Su YouTube: Pizzo Tambò
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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti; EEA/F=per escursionisti esperti con facili passi di impegno alpinistico)
Passo dello Spluga-Pizzo Tambò
4h
1210
EEA/F
Passo dello Spluga-Laghetti del Tamborello
2 h e 30 min.
720
EE
SINTESI. Parcheggiata l'auto appena prima della dogana al passo dello Spluga, attraversiamo la strada e troviamo un cartello con indicazione "Tambò". Qui parte un marcato sentiero (senza segnavia) che risale ripido il versante di pascoli, seguendo approssimativamente il confine italo svizzero. Raggiunte le prime pietraie ed i primi nevai, passiamo a destra, un po' alti, del laghetto del Tamborello (m. 2751). Non proseguiamo diritti, ma tagliamo leggermente a sinistra, seguendo gli ometti e passando da nevai a costoni di roccette, fino a raggiungere la sommità di un cupolone nevoso (così appare in inverno), il Pan di Zucchero, per poi scendere alla vedretta della Spianata, che traversiamo in leggera salita. Attacchiamo poi una ripida rampa di sfasciumi, seguendo un sentierino che in vista della cuspide terminale piega a sinistra e conduce ad una porta sorvegliata da due ometti. Oltre la porta ci appoggiamo al versante meridionale e seguiamo l'esile traccia di sentiero terroso che serpeggia fra placche rocciose. Con qualche facile arrampicata ( esposizione alle spalle) siamo al grande ometto ed alla croce di cima (m. 3279) .


Apri qui una fotomappa dell'itinerario di salita al pizzo Tambò

Il pizzo Tambò, con i suoi 3279 metri, rappresenta il tetto della Valle Spluga (o Val San Giacomo o, ancora, come da queste parti si preferisce dire con storico orgoglio, la Val di Giüst) e ne presidia l'angolo nord-occidentale, affermando con orgoglio che le alpi Lepontine non temono il confronto quanto ad imponenza con le dirimpettaie alpi Retiche (siamo, infatti, proprio sul confine, rappresentato dal passo dello Spluga, fra queste due grandi sezioni della catena alpina). Per la sua discreta accessibilità ed il panorama eccezionale è una cima assai frequentata, sia d'estate che nelle stagioni dello sci-alpinismo. La prima ascensione nota è quella di Johann Jacob Wellenmann che, accompagnato da una guida, ne raggiunse la vetta nel luglio del 1859, ma probabilmente non fu la prima in assoluto. Non è chiaro l'etimo, considerato anche che sul versante svizzero il nome suona con accento piano, “Tàmbo”. Se il pizzo prende il nome dall'omonimo alpeggio svizzero, si può ipotizzare l'origine da “campo”, alterato in “tampo” dalle popolazioni Walser. Ma si può ipotizzare anche una derivazione dal latino medievale “tumba”, cioè “tumulo”, nel significato di luogo sopraelevato.


Panorama sulla Valle Spluga dal sentiero di salita (clicca per ingrandire l'immagine)

La salita a questa bella cima comporta però una difficoltà che oltrepassa i limiti dell'escursionismo, ancorché esperto, dal momento che nell'ultimo tratto avviene su roccette esposte, con passi di arrampicata sicuramente semplici (purché non vi sia neve ed il terreno sia asciutto), ma che richiedono comunque una qualche esperienza. Le insidie della cima non terminano qui: se le condizioni di visibilità si fanno precarie, è facile perdere l'orientamento, soprattutto nell'ultimo tratto. Da ultimo, ci sono da attraversare nevaietti anche ripidi che, con neve dura, rendono consigliabilissimi i ramponi. Per non lasciare delusi coloro che non si sentono in grado di affrontare tutto ciò segnaliamo però che la prima parte della salita può terminare agli ampi gradoni che ospitano un complesso di sette fra laghetti e pozze, chiamati “Laghetti del Tamborello”, meta più che meritevole di un'escursione a sé stante.

L'ascensione parte dal passo dello Spluga, valico carico di enorme significato storico, anche se dopo il traforo del San Gottardo ha perso la sua valenza strategica. Ai 2113 metri del passo si sale lungo la ss. 36 dello Spluga, da Chiavenna, passando da Campodolcino e, alla galleria di Madesimo, lasciandola a destra e proseguendo diritti fino a Montespluga. Poco oltre, appunto, il passo.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Lasciata l'automobile nello spiazzo a lato del casello di confine italiano, attraversiamo la strada e, sul lato opposto, imbocchiamo un marcato sentiero trovando, dopo pochi metri, un cartello che dà (molto ottimisticamente) il pizzoTambò a 3 ore. E' la prima ed ultima indicazione: non troveremo altri cartelli, così come non vedremo alcun segnavia. Per tutta la prima parte della salita non c'è, però, problema, perché procediamo su un sentiero sembre ben visibile, risalendo le ripide balze erbose ad ovest del passo dello Spluga. Dopo un breve tratto, troviamo un filo di recinzione che segna il confine di stato: una piccola porta ci consete di mettere piede in territorio elvetico. Il sentiero prosegue deciso nella salita e troviamo i primi ometti, preziosa compagnia a cui prestare la massima attenzione per tutto il resto dell'ascensione. Diritta sopra il nostro naso la cima quotata 2669 metri e denominata sulla carta IGM e sulla Carta Nazionale Svizzera “Pizzo Tamborello”, denominazione che però dovrebbe più correttamente riferirsi alla successiva elevazione di 2862 metri, sulle carte denominata “Lattenhorn”. Per ora, nessuno spiraglio si apre sulla nostra neta. Alle nostre spalle, invece, sulla verticale del passo dello Spluga, è il pizzo Suretta ad imporsi allo sguardo.
Il sentiero raggiunge il filo del crinale che si affaccia sugli ampi pascoli in territorio elvetico. Dopo un'ora buona di cammino cominciamo a trovare i primi nevai, che segnalano un paesaggio che va mutando: agli ultimi pascoli si sostituiscono le pietraie di alta montagna. Gli ometti ci segnalano un percorso che alterna la traversata dei primi facili nevai alla progressione su roccette e sfasciumi. In salita non ci sono problemi, ma nella discesa, con le scarpe bagnate, dobbiamo considerare che le scivolate non sono improbabili.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Eccoci, così, di fronte al Lattenhorn, o Tamborello, che dir si voglia, una cupola arrotondata che mostra una facile via di accesso che segue la sua cresta orientale. Poi, all'improvviso, ecco, a sinistra del Tamborello, spuntare la cuspide sommitale del pizzo Tambò, che sembra irridere, con il suo slanciato profilo, quello tozzo del pizzo minore. Il percorso passa non lontano dal piede del versante meridionale del Tamborello, superando una sella oltre la quale, in basso, alla nostra sinistra, appare il più grande dei laghetti del Tamborello, parzialmente ghiacciato ancora all'inizio della stagione estiva.


Panorama dal sentiero di salita al pizzo Tambò (clicca per ingrandire l'immagine)

Come già detto, per chi non si sente di affrontare difficoltà alpinistiche facili, la meta è quasi raggiunta: si tratta di scendere alle sue rive proseguendo verso sud-ovest, cioè lasciando sul lato destro il percorso dell'ascensione e procedendo fra sfasciumi e chiazze di nevaio. Raggiungiamo così la riva settentrionale del laghetto superiore di Tamborello (m. 2751). Il laghetto è posto in una conca che fa parte di un più ampio ripiano. Procedendo a vista verso sud, ci affacciamo ai successivi gradoni, dove sono posti gli altri laghetti e qualche pozza minore. Vediamo subito il laghetto di quota 2710, al quale scendiamo cercando a vista il percorso più semplice. Dopo averlo raggiunto, ci affacciamo al più ampio ripiano che ospita il laghetto quotato 2672 metri. Scendiamo ancora e, procedendo con cauela fra nevaietti, sfasciumi e roccette, Proseguendo verso sud troviamo altre pozze e possiamo infine salire al Motto del Belvedere (m. 2690), che, come dice il nome, ci offre un panorama amplissimo sulla Valle Spluga. Oltre non procediamo, perché siamo sulla soglia di pericolosi salti rocciosi. Termina dunque qui l'escursione ai laghetti del Tamborello.
Torniamo al racconto dell'ascensione. Giunti in vista del laghetto più alto del Tamborello, proseguiamo salendo e tagliando la parte alta di un ripido nevaio, restando quindi altri rispetto al laghetto. Il pizzo Tambò si mostra ora più chiaramente, e da qui sembra dvavero di difficile accesso. Mettiamo poi piede su un altro nevaio, mentre davanti a noi si profila, in alto, una sorta di cupola nevosa chiamata “Pan di Zucchero” (ben visibile però solo in periodo invernale e primaverile). Alla sua destra un ripido canalino nevoso. Non procediamo però nella sua direzione, ma tagliamo in diagonale a sinistra, risalendo un costone di roccette (sono sempre gli ometti a dettare il percorso). Tagliamo in diagonale un ulteriore nevaio e mettiamo piede su una rampa di roccette che ci porta ad una selletta nevosa: siamo al Pan di Zucchero. Alla nostra sinistra vediamo una modesta elevazione rocciosa (il culmine della quota 3096), che si affaccia ad un salto roccioso, Qui sono state poste una targa ed una croce che ricordano la memoria di Franco Deghi (1957-2015), con il testo “La tua traccia profonda e sicura ci precede sempre, mentre ci guidi e ci fai vedere un angolodi paradiso… Grazie”. Su una vicina targa è scritto: “No, la corda non si è spezzata. I suoi nodi non si sono sciolti… è solo diventata più lunga, ora parte dal cielo”. Anche questa potrebbe essere la meta di una bella escursione: il panorama è superbo, soprattutto verso sud, dove si mostra in primo piano il pizzo Ferrè con il suo ghiacciaio.
Per proseguire, seguiamo sempre gli ometti che ci fanno scendere fra facili roccette alla parte alta della Vedretta della Spianata, che attraversiamo in prossimità del suo limite, in falsopiano. Alla fine siamo ai piedi di una rampa di sfasciumi, che scende dal fianco orientale del pizzo Tambò, di cui intravvediamo la croce sommitale. Inizia ora la parte più faticosa ed impegnativa dell'ascensione. Un sentierino di terriccio infido serpeggia fra i caotici massi, con pendenza severa, che si accentua gradualmente. Lasciamo alla nostra destra due nevaietti e pieghiamo leggermente a sinistra, procedendo in diagonale verso una portina segnata da un masso infisso a mo' di punta di lancia, sul lato sinistro, e da un ometto su un grande masso, sul lato destro.
La porta ci fa accedere al versante meridionale del pizzo, che, di primo acchito, non ci fa certo una bella impressione. La cima è vicina, ma è proprio l'ultimo tratto a riservare le difficoltà maggiori. Innanzitutto memorizziamo bene il masso con l'ometto (eccezionalmente intravvediamo anche due bolli rossi) per il ritorno. Oltre la portina, si trova uno stretto sentierino di antipaticissimo terriccio che prosegue diritto tagliando il fianco. Non lo seguiamo: dopo pochi passi, infatti, guardando in alto alla nostra destra vediamo un ometto che ci segnala che la via di salita deve procedere verso nord, sulle roccette non difficili, ma esposte. Unico vantaggio: abbiamo l'esposizione alle spalle, e non di fianco, e questo forse ci impressiona un po' meno. Con un po' di fiuto procediamo a zig-zag co facili passi di arrampicata, trovando qua e la la traccia beffarda del sentierino. In breve, però, superato l'ultimo passaggio un po' delicato su un masso-scalino con l'ostacolo di un sovrastante roccione che non ci costringe ad inarcarci un po', vediamo la cima con un nevaio. Dopo pochi passi, ecco alla nostra destra un grande ometto, posto appena sopra la piccola croce di vetta del pizzo Tambò (m. 3279). Le tre ore preanninciate dal cartello sono probabilmente diventate quattro, ma di questo ormai ci importa poco.

Il panorama è davvero di prim'ordine. A sud-est vediamo la Valle Spluga e la Valchiavenna, quasi tremila metri più in basso. Il pizzo di Prata sembra dominare la piana di Chiavenna. Procedendo in senso orario, ecco in primo piano il già citato pizzo Ferrè con il suo ghiacciaio e, alla sua destra, le cime gemelle dei pizzi Piani. Alle loro spalle si distinguono, sempre sulla catena delle alpi Lepontine della Valchiavenna, i pizzi Quadro, Sevino e Forato. A sud-ovest la candida cupola del pizzo Bianco, la sella della bocchetta de Curciusa e la mole tozza del piz de la Lumbreida, in territorio elvetico. Poi lo sguardo compie un enorme balzo verso l'orizzonte lontano, scorgendo il monte Rosa, il Cervino e le imponenti cime del Vallese e dell'Oberland Bernese. Verso nord-est vediamo poi, ben più vicine, il pallido Pizzo Uccello e l'Einshorn. A nord ecco l'ampia valle del Reno, oltre la quale si distinguono le cime del Tödl e l'affilato Scharhorn. Ecco poi in primo piano la Valle Spluga elvetica, con le chiare cime dello Steilerhorn e dello Alpenschelihorn che dominano il nucleo di Splügen. Ad est-nord-est le creste degli Schwarzerhörner si congiungono con il gruppo del Suretta, che abbiamo già ammirato nella salita ed alle cui spalle vediamo i pizzi Por e Platta. Alla loro destra i pizzi Arbatsch e Grisch. A sud-est il lago di Montespluga e, alle sue spalle, il pizzo di Emet. Alle sue spalle i gruppo del Bernina. Alla sua destra il pizzoStella, alle cui spalle si stagliamo le cime del gruppo del Masino, viste dall'interessante prospettiva della Val Bregaglia.

Le fatiche sono dunque ampiamente ripagate. Non resta che scendere, moltiplicando l'attenzione, perché il terriccio è davvero infido, cercando con attenzione la via di salita, ed in particolare la portina citata, e proseguendo anche su terreno più tranquillo prestando attenzione ad ogni passo ed agli ometti.


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APPROFONDIMENTO

Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI Torino, 1907), così descrive il pizzo Tambò:
Partimmo alle 2,30 di notte del 2 settembre 1905, una splendida notte serena, fresca, quieta. Giunti dal passo di Spluga oltre il Tamborello, non mi arrischiai a percorrere, avendo solo una piccozza nella comitiva, la ripida cresta sotto la spianata, temendo per lo stato della neve. Girammo allora sul ciglio della parete precipitante in Val Loga e per rocce e nevai arrivammo alla Spianata. Impiegammo oltre un’ora nel percorrere l’ultimo crestone, dovendo spazzare la molta neve fresca che copriva gli appigli. Dopo ben 10 ore di marcia da Campodolcino, toccammo alfine l’agognata cima.


Panorama verso sud-est dal pizzo Tambò

Il panorama era in quel giorno davvero meraviglioso: le lontanissime Graie erano semiavvolte nelle nebbie e verso Coira vagavano delle nubi biancastre; ma chi bada ai particolari quando è dato scorgere a volo d’uccello un mondo infinito di cime, di creste, di nevi, dilaganti a perdita d’occhio fino all’ultimo orizzonte visibile? … Milano non si vede dal Tambò, com’è noto; ciò per semplice motivo… che il Tambò non si vede da Milano. A questo proposito ricorderò che per un pezzo si credette in contrario… Dice il Lurani che nei vecchi panorami dal Duomo era indicato col nome di Tambò quello che in realtà è il pizzo Stelo (Stella). … Nemmeno il lago di Como è visibile … Non è già la parte superiore del Lago di Como, ma il Lago di Mezzola che si può vedere dalla vetta. … Ma state certi che lassù in cima non si badava a queste miserrime controversie. Dall’Ortler alla Wild-Spitze, dal Tödi all’Oberland, dal Rosa al Viso, e per la lunga umile distesa delle Prealpi lombarde ancora fino alle Orobie ed al civettuolo Disgrazia ed al colossale Bernina, era un cerchio immenso d’azzurro: e tutta la valle sprofondata ai nostri piedi, con le cime umili umili, con la riga tortuosa bianca dello stradone, con Campodolcino, in fondo, minuscolo…”

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APPROFONDIMENTO: MONTESPLUGA ED IL PASSO DELLO SPLUGA


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Mntespluga ed il passo dello Spluga sono fra i più interessanti luoghi dell'arco alpino centrale. La loro storia riserva numerosi elementi di interesse e suggestione.
A Montespluga un pannello illustrativo racconta la sua storia: “La località fu nota fino agli inizi del XIX secolo come «Ca' de la montagna» per l'osteria-ospizio qui esistente fin dall'alto Medioevo, ma documentata solo a partire dal XIV secolo (oggi è l'albergo Vittoria). Uno scrittore degli inizi del Seicento annota «Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questo monte, se non vi fosse questo ricovero». Qui, quando infuriavano le bufere di neve si suonava una campana «per orientare i viaggiatori smarriti e chiamarli a pietoso rifugio durante la tempesta». L'ospizio fu poi ampliato nel XVIII secolo, e vi si ricavò una cappella, che fu posta sotto la giurisdizione della sede apostolica. Nel 1823, quando fu aperta la nuova carrozzabile dello Spluga da parte del regno lombardo-veneto sotto l'Austria, fu ristrutturata la dogana e sul lato opposto della strada fu costruita nel 1825 la chiesetta di San Francesco con pala del santo patrono che riceve le stimmate, firmata nel 1841 da Giovanni Pock. Alla Ca' i vettori dei «Porti» di Val del Reno e quelli di Val San Giacomo si scambiavano le merci dirette rispettivamente a sud e a nord del valico. Qui sostava e faceva dogana la corriera di Lindau, che già nel 1823 in trentasei ore correva dal Lago di Costanza a Milano.”


Montespluga

Riportiamo anche le notazioni di Giovanni Guler von Weineck, che, nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), scrive: “Salendo dal villaggio di Spluga in cima al passo e scendendo poi un poca per il versante italiano, s'incontra un edificio in muratura detto Alla-casa, dove, durante le furiose tormente,si rifugiano le bestie da soma e di viandanti. Uomini e giumenti troppo spesso perderebbero la loro vita su questi monti, se non vi fosse questo ricovero. Il luogo circostante è cosi elevato, selvaggio e gelido, che non produce legna di sorta. Perciò la legna. necessaria per la cucina e per il riscaldamento, vi deve essere condotta a soma dal basso dl ambedue i versanti. Davanti al ricoverosi stende una pianura discretamente larga, che per otto mesi all'anno è coperta da un bianco strato di neve, mentre negli altri quattro mesi vi cresce un poco di erba e di pascolo.”


Lago di Montespluga

G. B. Crollalanza, nella sua monumentale “Storia del contado di Chiavenna” (Milano, 1867), a sua volta così descrive questi luoghi:
A Teggiate s'incontra la prima Casa Cantoniera stabilita e mantenuta dal governo per dar ricovero e soccorso ai viaggiatori assaliti dalla tempesta, e alla Stuetta una seconda Cantoniera, dopo la quale si apre una spaziosa ma deserta pianura, in fondo a cui sorge la Casa detta della Montagna a 1904 metri sul livello del mare, antica dogana italiana, oggi semplice posto di guardie doganali. Quivi presso sorgono altre fabbriche ben costruite, fra le quali la chiesa, la casa del R. Cappellano, l'abitazione per l'Ingegnere di riparto e per gli altri inservienti della strada, ed un comodo albergo. In questo punto non è cosa rara che nell'inverno vi sia della neve che giunge fino alle finestre del primo piano, e duranti le tempeste si suona la campana della chiesa per guidare i viaggiatori.


Lago di Montespluga

Poco lungi dalla casa della Montagna s'incontra la terza Cantoniera, e quindi subito dopo la sommità dello Spluga, ove in quel luogo che à forma di piazza è marcato il confine fra l'Italia e la Svizzera. La elevatezza di questo punto sul livello del mare è di 2117 metri, e su quello del lago di Como è di 1919; ed una vecchia torre si trova alla sommità del passaggio, da dove volgendo le sguardo al ponente si scorge la bella aguglia di Tambohorn che servì di segnale trigonometrico con stupendi feldispati bianchi e turchini, e talco e clorite color d'uliva, in mezzo al gneis stratificato verticalmente, cui poi verso l'alpe di Loga congiungonsi la tormalina, la quarzite, l'orniblenda. Superata la vetta dello Spluga, la strada discende sino al paese grigione di questo nome, donde per la valle del Reno si va a Coira.”
Lo scenario, in passato, doveva, quindi, essere assai più severo: la convergenza e la circolazione delle correnti favorivano, nella zona del passo, abbondanti precipitazioni, per cui qui si poteva davvero sperimentare quanta fatica costasse all’uomo riuscire a convivere con le asperità del clima e della montagna. Oggi tutto appare più addomesticato ed ingentilito.


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La Guida alla Valtellina edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II edizione), a cura di Fabio Besta, così presenta il passo dello Spluga: "Lo Spluga è fra i valichi delle Alpi conosciuti dai Romani, ma fino al 1818 non era sormontato che da una strada mulattiera. Federico Barbarossa nella sua quarta calata in Italia, prima della ricostruzione di Milano, passò questo valico e si fermò a Chiavenna. V'è un quadro nella Pinacoteca di Roma che ricorda questa presenza di Barbarossa in Chiavenna. Più tardi Macdonald dal 27 novembre al 4 dicembre 1800 fece valicare questo passo da una intera divisione destinata a coprire i fianchi dell'armata d'Italia... Intere valanghe furono da valanghe staccatesi dal monte trascinate in un burrone mentre tentavano attraversare la gola di Cardinello. La bella strada internazionale che attraversa lo Spluga venne costrutta per ordine del governo austriaco dal 1819 al 1821 sugli studi dell'ing. Carlo Donegani. Oltrepassato il giogo dello Spluga e la Terza Cantoniera (2067 m.) si giunge al piano della Casa, dove v'ha la dogana e una modesta osteria. La valle, qui sterile e tetra, è circondata da alte e scoscese montagne. Nell'invernola neve vi cade alta tanto da innalzarsi al di sopra del primo piano; cosicchè a volte per mettere in comunicazione la dogana colla vicina osteria è mestieri scavare entro la stessa neve una galleria."


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Queste note danno solo una prima ed approssimativa idea dell'importanza del passo dello Spluga, il quale, per la sua posizione centrale nell'arco alpini, costituì la più diretta via di comunicazione fra paesi di lingua germanica e bacino padano. Molto probabilmente fu valicato prima ancora degli albori della storia. I ritrovamenti nei siti del vicino Pian dei Cavalli attestano infatti la presenza di nuclei di cacciatori nomadi nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle (ma può darsi che venissero anche dal versante opposto della catena alpina), accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. In epoca storica furono i Romani a sfruttare il valico nel contesto della campagna militare posta in atto tra il 16 ed il 7 a. C. per sottomettere le popolazioni retiche.


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Due documenti di età imperiale romana, infatti, riportano la via dello Spluga: si tratta dell'Itinerarium Antonini, redato al tempo di Diocleziano, e della Tavola Peutingeriana, copia medievale di una carta romana di età imperiale. Vi si menzionano Tarvedese, probabilmente Campodolcino, dove la strada vera e propria terminava, lasciando il posto alla mulattiera percorsa appunto da muli, che superava l'aspro versante della Valle del Cardinello e raggiungeva Cunu Areu, cioè Montespluga, pero pi salire al passo. Fino all'età medievale fu questa l'unica via per valicare il passo. Ad essa dal 1223 si affiancò quella che da Campodolcino saliva a Madesimo ed al passo di Emet. La prima rimase però la più utilizzata nella stagione invernale.


Isola

Al transito dei soldati seguì, per i passi dello Spluga, del San Bernardino e del Settimo, quello dei mercanti, che salivano per l'importante arteria che percorreva il lato occidentale del lago di Como, proseguiva fino a Chiavenna e di qui a Campodolcino, per lasciare poi il posto ad una larga mulattiera che forse veniva percorsa anche da piccoli carri. Raggiunto il passo dello Spluga, tenuto aperto anche d'inverno, il percorso scendeva fino alla valle del Reno Posteriore ed a Coira, seguendo la Viamala. Questo fu l'itinerario percorso per secoli dalle merci più diverse, fra cui cereali, riso, sale, latticini, vino, pelli, cuoio, tessuti, argenteria, armi, armature, spezie. La sua importanza economica indusse nel 1473 a porre in atto lavori per porre in sicurezza il transito attraverso la profonda forra della Viamala, mentre nel 1643 fu tracciata una via più sicura in un altro nodo critico di passaggio, la valle del Cardinello. I commerci venivano gestiti fin dal basso Medioevo da corporazioni di contadini-someggiatori, chiamate Porti, che ne detenevano il monopolio e curavano la manutenzione di strade e ponti. I trasporti venivano poi scanditi dalle soste, dove le merci venivano trasbordate a cura di operatori locali.
In quel periodo giungevano a Splügen, sul versante elvetico ai piedi del passo, da 300 a 400 animali da carico, che procedevano nelle "stanghe" composte da 6 o 7 bestie collegate da una speciale imbastatura e guidate da un somiere.


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Solo nel primo quarto dell'Ottocento la costruzione della carrozzabile del San Bernardino e di quella tracciata dall'ingegner Carlo Donegani allo Spluga fra il 1818 ed il 1823 modificò profondamente questo sistema. Sul versante italiano la strada dello Spluga abbandonava le pericolose gole del Cardinello sfruttando un percorso più sicuro con l'ardito tracciato che saliva a Pianazzo. Dopo l'alluvione del 1834 che ne danneggiò gravemente diversi tratti da Campodolcino ad Isola, venne costruito l'arditissimo tratto che coincide con il tracciato attuale, e che da Madesimo sale direttamente a Pianazzo, tagliando fuori Isola e risalendo il vertiginoso versante dello Scenc'. La nuova strada, aperta nel 1838, diede un grande impulso ai transiti commerciali e turistici, regalando per qualche decennio al passo dello Spluga il primato indicusso fra i valichi delle Alpi Centrali, tanto da giustificare i non indifferenti sdorzi per tenerlo aperto lungo l'intero arco dell'anno.


Il passo dello Spluga

Il tramonto della sua centralità strategica fu poi segnato dall'apertura delle gallerie del Brennero (1867), del Moncenisio (1872) e del San Gottardo (1882). Per ovviare a questo delino venne formulato il progetto del traforo dello Spluga, che però non si concretizzò mai. I transiti commerciali terminarono, lasciando però il posto ai più diradati ma anche suggestivi transiti di turisti e viaggiatori. Non pochi furono gli artisti, gli scienziati ed i pensatori famosi che passarono per lo Spluga, da Erasmo da Rotterdam nel 1509 a Johann Wolfgang Goethe nel 1788, da William Turner nel 1843 a Friedrich Nietzsche nel 1872, da Jacob Burckhardt nel 1878 a Henry James, da Giosuè Carducci, che visitò il passo più volte durante i suoi soggiorni estivi a Madesimo tra il 1888 ed il 1905, ad Albert Einstein nel 1901, per citare solo i più famosi.


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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line


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