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Il rifugio Roberto Bignami all'alpe Fellaria (m. 2401 o, su talune carte, 2385; cfr. www.rifugiobignami.it) è dedicato al consigliere della sezione del CAI di Milano tragicamente scomparso nell'attraversamento di un torrente durante la marcia di avvicinamento al monte Api (m. 7132, in Nepal), nel contesto della spedizione Ghiglione del 1954. Fu la madre a volere la sua edificazione, nel 1957.
La posizione è splendida: una balconata che offre un colpo d'occhio incomparabile sulla vedretta di Fellaria orientale, sul limite della bucolica ed omonima alpe. L’alpe Fellaria (o Fellerìa, in dialetto “felerìe”) è uno dei più alti alpeggi alpini, posta, com’è, a 2400 metri. Il suo centro è posto in un piccolo avvallamento che pone le baite al riparo dai venti che spirano dai ghiacciai omonimi. Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso era caricata da una decina di famiglie della contrada di Ganda (Lanzada), ciascuna con il proprio soprannome (i re, i gat, i santin, i mau, i gnolii, i tonitoni, i alpin, i öc, i péteréi), con una settantina di capi che salivano fin qui dopo aver sostato nei sottostanti alpeggi di Campomoro (cammòor) e di Gera (prima che gli attuali invasi li sommergessero); oggi, invece, da molti anni nessun capo di bestiame pascola più nella splendida cornice dell’alta Valle di Campomoro.


Vedretta di Fellaria orientale

Lo sperone sul quale è posto il rifugio si innalza ad est della grande conca dell'alpe Gera, sommersa dopo la costruzione dell'omonimo invaso. Si tratta della diga di Gera (diga de la gère), il secondo e più grande sbarramento idroelettrico che occupa la parte alta della valle di Campomoro. È stata costruita dall’impresa Italstrade fra il 1960 ed il 1965 (per conto della società idroelettrica Zizzola, prima, e dell’ENEL, poi) nella piana, di circa 2 km, che prima ospitava l’alpe di Gera (gère, m. 2024), ed è una delle più grandi d’Italia. La sua muratura, eretta con 1.800.000 metri cubi di calcestruzzo, ha un’altezza di 110 metri e si impone quindi prepotentemente allo sguardo di chi raggiunga la piana di Campomoro (a sua volta occupata da uno sbarramento più basso e meno capiente, la diga di Campomoro). La diga di Gera può contenere 65 milioni di metri cubi d’acqua ed è alimentata  dal torrente Còrmor (le cui acque scendono dalla vedretta di Fellaria orientale), dal torrente della Val Poschiavina e dal torrente Scerscen (le cui acque sono convogliate qui  mediante una galleria a pelo libero di circa 4 km).


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ACCESSO AL RIFUGIO BIGNAMI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Gera-Rifugio Bignami
1 h e 15 min.
440
T
SINTESI. Saliamo in Valmalenco e raggiungiamo Lanzada, proseguendo per Canpo Franscia e Campomoro e parcheggiando in fondo alla pista, sotto il muraglione della diga di Gera (m. 1990). Saliti al camminamento, traversiamo al lato opposto ed iniziamo a salire sul marcato sentiero che taglia verso nord-nord-est il fianco del Sasso Nero (attenzione alla possibile caduta di massi), fino a raggiungere, dopo qualche tornante, il pianoro del rifugio Bignami (m. 2385).


Rifugio Bignami

L'escursione al rifugio Bignami è una delle più facili e brevi in alta Valmalenco (per la ptrecisione, in alta Val Lanterna). Punto di partenza è lo sbarramento della diga di Gera. Per raggiungerlo dobbiamo imboccare, da Sondrio, la strada provinciale n. 15 della Valmalenco, portandoci dal lato sinistro a quello destro della valle (per chi sale) appena prima di Torre;  rimaniamo, quindi, sul lato destro e, salendo, lasciamo sulla sinistra Chiesa Valmalenco (sgésa, a 15,5 km da Sondrio); prendiamo, poi, a destra ad una rotonda ed attraversiamo Lanzada (il comune nel cui territorio rientra la val Poschavina, così come buona parte della Val Lanterna). Oltre Lanzada, la strada prosegue per Campo Franscia, a 8 km da Lanzada, che raggiungiamo dopo aver attraversato le impressionanti gallerie scavate nei roccioni strapiombanti della Val Lanterna. Da Campo Franscia (localmente solo “franscia”; l’aggiunta di “Campo-“ si deve ad una situazione curiosa: la Guardia di Finanza progettò di costruire a Campomoro una caserma; il progetto, però, mutò e la scelta cadde su Franscia, ma nei documenti, già pronti, venne cancellato solo –moro, sostituito con –franscia; così nacque il toponimo “Campofranscia”), proseguiamo per altri 6 km, concludendo la salita in automobile in valle di Campomoro, dove si trovano i due grandi sbarramenti delle dighe di Campomoro e Gera (dighe de cammòor e dighe de la gère). È possibile portarsi, percorrendo un ultimo tratto sterrato, in vista dell’impressionante sbarramento della diga di Gera, fino all’ampio piazzale dove possiamo lasciare l’automobile, ad una quota di 1965 metri.


Rifugio Bignami

Guadagnata la sommità dello sbarramento (m. 2175) seguendo la stradina asfaltata, ci troviamo di fronte ad un bivio. Attraversando lo sbarramento, verso sinistra, si sale al rifugio Bignami.

Percorriamo, dunque, la sommità dello sbarramento verso sinistra (ovest) ed incamminiamoci su un comodo sentiero (un po' esposto però alla caduta massi: attenzione!), che effettua una lunga diagonale sul fianco orientale del Sasso Moro e sul versante di pascoli e rocce denominato "còsto granda", raggiungendo, dopo un tornante nel punto finale, il rifugio Bignami (2385 m.), dopo circa un'ora ed un quarto di cammino (il dislivello in altezza è di 440 metri). Da qui il panorama è analogo a quello già contemplato, ma si aggiunge la possibilità di gettare uno sguardo sul vallone terminale della val Lanterna, dove si riversano fragorosamente tre grandi cascate che scendono dalla vedretta di Fellaria e si disperdono in diversi torrentelli.


Rifugio Bignami

TRAVERSATA RIF. BIGNAMI-RIF. MARINELLI PER LA BOCCHETTA DI CASPOGGIO

Il rifugio è punto di partenza per diverse interessanti escursioni e traversate, che vengono qui di seguito illustrate. La più nota e classica è la traversata al rifugio Marinelli per la bocchetta di Caspoggio si tratta della sesta tappa dell'Alta Via della Valmalenco, percorsa a rovescio).

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bignami-Bocchetta di Caspoggio-Rif. Marinelli-Rif. Carate Brianza-Diga di Campomoro
6 h
800
EE
SINTESI. Salendo da Sondrio in Valmalenco, ci portiamo a Lanzada e proseguiamo sulla strada che passa per Campo Franscia e si conclude a Campomoro, nei pressi della diga omonima (m. 1980). Proseguiamo su una strada sterrata che si porta ai piedi della diga successiva, quella di Gera, e qui parcheggiamo. Saliti al camminamento dlel'invaso, prendiamo a sinistra, lo attraversiamo ed imbocchiamo sul lato opposto il marcato sentiero che porta al rifugio Bignami (m. 2385). Seguendo le indicazioni, prendiamo a sinistra, passiamo per l'alpe Fellaria. Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione (partenza del sentiero glaciologico Luigi Marson, che ignoriamo). Proseguendo diritti, quasi in piano (direzione ovest-nord-ovest), seguendo le indicazioni (triangoli gialli) della VI tappa dell'Alta Via della Valmalenco. Giungiamo ad un secondo corso d'acqua, che attraversiamo da sinistra a destra, attaccando quindi decisamente un grande canalone detritico, sempre in direzione ovest-nord-ovest. Alla sua sommità ci attende il nevaio adagiato su una grande conca che si trova a valle della bocchetta. Seguendo i segnavia (triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco e le tracce lasciate dagli altri escursionisti, effettuiamo un arco di cerchio sulla sinistra del nevaio (direzione sud-ovest, poi di nuovo ovest-nord-ovest) e giungiamo ai piedi della bocchetta di Caspoggio (m. 2983), dove le corde fisse ci aiutano a superare le ultime roccette.La discesa prosegue un piccolo ghiacciaio, la vedretta di Caspoggio, che non è particolarmente pericoloso, ma può nascondere qualche insidia, per cui dobbiamo essere attrezzati per una traversata su ghiacciaio e procedere con cautela. Scendiamo tenendo il lato destro della vedretta e puntando ad un ben visibile speroncino roccioso, oltre il quale proseguiamo la discesa fra nevaietti e roccette. Il sentiero comincia a tagliare un versante di sfasciumi: descrivendo gradualmente un arco verso sinistra, intercettiamo, infine, il sentiero che sale verso il rifugio Marinelli, già ben visibile, su un grande sperone roccioso, dalla bocchetta. Salamo con ripidi tornantini alla spianata del rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina (m. 2813).

Piana di Fellaria

Prendendo come riferimento un cartello che dà la bocchetta di Caspoggio ad un’ora e 45 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 30 minuti, ci incamminiamo sul sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio ed alla forca di Fellaria (in entrambi i casi, percorriamo la sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, nell’itinerario classico o nella variante bassa denominata VI C). Oltrepassiamo, così, le baite dell’alpe Fellaria (m. 2401).
Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione (partenza del sentiero glaciologico Luigi Marson, che ignoriamo).


Versante orientale della bocchetta di Caspoggio

Proseguendo diritti, quasi in piano (direzione ovest-nord-ovest), in direzione dell'ampio vallone di destra, e giungiamo ad un secondo corso d'acqua, che attraversiamo da sinistra a destra. Ci portiamo, quindi, ai piedi di un ripido versante di sfasciumi, che ci dà l'illusione visiva che la bocchetta sia posta alla sua sommità. Non è così, perché, risalita faticosamente, svolta dopo svolta, la ganda, sempre in direzione ovest-nord-ovest, scopriamo che c'è ancora un bel tratto da coprire, in quanto dobbiamo superare il nevaio adagiato su una grande conca che si trova a valle della bocchetta. Seguendo i segnavia (triangoli gialli dell'Alta Via della Valmalenco) e le tracce lasciate dagli altri escursionisti, effettuiamo un arco di cerchio sulla sinistra del nevaio (direzione sud-ovest, poi di nuovo ovest-nord-ovest) e giungiamo ai piedi della bocchetta di Caspoggio, dove le corde fisse ci aiutano a superare le ultime roccette.


Vallone di Scerscen dalla bocchetta di Caspoggio

Dai 2983 metri del valico il panorama è grandioso. Alle nostre spalle dominiamo nella loro interezza le valli Confinale (canfinàal) e Poschiavina ed il pizzo Scalino, mentre davanti a noi si apre lo spettacolo superbo dei giganti del gruppo del Bernina: vediamo, da destra, il già citato Piz Zupò ed il Piz Argient (m. 3945), mentre, più a sinistra, si mostra la celeberrima triade dei pizzi Bernina (m. 4050), Scerscen (m. 3971) e Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937). Segue il passo di Sella e, alla sua sinistra, i pizzi Sella, Gemelli e Gluschaint.


Vedretta di Caspoggio

Si tratta ora di scendere su un piccolo ghiacciaio, la vedretta di Caspoggio, che non è particolarmente pericoloso, ma può nascondere qualche insidia, per cui dobbiamo essere attrezzati per una traversata su ghiacciaio e procedere con cautela (può capitare di infilare un piede in quella che pare una fessura appena accennata e ritrovarsi con una gamba sospesa nel vuoto). Scendiamo tenendo il lato destro della vedretta e puntando ad un ben visibile speroncino roccioso, oltre il quale proseguiamo la discesa fra nevaietti e roccette. Il sentiero comincia a tagliare un versante di sfasciumi: descrivendo gradualmente un arco verso sinistra, intercettiamo, infine, il sentiero che sale verso il rifugio Marinelli, già ben visibile, su un grande sperone roccioso, dalla bocchetta.


Piz Argient e Zupò

A questo punto compiamo uno sforzo supplementare e risaliamo gli oltre cento metri di dislivello che ci separano dalla quota 2813 del rifugio: ne vale la pena, non possiamo non visitare il più famoso rifugio di Valmalenco, dove possiamo sostare, ammirare l'impressionante vallone di Scerscen e, ad ovest, la vedretta di Scerscen inferiore, e ritemprarci in vista di una discesa che si annuncia piuttosto lunga, anche se molto agevole.

Il rifugio, di proprietà del CAI di Sondrio, fu costruito nel 1880. Il suo nome originario era rifugio Scerscen ma, dopo la morte del suo ideatore, Damiano Marinelli, nel 1882 venne intitolato a lui. Nel tempo fu soggetto a numerosi ampliamenti (1906, 1915, 1917, 1925 e 1938), finché, dopo la seconda guerra mondiale, per impulso di Luigi Bombardieri venne raddoppiato. Alla morte del Marinelli, in seguito alla tragica caduta dell’elicottero che lo trasportava nel 1957, il suo nome venne aggiunto nell’intitolazione del rifugio, che ebbe come custode Cesare Folatti.
Vediamo, ora, come scendere alla diga di Gera, dove abbiamo parcheggiato l'automobile, per una diversa e più facile via. Percorriamo a ritroso il tracciato normalmente utilizzato per salire al rifugio. Torniamo quindi alla base dello sperone roccioso, attraversiamo su un ponticello il torrente che scende dalla vedretta di Caspoggio ed effettuiamo una traversata sostanzialmente pianeggiante che, con un primo tratto verso sud-ovest ed un secondo verso sud-est, ci permette di aggirare le propaggini del fianco occidentale delle cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”) e di raggiungere la bocchetta delle Forbici (buchèl di fòrbes).
Poco prima della bocchetta, però, fermiamoci a contemplare per l'ultima volta lo spettacolo dei pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen (probabilmente da "scérsc", cerchio) e Bernina, che da qui si mostrano in tutta la loro regalità. Pochi metri sotto la bocchetta, sul lato dell'alta valle di Musella, troviamo il terzo rifugio, il Carate Brianza (m. 2636).
Ci attende ora una tratto di discesa più ripida, sui famosi "sette sospiri" (ma, per noi che scendiamo e che magari incrociamo qualche volto stravolto dalla fatica, sono sospiri di sollievo): seguendo il sentiero, giungiamo ad un bivio segnalato da cartelli: proseguendo la discesa verso sud ci ritroveremmo all'alpe Musella, dove si trovano i rifugi Mitta e Musella. Noi pieghiamo invece a sinistra (sud-est), effettuando una lunga traversata, sostanzialmente pianeggiante, dell'alta valle, al cospetto delle cime di Musella e del Sasso Moro, fino a portarci ai piedi del suo fianco meridionale. Qui il sentiero piega a sinistra (est) e comincia bruscamente a scendere, con tratti ripidi e protetti, perchè esposti, in direzione della diga di Campomoro (dighe de cammòor), che ora vediamo sotto di noi.
Al termine della discesa ci ritroviamo ai piedi del muraglione orientale della diga e dobbiamo risalire per qualche decina di metri, su una comoda strada sterrata, fino al camminamento che ci permette di attraversarla e di raggiungere il suo lato orientale, ritornando così in breve alla nostra automobile.
L'intero anello (che, ovviamente, può anche essere percorso in senso contrario), compresa la salita al rifugio Marinelli, comporta un dislivello in salita di poco meno di 800 metri ed un tempo complessivo di circa 5 ore (al netto, ovviamente, delle soste).

TRAVERSATA RIF. BIGNAMI-RIF. MARINELLI PER IL PASSO MARINELLI ORIENTALE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bignami-Passo Marinelli orientale-Rifugio Marinelli
5 h
700
EE
SINTESI. Salendo da Sondrio in Valmalenco, ci portiamo a Lanzada e proseguiamo sulla strada che passa per Campo Franscia e si conclude a Campomoro, nei pressi della diga omonima (m. 1980). Proseguiamo su una strada sterrata che si porta ai piedi della diga successiva, quella di Gera, e qui parcheggiamo. Saliti al camminamento dlel'invaso, prendiamo a sinistra, lo attraversiamo ed imbocchiamo sul lato opposto il marcato sentiero che porta al rifugio Bignami (m. 2385). Seguendo le indicazioni, prendiamo a sinistra, passiamo per l'alpe Fellaria. Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione: si tratta della partenza del sentiero glaciologico Luigi Marson, che seguiamo, lasciando alla nostra sinistra la traccia per la bocchetta di Caspoggio. Superato un secondo torrente, troviamo, su un grande masso, a quota 2430 metri, l'indicazione di un bivio: il sentiero Marson si divide, qui, nei due rami denominati "A" (di sinistra) e "B" (di destra). Seguiamo il primo (sinistra), che prosegue diritto, salendo, in direzione nord, fra magri pascoli annegati in una colata di massi. Terminata la salita, tagliamo il fianco montuoso sul quale incombenti roccioni scaricano abbondanti sfasciumi, e giungiamo in vista di una lunga morena, di cui raggiungiamo il filo seguendolo e passando alti a destra del lago Fasso (m. 2638). Alla nostra sinistra, oltre il laghetto glaciale, un ampio vallone interamente ricoperto di sfasciumi. Dobbiamo traversarlo stando alti, a ridosso delle rocce, e procedendo in direzione ovest, ma piegando poi gradualmente a sinistra, fino ad assumere la dirazione sud. Accediamo ad un'ampia e desolata conca, sul cui fondo vediamo un'ampia insellatura rocciosa, chiusa, a destra, da una sorta di corno. Non puntiamo in quella direzione, ma volgiamo a destra, assumendo la direzione ovest-nord-ovest (ci aiuta, oltre ai segnavia, qualche ometto). Procediamo in direzione di un nevaietto, alla cui sinistra scende il torrente che raccoglie le acque di un ramo della vedretta di Fellaria occidentale. Non attraversiamo il nevaio, ma attacchiamo, prima, il muro di rocce e sfasciumi fra i quali serpeggia una traccia, segnalata da ometti. La faticosa salita ci fa approdare al ripiano superiore, una fascia di rocce dove si infrange il limite inferiore della parte occidentale della vedretta di Fellaria occidentale. Prendiamo a sinistra, portandoci al punto nel quale dal ghiacciaio defluisce un torrentello. Portiamoci ad un ometto sul limite del ghiacciaio. Alla nostra destra, un tondeggiante roccione rosso mostra la scritta "Alta Via", con una freccia che è di grande aiuto per chi percorresse la traversata in senso. La traversata del mare bianco avviene tenendo la direzione ovest ed il lato sinistro. Nel primo tratto la pendenza è modesta, poi si accentua quando siamo ad una sorta di largo scivolo che adduce alla piana del passo. Procediamo seguendo la linea di pendenza meno accentuata, sempre stando sul lato sinistro, ma non troppo a ridosso del limite del ghiacciaio. E', questa, la fascia più crepacciata, ma le crepe appaiono poco aggressive e facili da superare. Salendo con calma, siamo, infine, ai 3094 metri dell'ampia sella del passo Marinelli orientale. Scendiamo ora sul versante opposto, verso ovest, lasciamo il ghiacciaio e, seguendo i triangoli gialli, passiamo a lago di un laghetto di fusione ed infiliamoci in un canalone (un grande ometto ci aiuta), che scendiamo verso sud-ovest con cautela, fino a raggiungere un sistema di roccioni fra i quali serpeggia una traccia di sentiero. Ci portiamo infine ad un versante morenico e sempre scendendo verso nord-ovest raggiungiamo il rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina.


Passo Marinelli orientale

La traversata al rifugio Marinelli può, però, avvenire anche per una seconda e più alta via, cioè attraverso il passo Marinelli orientale. Si tratta di una variante alta della VI tappa dell'Alta Via dela Valmalenco (traversata Marinelli-Bignami, percorsa in senso inverno): questo giustifica la presenza dei classici triangoli gialli sull'intero percorso (su qualche masso troviamo anche la scritta "Passo Marinelli")..
Nel primo tratto il sentiero coincide con l'itinerario che dal rifugio Bignami sale alla bocchetta di Caspoggio. Prendendo come riferimento un cartello che dà la bocchetta di Caspoggio ad un’ora e 45 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 30 minuti, ci incamminiamo, dunque, sul sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio ed alla forca di Fellaria (in entrambi i casi, percorriamo la VI tappa dell’Alta Via della Valmalenco, nell’itinerario classico o nella variante bassa denominata VI C). Oltrepassiamo, così, le baite dell’alpe Fellaria (m. 2401).


Lago Fasso

Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione: da qui parte il sentiero glaciologico Luigi Marson. Lasciata la traccia per la bocchetta di Caspoggio alla nostra sinistra, prendiamo, dunque, a destra. Superato un secondo torrente, troviamo, su un grande masso, a quota 2430 metri, l'indicazione di un bivio: il sentiero Marson si divide, qui, nei due rami denominati "A" (di sinistra) e "B" (di destra). Seguiamo il primo, che prosegue diritto, salendo, in direzione nord, fra magri pascoli annegati in una colata di massi. Terminata la salita, tagliamo il fianco montuoso sul quale incombenti roccioni scaricano abbondanti sfasciumi, e giungiamo in vista di una lunga morena, posta sul limite occidentale del grande bacino un tempo interamente occupato dal ghiacciaio. Intuiamo subito che la morena sia stata formata dalla forza del lato occidentale del ghiacciaio, che agì come un immane caterpillar. Sul lato sinistro della morena vediamo un laghetto glaciale generato proprio dal suo sbarramento.


Ghiacciaio di Fellaria orientale

Il sentiero si porta sull'esile filo della lunga morena. Percorrendolo, arriviamo ad un masso che segnala, sulla destra (freccia azzura con lettera "B") la seconda deviazione per il ramo "B" del sentiero. La ignoriamo, proseguendo diritti e superando un masso sul quale si legge, in caratteri gialli, la scritta "Bocchetta 3000 e passo Marinelli". Alla nostra sinistra vediamo un lago glaciale generato proprio dallo sbarramento della morena (lago Fasso, m. 2638). Raggiungiamo, quindi, il pannello dell'interessantissimo punto panoramico "A".

Qui una targa ci illustra la natura del ghiacciaio. Le morene, come spiega la targa, sono state formare dall’avanzata dei ghiacciai, che, con un’azione paragonabile a quella di una ruspa, hanno eretto queste grandi colline di detriti sui loro lati. L’ultima avanzata del ghiacciaio di Fellaria risale alla piccola età glaciale compresa fra la metà del secolo XVI alla metà del secolo XIX. Tale avanzata portò, nell’Ottocento, il ghiacciaio fino alla piana ora occupata dal grande invaso artificiale di Gera, poco al di sopra dei 2100 metri. Iniziò poi una progressiva ritirata: agli inizi del Novecento le due grandi seraccate della parte orientale ed occidentale del ghiacciaio erano ancora unite, ma si divisero negli anni Trenta, ed ore presentano fronti nettamente separati. Con uno sforzo di immaginazione possiamo ricostruire lo scenario del ghiacciaio nella sua massima imponenza, quando, dal punto in cui siamo, si poteva accedere direttamente al ghiacciaio ed attraversare l’intera valle verso est. Guardando verso nord, possiamo vedere quanto resta dell'imponente lingua del ghiacciaio; in alto, occhieggiano i possenti corni gemelli dei pizzi Argient e Zupò.


Pizzi Argient e Zupò

Proseguiamo, quindi, superando un nuovo masso con la scritta "Passo Marinelli" e raggiungendo il limite della morena. Alla nostra sinistra, oltre il laghetto glaciale, un ampio vallone interamente ricoperto di sfasciumi. Dobbiamo traversarlo stando alti, a ridosso delle rocce, e procedendo in direzione ovest, ma piegando poi gradualmente a sinistra, fino ad assumere la dirazione sud. Nel faticoso traverso guadagniamo gradualmente quota; alle nostre spalle il laghetto appare ora assai più in basso, mentre l'orizzonte, oltre la vedretta di Fellaria orientale, è chiuso dal massiccio del pizzo Varuna.

Eccoci, quindi, nel cuore di un'ampia e desolata conca, sul cui fondo vediamo un'ampia insellatura rocciosa, chiusa, a destra, da una sorta di corno. Non puntiamo in quella direzione, ma volgiamo a destra, assumendo la direzione ovest-nord-ovest (ci aiuta, oltre ai segnavia, qualche ometto). Procediamo in direzione di un nevaietto, alla cui sinistra scende il torrente che raccoglie le acque di un ramo della vedretta di Fellaria occidentale. Non attraversiamo il nevaio, ma attacchiamo, prima, il muro di rocce e sfasciumi fra i quali serpeggia una traccia, segnalata da ometti. Alle nostre spalle, il corno mostra un profilo più marcato, ed alle sue spalle, lontano, occhieggia il pizzo Scalino.


Pizzi Argient e Zupò

La faticosa salita ci fa approdare al ripiano superiore, una fascia di rocce dove si infrange il limite inferiore della parte occidentale della vedretta di Fellaria occidentale. Portandoci sul lato destro, vediamo, un po', più in basso, un laghetto glaciale, incorniciato dai corni gemelli dei pizzi Argient e Zupò. Prendiamo, però, a sinistra, portandoci al punto nel quale il ghiacciaio lascia defluire le giovani acque che si dispongono al salto con l'entusiasmo di un'avventura gioiosa. Portiamo ad un ometto sul limite del ghiacciaio, e mettiamo piede sul suo tranquillo manto. Lo vediamo già fin d'ora: ha un aspetto bonario. La crepacciatura è modesta e non pare minacciosa. Ma, come sempre accade, non va sottovalutato. Alla nostra destra, un tondeggiante roccione rosso mostra la scritta "Alta Via", con una freccia che è di grande aiuto per chi percorresse la traversata in senso contrario rispetto a noi. La traversata del mare bianco avviene tenendo la direzione ovest ed il lato sinistro. Nel primo tratto la pendenza è modesta, poi si accentua quando siamo ad una sorta di largo scivolo che adduce alla piana del passo. Procediamo seguendo la linea di pendenza meno accentuata, sempre stando sul lato sinistro, ma non troppo a ridosso del limite del ghiacciaio. E', questa, la fascia più crepacciata, ma le crepe appaiono poco aggressive e facili da superare.


Passo Marinelli orientale

Salendo con calma, siamo, infine, ai 3094 metri dell'ampia sella del passo Marinelli orientale. Oltre il passo, un nuovo mondo, un nuovo scenario di cime che vanno dal monte Disgrazia alla triade Tremogge-Malenco-Entova, passando per la testata della Val Sissone. Alla nostra sinistra, una modesta rampa di rocce e sfasciumi conduce, senza troppa difficoltà, ai 3180 metri della punta Marinelli. Dalla sella del passo una lingua di ghiaccio scende ad un laghetto glaciale, dalle acque di un verde vivace. Alla sua destra, il passo Marinelli occidentale (sovrastato dall'elegante piz Roseg) e, in primo piano, la perentoria mole della punta V Alpini. Scendiamo, dunque, verso sinistra (est), fino al laghetto. Sul lato opposto un piccolo ometto indica il canalino sfruttando il quale inizia la più decisa discesa che terminerà al rifugio Marinelli. Nella discesa, in direzione sud-ovest, dobbiamo prestare attenzione ai triangoli gialli, perché questa si snoda in una fascia di rocce levigate che, fuori del tracciato, possono presentare passaggi ostici e pericolosi. Usciti dal canalino e superato lo scorbutico nevaietto che ne occupa una parte, vediamo uno scorcio della parte alta del Vallone di Scercen e, sulla destra, il rifugio Marinelli. Sulla sua verticale il monte Disgrazia mostra di nuovo un profilo distante, quasi distratto. I triangoli gialli, di concerto con qualche bandierina rosso-bianco-rossa, ci guidano fino ad una più tranquilla fascia di sfasciumi, fra i quali serpeggia una traccia abbastanza marcata, che, dopo un ultimo traverso, sempre in direzione sud-ovest, porta al piazzale del rifugio Marinelli, dopo 5 ore o poco meno di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 700 metri).


Punta V Alpini

TRAVERSATA RIF. BIGNAMI-RIF. CARATE BRIANZA PER LA FORCA DI FELLARIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bignami-Forca di Fellaria-Rifugio Carate-Brianza
3 h e 30 min.
420
E
SINTESI. Salendo da Sondrio in Valmalenco, ci portiamo a Lanzada e proseguiamo sulla strada che passa per Campo Franscia e si conclude a Campomoro, nei pressi della diga omonima (m. 1980). Proseguiamo su una strada sterrata che si porta ai piedi della diga successiva, quella di Gera, e qui parcheggiamo. Saliti al camminamento dlel'invaso, prendiamo a sinistra, lo attraversiamo ed imbocchiamo sul lato opposto il marcato sentiero che porta al rifugio Bignami (m. 2385). Seguendo le indicazioni, prendiamo a sinistra, passiamo per l'alpe Fellaria. Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo di nuovo a sinistra, seguendo una traccia che traversa un bel pianoro, verso ovest, restando a sinistra del torrente. Iniziamo poi a salire gradualmente, oltrepassando una morena. Oltrepassato il filo di una modesta morena, vediamo, davanti a noi, in alto, la sella della forca di Fellaria. La traccia di sentiero sale con diversi tornantini dapprima sul lato sinistro del largo canalone, poi portandosi al centro e raggiungendo una conca di sfasciumi che precede di poco la larga sella della forca. Uno slalom fra alcuni massi ci porta all’erta finale, che affrontiamo stando sulla traccia di sinistra (ce n’è anche una a destra: entrambe portano alla forca). Siamo così alla forca di Fellaria (m. 2839), dalla quale il sentiero, sempre segnalato da triangoli gialli e da segnavia bianco-rossi, scende per un breve tratto verso destra (nord), poi piega a sinistra, in un mare di roccette e sfasciumi, ed assume per un buon tratto la direzione nord-ovest. Ci affacciamo così al versante alto dell'amplissima conca di Musella, coronato dalla cima di Caspoggio e dalle cime di Musella. Il sentiero piega prima a destra (direzione nord), poi a sinistra (nord-ovest), descrivendo un ampio arco che porta tranquillamente al rifugio Carate Brianza (m. 2636).

Una terza interessante quanto poco nota traversata dal rifugio Bignami è quella al rifugio Carate Brianza per la facile forca di Fellaria.
Prendendo come riferimento un cartello che dà la bocchetta di Caspoggio ad un’ora e 45 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 30 minuti, ci incamminiamo sul sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio ed alla forca di Fellaria (in entrambi i casi, percorriamo la sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, nell’itinerario classico o nella variante bassa denominata VI C). Oltrepassiamo, così, le baite dell’alpe Fellaria (m. 2401).
Oltre le baite, troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, dove prendiamo di nuovo a sinistra, separandoci dal sentiero per la bocchetta di Caspoggio, che scende, sulla destra, a scavalcare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Noi, invece, stando a sinistra, saliamo ad una portina fra roccette e proseguiamo sul sentiero verso ovest, percorrendo la splendida ed ampia piana che precede l’inizio del crinale che sale alla forca di Fellaria.
Dopo la noiosa traversata di una fascia di massi, il sentiero riprende su un terreno più riposante, restando sempre a sinistra del torrente che discende, quieto, la piana, fra massi levigati, sprazzi di pascolo e macchie di eriofori. I segnavia che ci guidano sono i classici triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco ed alcuni segni di color bianco. Alla nostra sinistra si snoda l’articolato versante settentrionale del Monte Moro, ma, da qui, non è chiaro dove si trovi la vetta. Ad un certo punto ci sembra di vedere un grande paletto di legno, quasi un’asse: quando ci passiamo vicini, vediamo, però, che si tratta di una singolarissima pietra, piatta ed allungata, eretta, a mo’ di ometto, proprio nel punto in cui il sentiero comincia ad affrontare il pendio che conduce alla forca di Fellaria. Guardando di nuovo a sinistra, vediamo che il fianco del Sasso Moro è percorso da un largo canalone di sfasciumi: una via di salita alla sua cima lo risale, direttamente e faticosamente, passando, nella sua parte media, a destra di una prima fascia rocciosa e poi, nella parte alta, piegando a sinistra per aggirare un sistema di balconate rocciose che si stende sotto la cima. Questa via, piegando poi a destra, porta alla ganda che si stende proprio sotto la cima: la intercetteremo proprio nel tratto terminale della nostra salita, provenendo da un più largo giro.
Iniziamo, ora, a salire gradualmente verso la forca, oltrepassando una morena, mentre alle nostre spalle la visuale sui seracs dell’impressionante balconata della vedretta di Fellaria Orientale, sotto il piz Varuna, si va riducendo alla metà. Oltrepassato il filo di una modesta morena, vediamo, davanti a noi, in alto, la sella della forca, posta a 2819. La traccia di sentiero sale con diversi tornantini dapprima sul lato sinistro del largo canalone, poi portandosi al centro e raggiungendo una conca di sfasciumi che precede di poco la larga sella della forca. Uno slalom fra alcuni massi ci porta all’erta finale, che affrontiamo stando sulla traccia di sinistra (ce n’è anche una a destra: entrambe portano alla forca).
La forca di Fellaria, posta a 2819 metri, è una facile porta di accesso che congiunge il bacino di Fellaria, che confluisce nella Val Lanterna, da quello di Musella, che confluisce nel vallone di Scerscen. Le cime di Musella (m. 2990, 3079, 3094; più ad est, la cima di Caspoggio, m. 3136; queste vette sono chiamate, però, localmente, nel loro complesso, “sas di fòrbes”) e la cima di Caspoggio ci negano, a nord, la visione della testata della Valmalenco mentre a sud e a sud est la visuale è chiusa dagli scuri ed accigliati roccioni del versante settentrionale del Sasso Moro, che incutono un certo timore. Ad est, invece, la visuale raggiunge, alle spalle del piz Varuna e della cima Fontana, un’ampia sezione delle cime della Valfurva. Ad ovest, infine, il Sasso Nero, (umèt), gemello dall’aspetto meno severo del Sasso Moro, si frappone fra il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”), le cime di Rosso e di Vazzeda ed il massiccio delle Sciore, a sinistra, la punta di Fora (sasa de fura o sasa ffura) e la triade Sassa d’Entova, pizzo Malenco e pizzo Tremoggie (piz di tremögi; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “i tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico), a destra.

Dalla forca il sentiero, sempre segnalato da triangoli gialli e da segnavia bianco-rossi, scende per un breve tratto verso destra (nord), poi piega a sinistra, in un mare di roccette e sfasciumi, ed assume per un buon tratto la direzione nord-ovest. Ci affacciamo così al versante alto dell'amplissima conca di Musella, coronato dalla cima di Caspoggio e dalle cime di Musella. Il sentiero piega prima a destra (direzione nord), poi a sinistra (nord-ovest), descrivendo un ampio arco che porta tranquillamente al rifugio Carate Brianza (m. 2636), al quale giungiamo dopo circa 3 ore e mezza di cammino (il dislivello approssimativo in altezza è di 420 metri).


Rifugio Carate-Brianza

GIRO DEL LAGO DI GERA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Diga di Gera-Alpe Gembrè-Rif. Bignami-Diga di Gera
2 h e 30 min.
450
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco e raggiungiamo Lanzada, proseguendo per Canpo Franscia e Campomoro e parcheggiando in fondo alla pista, sotto il muraglione della diga di Gera (m. 1990). Saliti al camminamento, stiamo sulla destra e percorriamo il sentiero che corre a destra del lago di Gera. Ignoriamo la deviazione a destra per la Val Poschiavina, scendiamo in un vallone e risaliamo fino a raggiungere l'alpe Gembrè (m. 2224). Ignorato il sentiero alla nostra destra che sale al passo Confinale, proseguiamo diritti, attraversando le baite dell’alpe. Lasciate queste alle spalle, scendiamo, seguendo le indicazioni, verso i numerosi torrentelli che segnano il circo terminale dell’alta val Lanterna (valle di Campomoro). Stiamo percorrendo il cosiddetto Sentiero dei Ponti (segnalato da segnavia), perché sette ponti in legno consentono di superare i torrentelli che scendono dalla vedretta di Fellaria orientale. Superati i numerosi torrentelli, ricominciamo a salire in direzione sud-ovest, su facili balze, verso lo sperone roccioso sul quale è collocato il rifugio Bignami (m. 2385). Nella salita incontriamo l'ultimo dei ponti, prima di affrontare lo strappo conclusivo.


Lago di Gera

Per il rifugio Bignami passa anche l'interessante escursione denominata giro del lago di Gera (o sentiero dei Ponti) , che, partendo dalla diga di Gera, attraversa l'ampia e splendida conca omonima, a ridosso delle cascate di Fellaria. Si tratta, fra l'altro, anche di un percorso alternativo e più lungo di accesso al rifugio, rispetto a quello classico.
Parcheggiata l'automobile sotto lo sbarramento della diga di Gera, saliamo, dunque, alla sommità dello sbarramento (m. 2175) seguendo la stradina asfaltata, fino al bivio. Qui non dobbiamo prendere a sinistra ed attraversare il camminamento dello sbarramento, ma proseguire diritti, seguendo le indicazioni per Il giro del lago di Gera, L'alpe Gembrè e La val Poschiavina. Percorriamo così una pista sterrata intagliata nel fianco roccioso della montagna, che, ad un certo punto, inizia a salire in val Poschiavina (val pus-ciavìna, da non confondere con la più ampia Valle di Poschiavo, in territorio elvetico: è una laterale sud-orientale della valle di Campomoro). La dobbiamo seguire solo per un tratto: non appena scorgiamo, alla nostra sinistra, un ponte sul torrente della valle, dobbiamo lasciarla e seguire un sentiero che, valicato il torrente, sale all'alpe Poschiavina per poi scendere bruscamente per diverse decine di metri, riavvicinandosi al bacino artificiale.
Dopo essere passati sotto un impressionante artiglio roccioso, raggiungiamo, con un ultimo tratto pianeggiante, l'alpe Gembrè (m. 2224), dove, d'estate, troveremo sempre qualcuno disposto ad offrirci preziose indicazioni. L'alpe, chiamata localmente giumbréie o gembrée, venne assegnata alla quadra di Lanzada nella ripartizione del 1544 ed è caricata da alpeggiatori di Tornadri – Lanzada -; interessante la struttura delle 15 baite, alte, al centro, quanto una persona, coperte di lastroni di pietra, con il focolare in un angolo ed un rialzo per i pagliericci nell’altro. Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, sulla destra rispetto al sentiero principale, ne parte uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. Si tratta del sentiero (strada di vàchi) risale il ripido gradino erboso e roccioso che chiude ad est l’alpe, e si affaccia all’alta Val Confinale, che culmina nel passo omonimo, facile porta di comunicazione fra Valmalenco e territorio elvetico della Valle di Poschiavo.
Ecco come descrive gli alpeggi di Valmalenco Dario Benetti, nell’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota” in “Sondrio e il suo territorio” (IntesaBci, 2001): “Gli alpeggi della Valmalenco hanno una morfologia a nucleo. Ogni famiglia aveva la propria baita. Non si spostava tutta la famiglia. Di solito andava il capofamiglia con due o tre insieme e gli altri rimanevano a lavorare i campi. Gli altri che rimanevano a casa, una volta alla settimana, andavano a portargli la roba, tutto a spalla, naturalmente, e portavano indietro il burro per venderlo e comprare farina. In alcuni casi la lavorazione del latte era effettuata in gruppi di tre o quattro famiglie che si impegnavano a turno. La produzione principale, più che il formaggio, era il burro, venduto al mercato di Sondrio (alpeggi di Lanzada) o in valle di Poschiavo in Svizzera (alpeggi di Torre). Tra gli alpeggi a nucleo più interessanti sono da considerare i due nuclei dell’alpe Arcoglio in comune di Torre, l’alpe Gembré (in pietra), Campaccio, Prabello, Brusada e l’alpe Musella in comune di Lanzada; in questi ultimi sono ancora presenti alcuni esempi antichi di edifici in legno con struttura a blockbau. Parte dei maggenghi (chiamati anche Barchi) era di proprietà comunale. Alcuni alpeggi (Gembré, Fellaria, Val Poschavina) sono a elevata altitudine e venivano utilizzati, al massimo, per un mese. In alcune alpi si falciava qualche piccolo appezzamento di prato (Pradaccio e Giumellino a Chiesa, Acquabianca, Canale, Palù a Torre) da utilizzare nelle stagioni peggiori unitamente al fieno selvatico raccolto sui versanti più alti delle creste montane”.


E' tempo di proseguire: ignorato il sentiero per il passo Confinale, proseguiamo diritti, attraversando le baite dell’alpe. Lasciate queste alle spalle, scendiamo, seguendo le indicazioni, verso i numerosi torrentelli che segnano il circo terminale dell’alta val Lanterna (valle di Campomoro). Stiamo percorrendo il cosiddetto Sentiero dei Ponti (segnalato da segnavia), perché sette ponti in legno consentono di superare i torrentelli che scendono dalla vedretta di Fellaria orientale (vedréce de felérie), che scende dal ripido canale dei Sassi Rossi. Un ghiacciaio oggi ridotto a ben più modeste proporzioni rispetto all’estensione che aveva in epoca napoleonica, quando le sue propaggini basse raggiungevano i gerùn che attraversiamo percorrendo l’anello del lago. Oggi camminiamo a notevole distanza dal ghiacciaio, che però fa intuire la sua presenza ancora potente alimentando i torrentelli (chiamati, genericamente, “acqui”), la cui portata non è insignificante. Dal ghiacciaio scendono tre grandi cascate: quella orientale, quella centrale e quella occidentale, con un salto che genera uno spettacolo di forte impatto emotivo. Superati i numerosi torrentelli, ricominciamo a salire, verso lo sperone roccioso sul quale è collocato il rifugio Bignami (m. 2385). Nella salita incontriamo l'ultimo dei ponti, prima di affrontare lo strappo conclusivo. Alle nostre spalle, ottima è la visuale sul passo Confinale, che congiunge Valmalenco e Valle Poschiavina.
Alla fine, approdiamo alla sommità del pianoro sul quale è posto il rifugio Bignami (la bignàmi), costruito dal CAI di Milano nel 1957, per ricordare l’alpinista Roberto Bignami, scomparso durante una spedizione himalaiana nel 1954. Rappresenta un osservatorio privilegiato sul Piz Palù e sulla vedretta di Fellaria orientale, che cade nel ripiano inferiore con impressionanti seracchi. Più a destra, è ottima la visuale sul passo Confinale. Più a destra ancora, il massiccio monte Spondascia domina la diga di Gera. Il rifugio è posto poco più in basso rispetto alle baite dell’alpe Fellaria (m. 2401), che merita un discorso a parte. Si tratta, infatti, di uno dei più alti alpeggi alpini, posta, com’è, a 2400 metri. Il suo centro è posto in un piccolo avvallamento che pone le baite al riparo dai venti che spirano dai ghiacciai omonimi. Fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso era caricata da una decina di famiglie della contrada di Ganda (Lanzada), ciascuna con il proprio soprannome (i re, i gat, i santin, i mau, i gnolii, i tonitoni, i alpin, i öc, i péteréi), con una settantina di capi che salivano fin qui dopo aver sostato nei sottostanti alpeggi di Campomoro e di Gera (prima che gli attuali invasi li sommergessero); oggi, invece, da molti anni nessun capo di bestiame pascola più nella splendida cornice dell’alta Valle di Campomoro.
Per tornare alla diga di Gera, basta seguire il comodo sentiero che scende tagliando il fianco sud-orientale del Sasso Moro (attenzione però alla caduta sassi, pericolo tutt’altro che remoto). Sul lato opposto si apre al nostro sguardo la val Poschiavina. In breve, ci ritroviamo sul camminamento che percorre lo sbarramento della diga di Gera, dopo circa due ore e mezza di cammino ed un dislivello in salita stimabile approssimativamente in 450 metri.

 

SENTIERO GLACIOLOGICO "LUIGI MARSON"

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Bignami-Sentiero Luigi Marson-Rifugio Bignami
2 h e 30 min.
260
E
SINTESI. Salendo da Sondrio in Valmalenco, ci portiamo a Lanzada e proseguiamo sulla strada che passa per Campo Franscia e si conclude a Campomoro, nei pressi della diga omonima (m. 1980). Proseguiamo su una strada sterrata che si porta ai piedi della diga successiva, quella di Gera, e qui parcheggiamo. Saliti al camminamento dlel'invaso, prendiamo a sinistra, lo attraversiamo ed imbocchiamo sul lato opposto il marcato sentiero che porta al rifugio Bignami (m. 2385). Seguendo le indicazioni, prendiamo a sinistra, passiamo per l'alpe Fellaria. Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione: si tratta della partenza del sentiero glaciologico Luigi Marson, che seguiamo, lasciando alla nostra sinistra la traccia per la bocchetta di Caspoggio. Superato un secondo torrente, troviamo, su un grande masso, a quota 2430 metri, l'indicazione di un bivio: il sentiero Marson si divide, qui, nei due rami denominati "A" (di sinistra) e "B" (di destra). Seguiamo il primo, che prosegue diritto, salendo, in direzione nord, fra magri pascoli annegati in una colata di massi. Terminata la salita, tagliamo il fianco montuoso sul quale incombenti roccioni scaricano abbondanti sfasciumi, e giungiamo in vista di una lunga morena, di cui percorriamo il filo (restando a destra, alti, sul lago Fasso, m. 2638), fino ad un masso che segnala, sulla destra (freccia azzura con lettera "B") la seconda deviazione per il ramo "B" del sentiero. Per ora la ignoriamo, proseguendo diritti, fino a raggiungere il pannello dell'interessantissimo punto panoramico "A". Torniamo poi a tale bivio e scenmdiamo, con molte serpentine, dal lato alla nostra sinistra, sul ripido fianco orientale della morena. Giunti al suo piede, prendiamo a sinistra e ci portiamo al ponte di legno che ci permette di attraversare uno dei torrenti che dal ghiacciaio scendono a costituire le imponenti cascate di Fellaria. Oltrepassato il torrente, il sentiero volge a destra, traversando quasi in piano, in direzione sud-est. Nella traversata troviamo l'indicazione della posizione della fronte del ghiacciaio in diverse date; a metà circa della piana, troviamo il punto panoramico "B", con relativo pannello illustrativo. Piegando verso destra (direzione sud-ovest), ci riportiamo al torrente, che attraversiamo per la seconda volta, sempre su un ponte in legno, questa volta da sinistra a destra, ad una quota approssimativa di 2480 metri. Proseguiamo ora piegando leggermente a sinistra, in direzione sud-sud-est. Terminato il ripiano, iniziamo a scendere. Un passaggio un po' esposto è posto in sicurezza da una catena. Scavalchiamo poi, in sequenza, due morene, piegando dapprima a destra (sud-ovest), poi a sinistra (sud-est) e di nuovo a destra (sud-ovest). Percorso il filo di cresta di un dosso allungato, ci ricongiungiamo, infine, al ramo "A" del percorso, in corrispondenza del citato bivio di quota 2430 (grande masso); di qui torniamo al rifugio Bignami per la medesima via di salita.


Clicca qui per aprire una panoramica sul bacino di Fellaria dalla cima Fontana

Dal rifugio Bignami possiamo intraprendere una seconda interessante e poco impegnativa escursione, quella del sentiero glaciologico Luigi Marson, ampiamente segnalato ed illustrato da un pannello nei pressi del rifugio. Come leggiamo nel pannello citato, il sentiero è dedicato a Luigi Marson, professore al Regio Istituto Tecnico di Sondrio e membro della Società Geografica Italiana, appassionato studioso delle Alpi, che effettuò esplorazioni di carattere naturalistico, geomorfologico e meteorologico tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 in territori allora ancora sconosciuti. Fu il primo ad osservare diversi ghiacciai in Valmalenco, tra cui quelli di Cassandra, del Disgrazia-Sissone, della Ventina, di Scerscen, dello Scalino e di Fellaria. Ed è proprio quest'ultimo a costituire lo scenario che il sentiero ci permette di cogliere in tutto il suo fascino ancora possente. Esso è oggi costituito da due corpi chiamati vedretta di Fellaria occidentale ed orientale, storicamente trattati come ghiacciai separati, ma che si univano in passato in una lingua valliva comune. Il Fellaria ha il suo nucleo centrale nell'altopiano omonimo, un bianco lenzuolo ghiacciato quasi pianeggiante che si estende per 13 kmq, in buona parte in territorio italiano, dai 3400 metri in su, sotto le imponenti creste dei Pizzi Palu, Argient e Zupò e del Bellavista, per poi diramarsi in tre colate, quella occidentale, raggiunta dall'itinerario del sentiero glaciologico, quella orientate e l'elvetica Vadret da Palù.


Bacino di Fellaria

"Le variazioni storiche di questo imponente complesso glaciale, che ha origine direttamente dalle zone sommitali del Gruppo del Bernina, sfiorando i 4000 metri, possono essere ricostruite sia per la presenza delle morene nelle zone periglaciali sia grazie alle descrizioni ed ai rilievi compiuti a partire dalla fine del secolo scorso. La scoria recente di questo ghiacciaio, come di tanti nelle nostre Alpi, vede un netto ritiro delle fronti e una diminuzione degli spessori a partire dalla metà del XIX secolo, quando termina un'epoca di clima relativamente freddo, la Piccola Età Glaciale, che durava circa dal 1550. Le morene deposte durante questo periodo permettono di stabilire che negli anni di massima espansione i due ghiacciai avevano una lingua in comune che, potente e seraccata, superava un ripido gradino roccioso fino ad occupare il margine settentrionale del piano di Alpe Gera, oggi sommerso dalle acque dell'omonimo invaso idroelettrico. Il ritiro che seguì porta, negli Anni Trenta, alla separazione delle due fronti che gradualmente andarono allontanandosi; quella occidentale vide dal 1940 agli Anni Novanta un ritiro di circa mezzo chilometro. Solo tra il 1977 e il 1985 la fronte avanzò di qualche decina di metri, lasciando un arco morenico ancora oggi ben visibile, per poi tornare ad arretrare fino alle posizioni attuali." (dal pannello citato).

Nel primo tratto il sentiero coincide con l'itinerario che dal rifugio Bignami sale alla bocchetta di Caspoggio. Prendendo come riferimento un cartello che dà la bocchetta di Caspoggio ad un’ora e 45 minuti ed il rifugio Marinelli a 2 ore e 30 minuti, ci incamminiamo, dunque, sul sentiero che conduce alla bocchetta di Caspoggio ed alla forca di Fellaria (in entrambi i casi, percorriamo la sesta tappa dell’Alta Via della Valmalenco, nell’itinerario classico o nella variante bassa denominata VI C). Oltrepassiamo, così, le baite dell’alpe Fellaria (m. 2401).


Sentiero Marson

Oltre le baite, procediamo in direzione nord-ovest. Troviamo subito un primo bivio, al quale prendiamo a sinistra, e poco oltre un secondo, al quale prendiamo a destra (lasciamo alla nostra sinistra il sentiero per la forca di Fellaria), scendendo ad attraversare il torrente Fellaria su un ponte di legno. Risaliti sul lato opposto, pieghiamo per breve tratto bruscamente a destra (nord-est), poi di nuovo a sinistra, incontrando, sul lato destro, una nuova deviazione: da qui parte il sentiero glaciologico Luigi Marson. Lasciata la traccia per la bocchetta di Caspoggio alla nostra sinistra, prendiamo, dunque, a destra. Superato un secondo torrente, troviamo, su un grande masso, a quota 2430 metri, l'indicazione di un bivio: il sentiero Marson si divide, qui, nei due rami denominati "A" (di sinistra) e "B" (di destra). I due rami possono essere combinati ad anello. Seguiamo il primo, che prosegue diritto, salendo, in direzione nord, fra magri pascoli annegati in una colata di massi. Esso coicide con il primo tratto della ben più lunga salita al passo Marinelli orientale, per il quale si compie la traversata alta al rifugio Marinelli (variante della sesta tappa dell'Alta Via della Valmalenco): questo giustifica i triangoli gialli ed anche qualche scritta "Passo Marinelli" che incontriamo salendo. Terminata la salita, tagliamo il fianco montuoso sul quale incombenti roccioni scaricano abbondanti sfasciumi, e giungiamo in vista di una lunga morena, posta sul limite occidentale del grande bacino un tempo interamente occupato dal ghiacciaio. Intuiamo subito che la morena sia stata formata dalla forza del lato occidentale del ghiacciaio, che agì come un immane caterpillar. Sul lato sinistro della morena vediamo un laghetto glaciale generato proprio dal suo sbarramento. Il sentiero si porta sull'esile filo della lunga morena. Percorrendolo, arriviamo ad un masso che segnala, sulla destra (freccia azzura con lettera "B") la seconda deviazione per il ramo "B" del sentiero. Per ora la ignoriamo, proseguendo diritti, fino a raggiungere il pannello dell'interessantissimo punto panoramico "A".


Pizzi Argient e Zupò

Qui una targa ci illustra la natura del ghiacciaio. Le morene, come spiega la targa, sono state formare dall’avanzata dei ghiacciai, che, con un’azione paragonabile a quella di una ruspa, hanno eretto queste grandi colline di detriti sui loro lati. L’ultima avanzata del ghiacciaio di Fellaria risale alla piccola età glaciale compresa fra la metà del secolo XVI alla metà del secolo XIX. Tale avanzata portò, nell’Ottocento, il ghiacciaio fino alla piana ora occupata dal grande invaso artificiale di Gera, poco al di sopra dei 2100 metri. Iniziò poi una progressiva ritirata: agli inizi del Novecento le due grandi seraccate della parte orientale ed occidentale del ghiacciaio erano ancora unite, ma si divisero negli anni Trenta, ed ore presentano fronti nettamente separati. Con uno sforzo di immaginazione possiamo ricostruire lo scenario del ghiacciaio nella sua massima imponenza, quando, dal punto in cui siamo, si poteva accedere direttamente al ghiacciaio ed attraversare l’intera valle verso est. Guardando verso nord, possiamo vedere quanto resta dell'imponente lingua del ghiacciaio; in alto, occhieggiano i possenti corni gemelli dei pizzi Argient e Zupò.
Iniziamo ora la seconda parte dell'escursione, tornando al bivio sopra menzionato e scendendo, con molte serpentine, dal lato alla nostra sinistra, sul ripido fianco orientale della morena. Giunti al suo piede, prendiamo a sinistra e ci portiamo al ponte di legno che ci permette di attraversare uno dei torrenti che dal ghiacciaio scendono a costituire le imponenti cascate di Fellaria. Oltrepassato il torrente, il sentiero volge a destra, traversando quasi in piano, in direzione sud-est. Nella traversata troviamo l'indicazione della posizione della fronte del ghiacciaio in diverse date; a metà circa della piana, troviamo il punto panoramico "B", con relativo pannello illustrativo. Osservando di quanto si elevi rispetto alla nostra posizione la morena laterale, possiamo immaginare quanto fosse profondo l'oceano di ghiaccio che un tempo era l'incontrastato signore di questi luoghi. Ora ha dovuto cedere buona parte della sua signoria alle rocce ed alle acque. Le rocce mostrano, lungo il sentiero, le forme più diverse, ma sempre arrotondate. I diversi torrentelli che le solcano, con percorsi sinuosi e vari, intonano melodie cristalline, quasi pregustando la gioia del vertiginoso salto cui le loro acque sono destinate quando giungono alla soglia del salto che le porterà ad infrangersi al limite superiore della conca di Gera.


Clicca qui per aprire una panoramica del bacino di Fellaria-Gera dalla cima del monte Spondascia

Piegando verso destra (direzione sud-ovest), ci riportiamo al torrente, che attraversiamo per la seconda volta, sempre su un ponte in legno, questa volta da sinistra a destra, ad una quota approssimativa di 2480 metri. Proseguiamo ora piegando leggermente a sinistra, in direzione sud-sud-est. Terminato il ripiano, iniziamo a scendere. Un passaggio un po' esposto è posto in sicurezza da una catena. Scavalchiamo poi, in sequenza, due morene, piegando dapprima a destra (sud-ovest), poi a sinistra (sud-est) e di nuovo a destra (sud-ovest). Percorso il filo di cresta di un dosso allungato, ci ricongiungiamo, infine, al ramo "A" del percorso, in corrispondenza del citato bivio di quota 2430 (grande masso). Il ritorno al rifugio si completa seguendo a ritroso la prima parte della salita. L'anello dei due rami del sentiero comporta un dislivello abbastanza contenuto (260 metri circa) ed un tempo approssimativo di 2 ore e mezza.

TRAVERSATA RIF. BIGNAMI-RIF. CRISTINA (VII TAPPA DELL'ALTA VIA DELLA VALMALENCO)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bignami-Val Poschiavina-Passi Canciano e Campagneda- Alpi Campagneda e Prabello-Rif. Cristina
6 h
600
E
SINTESI. Imbocchiamo il largo sentiero che dal rifugio Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga di Gera. Raggiunto il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga (m. 2175), ci portiamo sul lato opposto. Percorriamo la carozzabile che dal lato orientale della sommità del muraglione della diga ne segue il lato orientale. Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega a destra per salire in val Poschiavina. Ignorato il sentiero che se ne stacca sulla sinistra, saliamo alle soglie dell'alpe Poschiavina (m. 2230). Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose, porta che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina. Procediamo verso sud-est e, raggiunto il limite orientale della valle, saliamo al crinale fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur. Sul crinale troviamo cippi di confine e procediamo prendendo a destra e superando, con l’aiuto di corde fisse e scalini in metallo, una strozzatura non difficile; proseguiamo, quindi, prima verso destra, poi verso sinistra, fino a trovarci a sinistra del laghet di Svìzer. Poco oltre un cartello c segnala il Passo da Canciàn (passo di Canciano), quotato 2498 metri. Proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Scendiamo verso destra ad ponte in legno che ci permette di superare il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, fino ad pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche. La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda (m. 2626). Una volta guadagnato il pianoro del passo, ci dirigiamo decisamente a destra, fino a portarci alle spalle di un grande ometto già visibile dai laghetti. Procedendo verso ovest fino al limite del pianoro, troviamo la porta dalla quale il sentiero inizia a scendere. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490). Pieghiamo poi a sinistra, allontanandoci dal lago e passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339). Scendiamo ancora, fino al la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda, dove troviamo subito un bivio, dove seguiamo il sentiero di sinistra (segnavia gialli dell’alta via), che porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina. Procediamo verso sud-ovest, tagliando i pascoli (rari segnavia), al centro di un ampio corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta, oltre la quale pieghiamo a sinistra (sud). Prestando attenzione a non seguire un'invitante e marcata traccia che piega a sinistra, proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi. Dopo il dosso quotato 2327 m. pieghiamo a destra (sud-est) e, percorsa l'ultima spianata, giungiamo all'alpe Prabello ed al rifugio Cristina (m. 2287).


Rifugio Bignami

Nella settima tappa ci porteremo decisamente sul limite nord-orientale della Valmalenco, percorrendone anche per un tratto la linea di confine con il territorio svizzero della Valle di Poschiavo. Imbocchiamo dunque il largo sentiero che dal rifugio Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga di Gera (dighe de la Gère). Il sentiero taglia un versante dirocce e pascoli denominato "còsto granda", poi percorre il fianco orientale del Sasso Moro e non presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio stagione, dei massi. Raggiunto il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga (m. 2175), ci portiamo sul lato opposto, dal quale possiamo godere di un eccellente panorama sulla parte orientale della testata della Valmalenco. Al centro dello scenario si colloca ora la grande mole del Sasso Rosso (m. 3481), dietro il quale si intravede il passo di Sassi Rossi (m. 3510) che introduce all'altopiano di Fellaria. Appena visibile, fra la vedretta di Fellaria e la vedretta di Fellaria orientale, si scorge il più orientale dei colossi del gruppo del Bernina, il piz Palü (m. 3905).
Imponente lo sbarramento, che ha un volume di 1.800.000 di calcestruzzo e raggiunge un'altezza di 110 metri. Il serbatoio può contenere 65 milioni di metri cubi d'acqua, ed è alimentato dal torrente Còrmor, che scende dalla vedretta di Fellaria, e dallo Scerscen, che scorre nel vallone più ad ovest, ma viene deviato, poco sotto il cimitero degli Alpini, nel vallone di Scerscen, mediante una galleria di 4 km scavata nella roccia, che porta le sue acque a gettarsi nella diga. Questo imponente manufatto è stato costruito fra il 1960 ed il 1965 dall'Impresa Italstrade per la società idroelettrica Vizzola, prima, per l'ENEL, poi.


Val Poschiavina

Dal lato orientale della sommità del muraglione della diga parte una carrozzabile che ne percorre il lato est: imbocchiamola, dopo aver gettato un'occhiata alla sottostante e più piccola diga di Campomoro (dighe de cammòor, m. 1990), alle cui spalle è ben riconoscibile il profilo del monte Disgrazia. Attraversiamo anche una piccola galleria, all'uscita dalla quale riusciamo ad individuare facilmente, a sinistra del Sasso Rosso, il piz Argient ed il piz Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere), che mostrano solo la loro cima.

Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega a destra per salire in val Poschiavina. La salita conduce ben presto ad un ponte sul torrente della valle, al quale scende un sentiero che si stacca sulla sinistra dalla strada: si tratta del percorso necessario per effettuare il giro del lago di Gera.
A questo punto della tappa si può però giungere anche percorrendo una variante interessante, che, semplicemente, aggira il lago con un semicerchio simmetrico, seguendone quindi il lato nord-orientale. Torniamo quindi al rifugio Bignami ed imbocchiamo un sentierino che parte, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, alle sue spalle, scendendo deciso in un vallone che confluisce nel grande anfiteatro terminale della val Lanterna, occupato da una quantità enorme di materiale detritico e delimitato dal gradino roccioso dal quale scendono le cascate di Fellaria. Il sentiero scende inizialmente verso nord est, poi piega più a destra e, attraversato il vallone su un primo ponte, si dirige verso la parte alta dell'antiteatro, percorsa da un gran numero di torrentelli che si diramano da tre grandi cascate. Si tratta del cosiddetto "sentiero dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata non indifferente. Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente da un alto salto roccioso. Si tratta del cosiddetto "sentiero dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata non indifferente. Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente da un alto salto roccioso.
Siamo dunque alle baite dell'alpe Poschiavina (m. 2230), che suscita un senso di ordine, apertura e luminosità. Dobbiamo ora risalire interamente la valle, fino al suo limite orientale. Si tratta di un percorso facile e rilassante, segnato, se la giornata è buona, dallo splendore delle tonalità di un verde che conferisce alla valle un'impronta di vita anche quando non vi si trovano ancora (o non ci sono più) mucche e pastori. Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose, porta che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina. Nel tranquillo percorso che ci avvicina alla fascia di rocce che la delimitano ad est possiamo gustare la bellezza del luogo.
Alla nostra sinistra grandi dossi erbosi salgono verso il crinale, dove si può individuare quel passo di Ur (m. 2520) al quale sale un sentiero che si stacca a sinistra dall'alta via.Alla nostra destra, sul fianco meridionale, accidentato e sassoso, della valle, il torrentello che scende dalla vedretta dello Scalino precipita fragorosamente da un salto roccioso. Raggiunto il limite orientale della valle, dobbiamo salire fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur.
Raggiunto il crinale, fermiamoci a gettare un'occhiata sulla valle percorsa, che ci apparirà in tutta la sua serena bellezza, impreziosita da una cornice di tutto rispetto, perché sullo sfondo, inaspettatamente, compariranno ai nostri occhi le imponenti cime del gruppo del Bernina: ecco infatti di nuovo, da sinistra, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen e (appena intuibile) Bernina, poi, in primo piano, la coppia Argient-Zupò, alla cui destra, arretrato, si scorge anche il piz Palü. Curiosamente, la settima tappa è l'unica a regalarci angoli visuali ravvicinati dai quali tutte le grandi cime del gruppo (quelle che superano i 3900 metri, intendo) siano visibili contemporaneamente. Sul crinale troviamo anche alcuni cippi di confine, che risalgono al 1930 e che, con le lettere "I" ed "S", puntualizzano dove il territorio italiano e quello svizzero si incontrano (preferisco dir così, piuttosto che "terminano").
Salendo, dobbiamo superare, con l’aiuto di corde fisse e scalini in metallo, una strozzatura non difficile; proseguiamo, quindi, prima verso destra, poi verso sinistra, fino a trovarci a sinistra di un delizioso laghetto, che precede di poco il pianoro del passo.


Lach di Svizer

Questo laghetto veniva chiamato laghét di Svìzzer, perché qui si ritrovavano pastori degli alpeggi svizzeri e pastori degli alpeggi di val Poschiavina e di Campagneda, per procedere, in un clima di cordialità, allo scambio di qualche chiacchiera e di qualche prodotto, sotto l’occhio sempre vigile delle guardie di confine. Già, perché questo fu, in passato (soprattutto dagli anni 30 agli anni 50 del secolo scorso), uno dei passi più battuti dai contrabbandieri, che, in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, effettuavano i loro viaggi al di là ed al di qua del confine, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Procedevano, possiamo immaginarli, con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla (tabacco e sale portato dalla Svizzera, ma anche formaggi, burro, salumi, riso e lana d’angora dall’Italia alla Svizzera), pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. L’eco di questi avventurosi viaggi e di questi incontri gioviali fra alpigiani pare ormai perso; rimane, ora, solamente il fragore delle acque che scendono dalla vedretta dello Scalino e del Canciano; rimane, anche, una gara di sky-race da Lanzada a Poschiavo, che si tiene alla metà di giugno e passa proprio di qui.
Non con passo da sky-runner, ma con il lento incedere dell’escursionista, procediamo, trovando, poco oltre, un cartello che segnala il Passo da Cancian (passo di Canciano), quotato 2498 metri (sulla carta IGM è, invece, quotato 2646 metri), ed indica, nella direzione dalla quale proveniamo, il passo d’Ur a 20 minuti e l’alpe d’Ur ad un’ora ed un quarto, mentre nella direzione in cui procediamo Campomoro è dato a 2 ore. Poco distante, vediamo un cippo di confine, con le indicazioni I ed S, posato nel 1930.
Proseguendo per breve tratto, vediamo, sulla sinistra, un sentiero che scende ad un ponte e prosegue nella discesa, lungo la val Cancian,  in Valle di Poschiavo. È, ovviamente, possibile seguirlo, se poi si è in condizione di tornare a Campomoro sfruttando servizi pubblici e/o privati. Esso passa per Palü Granda (m. 2290) e l’alpe Cancian (m. 2132), dove confluisce in una strada sterrata che, superato un ponticello, prosegue nella discesa immergendosi nel Bosc da Caral. La sterrata intercetta che da Selva sale a Quadrada e che, percorsa in discesa, porta, appunto, a Selva (m. 1450). Da qui, infine, una strada porta al fondovalle, nei pressi della frazione di Annunziata (m. 975), a valle di Poschiavo.
Ma torniamo al nostro anello. Invece di scendere al ponte, dal passo proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Salendo su terreno morenico, giungiamo in vista di un masso che reca scritto, in caratteri gialli, “Pont”, ed una freccia che ci invita a piegare a destra. Prendendo gradualmente a destra, infatti, possiamo scendere ad un nuovo ponte in legno che ci permette di superare senza problemi il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, che vediamo alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, che ci consentono di guadagnare un pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche.
La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda. Possiamo anche scegliere una via più breve, che punta ad un ometto ben visibile sulla sommità di un ampio dosso erboso che ci sta davanti, oltre i laghetti. La scelta dipende anche dalle condizioni di questi: se è difficile guadarli, prendiamo la prima via, facendo però attenzione, una volta guadagnato il pianoro del passo, a volgere decisamente a destra, fino a portarci alle spalle dell’ometto che abbiamo visto dai laghetti. Se scegliamo la seconda via, raggiunta la sommità del dosso, dove troviamo l’ometto ma anche un arco, dobbiamo procedere diritti, scendendo leggermente.
Il passo di Campagneda è un po’ diverso da come uno si immagina i valichi alpini: non un intaglio, più o meno stretto, su un crinale, ma semplicemente il punto, segnalato da un cartello, nel quale, a quota 2626 metri, dal pianoro un canalone scende verso l’alpe Campagneda. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490), le cui scure acque ci negano anche solo un barlume di sorriso; a stento le luminose (sul far del tramonto) rocce che lo chiudono verso monte riescono a specchiarsi.
Pieghiamo, allora, a sinistra, allontanandoci dallo scorbutico lago, passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339), anche lui perennemente imbronciato. Lui, però, qualche ragione ce l’ha, dal momento che si è visto affibbiare il nome di lach brüt cioè lago brutto (ma viene chiamato anche “lach negru”, lago nero), cosa che non gli avrà fatto propriamente piacere. Ma l’avranno chiamato così per la sua faccia scura, o ha la faccia scura perché l’hanno chiamato così?
Mentre riflettiamo sull’amletico dilemma, continuiamo a scendere, gettando magari un’occhiata, sulla sinistra, in alto, al pizzo Scalino, vero signore di questi luoghi, che da qui mostra un profilo insolito.
E' il momento giusto per dedicare a questo monte, una delle icone della Valmalenco, l'attenzione che merita. Lo facciamo ascoltando una leggenda che ci viene raccontata da Ermanno Sagliani (da "Tutto Valmalenco", Edizioni Press, Milano): "
A Caspoggio lo sanno bene che il Pizzo Scalino non è una montagna; lo sanno da sempre e sanno pure qual è il momento esatto in cui si manifesta nella sua vera essenza. Alla mezzanotte, allorché il plenilunio imbianca lo spettrale ghiacciaio, una campana nascosta sulla vetta suona i pesanti rintocchi: in quel momento la montagna diviene un grande castello che sulla cima del suo torrione inalbera una croce sfolgorante nella notte. Esso si illumina e si anima mentre sul ghiacciaio passano saettanti cavalli montati da fantastici cavalieri, i cui neri mantelli svolazzano attorno alle spettrali figure. Soltanto quando la luna arriva a toccare il profilo del castello tutto ritorna lentamente nell'ombra e nel silenzio.
Ma gli abitanti di Caspoggio e soprattutto i mandriani di Prabello o di Campagneda hanno visto ben di peggio. Nelle terribili notti in cui infuria la tempesta i cavalieri morti corrono sui loro scheletrici cavalli in corsa pazza sulle creste spazzate dal vento, urlando spaventosamente, scontrandosi tra loro in furibonde battaglie, illuminate dal bagliore dei fulmini. Meglio è allora chiudere bene le porte della baita e ritirarsi al letto pregando fervidamente Iddio."

Riprendiamo la discesa e raggiungiamo la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda (capagnéda), dove troviamo subito un bivio. Il sentiero che prosegue verso sinistra (segnavia gialli dell’alta via) porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina; quello di destra (scritta gialla “Zoia”, semicancellata, su un masso), invece, scende alle baite dell’alpe Campagneda.
Una sosta nel racconto del cammino si impone: siamo ad uno dei più begli alpeggi di Valtellina. In passato venne assegnata (1544) alle quadre di Caspoggio, Scarpatetti e Ponchiera, ma comprendeva anche gli attuali alpeggi di Prabello, Campascio e Palù. Fino agli anni cinquanta del secolo scorso veniva caricato da alpeggiatori di Ponchiera e Ronchi, frazioni di Sondrio. Poi venne acquistato (1957) dal comune di Lanzada, dalla società Vizzola, che ne ebbe in cambio le alpi di Campomoro e Gera, dove poi costruì gli invasi omonimi. Da allora l'alpeggio viene caricato da alpeggiatori di Lanzada. E' costituito da tre nuclei di baite, poste a poco più di cento metri di distanza: Ca' di Burdùn e Ca' di Scherìn, il nucleo più basso, in prossimità della casera; Ca' di Muréi e Ca' di Fuianìn, poco sopra; Ca' di Runcaasch, dove è stato aperto l'omonimo rifugio.
Prendiamo a sinistra, seguendo i triangoli gialli dell'alta via, non senza aver gettato un’ultima occhiata alla formazione rocciosa a valle della conca del lach brüt, denominata “sas di panàu” (toponimo che si applica anche ad altre formazioni rocciose nel territorio del comune di Lanzada: ce n’è una anche in alta val Poschiavina, a 2400 metri circa, sul lato destro della valle, per chi sale, quindi non lontana dal passo di Canciano). L’interesse di tale roccia è che, come quelle dello stesso nome, veniva utilizzata dai finanzieri per gli appostamenti che avevano lo scopo di sorprendere gli spalloni che scendevano dal passo di Campagneda con la bricolla piena di merce di contrabbando. Non si sa esattamente cosa significhi “panàu”: probabilmente è il nome di un uccello rapace ormai scomparso dalla Valmalenco.

Raggiunta l'ampia e verde spianata dell'alpe Campagneda superiore, poco al di sotto del terzo ed ultimo laghetto (senza contare qualche secchio d'acqua minore), pieghiamo a sinistra, verso sud, iniziando una sorta di traversata nel deserto. Si tratta, beninteso, di un deserto verde, ma l'impressione è proprio questa, perché per un buon tratto non vediamo altro che prati e piccoli dossi occupati da formazioni rocciose, e ci chiediamo dove siano baite ed alpeggi. Nella traversata i segnavia ci assistono poco, perché li si trova solo ogni tanto, su qualche sasso. Dobbiamo quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare a destra e di scendere a vista. Teniamoci dunque nella parte centrale del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta. Sulla nostra sinistra il pizzo Scalino perde gradualmente il suo profilo slanciato ed elegante, assumendone uno più tozzo e massiccio.
Prestando attenzione a non seguire un'invitante e marcata traccia che piega a sinistra, raggiungendo il piede del fianco montuoso e salendo al Cornetto (è la traccia seguita da coloro che vogliono scalare il pizzo Scalino), proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi veramente incantevoli.
Alla fine, percorsa l'ultima spianata, giungiamo in vista della meta. Si tratta dell'alpe Prabello che, nelle giornate limpide, si mostra veramente all'altezza della denominazione. Le sue baite, infatti, riposano in uno scenario bucolico, dove regna un senso di profonda pace.
L’alpeggio, modellato dall’antico ghiacciato Bernina-Scalino e separato da quello più ampio di Campagneda dallo sperone roccioso del “déent”, è chiamato, localmente, “prabèl” ed è costituito da un gruppo di baite, la cùurt, dal rifugio Cristina e da una chiesetta. Il rifugio, chiamato “la cristìna”, venne costruito nel 1922, a quota 2287 metri, nella splendida cornice del pizzo Scalino, da Ersilio Bricalli, di Caspoggio, e fu intitolato alla moglie. La chiesetta (gesa de prabèl) fu costruita prima, nel 1919, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, dal parroco di Caspoggio, don Giovanni Gatti, e dedicata a Maria SS Regina della Pace, per celebrare, appunto, la pace riconquistata dopo il sanguinoso conflitto. Si trova in posizione leggermente elevata, ad ovest del gruppo di baite, con materiale trasportato interamente a spalla da Caspoggio (che dista da qui circa 15 km), con un dislivello di quasi 1200 metri!
Dopo aver superato in salita circa 600 metri in 5-6 ore di cammino, eccoci, dunque, al rifugio Cristina (m. 2287), dove, nella splendida cornice del pizzo Scalino, possiamo pernottare. Qualora avessimo pensato, all'inizio di questa tappa, che ormai l'alta via non avrebbe più avuto molto da riservarci, dobbiamo ora interamente ricrederci: queste sei ore di cammino tranquillo sono, in una bella giornata, pura gioia per gli occhi.

TRAVERSATA AL BIVACCO ANGHILERI-RUSCONI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bignami-Diga di Gera-Val Confinale-Bivacco Anghileri Rusconi
3 h
670
E
SINTESI. Scendiamo dal rifugio Bignami alla diga di Gera ed attraversiamo il camminamento. Sul lato opposto prendiamo a sinistra e percorriamo il sentiero che corre a destra del lago di Gera. Ignoriamo la deviazione a destra per la Val Poschiavina, scendiamo in un vallone e risaliamo fino a raggiungere l'alpe Gembrè (m. 2224). Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, lasciamo il sentiero principale per seguirne uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. Il sentiero ben marcato risale il ripido gradino erboso e roccioso, dapprima verso sinistra, poi con alcuni tornanti, e si affaccia al primo pianoro della Val Confinale (m. 2400). In mezzo al pianoro, un modesto ricovero diroccato per i caricatori d'alpe. Qui la traccia si fa molto debole, ma con un po' di attenzione riusciamo a seguirla, anche perché prosegue diritta verso il centro del pianoro, a sinistra della sommità di un dosso pratoso. Ci ritroviamo ai piedi di una formazione rocciosa arrotondata, presso un grande ometto. La aggiriamo sulla sinistra e ci ritroviamo nei pressi di un torrentello che scende da un grande vallone. Seguiamolo, lasciandolo sempre alla nostra sinistra: in breve ritroviamo il sentiero, segnalato anche da evidenti ometti. Risalito il canalone, raggiungiamo una bella spianata. Prendendo a sinistra saliamo facilmente al bivacco Anghileri-Rusconi (m. 2654).

Pochi sanno che dal rifugio Bignami è possibile traversare al bivacco Anghileri-Rusconi, posto in fondo alla solitaria Val Confinale.
Ecco come procedere, per l'itinerario più lungo, che passa dalla diga di Gera (un più breve itinerario sfrutta il percorso del giro del lago di Gera, con discesa diretta dal rifugio all'alpe Gembrè).

Scesi dal rifugio al camminamento della diga di Gera, per il sentiero segnalato, lo attraversiamo. Sul lato opposto, invece di proseguire nella discesa, prendiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per Il giro del lago di Gera, L'alpe Gembrè e La val Poschiavina. Percorriamo così una strada che, ad un certo punto, inizia a salire in val Poschiavina. La dobbiamo seguire solo per un tratto: non appena scorgiamo, alla nostra sinistra, un ponte sul torrente della valle, dobbiamo lasciarla e seguire un sentiero che, valicato il torrente, sale all'alpe Poschiavina per poi scendere bruscamente per diverse decine di metri, riavvicinandosi al bacino artificiale. Dopo essere passati sotto un impressionante artiglio roccioso, raggiungiamo, con un ultimo tratto pianeggiante, l'alpe Gembrè (m. 2224), dove, d'estate, troveremo sempre qualcuno disposto ad offrirci preziose indicazioni. L'alpe, chiamata localmente giumbréie o gembrée, venne assegnata alla quadra di Lanzada nella ripartizione del 1544, ed è caricata da alpeggiatori di Tornadri – Lanzada -; interessante la struttura delle 15 baite, alte, al centro, quanto una persona, coperte di lastroni di pietra, con il focolare in un angolo ed un rialzo per i pagliericci nell’altro.
Prima di giungere all'alpe, dobbiamo superare due croci, una di ferro ed una di legno; pochi metri oltre le croci, lasciamo il sentiero principale per seguirne uno meno marcato, che raggiunge due baite ed una piccola fontana, proseguendo verso nord-est. La traccia (strada di vàchi) è ben marcata, ma le segnalazioni (bolli rossi) sono rare. Comunque non possiamo sbagliare: il sentiero risale il ripido gradino erboso e roccioso, dapprima verso sinistra, poi con alcuni tornanti.
Raggiungiamo così un bellissimo pianoro, a quota 2400. Memorizziamo bene il punto di aprodo, perché al ritorno, se non stiamo attenti, rischiamo di trovarci sul ciglio di un impressionante salto roccioso, il "sas de saguréte". Questo grande pianoro di pascoli è chiamato localmente “saguréte”, o ciàn de saguréte”, ed è percorso dal torrentello chiamato "acqua di cagnòz", che scende dal passo Confinale. Qui la traccia si fa molto debole, ma con un po' di attenzione riusciamo a seguirla, anche perché prosegue diritta verso il centro del pianoro, a sinistra della sommità di un dosso pratoso (sul lato opposto rimane nascosta al nostro sguardo una baita diroccata, mentre in alto a sinistra si vede bene lo scatolone arancione del bivacco Anghileri-Rusconi, collocato, in territorio italiano, poco distante dal passo). Ci ritroviamo ai piedi di una formazione rocciosa arrotondata, presso un grande ometto. Possiamo aggirarla a destra o a sinistra. Scegliamo questa seconda soluzione e ci ritroviamo nei pressi di un torrentello che scende da un grande vallone. Seguiamolo, lasciandolo sempre alla nostra sinistra: in breve ritroviamo il sentiero, segnalato anche da evidenti ometti. Risalito il canalone, la traccia ci porta diritta al secondo ampio terrazzo di pascoli a monte della conca dell’alpe Gembré, contrappuntato da modeste formazioni rocciose e tagliato dal confine con la Svizzera, è chiamato “saguréte zùra”.
Qui è posto il passo Confinale (m. 2628), che immette in val Tempesta, laterale di destra della Val Poschiavina, in Svizzera. Una curiosità sul nome: esso è in realtà erroneo, perché la denominazione originaria è "canfinàal", dalla sottostante alpe Canfinale (etimologicamente, del campo finale, più alto), in territorio elvetico; la presenza del confine di stato, però, ha indotto a registrare l'attuale denominazione.
Poco sotto il passo scorgiamo facilmente un piccolo specchio d'acqua. Per raggiungere il bivacco non dobbiamo però valicare il passo, ma piegare a sinistra e risalire un dosso erboso, fino alla quota di 2654 metri.
Dal momento della partenza sono trascorse due ore - due ore e mezza, per un dislivello di circa 664 metri. A questo punto, se non possiamo scendere in val Poschiavina, non ci resta che tornare per la via di salita, senza mancare di osservare, verso nord-ovest, l'imponente mole dei pizzi Argient e Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere, m. 3945 e 3995).


Bivacco Anghileri-Rusconi

È interessante, infine, leggere come presenta il passo Bruno Galli Valerio, valente alpinista e naturalista (“Punte e passi”, Sondrio, 1998, trad. dal francese di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci), che passò di qui il 20 agosto 1901:
Attraverso pascoli raggiungiamo il passo di Gembrè o del Confinale (2620 m.). E' uno dei passi più splendidi ch'io conosca. Sopra la vedretta di Fellaria, si erigono le belle cime della Crest'Aguzza, del Pizzo d'Argent, dello Zupò, di Bellavista e di Sasso Rosso. Esse si rispecchiano nelle acque limpide di un laghetto alpino che sta vicino al passo. Giù in fondo l'alpe di Gembrè colle sue baite, simile a un villaggio di Esquimesi; poi il gran piano dell'alpe di Gera, la magnifica alpe di Campo Moro, che fra gli abeti lascia vedere uno dei più bei panorami del Disgrazia, l'alpe Foppa, tutta verde, giù in un cantuccio incantato, le scale e i prati di Franscia, le cave di amianto... Lanzada.”

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - elaborata su un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

Mappa del percorso - da un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

GALLERIA DI IMMAGINI

ESCURSIONI A LANZADA

GALLERIA DI IMMAGINI - Cartine dei percorsi: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12

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