Ecco cosa scrive nel resoconto dei suoi viaggi in Valtellina e Valchiavenna, intitolato “Raetia”: “Piuro è un bellissimo borgo, che si potrebbe benissimo paragonare a una cittadina per i suoi architettonici palagi, per i campanili, le chiese ed altre costruzioni, se fosse anche cinta di mura. Il suo nome deriva dalla parola latina “plorare”, ossia piangere, a cagione di un lacrimevole disastro che ivi accadde in antico. Narra infatti una vecchia leggenda che nei tempi andati questo borgo sorgesse più addentro nella stretta gola della valle, dove una tremenda ed improvvisa piena del fiume lo travolse, distruggendolo totalmente. In seguito i superstiti trasferirono le loro dimore nel luogo dove sorgono oggidì, e mutarono pure al paese l’antico nome di Belforte in quello attuale: ad eterna memoria della passata sciagura. Piuro è il capoluogo del territorio circostante, donde vengono gli abitatori per ricevere giustizia… Gli abitanti sono gente operosa che attende per lo più ai traffici; e poche piazze commerciali ci sono in Europa dove essi non esercitino qualche industria; perciò hanno guadagnato grande ricchezza. Ma la sventura potrebbe di bel nuovo abbattersi su questo paese, prostrandolo una seconda volta”.
Il von Weineck si riferisce, nelle sue note, ad un primo disastro che si compì, probabilmente, molti secoli prima, forse nell’VIII secolo d. C. A Piuro non seppe delle lodi del viaggiatore di lingua tedesca, e neppure ebbero modo di inquietarsi del suo monito finale. E neppure se avessero potuto leggere quelle parole, con tutta probabilità, si sarebbero preoccupati: la fama del von Weineck non era quella di profeta. Eppure, due anni dopo, nel 1618, in un piovoso scorcio d’estate, accadde qualcosa di incredibile, come se un destino inscritto nella denominazione di paese del pianto si compisse inesorabilmente.
Il mese di agosto volgeva al termine, quando una decina di giorni di pioggia ininterrotta parvero porre bruscamente fine all’estate. Una pioggia torrenziale, insistente, preoccupante. I montanari sanno che piogge violente e concentrate posso riservare amare sorprese: la Mera sarebbe potuta straripare di nuovo, come quando si portò via l’antica Belforte, oppure dal monte sarebbero potuti scendere smottamenti e frane. Ma poi la fitta coltre di nubi cominciò a diradarsi, il cielo finalmente si aprì, mostrando un sole ancora caldo, in quell’inizio di settembre.
Le apprensioni rientrarono, si ringraziò il cielo perché nulla di grave era accaduto, nonostante la Mera, con le sue acque limacciose e turbolente, si precipitasse ancora verso Chiavenna con una violenza impressionante. Altri segni avrebbero dovuto indurre a non ritenere cessato il pericolo: alcune crepe inquietanti si erano aperte sul fronte montuoso meridionale, in diversi punti le piante avevano assunto un’inclinazione anomala, le api, con comportamento inspiegabile, erano sciamate ad est, verso Villa di Chiavenna, le bestie davano segni insistenti di inquietudine. Si trattò di segni che non furono, però, colti, ed allora accadde l’imponderabile. Un intero pezzo di monte, il monte Conto, venne giù, una massa immensa di materiale calcolabile nell’ordine dei milioni di metri cubi. Era il 4 settembre, secondo il calendario gregoriano (ma, secondo il calendario imposto a Piuro dal dominio protestante dei Grigioni, che, in opposizione a Roma, non avevano accettato la riforma gregoriana, si era ancora al 25 agosto).
Fu un disastro immane, la cui notizia corse per l’Europa, quell’Europa nelle cui piazze commerciali, come notava il von Weineck, erano ben conosciuti i mercanti di quel borgo sperduto nella bassa Val Bregaglia. La notizia suscitò ovunque grande impressione e commozione, e la frana che aveva sepolto Piuro venne raffigurata anche in diverse stampe. Potremmo tranquillamente paragonare l’impatto emotivo di quel che accadde a ciò che, in tempi assai più vicini a noi, è accaduto con la frana del monte Coppetto, in val Pola, durante la tragica alluvione del luglio 1987. Si salvarono le frazioni di Prosto, Cranna, S. Croce, ma nel centro del paese un migliaio di persone rimasero sepolte sotto l’enorme frana. Vennero, poi, iniziati gli scavi per cercare di recuperare qualche segno del paese sepolto, ed ancora oggi l’area di questi scavi è ben visibile: si tratta della zona detta di Ruina, segnalata da cartelli ben visibili, che si incontrano, sulla destra (per chi proviene da Chiavenna), mentre si attraversa il paese.
La cultura popolare ben poco sa del fatale concorso di cause naturali, dell’instabilità geologica di versanti che, magari senza dare segno di sé per secoli, può rovinosamente manifestarsi in pochi minuti: la cultura popolare associa il grande disastro naturale ad un’idea di giustizia cosmica, o divina, che si serve anche degli eventi naturali per punire una colpa. Già, ma quale colpa? Una ben nota leggenda (cfr. "Leggenda sulla distruzione di Piuro", di Romerio Zala, in "Quaderni Grigionitaliani", Poschiavo, 1965, pp. 12-13, e "Alcune memorie sulla magnifica comunità di Piuro", del celebre storico Crollalanza), nata per spiegare la tragedia della Piuro sepolta, parla di una colpa relativa ad una delle più antiche leggi di umanità, conosciuta presso tutti i popoli, una legge non scritta che prescrive di offrire asilo allo straniero, di ospitare il viandante, di soccorrere il mendicante. Il tema della leggenda è semplice e classico: la ricchezza aveva indurito molti cuori, fra gli abitanti di Piuro, rendendoli insensibili al bisogno dei poveri e dei mendicanti, una colpa che doveva essere pagata nel modo più terribile.
Non fu la pioggia torrenziale, allora, ma un mendicante, capitato la sera del 3 settembre 1618 a Piuro, la causa vera della frana distruttrice. Questo mendicante aveva bussato inutilmente alla porta delle famiglie più ricche del paese: nessuno aveva avuto compassione per la sua povera e stanca figura. Solo presso una famiglia umile e misera trovò ospitalità. Cenò, quindi, nell’umile casa dei contadini, O meglio, condivise la loro profonda miseria e la loro fame. Non c’era, infatti, da mangiare a sufficienza per le numerose bocche da sfamare, ed i bambini non si saziavano del poco che veniva dato loro come cena. La madre, allora, mestamente, metteva sul fuoco una pentola d’acqua, aggiungendo dei sassi ed invitando i figli a pazientare: alla fine anche quelli, cotti, si sarebbero potuti mangiare. I bambini attendevano, affamati, finché il sonno li vinceva, e la madre poteva gettar via i sassi di quel triste inganno. Questo vide il mendicante, e fu lui ad essere preso dalla compassione. Non si trattava, in realtà, di un mendicante qualunque. Era una figura che veniva da Dio, e quella sera accadde un prodigio che lo attestava: la madre, accingendosi a gettar va i sassi, si accorse, incredula, che questi si erano tramutati in profumate patate, una manna per la povera famiglia contadina. Svegliò, ebbra di gioia, i bambini ed il mendicante, che si era ritirato con discrezione, e servì le patate fumanti a tutti, che ne mangiarono con gusto, a sazietà. Il mendicante ringraziò e disse che ora poteva andare.
Ma prima di lasciare la casa, pronunciò alcune frasi misteriose: quella notte, disse, si sarebbero uditi rumori violenti ed impressionanti, ma per nessun motivo gli abitanti della casa avrebbero dovuto affacciarsi alla finestra per guardare o, peggio ancora, uscire all’aperto. Poi scivolò via, nel cuore della notte, e, dopo non molto tempo, accadde proprio quel che egli aveva detto: un boato sordo ed immane scosse le mura della casa. Tutti balzarono in piedi, e la madre non resistette alla curiosità: non guardò dalla finestra, come le era stato raccomandato, ma almeno un’occhiata dal buco della serratura volle gettarla. Vide solo per pochi istanti la frana che si precipitava su Piuro: poi non vide più nulla, perse la vista.
Le case dei ricchi furono sepolte, ma la casa che aveva dato ospitalità al viandante rimase intatta. Una seconda versione della leggenda racconta che non fu la madre, ma il padre a non resistere alla curiosità: guardò alla finestra e rimase cieco.
Piuro fu davvero, allora, il paese del pianto, e tale, forse, appare ancora oggi a chi visiti la zona degli scavi, circa duecento metri oltre Borgonuovo: qui è venuto alla luce un tratto di strada, con cinque scheletri, resti delle mura di abitazioni ed il pavimento di un’officina di tornitura.
Una curiosità, per chiudere: una leggenda riportata nel bel volume di Antonio Colombo "Piuro sepolta" (L'Ariete, Milano, 1969, pg. 84), racconta di un capitano che agli inizi del settecento giunse allo sbocco della Val Bregaglia deciso ad intraprendere degli scavi per portare alla luce l'immenso tesoro che, si favoleggiava, fossero rimasti sepolti sotto la frana. Gli scavi cominciarono, ma ben presto, una notte, mentre il capitano si accingeva a tornare alla locanda nella quale dimorava, si vide sbarrare la strada da un pauroso fantasma, che gli intimò di interromperli e di lasciare in pace i morti. Così fece e nessuno più, dopo di lui, osò profanare la terra della tragedia per cercare di portare alla luce le ricchezze sepolte.
Don Peppino Cerfoglia, nella "Sintesi di storia e vita valchiavennasca" (Edizioni S.A.G.S.A., Como, 1948, pg. 178), riporta un'analoga leggenda: gli spiriti dei morti nella tragedia tornerebbero, nel cuore di alcune notti, a danzare fra i vigneti ed i macigni del Pian della Giustizia a Piuro.
Nei pressi della chiesa di S. Abbondio a Borgonuovo si trova il museo degli scavi della frana di Piuro; i pannelli illustrativi così ricostruiscono l'immane catasfrofe:
"Appare difficile immaginare quanto sia potuto accadere la sera del 4 settembre del 1618, quando una frana staccatasi dal versante settentrionale de "il Mottaccio" distrusse l'intero paese di Piuro, seppellendo tutti i suoi abitanti. Non appaiono chiari elementi che ci aiutino a ricostruire un fenomeno così rapido e disastroso; il fondovalle degrada infatti dolcemente verso il fiume Mera.
L'evento è stato perciò ricostruito sulla base dell'analisi della ricca documentazione bibliografica e di indagini e rilievi condotti sul terreno.
La settimana che precedette la frana fu caratterizzata da prolungate ed intense precipitazioni che ingrossarono sia la Mera che i torrentidelle valli laterali. Le acque dei torrenti che scendevano erano torbidee fangose. Nei giorni precedenti la frana era stata osservatal'apertura di fessure nel terreno, in località "Prato del Conte". I contadini che lavoravano in questa zona sentirono tremare il terreno sotto i piedi con intensi rumori. Un uomo che era intento a tagliare un albero notò con grande stupore il rapido aprirsi di una profonda frattura; corse ad avvertire gli abitanti che, riluttanti ad abbandonare la propria terra, non fecero caso alla notizia.
Lo sera del 4 settembre del 1618 (corrispondente al 25 agosto dell'antico calendario) si verificò la frana. Nel giro di qualche minutol'abitato di Piuro fu investito da una valanga costituita da massi, blocchi e terriccio che distrusse e seppellì il fiorente abitato.
La nicchia di distacco è stata localizzata sul versante idrograficosinistro della Val Bregaglia, in corrispondenza del versantesettentrionale de "il Mottaccio" (1925.2 m slm), poco ad est della località "Prato del Conte" (1436.8 m slm). I crolli successivi all'evento principale hanno determinato l'arretramento verso l'alto della nicchia, sino al raggiungimento del crinale del versante, in accumuli ancor oggi individuabili morfologicamente a partire da metà versante sino a sotto la nicchia stessa. Il volume totale franato è stato stimato nell'ordine di 6 milioni di metri cubi.
La tipologia del fenomeno franoso è riconducibile ad una valanga di roccia, ovvero ad un movimento in massa di tipologia complessa, nel quale si distinguono almeno due stadi: in una prima fase si ha il distacco e/o lo scivolamento del volume di roccia; 'successivamente il detrito prodotto si muove rapidamente lungo il versante, nel caso specifico su un dislivello di 1000-1200 metri, in un movimento simile a quello di un fluido. La massa in movimento ha coinvolto più o meno direttamente una fascia di versante diretta nord-sud ed estesa lateralmente 200-300 metri che presenta una pendenza media del 55-65%, ed è costituita da diversi gradini (salti) in roccia.
Lo spostamento d'aria provocato dalla massa in rapida discesa ha raggiunto il versante opposto, arrecando danni e distruzione anche in quell'area. L'accumulo di frana ha sbarrato le acque del fiume Mera. Il livello dell'acqua ha iniziato così a salire ed ha invaso la piana retrostante lo sbarramento, creando un lago (estensione 4-6 ettari) di aspetto simile a quello formatosi in Valtellina a seguito della frana di Val Pola del 1987. Nel giro di un paio d'ore è stata raggiunta la quota di massimo invaso ed è iniziata una lenta, naturale tracimazione delle acque.
Se si osserva oggi l'accumulo di frana, presente in fondovalle, si può valutare come la sua estensione verso nord raggiunga la strada statale e la parte di "Borgonuovo" posta in destra al fiume Mera (420-430 m slm). L'estensione massima in direzione sia nord-sud che est-ovest raggiunge i 700-800 metri.
La topografia di questa zona, ad esclusione della presenza di alcuni promontori costituiti da blocchi rocciosi, si presenta praticamente pianeggiante e degradante dolcemente verso il fiume con pendenze medie del 4-5%.
Singolari sono l'appiattimento dell'accumulo nel fondovalle e l'assenza di una fascia di detrito di raccordo al pendio retrostante.
Il giorno successivo alla frana iniziarono i soccorsi fra le rovine dove si udirono lamenti per due giorni e due notti. Una grida stabiliva che si dovesse dare sepoltura alle "creature" trovate "in Mera, lagho, et ogni altro luogod'essa Giurisdizione".
Gli scavi per il recupero dei beni sepolti seguirono suiniziativa del governo grigione e del comune di Piuro. Gli scavatori, sotto giuramento, si impegnavano a consegnare il ritrovato, con pena, per chi non avesse obbedito, di 10scudi "et squassi tre di corda in publico" per volta. Furono recuperate ferramenta, legnami, suppellettili, biancheria oltre ad arredi sacri: una pianeta in broccato d'oro, un bacile d'argento, una croce capitolare e cinque calici d'argento. Gli scavi proseguirono anche per iniziativa degli eredi e dei preti di Piuro che incoraggiarono la ricerca delle campane, recuperate nel 1618, 1639 e 1767.
Il campanone ("la Piura") venne ritrovato nel 1859 da una società di scavo costituita da gente delle borgate vicine. In questi anni l'organizzazione civile e religiosa di Piuro rimase distribuita fra le frazioni che attorniavano la "rovina" (S. Croce, Savogno, S. Abbondio e Prosto) mentre nel territorio devastato si succedevano attività private di scavo e bonifica di terreni con ripristino di colture.
L'attività di estrazione e lavorazione della pietra ollare procedette fino alla metà dell'800; nel 1851 sorse la contrada Borgonuovo sulla sponda destra della Mera, a nord della rovina.
Anche nell'ottocento e nel novecento si fecero ritrovamenti più o meno occasionali di reperti dell'antica Piuro: ossa umane, utensili, suppellettili e monete. Nel 1963 e nel 1966 campagne di scavo vennero condotte su iniziativa dell'Associazione italo-svizzera per gli scavi di Piuro ed il materiale recuperato fu esposto a partire dal 1972 nel Museo di Piuro. Un ulteriore arricchimento di reperti si ebbe nella breve campagna di stavo eseguita nel 1988 dall'Amministrazione comunale e in occasione di scavi edilizi.
A tutt'oggi dell'antica Piuro è visibile una piccola parte emersa con gli scavi del '63: un tratto di strada ed i restidi un'officina di tornitura testimoniano il borgo sepoltodalla montagna.
Fra le attuali frazioni, S. Croce conserva un antico impianto urbanistico con due chiese del XII secolo, il palazzo del pretorio o "Ca de la giustizia", costruito dopo la frana ed un grande torchio da vino settecentesco; S. Abbondio, significativo nucleo di architettura rurale, è poco discosto dal campanile isolato nella Valle Duana privato della chiesa nel 1755 in seguito ad un'alluvione (ospita, presso la chiesa costruita successivamente, il Museo degli scavi); Prosto, sede comunale, conserva antichi edifici ed il sontuoso palazzo Vertemate, oggi Museo, ricco di affreschi ed arredi cinquecenteschi, dove è custodito il dipinto che raffigura Piuro prima della rovina.
Da Prosto, oltre il ponte sulla Mera, dalla chiesa di S.Maria si dipartono i sentieri che salgono alla montagna dove si trovano sparse le antiche cave di pietra ollare ,il cui commercio, insieme a quello della seta, contribuì alla ricchezza della Piuro scomparsa.

 Le chiese, le case ed i palazzi importanti del distrutto borgo di Piuro, indicate con il numero.

  1. Chiesa di San Giovanni a Scilano
  2. Castello dei signori Beccaria
  3. Fontana sulla -piazza di Scilano
  4. Villa del signor Gian Pietro Mora
  5. Casa dal signor Tomaso Losio
  6. Casa del signor Agostino Losio
  7. Casa dal riverito signor Antonio Serta
  8. Palazzo del signor Abramo Brocchi
  9. Mulino e osteria del Chiloneto
  10. La tintoria
  11. Casa della signora Rachella
  12. Filatoio
  13. Casa del signor capitano Buttintrocchi
  14. Casa della signora Lucrezia Camoglia
  15. Mulino di mastro Febio
  16. Palazzo del signor podestà
  17. Casa dei Giulioneti
  18. Casa del signor Gian Pietro Buttintrocchi
  19. Casa del signor Gian Battista Bracchi
  20. Casa del signorPalamide Verteman (Vertemate)
  21. Casa del signor Mattia Verteman
  22. Casa del signor Gian Pietro Buttintrocchi
  23. Palazzo di Gian Giorgio Beccaria
  24. Chiesa di Santa Maria
  25. I torchi
  26. Il piccolo ospedale
  27. I mulini
  28. Tre baite dove si fabbricano i laveggi
  29. Chiesa di Nostra Signora a Prosto
  30. I crotti o cantine a Prosto
  31. Peschiera a Prosto
  32. Ingresso al luogo dove si cavano i laveggi
  33. Casa del signor Antonio Beccaria
  34. Casa del signor Gian Battista Scandolera
  35. Ifabbri
  36. Casa del signor Marc'Antonio Lumaga
  37. Casa della signora Exina Verteman
  38. Casa del signor Guglielmo Verteman
  39. Casa del signor Francesco Brocchi
  40. Macello presso il ponte
  41. Alberi di castagno
  42. Il ponte di Prosto
  43. Palazzo a Roncaglia dei signori Verteman
  44. Ponte sul fiume Valaduana (Volledrana)
  45. Giardino del signor Bregaia
  46. Chiesa e frazione di S. Abondio
  47. Ponte sul fiume Fragia
  48. Giardino del signor Verteman
  49. Una casa estiva in Scilano
  50. Chiesachiamata S. Antonio a Sanognio (Savogno)
  51. Collegiata di S. Cassiano
  52. Case dei sacerdoti
  53. Casa di mastro Nicolao Bottintrocchi
  54. Casa di Gian Pietro Galisone (Gallegioni)
  55. Casa di Patavio Lumaga
  56. Palazzo del signor Luigio Verteman
  57. Casa del signor Francesco Giulino
  58. Casa del signor Ludovico Brocchi
  59. Casa del signor Geronimo Lumaga
  60. Osteria di mastro Baschi di Savogno
  61. Casa di mastro Bernardo Serta
  62. Casa di mastro Gian Giacomo Forno
  63. Casa di Gian Andrea Verteman
  64. Casa del signor Zapelia Crollalanza
  65. Casa del signor Bartolomeo Crollalanza
  66. Casa del signor Gian Antonio Crollalanza
  67. Casa di mastro Simona Abis, sarto
  68. Casa di mastro Gian Pietro Massabarron
  69. Casa di mastro Giacomo Bacele
  70. Casa di mastro Peter Belochio
  71. Casa di mastro Gianni Mesuradore
  72. Casa di mastro Gian Andrea Mesuradore
  73. Confetteria del signor Ludovico Lumaga
  74. Mulino di Gentili
  75. Casa di mastro Gian Pietro Corsini
  76. Crotto del signor Beccaria
  77. Crotto del signor Brocchi
  78. Crotto del signor Ottavio Lumaga
  79. Crotto del signor capitano Buttintrocchi
  80. Crotto del signor Luigio Verternan
  81. Ponte principale sulla Mera
  82. Ponte chiamato "Defendente"
  83. Casa di Gian Antonio Bressan
  84. Casa di mastro Battista Catani
  85. Casa di mostro Curi Lumaga
  86. Casa di mastro Gian Antonio Lumaga
  87. Casa di mastro Gian Antonio Veneziano
  88. Casa di Gian Pietro Mora
  89. Casa di mastro Francesco Casina
  90. Casa di Montani
  91. Magazzino del signor Verteman
  92. Ingresso al parco dei signori Vertemani
  93. Il macello in piazza

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Ecco come racconta la tragedia lo storico Fortunato Sprecher:
"Sabato 25 agosto dell'anno 1618 cominciò a piovere e la pioggia, scatenatasi quasi a dirotto con tuoni e lampi durò poi fino al giovedì successivo 30 agosto. Questo fu un giorno assai sereno e sembrava far sperare finalmente un tempo migliore, ma nella notte seguente la pioggia riprese i suoi rovesci con tuoni e lampi e continuò fino all'alba del lunedì 3 settembre. il martedì fu di nuovo sereno, poi nel pomeriggio sul lato sinistro del fiume Mera, dal monte chiamato Conto, dove un tempo si cavavano recipienti di pietra olIare (laveggi) e dove ancora erano visibili le tracce delle caverne, mentre già dieci anni prima, come raccontano gli abitanti di Uschione, un paese il sopra, erano apparse alcune crepe nel monte, cominciò a muoversi parte della frana che sommerse alcune vigne presso Scilano in direzione di Chiavenna. Ma poiché anche altre volte in quello stesso punto si erano verificati frequenti scoscendimenti del terreno, in conseguenza del fatto che i prati situati più in alto sul monte si solevano irrigare e l'acqua poi non era accompagnata via con cura per mezzo di canali i Piuraschi, siccome il franamento si era prodotto a valle del borgo verso Chiavenna, non se ne davano gran pensiero. Coloro però che in quella parte stavano raccogliendo il fieno sul piano si sentirono tremare la terra sotto i piedi. A tali segni alcuni contadini di Roncaglia avvertirono quei di Piuro che lasciassero il borgo perché si preannunciava un gran disastro. La stessa preoccupazione confidò a me in Chiavenna, dove allora mi trovavo in qualità di commissario, un tale che veniva da Piuro a portare dei laveggi. Verso l'ora dell'Avemaria i cattolici si erano raccolti a pregare nella Chiesa di S.Cassiano; similmente per rivolgere preghiere a Dio si era radunata in una casa la maggior parte dei protestanti (ve n 'erano quaranta solo nel borgo di Piuro e nella frazione di Scilano): la notizia me la riferirono alcuni di Roncaglia che avevano lasciato il paese a quell'ora per tornarsene a casa.
Ed ecco che proprio sul fare della sera, quando gia si vedeva la luna piena e il cielo era sereno senza una nube, in un attimo (come narrò poi una donna che si trovava in quel momento sopra una vicina altura sulla destra della Mera) il monte Conto crollò con impeto e fragore immenso. Noi, a Chiavenna, udimmo un boato ed un rimbombo non dissimile dal fragore prodotto da molti grossi cannoni sparati simultaneamente. La frana travolse il paese di Scilano, formato da 78 case, e il borgo di Piuro dove esistevano 125 splendidi edifici, e vi rimasero purtroppo sepolte 930 persone. Io, a Chiavenna, udendo quel fragore volsi gli occhi in direzione di Piuro e vidi salire verso il cielo una nuvola di fumo mista a bagliori giallastri. La polvere di quella nube, sebbene Chiavenna disti più di mezz 'ora di strada, si posò fin sul mio berretto. E tanta fu la violenza dell'arto che il campanile della Chiesa di S.Maria, dove i protestanti solevano tenere le loro adunanze, dalla riva sinistra della Mera fu sbalzato attraverso l'aria sull'altra sponda e pur tuttavia una delle campane, mirabile a dirsi, rimase intera, mentre nelle altre due chiese dei cattolici, S.Cassiano e S.Giovanni, delle campane si trovarono in seguito sola dei rottami Anche un blocco di marmo, su cui era scolpito lo stemma di Gerolamo Lumaga, posto in cima all'arco del portale del suo palazzo che era situato sul lato destro della Mera, fu trascinato dalla frana sulla sponda sinistra e li fu ritrovata. Infatti poiché il monte era rovinato con straordinaria violenza e poiché la valle sottostante era stretta, l'onda della frana risalì lungo la pendice del monte di fronte e poi ribaltandosi in aria ricadde sull'altra parte della Mera. il fiume, bloccato per circa due ore, destò grande allarme a Chiavenna per il timore che anche quel borgo potesse essere sommerso dallo straripamento delle acque, ma, grazie a Dio, queste ritrovarono il loro sbocco senza danno per l'abitato. Per l'impedimento del fiume si formò un lago lungo un quarto d'ora di cammina. La lunghezza della frana era pari a mezz 'ora di strada, incerta l'altezza, poco estesa la larghezza.
Dal disastro nessuno uscì vivo. Infatti l'oste Francesco Forni si era recato col muratore Simone Ramada sul pendio del Roveno e perciò i due si salvarono. Scampò anche Battista PIanta di Scilano, uomo muto, intento a cogliere delle pesche in un frutteto vicino, tuttavia perse le scarpe nella frana. Gian Pietro Vertemate, soprannominato Fratinolo o Giudeo, era da poco uscito dal paese con la sua famiglia diretto a S.Croce per recarsi sul monte a raccogliere il fieno, ma dimenticatosi di chiudere la porta di casa, rimandò indietro una figlia: così anche questa perì. Il giorno seguente, mercoledì, mi recai sul luogo del disastro accompagnato da una gran folla per disseppellire le vittime. Trovammo affioranti sopra le macerie due ragazze, una era la figlia del podestà di Piuro Gian Andrea Nasan, l'altra sembrava essere la figlia di Gian Antonio Gallegioni. Trovammo pure sulla riva destra del fiume Lorenzo Scandolero, che aveva cenato sulla sponda sinistra: aveva ancora un tovagliolo legato alla cintola e le dita delle mani fasciate per la gotta di cui soffriva. Giano Cristoforo, un cavallante della Val Sursette, che aveva comprato del vino a Piuro, era morto sotto un albero di fico e sporgeva dal terreno solo dai fianchi in su. Guglielmo Vertemate fu trovato circa tre mesi dopo seduto sulla sua poltrona. Fu estratta un'ancella che teneva ancora in mano il pollo che stava spennando ed aveva un pezzo di pane sotto l'ascella.
Rese più grave la sciagura anche il fatto che molti Piuraschi, i quali avevano dimorato a lungo in terre lontane, erano tornati in quei giorni al loro paese come alla sepoltura, quasi ve li trascinasse il destino. I Vertemate Franchi, tutti e sette gli adulti, si trovavano a Piuro da poco: Nicolò, che aveva fatto la cura delle acque minerali nell'alta Engadina, tornò proprio quel martedì fatale verso mezzogiorno; nel medesimo giorno venne a Piuro, dal suo palazzo di Roncaglia, Gian Battista e, appena un quarto d'ora prima del disastro, proveniente da Delebio in Valtellina, vi giunse Ottavio con la moglie per morire uniti Alcuni mercanti piuraschi tornando dalla fiera di Bergamo, furono sommersi dalla frana non pure nel borgo, verso dove s'affrettavano, ma nelle sue vicinanze. Così un destino inevitabile li raccolse insieme quasi tutti. Nei paesi vicini, a Castasegna, a Villa e nelle contrade degli Scatani e dei Perari, due giorni innanzi e lo stesso giorno della sciagura le api erano volate via dai loro alveari".

Riportiamo, a conclusione di questa scheda, alcuni brani tratti dal bel volume di Antonio Colombo “Piuro Sepolta” (Casa editrice L'Ariete, Milano, 1969, II), che tratteggiano un quadro lucido ed incisivo dello splendore di Piuro prima della rovina, degli eventi che la precedettero immediatamente, del corso del disastro, delle sue conseguenze ed infine delle interpretazioni cui dette adito:

“L'esistenza di una città ricca e colta, nella Valtellina del Seicento, è un caso unico e penso non abbia molti esempi neppure altrove. Fu un'oasi privilegiata, un'eccezione, per merito di una comunità formata di illuminati uomini, che, tra la miseria che li circondava, erano riusciti ad emergere, ad arricchire coi loro commerci, frequentando le più importanti città italiane ed europee, con le quali ebbero scambi di affari e dove poterono formarsi una cultura, per costruire in patria una città bella, artistica anche, con istituzioni benefiche ed infrastrutture, all'avanguardia si direbbe, e ricoprire cariche, in casa e fuori, ricevere illustri personaggi, meritandosi onorificenze, e tutto questo sotto una dei Grigioni, preceduta da altre strettoie, ed in condizione di doversi destreggiare nel campo politico, religioso ed economico.
Per tali motivi, la sua distruzione ebbe larga risonanza, soprattutto in Germania, e tante notizie, oltre che dagli scritti, sono giunte a noi dalla tradizione, che è andata alquanto fantasticando, come è ovvio, in casi del genere, sul modo di vivere e di comportarsi dei Piuresi e sulle ricchezze sepolte sotto la colossale frana. E la eco sarebbe stata ancor maggiore se altre vicende grosse non fossero accadute in Europa ed in Valtellina quali le lotte religiose tra Riformati e Cattolici, sfociate nel « Sacro Macello » (1620) e le guerre tra le varie Potenze che si contendevano il dominio d'Italia…
Nel 1520 i Piuresi ebbero a soffrire per lo straripamento della Mera. Continue piogge avevano pure ingrossato i fiumi della Valtellina tanto che l'Adda, oltre a superare i propri argini, allagando le terre limitrofe, aveva cambiato corso nel momento di sfociare nel Lago di Como. ... Nel 1564, si ebbe nel Contado una grande pestilenza, che portò a morte un terzo della popolazione e, nel 1613, altra terribile inondazione provocata dall'Acqua Fragia, che sommerse il borgo, obbligando gli abitanti a mettersi in salvo sui monti. Ne ebbe a soffrire molto l'abitato e le merci ammassate nei magazzini. Fu in tale occasione che i Piuresi fecero voto di recarsi ogni anno (22 luglio) in processione a Santa Maria di Prosto…
I Piuresi sapevano, sempre seppero di vivere in un luogo difficile quanto a pericoli naturali e, a parte la catastrofe dell'VIII secolo ricordata da alcuni scrittori, Salmon compreso, che noi abbiamo riportato altrove, e che pare abbia colpito anche Chiavenna, in quella zona detta Pratogiano, ogni tanto, attraverso i secoli, si trovavano a dover lottare contro le inondazioni della Mera e dei suoi affluenti ed a difendersi dalle frane e dagli smottamenti del terreno, sebbene, più che dal monte, il pericolo lo temessero dalle acque, specialmente dall'Acqua Fragia, che aveva dato fastidi anche recenti.
Si direbbe che erano un po' abituati a questa lotta ed erano disposti a ricominciare, con pazienza e perseveranza, e, diciamolo pure, erano un po' insensibili al pericolo e fatalisti. Di questo ci persuade un particolare. Accadde che, dalla metà di agosto del 1618, l'acqua continuamente cadesse e con tale abbondanza che, infiltrandosi tra la roccia e la parte superiore fatta di terriccio e di argilla del Monte Conto (alle spalle del borgo) provocasse qualche frana tra le vigne di Silano, luogo di svago dei Piuresi, con graziosi villini. I pastori avvertirono quei di Piuro della cosa, tanto più che gli animali e le api per istinto fuggivano da quella località e che la terra aveva dato qualche sussulto, cui si aggiungevano le raccomandazioni di quelli di Roncaglia, affinché i Piuresi lasciassero, per precauzione, le loro case.
Fu anche avvertito il Commissario di Chiavenna dottor Fortunato Sprecher, che governava il Contado per conto dei Grigioni, ma nessuno si diede per inteso anche perché qualche frana del Monte Conto era caduta, altre volte, senza pregiudizio della città.
Fatalità, incoscienza, destino non so, fatto è che nessuno si decise ad abbandonare il posto anche quando un tal Pietro Foitus con altri amici (e siamo alla vigilia della catastrofe) era venuto ad avvertirli che certi alberi del Monte Conto venivano portati giù dalla terra, che si staccava dalla roccia o piegavano verso il basso. Per scongiurare il pericolo, pensarono ad un pellegrinaggio a S. Maria di Prosto, il loro santuario mariano originato dall'apparizione della Vergine ad una ragazza della famiglia Foico di Piuro, verso il 1572. Poi ritornarono alla loro città mettendosi chi a cena, chi a letto, mentre la luna sorgeva a salutarli per l'ultima volta…
Fu udito, ad un tratto, un tremendo boato: la cima del Conto si era staccata ed aveva sepolto il borgo. Si levò uno spesso polverone, che arrivò fino a Chiavenna e lo Sprecher, che narra, con ricchezza di particolari, il triste avvenimento, dice di aver avuto imbrattato il cappello. D'un colpo, Piuro e Silano erano scomparse.
La Mera aveva interrotto il suo deflusso per il letto normale, impedita dai detriti, che avevano riempito l'alveo e si era formato, a monte, un lago. I Chiavennaschi, spaventati, lasciarono le case, mettendosi in salvo sulle alture nel timore che l'irruenza del fiume piombasse, col materiale della frana, sopra la loro città. Fortuna volle che la Mera si rifacesse un nuovo letto e, dopo alcune ore, incominciasse a scorrere torbida giù per la valle. I Chiavennaschi, lieti di essere stati preservati dal temuto disastro, andarono al Santuario di Gallivaggio, dove fecero cantare una Messa dal Capitolo Laurenziano.
Ed ecco l'iscrizione sulla cappelletta al Ponte di Piuro e che sunteggia, in modo lapidario, il tragico evento: Coelo tonante, monte ruente, Plurium decessit.
Luigi Rusca scrisse taluni versi sulla luttuosa scena, che, se non sono gran cosa, sotto l'aspetto artistico, sono pervasi da sentimento doloroso, come questi:

Non s'udì pianto, non s'udì lamento:

ché l'improvviso caso o terremoto
li fece vivi e morti in un momento.
E più oltre, con amarezza, si domanda:
ma qual nel mondo fia cosa sicura
se il mondo ancor di tempo in tempo cade?
Per dare un'idea dell'entità della frana, fu scritto che era di «un'altezza maggiore di quaranta braccia, della lunghezza di un miglio e mezzo, della larghezza di uno e della circonferenza di cinque miglia. E tutto questo ammasso di terra cadde frammisto a sassi ed alberi: e il numero di questi fu stimato in tremila»…
...Forse ha ragione Benedetto Parraviciní, uno scrittore contemporaneo ai fatti, che nella sua Descrizione della lagrimevole eversione di Piuro fa ascendere i morti a 1.200, dei quali 150 forestieri. Dunque poco più della cifra segnata dallo Sprecher presente ai fatti, cifra che il Crollalanza, nella sua Storia del Contatto di Chiavenna, conferma, riportando una nota manoscritta fatta redare, nello stesso 1618, da Francesco Forno di Piuro eletto console della città, dopo la rovina. Tale manoscritto è conservato nell'Archivio Parrocchiale di Prosto e siamo grati all'Arciprete Don Gustavo De Stefani, appassionato ed intelligente indagatore delle memorie della sua chiesa, che ci ha permesso di riprodurre alcune pagine di detto documento.
Il predetto Francesco Forno, che era di Silano, era rimasto incolume, essendo andato al suo crotto per prendere del vino. Tra un gran polverio negli occhi «vidde l'acqua che inondava tutto il sito di Piuro che fu ha un quarto d'ora di notte e li convenne con gran fretta ritirarsi all'alto delli Ronchi a ciò anch'esso non si sommergesse nell'innondazione et per alhora non poté veder altro a ben che esso più volte chiamasse aggiutto e misericordia nulla di meno stette fin la mattina seguente a vedere il danno...». Con lui, c'era un altro superstite, il muratore Simone Ramanda. Continua la nota, dicendo che Iddio lo conservò perché non rimanesse spenta la memoria dei fatti. Dai frazionisti fu nominato console e si adoperò, con buon governo, per dirigere gli spiriti smarriti…
Era logico che, a disastro avvenuto, se ne cercassero le cause, ma chi le trovò da un lato, chi dall'opposto e chi si rivolse al prodigio, fantasticando magnificamente. Così fu detto che, alcuni anni prima, era arrivato dai monti un pellegrino sopra un giumento e, guardando i ricchi palazzi dei Piuresi, mostrò disappunto ed ai ragazzi che lo circondavano, ritenendolo mentecatto, disse: « Misero paese di Piuro che tanto ti vanti ed insuperbisci delle tue ricchezze e della tua beltà, fra poco tempo, andrai tutto sossopra e non s'udranno in te che dolorosi pianti e compassionevoli lamenti». Le autorità di Piuro, in uno con la popolazione, intimarono a codesto profeta di sciagure di partire, se non voleva esserne scacciato in malo modo. E il pellegrino, volgendo uno sguardo adirato contro di loro, disse: «Voi mi scacciate con la forza e così villanamente che io sono costretto di andarmene; ma verrà tempo, e questo non è lontano, che voi ancora vorrete fuggire da Piuro e non vi sarà permesso»…
Incliniamo a credere… ad un'invenzione posteriore, spiegandocela con la tendenza popolare di voler dare a fatti grandiosi il senso del prodigio.
Altrettanto si dica delle api (nel territorio di Piuro si allevavano largamente) che, tra loro pungendosi, caddero morte; della cometa apparsa qualche tempo prima; di certi angeli che avvisarono del pericolo; di diavoli beffardi; di gemiti sotterranei.
Tutta la trama pare intessuta per deplorare e punire i costumi dei Piuresi, che qualche autore dice non corretti e qualche giornalista ci ricama volentieri sopra, ma siamo del parere che quei di Piuro non erano poi peggiori delle popolazioni circostanti e tralasciamo di dire dei Grigioni, venduti alle varie Potenze e con costumi non brillanti, senza parlare dei forestieri, la cui morale era pur bassa. Del resto il mondo è sempre stato mondo, ed il bene e il male sono sempre stati vicini come i furbi ai minchioni, i buoni ai birbanti e gli sfruttatori agli sfruttati. È così anche in natura: erbe buone con erbe velenose. Con questo, non neghiamo che la ricchezza non abbia spinto taluni ai facili costumi e di tanto si fa eco il nostro Bertacchi nei versi seguenti:
...Eran giocondi
i giorni in Piuro, e amavano la vita quei ricchi e forti...
...Se troppo gaio
fu il clamor di quei dì,
la lieta colpa venne espiata ormai
col desolato silenzio di tre secoli...
Ancora sul tema degli eretici, ci fu qualcuno che mise in rapporto la caduta di Piuro col martirio dell'arciprete Rusca di Sondrio (i due fatti sono dello stesso giorno) ma anche questa coincidenza non persuade…

COMPIANTO PER LA FINE DI PIURO

Sono nati i castagni
dal grembo della morte
e di erbe si è ricoperta

la pesante coltrice funeraria
sotto la quale riposano
i più che mille cittadini
della illustre e ricca Piuro,
che spaventosa frana,

giù scendendo con terribile fragore
dal Monte Conto,
nel crepuscolo di un giorno d'agosto
del lontano milleseicentodiciotto,
ha piombato nel sonno eterno.

Palazzi, ville, chiese, fontane
e tante bellezze artistiche
qui radunate da vari paesi
sono andate inesorabilmente distrutte.

Or tutto tace
ed il grande tumulo,
inesplorato e misterioso,
attende la luce del sole,
agli uomini ricordando,

monito salutare ed eloquente,
l'incertezza dell'umana esistenza
e la fragilità delle terrene cose.”

 


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