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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).

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Giornata limpida? Si va al pizzo di Rodes. Motivo? Più di uno. Si tratta di una delle più popolari cime orobiche, ed insieme di una delle più panoramiche, la più panoramica in assoluto, fra quelle raggiungibili con impegno escursionistico. Due le ragioni: l’altezza, 2829 metri, considerevole, rapportata agli standard orobici, e, soprattutto, la felice posizione, distaccata, verso nord, dal crinale della catena, posizione che ne va un belvedere eccezionale sui tre “Tremila” orobici, il pizzo di Coca, la punta di Scais ed il pizzo Redorta.
Il Rodes è anche la montagna di Piateda, perché il versante montuoso che sovrasta questo paese culmina con il massiccio di questa cima; l’escursione al Rodes è una specie di omaggio alla propria terra che gli abitanti di Piateda non possono mancare di compiere, almeno una volta. Qualcuno l’ha addirittura denominato il “Cervino di Piateda”, ma la sua natura è piuttosto schiva: osservando dal versante retico, o dal maggengo delle Piane, sopra Piateda, lo si distingue appena, con la sua cima arrotondata e regolare, seminascosto dietro le cime secondarie del crinale che dalla cima scende verso nord, separando la parte orientale ed occidentale dell’alto bacino del Serio (quello valtellinese, ovviamente).
 
A proposito di crinali, sono quattro quelli che qui convergono. Il principale si stacca, a sud, dal crinale orobico, e separa la Val Caronno, ad ovest, dalla Valle d’Arigna, ad est. Poi, verso nord, si diramano altri tre crinali: quello di nord-est separa il vallone orientale nell’alto bacino del Serio, ad ovest, dall’altipiano a monte del vallone di Quai, ad ovest, che ospita il rifugio Donati;
quello settentrionale, già citato, separa i valloni terminali dell’alto bacino del Serio; quello di nord-ovest, infine, separa il vallone occidentale dell’alto bacino del Serio dalla Valle di Scais.
 
La salita al Rodes può avvenire per diverse vie. La più affascinante è quella che parte dal maggengo delle Piane, sopra Piateda, risale la Valle del Serio fino alla bocchetta di S. Stefano e si inoltra nel selvaggio e solitario vallone che si apre a sud della bocchetta, fra la punta di S. Stefano ed il massiccio del Rodes. Questa via non propone difficoltà alpinistiche, ma, nell’ultimissimo tratto, impone prudenza ed attenzione, oltre che preparazione fisica, dal momento che il dislivello da superare è di 1280 metri ed il terreno della seconda parte della salita è, in diversi punti, quello faticoso di gande e sfasciumi. In presenza di neve o con rocce bagnate, ovviamente, l'ascensione è da evitare.
 
Raggiungiamo, dunque, Piateda, staccandoci dalla ss. 38 dello Stelvio, se proveniamo da Milano, sulla destra allo svincolo sulla curva sinistrorsa che precede il passaggio a livello dove termina la tangenziale di Sondrio. Ignorato il bivio a destra per Faedo, oltrepassiamo, così, Busteggia e la centrale di Venina, giungendo, dopo circa 3,7 km, al centro di Piateda. Qui, al Bar Centro, presso la chiesa parrocchiale del Crocifisso, ci conviene acquistare il permesso di transito sulle strade montane del comune (il costo annuo è, per il 2005, di 10 Euro), che ci consentirà di salire fino alle Piane; in caso contrario, dovremmo fermarci 500 metri più in basso, al bacino del Gaggio, ed il dislivello da affrontare diventerebbe davvero considerevole. Oltrepassato il centro, troviamo subito, a destra, lo svincolo per le frazioni alte (indicazione per Piateda Alta), che imbocchiamo, cominciando a salire sul fianco montuoso.
 Nella salita passiamo per le contrade Dosso, Pam, Previsdomini e Monno, dove, sulla destra, si trova lo svincolo per la Val Venina. Ignorato questo svincolo, raggiungiamo, a poco più di 6 km da Piateda, lo splendido terrazzo che ospita Piateda Alta (m. 709), dominato dalla chiesa di S. Antonio Abate.
In passato questo era il centro effettivo di Piateda, mentre al piano si trovavano solo baite e cascine legate all’attività agricola. Continuando nella salita, passiamo per Bessega e Pagani, prima di raggiungere il bacino del Gaggio (m. 1018, a poco più di 9 km da Piateda), dove si trova il divieto di transito per i veicoli non autorizzati. La strada, con fondo sterrato, prosegue per altri 6 km, terminando nella parte alta del maggengo delle Piane, dove si trova, a 1550 metri, il Rifugio alle Piane, dell’ANA di Piateda.
Lasciamo qui l’automobile e soffermiamoci un attimo a gustare la bellezza del luogo e del panorama, prima di metterci in cammino. In particolare, guardando verso sud-est, potremo intravedere la meta, la cima del pizzo che occhieggia appena dal massiccio del Rodes. Un pizzo riservato, come già detto: nel prosieguo della salita, fino all’ultimo tratto, non si farà più vedere. Il cammino inizia dal tratturo che, alle spalle del rifugio, comincia a risalire i bei prati del maggengo in direzione sud-est, fino a diventare mulattiera ed entrare nel bosco. Dopo un breve tratto ed un’ancor più breve discesa finale, usciamo di nuovo all’aperto, sul limite di nord-ovest dell’alpe Armisola, dove troviamo una lunga passerella in legno costruita per difendere le specie vegetali che trovano il loro habitat favorevole in un terreno paludoso.
Al termine della passerella, raggiungiamo il ponticello sul torrente Serio (m. 1620), che ci consente di attraversarlo da destra a sinistra. Ora, invece di proseguire sulla sinistra, cioè in direzione delle baite e del baitone dell’alpe, prendiamo a destra, cioè seguiamo la direzione indiata da un cartello che dà Piateda di Sotto a 40 minuti, la bocchetta di S. Stefano a 2 ore e 30 minuti ed il pizzo di Rodes a 4 ore. Assumendo come punto di riferimento un grande masso e guardando con attenzione, individuiamo un sentiero che, dopo un breve tratto pianeggiante, entra nel bosco e comincia a risalire il versante orientale del ramo orientale dell’alta Valle del Serio (denominato Val Fregia), che sale dall’alpe Armisola alla bocchetta di S. Stefano.
Inizia la parte meno entusiasmante della salita. Il sentiero, in diversi punti, diventa traccia malcerta ed intermittente, per cui bisogna prestare molta attenzione ai segnavia bianco-rossi ed anche a qualche ometto. Dopo diversi tornanti in un bosco di larici, superiamo, da sinistra a destra, un torrentello e sbuchiamo all’alpeggio di Piateda di Sotto (m. 1796), colonizzato dai “lavazz” che si sono mangiati anche il sentiero. Sulla nostra sinistra, addossata al fianco roccioso, troviamo una baita solitaria,
mentre alle nostre spalle, a nord, il versante retico mostra a sinistra il monte Disgrazia e, sulla destra, il pizzo Roseg, che occhieggia appena alle spalle del crinale della Val di Togno. È faticoso, qui, individuare dove passi esattamente il sentiero, ma i segnavia ci sono d’aiuto.
Ci teniamo a ridosso del fianco montuoso, oltrepassiamo una grande placca rocciosa e, dopo un breve tratto, individuiamo, sulla nostra sinistra, due ometti, che segnalano una svolta a sinistra: il sentiero, infatti, non prosegue verso l’ampia conca che si stende ai piedi dell’alta Valle del Serio, ma effettua una svolta e rientra nella macchia, per affrontare poi un tratto che si dipana fra rododendri e ginepri.
 
È il tratto più antipatico: la festuca, denominata popolarmente “erba vìsega” o anche “paiusa”, assedia in molti punti il sentiero, che si fa stretto stretto, e supera anche un punto leggermente esposto, prima di iniziare una diagonale verso sinistra che precede una svolta a destra, una leggera discesa ed un tratto che taglia uno speroncino roccioso.
Si tratta di una sorta di porta che ci consente di accedere all’alpe di Piateda di Sopra (m. 2048). Una porta che guarda a nord, e ci costringe, anche solo per qualche attimo, a gettare un’occhiata a nord, dove individuiamo a sinistra i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia, ed a destra l’intera testata della Valmalenco, che comincia ad emergere dal crinale della Val di Togno. Poco oltre, troviamo su un masso un segnavia rosso-bianco-rosso con l’indicazione del percorso 260.
Anche qui la traccia gioca a nascondino. Passiamo nei pressi di un rudere ed a monte di un piccolo smottamento, prima di piegare a destra ed iniziare a risalire un lungo dosso. Nel primo tratto della salita siamo costretti ad immergerci in una macchia di noccioli, prima di tornare all’aperto. Guardando in alto, un po’ a sinistra, vediamo chiaramente la sella della bocchetta di S. Stefano, per la quale dovremo passare (a riconosciamo anche per il cartello piantato proprio nel mezzo).
La traccia torna a latitare in diversi punti, ma non è un problema: seguiamo i segnavia, su alcuni massi, e raggiungiamo, in cima al dosso, una bella conca erbosa. Volgiamo, ora, leggermente a sinistra, raggiungiamo un secondo dosso, saliamolo sul fianco destro e raggiungiamo il guado del torrentello (il ramo orientale del Serio) che abbiamo già superato più a valle, tornando ora alla sua sinistra, a valle di una bella cascata. Un ultimo strappo ci consente di guadagnare, alla fine, la bocchetta di S. Stefano (m. 2378), dopo circa due ore ed un quatro di cammino.
Qui troviamo alcuni cartelli: quello che ci interessa segnala la bocchetta di Reguzzo a 45 minuti, il rifugio Donati ad un’ora ed il pizzo di Rodes ad un’ora e 30 minuti. Prima, però, di proseguire soffermiamoci ad ammirare lo splendido panorama che si apre, verso est, dalla bocchetta. Sotto di noi vediamo il sistema dei tre laghetti di S. Stefano (superiore, m. 2124, di mezzo, m. 1936 e di S. Stefano, m. 1848). Dominiamo, poi, con lo sguardo la media Valtellina da Teglio a Tirano, e, a destra, il passo dell’Aprica.
La bocchetta è sorvegliata, a sud-est, dalla punta di S. Stefano (m. 2693), a destra della quale si apre un ampio vallone, al quale dovremo puntare.
 
Dirigiamoci, dunque, senza preoccuparci troppo della traccia di sentiero (ce n’è una, ma non detta una direzione obbligata), a sud, superando una fascia di rocce arrotondate e magri pascoli. Entriamo, così, nel vallone tenendo, più o meno, il suo centro. Ci assale, improvvisa, la sensazione che qualcosa sia cambiato. Sì, in effetti stiamo entrando in un tipico ambiente di alta montagna, i pascoli recedono, massi e sfasciumi affermano perentoriamente la loro signoria. Ma non è solo questo. Sì, ci prende una sensazione di solitudine ed enigma.
Ma non è solo questo. Se ci fermiamo e prestiamo attenzione, allora forse, ci accorgeremo di quel che è accaduto: d’improvviso il fresco scrosciare dell’acqua è scomparso. Il torrentello non c’è più. Solo il silenzio dei massi ci accompagna, ora. A sinistra ed a destra, altrettanto muti, la punta di S. Stefano ed le cime secondarie del massiccio del Rodes. Lui non si vede. Non ancora.
Nel primo tratto proseguiamo con andamento quasi pianeggiante, superando anche due pianette singolari, messe lì quasi per invitare ad una sosta.
Poi iniziamo a risalire un canalino di sfasciumi: seguendo la traccia, fatichiamo meno del previsto, perché i massi sono abbastanza assestati. La salita ci porta alla parte superiore del vallone, dove questo piega a destra, passando dalla direttrice sud a quella sud-ovest.
Eccolo, finalmente, il pizzo, sulla destra, scuro, arcigno, tondeggiante. Invece proprio di fronte a noi si colloca la ben visibile bocchetta del Reguzzo (m. 2621), che guarda sull’ampio altipiano a monte del vallone di Quai, che ospita il rifugio Donati ed il laghetto di Reguzzo. Dalla bocchetta un sentierino scende un ripidissimo canalone erboso e conduce al rifugio.
 
Potremmo affacciarci ad osservarlo, ma, considerato che lo potremo osservare da posizione ancora migliore una volta giunti in vetta, possiamo anche soprassedere.
Meglio una seconda digressione, prima della puntata finale alla vetta. Dobbiamo ora prendere decisamente a destra, guadagnando, in breve, un ampio pianoro che si colloca a nord del pizzo di Rodes. Qui troviamo un masso con la scritta “Segn. Glac.”, con un quadrato rosso ed una freccia. Procedendo in direzione della freccia, troveremo, ad una quota approssimativa di 2650 metri, due splendidi laghetti, circondati da diverse pozze d’acqua.
Si tratta dei resti del ghiacciaio che si poteva osservare qui ancora negli anni trenta del secolo scorso, e che ora è interamente scomparso.
Iniziamo, ora, la parte terminale dell’escursione, puntando decisamente a sud, in direzione del pizzo, e salendo, con pendenza moderata, fino ad un pianoro di sfasciumi che si colloca ai piedi del versante settentrionale del pizzo, dove troviamo un terzo microlaghetto, che si genera a stagione inoltrata dalla parziale fusione di un nevaietto. Passiamo alla sua sinistra e proseguiamo fino ad intercettare, in breve, una traccia di sentiero che giunge fin qui dalla bocchetta di Reguzzo (che rimane alla nostra sinistra), passando appena sotto il crinale (alcuni ometti ci aiutano).
La traccia di sentiero attacca la parete nord del pizzo sul suo lato sinistro e comincia a salire leggermente, verso destra, in diagonale, sfruttando una sorta di piccola cengia, fino all’ultima conca di sfasciumi,
nei pressi di un nevaietto. Volgiamo, ora, a sinistra: dobbiamo affrontare il pendio che si impenna, e la nostra perplessità cresce in pari misura. Come si fa a sormontare l’ultimo strappo prima della cima? Un centinaio di metri circa, che richiedono impegno ed attenzione. Le tracce generate dal passaggio di escursionisti ci aiutano.
Per la verità si possono individuare, su queste basi, due percorsi. Ce n’è uno in prossimità del crinale alla nostra destra, che però, in due punti, richiede qualche passo non difficile di arrampicata per sormontare dei massi che sbarrano il cammino.
 
Più facile il percorso che sale più a sinistra, e che parte più o meno dal centro della conca ai piedi del pizzo.
Prendiamo come punto di riferimento il nevaietto, e cominciamo a salire passando alla sua sinistra. Dopo una breve diagonale a sinistra, su terreno che richiede cautela per la presenza di terriccio e sassetti mobili, volgiamo a destra, sfruttando un piccolo canalino nella roccia.
Approdiamo, così, senza eccessive difficoltà, ad una più facile fascia superiore,
dove la traccia serpeggia fra sassi e terriccio.
La pendenza si addolcisce e finalmente siamo, dopo circa 4 ore di cammino (digressione per i laghetti glaciali esclusa) ai 2829 metri della cima, dove troviamo un ometto, una piccola croce ed un libro di vetta. Straordinario il panorama.
Cominciamo un giro orario a 360 gradi da nord-ovest: nel gruppo del Masino l’occhio esperto distingue il pizzo Ligoncio, la cima del Barbacan, i pizzi Badile, Cengalo e del Ferro. Poi, proseguendo verso destra, i Corni Bruciati ed il monte Disgrazia.
A nord si vede l’intera testata della Valmalenco, con i pizzi Gemelli e di Sella, i pizzi Roseg, Scerscen e Bernina, i pizzi Argient, Zupò e Palù.
Più a destra ancora, la testata della Val Fontana e le cime della Val Grosina e dell’alta Valtellina.
Ma il panorama più suggestivo è quello delle Orobie centrali, verso sud-est, sud e sud-ovest, e propone, in primo piano, le cime del Cagamei (m. 2913),
 
il pizzo di Coca (m. 3050),
la punta di Scais (m. 3038), il pizzo Redorta (m. 3038), il pizzo Brunone (m. 2724)
ed il pizzo del Diavolo di Tenda (m. 2916).
Estremamente suggestiva è, infine, la fuga di quinte delle valli orobiche della sezione centro-occidentale.
L’ultima sorpresa che il pizzo ci riserva è quella del suo versante sud-occidentale: niente rocce, qui, ma un ripido versante erboso, che scende al laghetto di Rodes e prosegue fino al fondovalle della Val Caronno.
Si può salire alla cima anche di qui, partendo dal rifugio Mambretti e seguendo il sentiero segnalato che, puntando a nord-ovest, scende gradualmente alla baita delle Moie di Rodes, dalla quale, poi, senza percorso obbligato, si comincia a risalire il versante in direzione del pizzo, senza percorso obbligato. Non si tratta, però, di una salita facile: la pendenza è sempre severa e bisogna avere l’occhio abbastanza esperto per individuare il percorso meno difficile.
Un colpo d'occhio, prima di lasciare la vetta, alla conca del Reguzzo, con il laghetto omonimo ed il rifugio Donati: uno spettacolo nello spettacolo.

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