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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Starleggia-San Sisto-Pian dei Cavalli-Lago Bianco
2 h e 45 min.
800
E
Lago Bianco-Monte Bardan
1h e 45 min.
480
E
SINTESI. Saliamo sulla ss 36 verso il passo dello Spluga. In uscita da Campodolcino, la lasciamo per prendere a sinistra la stradina che sale a Starleggia (m. 1560), dove parcheggiamo, incamminandoci sulla mulattiera (cartello per San Sisto) che alle spalle delle baite sale ripida fra i prati e poi entra in una pecceta, uscendone sul bordo della piana di San Sisto (m. 1769). Appena prima di entrare nel cuore delle baite, guardiamo a destra: vedremo un ponticello il legno, cui ci porta un sentierino che scende a superare una valletta. Dopo un pannello imbocchiamo il sentiero che sale con qualche tornante in un fresco bosco di larici, passando a sinistra di una baita isolata, per poi uscire ad una fascia di ripidi pascoli, che prelude al primo alpeggio, l’alpe Toiana (m. 1925). Ne raggiungiamo le baite dopo qualche tornante: lasciando alla nostra destra una cappelletta, prendiamo a sinistra (segnavia bianco-rosso) per breve tratto, poi di nuovo a destra e, dopo breve salita, siamo al limite meridionale dell’alpe Zocana (m. 2003). Qui oltrepassiamo una fontana, lasciamo alla nostra destra un crocifisso in legno ed una fontana e seguiamo le indicazioni di due cartelli il legno (a destra sono indicate Zocana ed Isola, a sinistra Pian dei cavalli, Lago Bianco e Bocchetta Bardan), prendiamo a sinistra. Il largo sentiero, dopo una svolta a destra, sale al margine del Pian dei Cavalli. Cominciamo a salire sul lato sinistro, verso ovest, su debole traccia. Passiamo a sinistra di un valloncello, che propone anche un singolarissimo ponticello in pietra. Superato il ponte, procediamo a poca distanza dal valloncello, superando alcune pozze. Qualche sosta ci permette di gustare il panorama alle nostre spalle, già bellissimo, con le cime del versante orientale della Valle di Spluga. Davanti a noi compare, sulla destra, una cascatella, che scende dalla soglia più alta dell’altipiano, la quale nasconde il lago Bianco (m. 2323). Pochi sforzi ancora e, dietro l’ultima balza erbosa siamo al lago Bianco. Passiamo alla sua sinistra e procediamo verso sud, puntando ad un evidente vallone e seguendo un sentiero segnalato che, tagliando il fianco a sinistra del vallone, porta ad una selletta (m. 2431), la quale separa la parte alta del Pian dei Cavalli dall’alta Val Fioretta. Qui lasciamo i segnavia alla nostra sinistra e pieghiamo a destra (ovest-nord-ovest), salendo sul largo crinale che culmina alla cima del monte Bardan e portandoci gradualmente sempre più vicino al filo che vediamo alla nostra destra, senza però mai raggiungerlo. Si alternano canalini, chine erbose, qualche fascia di sfasciumi, con pendenza mai marcata. Solo nell’ultimo tratto (quando ci raggiungono segnavia bianco-azzurro-bianchi del CAS svizzero) intravediamo, alla nostra destra, il grande ometto che la sormonta. Raggiungiamo, così, una larga anticima erbosa, che immette in una specie di grande pianoro d’alta quota: piegando appena a destra, siamo alla pianetta della cima del monte Bardan (m. 2812). Procediamo verso ovest portandoci al crinale e seguendo il crestone che gradualmente si restringe, fino all'ultima rampa che fra alcuni semplici blocchi ci permette di accedere al ripiano della cima di Barna (m. 2862). Tornati per la medesima via di salita al monte Bardan ed al lago Bianco, possiamo scendere contornando il versante opposto del Pian dei Cavalli, rispetto a quello di salita (cioè quello settentrionale): invece di proseguire verso destra, andiamo diritti e portiamoci al ripiano che ospita alcuni laghetti minori. Giunti presso il limite dell’altipiano, ne seguiamo le tranquille ondulazioni, perdendo lentamente quota. Incontreremo, in successione, cinque pannelli che ci illustrano i diversi aspetti di interesse di questi luoghi. Scendiamo ancora, fino a trovare il laghetto denominato lago Basso. Riprendiamo a scendere, dirigendoci a destra, cioè verso il limite orientale dell’altipiano, dove troviamo un quinto ed ultimo pannello, quello stesso che abbiamo troviamo affacciandoci sull’orlo dell’altipiano. Scendiamo di qui leggermente verso destra, ritrovando poco più avanti la traccia marcata che ci riporta alla piana di San Sisto ed infine a Starleggia.


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Il Pian dei Cavalli (piàn di cavài) è uno dei luoghi più belli e conosciuti della Valle Spluga (o Valle di San Giacomo), in quanto assomma in sé elementi di straordinario interesse naturalistico, panoramico e storico (anzi, preistorico). Si tratta di un ampio e luminoso altopiano di rocce calcaree che separa la Valle di Starleggia, a sud, dalla Val Febbraro, a nord. Vi sono stati aperti, infatti, una ventina di siti archeologici, dove sono state ritrovate numerose tracce (reperti di punte di frecce, coltelli ed utensili ricavati dalla pietra scheggiata ed addirittura residui dei fuochi di bivacco) della presenza di nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle (ma può darsi che venissero anche dal versante opposto della catena alpina), accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano (o tornavano) con facilità sul versante opposto dello spartiacque, nella Mesolcina svizzera.  Questi soli elementi basterebbero per farne un “must” nel programma di un escursionista; ad essi si aggiunge lo straordinario valore di un balcone panoramico alto (oltre 2000 metri) dal quale si domina e si comprende nella sua straordinaria articolazione l’intero versante orientale della Valle Spluga, coronato, da sud (destra), dalle celebri cime del pizzo Stella, del pizzo Groppera, del pizzo di Emet e del gruppo del Suretta. Infine, la salita all’altipiano costituisce un’escursione alla portata di tutte le gambe.
Punto di partenza è la frazione Starleggia, che si raggiunge da Campodolcino seguendo il seguente itinerario: all’uscita dal paese in direzione del passo dello Spluga prendiamo a sinistra alla prima deviazione (lasciando quindi a destra la strada che sale a Medesimo), percorrendo un breve tratto della strada che porta ad Isola, per poi lasciarla quasi subito, deviando nuovamente a sinistra ed imboccando la stradina che sale a Splughetta ed a Starleggia (m. 1560, citata anche come Stambilone nel Settecento). Si tratta di una strada in diversi punti piuttosto stretta e protetta solo da colonnine di cemento, per cui procediamo con tutta la dovuta cautela. Superata Splughetta, pochi ultimi tornanti ci portano al centro della frazione, appena sopra la chiesa.
Prima di metterci in cammino, sostiamo per qualche attimo sul sagrato della settecentesca chiesetta (fu consacrata nel 1768), dedicata a San Filippo Neri ed alla Beata Vergine del Buon Consiglio: possiamo dominare da qui la conca di Campodolcino, Pianazzo con la sua celebre cascata, Medesimo (uno scorcio), la Motta di Medesimo e gli Andossi. Su una parete una lapide ricorda i caduti di “Sterleggia” nella prima guerra mondiale, Scaramella Antonio, Mainetti Pietro,  Mainetti Lorenzo, Barilani Alessandro, Lombardini Giacomo, Scaramella Giorgio, Scaramella Felice, Scaramella Guglielmo e Barilani...
Sterleggia, nome antico del paese, rende evidente il suo etimo da “sterl”, voce dialettale che significa “sterile”: qui venivano, infatti, portati al pascolo le bestie sterili.
Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), propone però un’ipotesi diversa: “Sterla = sterile (a. lomb.) sterilis lat. È voce alpina the indica l'animale sterile o giovane (e, in particolare, dicesi di bovini), nota con poche varianti in tutta la Valtellina (stérla in Arigna, sterle a Lanzada, stèrla a Grosotto, Ponte, Cataeggio: v. Pontiggia op. cit., pag. 68) e in Valchiavenna. In Engadina lo sterler o starler è il guardiano dei vitelli. Come toponimo non sta affatto ad indicare (per quanto mi risulta nei luoghi dove ho potuto fare un riscontro personale) localita sterili…, ma località pascolative di malagevole accesso o in notevole pendenza, perciò riservate ai giovenchi. Ricordo: Pra di sterli sulle pendici meridionali del M. Rolla (Castione Andevenno). Certi pascoli di Stampa (Bregaglia) son detti starlogia e un analogo Starleggia e frazione di Campodocino su versante assai ripido alla destra del Liro; ambedue questi nomi sono derivabili da una forma starlögia che, per vero, l'Olivieri (521) attribuisce genericamente a sterilità del terreno.”
Nei secoli passati questo borgo ebbe notevole importanza per la sua collocazione allo sbocco di una valle percorsa di significativi traffici con il versante della Mesolcina, attraverso il passo di Barna: ma di ciò diremo. Una coppia di cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna, nei pressi del parcheggio, segnalano che da qui partono due itinerari, il C21, che passa da San Sisto (30 minuti) e porta al passo del Servizio (che si affaccia sulla Valle del Truzzo) ed il C20, che porta al Pian dei cavalli ed al Lago Bianco (C21), posto sulla sua soglia più alta e raggiungibile in 2 ore e 45 minuti di cammino. Torniamo indietro per breve tratto dal parcheggio e prendiamo, a sinistra, una scalinata in cemento: dopo una breve svolta a destra e di nuovo a sinistra, lasciamo alle spalle le baite più alte del paese ed imbocchiamo il sentiero che risale i ripidi prati che le sovrastano. Dopo pochi tornanti, passiamo a sinistra di un crocifisso in legno ed entriamo in una fresca pecceta, dove il sentiero diventa una larga mulattiera ben scalinata.


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Pochi tornanti ancora, e siamo di nuovo all’aperto, alle soglie della splendida conca di San Sisto (m. 1769). Ci accoglie una cappelletta fatta erigere da Battista Mainetti, “riconoscente a Maria per amorosa assistenza in gravissimi pericoli”, “perché da questa rupe benedica lui, la sua famiglia e Starleggia tutta”. Alle sue spalle, poco più in alto, il singolarissimo campanile di San Sisto, posto a diverse centinaia di metri dalla chiesetta, che si trova più avanti, nel nucleo di baite. La ragione di questa collocazione è che il suono della sua campana poteva così essere udito anche a Starleggia. Poco più avanti, troviamo un cartello sul quale si legge: “In un'ora di cammino da S. Sisto si raggiunge il cuore del Pian dei Cavalli, l'altopiano calcareo sul quale sono state scoperte le più antiche tracce di presenza dell'uomo nel centro delle Alpi. II visitatore percorra l'altopiano immaginando gli antichissimi cacciatori dell’Età della Pietra che vi misero piede circa 10.000 anni fa, ritiratosi il ghiacciaio. Per molti secoli essi salirono d'estate fino a oltre 2200 metri a cercare animali ed emozioni in questo mondo alpino sconosciuto. Sull’altopiano sono in corso lavori scientifici. Si prega di mantenere intatti il paesaggio e i siti della ricerca.”
Il sentiero, superata una fontanella, prosegue fino alle baite del piccolo nucleo, incorniciate dal profilo appuntito del pizzo Quadro. Da sinistra, durante l’estate, potremo udire il vociare di ragazzi che partecipano ai campi estivi organizzati dalla parrocchia di Chiavenna, che utilizza a tal fine un edificio adattato. Appena prima di entrare nel cuore delle baite, guardiamo a destra: vedremo un ponticello il legno, cui ci porta un sentierino che scende a superare una valletta. A sinistra del ponte troviamo un secondo pannello, che, parlando della conca di San Sisto, afferma: “Questa bella conca prativa è una "valle pensile" di modellamento glaciale, il cui più antico norme documentato e il medioevale Sterlezia, da cui l'attuale Starleggia, mentre la denominazione di San Sisto è venuta con la fondazione della locale chiesa nel 1613. La conca è sospesa di 700 m sul fondovalle di Campodolcino, sul quale si affaccia con una netta scarpata, la cui soglia è accentuata dal dosso isolato del monte Orfano (Mot Orfan, m 1801). Da qui si accede alle località preistoriche di quota elevata che esistono nei dintorni. In un'ora di percorso da San Sisto si raggiunge verso nord il Pian dei Cavalli, suggestivo altopiano di calcari e marmi, sul quale sono state poste in luce alcune delle più antiche tracce dell'uomo nelle Alpi interne (circa 8000 a.C.). Uomini circolarono su questi rilievi tra Valle Spluga e Val Mesolcina nei successivi millenni, alla fine dell'Età della Pietra e in quella dei metalli., isolati ritrovamenti del 4°-3° millennio a.C. sono stati fatti all'Alpe Böcc’, il piastrone calcareo che domina la conca sul fianco meridionale, e più oltre all'Alpe Servizio. Il Pian dei Cavalli offre un paesaggio carsico punteggiato di doline e inghiottitoi e dotato di grotte, una delle quali si apre poco sopra San Sisto presso l'Alpe Toiana (grotta della Ciairina).” Sul medesimo pannello è riportata anche una mappa che illustra il Pian dei Cavalli ed i due possibili itinerari per risalirlo interamente, seguendone il bordo meridionale o settentrionale.
Presso il pannello parte il sentiero che sale con qualche tornante in un fresco bosco di larici, passando a sinistra di una baita isolata, per poi uscire ad una fascia di ripidi pascoli, che prelude al primo alpeggio, l’alpe Toiana (m. 1925). Ne raggiungiamo le baite dopo qualche tornante: lasciando alla nostra destra una cappelletta, prendiamo a sinistra (segnavia bianco-rosso) per breve tratto, poi di nuovo a destra e, dopo breve salita, siamo al limite meridionale dell’alpe Zocana (m. 2003). Qui oltrepassiamo una fontana, lasciamo alla nostra destra un crocifisso in legno ed una fontana e seguiamo le indicazioni di due cartelli il legno (a destra sono indicate Zocana ed Isola, a sinistra Pian dei cavalli, Lago Bianco e Bocchetta Bardan), prendiamo a sinistra. La larga traccia di sentiero dopo uno strappetto procede verso sinistra, fino al ciglio di un vallone, poi piega a destra ed inanella una nuova serie di tornanti, seguendo il ciglio della singolare valle dei Buoi (sul cui fianco è scavata una parete calcarea che richiama i canyon americani).
In breve, siamo alla soglia del grande altipiano, dove ci accoglie un terzo pannello. Vi si legge: “Questo è il margine est del Pian dei Cavalli, l'altopiano sul quale sono state scoperte alcune delle piu antiche tracce dell'uomo nelle Alpi interne, risalenti a oltre diecimila anni fa. In mezz'ora di cammino si raggiunge il cuore dell'altopiano, e in un'ora il gradino del Lago Bianco, dove risaltano le forme impresse dall’antico ghiacciaio. Come pianoro ondulato di calcari e marmi, in contrasto con le vette circostanti di scisti cristallini, il Pian dei Cavalli offre un suggestivo paesaggio carsico, punteggiato di doline, inghiottitoi e dotato di grotte. Esso è inoltre ammantato di estese praterie alpine con una particolare flora calcifila. I bordi dell'altopiano offrono da questo punto viste ampie e istruttive: su San Sisto e la Valle di Starleggia, (notare la piastra calcarea dell'Alpe Böcc’, sito preistorico), mentre dall'orlo nord si fronteggia Borghetto, con il versante anch'esso ricco di siti archeologici (poco distante di qui, verso la scarpata orientale, la grande malga di Zocana, m 2006).
Gli itinerari utili per risalire l’altipiano sono, come detto, due: sfruttiamo quello meridionale all’andata, quello settentrionale al ritorno. Diciamo subito che un vero e proprio sentiero continuo non c’è: se ne scorgono spezzoni, scampoli, segnalati e quasi cuciti insieme dai segnavia bianco rossi. Procediamo, dunque, tenendoci sulla sinistra, circondati dal dolce paesaggio connotato da morbidi dossi erbosi, lasciando alla nostra sinistra una valletta di sfasciumi sullo sfondo del monte Tignoso. Diritta davanti al nostro naso vediamo la sagoma di un monte poco pronunciato e solitario: si tratta del monte Bardan, che può costituire, per chi ama prolungare le escursioni fino ad un impegno medio-alto, una facile meta che corona la giornata. Puntando in direzione di questa cima, passiamo a sinistra di un valloncello, che propone anche un singolarissimo ponticello in pietra. Superato il ponte, procediamo a poca distanza dal valloncello, superando alcune pozze. Qualche sosta ci permette di gustare il panorama alle nostre spalle, già bellissimo, con le cime del versante orientale della Valle di Spluga. Davanti a noi compare, sulla destra, una cascatella, che scende dalla soglia più alta dell’altipiano, la quale nasconde il lago Bianco (m. 2323). Pochi sforzi ancora e, dietro l’ultima balza erbosa, eccoci alla riva orientale dello splendido lago Bianco, adagiato ai piedi delle pendici orientali del monte Bardan. Camminiamo da poco meno di tre ore e qui si può chiudere l’escursione.
Chi volesse prolungarla, come già accennato, può puntare alla cima del monte Bardan. Per farlo, dobbiamo procedere verso sinistra, puntando ad un evidente vallone e seguendo un sentiero segnalato che, tagliando il fianco a sinistra del vallone (che scende dalla caratteristica formazione calcarea del Fil di Redicia), porta ad una selletta (m. 2431), la quale separa la parte alta del Pian dei Cavalli dall’alta Val Fioretta (che confluisce nella Valle di Starleggia). Dopo aver gettato un’occhiata sul nuovo scenario che si apre davanti ai nostri occhi, seguiamo ancora per breve tratto i segnavia: appena oltre la selletta, infatti, li abbandoniamo, in quanto segnalano l’itinerario che, piegando a sinistra, passa per il passo di Barna o Bardan (m. 2548) e raggiunge il bivacco Ca’ Bianca (m. 2508). Non passeremo di qui, ma alcune notazioni sul passo di Barna vanno utilmente spese. Lo scrittore svizzero U. Salis nell’Ottocento ci testimonia come nei secoli medievali per questo passo transitassero importanti commerci fra la Valle Spluga e la Mesolcina (così come accadeva per il più agevole passo di Baldiscio, più a nord). Il clima era, infatti, allora sensibilmente più caldo di quando sarebbe stato in età moderna ed ottocentesca. In particolare, dal passo di Barna passava una mulattiera lastricata che da Chiavenna conduceva, in 16 ore circa, ad Ilanz, mulattiera praticata in quanto più sicura, nonostante fosse più alta, rispetto a quella del Cardinello e dello Spluga, insidiata dalle slavine e dagli smottamenti.
Torniamo sui nostri passi: dalla bocchetta pieghiamo a destra, per accedere alla larga e lunga spalla che scende dal monte Bardan. La risaliamo seguendo il percorso dettato da ometti (non ci sono segnavia), portandoci gradualmente sempre più vicino al filo che vediamo alla nostra destra, senza però mai raggiungerlo. Si alternano canalini, chine erbose, qualche fascia di sfasciumi, con pendenza mai marcata. La cima non si vede, si fa sospirare. Solo nell’ultimo tratto (quando ci raggiungono segnavia bianco-azzurro-bianchi del CAS svizzero) intravediamo, alla nostra destra, il grande ometto che la sormonta. Raggiungiamo, così, una larga anticima erbosa, che immette in una specie di grande pianoro d’alta quota: piegando appena a destra, siamo alla pianetta della cima (m. 2812). Calcoliamo, da San Sisto, circa 4 ore e mezza (il dislivello approssimativo è di 1280 metri).


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Il panorama sul Pian dei Cavalli e sul versante orientale della Valle Spluga è stupendo. Da destra, ammiriamo il pizzo Stella (m. 3163), il pizzo Groppera (m. 2968), dove sono ben visibili gli impianti di risalita di Medesimo, il monte Mater (3023), dal profilo poco pronunciato, ed il pizzo Emet (m. 3208). Proseguendo verso sinistra, cioè verso nord-est, ci si presenta la compatta compagine che va dal pizzo Spadolazzo (m. 2722) al pizzo Suretta (m. 3027).


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A nord si impone l’elegante profilo delle cime gemelle del pizzo dei Piani (m. 3148 e m. 3158). Alle sue spalle, sulla destra, è ben visibile anche il pizzo Ferrè (m. 3103). Sulla sua sinistra, invece, si riconosce la meno pronunciata vetta del pizzo Bianco (m. 3026), che domina, a nord, il passo di Baldiscio. A destra del Pizzo Stella, invece, si scorge un bello spaccato della Val Bregaglia, con i pizzi Badile e Cengalo. Sul lato opposto, si apre lo scenario delle cime della Mesolcina. A sud e a nord la visuale è chiusa rispettivamente dal pizzo Quadro e dai pizzi Piani.

Salendo alla cima di Barna

Il colpo d’occhio sulla Mesolcina è ancora più interessante se prolunghiamo di circa mezzora l’escursione, portandoci alla vicina cima di Barna (m. 2862, localmente chiamala "Cùlmen"). Per farlo procediamo verso ovest raggiungendo il crinale e seguendo il crestone che gradualmente si restringe, fino all'ultima rampa che fra alcuni semplici blocchi ci permette di accedere al ripiano della cima.


La cima di Barna

Ci ripotiamo al monte Bardan e per il ritorno seguiamo la medesima via di salita (attenzione a non portarci troppo a destra). Tornati al lago Bianco, proseguiamo la discesa contornando il versante opposto del Pian dei Cavalli, rispetto a quello di salita: invece di proseguire verso destra, andiamo diritti e portiamoci al ripiano che ospita alcuni laghetti minori.


La Mesolcina vista dalla cima di Barna

Giunti presso il limite dell’altipiano, ne seguiamo le tranquille ondulazioni, perdendo lentamente quota. Incontreremo, in successione, cinque pannelli che ci illustrano i diversi aspetti di interesse di questo incomparabile luogo. Ma prima di occuparci di essi, ammiriamo lo scenario superbo che si apre di fronte ai nostri occhi. 


Panorama occidentale dalla cima di Barna

Va Mesolcina vista dalla cima di Barna

Monte Bardan e panorama sud-orientale dalla cima di Barna

Panorama dalla cima di Barna

Scendendo, incontriamo innanzitutto uno dei siti archeologici più interessanti, recintato ed illustrato da un pannello. Si tratta del sito denominato Cavalli I, dove sono state ritrovate numerose tracce (reperti di punte di frecce, coltelli ed utensili ricavati dalla pietra scheggiata ed addirittura residui dei fuochi di bivacco) della presenza di nuclei di cacciatori nel Mesolitico, cioè circa 10.000 anni fa. Questi cacciatori salivano al Pian dei Cavalli partendo da campi-base posti sul fondovalle, accendendo fuochi e collocando tende. Questo luogo consentiva loro di dominare la valle sottostante, avvistando le prede più ambite, i cervi. Si trattava di cacciatori nomadi, che passavano con facilità sul versante opposto dello spartiacque, in territorio svizzero. Non si può evitare di lasciar correre la fantasia, cercando di immaginare cosa pensassero, cosa provassero osservando la splendida teoria di cime che si apre ora, a istanza di tanto tempo, immutata di fronte ai nostri occhi.
Scendiamo ancora, fino a trovare il laghetto denominato Lago Basso (Lagh di fiòc): nei sedimenti del suo fondale sono state trovate altre tracce (particelle di carbone, polline, aghi di conifere e pigne) dei fuochi accesi dall’uomo già circa 10.500 anni fa, come illustra un secondo pannello posto nei pressi del laghetto. Un terzo pannello, più avanti, illustra le caratteristiche generali del Pian dei Cavalli, dove sono stati individuati trenta siti di interesse archeologico: si tratta di un altipiano costituito da rocce solubili, che hanno conferito ad esso caratteristiche carsiche, contribuendo a fargli assumere il tipico aspetto ondulato.
La sua natura carsica è testimoniata dal singolarissimo Buco del Nido (Böcc' del nìi, m. 2157), che troviamo, con un quarto pannello, proseguendo nella discesa lungo il suo orlo settentrionale. Niente di che, in apparenza: solo un buco in una piccola conca, che sembra introdurre ad una modesta spelonca. In realtà esso introduce ad un complesso e ramificato sistema di gallerie carsiche (con uno sviluppo complessivo di 3.600 metri, una profondità massima di 32 metri ed un interessante sistema di torrenti e laghetti sotterranei), di grande interesse per gli amanti della speleologia. La cartina, che ne traccia il disegno e riporta le denominazioni curiose e simpatiche, rende l’idea della sua complessità. Immaginare questo regno delle ombre, che sembra il rovescio del trionfo della luce nella vasta prateria che stiamo percorrendo suscita sicuramente un’impressione singolare. È scontata, ma sempre opportuna l’avvertenza di evitare di avventurarsi in questo dedalo senza guida ed attrezzatura adeguate: sussiste infatti, fra gli altri, anche il rischio di essere travolti da piene improvvise dei torrenti sotterranei.
Luigi Brasca, nella monografia “Le montagne di Val San Giacomo” (CAI di Torino, 1907) racconta di una curiosa storia legata a questa grotta, che ebbe modo di esplorare: “Il Fanetti di Campodolcino mi disse che, dopo il punto da noi raggiunto, la grotta si allarga di nuovo e si può ancora proseguire. Anzi nella valle corre ancora questa leggenda: un tale, per misurare la profondità della grotta, buttò avanti in quel punto un tozzo di pane ed il cane che lo seguiva per… l’esperienza topografica, non trovando poi più la via d’uscita, proseguì nella grotta ed uscì … a San Giacomo, cioè dopo un quindici chilometri di grotta…! Il che è un po’ troppo incredibile, anche per una leggenda.”
Riprendiamo a scendere, dirigendoci a destra, cioè verso il limite orientale dell’altipiano, dove troviamo un quinto ed ultimo pannello, quello stesso che abbiamo troviamo affacciandoci sull’orlo dell’altipiano. Scendiamo di qui leggermente verso destra, ritrovando poco più avanti la traccia marcata che ci riporta alla piana di San Sisto ed infine a Starleggia.

APPROFONDIMENTO: STARLEGGIA E SAN SISTO


Starleggia e, sullo sfondo, Campodolcino

Starleggia, nel comune di Campodolcino, è uno dei nuclei più caratteristici della Valle di San Giacomo, sul suo versante occidentale, cioè delle Alpi Lepontine. Lo si raggiunge grazie ad una carrozzabile che, all'uscita da Campodolcino verso il passo dello Spluga, si stacca a sinistra dalla strada per Isola (la quale, a sua volta, si stacca a sinistra dalla strada per Madesimo). La carrozzabile, in alcuni punti un po' stretta, si inerpica, con diversi tornanti, su un ripido versante coperto da dense e splendide peccete, passa per i nuclei di Coetta (m. 1100) e Splughetta (m. 1360) prima di raggiungere la case e le baite di Starleggia (m. 1565), posta su un terrazzo straordinariamente panoramico sullo Spluga, gli Andossi, il gruppo del Suretta, i pizzi Emet, Stella e Groppera. In passato questo era il nucleo di "Starleggia inferiore", mentre "Starleggia superiore" coincideva con l'attuale San Sisto (m. 1760), gruppo di baite posto poco oltre la soglia dello splendido ripiano glaciale a monte di Starleggia raggiunto da una larga mulattiera che parte dai prati alti alle spalle delle baite del paese. Baite che offrono eccellenti esempi dello stile architettonico detto "carden" o "blockbau", caratteristico di molti insediamenti alti in Valle di San Giacomo (si tratta di una tecnica costruttiva già in uso presso i Romani, caratterizzata da pareti costituite da travi che si intrecciano e si incastrano negli angoli).


San Sisto

San Sisto, a sua volta, è collocato poco sotto un ricco sistema di alpeggi che, secondo la statistica curata da Ercole Bassi nell'ultimo quarto dell'Ottocento, ha una significativa capacità di carico: l'alpe Morone, con 133 capi, l'alpe Gussone (oggi Gusone), con 74 capi, e le alpi Tojana e Zoccana, con 94 capi. A proposito di queste ultime il Bassi annota: "Le alpi Tojana, Zoccana e Frondaglio sono possedute dalla ditta Guanella Rosa e soci di Campodolcino. Esse presero parte al concorso dei pascoli alpini del 15 febbraio 1886 e furono giudicate meritevoli del primo premio, e ritenute alpi modello, specialmente l'alpe Zoccana, che è fornita di buone stalle, fabbricati, ecc., ecc. Vi si confeziona, per cura della conduttrice Società Italiana dei conduttori di fondi, con sede in Melegnano, burro squisito (3 per cento) ed ottimo grana (7,5 per cento del latte) che si esporta anche all'estero."


Starleggia ed il pizzo Stella

Ma ridiscendiamo al nucleo principale. Sterleggia, nome antico del paese, rende evidente il suo etimo da “sterl”, voce dialettale che significa “sterile”: qui venivano, infatti, portati al pascolo le bestie sterili.
Giovanni De Simoni nel suo bel volumetto “Toponimia dell’alta valle Spluga” (CCIAA, Sondrio, 1966), propone però un’ipotesi diversa: “Sterla = sterile (a. lomb.) sterilis lat. È voce alpina the indica l'animale sterile o giovane (e, in particolare, dicesi di bovini), nota con poche varianti in tutta la Valtellina (stérla in Arigna, sterle a Lanzada, stèrla a Grosotto, Ponte, Cataeggio: v. Pontiggia op. cit., pag. 68) e in Valchiavenna. In Engadina lo sterler o starler è il guardiano dei vitelli. Come toponimo non sta affatto ad indicare (per quanto mi risulta nei luoghi dove ho potuto fare un riscontro personale) localita sterili…, ma località pascolative di malagevole accesso o in notevole pendenza, perciò riservate ai giovenchi. Ricordo: Pra di sterli sulle pendici meridionali del M. Rolla (Castione Andevenno). Certi pascoli di Stampa (Bregaglia) son detti starlogia e un analogo Starleggia e frazione di Campodocino su versante assai ripido alla destra del Liro; ambedue questi nomi sono derivabili da una forma starlögia che, per vero, l'Olivieri (521) attribuisce genericamente a sterilità del terreno.


Starleggia

Antichissime le testimonianze della presenza umana su questi versanti. Un pannello illustrativo infatti reca scritto: “In un'ora di cammino da S. Sisto si raggiunge il cuore del Pian dei Cavalli, l'altopiano calcareo sul quale sono state scoperte le più antiche tracce di presenza dell'uomo nel centro delle Alpi. II visitatore percorra l'altopiano immaginando gli antichissimi cacciatori dell’Età della Pietra che vi misero piede circa 10.000 anni fa, ritiratosi il ghiacciaio. Per molti secoli essi salirono d'estate fino a oltre 2200 metri a cercare animali ed emozioni in questo mondo alpino sconosciuto. Sull’altopiano sono in corso lavori scientifici. Si prega di mantenere intatti il paesaggio e i siti della ricerca.”


San Sisto

Venendo a tempi decisamente più prossimi, negli atti amministrativi del comune di Chiavenna di epoca medievale "Starlezia" viene menzionata come alpe. Probabilmente i primi insediamenti, forse Walser, risalgono al tempo medievale (i Walser si erano insediati nel Rheinwald ed avevano varcato lo Spluga colonizzando diversi alpeggi della Valle di San Giacomo). Nel medesimo periodo (fine del secolo XII) il più basso nucleo di Coetta (in passato "Pratomerlano" o "Fontana Merla") era nominato come "prato", quindi come insediamento permanente, dove risiedeva il gastaldo che amministrava i beni di questi alpeggi, allora di proprietà del Monastero di S. Maria di Dona a Prata Camportaccio. Nei secoli successivi inizia l'insediamento permanente dei nuclei più alti da parte dei pastori che ne fruiscono. Alla fine del Quattrocento risultano permanentemente abitate sia Stambillone (l'attuale Starleggia) che Starleggia (San Sisto). Sono attestate anche le prime cascine di località poco più in alto, agli alpeggi di Gusone, Morone e Togliana, sempre nella caratteristica forma di abitazioni in legno con tetto in piode.


Piana di San Sisto

Nella prima metà del Seicento a Starleggia (oggi San Sisto) vivevano venti famiglie, e si sentì l'esigenza di costruire la chiesetta (m. 5x11,50) di San Sisto o della Trasfigurazione, benedetta il 6 agosto del 1613. Il suo campanile fu costruito ad una certa distanza dalla chiesa, sul ciglio del salto che si affaccia su Stambillone (Starleggia), perché qui già verso la fine del Seicento risiedeva il numero maggiore di famiglie, e con il suono della secentesca campana era possibile comunicare da Starleggia di Sopra a Starleggia di Sotto. Probabilmente in origine era una torretta integrata nel sistema di comunicazioni-avvistamento di Valchiavenna e Valle di San Giacomo. Venne riconvertito in campanile dagli spagnoli del Duca di Feria, Governatore di Milano, che, durante la fase valtellinese della Guerra dei Trent'Anni, occuparono Valchiavenna e Valle di San Giacomo, rendendosi responsabili anche di soprusi e violenze (a Starleggia distrusero distrussero “case 6, cassina 1, stalle 4. Valore scudi 1000”). Rimase comunque l'uso della segnalazione: gli anziani di Starleggia, infatti, attestano che c'era sempre qualcuno pronto a segnalare con il suono della campana eventuali situazioni di pericolo.
Il suono di questa campana secentesca (che la tradizione vuole forgiata dalla rifusione di armi spagnole) era uno degli elementi più significativi nella vita delle due comunità, tanto da diventare oggetto di leggende. In particolare, veniva chiamata affettuosamente “cagneta dal Sist”, perché, come una cagnolina, faceva la guardia e faceva sentire la sua voce argentina quando qualche pericolo minacciava la gente, comprese le trame ordite dalle perfide streghe di cui un tempo la fantasia dei valligiani popolava la piana di San Sisto.


San Sisto

Il Seicento è anche il secolo nel quale il movimento migratorio diventa fenomeno significativo. In particolare si intensifica la migrazione periodica estiva verso la Mesolcina, legata alle attività di agricoltura ed allevamento, mentre dalla Mesolcina affluiscono nel Chiavennasco muratori, fabbri e falegnami. C'è da ricordare che a monte di Starleggia lo spartiacque alpino propone i passi della Sancia (m. 2581), a monte dell'alpe Morone (m. 1860) e di Barna (o Bardan, m. 2547), a monte dell'alpe Gusone (m. 1855), utilizzati per gli spostamenti ed in parte anche i commerci con Mesocco, l'importante centro della Mesolcina a cui si scende da questi valichi.
Nella seconda metà del Settecento a Stambillone vivevano settanta famiglie, per cui si decise nel 1768 di costruire anche qui una chiesa, che fu dedicata a San Filippo Neri ed alla Madonna del Buon Consiglio. La nuova Starleggia soppiantò quindi la vecchia come centro di insediamento permanente, e si divise in squadre, che assumevano il nome della famiglia che vi risiedeva (Scaramella, Pavioni, Sterlocchi, Zaboglio, Bossi, Barilani ed altre). Dopo l'Unità d'Italia Starleggia superiore risultava disabitata, con 18 case vuote, mentre a Starleggia inferiore vivevano 145 persone (27 famiglie), in 31 case, di cui 9 vuote. A Splughetta, infine, vivevano 39 persone, 25 uomini e 14 donne, in 6 famiglie ed 11 case, di cui 5 vuote. Nei decenni successivi, fino alla Prima Guerra Mondiale, gli abitanti di Starleggia aumentarono costantemente passando dai 225 del 1871 ai 232 del 1881, ai 267 nel 1901 ed ai 297 nel 1911. Su una parete della chiesa di Starleggia una lapide ricorda i caduti di “Sterleggia” nella prima guerra mondiale, Scaramella Antonio, Mainetti Pietro, Mainetti Lorenzo, Barilani Alessandro, Lombardini Giacomo, Scaramella Giorgio, Scaramella Felice, Scaramella Guglielmo e Barilani... (illeggibile il nome).


Gruppo del Suretta e pizzo Spadolazzo da Starleggia

L'Ottocento è caratterizzato anche dall'intensificarsi dei traffici di contrabbando, attivi fino alla seconda metà del Novecento. Traffici che costituivano un'essenziale integrazione della magra economia basata sull'agricoltura, essenzialmente la raccolta di patate e castagne. Traffici praticati nei mesi invernali, per i passi di Barna e della Sancia, sfidando i pericoli mortali delle slavine e delle tormente, che portarono anche a tragiche morti, quali quelle dei sette "spalòn" Mainetti Andrea fu Lorenzo, Mainetti Andrea fu Pietro, Mainetti Giuseppe fu Guglielmo, Mainetti Giuseppe fu Pietro, Mainetti Pietro fu Pietro, Mainetti Sisto fu Giorgio e Scaramella Giuseppe fu Guglielmo, travolti da una slavina il 10 maggio 1901. Altri due spalloni morirono per le conseguenze di una slavina al passo della Sancia nell'ottobre del 1912, Pavioni Agostino fu Lorenzo e Scaramella Luigi. Una terza tragedia si consumò il 5 maggio 1944, quando Mainetti Siro e Pavioni Agostino, insieme ad altri quattro spalloni, furono sorpesi da guardie svizzere in prossimità del confine, ma ancora in territorio italiano. Terrorizzati dall'idea che si trattasse di SS, tentarono la fuga, ma furono colpiti da una guardia. Il primo morì sul colpo, il secondo mentre veniva trasportato a forza alla più vicina caserma elvetica, a tre ore di cammino. Grandi l'eco e la sensazione di questo evento, anche a Mesocco, dove non poche erano le famiglie imparentate con gente di Starleggia e dove vi fu un moto popolare che portò all'occupazione del posto di polizia ed alla fuga del responsabile.


Starleggia

Nel periodo fra le due guerre vi fu una leggera flessione della popolazione, con 285 nel 1921 e 272 nel 1931. Nel 1961 si registra una cifra ancora maggiore, quella di 340 abitanti. La vicina cava di beola fu sicuramente un elemento che consolidò l'economia locale. Nell’estrazione della beola verde dello Spluga a San Sisto erano attive già dal 1928 due ditte di Samòlaco e Campodolcino. Per agevolare quest'attività fu costruita dopo la seconda guerra mondiale una teleferica che saliva a San Sisto.
Nel 1968 a Starleggia giunse la carrozzabile, che favorì lo spostamento di molte famiglie a Campodolcino: Starleggia da allora si ripopola da maggio a novembre. Nel 1946 il vescovo di Como Alessandro Macchi costituì la parrocchia autonoma di Cristo Re a Starleggia. Vi esercitarono la loro missione pastorale i parroci don Domenico Songini e don Arialdo Porro. Nel 1986, però, a causa del progressivo spopolamento, la parrocchia venne di nuovo integrata in quella di Campodolcino.


Il campanile di San Sisto

Oggi sono molti gli escursionisti che salgono a Starleggia e proseguono per il Pian dei Cavalli o la Valle della Sancia, attratti dagli splendidi itinerari che vi si possono disegnare e dalla bellezza della Piana di San Sisto, di cui un pannello dice: “Questa bella conca prativa è una "valle pensile" di modellamento glaciale, il cui più antico norme documentato e il medioevale Sterlezia, da cui l'attuale Starleggia, mentre la denominazione di San Sisto è venuta con la fondazione della locale chiesa nel 1613. La conca è sospesa di 700 m sul fondovalle di Campodolcino, sul quale si affaccia con una netta scarpata, la cui soglia è accentuata dal dosso isolato del monte Orfano (Mot Orfan, m 1801). Da qui si accede alle località preistoriche di quota elevata che esistono nei dintorni. In un'ora di percorso da San Sisto si raggiunge verso nord il Pian dei Cavalli, suggestivo altopiano di calcari e marmi, sul quale sono state poste in luce alcune delle più antiche tracce dell'uomo nelle Alpi interne (circa 8000 a.C.). Uomini circolarono su questi rilievi tra Valle Spluga e Val Mesolcina nei successivi millenni, alla fine dell'Età della Pietra e in quella dei metalli., isolati ritrovamenti del 4°-3° millennio a.C. sono stati fatti all'Alpe Böcc’, il piastrone calcareo che domina la conca sul fianco meridionale, e più oltre all'Alpe Servizio. Il Pian dei Cavalli offre un paesaggio carsico punteggiato di doline e inghiottitoi e dotato di grotte, una delle quali si apre poco sopra San Sisto presso l'Alpe Toiana (grotta della Ciairina).”
Per saperne di più, possiamo consultare l'articolo di Tarcisio Salice, Starleggia in Val San Giacomo, pubblicato sulla rivista del Centro di Studi Storici Valchiavennaschi, Clavenna, del 1977, oppure visitare il sito www.starleggia.it .


Starleggia

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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