CARTA DEL PERCORSO


Valle del Muretto

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Chiareggio-Alpe dell'Oro-Passo del Muretto
3h
950
E
SINTESI. Saliamo in Valmalenco da Sondrio e proseguiamo, oltre Chiesa Valmalenco, sulla strada per San Giuseppe e Chiareggio (m. 1612). Qui giunti, parcheggiamo appena possibile ed attraversiamo il paese. Giunti al suo limite occidentale, ad un bivio andiamo a destra, procedendo su strada, larga e comoda, che sale in una bella pineta con diversi tornanti, nei cui pressi si trovano anche alcune aree di sosta attrezzata. Dopo circa un'ora di cammino, procedeendo verso nord-ovest usciamo dalla pineta e guadagniamo il terrazzo dell'alpe dell'Oro (m. 2010). Ignorata la deviazione a destra per l'alpe dell'Oro, proseguiamo sulla larga strada e dopo un breve tratto si apre al nostro sguardo l'alta valle del Muretto, con il passo che si distingue chiaramente. Giunti al cartello che segnala la quota 2115, lasciamo per un tratto il percorso storico, interrotto più a monte da una frana, per seguire una pista più bassa. Ci portiamo, quindi, alla conca denominata "zòca granda" o "grènda", dove si trovava un nevaio permanente, ora ridotto a ben modeste proporzioni. Il tracciato guadagna quota sul lato destro (per noi), è interrotto in un punto per un breve tratto (lo ritroviamo salendo in verticale per una ventina di metri) e, dopo alcuni secchi tornanti, ci porta al breve corridoio terminale, che termina ai 2562 metri del passo del Muretto, posto sul confine italo-svizzero.


Passo del Muretto

Vi fu un ventennio nel quale la Valtellina fu al centro della storia d'Europa. Non fu un bel periodo per questa terra, saccheggiata ed impoverita dal passaggio degli eserciti che se ne contendevano il controllo. Si combatteva la guerra dei Trent'anni (1618-1648), che vedeva schierati, su fronti opposti, da una parte la Spagna e la corte asburgica di Vienna, dall'altra la Francia e, in Italia, la Repubblica d Venezia. Gli Spagnoli dominavano Milano, mentre i domini assurgici raggiungevano il Tirolo. In mezzo stava proprio la valle dell'Adda, che assunse, quindi, un ruolo strategico decisivo, in quanto il suo controllo da parte degli spagnoli avrebbe assicurato il collegamento fra i due potentissimi alleati.
La valle era però, da più di un secolo, possesso della Lega Grigia, i Grigioni, che facevano parte della Confederazione Svizzera. Costoro erano protestanti, mentre in Valtellina la fede cattolica era rimasta largamente maggioritaria. Di qui una crescente tensione fra i Grigioni e le maggiori famiglie valtellinesi, determinate a resistere ad ogni tentativo di infiltrazione del Protestantesimo nella valle. In questo clima di tensione si inserisce l'episodio che segnò una sorta di punto di non ritorno. Nicolò Rusca, che da 28 anni reggeva con grande energia la parrocchia di Sondrio, venne rapito da una sorta di incursione dei soldati svizzeri e portato a Thusis, dove era stato costituito un tribunale speciale, lo "Strafgericht": qui morì, sotto tortura, il 4 settembre 1618. L'episodio suscitò uno scalpore enorme, e convinse i cattolici a preparare una ribellione sanguinosa che ebbe inizio a Tirano il 19 luglio 1620, con la strage di Protestanti nota con l'infelice denominazione di "sacro macello valtellinese".
Una facile escursione che ci permette di rievocare l'episodio del rapimento del Rusca è quella che ci porta da Chiareggio al passo del Muretto (pas de mürét, chiamato, però anticamente monte dell'Oro, "munt de l'òor", denominazione passata, poi, all'alpe dlel'Oro): fu infatti proprio attraverso questo valico che l'arciprete venne condotto in Engadina (la salita al passo, infatti, è assai agevole, così come lo è la discesa, in territorio svizzero, al passo del Maloja). Un valico di grande importanza storica, militare e commerciale, soprattutto nei tre secoli di dominazione grigiona della Valtellina (dal 1512 al 1797): intensi furono, in questo periodo, i passaggi, nei mesi estivi (giugno-ottobre), di vini, piode, granaglie, sete, steatite e minerali diversi in direzione dei paesi di lingua tedesca.
Si tratta di un'escursione classica, effettuata d'estate da molti turisti, che però si diradano, fino a scomparire, con l'avanzare dell'autunno. Eppure è proprio ad autunno inoltrato che la salita al passo regala gli scenari più suggestivi, finché le prime nevicate giungono a renderla assai più faticosa e talora anche sconsigliabile.
Da Chiesa in Valmalenco imbocchiamo la strada che sale a San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp) e prosegue per Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-; m. 1612). Sul limite occidentale del paese la strada che lo attraversa porta ad un bivio: proseguendo diritti ci dirigiamo verso la pineta di Pian del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), mentre prendendo a destra saliamo alla volta dell'alpe dell'Oro (alp de l'òor, nel 1544 alpis de loro: niente a che vedere con il nobile metallo, ma con la radice che significa "bordo, ciglio su salto o dirupo"; chiamata anche curt de l’òor, in una mappa del 1816 risultava costituita da 22 baite) e della valle del Muretto (o val Muretto), che, insieme alla val Ventina (val de la venténa) ed alla Val Sissone (val de sisùm) costituisce l'estrema propaggine dell'alta Valmalenco. Scegliamo, seguendo le chiare indicazioni di un grande cartello, questa seconda possibilità, dopo aver parcheggiato l'automobile in uno dei parcheggi disponibili nel paese o nei suoi pressi. La strada, larga e comoda, sale in una bella pineta con diversi tornanti, nei cui pressi si trovano anche alcune aree di sosta attrezzata.  
La maggior parte del suo tracciato è sostenuto, nel versante verso valle, da un muretto ben tenuto. Alcune soste ci permettono di ammirare buona parte della testata della val Sissone, dal monte omonimo, a destra (m. 3330), all'impressionante parete nord del monte Disgrazia (m. 3678), alla cui sinistra si distingue il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226). Dopo circa un'ora di cammino usciamo dalla pineta e guadagniamo il bellissimo terrazzo dell'alpe dell'Oro (m. 2010), che costituisce un eccellente belvedere dal quale ammirare la parete nord del monte Disgrazia, con il severo e tormentato ghiacciaio. Non è questa, però, l'unica cima degna di essere osservata con attenzione: alla sua sinistra si distinguono, oltre al citato pizzo Cassandra, il pizzo Ventina ("piz de la venténa", immediatamente a destra dell'omonimo passo) ed il pizzo Rachele; alla sua destra, invece, sono ben visibili le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Val Bona (m. 3033), che delimitano il piccolo ghiacciaio di Vazzeda, e l'elegante monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), a destra dell'omonimo valico. Il percorso da Chiareggio all'alpe costituisce anche una variante della prima parte della quarta tappa dell'Alta Via della Valmalenco (da Chiareggio al rifugio Palù); l'Alta Via, però, si stacca sulla destra dalla strada per il passo (un cartello che segnala il rifugio Longoni è posto proprio nel punto in cui i due percorsi si dividono).
Ignorata la deviazione a destra, proseguiamo sulla larga strada: improvvisamente, dopo un breve tratto, si apre al nostro sguardo l'alta valle del Muretto ed il passo appare, là in fondo, inconfondibile. Sembra che non manchi molto prima di raggiungerlo, ma è un'impressione ingannevole: ci vuole ancora un'ora e tre quarti circa. Tuttavia la salita non è monotona e permette di ammirare, fra l'altro, lo splendido versante nord-orientale, con le cime che vanno dal monte dell'Oro al monte Muretto. Se la giornata è buona, siamo immersi in un vero e proprio bagno di luce (ma teniamo presente che nella prima metà di novembre, periodo in cui la salita regala colori stupendi, il sole ci abbandona intorno alle due del pomeriggio).
Superata la "trincea", punto nel quale la pista (tracciata dal genio militare fra il 1935 ed il 1940) propone una sorta di trincea-posto di osservazione verso l'alta valle del Muretto, giungiamo al cartello che segnala la quota 2115, e qui dobbiamo lasciare per un tratto il percorso storico, interrotto più a monte da una frana, per seguire una pista più bassa. Ci portiamo, quindi, alla conca denominata "zòca granda" o "grènda", ad una ventina di minuti dalla meta: un tempo qui si trovava un nevaio permanente, ora ridotto a ben modeste proporzioni. Davanti a noi è ben visibile il passo, a destra della caratteristica formazione rocciosa che, per la sua forma tondeggiante, è stata chiamata "bàla del mürèt". Poi giungiamo allo strappo finale: il tracciato guadagna quota sul lato destro (per noi), è interrotto in un punto per un breve tratto (lo ritroviamo salendo in verticale per una ventina di metri) e, dopo alcuni secchi tornanti, ci porta al breve corridoio terminale, che termina ai 2562 metri del passo del Muretto, posto sul confine italo-svizzero.
Sul lato opposto si apre lo scenario, non molto ampio, ma grandioso, delle Alpi retiche svizzere. Scenario che però non ebbe certamente modo di gustare l'arciprete che, quasi quattro secoli fa, fu costretto a valicare il passo per trovare in terra svizzera la morte.


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APPENDICE STORICA

Tarcisio Salice, in un articolo sul castello di Malenco pubblicato sul Bollettino della Società Storica Valtellinese del 1979, così inquadra il rilievo storico del passo del Muretto:
“Nell'alto Medioevo la «via» della Valmalenco o del Muretto — inteso questo termine nel senso voluto da Cassiodoro — servì soprattutto per trasportare al piano i minerali e il legname, di cui la zona era particolarmente ricca; nel secolo XI, però, essa riprese importanza anche come naturale prolungamento verso i paesi transalpini delle mulattiere che dalla Bergamasca conducono alla media Valtellina attraverso la Valmadre e la convalle di S. Salvatore. Ne è prova la chiesa di S. Giacomo, menzionata per la prima volta nel Liber censuum della Chiesa romana, compilato nel 1192 dal cardinale Cenzio Savelli, poi papa Onorio III. Significativo è pure il fatto che tra i diritti feudali della famiglia De Capitani di Sondrio ci sia stato anche il pedaggio sul traghetto di Albosaggia.
Quella chiesa, sorta quando più frequenti divennero i pellegrinaggi dalle regioni germaniche al santuario di S. Giacomo di Compostella, sta ad indicare che all'interno dell'ansa del Mallero — e quindi ben protetto —andava già sviluppandosi quello che diverrà il paese principale della valle, anzi il suo capoluogo amministrativo e religioso. Alla fine del '200 la chiesa dei santi Giacomo e Filippo di Malenco appare già provvista di un proprio clero beneficiato e precisamente di un prete di nome Cressio Della Pergola e di un chierico (Ruggero Capitani) che era anche canonico di Sondrio. Nel 1343 la contrada di Chiesa mandava già quattro rappre­sentanti al consiglio generale del comune di Sondrio, come Ponchiera.
Il Duby ritiene che in casi consimili siano stati gli stessi signori feudali a decidere di organizzare il popolamento delle valli alpine, mossi molte volte da considerazioni politiche. «Si trattava — egli scrive — di rafforzare la sicurezza di una strada popolando le foreste che attraversava, oppure di consolidare la frontiera [del loro dominio] insediando nelle marche boscose e deserte che finora gli avevano formato intorno un largo spalto protettivo, forti comunità contadine costrette al servizio militare».
Che tale possa essere stato anche il caso della Valmalenco lo indica, a mio parere, il termine anziano, col quale veniva designato il capo amministrativo di quella quadra. Nei documenti chiavennaschi della seconda metà del '200 il titolo di anziano viene dato normalmente al vicino preposto a un drappello di soldati per distinguerlo dal nobile, al quale spettava quello di capitano. E' possibile, quindi, che il responsabile amministrativo della comunità di Malenco abbia avuto, almeno in origine, anche
compiti militari connessi col castello. Il periodo che va dall'XI al XIII secolo si distingue appunto per un notevole incremento demografico con conseguente espansione delle antiche zone agricole, per lo sfruttamento dei grandi erbai degli alpeggi e per l'intensificarsi del commercio di prodotti dell'allevamento, della lana, delle pelli e del legname da costruzione.

L'importanza militare del passo del Muretto aumentò specialmente durante l'interminabile contesa tra le due fazioni dei Rusca (ghibellini) e dei Vittani (guelfi) per la signoria di Como. Passarono sicuramente per quel passo i tre uomini che, fuggiti dalla Valtellina nel 1289 chi per Malenchum e chi per vallem Malenchi, furono catturati dai chiavennaschi e condotti a Como. Fu attraverso quel passo che nel 1326 i guelfi sondraschi fecero «una grande andata in servizio del signor Giorgio di Vicosoprano» e nell'anno successivo Egidio De Capitani, zio di Tebaldo, «mandò in soccorso del vescovo di Coira cinquanta uomini».
Sotto gli Sforza la via del Muretto fu considerata così importante per la difesa militare della Valtellina da essere compresa nel piano di revisione generale della viabilità valligiana voluto da Ludovico il Moro. Attraverso il Muretto i devoti di S. Gaudenzio martire pellegrinavano fino a Casaccia. in Valbregaglia, a venerarne le reliquie, mentre i De Vizzola e i Beccaria, loro successori nel capitaneato delle pievi di Sondrio e di Berbenno, allacciavano nodi matrimoniali coi Marmorera e i Castelmuro. Eppure, a detta del Lavizzari che cita in proposito il cronista Stefano, a Merlo, il passo del Muretto — o della Montagna dell'Oro, com'era anche chiamato — era transitabile soltanto in alcuni mesi estivi; solo eccezionalmente, nel 1540, era rimasto aperto tutto l'anno perché «dalle Calende di ottobre del 1539 non [era] caduta neve od acqua alcuna sino al 15 aprile dell'anno seguente»”

Ecco, infine, quanto scrive Nemo Canetta in un articolo del medesimo Bollettino della Società Storica Valtellinese, nel numero del 1978:
“Però non furono certamente solo considerazioni geografiche a far scegliere il passo del Muretto come via di comunicazione principale tra la media Valtellina ed il Nord, certo notevole peso ebbe il fatto che ai due capi delle valli che adducono al passo, vi siano Sondrio, capitale della Valtellina, e il passo della Maloggia. Il tragitto risulta particolamente breve e, a quanto ci consta, nel 1500 le carovane, che portavano nei Grigioni vino e «piode» di Valmalenco, impiegavano solo un giorno e mezzo dalla metropoli valtellinese al passo della Maloggia, con evidente risparmio di tempo rispetto ai lunghi giri sugli itinerari principali, inoltre l'itinerario attraversava la Valmalenco che, con i suoi oltre trecento kmq e le sue grandi ricchezze in boschi, pascoli e minerali, costituiva e costituisce tuttora una delle principali convalli della Valtellina, tanto che in essa sono compresi ben cinque comuni (Spriana, Torre Santa Maria, Chiesa, Caspoggio e Lanzada) oltre a larghi tratti del comune di Sondrio e Montagna. Pertanto la strada del Muretto non attraversava sterili lande ma territori relativamente ricchi e che anzi potevano concorrere ai commerci, ad esempio con le già citate «piode». A questo punto riteniamo che non vi sia bisogno di aggiungere altro sull'importanza di questo valico. ... Già parlando in generale del passo del Muretto è stata citata la strada che ad esso adduceva, sarà però opportuno chiarire che non si trattava di un solo itinerario ma di una serie di mulattiere che percorrevano i due fianchi della valle, almeno nella sua parte medio-inferiore. L'itinerario più antico, secondo alcuni avrebbe addirittura origine pre-romana, partiva dall'attuale abitato di Mossini passava per il borgo di Gualtieri e da qui si alzava a Cagnoletti e dopo un tratto a mezza costa portava a Bondoledo (Ca' Bianchi) ed al Castello di Torre, al di là del quale il percorso si confondeva in gran parte con le strade moderne fino a Chiesa. Qui con ogni probabilità l'itinerario si divideva in due: uno superiore che passando da Sasso portava a Primolo e da qui a S. Giuseppe e uno inferiore, forse più importante, che transitando dall'attuale centro di Chiesa conduceva al ponte di Curlo ed al Castello di Malenco e per la stretta del Giovello anch'esso a S. Giuseppe. Di qui la strada proseguiva con un tracciato più basso dell'attuale sino a Chiareggio e al passo. Verso la fine del Medio Evo la parte inferiore di questo itinerario doveva essere, almeno parzialmente, caduta in disuso con la costruzione del ponte di Arquino e la successiva stradetta che porta sotto Cagnoletti, prosegue poi per Tornadù ricongiungendosi con la precedente all'altezza di Torre.
Questo itinerario rimase il principale sino all'epoca della dominazione austriaca quando, sotto Bedoglio, venne costruito il ponte della Luisa; fu questa la prima vera strada carreggiabile della valle, tuttavia sia il ponte di Arquino che le tracce successive di strada sotto Cagnoletti dimostrano che questo itinerario già aveva la possibilità di essere percorso, almeno in parte, da qualche leggero traino locale. E' probabile che più o meno nello stesso periodo prendesse forma anche un altro itinerario, totalmente alternativo ed ancor oggi in gran parte percorribile se non fosse per la frana di Bedoglio. Sempre dal ponte di Arquino, ma tenendosi sul lato sinistro orografico della valle, una bella mulattiera si alza a Cucchi e da qui a Bedoglio, per Spriana e Marveggia ci si porta poi a Zarri e da qui a Cristini e a Milirolo. Da Milirolo il tracciato si confonde in gran parte con l'attuale strada provinciale, ma allora portava senza dubbio al Castello di Caspoggio e da qui all'omonimo borgo. Passando poi per Lanzada, Vassalini ed il Curlo ci si ricollegava alla strada principale…
Da quanto prima esposto risulta evidente che in un paio di giorni di marcia un esercito invasore poteva piombare dal cuore dei Grigioni su Sondrio, la capitale. Inoltre tale esercito, ed è proprio ciò che successe all'epoca del «Sacro Macello», una volta discesa la Valmalenco non aveva di fronte più nessun ostacolo naturale e pertanto poteva prendere sul rovescio tutte le forze di difesa dell'alta Valtellina. E infatti nell'agosto del 1620, quando le forze grigione, bloccate lungo gli itinerari principali, riuscirono a forzare il passaggio al Castello di Valmalenco non solo conquistarono Sondrio ma misero anche in crisi tutto lo schieramento degli insorti provocando l'intervento diretto degli Spagnoli.


Monte Disgrazia

Su un piano militare bisogna inoltre tener conto di altri due fattori: innanzitutto la strada del Muretto non è costituita da un singolo itinerario che, come tale, può essere facilmente interrotto o sbarrato da esigue forze, ma da un fascio di mulattiere che a partire dall'alpestre borgo di S. Giuseppe scendono verso Sondrio tenendosi talora a notevole distanza l'una dall'altra. Inoltre esistono alcuni valichi, già citati, tra la Valmalenco orientale e l'alta valle di Poschiavo, territorio quest'ultimo che fu praticamente sempre sotto controllo grigione.
Questa via di penetrazione era importante in quanto permetteva di aggirare completamente la stretta del Giovello, fortificata dal castello di Malenco, e la cosa è comprovata dal fatto che durante la rivolta valtellinese furono inviati su questi confini dei guastatori per interrompere le comunicazioni.
Da quanto sopra esposto risulta evidente che chi aveva il controllo di Sondrio, se voleva guardare i confini settentrionali, non poteva limitarsi a presidiare un castello in Valmalenco, anche se in posizione strategica (castello di Malenco), ma doveva fortificare tutta la valle facendo sì che le varie opere fossero in comunicazione ottica una con l'altra. In tale modo, come da noi sperimentato tempo fa, Sondrio poteva essere avvertita del pericolo ai confini, in poco più di mezz'ora, quando le truppe nemiche fossero state ancora all'altezza di S. Giuseppe, a distanza cioè di più di mezza giornata di marcia dal capoluogo valtellinese.
Vi sarebbe perciò stato tutto il tempo, mentre le fortificazioni della valle trattenevano l'esercito invasore, non solo di approntare la difesa della città ma anche di reagire controffensivamente. Va tuttavia detto che non vi sono prove certe che questo sistema sia stato effettivamente utilizzato. Probabilmente all'epoca del cosidetto «Sacro Macello» era già caduto in disuso o perlomeno i vari autori non ne fanno parola.Dobbiamo però notare che la tradizione di queste comunicazioni ottiche, da un fortilizio all'altro, si è tenacemente perpetuata sino ai giorni nostri e che anzi ci è sovente capitato di incontrare anziani valligiani che ne parlavano con assoluta sicurezza e cognizione di causa. Lo schema delle fortificazioni della Valmalenco è pertanto il seguente:
Alta valle del Mallero: nessuna fortificazione; vi è però qualche vaga tradizione di posti di avvistamento nella zona di S. Giuseppe, il che è perfettamente plausibile.
Castello di Malenco: a sbarramento della stretta del Giovello, più o meno fiancheggiato da trinceramenti nella zona di Primolo.
Castello di Caspoggio: su di un dosso di fronte a Chiesa Valmalenco, al di là del Mallero.
Torre di q. 822 (detta anche di Basci): lungo l'attuale provinciale Torre Santa Maria - Chiesa.
Torri di Milirolo: complesso fortificato situato sulla parte anteriore dell'omonimo borgo.

Castello di Torre Santa Maria: si trattava probabilmente di una residenza castellata, è situata in località Volardi.
Torre nel comune di Spriana: di incerta localizzazione ma ricordata da numerose tradizioni orali.
Torre di Gualtieri: sita nei pressi dell'omonima frazione di Sondrio.
Castel Masegra.”

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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