ESCURSIONI A TEGLIO

Dalla bella piana di Teglio scende, verso sud-ovest, una modesta vallecola, chiamata valle della Magàda, valle della Maga o anche valle de la Strìa, che corre ad oriente della più importante e grande valle della Rogna, quasi parallela a questa. E’ una valle che passerebbe del tutto inosservata, se non fosse che il torrentello, in un punto, si inforra fra rocce strapiombanti, e per un tratto corre nascosto fra le due pareti strette e dirupate.
Questo particolare ha acceso la fantasia popolare, che ha voluto vedere nei nascosti recessi della valle la sede di un covo di streghe (magàda, cioè maliarda, operatrice di malefici, è nome popolare che si dà alla strega). Di qui il nome, e di qui, anche, la credenza che il primo giorno dell’anno le streghe se ne uscissero tutte insieme, dandosi convegno con altre streghe ed abbandonandosi alle folli danze ed ai turpi riti del sabba (o, come meglio si dovrebbe dire, della sabba, detta anche ridda o gazzarra), nei prati e nelle selve vicine. Si raccontava che scendessero, nelle notti di tregenda, fino al Dosso Bello (Dusbél, Dossum Bellum), che costituisce il fianco orientale della bassa valle della Rogna, ad est della chiesa di San Bartolomeo a Castionetto di Chiuro, nella zona della Fràcia. Diverse leggende sono, quindi, fiorite intorno a questa valle.

Si racconta, per esempio, che queste streghe uscissero dai loro antri nelle notti più scure, per rapire dalle culle i bimbi ancora in fasce. Si davano convegno provenendo dai quattro punti cardinali (quattro venti), specialmente nei trivi e nei quadrivi. Per questo in tali luoghi venivano quasi sempre eretti capitéi (cappellette) che avevano lo scopo di tenerle lontane. Durante l’inverno tenevano i loro sabba orripilanti nei luoghi deserti, compresi gli alpeggi temporaneamente abbandonati: di qui la consuetudine di “segnà l gràs”, cioè di salire a recitare il rosario sugli alpeggi il giorno prima che questi venissero caricati, al fine di neutralizzare tutti gli umori malefici che le streghe avevano lasciato nei loro convegni.
La più crudele delle magade fu vista, una volta, in pieno giorno, sulle rive del torrentello della valle della Maga, un po’ a valle rispetto alla forra oscura, in corrispondenza del ponte detto appunto della Maga o della Magàda. Era piccola, orrenda a vedersi, con un solo occhio, i piedi a zampa di mulo ed un cappellaccio di paglia in testa. Aveva con sé un sacco pieno di budella di bimbi rapiti, che cavò fuori, ancora sanguinolente, e lavò all’acqua del torrentello, per poi divorarle tutte intere. Terminato l’orrido banchetto, prese a risalire la valle, fino alla strozzatura, dove, al tocco della verga che teneva in mano, le rocce si aprirono, lasciandola passare, per poi richiudersi alle sue spalle. Fu vista sparire così, dai poveri contadini terrorizzati.
Non tutte le apparizioni della magada erano, però, così terrificanti. Diversi contadini raccontavano che le sue fattezze erano sì, strane, ma non orripilanti. Il volto era attraente, anche se alcuni particolari tradivano la sua natura malefica: i piedi come zampe di capra ed una coda simile a quella di un mulo, alla quale era spesso legata una piccola botte, che la strega trascinava rumorosamente dietro di sé quando si spostava. Particolare curioso: molte volte la magada veniva scorta mentre era intenta a specchiarsi nelle acque di questo o di altri torrentelli vicini, come il valgèla. Un contadino, che scendeva ogni sabato da Teglio a Sondrio per vendere il pane di segale, disse di averla vista più volte intenta a fare l’altalena su una pianta; qualche volta, invece, passeggiava inquieta nei pressi del ponte della Magada, per poi sparire improvvisamente vicino alla cappelletta del ponte.
La più nota leggenda sulla valle della Maga fu raccontata da Giuseppe Napoleone Besta, in una novella dei suoi “Bozzetti Valtellinesi” (Tirano, 1878). Essa parla delle streghe-fate della valle della Maga, non repellenti megere, bensì di avvenenti fanciulle, che il primo giorno dell’anno si davano convegno danzando, ìlari e spensierate, come negli antichi riti pagani. Un pastorello, Giovannino, figlio di una povera vedova, Maria, ne sorprese tre, il giorno di capodanno, mentre danzavano in un prato nei pressi della valle. Gettando il cappello contro la più giovane, la costrinse a seguirlo a casa sua e fece di lei la sua moglie. La ragazza, di nome Cloe, gli diede due splendidi gemelli, e tutto sembrava andare nel migliore dei modi, senonché un brutto giorno, avendola colpita con un manrovescio, la perse per sempre. Sparita la moglie, sparirono anche i figli, dopo che ebbe percosso anche loro. Dieci anni dopo, disperato, Giovanni tornò il primo dell’anno al prato nel quale aveva incontrato le tre giovani, ma non trovò nessuno: si gettò nella forra e nessuno lo trovò più.
Se vogliamo visitare i luoghi di questa triste leggenda, dobbiamo percorrere la strada provinciale panoramica dei Castelli, che da Montagna in Valtellina sale a Teglio, passando sopra Ponte e Chiuro ed attraversando Castionetto di Chiuro. Oltrepassata Castionetto, troviamo un primo ponte, quello sul torrente Rogna, e proseguiamo fino a San Giovanni. 800 metri circa oltre il vecchio edificio della scuola elementare di San Giovanni, poco prima della località Vangione, troviamo un secondo ponte, il ponte della Magada, posto a valle della forra. La valle appare, dal ponte, come una modesta gola, invasa da vegetazione caotica, un luogo tutt’altro che attraente. Appena sotto il ponte, si può ancora osservare una cappelletta cadente, l'unico baluardo a salvaguardia dei viandanti che un tempo salivano a Teglio per un frequentato sentiero. Per guardare più da vicino la forra, però, dobbiamo proseguire verso Teglio. Incontriamo, così, la bella e solitaria chiesa di S. Antonio, appena prima di un tornante sinistrorso. Proseguiamo la salita fino all'ultimo tornante destrorso prima della chiesetta di San Martino, presso il cimitero di Teglio: qui lasciamo la strada e, poco oltre il tornante, scendiamo, sulla sinistra, ai prati sottostanti, approssimandoci al piccolo corso d’acqua che li attraversa. Scendendo per un breve tratto verso valle, in una selva dall’atmosfera arcana, ci troveremo sul limite della forra che la leggenda vuole porta della dimora delle streghe. Forse ci potrà capitare di udire il flebile lamento dello sventurato pastore, che piange sulla miseria della condizione dell’uomo, incapace di trattene l’agognata felicità non appena questa gli tocca in sorte.
Ma la magada, megera o bella fanciulla che sia, non è l’unico volto nel quale si incarnano le paure telline. Nel Dizionario Tellino di Elisa Branchi e Luigi Berti, edito nel 2002 a cura della Biblioteca Comunale di Teglio, sono riportati altri volti della paura. Altrettanto caratteristica è, per esempio, la vermenàia, termine che qualcuno riferisce ad una diversa figura di strega, ma che, in realtà, si riferisce ad un misterioso e terrificante fenomeno che non ha volto. Si tratta di una ridda di suoni diversi, ma tutti agghiaccianti, che squarciano il silenzio della notte, specialmente sugli alpeggi: latrare furioso di cani, pianto lamentoso di bambini, rumore sinistro di catene trascinate, fragore di massi che rotolano lungo un pendio. Questi fenomeni si ripetevano a diverse ore della notte, fino alle sei di mattina, quando i rintocchi dell’Ave Maria riportavano il più profondo silenzio. Qualche volta questi rumori sembravano avere corpo, come se si trattasse di una qualche entità che si muoveva nel boschi e nei prati. In particolare, i contadini che d’estate salivano in Val Belviso (territorio del comune di Teglio) per tagliare il fieno, quando udivano un sinistro rumore di catene avvicinarsi si gettavano a terra e, se riuscivano, si coprivano anche di terra. Avvertivano qualcosa passare vicino a loro, ad un’altezza di circa 35 centimetri, e poi allontanarsi; i più coraggiosi osavano anche guardare, ma non vedevano nulla.
Un rimedio abbastanza sicuro per difendersi dai rumori paurosi erano i campanacci (sampògn), che venivano suonati al primo accenno di fenomeni sospetti (rumori, appunto, ma anche bagliori simili a palle di fuoco). Il loro suono faceva cessare queste misteriose manifestazioni del male. Si ricorreva, però, ovviamente, anche alle preghiere, all’Ave Maria ed all’Angelus: così facevano i contadini che salivano, a dorso di mulo, in agosto a Prato Valentino per la fienagione. Quanto alle spiegazioni dei fenomeni, erano molteplici: alcuni le attribuivano ai “cunfinàt”, anime condannate ad aggirarsi in alcuni luoghi spaventando chi vi passasse, oppure alle “paüre”, fantasmi e spiritelli che, per desiderio maligno o semplice desiderio di divertimento, spaventavano la gente dopo il tramonto.
Diverse sono le storie che si raccontano sulle vicissitudini dei contadini che si trovavano ad attraversare i boschi in orario antelucano. Una donna, che non credeva negli spiriti, salì, un giorno, verso l’alpeggio alle quattro di mattina, prima che facesse giorno, percorrendo un sentiero che tutti evitavano, di notte, perché si diceva fosse infestato dai fantasmi. Camminava, dunque, tranquilla, immersa nei pensieri di quel che avrebbe fatto una volta giunta all’alpe, perché di cose, da fare, ce n’erano fin troppe. D’improvviso avvertì, lontano, un rumore, che non riconobbe. Si fermò. Più nulla. Riprese a camminare. Il rumore si udì di nuovo, più vicino: era il calpestio degli zoccoli di un cavallo al galoppo. Si voltò di scatto, frugò con lo sguardo nel fitto del bosco, ma non si vedeva nulla. Il rumore si faceva via via più intenso. Si mise a correre sul sentiero, ma il rumore si avvicinava sempre più. Aveva la netta impressione che il cavallo fosse ormai a breve distanza, dietro di lei. Senza smettere di correre si voltò, ma non c’era nulla.

Non c’era nulla, ma sentiva il cavallo ormai venirle addosso, ed una voce che lo spronava al galoppo. Le era addosso, ormai. Si cacciò una mano in tasca, afferrando il Rosario e recitando convulsamente un’Ave Maria; fermò, si voltò, alzò le braccia per l’estrema difesa, con il rosario in mano: sentiva che il cavallo stava per travolgerla. Cadde a terra, ma non per l’urto del cavallo, bensì per lo spavento. Vide solo un bagliore, brevissimo. Poi il bosco tornò ad immergersi nel suo profondissimo silenzio. La donna non osava muoversi. Lasciò passare un bel pezzo, poi, ringraziando la Madonna, si rialzò, riprese di gran carriera il cammino e si ripromise di non percorrere mai più quel sentiero.
A due giovani capitò, invece, questa avventura. Dopo una nottata di Carnevale trascorsa in allegria ed in compagnia di due amiche, a Prato Valentino, se ne tornarono, prima che albeggiasse, a Teglio. Mentre scendevano, si accorsero improvvisamente che i loro cappelli erano diventati luminosi, come se avessero preso fuoco. Si spaventarono non poco ed affrettarono il passo. Si udirono, poco dopo, i rintocchi dell’Ave Maria mattutina ed il misterioso fenomeno scomparve. Sempre in periodo carnevalizio, e precisamente di giovedì grasso, un tale si recò da alcuni amici, alla Fracia, per festeggiare. Bussò all’uscio della loro casa, ma si affacciarono ad accoglierlo non i volti noti degli amici, bensì quelli orripilanti di strani esseri, che non aveva mai visto. Scappò via a gambe levate, ma una fiamma lo inseguiva, finché raggiunse una cappelletta, dove recitò una preghiera: la fiammella scomparve.
A proposito di case inquietanti, famosa era a Teglio la Casa degli Spiriti: si dice che, subito dopo la sua costruzione, vi si manifestarono fenomeni paurosi, rumori sinistri, bagliori, ombre inquietanti, tanto che nessuno la abitò mai, ma venne subito adibita a fienile.
Per chiudere il variopinto e composito quadro delle paure popolari accenniamo alle tempeste, i furiosi e talora pericolosi temporali estivi che, spesso improvvisi, scatenano la furia degli elementi sulla campagna. I più violenti erano attribuiti all’azione malefica delle streghe. Qualcuno, però, incolpava anche i sciùr survegnüt, cioè i signori che non erano originari del paese: diverse donne credevano, infatti, che i loro vestiti appariscenti e stravaganti ed i loro gesti strani provocassero le tempeste. Si racconta, per esempio, di una donna che fu udita recitare scongiuri contro i sciùr che andavano sui monti “a ‘mbàla tempèste”, cioè a provocare tempeste.  
In quel di Teglio c’era anche un orco. Più burlone, però, che terrificante. Amava, infatti, prendersi gioco dei viandanti che passavano nei pressi della chiesetta di San Rocco di Teglio. Era davvero difficile vederlo: infatti era molto alto, come un larice (una ventina di metri, diciamo), ma, nel contempo, anche estremamente sottile, più sottile di un crine di cavallo, tanto da risultare invisibile. In tal modo se ne poteva andare in giro indisturbato, studiando i tiri da giocare alle malcapitate vittime. Sì, perché ciò che più amava erano le burle: ci si divertiva tantissimo, non ne poteva fare a meno. Approfittando dei suoi poteri magici, si manifestava in diverse sembianze. Un paio di volte, raccontano, assunse l’aspetto di un asino.
Una prima volta attraversò il cammino di un contadino, che se ne scendeva da san Rocco (località a 890 metri, appena ad ovest di Teglio, che si raggiunge prendendo la strada per Prato Valentino e staccandosene quando si trova l'indicazione per San Rocco) a san Giacomo di Teglio, senza alcun mezzo di trasporto. Non gli parve vero, quindi, di vedersi di fronte quel bell’asino, che se ne stava lì, in mezzo al sentiero, come una bestia senza padrone. Così, almeno, pensò il contadino, che non esitò ad approfittarsene: gli saltò in groppa e lo incitò a muoversi verso San Giacomo. Il poveretto non sapeva sulla groppa di chi era finito! L’orco si mostrò all’inizio docile, con grande soddisfazione del contadino, ma, all’improvviso, si imbizzarrì, scartò, come un puledro selvaggio, cominciò a galoppare come un destriero impazzito, lasciando il pover’uomo esterrefatto e terrorizzato.
Avete presente le scene di un rodeo? L’asino, lanciato in una corsa folle, ed il contadino che, terreo, cercava di restare aggrappato al suo collo, rappresentavano qualcosa di molto simile. Oltretutto l’asino, forse per tener fede alla fama (meritata o meno) degli animali suoi simili, se ne andò in tutt’altra direzione rispetto a quella che portava a san Giacomo: prese, infatti, a salire, su per i boschi, verso Prato Valentino, fino alle baite della località Bollone. Qui decise di obbedire alle suppliche del suo disperato cavaliere, che lo implorava di fermarsi. Solo che lo fece tutto d’un colpo, cosicché il contadino fu sbalzato in avanti e fece un volo così grande da ritrovarsi sulla cima di un larice. E fu proprio da lì che vide qualcosa che gli svelò l’arcano: l’asino riprese il suo reale aspetto di orco, un orco che se la rideva a crepapelle per la burla giocata al poveretto.
Una seconda volta l’orco, sempre in sembianze d’asino, si mise proprio in mezzo al sentiero che un ragazzo percorreva per tornare a Teglio da una baita sui monti sovrastanti. Si mise per traverso, in modo da non lasciarlo passare, con l’aria di non avere alcuna intenzione di spostarsi. Il ragazzo attese un po’, sperando che l’asino se ne andasse, ma, visto che quello non accennava neppure a muoversi, corse a chiedere aiuto ai suoi amici. Insieme, affrontarono l’asino e lo spinsero sul bordo del sentiero, facendolo poi rotolare giù, nel declivio. Ma, sorpresa delle sorprese, l’animale non parve prenderla troppo male, anzi, mentre rotolata, rideva divertito, tanto che i ragazzi rimasero letteralmente a bocca aperta. Insomma, l’orco burlone, sia che avesse la meglio, sia che avesse la peggio nei suoi scherzi, non perdeva mai il buonumore.

Dopo tanti brividi, ci vuole qualcosa che ci restituisca l’allegria, ci vuole una voce tellina che ci ricordi che le dolci balze di Teglio non sono solo teatro di foschi misteri, ma anche e soprattutto scenario che concilia con una serena e gaia visione della vita. Una visione della vita assai legata al potere della vite, di quell’ottimo vino di Fracia celebrato da Bruno Besta , illustre tisiologo tellino e docente all’Università di Genova, che cantò con profondo amore profumi e suggestioni della sua terra. Ecco alcuni suoi versi, tratti da “Poesie” (raccolta edita nel 1965, ad un anno dalla sua morte, dagli Amici del Rotare Club), che lasciamo come suggello di queste scorribande nella suggestiva terra di Teglio.

VIN DE TEI

Si, n'ho bevut de vin, de tücc i sit
d'Italia, e credem pür in fede mia
che gh'è gnent dótrò, cume 'l frütt di vit,
per fa pasà ogni malincunia.
Bianch o ross, dulz o sech, o razzantin (1),
che pica 'n testa o che fa stravacà,
bevüt con el bicer o 'l galedin (2)
l'è roba che fa sempre 'ntusiasmà!
Ma sto Fracia con sü la Tor te Tei
— che me regorda la me gioventù —
l'è quai cos de special, credím, matei (3)
che me desmentegherò propri piü.
Si n'è bevess 'n tracc i tisighei (4)
i scampares cent agn senza dutù

  1. Frizzantino.
  2. boccale di legno.
  3. Ragazzi.
  4. Tisicuzzi.
  5. Medici.

Non sembri una mancanza di rispetto questo tentativo di “traduzione”:
Sì, ne ho bevuto di vino, di tutti i luoghi / d’Italia e credetemi pure, in fede mia, / non c’è nient’altro come il frutto della vite / per far passare ogni malinconia. / Bianco o rosso, dolce o secco, o frizzantino, / che picchia in testa o che ti butta a terra / bevuto con il bicchiere o con il boccale, / è cosa che tira sempre su di morale. / Ma questo Fracia con sopra la Torre di Teglio, / che mi ricorda la mia gioventù, / è qualcosa di speciale, credetemi, ragazzi, / che non mi dimenticherò proprio più. / Se ne bevessero un sorso i malati di tisi / camperebbero cent’anni senza dottori.

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