ESCURSIONI A PIATEDA


Pizzo del Diavolo di Tenda

“Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi”: vecchio ben noto adagio, che veniva ricordato, come monito, a quanti, con parole, gesti o atteggiamenti, mostravano scarso rispetto nei confronti di quelle figure cui la devozione popolare è sempre stata molto attaccata. Parole sante, verrebbe da dire! Verrebbe proprio da dirlo, ascoltando una vecchia leggenda di Piateda, che parla di cavatori di pietra irriverenti.
Un tempo, sul versante orobico che si affaccia al terrazzo di Piateda (allora s’intendeva per Piateda l’attuale Piateda Alta, oggi picco nucleo soppiantato da Piateda Bassa, al piano) era attiva una cava di “piodi”, cioè di ardesia, dalla cui lavorazione si ricavavano piode usate nella costruzione delle case. Stava a monte del Gaggio, probabilmente poco sotto il Sasso della Nona (si vede ancora, dalla cima del roccione, guardando in basso, un largo gandone nascosto dal bosco). Gente dura, i cavatori, temprati da una vita ingrata ed avara di soddisfazioni. Ciò sia detto come preventiva attenuante del loro irrispettoso ed incauto comportamento. Nel cuore di un lungo e rigido inverno, quando le fatiche già improbe del lavoro si assommano ai disagi procurati da gelo ed umidità, venne, dopo i giorni della merla (si sa che sono gli ultimi tre giorni di gennaio, i più freddi dell’anno), un febbraio che sembrava non voler voltare pagina. Freddo, sempre freddo. Freddo il primo di febbraio, freddo il due di febbraio, fredda l’alba del tre febbraio. Quell’alba uno dei cavatori, lasciando la casa, si sentì rivolgere dalla moglie queste parole di commiato “Ricordati che oggi è san Biagio, il protettore della gola. Anche se non potrai venire alla funzione nella quale si tocca la gola dei fedeli con le candele benedette disposte a croce, per preservarla dai mali, sii presente almeno con lo spirito, rivolgi una preghiera al santo, perché della buona salute abbiamo bisogno tutti, ma per primo tu, che devi tirare avanti la famiglia”. Il nostro anonimo cavatore non rispose, ma uscì, quasi inghiottito dal buio che ancora incombeva sulle case dei poveri cristiani. Doveva incamminarsi anzitempo per raggiungere le baracche dei suoi compagni (non tutti avevano la fortuna di poter tornare alla propria casa tutti i giorni) ed iniziare una nuova giornata, una come tante, come sempre. Almeno così avrebbe potuto pensare, se il gelo glielo avesse consentito.
Invece così non fu. Ai compagni che lo attendevano con gli occhi ancora impastati di sonno, tanto per dir qualcosa e rompere almeno con qualche parola quel freddo che non la smetteva di mordere, accennò al discorso della moglie. Così, tanto per dire. Le sue parole ebbero un effetto tanto dirompente quanto inatteso. Un ghigno contagioso si dipinse sui volti stentati di tutti. San Biagio! Proprio a San Biagio dobbiamo pensare oggi! E alla gola! Ci spacchiamo schiena e braccia tutti i giorni, e dovremmo aver paura di un po’ di mal di gola! Più o meno di questo tenore erano i pensieri nascosti dietro quel ghigno. Ma, si sa, i cavatori sono persone di poche parole. Non dissero nulla. Qualcuno, però, tirò fuori dalle sacche dove tenevano il vitto sufficiente per la settimana, alcune salsicce annodate, e se le misero al collo. Una risata sonora percorse il campo: ecco un bel modo di onorare san Biagio, niente candele sul collo, ma una bella collana di salsicce.


Cimitero di Piateda Alta

Così, con quel magro buonumore, si misero in cammino e raggiunsero l’ingresso della cava. Qualcuno commentava l’accaduto, con poco rispetto per il santo e per chi si dava pensiero delle devozioni: roba da donne, da bambini, da gente che, avendo la schiena diritta, ha tempo di pensare alla gola. L’ultima battutaccia chiuse il discorso: “Che venga san Biagio a trovarci, vedrà quanto gli siamo devoti, e magari potrà cavare un po’ di pietra anche lui: gli farebbe solo bene, così magari gli verrebbe in mente di proteggere un po’ anche la schiena della gente”. Poi, più nulla. Nessuna parola. Solo il battere delle mazze e dei picconi e quella curiosa collana di salsicce che ballonzolava, irriverente, al collo di due o tre cavatori. Passò un po’ di tempo, non molto, già faceva chiaro, fuori della cava, quando si udì un forte boato: scese una grande frana, che ne chiuse l’imbocco. Solo un garzone, che si era attardato a preparare il campo per la pausa di mezza giornata, fu salvo. Corse a dare l’allarme, accorse la gente dal Gaggio a da Piateda, si diedero tutti da fare per liberare l’ingresso della cava, dalla quale non proveniva segno alcuno di vita. Fu tutto inutile: l’intera volta della cava aveva ceduto, i minatori non erano rimasti solo intrappolati, ma interamente sepolti dalla frana. Il garzone raccontò tutto, la tragedia ed i discorsi che l’avevano preceduta. Così, siccome credere alle coincidenze è per la gente più duro che cavar l’ardesia, tutti fecero due più due e quanto era accaduto venne interpretato come punizione per l’irriverenza dei cavatori. Forse il lettore potrà nutrire forti dubbi sulla vendicatività dei santi (che santi sarebbero, se si comportassero così?), ma, dubbi o non dubbi, la storia fu raccontata con questa morale.


Piateda

Dai santi ai preti il passo è breve… o no? A voler dar credito due altre leggende che si raccontavano in quel di Piateda, si dovrebbe rispondere di no. Ecco la prima. Un padre morì, lasciando due figli, l’uno emigrato in Francia, l’altro rimasto nella casa paterna, che aveva avuto in eredità. Quest’ultimo, che aveva assistito a lungo il padre malato, non si dava pace per la perdita: “Certo, pensava, dopo tante sofferenze la morte è anche una liberazione, ma io il mio papà l’avrei tenuto ancora: ora che non gli posso più parlare, che non posso più sentire la sua voce, la mancanza mi sembra troppo pesante ed il dolore troppo lancinante!”. Sommerso dall’inconsolabile tristezza, trascorreva giorni e giorni chiuso in casa, senza vedere nessuno. Una volta gli capitò, scendendo in cantina per spillare un po’ di vino (quello, almeno, lo faceva stare un po’ meglio), di vedere il papà, seduto a cavalcioni di una botte. Si slanciò in avanti per toccarlo, per abbracciarlo, ma egli svanì: era solo una visione. Una visione che aggiunse turbamento al suo turbamento. La visione apparve di nuovo, qualche giorno dopo, ed il giovane si decise ad uscire di casa per parlarne al parroco, perché non reggeva più quella situazione. Il parroco lo ascoltò con molta attenzione, ed alla fine sentenziò, sicuro: “Quelle non sono visioni veritiere, bensì l’effetto di diabolici artifici. Te ne devi liberare. Portami dei soldi, tanti soldi, ma non per me, ma per i poveri, ed io farò in modo che te ne liberi”. Il giovane tornò a casa e subito scrisse al fratello, narrandogli l’accaduto e chiedendogli di aiutarlo, perché lui di soldi proprio non ne aveva. Tornò, come risposta, dalla Francia una lettera che conteneva una forte somma, da dare al parroco. Così fece, pensando che le visioni non lo avrebbero più tormentato.


Val Venina

Si sbagliava, perché, nel breve volgere di pochi giorni, il fantasma del padre riapparì fra le botti della cantina. Il giovane, sconvolto, tornò di corsa dal parroco, per chiedere spiegazioni. “Ci vogliono più soldi”, fu la risposta, “più soldi, perché è una faccenda grave e servono tempo e denaro per aver ragione del demonio”. Ecco, quindi, una nuova lettera al fratello in Francia, ed ecco la seconda risposta. Questa volta la busta era meno gonfia, e conteneva solo un foglio spiegazzato, sul quale stava scritto: “Non dare più soldi al prete. Quando vedi di nuovo il fantasma, prendi il fucile e spara”. Parole dure, che colpirono il giovane, il quale, però, aveva troppa stima del fratello per pensare di contraddirlo. Attese, dunque, con il cuore in gola, finché un giorno, sceso in cantina cantina, si vide ancora una volta di fronte l’immagine del padre, che lo guardava intensamente, come se volesse dirgli qualcosa. Non esitò: tornò subito indietro, prese il fucile da caccia che era stato proprio del povero papà, glielo puntò contro e sparò. Fu un gran botto, nell’ambiente chiuso della cantina: per un attimo gli parve che l’intera volta dovesse crollargli addosso. Ma non crollò nulla. Solo, per terra, visione raccapricciante!, c’era un cadavere insanguinato. Non quello del padre, ma del prete.
Bella storia, vero? Degna di un cortometraggio thriller. Ecco la seconda. Questa volta non si sa bene da che parte stia il male. Molto, molto tempo fa viveva a Piateda una famiglia che, approfittando della fiducia del parroco, frodò la chiesa, impadronendosi di beni che spettavano a questa. Il parroco, alla fine, se ne accorse, e lanciò contro di essa una terribile quanto solenne maledizione: quella famiglia non avrebbe avuto discendenti. Fu proprio quel che accadde: tutti i figli maschi, che avrebbero potuto perpetuare il cognome, morirono in tenera età.


Valle di Scais

Che stregoneria, direte! E stregoneria fa venire in mente le streghe. Non ne mancano, a Piateda. Una (presunta tale) in carne ed ossa venne decapitata a Sondrio il 9 novembre 1634: si tratta di Maria Joanna de Plateda, accusata di aver manipolato unti e farmaci e di aver causato la morte di quasi tutti i membri delle famiglie presso le quali aveva prestato servizio; di più, la si accusava di non stare mai a casa di notte, ma di andarsene in giro, in luoghi sospetti come il Moncucco e le rovine del Castello Grumello, con un omaccio nero e peloso, dagli occhi ardenti come brace, al quale si era venduta (il demonio, probabilmente). Torturata (le fu fratturato un tallone, le furono bruciati i piedi e subì la tortura della corda) venne alla fine riconosciuta colpevole e decapitata in Sondrio; il suo cadavere fu subito bruciato al rogo. Ecco come le cronache narrano gli ultimi istanti della sua disgraziata vita: “Maria Giovanna, disse allora ad alta voce l'arciprete, perdonate voi proprio di cuore a tutti quelli che possono avervi fatto del male? E la donna: sì, io perdono e perdono di cuore. Maria Giovanna, ripigliava l'arciprete, siete voi dunque disposta a fare offerta a Gesù della vostra vita, com'egli la offerse per tutto noi? E la donna nuovamente di sì. Fiducia dunque o buona donna; l'anima vostra sarà presto al paradiso. Non erano quasi ancora proferite queste ultime parole, che ad un sol tratto vedevasi rotare la scimitarra del nerboruto carnefice, e sbalzar dal palco la testa della povera donna. E allora non vi fu più modo a contenere quell'onda di popolo. Si udì un grido: è morta, è morta la maledetta strega, e questo grido andò echeggiando per tutta quella dilatata folla. Postosi quindi il fuoco alle legne, e sorte alte le fiamme, un tale Stefano della Battistina prendeva pei capelli il mozzo e sanguinoso capo e quasi a gioco ve lo sbalzava tra mezzo. Altri poi rotolandone il tronco, ve lo spingevano pure come vittima al rogo. E quelle turbe cui non indole propria, ma cieca credulità rendeva inumane e crudeli, rimasero ferme colà come a gradito spettacolo fin tanto, che ormai spento il fuoco, non restarono e delle legne e della sacrificata donna che poche e mobili ceneri”. Tempi che non rimpiangiamo.


Valle di Scais

Rimpiangiamo, invece, i tempi in cui le nonne (e non solo loro) raccontavano quelle paurose ma così accattivanti storie di streghe che si ascoltavano senza fiatare. Eccone un paio. Fra le case di Busteggia, oggi frazione di Piateda, scorazzava, un tempo, un gattaccio, e nessuno sapeva di chi fosse. Entrava la sera, non si sa come, mentre la gente si riuniva per il rosario e per scambiare qualche chiacchiera; entrava anche di giorno, spaventava tutti apparendo improvviso, con certi occhiacci spiritati che facevan gelare la schiena. Gli tiravano addosso di tutto: zoccole, posate, perfino qualche stoviglia di rame, ma niente, non lo si poteva né prendere, né persuadere a starsene alla larga. Ma un bel giorno qualcuno, più abile nella mira, riuscì a colpirlo, con un grosso sasso, sull’orecchio sinistro. Il gatto da allora sparì, ma si vide girare per le strade una donna, chiacchierata quanto bastava per le sue stranezze, con una vistosa fasciatura proprio sull’orecchio sinistro. E, come abbiamo visto, in questi casi la gente fa sempre due più due… 
Portiamoci ora in ambiente più montano, e precisamente a Vedello, il piccolo nucleo posto in prossimità della confluenza fra Val di Scais e Val Venina, che fu teatro di un episodio raccontato, qualche decennio fa, da una signora di Piateda. Il suo bisnonno,  un omone nel pieno delle sue forze, molti e molti anni prima si recò, un giorno, in un bosco, per fare un po’ d’erba in una radura, dove si trovava anche un abbeveratoio per le mucche. Mentre stava tagliando l’erba con il falcetto, gli apparve, d’improvviso, una vecchia che conosceva bene: se ne stava presso la pozza, specchiandosi per potersi meglio pettinare i capelli. Rimase senza parole, perché mai si sarebbe aspettato di vedere quella persona, che sembrava trascinarsi a stento per le vie del paese, più di là che di qua, in quel bosco parecchio distante, e poi in quell’atteggiamento da giovane donna vanitosa.


Val Venina

La vecchia parve, dapprincipio, non accorgersi di lui, poi lo guardò, con occhi spiritati. Allo sguardo tennero dietro subito le parole, sibilanti, quasi taglienti: “Non dire a nessuno che mi hai visto qui. A nessuno. Se obbedirai, ti premierò, ti farò un bel vestito nuovo. Se non obbedirai, ti maledico e ti predico che starai a letto quaranta giorni con la febbre”. Poi, com’era apparsa, sparì. L’uomo capì subito che si trattava di una strega, e che non c’era da prendere sottogamba la sua minaccia. Tornò, dunque, a casa e non disse nulla a nessuno. Passavano i giorni, ed il segreto che si teneva dentro lo rodeva sempre di più: sentiva il bisogno di confidarlo a qualcuno, per alleviare il suo disagio. Alla fine, non ce la fece più e si confidò con la moglie. Ebbene, non ci crederete, ma subito dopo fu colto da violenti brividi. Si mise a letto, convinto di essersi buscato una bella influenza. Altro che influenza: gli era venuto un febbrone che non voleva andarsene. E passa un giorno, e due, e tre, e una settimana, e due, e tre: la febbre non passava. Rimase a letto febbricitante, e non si alzò più: dopo quaranta giorni, morì.

Dal paese dei morti non si torna. Di solito. Qualche volta sì, soprattutto in quei giorni nei quali l’invalicabile barriera fra vivi e morti sembra vacillare, i giorni della festa di Tutti i Santi e della commemorazione dei defunti. Ecco quel che accadde ad una donna di Piateda, ai primi di novembre di un anno che non sappiamo. Era una donna poco religiosa, che pregava di rado e di malavoglia. Neppure nei giorni dei morti si accendeva in lei la fiammella della devozione convinta: le stesse preghiere strascicate, senza convinzione. Ebbene, proprio il giorno di Tutti i Santi le apparve, in pieno giorno, il volto di un uomo, che conosceva bene, e che era morto da tempo. Cadde quasi a terra per lo spavento. L’uomo la fissava, muto, con espressione di rimprovero. Poi sparì. Riavutasi dallo spavento, capì il senso dell’episodio e da allora non mancò di pregare con convinzione e devozione in tutte le circostanze in cui un’anima pia suole pregare.


Valle di Scais

Siccome in molte delle leggende raccontate sembra esserci di mezzo lo zampino del diavolo, prima o poi questo deve saltar fuori. Ed allora eccolo, in azione ed in forma smagliante, in quest’ultima leggenda. Lo scenario è la bella Valle di Scais. Bella ma anche inquietante, come buona parte delle valli alpine. Prima che venisse costruita la diga, la piana di Scais ospitava baite e pascoli, scenario della caccia maledetta di cui parla la leggenda.
Qui, una tranquilla notte d’agosto, un pastore udì rumori insoliti, che lo destarono dal sonno. Tese l’orecchio e distinse dei passi. Qualcuno stava scendendo lungo la mulattiera che dalla piana dell’alpe di Caronno conduce a Scais. Si alzò allora dal giaciglio e si affacciò all’uscio della sua baita, per vedere chi mai fosse in cammino a quell’ora della notte: forse qualcuno che si era perso, forse un forestiero. Era una bella notte di luna piena, ed il pastore non faticò a distinguere in quel misterioso viandante notturno la figura di un cacciatore. Per quanto si sforzasse, però, non riusciva a distinguerne il volto, che sembrava nascosto dal bavero rialzato. Riusciva a vedere, invece, che il cacciatore stringeva qualcosa, che sicuramente doveva essere il frutto di quella singola caccia notturna. Una preda anche piuttosto ingombrante, per quel poco che si poteva scorgere. La caccia doveva essere stata molto buona. Il nostro pastore non era un tipo facilmente suggestionabile, ma curioso sì, questo lo era, parecchio.
Per questo, senza timore alcuno, non esitò a rivolgersi all’ignoto cacciatore, buttando là una battuta che voleva essere un pretesto per attaccar bottone: “O casciadù de la bona cascia, portemen anca a mi de la vosa cascia”, cioè “O cacciatore della buona caccia, portate anche a me qualcosa della vostra caccia”. Non ebbe alcuna risposta: il cacciatore passò ad una certa distanza da lui e proseguì oltre, con passo deciso, finché il buio della notte lo inghiottì. Il pastore rimase ancora qualche istante sull’uscio, finché anche l’ultimo flebile rumore dei passi si spense, poi, scrollando le spalle e lamentandosi fra sé dell’insocievolezza di certi uomini (“i è tücc malmustùs encöo”, bofonchiò, cioè “sono tutti scostanti, al giorno d’oggi”), se ne tornò a dormire. Non tardò a riprendere sonno, finché venne l’alba.
Era solito, come tutti i pastori, alzarsi di buon’ora, e così fece anche quella mattina. Lì per lì, al primo risveglio, non ricordò neppure il singolare incontro notturno. Si alzò e si accinse alle svelte occupazioni di sempre. Fu allora che il suo occhio cadde alla catena che pendeva dal camino: uno spettacolo orripilante, un cadavere, anzi, mezzo cadavere, la metà inferiore di un cadavere tagliato in due. E, tutt’intorno, tracce di sangue, il sangue dell’uomo ucciso. Il sangue del pastore, invece, gli si ghiacciò nelle vene. Rimase per qualche istante paralizzato per lo shock e per il disgusto, poi corse fuori dalla sua baita e si diresse, sempre di corsa, giù, ad Agneda, a quei tempi villaggio importante, con diverse decine di famiglie. Un fatto di quel genere non poteva essere frutto degli uomini, ci doveva essere qualcosa di diabolico, e se c’era, l’unico che avrebbe potuto dirgli come comportarsi era il parroco.


Valli di Scais e Venina

Lo raggiunse mentre, nella chiesetta di S. Agostino, era intento a recitare il mattutino. Il curato ascoltò il racconto concitato del pastore, rivolse al Signore una breve implorazione di misericordia (così si usava, a quei tempi, quando si aveva notizia di qualche fatto sconvolgente) e, dopo una breve meditazione, diede questo consiglio: “Lascia il cadavere là dove lo hai trovato ed anticipa il taglio del fieno d’agosto, tagliane un po’ ed aspetta: se vedrai tornare, la prossima notte, il diavolo, perché è il diavolo che si cela dietro il misterioso cacciatore, digli di riprendersi la sua caccia. Ma, bada bene, dovrai startene nascosto sotto il fieno fresco di taglio, perché il primo fieno tagliato è sempre benedetto. Lì sarai al sicuro ed il cacciatore ti lascerà in pace”.
Il pastore se ne tornò a casa e fece come gli era stato detto. Tagliò una parte dei suoi prati, fece un mucchio del fieno tagliato e, calata la notte, vi si nascose, attendendo che passasse di nuovo il cacciatore maledetto. Nel cuore della notte, ecco di nuovo risuonare quei passi decisi e sinistri, ecco di nuovo la figura nera del cacciatore profilarsi sul fondo del sentiero e venire avanti speditamente. Il pastore, con il cuore in gola, si appellò a tutto il coraggio che gli rimaneva e gridò al suo indirizzo: “O casciadù de la bona cascia, vignìn pür a tosla la vosa cascia”, cioè “O cacciatore della buona caccia, venite pure a riprendervela la vostra caccia”. Poi si acquattò, più che potè, dentro il fieno umido. Non osò guardare quel che accadde. Attese, lì, l’alba. Solo a giorno fatto uscì per vedere quel che era successo. Si precipitò all’interno della baita, e non trovò più alcuna traccia del cavadere dimezzato. Giurò che da quel giorno si sarebbe fatto i fatti suoi, e non volle neanche più pensare chi potesse essere la disgraziata vittima del cacciatore infernale. Nessuno lo seppe mai.
Noi, invece, sappiamo bene chi ringraziare per le leggende sopra riportate: il loro nucleo è riportato nell’opera della scuola elementare di Piateda, il ciclostilato “Leggende delle nostre valli”, raccolte nel 1976.

Chiudiamo riportando un'antica credenza di cui parla un articolo del settimanale "La Valtellina" del 2 agosto 1870: ad Ambria "è tuttora in voga la credenza antica che dopo la morte, i signori di Sondrio, siano mandati fra i loro dirupi a scontare la malefatte che oscurano il tenore di lor vita. È guai per ciò che alcuno di quei montanari si lasci vedere o sentire di notte! ... Dopo l'AVE MARIA, ritiro generale e silenzio perfetto in tutto il villaggio, senza che i Benemeriti vi debbano contribuir mai colle loro ronde ed ascolte." Dunque la Valle di Scais sarebbe, come, sull'opposto versante retico, la Val di Togno, luogo nel quale sono confinate le anime gaudenti e crapulone dei sondriesi.


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