta all’alpe Largone inferiore (m. 1822). Proseguiamo ancora per un tratto sulla pista, finché questa termina e lascia il posto ad una larga mulattiera (segnavia). Saliamo verso sud-est e, dopo alcune radure, siamo al limite dell’ampio alpeggio dio Largone superiore (m. 2064). Lasciamo ora il sentiero segnalato che sale all'alpe Acquanera e prendiamo a sinistra, puntando all’ultima baita dell’alpe, semidiroccata, quasi sulla soglia del bosco di larici. All’ingresso del bosco troviamo, su un masso, un bollo rosso, che segnala un sentierino incerto. Seguendolo, ci addentriamo nella macchia. Dopo una breve salita, scendiamo ad un’ampia radura, nel mezzo della quale scorre un piccolo corso d’acqua. Qui la traccia sembra perdersi, ma, se guardiamo bene, notiamo che taglia il prato, dirigendosi, diritta, sul lato opposto rispetto a quello dal quale siamo giunti. Quindi, lasciando alla nostra destra il corso d’acqua, attraversiamo diritti la radura, trovando, su un masso al limite del bosco, un nuovo bollo rosso. Riecco, infatti, il sentiero, che sale leggermente, attraversando anche, con tratto elegantemente selciato, un modesto corpo franoso (tutt’intorno vediamo i segni di una paleofrana). In breve, siamo ad una nuova e più ampia radura; percorso il primo tratto, ecco, alla nostra sinistra, finalmente, il laghetto di Mufulè (m. 2067). Non seguiamo i bolli rossi, ma ci dirigiamo verso destra, passando accanto alla riva meridionale del laghetto e procedendo diritti fino al limite del bosco, a destra di un grande roccione. Ci infiliamo nel bosco seguendo l’intuitivo corridoio e, prendendo leggermente a sinistra, troviamo un sentiero (non segnalato, ma abbastanza marcato) che sale in una valletta, restando a sinistra di un corso d’acqua. Dopo una breve salita, approdiamo ad un’ampia radura. Qui lasciamo il sentiero per prendere a destra e seguire un corridoio discretamente marcato che sale nel bosco. Non c’è sentiero, ma la salita è abbastanza semplice. In breve siamo ad una duplice fune, oltrepassata la quale pieghiamo a sinistra. Dopo un brevissimo tratto di salita, pieghiamo di nuovo a destra, usciamo all’aperto e percorriamo una sorta di largo e facile scivolo, fra magri pascoli e modeste roccette. Riecco il sentiero, che ci porta, in pochi minuti, ad intercettare il più marcato sentiero che congiunge l’alpe Acquanera (alla nostra destra) all’alpe Prabello (a sinistra). Siamo, ora, su un tratto dell’ottava tappa dell’Alta Via della Valmalenco: prendendo a sinistra e seguend i con attenzione i segnavia (triangoli gialli e segnavia bianco-rossi), ci districhiamo nel labirinto dei tondeggianti roccioni e raggiungiamo la portina che si affaccia sulla splendida spianata dell’alpe Prabello con il rifugio Cristina (m. 2287).

Raggiungiamo dunque Sondrio e saliamo in Valmalenco, portandoci sul lato destro (per noi) della valle all'altezza di Torre di S. Maria. A dieci chilometri da Sondrio raggiungiamo il bivio Chiesa Valmalenco (sinistra) - Lanzada (destra). Prendiamo a destra e, attraversata Lanzada, cominciamo a risalire la val Lanterna, su una strada in molti punti scavata nella roccia, che, dopo circa 5 chilometri e qualche tornante, conduce alla località di Campo Franscia. Da qui parte una strada dell'ENEL (aperta al traffico e interamente asfaltata) procedendo per pochi chilometri, fino a trovare, ad un tornante sinistrorso, un cartello, sul lato destro della strada, che indica “Largone (Comune di Lanzada)”. A destra della strada parte una carrareccia, chiusa al traffico dei mezzi non autorizzati. All’inizio della strada si trova un parcheggio al quale possiamo lasciare l’automobile, per iniziare la salita da una quota di circa 1765 metri.
Alle nostre spalle, dietro Sasso Nero, monte delle Forbici e cime di Musella, occhieggiano brevi sezioni della testata della Valmalenco. Alla loro destra, il poderoso massiccio che culmina nell’arrotondata ed esile cima del Sasso Moro. Davanti a noi, presenza che non ci lascerà per l’intera escursione, il pizzo Scalino, che, pur non essendo la più alta cima della Valmalenco (m. 3323), ne è, per visibilità e profilo, uno dei simboli più noti. La pista, dopo pochi tornanti, porta all’alpe Largone inferiore (largùn, m. 1822), di proprietà della Quadra di San Giovanni Battista di Montagna in Valtellina. Un cartello, che segnala il sentiero con numerazione 350, indica la direzione nella quale prosegue la salita, e dà l’alpe Largone superiore a 40 minuti, l’alpe Acquanera ad un’ora e l’alpe Prabello ad un’ora e 40 minuti. Proseguiamo, dunque, ancora per un tratto sulla pista, finché questa termina e lascia il posto ad una larga mulattiera (qualche segnavia bianco-rosso e rosso-bianco-rosso ci rende ancora più sicuri). Alle nostre spalle domina il massiccio del Sasso Moro, contornato a sinistra dalle cime di Musella ed a destra dal pizzo Palù, che sormonta la vedretta di Fellaria orientale. La mulattiera si snoda, in direzione sud-est, fra larici gentili, che nella stagione autunnale sfoggiamo colori sgargianti. Il pizzo Scalino è sempre là, alto sopra la nostra testa, massiccio ed insieme regolare nelle forme. Superate alcune radure, eccoci al limite dell’ampio alpeggio denominato Largone superiore (quadràda, m. 2064), con baite in pietra a secco, la più grande fra le quali è stata recentemente ristrutturate dai caricatori d’alpe di Montagna in Valtellina. Si tratta, in realtà, della prosecuzione a valle dell’alpeggio di Acquanera (infatti è noto anche come “acquanegra de sut”). Superata la prima baita ed una croce in legno, troviamo, infatti, un cartello che dà l’alpe Acquanera a 20 minuti e l’alpe Prabello, con il rifugio Cristina, ad un’ora. Lo scenario è bellissimo: davanti a noi l’imperturbabile pizzo Scalino, alle nostre spalle, di nuovo, ampi scorci della testata della Valmalenco nascosti da Sasso Nero, monte delle Forbici e Sasso Moro. In particolare, dietro la bocchetta delle Forbici (fra monte delle Forbici e cime di Musella) si affaccia il pizzo Roseg, dietro le cime di Musella si intravedono i pizzi Scerscen e Bernina ed alla destra del Sasso Moro si vedono la cima dei Sassi Rossi ed il pizzo Palù. Il lago di Mufulè se ne sta, ben nascosto, da qualche parte, nella direzione del pizzo Scalino.
Ora dobbiamo lasciare il sentiero segnalato, che sale all’alpe Acquanera per poi piegare a sinistra e condurre all’alpe Prabello. Noi dobbiamo tagliare a sinistra, puntando all’ultima baita dell’alpe, semidiroccata, quasi sulla soglia del bosco di larici. All’ingresso del bosco troviamo, su un masso, un bollo rosso, che segnala un sentierino incerto. Seguendolo, ci addentriamo nella macchia. Dopo una breve salita, scendiamo ad un’ampia radura, nel mezzo della quale scorre un piccolo corso d’acqua. Qui la traccia sembra perdersi, ma, se guardiamo bene, notiamo che taglia il prato, dirigendosi, diritta, sul lato opposto rispetto a quello dal quale siamo giunti. Quindi, lasciando alla nostra destra il corso d’acqua, attraversiamo diritti la radura, trovando, su un masso al limite del bosco, un nuovo bollo rosso. Riecco, infatti, il sentiero, che sale leggermente, attraversando anche, con tratto elegantemente selciato, un modesto corpo franoso (tutt’intorno vediamo i segni di una paleofrana). In breve, siamo ad una nuova e più ampia radura; percorso il primo tratto, ecco, alla nostra sinistra, finalmente, il laghetto di Mufulè (m. 2067), stupendo nella sua cornice di larici, pini mughi e pini gembri. L’ampio pianoro che lo ospita è uno degli angoli più gentili e bucolici dell’intera Valmalenco: senso di quieta solitudine e pace profonda si impadroniscono ben presto dell’animo. Incorniciano il laghetto, a nord, il Sasso Moro (che visto da qui propone una buffa e minuscola cupola sommitale) e, alla sua destra, i pizzi Argient e Zupò ed il pizzo Palù. Il tempo di raccogliere i pensieri che scorazzano senza briglie, di gustare l’armonia delle sensazioni che si affacciano dal profondo e di respirare un profondo senso di libertà, e giunge di nuovo l’ora per tracciare un percorso definito.

I bolli rossi ci indirizzano a contornare la riva che sta alla nostra sinistra (cioè quella occidentale: il laghetto ha una caratteristica forma allungata, da sud a nord). Non li seguiamo, ma ci dirigiamo nella direzione opposta, cioè verso destra, passando accanto alla riva meridionale del laghetto e procedendo diritti fino al limite del bosco, a destra di un grande roccione. Ci infiliamo nel bosco seguendo l’intuitivo corridoio e, prendendo leggermente a sinistra, troviamo un sentiero (non segnalato, ma abbastanza marcato) che sale in una valletta, restando a sinistra di un corso d’acqua. Dopo una breve salita, approdiamo ad un’ampia radura. Qui lasciamo il sentiero per prendere a destra e seguire un corridoio discretamente marcato che sale nel bosco. Non c’è sentiero, ma la salita è abbastanza semplice. In breve siamo ad una duplice fune, oltrepassata la quale pieghiamo a sinistra. Dopo un brevissimo tratto di salita, pieghiamo di nuovo a destra, usciamo all’aperto e percorriamo una sorta di largo e facile scivolo, fra magri pascoli e modeste roccette.
Riecco il sentiero, che ci porta, in pochi minuti, ad intercettare il più marcato sentiero che congiunge l’alpe Acquanera (alla nostra destra) all’alpe Prabello (a sinistra). Siamo, ora, su un tratto dell’ottava tappa dell’Alta Via della Valmalenco (dal rifugio Cristina a Caspoggio): prendendo a sinistra e seguendoi con attenzione i segnavia (triangoli gialli e segnavia bianco-rossi), ci districhiamo nel labirinto dei tondeggianti roccioni disegnati dall’immane ghiacciaio Bernina-Scalino nella fase Daun.
Il sentiero ci porta, infine, alla portina che si affaccia sulla splendida spianata dell’alpe Prabello (prabèl, m. 2227)
e ci accoglie proprio l'ormai ben nota chiesetta dedicata a Maria Santissima Regina della Pace, per ringraziarla della fine della Grande Guerra (1919). Siamo in cammino da iun paio d'ore o poco meno; il dislivello approssimativo superato è di 520 metri.
Ecco come tornare all’automobile con un itinerario diverso da quello di accesso. Lasciando alla nostra destra le baite ben curate dell’alpeggio, portiamoci ad un ponticello ed alla recente pista che proviene dall’alpe Campascio. Dopo un breve tratto incontriamo una coppia di cartelli: quello volto a sinistra (sentiero 348) dà il Sasso dell’Agnello a 40 minuti e Campo Franscia ad un’ora e 40 minuti. Lasciano la pista, scendendo a sinistra e seguendo un sentiero ben marcato, che attraversa una seconda volta la pista per abbandonarla definitivamente ed iniziare un lungo traverso. Non possiamo sbagliare: il sentiero è sempre molto marcato ed abbondano i segnavia bianco-rossi. Nella discesa passiamo a ridosso di alcuni roccioni strapiombanti che incombono sulla nostra testa a destra del sentiero. Alternando tratti all’aperto a tratti nel bosco, raggiungiamo un bivio: i cartelli indicano che prendendo a sinistra (sentiero 349) torniamo al lago del Mufulè (30 minuti) ed all’alpe Largone superiore (un’ora), mentre proseguendo diritti (sentiero 348) scendiamo in 10 minuti alla località Sasso dell’Agnello. Seguiamo questa seconda direttrice: in breve siamo ad una coppia di baracche, dove ci sorprende uno spettacolo surreale: una carriola sospesa a diversi metri di altezza, con una testa di capra che sporge. Superato l’iniziale stupore, scopriamo, dall’immobilità della testa, che dev’essere imbalsamata. Poco sotto, eccoci alla strada asfaltata per Campomoro. Scendiamo verso sinistra e, dopo pochi tornanti, siamo, infine, al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile circa 3 ore prima (il dislivello in altezza superato è di circa 530 metri).
Variante: un anello più breve può essere disegnato prendendo, una volta raggiunta l’Alta Via della Valmalenco, a destra, raggiungendo l’alpe Acquanera (m. 2132) e lasciando l’Alta Via per scendere verso destra, tornando, così, in breve all’alpe Largone superiore e di qui scendendo al parcheggio per la medesima via di salita. In questo caso il tempo si riduce a circa 2 ore ed il dislivello a 360 metri.

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TORNADRI-RIF. CRISTINA

Infine, ecco il racconto di una quarta possibilità di accesso al rifugio, riservata agli amanti delle camminate di un certo impegno. Punto di partenza, infatti, è la ben più bassa frazione Tornadri di Lanzada (m. 1076).

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Tornadri-Brusada-Alpe Pescè-Alpe Cup-Alpe Acquanera-Rif. Cristina
4 h
1200
E


Alpe Prabello

La frazione di Tornadri è la terza nella sequenza che troviamo uscendo da Lanzada sulla strada per Campo Franscia (Ganda-Vetto-Tornadri). Lasciamo la strada per Campo Franscia all'ultimo svincolo a destra, imboccando una stradina che scende verso il torrente Lanterna e lo attraversa, piegando a destra. Attraversato anche un torrente tributario, la stradina prosegue verso sud-ovest, fino alle ultime baite settentrionali di Tornadri. Al termine della strada, troviamo due sentieri: quello di destra porta al centro della frazione, mentre quello di sinistra si inerpica sul fianco ripido del monte, inanellando una lunga serie di tornantini (direzione sud). A quota 1300 metri circa, il sentierosi congiunge con quello che sale dalla contrada Vetto. Qui proseguiamo verso sinistra (nord-est), trovando una doppia coppia di tornantini ds-sx, per poi proseguire in una lunga traversata sempre verso nord-est, tagliando il fianco montuoso sempre molto ripido. Superati una valletta ed un dosso, il sentiero piega a destra (dir. est) e, superato un vallone, sale fino al limite inferiore dei prati della Brusada (m. 1514). Qui giunge anche, dal lato opposto (cioè da nord) una pista che si stacca dalla strada per Campo Franscia in corrispondenza del primo tornante sx che troviamo dopo lo svincolo per Tornadri. Il nostro sentiero, ai prati della Brusada, prosegue per un tratto diritto, poi piega bruscamente a destra e riprende a salire, piuttosto ripido, in direzione sud-est, seguendo il versante di sinistra (per noi) del vallone che più in basso abbiamo attraversato. A quota 1700 metri circa il sentiero piega a destra, riattraversa il vallone ed approda alla parte bassa dei prati dell'alpe Pescè.

Alle prime baite dell'alpe troviamo un bivio: il sentiero che prende a destra traversa all'alpe Zocca, mentre quello che va a sinistra prosegue nella salita verso l'alpe Cup. Prendiamo a sinistra e, attraversato per la terza volta il vallone, continuiamo a guadagnare quota in direzione est, con diversi tornantini, fino a sbucare al terzo alpeggio, quello di Cup (m. 1990), sul cui limite incombe un suggestivo sperone roccioso. Qui il sentiero piega a sinistra. Dopo un tratto pianeggiante, nel quale volge gradualmente a destra, la salita riprende, in direzione sud-est, e porta ad attraversare un secondo vallone. Poi per breve tratto il sentiero volge a sinistra (direzione nord), quindi ancora a destra (direzione est). Attraversate due vallette, il sentiero piega ancora a sinistra e poi a destra e, dopo breve tratto, si congiunge con la mulattiera che congiunge gli alpeggi alti sotto la costiera Palino-Cavaglia-Acquanera, che separa la Val Lanterna dalla Val di Togno. Siamo, ora, sul percorso dell'ottava ed ultima tappa dell'Alta Via della Valmalenco (rifugio Cristina-Caspoggio), e lo seguiamo in senso inverso, cioè prendendo a sinistra. Dopo poche centinaia di metri in direzione nord-est, ci affacciamo all'ampia spianata dell'alpe Acquanera (acquanégra, m. 2116), che si distende sotto il monte omonimo (m. 2806), rallegrata nel periodo estivo dallo scampanio delle mucche. Se ci fermiamo qui per gettare uno sguardo alle nostre spalle, potremo ammirare, in una giornata limpida, l'intera testata della Valmalenco. L'alpeggio, che appartiene storicamente alla Quadra di S. Giovanni Battista di Montagna in Valtellina. Il suo nome si deve al fatto che i piccoli corsi d'acqua che la attraversano assumono un colore scuro per dovuto al terreno di torbiera. Infatti nella prima parte del secolo scorso, fino al 1945, veniva estratta una grande quantità di torba che, essiccata, veniva usata nelle calchere, cioè nei forni dove veniva cotta la calce. Dal Settecento al secolo scorso in questa zona veniva estratto anche amianto.
Seguendo i triangoli gialli dell'Alta Via, procediamo verso est e nord-est, tagliando il largo dosso sassoso che scende verso nord-ovest dal monte Acquanera, la parte alta di un ampio vallone ed una lunga fascia di rocce montonate. Alla fine ci troviamo quasi faccia a faccia con la chiesetta posta al limite occidentale dell'alpe Prabello. La salita richiede 4 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1200 metri.

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Il rifugio Cristina è base di alcune interessantissime escursioni e traversate.


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RIF. CRISTINA-PASSI DI CAMPAGNEDA E CANCIANO-RIF. BIGNAMI

La più semplice è la traversata al rifugio Bignami (o al bacino di Gera) per i passi di Campagneda e Canciano e per la Val Poschiavina. Si tratta della settima tappa dell'Alta Via della Valmalenco, percorsa a rovescio.

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Cristina-Laghetti di Campagneda-Passi Campagneda e Canciano-Val Poschiavina-Diga di Gera-Rif. Bignami
7 h
900
E
SINTESI. Dal rifugio procediamo in direzione nord (triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco), piegando poi a destra (direzione est) e, dopo aver attraversato un corso d'acqua, con un ampio arco, di nuovo a sinistra (direzione nord). Passati a destra di un'elevazione di rocce montonate, ignoriamo, alla nostra sinistra, il sentiero che si stacca dall'Alta Via e sale fra le rocce levigate, per poi scendere all'alpe Campagneda. Procediamo incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi veramente incantevoli (rari segnavia). Dobbiamo quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare a sinistra. Teniamoci nella parte centrale del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta. Attraversato un secondo corso d'acqua, pieghiamo ancora a sinistra (dir. nord-ovest), poi a destra (dir. nord), tagliando il fianco del largo dosso che scende verso nord-ovest dal Cornetto. Piegando ancora un po' a destra, procediamo per un buon tratto in direzione nord-est, passando alti sull'ampia spianata dell'alpe Campagneda, fino ad intercettare il sentiero che sale proprio da quest'alpe. Procediamo diritti, superando alcuni corsi d'acqua e portandoci all'imbocco del largo canalone per il quale si sale al passo di Campagneda. Passiamo, così, a destra e ad una certa distanza dal più basso dei laghetti di Campagneda.. Nel primo tratto della salita, fra roccette e sfasciumi, restiamo sul lato di sinistra (per noi) del vallone, e passiamo a destra della formazione rocciosa quotata 2375 metri. Dietro si nasconde il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339). Salendo ancora, ci affacciamo alla più ampia conca che ospita il più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490). Passiamo a destra anche di questo lago, infilandoci quindi in un ripido canalone, che propone un passaggio di difficoltà non elementare (corda fissa ed un gradino in metallo ci aiutano nella salita). Gli ultimi sforzi che precedono la soglia del passo di Campagneda (2626) vedono come teatro un più ampio canalone di siascumi, che risaliamo da destra a sinistra, fino al sospirato piccolo intaglio che ci introduce ad un pianoro. Procediamo per breve tratto, fino a affacciarci ad un pianoro più basso, che ospita un curioso sistema di cinque microlaghetti. Possiamo scendere passando alla loro sinistra, per magri pascoli, o alla loro destra, tagliando il filo di un dosso morenico. In entrambi i casi raggiungiamo la soglia di questo secondo pianoro e proseguiamo nella discesa, su terreno morenico, effettuando una diagonale a destra ed una a sinistra, fino a raggiungere il ponte in legno che ci permette di superare il torrente alimentato dalle acque di fusione della vedretta del pizzo Scalino (che vediamo alta alla nostra destra). Una successiva breve salita ci fa abbandonare il terreno morenico e ci porta in vista di un terzo verde pianoro, che ospita un solitario microlaghetto, il laghét di Svìzzer. Passiamo alla sua destra (cartello del passo di camciano, cippo confinario). Proseguiamo per breve tratto verso destra, poi volgiamo a sinistra, portandoci sul crinale di rocce levigate che costituisce il limite della val Poschiavina. Uno stretto corridoio propone un passaggio un po' ostico, agevolato da corde fisse. Districandoci fra le rocce, accompaganti da qualche altro cippo confinario, siamo infine allo stretto intaglio segnalato anch'esso come passo di Canciano (m. 2466 metri). scendiamo verso sinistra, scollinando tranquillamente fra i pascoli dell'alta valle. Procediamo diritti scendendo sul lato destro della valle, a breve distanza dal torrente che la solca. Più in basso ce ne allontaniamo, scavalchiamo un affluente di destra, e torniamo ad approssimarci alla sua riva, giungendo finalmente in vista dell'alpe Poschiavina (m. 2227), con le sue baite disposte in bell'ordine. Sul limite opposto dell'alpe troviamo il tratturo sul quale proseguiamo nella discesa, fino ad intercettare quello che contorna il versante sud-orientale dell'ampio sbarramento idroelettrico di Gera. Prendiamo ora a sinistra e prosegguiamo in piano fino a raggiungere il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga di Gera (m. 2175). Portiamoci, ora, sul lato opposto, percorrendo il camminamento che sormonta il muraglione della diga, e disponiamoci all'ultimo sforzo, vale a dire la salita al rifugio Bignami per il largo sentiero che taglia il fianco orientale del Sasso Moro. Il sentiero che non presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio stagione, dei massi. Nell'ultimo tratto il sentiero taglia un versante di rocce e pascoli denominato "còsto granda", e si affaccia, infine, alla panoramicissima spianata sulla quale il rifugio Bignami (m. 2385).

Dal rifugio procediamo in direzione nord (triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco), piegando poi a destra (direzione est) e, dopo aver attraversato un corso d'acqua, con un ampio arco, di nuovo a sinistra (direzione nord). Passati a destra di un'elevazione di rocce montonate, ignoriamo, alla nostra sinistra, il sentiero che si stacca dall'Alta Via e sale fra le rocce levigate, per poi scendere all'alpe Campagneda. Procediamo incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi veramente incantevoli. Nella traversata i segnavia ci assistono poco, perché li troviamo solo ogni tanto, su qualche sasso. Dobbiamo quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare a sinistra. Teniamoci dunque nella parte centrale del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta. Sulla nostra destra il pizzo Scalino è una presenza incombente, che assume via via un profilo meno tozzo e massiccio. Attraversato un secondo corso d'acqua, pieghiamo ancora a sinistra (dir. nord-ovest), poi a destra (dir. nord), tagliando il fianco del largo dosso che scende verso nord-ovest dal Cornetto. Piegando ancora un po' a destra, procediamo per un buon tratto in direzione nord-est, passando alti sull'ampia spianata dell'alpe Campagneda, fino ad intercettare il sentiero che sale proprio da quest'alpe. Le segnalazioni indicano che prendendo a sinistra imbocchiamo l'itinerario per il rifugio Zoia. Potremmo, ovviamente, scendere all'alpe e di qui, sempre seguendo le indicazioni, traversare al rifugio Zoia presso la diga di Campomoro, per poi salire alla diga di Gera e completare la traversata al rifugio Bignami sul sentiero segnalato.
Se vogliamo però optare per un'escursione più lunga ma anche decisamente più affascinante, seguendo l'itinerario dell'Alta Via della Valmalenco, procediamo diritti, superando alcuni corsi d'acqua e portandoci all'imbocco del largo canalone per il quale si sale al passo di Campagneda. Passiamo, così, a destra e ad una certa distanza dal più basso dei laghetti di Campagneda, graziosissimi specchi d'acqua che rendono ancora più gentile questo angolo di Valmalenco. Nel primo tratto della salita, fra roccette e sfasciumi, restiamo sul lato di sinistra (per noi) del vallone, e passiamo a destra della formazione rocciosa quotata 2375 metri. Dietro si nasconde il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339), localmente conosciuto con il poco lusinghiero nome di lach brüt, cioè lago brutto (ma viene chiamato anche “lach negru”, lago nero), forse per il colore sempre cupo delle sue acque o per la cornice un po' desolata delle bastionate rocciose che delimitano la sua conca. Salendo ancora, ci affacciamo alla più ampia conca che ospita il più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490), le cui scure acque ci negano anche solo un barlume di sorriso; a stento le luminose (sul far del tramonto) rocce che lo chiudono verso monte riescono a specchiarsi.
Passiamo a destra anche di questo lago, infilandoci quindi in un ripido canalone, che propone un passaggio di difficoltà non elementare (corda fissa ed un gradino in metallo ci aiutano nella salita). Gli ultimi sforzi che precedono la soglia del passo di Campagneda (2626) vedono come teatro un più ampio canalone di siascumi, che risaliamo da destra a sinistra, fino al sospirato piccolo intaglio che ci introduce ad un pianoro. La solitudine dei luoghi non lascia sospettare che in tempi antichi (come attesta il ritrovamento di una moneta romana) il passo fosse attraversato da mercanti che proseguivano per la Valle di Poschiavo ed il valico del Berninale Davanti a noi, infatti, ad est si mostrano le cime del fianco orientale della valle, fra quali spicca, per il colore candido che suscita l'impressione singolare di neve fuori stagione, il Sassalbo (etimologicamente, appunto, Sasso Bianco).

Procediamo per breve tratto, fino a affacciarci ad un pianoro più basso, che ospita un curioso sistema di cinque microlaghetti, che tornano a fondersi in un'unico lago in caso di abbondanti precipitazioni. Possiamo scendere passando alla loro sinistra, per magri pascoli, o alla loro destra, tagliando il filo di un dosso morenico. In entrambi i casi raggiungiamo la soglia di questo secondo pianoro e proseguiamo nella discesa, su terreno morenico, effettuando una diagonale a destra ed una a sinistra, fino a raggiungere il ponte in legno che ci permette di superare il torrente alimentato dalle acque di fusione della vedretta del pizzo Scalino (che vediamo alta alla nostra destra). Una successiva breve salita ci fa abbandonare il terreno morenico e ci porta in vista di un terzo verde pianoro, che ospita un solitario microlaghetto. Un cippo confinario collocato nel 1930 ci informa che stiamo entrando in territorio elvetico. Un cartello, infatti, segnala il Passo da Cancian (passo di Canciano), quotato 2498 metri, ed indica il passo d’Ur a 20 minuti e l’alpe d’Ur ad un’ora ed un quarto, mentre nella direzione da cui proveniamo Campomoro è dato a 2 ore. Alla nostra sinistra si apre la verdissima val Poschiavina (da non confondere con la più ampia ed elvetica Valle di Poschiavo), chiusa, sul fondo, dalla superba cornice della sezione orientale della testata della Valmalenco, sulla quale spiccano i pizzi Gemelli Argient e Zupò ed il pizzo Palù.
Il sentiero si approssima al laghetto e passa alla sua destra. Questo laghetto veniva chiamato laghét di Svìzzer, perché qui si ritrovavano pastori degli alpeggi svizzeri e pastori degli alpeggi di val Poschiavina e di Campagneda, per procedere, in un clima di cordialità, allo scambio di qualche chiacchiera e di qualche prodotto, sotto l’occhio sempre vigile delle guardie di confine. Già, perché questo fu, in passato (soprattutto dagli anni 30 agli anni 50 del secolo scorso), uno dei passi più battuti dai contrabbandieri, che, in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, effettuavano i loro viaggi al di là ed al di qua del confine, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Procedevano, possiamo immaginarli, con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla (tabacco e sale portato dalla Svizzera, ma anche formaggi, burro, salumi, riso e lana d’angora dall’Italia alla Svizzera), pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. L’eco di questi avventurosi viaggi e di questi incontri gioviali fra alpigiani pare ormai perso; rimane, ora, solamente il fragore delle acque che scendono dalla vedretta dello Scalino e del Canciano; rimane, anche, una gara di sky-race da Lanzada a Poschiavo, che si tiene alla metà di giugno e passa proprio di qui.
Proseguiamo per breve tratto verso destra, poi volgiamo a sinistra, portandoci sul crinale di rocce levigate che costituisce il limite della val Poschiavina. Uno stretto corridoio propone un passaggio un po' ostico, agevolato da corde fisse. Districandoci fra le rocce, accompaganti da qualche altro cippo confinario, siamo infine allo stretto intaglio segnalato anch'esso come passo di Canciano (in effetti rappresenta la porta che consente l'accesso immediato dalla val Poschiavina alla Valle di Poschiavo; sulla carta IGM è quotato 2466 metri). Ignoriamo la direttrice di destra, che scende interritorio elvetico, e scendiamo verso sinistra, scollinando tranquillamente fra i pascoli dell'alta valle. Procediamo diritti scendendo sul lato destro della valle, a breve distanza dal torrente che la solca. Più in basso ce ne allontaniamo, scavalchiamo un affluente di destra, e torniamo ad approssimarci alla sua riva, giungendo finalmente in vista dell'alpe Poschiavina (m. 2227), con le sue baite disposte in bell'ordine. Sul limite opposto dell'alpe troviamo il tratturo sul quale proseguiamo nella discesa, fino ad intercettare quello che contorna il versante sud-orientale dell'ampio sbarramento idroelettrico di Gera. Prendiamo ora a sinistra e prosegguiamo in piano fino a raggiungere il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga di Gera (m. 2175). Da qui possiamo godere di un eccellente panorama sulla parte orientale della testata della Valmalenco. Al centro dello scenario si colloca ora la grande mole del Sasso Rosso (m. 3481), dietro il quale si intravede il passo di Sassi Rossi (m. 3510) che introduce all'altopiano di Fellaria. Appena visibile, fra la vedretta di Fellaria e la vedretta di Fellaria orientale, si scorge il più orientale dei colossi del gruppo del Bernina, il piz Palü (m. 3905).
L'imponente sbarramento ha un volume di 1.800.000 di calcestruzzo e raggiunge un'altezza di 110 metri. Il serbatoio può contenere 65 milioni di metri cubi d'acqua, ed è alimentato dal torrente Còrmor, che scende dalla vedretta di Fellaria, e dallo Scerscen, che scorre nel vallone più ad ovest, ma viene deviato, poco sotto il cimitero degli Alpini, nel vallone di Scerscen, mediante una galleria di 4 km scavata nella roccia, che porta le sue acque a gettarsi nella diga. Questo imponente manufatto è stato costruito fra il 1960 ed il 1965 dall'Impresa Italstrade per la società idroelettrica Vizzola, prima, per l'ENEL, poi.

Portiamoci, ora, sul lato opposto, percorrendo il camminamento che sormonta il muraglione della diga, e disponiamoci all'ultimo sforzo, vale a dire la salita al rifugio Bignami per il largo sentiero che taglia il fianco orientale del Sasso Moro. Il sentiero che non presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio stagione, dei massi. Nell'ultimo tratto il sentiero taglia un versante di rocce e pascoli denominato "còsto granda", e si affaccia, infine, alla panoramicissima spianata sulla quale il rifugio Bignami mostra il suo volto accogliente. Sembra sorriderci addirittura, dopo sette ore circa di cammino (ilk dislivello approssimativo in salita è di 900 metri).

 


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Interessantissima, anche se piuttosto impegnativa nella prima parte, è la traversata al rifugio Cederna-Maffina (percorso inserito nel Sentiero Italia), per i passi degli Ometti e del Forame.

RIF. CRISTINA-PASSI DEGLI OMETTI E FORAME-RIF. CEDERNA-MAFFINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Cristina-Passo degli Ometti-Passo del Forame-Rif. Cederna-Maffina
5 h
980
EE
SINTESI. Dal rifugio Cristina incamminandoci sul sentiero della settima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, in direzione nord, cioè verso la depressione che si staglia, ben visibile, in lontananza ed alla cui sommità è collocato il passo di Campagneda. Poco oltre la bandiera italiana posta all’ingresso dell’alpe Prabello, troviamo un cartello, che segnala la partenza della prima tappa del Sentiero Italia Lombardia nord settore 4. Su un masso, poi, è scritto, a grandi caratteri, “Passo Ometti” (bolli rossi contornati di bianco, cui prestare la massima attenzione). Il sentiero si stacca dal quello dell’Alta Via sulla destra e corre per un buon tratto in direzione sud-est. Raggiungiamo, così, il piede del versante montuosoche dovremo vincere: si tratta del versante che scende dallo spigolo di sud-ovest del pizzo Scalino (m. 3323). Saliamo su un terreno che alterna magri pascoli a terriccio franoso, frammisto a qualche sasso. In diversi punti vediamo una traccia di sentiero, che però spesso di perde. Di qui l’importanza di prestare attenzione ai segnavia ed ai numerosi ometti. Procediamo, dunque, su un tracciato piuttosto ripido, seguendo una direttrice che tende con molta gradualità a destra rispetto alla verticale che porta al crinale. Guadagniamo, in questo modo, rapidamente quota, ma una prima fascia di grandi massi rallenta di molto la salita. Oltretutto proprio qui i segnavia sono meno facili da individuare. Raggiunto un grande masso con un segnavia ben visibile disegnato sopra, dobbiamo cercare il successivo se ne sta nascosto dietro la piega del masso medesimo, ad indicare che la salita deve procedere alla sua sinistra, in prossimità del bordo di un nevaietto. Una diagonale ci fa, poi, allontanare dal nevaio, ed un successivo traverso ci porta a sormontare un dosso poco pronunciato che sta alla nostra destra, per poi affrontare una nuova fascia di massi. Nel caso si dovesse perdere il riferimento dei segnavia, si tenga presente, per non sbagliare, che l’ultima parte del tracciato corre a pochi metri dal piede roccioso del crinale, verso destra, per cui, nel dubbio, alziamoci un poco verso tale piede, piuttosto che procedere troppo nella direzione alla nostra destra, dove potremmo ritrovarci sul limite di canalini esposti. Ritrovata la traccia di sentiero, con un ultimo traverso a destra, ci portiamo all'intaglio del passo degli Ometti, posto, a 2766 metri. I segnavia, ora, tornano ad essere le bandierine rosso-bianco-rosse, e sono distribuiti sul cammino con molta parsimonia. Scendiamo, di poco, in alta Val Painale ai bei pianori dove i magri pascoli si alternano alle rocce, ed incontriamo anche due piccoli e graziosi specchi d’acqua. Per un breve tratto restiamo intorno a quota 2700, poi qualche piccola discesa ci fa abbassare un poco. Passiamo a valle di una curiosa cascatella, che esce da una spaccatura di due massicce formazioni rocciose. Scrutando davanti a noi, vediamo i segnavia su massi che individuiamo ad una certa distanza, sotto di noi: cominciamo così a descrivere un arco in discesa, che ci avvicina ad un lungo dosso di rocce arrotondate. Alla fine lo fiancheggiamo per un tratto, in discesa, finché, a quota 2540, circa, finalmente la discesa termina. Con un breve arco in senso contrario a quello finora descritto, svoltiamo a sinistra e cominciamo la salita verso il passo. Nella salita i segnavia non sono molti, ma non si può sbagliare. Lasciamo alla nostra destra una bella morena e risaliamo un canalone di sfasciumi, rimanendo a sinistra di un piccolo corso d’acqua. Aggirata sulla sinistra una modesta formazione rocciosa, raggiungiamo il corridoio terminale, che adduce al passo del Forame (m. 2833). Il versante opposto, della Val Forame (Val Fontana) ha una pendenza di tutto rispetto. Il primo passaggino, su roccia e terreno franoso, esige attenzione, ma anche più sotto, per le prime decine di metri, bisogna procedere con cautela. Una traccia di sentiero scende leggermente verso destra, per poi perdersi.Un segnavia su un masso ben visibile, sotto, ci indica che dobbiamo utilizzare un canalino ingombro di materiale franoso, oppure un piccolo dosso erboso. Raggiunto il masso, scendiamo ancora, su un terreno sempre insidioso, ma meno ripido. Questa discesa è sconsigliabile in presenza di neve, che qui si può trovare anche ad inizio di stagione. In fondo, su un grande masso in un pianoro dove anche a stagione avanzata si annida un nevaietto, si scorge un segnavia. Senza percorso obbligato, lo raggiungiamo, puntando poi al successivo segnavia, che ci fa piegare a sinistra. La nostra meta è il rifugio Cederna-Maffina, il cui solitario edificio, perso fra i pascoli della val Forame, possiamo già individuare dal passo, guardando alla nostra sinistra. Proseguiamo seguendo i segnavia e, poco sopra quota 2500, puntiamo direttamente in direzione del rifugio, superando una fascia di massi, fra quota 2520 e quota 2550 circa, e proseguendo in direzione di un vallone dal quale scende uno dei corsi d’acqua che confluiscono nel torrente della valle. Superato il vallone, alla fine siamo al rifugio Cederna Maffina, posto a quota 2587.

Iniziamo la traversata incamminandoci sul sentiero della settima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, in direzione nord, cioè verso la depressione che si staglia, ben visibile, in lontananza ed alla cui sommità è collocato il passo di Campagneda.
Poco oltre la bandiera italiana posta all’ingresso dell’alpe Prabello, troviamo un cartello, che segnala la partenza della prima tappa del Sentiero Italia Lombardia nord settore 4. Su un masso, poi, è scritto, a grandi caratteri, “Passo Ometti”, perché è proprio da questo passo che tale tappa deve passare. Ultima indicazione: i segnavia che ci guidano al passo sono costituiti da un bollo rosso circondato da uno bianco, a mo’ di bersaglio. I segnavia meritano una considerazione particolare: se è vero che ad essi va sempre prestata attenzione, lo è ancor più in questo percorso, in quanto la traccia di sentiero che pure in molti tratti troviamo non è continua, e non siamo nelle condizioni di poter procedere a vista. Inoltre duecento metri circa del dislivello superato in salita comportano l’attraversamento di una fascia di sfasciumi, cioè di massi di diverse dimensioni, ed il percorso disegnato dai segnavia ci può aiutare parecchio nel risparmio di tempo e di energie.
Una seconda considerazione merita la fascia appena menzionata. Quando ci si muove fra questi massi, soprattutto su un declivio che ha una certa pendenza, bisogna moltiplicare attenzione e prudenza, innanzitutto perché è sempre possibile scivolare (e, rispetto a questo pericolo, calzature con una suola idonea ed in perfetto ordine sono di importanza essenziale), in secondo luogo perché non tutti i massi sono perfettamente assestati, per cui possono oscillare sotto i nostri piedi, quando non mettersi in modo, e le conseguenze possono andare da un semplice spavento ad una caduta dalle conseguenze anche serie. Se poi, per somma disdetta, il masso che abbiamo messo in movimento ci cade addosso, le conseguenze possono essere molto serie. Morale: dobbiamo procedere senza fretta, concentrati (questo vale soprattutto per chi scende ed è più facile preda della smania di raggiungere la meta), vagliando prima con la vista, poi con una pressione prudente la consistenza e la stabilità di ciascun masso.
Bene: poste queste premesse, possiamo anche partire (ma qualcuno, spaventato dalle avvertenze, potrebbe decidere di scegliere mete più tranquille…). Il sentiero si stacca dal quello dell’Alta Via sulla destra e corre per un buon tratto in direzione sud-est, nei pressi del limite del lungo dosso che, dal crinale Valmalenco-Val di Togno (o meglio, Val Lanterna-Val Painale) scende fino alle soglie del rifugio, sul bordo di uno dei molti ed ameni prati dell’alpe. Raggiungiamo, così, il piede del versante montuoso che dovremo vincere: si tratta del versante che scende dallo spigolo di sud-ovest del pizzo Scalino (m. 3323), che domina la scena dell’alpe, con il suo inconfondibile profilo. Lo vediamo bene, alla nostra sinistra, mentre ci accingiamo a salire, su un terreno che alterna magri pascoli a terriccio franoso, frammisto a qualche sasso.
In diversi punti vediamo una traccia di sentiero, che però spesso di perde. Di qui l’importanza di prestare attenzione ai segnavia, attenendosi alla regola aurea di non procedere oltre un segnavia senza prima aver individuato il successivo. Ci sono, per la verità, anche numerosi ometti che accompagnano la nostra salita: il passo deve il suo nome alla loro presenza. Procediamo, dunque, su un tracciato piuttosto ripido, seguendo una direttrice che tende con molta gradualità a destra rispetto alla verticale che porta al crinale.
Guadagniamo, in questo modo, rapidamente quota, ma una prima fascia di grandi massi rallenta di molto la salita. Oltretutto proprio qui i segnavia sono meno facili da individuare (per esempio, raggiunto un grande masso con un segnavia ben visibile disegnato sopra, potremmo spendere parecchio tempo nell’inutile ricerca del successivo, che se ne sta nascosto dietro la piega del masso medesimo, ad indicare che la salita deve procedere alla sua sinistra, in prossimità del bordo di un nevaietto. Una diagonale ci fa, poi, allontanare dal nevaio, ed un successivo traverso ci porta a sormontare un dosso poco pronunciato che sta alla nostra destra, per poi affrontare una nuova fascia di massi. Nel caso si dovesse perdere il riferimento dei segnavia, si tenga presente, per non sbagliare, che l’ultima parte del tracciato corre a pochi metri dal piede roccioso del crinale, verso destra, per cui, nel dubbio, alziamoci un poco verso tale piede, piuttosto che procedere troppo nella direzione alla nostra destra, dove potremmo ritrovarci sul limite di canalini esposti. Chi legge capirà da sé che un tracciato siffatto va accuratamente evitato in caso di condizioni di scarsa visibilità.
Bene: dopo gli ultimi sforzi ginnico-scimmieschi, ecco di nuovo la traccia di sentiero, che ci porta, con un ultimo traverso a destra, all’intaglio del passo degli Ometti, posto, a 2766 metri, proprio laddove la fascia rocciosa del crinale lascia il posto ad un terreno erboso. In realtà, non si tratta di un vero e proprio intaglio, tanto che il passo non è individuabile dal rifugio Cristina, se non si sa che è collocato laddove alla roccia subentra il crinale erboso.
Che dire, in sede di bilancio, della salita? E’ certamente faticosa, e richiede, per superare poco più di 500 metri di dislivello, quasi un paio d’ore. Ma non è solo fatica. Nei momenti di sosta, infatti, volgendo lo sguardo alla Valmalenco possiamo godere di uno spettacolo incomparabile. Fra le mete escursionistiche in Valmalenco, questa è certamente la più pregevole dal punto di vista panoramico, in quanto, man mano che ci avviciniamo al passo, si apre progressivamente al nostro sguardo l’intera compagine delle cime di Valmalenco, dai Corni Bruciati al Monte Disgrazia, dalla testata della Val Sissone (val de sisùm) alla cima di Val Bona ed al monte del Forno (fùren, o fórn), dal sasso d’Entova ai pizzi Glüschaint e Gemelli, dalla triade Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio)-Scerscen-Bernina ai pizzi Argient, Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere), Palù e Varuna. Le soste per riprendere fiato, quindi, non sono certamente inutili perdite di tempo.

Ma torniamo al passo: per nostra fortuna il versante opposto, sull’alta Val Painale (la valle che chiude la Val di Togno), è ben più dolce e tranquillo. L’ampia conca della valle si dispiega di fronte al nostro sguardo, con un aspetto rassicurante. Là in fondo, al piano dell’alpe, il bucolico laghetto di Painale (m. 2098) attira subito il nostro sguardo, con l’intenso colore azzurro della sua superficie. Se guardiamo con più attenzione, scorgeremo, non lontano dal lago, poche baite, fra le quali vi è anche il rifugio De Dosso (m. 2119). L’alpe Painale è sovrastata da alcune cime dal profilo scuro e severo. Proprio davanti a noi si impone la massiccia parete settentrionale della punta Painale (m. 3248), mentre alla sua destra possiamo riconoscere le cime ravvicinate del pizzo Canino (m. 2916) e della cima Vicima (m. 3122). A sinistra della punta Painale è facilmente riconoscibile il passo Forame (m. 2830), che dovremo raggiungere dopo la traversata dell’alta val Painale. Procedendo verso sinistra, osserviamo il lungo crinale che termina con l’elevazione del pizzo Scalino: vi potremo distinguere la poco pronunciata cima di Val di Togno (m. 3054).
Dal passo partono due possibili itinerari. Il primo scende all’alpe, e può essere sfruttato da chi voglia tornare a valle percorrendo interamente la Val di Togno (oppure fermarsi al rifugio De Dosso, o al più basso rifugio Val di Togno). Lo troviamo alla nostra destra, seguendo per un tratto il crinale, guidati dai segnavia ormai familiari. Una traccia di sentiero, peraltro molto labile, ci fa perdere gradualmente quota, sul fianco nord-occidentale della valle, all’ombra del monte Acquanera (m. 2806). Il percorso supera la strettoia costituita dal fianco roccioso della cima, a monte, e da una fascia di rocce, più a valle, e raggiunge un lungo e tranquillo crinale erboso, dal quale possiamo proseguire la discesa anche a vista. Se vogliamo lasciare la valle, dobbiamo rimanere sul suo lato di nord-ovest, lasciando il corso d’acqua alla nostra sinistra. In fondo al pianoro ci avviciniamo al torrente Antognasco e lo fiancheggiamo attraversando un corridoio nella roccia, che ci immette nell’alta Val di Togno. Scendendo ancora, lasciamo alle nostre spalle le alpi Guat, Carbonera e Rogneda, fino a Ca’ Brunai, nucleo di baite che precede di poco il rifugio Val di Togno (m. 1317).
Il secondo percorso che comincia dal passo degli Ometti è la prosecuzione del Sentiero Italia. I segnavia, ora, tornano ad essere le bandierine rosso-bianco-rosse, e sono distribuiti sul cammino con molta parsimonia, anche se la loro posizione permette di scorgerli anche da lontano. Si tratta della traversata al passo Forame, che, visto da qui, non sembra lontano. Siamo tentati di cercare un bel percorso diretto, che eviti perdite di quota, ma la fascia di rocce che precede il passo Forame non ci lascia troppe speranze. Comunque nel primo tratto di quota ne perdiamo ben poca: scendiamo, di poco, ai bei pianori dove i magri pascoli si alternano alle rocce, ed incontriamo anche due piccoli e graziosi specchi d’acqua.

Rimettiamoci in marcia: è tempo di puntare al passo che ci condurrà in alta Val Fontana. Dopo un ultimo sguardo ai bellissimi scenari che ci circondano, di cui pizzo Scalino, alla nostra sinistra, appare il re, riprendiamo a camminare ed a scrutare i massi vicini e lontani, alla ricerca dei segnavia.
Per un breve tratto restiamo intorno a quota 2700, poi qualche piccola discesa ci fa abbassare un poco. Passiamo a valle di una curiosa cascatella, che esce da una spaccatura di due massicce formazioni rocciose. Scrutando davanti a noi, vediamo i segnavia su massi che individuiamo ad una certa distanza, sotto di noi: cominciamo così a descrivere un arco in discesa, che ci avvicina ad un lungo dosso di rocce arrotondate.
Alla fine lo fiancheggiamo per un tratto, in discesa, finché, a quota 2540, circa, finalmente la discesa termina, perché, raggiunto il piede del dosso citato, possiamo ora aggirarlo: finalmente, perché per ogni metro perso, ce ne sarà uno che dovremo riguadagnare in salita.
Con un breve arco in senso contrario a quello finora descritto, svoltiamo a sinistra e cominciamo la salita verso il passo. Il punto di svolta è anche quello a cui giunge una traccia di sentiero che proviene dal rifugio De Dosso. Difficilmente, però, riusciremo a scorgerla.
Anche nella salita i segnavia non sono molti, ma non si può sbagliare. Lasciamo alla nostra destra una bella morena e risaliamo un canalone di sfasciumi, rimanendo a sinistra di un piccolo corso d’acqua. Un mare di massi rossastri è l’unico testimone delle nostre fatiche, perché siamo in cammino da più di tre ore e la quota elevata aumenta lo sforzo. Aggirata sulla sinistra una modesta formazione rocciosa, eccoci finalmente al corridoio terminale, che adduce al passo. Esperienza meravigliosa, quella dei passi: ti avvicini, ed hai davanti agli occhi solo l’esile striscia della sella, stagliata contro l’infinito del cielo, e poi, d’improvviso, un altro mondo, un altro orizzonte, altri spazi, inattesi e mai visti, si dischiudono di fronte al tuo sguardo.
In questo caso la sorpresa è veramente grande, anche per chi ha già familiarità con l’alta Val Fontana: quel che appare, infatti, non è solo l’ampio circo della val Forame, che chiude a nord-ovest la Val Fontana, non è solo la successione delle laterali orientali della valle, val Sareggio, valle dei Laghi e val Malgina, ma anche una fuga di quinte costituita da cime lontane, di cui non sappiamo probabilmente riconoscere il profilo, ma che ci restituiscono l’impressione di una profondità senza fine.
In effetti la quota cui è posto il passo Forame è considerevole: se consideriamo il Sentiero Italia dalla Val Codera fino a Tirano nel suo complesso, l’altezza di questo passo è inferiore solo a quella della bocchetta di Caspoggio, sul cammino della sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco.
Merita, però, uno sguardo anche il crinale di nord-nord-est della punta Painale, che scende fino alle ultime rocce alla nostra destra: si tratta, infatti, del crinale sfruttato da chi scala la cima. La scalata è classificata come facile, ma ai profani dell’alpinismo, almeno vista così, ad occhio, non apparirà certo tale. Del resto, è cosa nota che alpinisti e consumascarpe (così si potrebbero definire gli appassionati dell’escursione) rappresentano due tipi antropologici diversi fra coloro che amano la montagna, la frequentano e la rispettano.
Bene, è tempo di por fine alle chiacchiere e di accingerci a scendere. Le chiacchiere, però, sono necessarie per prendere un po’ di tempo ed abituarsi all’idea di scendere su un versante che, nel primo tratto, ha una pendenza di tutto rispetto. Il primo passaggino, su roccia e terreno franoso, esige attenzione, ma anche più sotto, per le prime decine di metri, bisogna procedere con cautela. Una traccia di sentiero scende leggermente verso destra, per poi perdersi. Un segnavia su un masso ben visibile, sotto, ci indica che dobbiamo utilizzare un canalino ingombro di materiale franoso, oppure un piccolo dosso erboso. Raggiunto il masso, scendiamo ancora, su un terreno sempre insidioso, ma meno ripido. Questa discesa è sconsigliabile in presenza di neve, che qui si può trovare anche ad inizio di stagione.
In fondo, su un grande masso in un pianoro dove anche a stagione avanzata si annida un nevaietto, un segnavia ci attende, paziente. Senza percorso obbligato, lo raggiungiamo, puntando poi al successivo segnavia, che ci fa piegare a sinistra. La nostra meta è il rifugio Cederna-Maffina, il cui solitario edificio, perso fra i pascoli della val Forame, possiamo già individuare dal passo, guardando alla nostra sinistra.
Se, dal pianoro, proseguiamo la discesa, scendiamo fino all’alpe Forame, dove troviamo una baita isolata, a 2168 metri, ed intercettiamo il sentiero che sale al rifugio dall’alpe Campiascio (m. 1680). Questa soluzione deve essere scelta da chi elegge come punto terminale della tappa non il rifugio Cederna-Maffina, ma il rifugio ANA Massimino Erler, in località Campello: in questo caso si deve proseguire su una carrozzabile che, dall’alpe Campiascio, scende al Pian dei Cavalli, per poi proseguire fino al rifugio.
Chi vuole, invece, raggiungere la capanna Cederna-Maffina deve seguire il percorso disegnato dai segnavia, che effettua una traversata più breve, in quanto, poco sopra quota 2500, punta direttamente in direzione del rifugio, superando una fascia di massi, fra quota 2520 e quota 2550 circa, e proseguendo in direzione di un vallone dal quale scende uno dei corsi d’acqua che confluiscono nel torrente della valle. Superato il vallone, alla fine siamo al rifugio, posto a quota 2587. Va notato che esiste anche una piccola variante, segnalata nell’ultimo tratto, sulla destra, da segnavia bianco-rossi, variante che porta ad incrociare, più in basso, al secondo tornante, il sentiero che dalla capanna scende alla val Forame.
In ogni caso, vale un’avvertenza: l’abbandono dei pascoli della Val Forame ha contribuito non solo ad arricchirne la presenza di marmotte, il cui acuto fischio costituisce un elemento imprescindibile dello scenario sonoro alpino, ma anche, sembra, di vipere, che, invece, si fanno sentire assai meno. Una notazione, a proposito della solitudine: il passaggio dalla Valmalenco, sempre affollata, almeno nel periodo estivo, alle valli Painale e Forame suscita una forte impressione, in quanto sembra di essere approdati a mondi assai diversi. Qui domina, infatti, anche d’estate, un forte senso di enigmatica solitudine, tanto da far nascere in noi l’impressione di aver effettuato un cammino non nello spazio, ma, a ritroso, nel tempo, verso un tempo nel quale la montagna non era ancora terreno d’elezione per gli amanti di un incontro con la natura (relativamente) incontaminata, ma luogo di taciturne e quotidiane fatiche e ristrettezze. E’ come se in questi luoghi l’uomo si fosse arreso, abbandonandoli, e la montagna celebrasse il suo trionfo, un trionfo non disturbato dai rari animali peregrinanti e zainati. Per tutti questi elementi di suggestione, questa tappa del Sentiero Italia ha qualcosa di unico.
A proposito di animali peregrinanti e zainati: ne esiste una sottospecie, ormai scomparsa da tempo, molto legata a questi luoghi e, forse, anche alle vicende del rifugio che abbiamo raggiunto. Si tratta dei contrabbandieri, che sfruttavano i luoghi toccati dal Sentiero Italia, dalla Val Fontana al versante retico sopra Teglio, Bianzone, Villa di Tirano e Tirano, per esercitare la loro attività, contrastati dalla Guardia di Finanza, che proprio nell’attuale rifugio ANA Massimino Erler aveva una sua caserma. La costruzione del rifugio data esattamente ad un secolo fa: nel 1903, infatti, grazie alla generosità di Antonio Cederna, che amava profondamente questi luoghi (tanto da scrivere, nel lontano 1866, un volume intitolato Monti e passi della Val Fontana), e per interessamento della sezione valtellinese del CAI, venne eretta la capanna, inaugurata il 31 luglio dell’anno successivo (per cui l’anno prossimo si festeggia il centenario), capanna che però ebbe una vita travagliata, in quanto già nel 1914 venne gravemente danneggiata. Venne avanzata anche l’ipotesi che ciò fosse accaduto ad opera della Guardia di Finanza, per togliere ai contrabbandieri un punto di appoggio fondamentale.
Un intervento di ricostruzione, nel 1926, portò alla temporanea riapertura del rifugio, che, tuttavia, venne di nuovo chiuso nel 1938, dopo una seconda azione di danneggiamento. Dobbiamo, quindi, giungere ad anni più vicini a noi, e precisamente al 1980, per vedere la riapertura della struttura, grazie all’iniziativa della sezione valtellinese del CAI. La denominazione fu ampliata, per commemorare, oltre al Cederna, anche i fratelli Fedele ed Antonio Maffina, morti due anni prima scalando il pizzo di Coca, nelle Alpi Orobie.
La presenza di un rifugio in questi luoghi si giustifica non solo dal punto di vista alpinistico, ma anche e soprattutto da quello escursionistico. Fra le ascensioni è da menzionare, oltre a quelle alla punta Painale ed al pizzo Canciano, quella al pizzo Scalino. Se guardiamo, infatti, dal rifugio in direzione nord, individuiamo facilmente una depressione denominata Colle o Passo di Val Fontana (m. 3008), collocata, più o meno, a metà strada fra i pizzi Scalino (m. 3323), a sinistra, e Canciano (m. 3103), a destra. Dal passo si accede direttamente al limite meridionale della Vedretta del pizzo Scalino, che viene poi percorsa in direzione oves-sud-ovest, fino all’attacco finale che permette di raggiungere la vetta. C’è poi da ricordare che tale vetta è raggiungibile dalla Cederna-Maffina anche per diversa via, cioè percorrendo il crinale meridionale.
Il rifugio è anche un importante crocevia escursionistico: di qui non passa, infatti, solo il Sentiero Italia, ma anche l’Alta Via della Val Fontana, che descrive un ardito arco in prossimità del crinale della valle, percorrendone il circo terminale, verso est, e le laterali val Sareggio, dei Laghi e Malgina, per poi affrontare il crinale che passa per il pizzo Combolo (m. 2900) ed il monte Calighè (m. 2698) e scendere, passando dal facile monte Brione (da “braida”, “prato”, ma anche “luogo selvaggio”; m. 2542), alla parte alta di Prato Valentino, sopra Teglio. Ci si potrebbe domandare per qual motivo il Sentiero Italia, dopo aver seguito per un buon tratto l’Alta Via della Valmalenco, non faccia lo stesso con quella della Val Fontana. La risposta è probabilmente questa: la seconda traversata è, in molti punti, più ostica e faticosa della prima, il che la pone fuori della portata di molti escursionisti.
Qualche nota tecnica, per concludere. La traversata, nella sua interezza, richiede circa 5 ore di marcia (6 e mezza se decidiamo di scendere fino al rifugio Erler), ed il superamento di un dislivello in salita di circa 930 metri.

RIF. CRISTINA-PASSI DEGLI OMETTI-RIF. DE DOSSO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Cristina-Passo degli Ometti-Rif. De Dosso
4 h
490
EE

Variante: dal passo degli Ometti possiamo anche scendere al rifugio De Dosso, all'alpe Painale (alta Val di Togno), disegnando così un'altrettanto elegante traversata dal rifugio Cristina al rifugio De Dosso. Al rifugio possiamo scendere attraversando l'alta valle e scendendo fino ad intercettare il sentiero che da essa sale verso il passo di Forame (cfr. la relazione precedente), oppure, con percorso più breve, scendendo lungo l'erboso versante settentrionale della Val Painale (così viene denominata la parte terminale dela Val di Togno). Il sentierino, con traccia incerta, corre nel primo tratto lungo il crinale, scendendo verso sud-ovest, poi lo lascia piegando a sinistra e afruttando un corridoio fra due modeste gobbe.

Nella successiva discesa pieghiamo a destra, poi nuovamente a sinistra (dir. sud), ed ancora a destra, attraversando un vallone e passando sotto una severa parete rocciosa sulla cui verticale si eleva il monte Acquanera. Disegniamo così un lungo traverso in direzione sud-ovest, fino a quota 2320 circa. Qui descriviamo un arco verso sinistra (direzione est), per poi piegare nuovamente a destra invertendo la direzione (sud-ovest). A quota 2180 circa pieghiamo ancora a sinistra, raggiungengo l'ampia piana dell'alpe Painale e procedendo in direzione del ben visibile baitone, presso il quale si trova il rifugio De Dosso (m. 2123). La traversata richiede circa 3 ore e mezza (il dislivello approssimativo in altezza è di 490 metri).


Val Painale

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La traversata a Caspoggio, infine, corrisponde all'ottava ed ultima tappa dell'Alta Via della Valmalenco.

RIFUGIO CRISTINA-CASPOGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Cristina-Alpe Acquanera-Alpe Cavaglia-Piazzo Cavalli-Caspoggio
3 h e 30 min.
150
E
SINTESI. Dal rifugio Cristina all'alpe Prabello procediamo verso sud, verso una croce di legno che precede un tratto che si snoda fra grandi rocce arrotondate. Il sentiero inizia a descrivere un ampio arco, superando alcune piccole porte fra le rocce e dirigendosi verso sud-est. In questo primo tratto possiamo anche vedere, in una bella conca fra radi larici, più in basso, il laghetto dei Montagnoni. Raggiungiamo poi la grande spianata dell'alpe Acquanera (m. 2116), che si distende sotto il monte omonimo (m. 2806). Raggiunto il limite dell'alpe, il sentiero prosegue verso sud-ovest, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si snoda fra la bassa vegetazione. I triangoli gialli si alternano, lungo l'intera tappa, alle bandierine rosso-bianco-rosse. Dopo aver superato tre valloni principali, procedendo verso sud-ovest, raggiungiamo la seconda grande alpe, l'alpe Cavaglia (m. 2056), anch'essa sovrastata dal monte omonimo. Ignoriamo alcune deviazioni a destra che scendono alle frazioni sopra Caspoggio. Il sentiero (direzione ovest-sud-ovest) entra per un buon tratto in un bel bosco, e taglia il largo dosso che scende verso nord-ovest dal pizzo Palino (m. 2686), cominciando poi perdere quota, scendendo da 2000 metri circa a 1800: qui esce dal bosco e si immette nella parte terminale di una ripida strada sterrata che scende ai prati del Piazzo Cavalli (m. 1777). L'ulteriore discesa avviene facilmente seguendo la strada sterrata, che ci permette di raggiungere la chiesetta di S. Antonio (m. 1337), dove si trova una stazione intermedia degli impianti di risalita. Da S. Antonio, seguendo la strada che scende a S. Elisabetta oppure un sentiero che raggiunge il limite superiore del paese, possiamo infine scendere facilmente a Caspoggio.

Lasciamo dunque l'alpe Prabello, salutando anche la chiesetta della Madonna della Pace, posta sul suo limite meridionale ed edificata nel 1919 per salutare la conclusione della Prima Guerra Mondiale. L'alta via si dirige quindi a sud, verso una croce di legno che precede un tratto che si snoda fra grandi rocce arrotondate. Il sentiero inizia a descrivere un ampio arco, superando alcune piccole porte fra le rocce e dirigendosi verso sud-est. In questo primo tratto possiamo anche vedere, in una bella conca fra radi larici, più in basso, il laghetto dei Montagnoni.
Raggiungiamo poi la grande spianata dell'alpe Acquanera (acquanégra, m. 2116), che si distende sotto il monte omonimo (m. 2806), rallegrata nel periodo estivo dallo scampanio delle mucche. Se ci fermiamo qui per gettare uno sguardo alle nostre spalle, potremo ammirare, in una giornata limpida, l'intera testata della Valmalenco.
L'alpeggio, che appartiene storicamente alla Quadra di S. Giovanni Battista di Montagna in Valtellina. Il suonome si deve al fatto che i piccoli corsi d'acqua che la attraversano assumono un colore scuro per dovuto al terreno di torbiera. Infatti nella prima parte del secolo scorso, fino al 1945, veniva estratta una grande quantità di torba che, essiccata, veniva usata nelle calchere, cioè nei forni dove veniva cotta la calce. Dal Settecento al secolo scorso in questa zona veniva estratto anche amianto.
Raggiunto il limite dell'alpe, il sentiero prosegue verso sud-ovest, alternando tratti nel bosco ad altri in cui si snoda fra la bassa vegetazione. I triangoli gialli si alternano, lungo l'intera tappa, alle bandierine rosso-bianco-rosse.
Davanti ai nostri occhi appare ben presto la seconda grande alpe, l'alpe Cavaglia ("cavàia", m. 2056), anch'essa sovrastata dal monte omonimo (m. 2728). Mentre però l'alpe Acquanera suscita un'impressione di vita gioiosa, qui prevale un senso di mestizia e di abbandono: l'alpeggio, infatti, in passato caricato da allevatori di Torre S. Maria, ora è abbandonato. Intanto, fra un tratto in piano, uno in discesa e qualche strappetto in salita, abbiamo modo di osservare bene anche gli scenari della seconda tappa, e soprattutto il vallone di Sassersa ed il passo di Ventina (pas de la venténa). Lasciata alle spalle anche l'alpe Cavaglia, proseguiamo la lunga traversata, ignorando diverse deviazioni a destra che scendono alle frazioni sopra Caspoggio.
Il sentiero entra per un buon tratto in un bel bosco, dove i giochi di luce ci ripagano, almeno parzialmente, della mancanza dei grandi scenari montuosi ai quali le tappe precedenti ci hanno abituato. Superato il largo dosso che scende verso nord-ovest dal pizzo Palino (m. 2686), cominciamo a perdere quota, scendendo da 2000 metri circa a 1800: il sentiero qui esce dal bosco e si immette nella parte terminale di una ripida strada sterrata che scende ai prati del Piazzo Cavalli (m. 1777). Superato il largo dosso che scende verso nord-ovest dal pizzo Palino (m. 2686), cominciamo a perdere quota, scendendo da 2000 metri circa a 1800: il sentiero qui esce dal bosco e si immette nella parte terminale di una ripida strada sterrata che scende ai prati del Piazzo Cavalli (m. 1777).
L'ulteriore discesa avviene facilmente seguendo la strada sterrata, che ci permette di raggiungere la chiesetta di S. Antonio (m. 1337), dove si trova una stazione intermedia degli impianti di risalita.
Da S. Antonio, seguendo la strada che scende a S. Elisabetta oppure un sentiero che raggiunge il limite superiore del paese, possiamo infine scendere facilmente a Caspoggio, dove l'avventura dell'alta via, con qualche rimpianto, termina. Siamo in cammino da 3-4 ore circa, e qualche salitella ci ha fatto superare un dislivello in salita di circa 150 metri.

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Non si può mancare di ricordare che il rifugio Cristina è punto d'appoggio per una delle più classiche ascensioni in Valmalenco, quella al pizzo Scalino, che della valle medesima rappresenta una delle icone più rappresentative.

RIFUGIO CRISTINA-PIZZO SCALINO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Cristina-Il Cornetto-Pizzo Scalino
4 h
1050
A

L'ascensione, per quanto non difficile, comporta un impegno alpinistico (per la traversata del ghiacciaio), per cui in questa sede se ne menzionano solo gli elementi salienti. Dal rifugio Cristina incamminiamoci sul percorso della settima tappa dell'Alta Via della Valmalenco (cioè in direzione dei laghetti e del passo di Campagneda), lasciando il sentiero ed i triangoli gialli dell'Alta Via quando troviamo il cartello che segnala, alla nostra destra, la deviazione per il Cornetto. Un sentierino risale il ripido pendio che porta al Cornetto (2848 m.), sperone roccioso sulla cresta settentrionale del pizzo Scalino. Qui giunti, non senza fatica, ci affacciamo alla vedretta dello Scalino, adagiata nell'altipiano compreso fra pizzo Scalino e pizzo Canciano. Attraversiamo, ora, il nevaio in leggera pendenza procedendo verso est, per poi volgere a destra (sud) ed attraversare il tratto pianeggiante della vedretta, fino alla crepaccia terminale, che va superata con molta attenzione. Raggiunta una fascia di rocce instabili, la attraversiamo, con molta cautela, fino a raggiungere il collo dello Scalino (3100 m.). Da qui proseguiamo seguendo la cresta. Superate le ultime facili roccette, ecoci, infine, alla grande croce di vetta (3323 m.). La salita richiede circa 4 ore (il dislivello approssimativo è di 1050 metri).

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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